Anno 2 Numero 15 - 20.04.2009

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Anno 2 Numero 15 - 20.04.2009
una settimana dopo aver varato un piano edilizio
senza regole che finge di ignorare tutti i
presupposti su cui si fondai l’edilizia italiana e
che invece gli abruzzesi hanno conosciuto
benissimo sulla propria pelle.
Anno 2 Numero 15 - 20.04.2009
Cimiteri a orologeria
Editoriale
di Gian Maria Tosatti
Il terremoto ha iniziato a dare i suoi frutti. E chi li
raccoglie non ha pudore di metterli in bella vista
come trofei sventolanti sulle macerie. Ha
cominciato il Tg1 che per la giornalista Susanna
Petruni ha scritto un monologo degno di Werner
Schwab sul trionfo nei dati auditel. E a ruota,
anzi, a valanga, è arrivato Berlusconi la cui
popolarità - ci racconta Renato Mannheimer sul
Corriere di ieri – è schizzata letteralmente alle
stelle con più che probabili ripercussioni sulle
prossime elezioni amministrative ed europee.
D’altra parte formula vincente non si cambia e se
le sgambate tra la “munnezza” nella crisi dei
rifiuti del napoletano è valsa al premier l’accesso
a Palazzo Chigi, quelle tra le macerie aquilane gli
varranno il bis in Europa e nelle province. E allora
eccolo lì, pronto, col suo caschetto da pompiere
in pieno stile trasformista, infaticabile, appena
Eccoli allora i vincitori (?) e i vinti che sanno
sempre tutto, anche quando nessuno dice niente.
Perché, come al solito, della cosa più importante
non si parla mai. Uno dei pochi a dire qualcosa è
stato un certo vignettista, tale Vauro, che pare
non passi la vita alla scrivania ma sia spesso in
prima linea con Emergency dove ci sono catastrofi
senza riflettori accesi. Il giovedì successivo al
terremoto firmava un disegno la cui didascalia
recitava «Non è il momento per le polemiche» e
sotto il fumetto proseguiva «Ché in Italia si
rispettano sempre i morti e mai le norme
antisismiche». La Rai l’ha reputata una caduta di
stile più grave dell’allucinante monologo della
Petruni e Vauro è stato mandato in vacanza. Ma
cosa c’era dietro la vignetta di Vauro? Per noi non
è difficile dirlo. Ne avevamo parlato in un
editoriale dell’anno scorso. La tesi allora era
semplice: la principale attività industriale italiana
è la fabbricazione di morti. Un’idea non troppo
difficile da sostenere se si tiene conto che
l’azienda (una delle poche vere multinazionali
italiane) col più alto giro d’affari di questo paese
è la mafia. Ma non la mafia di una volta, quella
delle lupare, quanto piuttosto quella sotterranea
che emerge di tanto in tanto anche nel nord
Italia, a Duisburg, a Parma. E’ la mafia che s’è
messa in affari e gestisce partecipazioni in
aziende di ogni tipo, con particolare predilezione
per l’edilizia. E allora quello che Vauro racconta
in quella vignetta non è la tradizionale incuria
italiana che fa le cose “alla romanella”. Dietro
quella satira amara c’è un mondo che da
quarant’anni, ossia dagli anni ’70 di Vito
Ciancimino, è diventato sistema, