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LADOMENICA
DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
NUMERO 397
DIREPUBBLICA
CULT
A cinquant’anni
dall’esordio
dei “Fab Four”
ecco le lettere
mai viste
del loro
leader
Parole d’amore,
ma non solo
JOHN
LENNON
All’interno
La copertina
Dai saggi al cinema
la crisi ha ispirato
il romanzo
dell’economia
GOTOR e RICUPERATI
La recensione
Lo stile di Donoso
nei ritratti feroci
che assomigliano
a quelli di Buñuel
Cari
Beatles
vi scrivo
LEONETTA BENTIVOGLIO
L’intervista
Rachel Joyce
“I sentimenti
si rivelano
camminando”
SUSANNA NIRENSTEIN
Il teatro
L’immagine
GINO CASTALDO
JOHN LENNON
Ermanno Rea
viaggio in Italia
con una Leica
lla fine si pensa di conoscerlo, come fosse un vecchio amico. E del resto la storia dei Beatles è forse la
più indagata in assoluto nella storia della cultura
popolare. Ogni giorno della vita dei quattro, e quella di John Lennon in particolare, è stato studiato e
setacciato, passato al microscopio incrociato della
storia e della leggenda. Eppure quando si pensa di essere arrivati a
comprendere davvero, Lennon sfugge, è oltre, sembra rifiutarsi di
lasciarsi stringere nella morsa delle definizioni, delle categorie. Era
matto, era megalomane, era fragile come un bambino, era un genio, era tenero o aggressivo, un deliberato working class hero o un
guerriero romantico, cinico e assente per il primo figlio, amoroso
e devoto col secondo. A rovistare nella vicenda personale di Lennon c’è da perdersi, ma ne vale la pena, anche perché a un certo
punto la sua storia personale, i suoi tormenti, la sua utopia, sono
diventati un patrimonio dell’umanità.
(segue nelle pagine successive)
icordo un tempo in cui tutti quelli che amavo mi
odiavano perché io odiavo loro. E allora? E allora?
Che cazzo, e allora? Ricordo un tempo in cui gli ombelichi arrivavano al ginocchio Quando solo cacare
era sudicio e tutto il resto puro e bello. Non so ricordare niente senza una tristezza talmente profonda
da non riuscire a esserne consapevole, così profonda che le sue lacrime mi lasciano spettatore della mia stessa STUPIDITÀ e così vado divagando tra hey nonny nonny no.
Quanto si può andare avanti a scrivere e scrivere come te. Ormai non so più veramente a chi sto scrivendo e neanche perché è
così strano. In genere scrivo così e non sto a pensarci, ma quando spedisco è come una piccola parte di me che se ne va nelle mani di qualcuno lontano chilometri e chilometri che si chiederà che
cazzo sta succedendo o magari userà la mia lettera come carta
igienica.
(segue nelle pagine successive)
NELLO AJELLO
e ERMANNO REA
Spettacoli
Belli, bravi e sexy
i nuovi Caruso
conquistano l’Opera
GIUSEPPE VIDETTI
A
R
Nella Napoli
di Antonio Latella
come in un film
di Tim Burton
RODOLFO DI GIAMMARCO
Il libro
Una certa
idea di mondo:
“Nell’impero
dei supermercati”
ALESSANDRO BARICCO
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
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LA DOMENICA
La copertina
Paperback Writer
A cinquant’anni dall’uscita del primo disco
dei Beatles, “Love Me Do”, un libro Mondadori
raccoglie i manoscritti inediti di Lennon
Biglietti, cartoline, pensieri d’amore per donne e amici
Ma anche le prove di un rapporto via via più complicato con gli ex
colleghi, fino alla separazione e oltre. Eccoli in anteprima mondiale
Hey, John: le lettere segrete
GINO CASTALDO
(segue dalla copertina)
eggere per la prima volta
tutte queste lettere inedite
fa una certa impressione,
ma non attenua il mistero.
Le lettere di John Lennon
(in uscita da Mondadori)
appassiona come fosse un romanzo,
anche se fatto, oltre che di lettere vere e
proprie, di cartoline, stralci, messaggi
concisi, scherzi, perché ci restituisce
una parte dell’umanità di Lennon. Ce
lo mostra un po’ più da vicino, e ci permette di capire meglio le sue tante facce. Certo, si tratta di una scelta mirata.
Il libro è quello che si definirebbe una
“biografia ufficiale”, se fosse una biografia, ma in un certo senso lo è, curata
dal fido Hunter Davies, amico della
band, portavoce che già molti anni fa
produsse una biografia riveduta e corretta dai quattro Beatles.
Anche questa volta, ovviamente, c’è
L
il benestare – e non è stato immediato
come racconta Davies nell’introduzione – di Yoko Ono, che alla fine ha accettato, certo, ma di sicuro non avrebbe
permesso che uscissero lettere, e sicuramente ne esistono, più scabrose, più
scandalose. Insomma, Davies non è
uno di quegli accaniti e violenti biografi che hanno scavato intorno ai segreti
di Lennon per scoprire l’inverosimile.
Del genere: aveva avuto una relazione
omosessuale con Brian Epstein, aveva
picchiato il suo amico Stu Sutcliffe, si
era drogato come un pazzo e via dicendo. Lennon era semplicemente il ragazzo che aveva trasformato la sua vita in
un’opera d’arte e lo aveva fatto partendo dalla riscrittura del rock’n’roll americano elaborata sui grigi dock di Liverpool fino all’invenzione di un territorio
della musica ancora inesplorato.
Il suo estro irriverente lo percepiamo già nella sua vocazione di scrittore
e disegnatore che lo portava a organizzare giornalini scolastici pieni di ironia
e sarcasmo. Poi nel rispetto meticoloso
con cui nei primi mesi dell’esplosione
della Beatlesmania risponde ai fan, o
nei toni affettuosi con cui manda cartoline e lettere alle zie. Il libro ricostruisce attraverso stralci e frammenti il
rapporto di amore e odio con la tanto
vituperata zia Mimì, e anche col padre
Fred, assente per buona parte della sua
vita. Ci sono poi le lettere inviate alla
prima moglie Cynthia, la ragazza della
porta accanto della sua adolescenza a
Liverpool, sposata in fretta e furia perché incinta di Julian. John cercava disperatamente di mantenere un qualche tipo di rapporto col piccolo, che vedeva poco o nulla, travolto com’era dal
successo clamoroso che lo stava trascinando via come un tornado. C’è il Lennon pungente e polemico che emerge
con brillante arguzia nella stizzosa alterigia con cui nell’aprile del 1974 risponde a Todd Rundgren, chiamandolo Runtlestuntle, reo di aver detto di
Lennon, «non è un rivoluzionario, è un
idiota del c…» a proposito di alcune intemperanze esibite da Lennon e Harry
Nillson al Troubadour di Los Angeles.
Ma ovviamente la parte più succosa
è quella che riguarda i rapporti interni
al gruppo. Da un certo punto in poi John
comincia a firmare tutti i suoi messaggi
con la firma John/Yoko, rinuncia al suo
secondo nome Winston (datogli ovviamene in onore di Churchill), che però
continua a usare per scherzo firmandosi a volte Winston O’Boogie, in favore di
John Ono Lennon, e così si firma scrivendo all’amico Paul, e ci sono un paio
di lettere piuttosto forti, aggressive, ma
di grande interesse perché spedite nel
1971, l’anno dopo lo scioglimento dei
Beatles, nel periodo della massima
acredine, quando Lennon se ne uscì nel
disco Imagine, con un pezzo intitolato
How Do You Sleep?, molto pesante nei
confronti del suo ex compagno di strada. Nella lettera, John è molto arrabbiato, e svela che anche gli attacchi personali via musica era stato Paul a iniziarli:
cita il secondo album solista di Paul,
Ram, dove ci sarebbero riferimenti
pungenti alla folle condotta pubblica
della coppia John and Yoko. «Non ti
rendi conto di quanta merda ci avete
gettato addosso?» chiede Lennon esasperato, e poi continua in calce: «La cosa che ci ha veramente lasciati perplessi è il fatto che tu chieda un incontro
SENZA LINDA E YOKO. Pensavo avessi
capito ORMAI che io sono JOHNEYOKO».
Anche la parte politica è densa. John
si difende via lettera dai radicali di ogni
risma che cercano di trascinarlo dalla
loro parte: era imprevedibile, volubile,
gentilissimo a volte. Ma era capace di rispondere a una lettera di un ammiratore con improvvisa ferocia: «Ascolta,
Amico, perché non la smettete di asfissiare la gente voialtri fanatici di Gesù?
Sono duemila anni che va avanti questa
storia — imparerete mai? Chi sa non
parla, chi parla non sa. Dalla tua lettera
nevrotica non traspare nessuna pace
interiore, ragazzo. De gustibus — amico! Vaffanpace! John &Yoko».
Grazie al fatto che all’epoca non c’erano sms e email, abbiamo molto ma-
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DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
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LE INIZIATIVE
Dal 16 ottobre uscirà con Repubblica
la discografia completa dei Beatles:
in 14 puntate, ogni martedì fino al 15 gennaio 2013,
gli album originali completamente rimasterizzati
a 9,90 euro più il prezzo del giornale: tutti i cd
contengono anche un mini documentario
con filmati delle registrazioni in studio, interviste
e riprese varie. Inoltre, per tutto il mese di ottobre
è in edicola il libro The Beatles Revolution,
a 7,90 euro più il prezzo del giornale: la storia dei “Fab Four” raccontata
dalle grandi firme di Repubblica: da Ernesto Assante e Gino Castaldo
a Filippo Ceccarelli, da Gabriele Romagnoli a Michele Serra
e Vittorio Zucconi. Infine, è online su repubblica.it lo speciale 50 anni di Beatles
‘‘
Alla Regina Elisabetta
Vostra Maestà, restituisco questa onorificenza
in segno di protesta contro il coinvolgimento
della Gran Bretagna nella faccenda del Biafra,
contro il nostro sostegno all’America nel Vietnam
e contro il calo di vendite di Cold Turkey
Cordialmente,
John Lennon
25 novembre 1969
‘‘
A Ringo Starr
Cari Ringo Mo Zack giusto
una vibrazioncina dall’India
Abbiamo canzoni per un paio
di lp, per cui tira fuori
i tamburi. Puoi chiedere
a Dot di far aggiustare
il mio videotape (mi sono
dimenticato di dirglielo)?
Qui è tutto come prima,
Denis ha il suo mantra,
e va tutto a meraviglia
Abbiamo anche il soggetto
per un film
Miei cari Paul e Linda
ma chi vi credete di essere?
JOHN LENNON
(segue dalla copertina)
omunque non mi importa della fine che fa perché, se ci penso, non
conta proprio nulla. Ma che cosa conta? Chi ha il diritto di dire che
questa lettera non è importante e che invece Gesù, quello sì che
conta, e conta in assoluto? Già! Mi chiedo che effetto faccia essere stupidi o roba del genere. Scommetto che dev’essere fantastico. E allora come
te la passi, vecchio Stu. Stai bene? Come ti va la vita — bene, male, di merda, di lusso — alla grande come un tempo o è solo un migliaio d’anni di
niente, e carbonai senza fine? Questo è quanto, penso. Ciao Stu, e non
scrivere per… ehm, cosa? Be’, non perché ti senti in dovere. Scrivi quando ti va. Allora ciao (da John. Quello con gli occhiali, sai)
COMUNQUE bye bye a presto
Non so perché l’ho detto.
(A Stuart Sutcliffe, 1961)
C
Cari Linda e Paul
stavo leggendo la vostra lettera e mi domandavo quale sciroccato fan dei Beatles di mezza età l’avesse scritta. Ho resistito alla
tentazione di andare all’ultima pagina per scoprirlo. Continuavo a pensare: chi può essere? Queenie? La madre di Stuart? La moglie di Clive Epstein? Alan [sic] Williams? Che cavolo… è Linda!
Pensate davvero che i giornalisti mi/vi stiano dietro? Pensate
questo? Chi ci crediamo/vi credete di essere? La solita storia del
«chi è indulgente con se stesso non si rende conto del male che fa
agli altri» — spero vi rendiate conto di tutta la merda che voi e il
resto dei miei amici «gentili e altruisti» avete riversato addosso a
me e a Yoko da che ci siamo messi insieme. A volte sarà stata un
po’ più delicata o più «ceto medio», diciamo — ma non tanto
spesso. Più di una volta ci siamo «mostrati superiori» — & vi abbiamo perdonati entrambi — per cui questo è il meno che possiate fare per noi, voi nobili persone. Linda — se non t’importa di
ciò che dico — sta’ zitta! — fa’ scrivere Paul — o quant’altro.
Quando mi hanno chiesto cosa avevo pensato a suo tempo
della nomina a baronetti ecc. — ho risposto secondo quel che ricordavo — e ricordo perfettamente di aver provato un po’ di imbarazzo — anche tu, Paul, no? — oppure (mi viene il sospetto)
continui a crederci? Perdonerò Paul per aver incoraggiato i Beatles — se lui mi perdona per aver fatto lo stesso — per essere «onesto e troppo premuroso con me»! Che cazzo, Linda, mica stai scrivendo per il libro dei Beatles!!! Non è dei Beatles che mi vergogno
— (sono stato io a metterli insieme) — ma di certa merda che abbiamo dovuto sopportare per farli diventare così grandi . Pensi davvero
che tutta l’arte di oggi sia nata grazie ai Beatles? — Io non credo che tu sia
pazzo fino a questo punto — Paul — ci credi? Prova a smettere di crederci e magari ti svegli! Non abbiamo sempre detto di essere parte del movimento — e non il movimento? Abbiamo cambiato il mondo, è vero — ma
ora cerca di completare l’opera — MOLLA IL TUO DISCO D’ORO E SPICCA IL VOLO! [...]
(Lettera 142: a Linda e Paul, 1971?)
(Traduzione di Alessio Catania) © Yoko Ono Lennon 2012
IL LIBRO
Le lettere di John Lennon,
a cura di Hunter Davies
(Mondadori, 408 pagine, 22 euro)
è in libreria dal 9 ottobre:
quasi trecento fra lettere
e cartoline, a familiari, amanti,
amici, ammiratori, estranei
e perfino alla lavanderia
Dal biglietto più antico
per ringraziare una zia nel 1951,
quando Lennon aveva dieci anni,
all’ultimo autografo
a una centralinista di New York,
l’8 dicembre 1980,
il giorno in cui fu ucciso
Cartolina dall’India, 1968
I DOCUMENTI
Sopra, la cartolina a Ringo dall’India (1968);
a sinistra, una lettera a George Martin
e Richard Williams (1971);
in alto la lettera polemica inviata a Paul
e Linda McCartney (1971)
A sinistra, Lennon alla macchina
per scrivere. In copertina: il disegno
dedicato alla prima moglie Cynthia
per il primo Natale insieme, nel 1958
teriale scritto: a John piaceva scrivere,
a macchina o a penna, e quasi sempre
scusandosi se lo faceva a macchina, come fosse un gesto poco educato, e in genere accompagnando le parole con disegni, facce, svolazzi decorativi. Scriveva ai parenti, anche dopo anni in cui
non li frequentava più, mandava precisazioni ai giornali, soprattutto quando
se la prendevano, circostanza non rara,
con la sua diletta Yoko. In un caso racconta che in effetti lei e Miles Davis si
conoscevano e che in effetti era possibile che qualcosa potesse venirne fuori, ma ribadisce ai detrattori che comunque lei aveva già lavorato con Ornette Coleman.
Le lettere svelano, raccontano, aggiungono pezzi alla conoscenza di una
personalità tormentata e poliedrica, le
letterine a Ringo e a George, ammiccanti e complici, ma in fondo si comprendono perfettamente alcune linee
guida: l’infanzia funestata dall’essere
stato abbandonato sia dal padre che
dalla madre, lo shock di perdere la ma-
dre Julia proprio quando finalmente
l’aveva recuperata in pieno nella sua vita, la catarsi beatlesiana, la terapia Primal Scream che ispirò i suoi primi lavori da solista, la fusione con Yoko, totale,
destabilizzante, regressiva. E poi gli anni del ritiro a New York, nella Dakota
House, dove si occupava del figlio Sean,
senza più apparire in pubblico, in quella casa davanti alla quale nel 1980 lo
aspettò la follia di Mark Chapman che
gli sparò addosso senza nessuna ragione plausibile.
John sembra sempre l’Ulisse in cerca
di se stesso, personaggio esemplare,
con tutta la sua nevrotica complessità,
del secolo scorso, un misto di fragilità e
potenza che riassume l’essenza stessa
della musica. Non era lui, del resto, che
ha scritto la canzone più dolce, ma allo
stesso tempo più potente dell’era moderna? Non era lui che chiedeva con un
sussurro un mondo senza divisioni,
senza religioni, senza soprusi? Immagina, diceva, immagina...
© RIPRODUZIONE RISERVATA
llaa RReeppuubbbblliiccaa
LA DOMENICA
DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
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L’attualità
Razzismi
Non più bianchi contro “coloured”, ma ricchi contro poveri e poveri
contro poverissimi. Dopo la strage dei minatori di Marikana, uccisi
dalla polizia ad agosto, siamo andati a vedere che fine ha fatto il sogno
di pace e riconciliazione voluto da Mandela e de Klerk. Per scoprire
che in Sudafrica la discriminazione si ripropone
sotto spoglie diverse. O forse non è mai scomparsa
Ritorno
il
dell’
Neri contro più neri
LE TAPPE
DANIELE MASTROGIACOMO
M
JOHANNESBURG
FOTO GREAME WILLIAMS
arikana come Soweto. La violenza della polizia contro chi
sciopera, scende in piazza, rivendica diritti essenziali, inalienabili. Salari più alti, migliori condizioni di vita. Una casa degna di questo nome: quattro mura con un tetto, elettricità, acqua, un sistema fognario. Non è così. In Sudafrica la realtà non cambia, resta immutata negli anni. Con una differenza che stride e fa pensare. Il progetto del paese dei
mille colori è fallito? La fine dell’apartheid è stata un’illusione? Nel 1976 furono gli studenti neri
della storica township a cadere sotto i colpi degli
agenti bianchi. Nel 2012 sono i minatori neri a essere falciati dai poliziotti di colore. Nadine Gordimer, la grande scrittrice simbolo della lotta antirazzista, premio Nobel per la letteratura nel
1991, riesce ancora a inorridirsi nonostante i suoi
LA SEGREGAZIONE
LE LEGGI RAZZIALI
GLI SCONTRI
L’OPPOSIZIONE
LA VITTORIA
MARIKANA
ll National Party
nel 1948 vince
le elezioni: la parte
più reazionaria
della minoranza
bianca instaura
il regime
di apartheid
Tra il ’48 e il ’53
sono vietate nozze
e relazioni tra razze
diverse; nascono
i ghetti; ai neri
è fatto divieto
di usare spazi
riservati ai bianchi
Iniziano le prime
manifestazioni
di piazza, la polizia
spara sulla folla:
a Sharpeville sono
69 i morti nel ’61;
nel 1975 la rivolta
scoppia a Soweto
Le opposizioni
nere vengono
messe fuori legge
Tra queste,
anche l’Anc: il suo
leader, Nelson
Mandela, viene
arrestato nel ’62
Nel ’90 de Klerk
fa scarcerare
Mandela. Nel ’94
ci sono le prime
elezioni
col voto esteso
ai neri: Mandela
diventa presidente
Il 16 agosto 2012
la polizia fa fuoco
sui minatori
di Marikana
in sciopero:
34 morti
La peggior tragedia
dagli anni ’60
ottantanove anni: «Non avrei mai immaginato di
assistere a un simile massacro. Di vedere neri che
uccidono neri. Poliziotti contro operai».
Ci volevano trentaquattro morti, saliti a quarantacinque in cinque settimane di sciopero lungo la “cintura del platino”, nella regione di Rusternburg, nord ovest del paese, per scuotere le
coscienze e riesumare il fantasma dell’apartheid. Lo gridano i ventisettemila minatori
mentre invadono il grande stadio di Marikana.
Le mani in alto in segno di tregua. I bastoni, le lance, i machete, le zappe agitate in aria come simboli di battaglia. Ne parlano i delegati della Cosatu, la Federazione sindacale sudafricana legata
all’African national congress (Anc), riuniti nel
più drammatico congresso della storia a Johannesburg. «Quei morti», dice il presidente Jacob
Zuma con enfasi studiata, «ricordano a molti di
noi scene che credevamo definitivamente seppellite ma che la storia ci ha restituito come uno
schiaffo». Perfino i dirigenti della Lonmin, la
multinazionale anglo-americana terza produt-
trice di platino al mondo, simbolo di una battaglia che ha scosso il Sudafrica, parlano di
«shock», di «sveglia che ci ha posto davanti a situazioni drammatiche».
Il dramma sono migliaia di baracche fatte
con assi di legno, cartoni e lamiere. Sorgono alla rinfusa, in mezzo agli sterpi, ciuffi di alberi,
colline artificiali create dalla terra di rimessa
delle miniere. Punteggiano, con la loro dignitosa povertà, questa immensa pianura che si
perde all’infinito. Dovevano costituire gli
avamposti dei futuri quartieri che lo Stato e le
multinazionali delle miniere si erano impegnati a costruire. Piccole città che avrebbero
ospitato le migliaia di lavoratori giunti da ogni
angolo del Sudafrica per strappare al sottosuolo i minerali di cui l’industria del benessere, del
lusso, della tecnologia ha bisogno.
Impegni disattesi, promesse rinviate e poi
tradite. Dalla classe nera al potere. Non dai dirigenti politici di un regime razzista che quasi
un secolo fa sull’apartheid fondò la sua ascesa
e la sua tirannia, fino a trasformarla in una dottrina giuridica che regolò la più odiosa discriminazione tra la popolazione a seconda del colore della pelle. Neri e coloured(indiani, meticci) costretti per legge a usare bus diversi dai
bianchi, a frequentare scuole separate, a vivere in quartieri isolati, a sostare su marciapiedi
e incroci a loro riservati. Per non parlare del lavoro, dei negozi, degli ospedali, dei matrimoni, delle aspirazioni, degli stessi sogni. Bianchi
e neri divisi su tutto. Per evitare contaminazioni, miscugli, diritti, pretese. La purezza della
razza che non andava persa, inquinata, svilita.
Le coscienze di alcuni leader illuminati, l’indignazione internazionale, l’isolamento e il
boicottaggio commerciale fecero leva su un risveglio collettivo che riuscì a sconfiggere quello
che in afrikaans, la lingua parlata dai bianchi sudafricani, significa letteralmente “separazione”. Non fu una passeggiata: la scelta della lotta
armata da parte dell’Anc, il partito fondato da
Nelson Mandela, con la nascita di un’ala milita-
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DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
FOTO JOAO SILVA
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Il potere, chiosò a suo tempo Giulio Andreotti,
logora chi non c’è l’ha. Ha logorato, invece, la classe dirigente sudafricana: la leadership dell’Anc,
padrona del campo dal 1994 quando stravinse le
prime elezioni libere. Lo sviluppo tecnologico, il
mondo degli affari, la presenza di mille minerali
che rendono questa terra ricca e appetibile, hanno corroso la classe media nera emersa dalle ceneri dell’apartheid. Oggi sono i nuovi ricchi. Il business ha fatto dimenticare le grandi sacche di povertà che resistono e si amplificano. Le fortune
non sono state distribuite, il neo liberismo è stata
un’illusione che è fallita anche qui. Le undici tribù
del Sudafrica hanno fatto valere il loro peso politico. Che si è tradotto in favori, nepotismi; fino alla
corruzione, alle truffe, al peculato.
Oggi l’apartheid torna sotto spoglie diverse:
non più neri contro bianchi, ma ricchi contro poveri e poveri contro poverissimi. Ci sono almeno
due milioni di immigrati dai paesi vicini, come lo
Zimbabwe, la Somalia, il Mozambico, che affollano le nuove township. Sono gli ultimi nella scala
sociale del moderno Sudafrica. Ricattati, disposti
a salari di fame, diventano il bersaglio della rabbia di chi è rimasto ai margini del benessere e dello sviluppo. Popolano i nuovi insediamenti abusivi attorno alle miniere. Hanno subito gli attacchi dei minatori in sciopero perché crumiri: volevano andare a lavorare per non essere rimandati
negli Stati da cui erano fuggiti. Erano reduci dalle
violenze nella furibonda caccia all’uomo che vide uccisi a bastonate, impiccati agli alberi, bruciati vivi oltre trecento clandestini. Neri contro
neri. Poveri contro poverissimi. I ricchi, bianchi e
neri, osservano distratti. Chiusi nelle loro isole
protette da guardie armate, fili spinati e cavi elettrici. Fuori ci si scanna per sopravvivere. La violenza è stata una costante nella storia sudafricana. Ci si abitua, ci convivi. Riesce perfino a diminuire (6,5 per cento), come declamano le statistiche contro la criminalità. L’apartheid è tornato.
Forse non è mai scomparso. Si è trasformato nell’apartheid dei dannati.
LE IMMAGINI
In alto, sepoltura di una vittima della violenza
politica a Kwa-Zulu Natal, 1994
Sotto da sinistra, manifestazione dell’African
National Congress, a Sebokeng, 1991;
la battaglia di Ventersdorp tra Awb (movimento
di resistenza afrikaaner pro-apartheid) e polizia,
1991; esiliati tornano nella township di Soweto,
1991; due dell’Awb manifestano a Pretoria, 1991
LA MOSTRA
La vita in Sudafrica ai tempi dell’apartheid:
fino al 6 gennaio 2013, all’International Center
of Photography di New York,
Rise and Fall of Apartheid: Photography
and the Bureaucracy of Everyday Life
mette in mostra cinquecento poster, video,
documenti e foto (alcune qui in pagina)
sull’avvento e la caduta dell’apartheid
© RIPRODUZIONE RISERVATA
FOTO GREAME WILLIAMS
FOTO PAUL WEINBERG
re, la Umkhonto weSizwe, inaugurò la stagione degli attentati e delle rivolte armate. Il lungo cammino verso la libertà, descritto da Madiba nella sua autobiografia, fu segnato dal sangue e dai morti. La
maggioranza nera si fece coraggio e si ribellò. Pagò
un altissimo prezzo. Ma solo la saggezza e l’acume
politico di due uomini diversi e al tempo stesso simili riuscirono a trasformare il Sudafrica in una
moderna democrazia. Evitarono un massacro. Il
trapasso, una vera rivoluzione, fu incruento. Impensabile in quegli anni e in pieno spirito razzista.
Frederick de Klerk, l’ultimo presidente dell’apartheid, capì che con la pace (e la rinuncia al potere dei bianchi) avrebbe conquistato un posto nei libri di storia. Glielo suggerì sua moglie: la grande
donna che c’è sempre dietro un grande uomo. Una
scelta vincente. Incontrò Nelson Mandela, trattò
l’accordo, lo liberò dal carcere. Insieme suggellarono una svolta che ha resistito anni e ha trasformato
il paese in un gigante economico del pianeta e nel
simbolo del riscatto. A loro fu assegnato il Premio
Nobel per la pace nel 1994.
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DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
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LA DOMENICA
L’immagine
Nel 1956, l’autore
di “Mistero
napoletano”
lavora all’“Unità”
Non ha ancora
trent’anni ed è in crisi
I fatti d’Ungheria
lo allontanano dal Pci
Così lascia
il giornale e parte
Album
Tornerà
con una Leica
in spalla
e comincerà
a fotografare
il suo Paese
con nuovi occhi
Un libro, ora,
raccoglie quegli scatti
Ermanno Rea
NELLO AJELLO
modi per trasformarsi da giornalista “scrivente” in fotoreporter (e ritorno) sono i più vari. Possono rappresentare, nella vita
d’un professionista, un’evoluzione o una sconfitta, offrirgli la
soddisfazione d’un bisogno di concretezza o un espediente provvisorio per
meglio proclamare: «Io c’ero». Per
quanto riguarda Ermanno Rea l’itinerario si presenta assai più complesso. Ci
riporta allo stato d’animo di un intellettuale comunista, che si trovò, a meno di
trent’anni, impigliato in quel frangente
di delusione e di protesta che dilaniò
per lungo tempo le viscere del partito all’indomani dell’invasione sovietica
dell’Ungheria, nel 1956. Ed ecco che
questo suo caso biografico viene ora
spiegato dallo scrittore nel volume
1960. Io reporter, in uscita il 10 ottobre
da Feltrinelli.
Gliene ha offerto l’occasione l’aver ritrovato un gruppo di foto da lui scattate
in ogni parte del mondo. Quella di preparare servizi fotografici è infatti l’attività che egli prende a esercitare dopo
anni di lavoro in redazione. Ma non darebbe l’idea del volume soltanto vedervi, in appendice, una raccolta di reperti
in quel “bianco e nero” che, già di per sé,
suscita nostalgia. Il vero senso dell’opera risiede nel fatto che l’autore vi ha versato una dose di quella sensibilità sussultoria che è il segno della sua narrativa più felice, da Mistero napoletano
(1995) in poi. Rea ricostruisce ancora
una volta una storia del nostro dopoguerra: gli anni della crisi ideale da lui
vissuta nella redazione partenopea dell’Unità. Nel raccontare questo frangente, il suo talento di “ritrattista” offre un
nutrito gruppo di esemplari umani: dagli amici o colleghi Renzo Lapiccirella,
Nicola Cattedra, Franco Grassi, Fausto
De Luca, Ugo Gregoretti ai più anziani e
autorevoli Paolo Ricci, Renato Caccioppoli. Alcune, insomma, di quelle
sagome che nutrono la memoria di
ogni intellettuale che a Napoli stesse
preparandosi, in quegli anni, all’esistenza. A Roma, l’autore lavorerà a Vie
Nuove, sotto l’imperio di una capziosa
despota, la direttrice Maria Antonietta
Macciocchi. E intanto conoscerà Pannunzio e Flaiano: ecco, ai suoi occhi, «i
padri fondatori della fotografia giornalistica italiana». Il passaggio dalla macchina Olivetti alla Rolleiflex e alla Leica
— che della foto sono regine — è già in
I
Il suo talento
di “ritrattista”
offre un gruppo
davvero
molto nutrito
di esemplari umani
Viaggio
in
Italia
agguato. È come se la nuova pelle che
decide di assumere, quella del fotoreporter, lo rigenerasse. Ma, soprattutto,
la periodica fuga dall’Italia rappresenta
per lui un «taglio di cordoni ombelica-
li». Gli fa assaporare un «soffio di sregolatezza» dopo anni di vita vissuta nei
ranghi del partito e nei suoi giornali. Il
«divorzio dalla parola scritta» coincide
con la scoperta di civiltà e modelli so-
ciali imprevisti. Dopo essersi agganciata alle spalle una «macchina», non è più,
ormai, un militante desolato per i tradimenti della storia, ma un libero «uccello migratore». E così questo suo fram-
mento autobiografico diventa un racconto di viaggi.
Prima tappa, Berlino, l’hotel Allemania, dove “scende”, è un covo di
guardoni — così ama definire i suoi
colleghi fotografi nel cuore di un’Europa spaccata. Lì, accanto alla cortina di
ferro, si sente battere il cuore d’un continente che esce da una traversia storica. Quella che poi si chiamerà «fotografia stradale» è nata proprio qui, nella Germania e negli altri paesi dell’Est,
dove si girava con la «macchina fotografica seminascosta nella manica
della giacca ma sollecita a balzare fuori al primo stimolo».
Dopo la Germania, Grecia e Turchia,
ma soprattutto Spagna, un paese —
scrive — che «mi stregò». A Siviglia quasi perse la testa fidanzandosi «con una
ragazza che mi insegnò a cucinare la
paella ballando in maniera stupenda».
È certamente improprio paragonare
tali sensazioni a quelle che si provano
oggi, quando in quei paesi si sbarca con
l’aereo, magari tra frotte di liceali in gita. A quei tempi, invece, tutto dava il
senso di un’iniziazione.
Ancora: la Lubecca di Thomas
Mann. Poi l’Irlanda. Di nuovo la Germania, Amburgo, dove trova Annette,
una ragazza che sarà — per un tempo
non lungo — sua moglie, e gli darà un figlio. A Katmandu, in Nepal, s’imbatte in
Alberto Moravia e Dacia Maraini che
sono lì in vacanza «di lavoro». L’autore
vorrebbe ora ricordare l’episodio all’autrice di Marianna Ucrìa: ero io quel
signore con cui avevi scambiato qualche parola. Ammesso che abbia un senso riportare alla memoria d’una tua
amica il fatto di «averla incontrata anni
prima in cima al mondo».
Non sono che alcune tappe di un
pellegrinaggio che l’autore commemora con un sorriso nascosto tra le pagine. «Ho girato un bel po’ di mondo…». Finché — parola sua — il mestiere di fotografo gli «viene a noia»:
non può durare. Lo aggredisce una crisi di malinconia. Una notte, a Dublino,
mentre passeggia lungo la sponda del
fiume Liffey, d’improvviso gli capita di
mettersi a «cantare a squarciagola»
Qualche passante pensa che sia ubriaco. «Però non ero ubriaco, cantavo per
farmi coraggio», è la testimonianza
dello scrittore. Voleva tornare. Così,
come l’ultima pagina d’un romanzo
d’avventura, si conclude questo lungo
viaggio con la Leica a tracolla.
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È come se
la nuova pelle
che ha deciso
di assumere,
quella di fotoreporter,
lo rigenerasse
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IN STRADA
Dall’alto in basso: ragazze calabresi;
una bancarella di fichi d’India davanti
alla chiesa del Purgatorio all’Arco di Napoli;
giugno 1963: in piazza San Pietro,
aspettando il nuovo papa
Nella pagina accanto: sopra, la facciata
di un palazzo della Duchesca,
quartiere napoletano regno
del contrabbando di merci; in basso,
una coppia di signore conversa
al balcone di un noto caffè romano
Quando attraversai
la mia linea d’ombra
ERMANNO REA
«Q
uesta non è la storia di un matrimonio. Non
mi andò così male. Il mio atto, per quanto avventato, ebbe più il carattere di un divorzio,
quasi di una diserzione. Senza una ragione plausibile
per una persona di buon senso, piantai il mio lavoro,
abbandonai il mio posto…». La linea d’ombra. Conrad,
nel suo sublime racconto, riflette su certi stati d’animo:
i cosiddetti momenti di confusione. «Quelli di tedio, di
stanchezza. Di scontento. Momenti d’irriflessione. Parlo di quei momenti nei quali i giovani sono propensi a
commettere atti inconsulti, come sposarsi all’improvviso o rinunziare a un’occupazione senza motivo». Come ho detto, io non mi sposai. Mi limitai a lasciare «il bastimento di cui non si sarebbe potuto dir altro di
peggio che era un bastimento a vapore». Si chiamava l’Unità, redazione
napoletana in Angiporto
Galleria. Era il 1957.
Tedio? Stanchezza?
Sicuramente, ma non
soltanto questo. In più, il
desiderio di prendere
qualche distanza da quel
Partito comunista che
ormai aveva invaso la
mia vita pretendendo di
regolarla, tanto occhiuto
quanto protettivo, fin nei
suoi più privati dettagli.
Chi ero io? Che cosa valeIL LIBRO
vo? In che misura sarei
Ermanno Rea 1960
stato capace di cavarmeIo reporter (Feltrinelli,
la come uomo senza il
240 pagine, 25 euro)
soffocante abbraccio del
esce il 10 ottobre
mio padre-padrone poLo stesso giorno Rea
litico? Insomma, diedi le
riceverà a Roma
dimissioni dall’Unità,
il Premio De Sanctis
raccontando la consueta
per la saggistica
frottola che avevo bisodi viaggio. Venerdì 12,
gno di una «pausa di ril’autore presenta il libro,
flessione». E per «riflettecon Raffaele La Capria
re» meglio me ne andai
e Alberto Rallo,
per alcuni giorni a Capri
alla Feltrinelli di Piazza
dei Martiri a Napoli
con la Montagna incantata di Thomas Mann
Sempre dal 12 si apre
sottobraccio.
a Napoli la mostra
Ma ero giù di corda
con le foto di Rea che farà
anche per un’altra ragiopoi tappa in altre città
ne. Avevo dato in lettura
un mio lungo racconto a
una persona che stimavo molto e che sapevo sinceramente amica. Dopo
averlo letto con cura, questi però non aveva esitato a
manifestarmi, anche se con garbo, tutta la sua delusione. «Il fatto è che non conosci la vita, e come si fa a
raccontare quello che non si sa?» era stato il suo commento conclusivo.
Paolo Ricci, pittore di buona fama e uomo molto autorevole, era il mio secondo «mito» e punto di riferimento
dopo quel Renzo Lapiccirella di cui parlo a lungo in Mistero napoletano, scritto circa quarant’anni dopo. Decisi
di colpo di mettere in sonno le mie velleità letterarie per
affrontare con occhi ben spalancati quel che si usa chiamare «l’animo umano». Insomma la vita. Avevo poco più
di ventinove anni. Un altro al mio posto, come dice Conrad, si sarebbe sposato dandosi magari al commercio
(mio padre ne sarebbe stato felice). Io invece mi misi a
contemplare il mare e a scattare qualche fotografia. [...]
Nel giugno, [...] del 1956 – vale a dire circa quattro mesi dopo il Plenum sovietico –, sulla rivista Nuovi Argomenti, diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci, apparve finalmente una lunga intervista a Palmiro Togliatti intitolata Nove domande sullo stalinismo. Che dire? Ne rimasi molto deluso. Togliatti si arrampicava sugli specchi, cavillava, ammetteva e non ammetteva. Dopo averla letta e riletta non so quante volte, dopo averla
discussa e contestata con amici, compagni e perfino in
qualche capannello di sconosciuti, decisi che forse era
arrivato il momento di dar corso al progetto che da tempo covavo dentro di me. Il progetto di concedermi una
«pausa di riflessione», anzi, per dirla ancora una volta
con Conrad, di abbandonare almeno provvisoriamente il «bastimento» sul quale avevo lavorato sino ad allora con il titolo, quasi più comico che enfatico, di «rivoluzionario di professione».
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LA DOMENICA
Spettacoli
Do di petto
Da Grigolo a Schrott, le giovani
leve della lirica somigliano
più ai divi di Hollywood
che ai vecchi tenori di grande
stazza, inespressivi e immobili
Sfoderano in scena acuti
e fisici impeccabili
con un unico obiettivo:
diventare finalmente pop
Sex symbol
all’Opera
GIUSEPPE VIDETTI
U
ROMA - VIENNA
na volta era l’arte che li faceva belli. I cantanti d’opera potevano essere autorevoli, geniali, carismatici — magari
anche le tre cose insieme. Sex symbol però, mai. Oggi invece baritoni, bassi e tenori hanno altre ambizioni. Crisi
delle vocazioni anche nel bel canto? No, per fortuna, la
passione esiste ed è ancora fortissima. Ma dai cantanti si
pretende molto di più di una bella voce. Capacità mimiche, prestanza fisica, abilità di entrare nel personaggio e
rendere credibile un’arte — «dove ogni dramma è un falso» — alle platee disincantate del nuovo millennio. Le istituzioni più autorevoli, dal Metropolitan al Covent Garden, promuovono le nuove stagioni con campagne aggressive, audaci persino, cartellonistica da far invidia a
Broadway. I sovrintendenti sono a caccia di artisti con la
voce di Pavarotti, il carisma di Johnny Depp e l’energia di
Vin Diesel. Peter Gelb mise nero su bianco già quando prese in mano le redini del Met: basta tenori dalla grande stazza, inespressivi e immobili. E per la Bohème del dopo-Pavarotti ha puntato tutto su un altro italiano, Vittorio Grigolo, trentacinque anni, romano, allevato a pane e canto
nel coro della Cappella Sistina.
«New York mi ha dato moltissimo, mi ha aperto le porte del Met e degli Stati Uniti», conferma il tenore in un raro momento di pausa, sdraiato nel salotto della casa dei
genitori, poco distante da San Pietro. «Lì
hanno un modo diverso di vedere l’opera. Vogliono cantanti-attori, capaci
di arditi movimenti scenici anche
durante le performance. È proprio
vero che in Italia per essere qualcuno devi prima aver successo all’estero. A me in patria sembra ancora
di essere uno sconosciuto».
Dinamico, tonico, palestrato, Grigolo è l’esatto prototipo del nuovo tenore.
C’è chi giura che la sua voce e la sua prestanza sono una garanzia: il nuovo Pavarotti è
un italiano — anche se i pretendenti al trono sono almeno una mezza dozzina: dall’afroamericano Noah Stewart, che già quest’estate è stato Radames nell’Aida, a Stephen Costello, tenore di Philadelphia con una spiccata vocazione attoriale; dal maltese Joseph Calleja, che si propone come il Mario Lanza dei
nostri giorni, all’albanese Samir Pirgu, che ha sedotto l’Arena di Verona con la Traviata.
A fine anno Grigolo pubblica Ave Maria, un disco di arie
sacre, ricordo degli anni trascorsi alla Sistina, ed è protagonista di una ricca stagione scaligera: dallo scorso 26 settembre la Bohème diretta da Daniele Rustioni (bacchetta
d’oro già a ventinove anni dopo i trionfi al Covent Garden)
con Angela Gheorghiu, il 6 novembre il Rigolettodiretto da
Gustavo Dudamel con Elena Mosuc, il 7 gennaio un recital tutto suo, un’occasione che la Scala concede con estrema parsimonia. Recentemente è anche finito nell’obiettivo di Bruce Weber, fotografo che predilige po-
Vittorio Grigolo
Trentacinque anni, è stato il più giovane tenore alla Scala nel 2000
Nel 2003 è un memorabile Tony in West Side Story
Con i trionfi di Bohème al Metropolitan, Manon al Covent Garden,
Roméo et Juliette alla Scala è tra i cantanti d’opera più richiesti e pagati
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Noah Stewart
Mirco Palazzi
Il tenore afroamericano (31 anni)
nato e cresciuto a Harlem ha fatto
lunga gavetta prima della standing
ovation al Covent Garden con Miss
Fortune. L’album Noah, che
contiene arie di Puccini e Massenet,
è volato al primo posto in classifica
Dopo il debutto nel Don Giovanni,
la carriera del trentatreenne basso
riminese è inarrestabile. In dieci anni
ha collezionato un repertorio
invidiabile. L’anno scorso ha
trionfato con Lucia di Lammermoor
alla Washington National Opera
Stephen Costello
Jonas Kaufmann
A 31 anni, il tenore di Philadelphia
ha conquistato il pubblico dei teatri
più prestigiosi: Covent Garden,
Metropolitan, Lyric Opera
di Chicago. Prestanza fisica e verve
comica l’hanno aiutato a dar vita
a un Rodolfo (Bohème) già cult
Don José, Alfredo, Cavaradossi,
Pinkerton: mai sbagliato un ruolo
Il tenore tedesco naturalizzato
svizzero, classe 1969, è stato uno
dei primi a richiamare l’attenzione
sul sex appeal di un cantante
d’opera. E continua a sedurre
Joseph Calleja
Saimir Pirgu
Il tenore maltese, 34 anni, è il Gary
Barlow della lirica (per la sua angel
face, non per il timbro)
Ha debuttato nel Macbeth di Verdi
a 19 anni e ha vinto il premio Caruso
Il cd appena pubblicato, “Be My
Love”, è un tributo a Mario Lanza
A 22 anni il tenore albanese (ora
ne ha 31) venne scelto da Abbado
per Così fan tutte. Ha lavorato
per bacchette prestigiose: Muti,
Harnoncourt, Maazel, Pappano
Ultimo trionfo: quest’estate
nella Traviata di Zeffirelli all’Arena
stadolescenti col fisico da surfisti. Grigolo, che rifiutò l’opportunità di far parte dei Divo, un gruppo vocale di crossover, per inseguire il suo sogno di tenore “puro”, non nasconde le sue tentazioni da pop star né le amicizie modaiole con Franca Sozzani e Anna Wintour, le signore a capo di Vogue Italia e America. «A Los Angeles ho partecipato all’edizione americana di Ballando sotto le stelle», racconta. «Al party di Vogue, al Met, ho cantato Nessun dorma
e ho abbattuto un muro, ho fatto ridere la Wintour. Quella sera ho conosciuto Gwyneth Paltrow, Eva Mendes e
Adrien Brody. Alla fine siamo andati tutti a fare bisboccia
alla Boom Boom Room, un club di Manhattan».
Anche lui è convinto che non è la stazza a fare il bravo
tenore. «Guarda Samuel Ramey (il basso americano classe 1942 specializzato in Händel, Mozart e Rossini, ndr) è
uno stecchino, eppure…», esclama. E quanto alla capacità di recitare e magari anche di fare qualche acrobazia:
«L’anno scorso in Roméo et Juliette alla Scala saltavo come
una scimmia da una parte all’altra del palco. Che spettacolo quella sciabolata!». Tra i diciassette brani dell’album
in uscita c’è anche Maria che dolce nome, che cantò a Pavarotti poco prima che il maestro morisse. «Ero andato a
trovarlo nella sua casa di Pesaro per preparare la Bohème»,
ricorda. «Mi disse: “Che bella, dobbiamo registrarla quando torni da Washington”. Purtroppo se n’è andato prima
che potessimo rivederci». La mamma lo coccola, gli porta
il cappuccino con la schiuma, poi sfoglia con lui l’album
dei ricordi. Anno 1990 — foto con dedica: «A Vittorio Primo per caro ricordo», firmato Luciano Pavarotti. Vittorio
aveva tredici anni. Altra foto dello stesso anno: «A Vittorio
con ammirazione», firmato Lucio Dalla. «Fu scattata nel
camerino di Vittorio al Teatro dell’Opera, a Roma. Faceva
il pastorello nella Tosca. Lucio era lì per parlare con Luciano del progetto Caruso», spiega la signora Marcella Vittoria. «Guardi che scrive Zeffirelli: “Caro, caro Vittorio, incalzati fatalmente dal destino non abbiamo più scelta, siamo condannati ad amarci fino all’ultimo respiro”».
Una didascalia che sembra scritta per una foto di Anna
Netrebko ed Erwin Schrott, lei soprano russa, lui baritono
uruguayano: sono la coppia d’oro della lirica contemporanea. Vivono a Vienna, hanno un figlio di quattro anni,
Tiago, e sono gli artisti più coccolati dai teatri d’opera mitteleuropei. Nei cartelloni del Gala di Stelle, il recital trionfale che hanno tenuto ad agosto nella Waldbühne di Berlino insieme a Jonas Kaufmann, sembravano supereroi,
photoshoppati come per una nuova edizione di Ben-Hur.
Schrott, trentanove anni, lascia il segno ovunque passa. Irruento, impaziente, aggressivo come i suoi ruoli impongono, ha dato vita a un Don Giovannisopra le righe e «porcaccione» — per dirla alla Zeffirelli — e ha trasformato il
Mefistofele in un palestrato diavolo leather. La voce asseconda le sue capacità camaleontiche: capelli ossigenati,
punk, dark, e addominali scolpiti che fanno sgranare gli
occhi anche alle melomani più attempate. «Adoro i ruoli
mozartiani, mi hanno insegnato tutto: Don Giovanni, Figaro, Leporello. Oltre al Faust di Gounod. E Verdi: se riesci
a cantare Verdi vuol dire che la tua tecnica vocale, il controllo del fiato sono a posto», dice Schrott seduto al bar di
Franziskanerplatz, davanti al bel palazzo del centro storico di Vienna dove abita con la
Netrebko. Più di Kaufmann, il
tenore tedesco rinomato per
Erwin Schrott
Il basso-baritono uruguayano, trentanove anni, è diventato celebre
con Don Giovanni. Dopo il debutto al Metropolitan nel 2000, vive a Vienna
con la compagna, la soprano russa Anna Netrebko. I recital della coppia
sono stati gli eventi più acclamati delle ultime due stagioni concertistiche
il suo sex appeal, Schrott ostenta una fisicità che ai tempi
di Tito Gobbi e Tom Krause sarebbe risultata trasgressiva,
se non sacrilega.
«Adoro recitare, se posso dare un corpo al personaggio
che interpreto, rendendolo più gradevole e credibile, è per
me un dovere farlo», conferma. «Oggi i registi sono a caccia di cantanti-attori». Amministrare l’opera come un disco pop o un musical di Lloyd-Webber sembra l’unica soluzione per traghettarla alle nuove generazioni. «Perché
no? La lirica è ancora pensata come un’arte elitaria; musica noiosa interpretata da cantanti che non si muovono sul
palcoscenico, bravi solamente a ostentare la voce. Se facciamo flop i contribuenti hanno il sacrosanto diritto di dire: state sperperando le nostre tasse per un teatro di 1600
posti sempre vuoto. L’opera è per tutti, bisogna solo farla
conoscere. Non raggiungi il grande pubblico se non fai
operazioni di marketing».
Schrott è supersexy anche nella copertina di Arias, il cd
appena pubblicato in cui, con l’orchestra diretta dal nostro Rustioni, passa in rassegna Mefistofele, Tosca, Faust, I Lombardi, Carmen e Don Quichotte. «Nove anni fa,
quando avevo trent’anni, volevo già cantare questo repertorio», spiega. «Ho saggiamente aspettato, ho frenato l’ambizione artistica e la mia naturale impazienza. È
facile bruciarsi nella lirica, mica solo nel pop. La carriera
è una donna capricciosa. Osserva ogni tuo movimento,
anche mentre dormi. Il giorno in cui decidi che sei più
importante di quello che fai, lei ti dirà addio». Schrott ha
trovato la sua ancora alla Staatsoper di Vienna, come Grigolo al Metropolitan di New York. «Mi sono cullato nel
sogno americano», conclude il tenore romano che ora
sta lavorando sodo per l’autunno scaligero. «Ricordo ancora la Bohème al Met dopo la morte di Luciano: una
pressione terribile e tanta voglia di fare bene. Col Met sono impegnato fino al 2017: Elisir d’amore, Rigoletto, Il Pescatore di perle. L’America è nel mio cuore. Cento dollari in tasca, giubbotto di pelle, jeans, t-shirt bianca, una
Harley-Davidson e il serbatoio pieno». L’ex ragazzino
della Sistina è un easy rider.
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LA DOMENICA
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Next
Marketing
DOVE
SKY
Photoshop? No grazie
Vince chi arriva primo
La campagna è dedicata
alla bellezza femminile e al modo
in cui i media trattano questo tema
Tra le iniziative: una piattaforma
digitale per le discussioni,
cartelloni che ritraggono donne
comuni e un manifesto ufficiale
È il campionato virtuale lanciato
sul social network Facebook
Gli utenti possono aggiungere
o togliere punti alle squadre usando
i tasti “gufa” o “tifa”; viene poi stilata
la classifica in cui risulta vincitrice
la squadra con più tifosi
Sono finiti i tempi dei persuasori occulti, di Mad Men
e dei semplici banner. Oggi la pubblicità è costretta
ad ascoltare il consumatore-utente, a comprare
la sua opinione prima di vendergli un prodotto
Addio advertising, benvenuti
nell’era dell’invertising
BBC WORLD
CHIQUITA
LEVI’S
Sms interattivi
Sticker da 10 e lode
Condivisione no profit
Ha dialogato con il pubblico
posizionando per le strade
della città una serie di poster
capaci di ricevere sms dai passanti
L’idea è del canale di news
che ha annunciato così
il suo arrivo negli Stati Uniti
L’azienda è riuscita a conquistare
anche le fasce più giovani
grazie ad alcune idee: frequentare
gli stessi luoghi, parlare lo stesso
linguaggio e aprire un sito web
con un forum dove i ragazzi
si confrontano
Il marchio ha creato una campagna
su Facebook per sostenere
Water.org. Al raggiungimento
di centomila condivisioni
da parte degli utenti l’iniziativa
promette di portare acqua potabile
a ottomila persone per la vita
Il cliente (online) ha sempre ragione
RICCARDO LUNA
I
l primo banner fu una vera rivoluzione.
C’era già stato qualche timido esperimento, ma quando il magazine californiano
Wired pubblicò sul sito HotWired una striscia orizzontale dove c’era scritto: «Hai
mai cliccato con il tuo mouse qui sopra? Lo
farai», tutti sapevano che nulla sarebbe più
stato come prima. Era nata la pubblicità
online e faceva quello che ha sempre fatto
la pubblicità: vendere prodotti. Punto. Era
il 25 ottobre 1994. Il primo banner fu una
rivoluzione annunciata, anzi gridata; la seconda invece è iniziata sottovoce. È stato
dapprima un passaparola, poi una conversazione, a volte anche un focolaio di rivolta contro il cattivo gusto di certi spot. Come denominatore comune, l’esigenza di
contare e non farsi contare e basta. E così
quasi diciotto anni dopo quello squillo di
tromba, si arriva a un’altra data da ricordare: il 19 marzo del 2012. Quel giorno sul
blog ufficiale di Google è apparso un post
breve intitolato: «Un nuovo modo per accedere a contenuti di qualità online». Il
nuovo modo si chiama Consumer Surveys
ed è una piattaforma per fare una cosa che
la pubblicità non ha fatto mai: invece di
vendere qualcosa ai consumatori, compra
la loro opinione, scopre come la pensano.
Non in maniera occulta, ma alla luce del
sole. Alla luce del web. Consumer Surveys
fa dei semplici sondaggi, ma rischia di
mandare in pensione la pubblicità tradizionale.
«Lo stanno usando il New York Daily
News, il Christian Science Monitor, il Texas
Tribune e Pandora» racconta Hal Varian,
capo del dipartimento economico di Google, secondo cui per le piccole aziende e i
giornali è una grande opportunità. «Fun-
ziona così. Le aziende, soprattutto quelle
che non potrebbero permettersi ricerche
di mercato, creano un sondaggio con il
quale riescono a sapere che prodotto vogliono i loro potenziali clienti. Se preferiscono un certo colore, una certa forma, un
certo prezzo. Gli utenti completano le domande del sondaggio al fine di accedere ai
contenuti a pagamento del sito. E gli editori vengono remunerati quando gli utenti
completano il sondaggio e questo rappresenta per loro un’alternativa al modello
classico di far pagare i contenuti».
Per sondaggi generici, Google riceve dieci centesimi di dollari a risposta che diventano 50 per indagini mirate. Ma il punto
non sono i soldi. È il ribaltamento di prospettiva: Google, che pure ha costruito un
impero sulla pubblicità online mirata, sta
battendo da sei mesi una strada nuova per
consentire alle aziende non di vendere
prodotti cliccando su un banner, ma di
comprare opinioni. Questa cosa è il banner
2.0 di cui si fantastica da anni, ma in realtà
dal punto di vista filosofico è molto di più:
«È il passaggio dall’advertising all’invertising» spiega Paolo Iabichino, direttore
creativo di Ogilvy e autore nel 2010 di un libro diventato cult chiamato proprio Invertising. «Non parliamo di una chincaglieria
tecnologica ma di un nuovo atteggiamento, una nuova sensibilità, una nuova attitudine che la tecnologia rende finalmente
possibile. L’invertising non è un modo per
personalizzare meglio i propri messaggi,
ma per aprire, attraverso la pubblicità, un
dialogo con le persone. Farle partecipare».
La campagna simbolo di questa svolta
fu, nel 2004, quella sulla bellezza autentica
di Dove con un video di Tim Piper che su
YouTube ha fatto oltre 15 milioni di visualizzazioni e una serie di affissioni interatti-
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MINI
IKEA
‘‘
FIAT 500
L’invertising non è un modo
per personalizzare meglio i propri
messaggi, ma per aprire
un dialogo con le persone
Farle partecipare
Paolo Iabichino
Direttore creativo di Ogilvy
Il poster sa chi sei
Hotel Ikea
Come tu la vuoi
Negli Usa ai clienti che rilasciano
i propri dati viene regalato
un portachiavi con un rilevatore
a radiofrequenza: quando guidano,
i manifesti pubblicitari intercettano
il segnale e lanciano messaggi
che si rivolgono a ognuno di loro
A Oslo quaranta famiglie sono state
invitate a trascorrere una notte
nel negozio. L’azienda ha dato
ai fortunati la possibilità di usufruire
di tutti gli spazi: salotto, camera
da letto, bagno e infine la cucina
per fare colazione al mattino
Prima dell’arrivo sul mercato l’azienda
ha sviluppato una piattaforma
partecipativa dove appassionati
e professionisti hanno dato consigli
e suggerimenti. I dati sono stati
poi raccolti in un database
e analizzati dalla Fiat
Banner
GLOSSARIO
Tecnicamente in inglese
è una bandiera
Sul web è una pubblicità,
cioè uno spazio in un sito
che promuove qualcosa:
cliccandolo si va sul sito
del prodotto pubblicizzato
Advertising
È la pubblicità, ovvero
una forma di comunicazione
di marketing
per convincere un gruppo
di persone a fare qualcosa
(spesso a comprare
un prodotto)
Invertising
È un nuovo filone
della pubblicità che punta
a valorizzare il dialogo
con i potenziali consumatori,
spesso attraverso il web,
e la promozione
di messaggi autentici
Survey
È un sondaggio:
un metodo per raccogliere
informazioni quantitative
su un fenomeno. Se fatto
ai consumatori, serve
a orientare il comportamento
delle aziende
Le applicazioni nei telefonini
Sempre più numerose le app
di aziende pensate
in una logica di servizio,
usate dai consumatori
per interagire con i marchi
in modo ludico
ve in cui si chiedeva agli abitanti di New
York di partecipare a un sondaggio via sms.
Il tema era: basta con queste pubblicità di
donne finte e ritoccate al computer, la bellezza autentica è un’altra cosa.
Fu un trionfo e anche l’inizio di una nuova consapevolezza. Questa: al tempo del
web 2.0, con le opinioni che viaggiano in rete alla velocità di un tweet, non hanno più
senso le campagne che impongono modelli fuori dal mondo. Come ha scoperto lo
scorso 22 giugno la commissaria europea
all’innovazione Marie Gheoghegan Quinn
che per il lancio di una campagna per incoraggiare le studentesse a diventare scienziate ha messo in rete una clip in cui tre
adolescenti sculettanti, armate di rossetto
e tacchi a spillo, entrano in un laboratorio
seminando il panico. Quel video ha resistito online 36 ore appena, sommerso dalle
furiose proteste arrivate via twitter e da
IBM
MC DONALD
Cambio di rotta
Tu chiedi e lui risponde
Manifesti pieni di testo che stimolano
il lettore e un sito in cui tutti sono liberi
di esprimere la propria idea
Questo cambio di atteggiamento
verso il cliente ha permesso
all’azienda di allargare la propria
clientela superando Microsoft
In Canada, la società ha deciso
di ascoltare i consumatori inventando
una piattaforma digitale per poter
rispondere alle loro curiosità
I clienti possono anche leggere
le domande degli altri
e le risposte che hanno ottenuto
centinaia di altri video caricati su YouTube
da vere giovani scienziate che chiedevano
«qualcosa di autentico». Morale, via il video dello scandalo e parliamo di chi sono
davvero le scienziate, ha detto la commissaria. Bing!, anzi, invertising!
Ora questo modello sta dilagando, sostiene Iabichino. Tra i casi più emozionanti c’è la recente campagna di Levi’s: «Per il
video di lancio di una nuova collezione di
jeans, hanno cercato gli interpreti sul sito
di foto Instagram e hanno fatto un grande
uso di Twitter per alimentare la conversazione creando una piattaforma dove ciascuno è invitato a raccontare cosa fa nel
suo quotidiano per migliorare un po’ il
mondo che abitiamo». La cosa ha un sapore “buonista” come la campagna UnHate
di Benetton che ha vinto l’ultimo Grand
Prix della pubblicità a Cannes puntando
sul tema del pacifismo.
Ma invertising non è solo questo. Uno
degli esempi più riusciti è il sito di McDonald Canada. Si chiama Our food. Your
questionse consente a chiunque di fare domande e ottenere risposte pubbliche su
cosa si mangia. Roba tosta, come: «Il vostro
cibo è fresco?» «Usate additivi?» O addirittura «ci mettete un antivomito?» Ma anche
semplici informazioni del tipo: «Quante
calorie ci sono nel McFlurries?». Il tutto su
una grande bacheca pubblica che offre la
possibilità di “seguire” una domanda e
spararla su Twitter e Facebook.
Come dice una bella campagna, in pieno stile invertising, appena lanciata da
Ibm, siamo entrati nell’era del “chief executive customer”. Il cliente al tempo di internet non solo ha sempre ragione: ma devi pure starlo a sentire per capire che prodotto fare.
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INFOGRAFICA A CURA DI DAMIANA ERNESTO
App
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LA DOMENICA
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I sapori
Sottobosco
I primi ad arrivare sono gli ovuli,
più riservati e amanti del sole
rispetto a galletti e porcini
Sono i sovrani della tavola, non accettano
pause in frigorifero, perfetti anche crudi
con l’altro gioiello della terra, il tartufo
Ma attenzione ai loro gemelli maligni
LICIA GRANELLO
Ovulo reale
L’amanita caesarea
ha gambo giallino
e cappello
arancio-rosso
Di profumo delicato
e polpa soda,
battezzato dai romani
“cibo degli dei”
Muscaria
Varietà velenosa —
come la sorella
amanita phalloides
(mortale) — malgrado
l’accattivante
cappello rosso a pois
bianchi rappresentato
nelle fiabe
Sott’olio
La conservazione
che più ne rispetta
il sapore fine, a patto
che l’extravergine
non lo sovrasti
Si può anche
congelare a crudo
o mettere in aceto
Il vino
Champagne
per l’abbinamento più
semplice, o un bianco
dalle note morbide,
con legno e profumi
sotto traccia
(come un Verdicchio
invecchiato)
eale, dei Cesari, imperiale, cibo
degli dei. Impossibile trovare
un cibo che negli ultimi duemila anni abbia assommato una
tale quantità di definizioni
sontuose, a fronte del suo status di semplice miceto. Nemmeno il tartufo
bianco arriva a tanto, segnato com’è dalla diffidenza che per secoli lo ha costretto a passare per la pentola prima di arrivare in tavola.
L’ovulo reale, invece, è stato amato da subito, sia in versione nature, sia spadellato, pur
con la cura che si deve ai gioielli alimentari e
con l’attenzione a distinguerlo dai parenti
maligni. Bello da farne l’archetipo del fungo,
così come lo disegnano i bambini, buono da
farlo assurgere a campione dei campioni,
malgrado le discussioni con i sostenitori del
primato del porcino siano infinite. Le mitezze di inizio ottobre ce lo regalano al meglio
della forma, amante com’è delle temperature senza brividi, con il sole che intiepidisce il
sottobosco di faggi e castagni dopo la pioggia.
Trovarlo è una magia rara, che rallegra i cercatori. Un cesto di ovuli è un evento da segnare sul calendario. Perché mentre porcini e gal-
R
Un destino
da colti
e mangiati
letti si lasciano scoprire, mostrando gambi
panciuti e cappelli frastagliati, gli ovuli sono riservati e sobri, come richiede l’appartenenza
al ceppo nobiliare. In compenso, a saperli raccogliere con il giusto garbo, inondano il terreno di spore con generosità. Dove è nato un
ovulo ne nasceranno altri: gli esperti dicono
che nessun altro fungo regala la stessa, rassicurante certezza. Ma guai a farsi prendere dalla frenesia. Al di là della raccolta giustamente
contingentata, la legge proibisce la sua asportazione dal terreno prima che sia giunto a maturità. Così facendo, si protegge da una parte il
futuro della fungaia e dall’altra l’incolumità
dei raccoglitori. L’amanita caesaria, infatti, allo stadio iniziale è completamente inbozzolata in una membrana bianca, che la rende simile a un uovo. Solo al momento giusto, la
membrana si rompe e l’ovulo buono si manifesta in tutta la sua specificità, che lo rende ben
riconoscibile agli occhi dei cercatori esperti.
Dal bosco alla tavola, il passo deve essere
brevissimo, data la delicatezza dei suoi tessuti. Guai a conservarlo per il prossimo fine settimana: dal soggiorno in frigo esce avvilito, al
limite della commestibilità. Per rispettarlo in
tutta la sua fragile gastro-seduzione, occorre
attuare la tattica del «colto e mangiato». Quando arriva il tempo del tartufo bianco — una
manciata di giorni per gustarli entrambi, dato
che uno odia il freddo e l’altro lo ama — un velo d’olio e un nonnulla di pepe battezzano una
meravigliosa tavolozza di fragranze e profumi, anche se c’è chi aggiunge qualche briciola
d’acciuga per rendere il piatto ancora più malandrino. Approfittate dei primi weekend
d’autunno per regalarvi una full immersion
fungaiola, che dedica le prime due settimane
d’ottobre al culto dell’ovulo reale. In caso d’urgenze golose, raggiungete Cesena, dove si
svolge il Festival del cibo di strada. Se i cartocci di ovuli fritti latitano, consolatevi con una
piadina farcita di rucola e squacquerone.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Col pesce
Un’insalata di ovuli
tagliati a fettine
accompagna
il tonno alla griglia
Andar
per
Funghi
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DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
■ 41
Indirizzi
DOVE DORMIRE
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
CASTELLO DI CAMERLETTO
Corso Susa 300
Località Caselette
Tel. 011-9688404
Doppia da 80 euro, colazione inclusa
IL CIABOT
Via Costa 7, Località Roletto
Tel. 0121-542132
Chiuso dom. sera e lunedì, menù da 25 euro
ORTAGGI FRATELLI BUSIA
Via Umberto I 24
Giaveno
Tel. 011-9363280
LOCANDA TRUC BALARI
Frazione Costa, Cumiana
Tel. 329-6718445
Doppia da 60 euro, colazione inclusa
RISTORANTE REGINA
Piazza Barbieri 22
Pinerolo
Tel. 0121-322157
Chiuso domenica, menù da 23 euro
COOPERATIVA
AMOUNT E AVAL
Via Roma 20
Perosa Argentina
Tel. 0121-81786
VILLA DORIA IL TORRIONE
Strada Galoppatoio 20
Pinerolo
Tel. 0121-322616
Doppia da 110 euro, colazione inclusa
LA BETULLA
Strada Provinciale Giaveno 29
Località San Bernardino
Tel. 011-933106
Chiuso lunedì, menù da 35 euro
AGRITURISMO
FIORENDO
Via Talucco Alto 65
Pinerolo
Tel. 0121-543481
In insalata
In padella
Con tartufo bianco
Gambo e cappello tagliati in lamelle,
conditi con un’emulsione
di extravergine delicato e limone
Sopra, pepe macinato fresco
e scaglie di parmigiano reggiano
Patate di montagna bollite sode,
affettate, saltate in olio e burro,
aggiunte agli ovuli insaporiti
in poco extravergine profumato
con aglio e rosmarino
Incontro a crudo di altissima valenza
gastronomica tra gli ultimi ovuli
della stagione e le prime trifole
bianche profumate (da novembre)
Condimento lieve
Sulla strada
Il posto che conosco solo io
GIAN LUCA FAVETTO
i vuole la pioggia. Perché senza terra bagnata, senza umidità, non vengono. E
poi ci vuole il sole. Perché se, dopo la
pioggia, non salta fuori il caldo, non vengono. E
poi bisogna che non ci sia nessuno intorno.
Perché se ci sono degli intrusi o degli spioni,
non vengono; peggio, se ne vanno, nel senso
che te li portano via, quindi non bisogna farsi
seguire, non bisogna farsi vedere, bisogna dissimulare. È una questione fra te e loro, quella
con i funghi. Una questione privata, seppure
all’aperto, in mezzo alla natura. Ha riti e consuetudini che si affinano in anni di pazienza e
camminate.
Non è che, i funghi, li vai a cercare: i funghi si
vanno a trovare. Vai direttamente a casa loro,
come se andassi in visita. Conosci l’indirizzo.
Sai dove nascono, dove si raccolgono. E loro,
generalmente, ti aspettano sempre nello stesso posto, seminascosti sotto quelle foglie, sotto
quell’albero, quel castagno, in quel cafas, al li-
ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA
C
mite di quel prato, là dove c’è uno sbanco di terra e comincia il sottobosco.
Chi va a funghi conosce i posti segreti dei funghi. Da noi si chiamano reje, una parola che
suona regale, preziosa. Sono un bene prezioso,
le reje. Ciascuno ha le sue, in una parte di bosco
che diventa come una tasca, qualcosa di intimo. Si passano in eredità, ma non si rendono
pubbliche, non si raccontano. L’andare a funghi preferisce il silenzio alle parole. Puoi regalarli tutti o condividerli a cena, ma non sveli il
luogo da cui provengono. Non è ingenerosità,
è il piacere della raccolta, quel gesto che comincia dagli occhi, quella carezza che diventa
strappo morbido, quella golosità del tocco.
C’è chi raccomanda l’uso del coltello per raccoglierli, ma tagliarli è come mozzare la coda ai
cani. Non si va a funghi con un’arma. Si va con
naso, occhi, tatto. E con quella parte di corpo
che richiama la fortuna.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Zuppa
Filetto
Soffritto di dadini di lardo,
burro e olio per insaporire gli ovuli
a fettine, poi brodo vegetale
Nella zuppiera, un uovo sbattuto
con parmigiano e crostini
Acciuga sciolta lentamente
in extravergine e poi la carne a dorare
per sigillarne gli umori, lasciando
il cuore rosa e salando alla fine
Sopra, lamelle di ovuli crude
LA RICETTA
Figlio d'arte (la famiglia gestisce
la pasticceria Converso di Bra,
Cuneo), Alessandro Boglione
guida la cucina del Castello
di Grinzane Cavour, tra tradizione
e spirito innovativo, come
nella ricetta ideata per Repubblica
Ingredienti per 4 persone
12 scampi freschi
di media grandezza
200 gr di ovuli reali
2 uova fresche
olio extravergine
del Garda
sale marino
pepe nero al mulinello
patata viola
Pulire gli scampi, tagliarli a metà e adagiarli tra due fogli di carta
da forno leggermente unta. Con un batticarne ridurne lo spessore
a un paio di millimetri. Disporre il carpaccio ottenuto al centro
del piatto. Mondare gli ovuli, eliminando la parte esterna
bianca, tagliarli con un coltello in fettine sottili e, dopo averli
conditi con poco olio, sale e pepe, posizionarli sul carpaccio
Mettere le uova in acqua fredda e bollire cinque minuti,
raffreddare Emulsionare il rosso cotto con poco olio, pochissimo
pepe e niente sale. Guarnire il tutto con delle chips di patata viola,
qualche cristallo di sale, un filo di olio ed erbe fresche aromatiche
✃
Carpaccio di scampi, ovuli reali e crema cotta di rosso d’uovo
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 7 OTTOBRE 2012
■ 42
LA DOMENICA
L’incontro
Era l’attore biondo, collezionista
di love story e di film non sempre
memorabili. Ma quest’anno qualcosa
è cambiato: le nozze, un terzo figlio,
la casa a New Orleans. Al cinema
si spoglia in “Magic
Mike”, è un reporter gay
in “Paper Boy”,
uccide in “Killer Joe”
E, per la prima volta,
convince i critici:
Star system
Matthew
McConaughey
“Ho seminato e aspettato
Non sono più il principe
azzurro di cui ero prigioniero”
iao, sono Matteo». Matthew
McConaughey
si esprime in un
italiano traballante ma volenteroso.
Telefona dal suo cellulare mentre percorre in macchina le strade della Lousiana, in sottofondo la voce della moglie, l’ex modella Camila Alves. «Stiamo cercando una nuova casa a New
Orleans. Ho girato qui Killer Joee anche
due dei miei prossimi film, da attore e
produttore, saranno ambientati in zona. Ci staremo molti mesi e quindi abbiamo bisogno di una casa, una casa
piacevole». Il tono di voce, si intuisce
anche dalla linea che viene e va, è da felicità assoluta. «Credo di essere al culmine della mia vita. Ho quarantadue
anni, una carriera che mai avrei sognato di raggiungere, una famiglia vera e
una fondazione che assorbe il mio bisogno di aiutare gli altri. Non saprei
davvero cosa chiedere di più».
Non è stato, ovviamente, sempre così. Matthew McConaughey, fusto texano, sguardo vagamente somigliante a
quello del suo idolo Paul Newman, nel
suo tragitto verso il successo s’è incagliato spesso. Non è stato uno di quelli
che «il palcoscenico a quattro anni». Il
più piccolo di tre fratelli maschi, è nato
a Uvalde, in Texas, la madre insegnante d’asilo e il padre ex sportivo riciclatosi nel business petrolifero. «Ero bravo a scuola, soprattutto eccellevo nello
sport. Ho iniziato a girare qualche spot.
Pensavo che tutto fosse facile e non era
così». Incurante della distanza, come
se fosse una normale conversazione a
quattr’occhi, racconta di come le sue
ambizioni si siano infrante presto con-
a Penélope Cruz, conosciuta sul set
dell’avventuroso Sahara. Ma la donna
della sua vita è la modella brasiliana
Camila Alves. Oggi la coppia ha due figli: Levi, quattro anni, e Vida di due, e
un terzo è in arrivo: la notizia del lieto
evento (postata su Twitter da entrambi i genitori) che li ha costretti ad anticipare la data delle nozze, celebrate lo
scorso 9 giugno: «La stabilità sentimentale, l’avere una famiglia mi ha
davvero cambiato la vita: i figli ti costringono a pensare positivo, a rivedere il mondo dalla loro prospettiva. Devo a loro se oggi ho chiarezza di prospettive e il coraggio di scelte artistiche
più azzardate».
L’estate scorsa è arrivato il momento della verità professionale: tre ruoli
forti in altrettanti film controversi che
gli sono valsi il plauso sbalordito della
critica. È il sicario psicopatico Killer Joe
nel film omonimo di William Friedkin
(nelle sale italiane in questi giorni), un
Ho sempre avuto
un ottimo rapporto
con mia madre,
ma non dimenticherò
mai quando mi disse:
“Ti voglio bene,
ma adesso
non mi piaci più”
FOTO ANTHONY HARVEY/PHOTOSHOT/SINTESI
«C
ROMA
tro una serie di audizioni fallimentari.
«Fu allora che decisi di prendermi una
pausa di due anni e di studiare davvero. Poi ho capito che dovevo avere forza, coraggio, e una personalità autonoma. Quando ho ricominciato con i
provini i risultati sono stati diversi».
L’occasione gliela diede Richard Linklater con il film La vita è un sogno.
Matthew si fa notare dai critici, «avevo
ventun anni, in quel periodo morì mio
padre e io sentii che non ero più un ragazzo. Il motto Just keep living, che è
oggi il nome della mia casa di produzione, è nato così».
Il ruolo che lo consolida è quello dell’avvocato Jake Brigance del film Il momento di uccidere, basato sul romanzo
di John Grisham. Steven Spielberg lo
vuole in Amistad, Ron Howard lo sceglie per Edtv. Ma dal 2000 il prestante
latifondista (ha una proprietà in Texas
di 1.600 acri pagata 500mila dollari) cavalca l’onda delle commedie romantiche da grande incasso. Prima o poi mi
sposo con Jennifer Lopez, Come farsi
lasciare in 10 giorni con Kate Hudson,
A casa con i suoi con Sarah Jessica
Parker. L’ormai divo, cristallizzato nel
personaggio di scapolo attraente e poco impegnato che cambia per amore,
crea quasi un lucroso sottogenere di
commedia a sé. L’immagine a torso
nudo è marchio distintivo: «Amo lo
sport e la vita all’aria aperta: logico che
circolino questo tipo di foto», si difende al telefono. Anche se però continua
a spogliarsi: per lo spot di un profumo
italiano e molto al cinema. Al punto
che una rivista inglese specializzata ha
pubblicato un diagramma con le percentuali corporee in cui l’attore è “scoperto” sul grande schermo.
Allo status cinematografico di fidanzato ideale fa da contrappunto una vita reale sregolata. Nel ’98, chiamati da
un vicino di casa, i poliziotti lo trovano
impegnato a suonare i bonghi in piena
notte, completamente nudo. Viene arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e possesso di marjiuana, ma l’accusa per droga decade e lui paga solo
una multa per schiamazzi. Quando
glielo si ricorda, dice: «Ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con mia
madre, ma non dimenticherò mai di
quando mi disse: “Ti voglio bene, ma
non mi piaci più”».
Il fatto è che Matthew piace molto alle donne, passione che ricambia con
entusiasmo. Una teoria di fidanzate famose: da Sandra Bullock a Ashley Judd
giornalista omosessuale nel disturbante The Paper Boy di Lee Daniels e il
guru dello spogliarello maschile in Magic Mike di Steven Soderbergh. «Ho
scelto questi personaggi uno a uno,
consapevole che ciascuno di loro era
un rischio. Ho seminato e aspettato.
Sapevo che se fossero venuti fuori tre
film buoni o almeno decenti, avrei
cambiato per sempre l’immagine di
principe azzurro di cui ero ormai noiosamente prigioniero». È decisamente
un principe perverso quello di Killer
Joe, che s’innamora di una seducente
adolescente interpretata dalla ventenne Juno Temple: «La prima volta che ho
letto il copione ho rifiutato il ruolo, lo
trovavo un personaggio ripugnante.
Ma poi Friedkin mi ha fatto riflettere
sul lato ironico della storia in cui tutti i
personaggi sono immorali».
Anche in questi film ci sono ampie
scene di sesso e nudo, «ma il corpo stavolta è stato strumento fondamentale
al servizio del personaggio e del film».
Ora però Matthew è pronto per sgonfiare i muscoli: è calato oltre 13 chili per
interpretare la vera storia di Ron Woodroof, tossicomane che nel 1986 contrasse l’Aids, «gli diedero un mese di vita, era incompatibile ai farmaci usati
per le cure. Trovò rimedi alternativi, si
affidò all’omeopatia, visse più a lungo
di quando si potesse sperare e aiutò gli
altri». Un ruolo, quello in The Dallas
Buyers Club, che sembra fatto apposta
per concorrere agli Oscar. Come non
bastasse, è arrivata la chiamata di Martin Scorsese. «Sono andato da lui un
mese fa, mentre guidavo per raggiungere la sua casa a New York, pensavo
che esattamente vent’anni prima, nel
’92, ero stato alla prima lezione di cinema dedicata proprio ai suoi film. È
stato un flashback entusiasmante».
Nel film The Wolf of Wall Street interpreta il capo e mentore di Leonardo Di
Caprio. «Sono stato sul set una settimana. Leonardo è un collega formidabile ma soprattutto Scorsese mi ha
conquistato. Non mi aspettavo il suo
senso dell’umorismo, si ride insieme
tutto il giorno. E il fatto che ti lascia libertà creativa. Alla mia età, a questo
punto della carriera, credo di essere in
grado di aggiungere qualcosa di mio ai
personaggi che interpreto, e Martin
mi è venuto dietro».
McConaughey ha lasciato New York
in fretta. Non ama il caos urbano. Perfino Malibu, dove ha una bella villa, è
un posto con una densità abitativa
troppo alta per uno abituato alla solitudine e agli spazi aperti. Per anni le sue
vacanze sono state in roulotte in posti
sperduti. La vacanza spartana è stato
uno dei motivi di rottura con la fin troppo metropolitana Penélope Cruz. La
neosposa Camila, invece, condivide di
buon grado le vacanze itineranti: «che
si possono fare benissimo con i bambini al seguito», dice l’attore. Non che
McConaughey sia un teorico della vita
frugale. Almeno a giudicare dalle pretese riguardo alla casa che sta cercando a New Orleans. Eccolo che al telefono descrive i suoi criteri: «Il problema
di questi luoghi è che le case sono stratificate su più piani. Tipo la cucina al
primo e la camera da letto al terzo. Così se ti viene voglia di uno spuntino notturno fai avanti e dietro in continuazione, no grazie. La cerchiamo tutta su
un piano, ma non è facile perché vogliamo almeno quattro stanze da letto,
visto il terzo figlio in arrivo». E poi c’è il
problema della piscina: «I bimbi la vorrebbero, ma io sono un tipo ansioso.
Una piscina significa vivere lo stress
che se perdi di vista uno dei bambini
quello poi magari ci cade dentro. No,
grazie, niente piscina».
Ma il ricchissimo McConaughey si
occupa anche degli altri, con la sua
fondazione: «Aiutiamo adolescenti
talentuosi ma poveri a sviluppare le
proprie capacità, a continuare gli studi». Alle teorie filosofiche sulla mancanza di idealità e di motivazioni che
il mondo politico regala ai giovani di
oggi il pragmatico, il divo repubblicano stigmatizza: «I discorsi contano
poco, quello che conta in America è
darsi da fare, frequentare buone scuole, portare a casa un lavoro ben retribuito. Queste sono le cose che ti cambiano la vita». Clic.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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ARIANNA FINOS

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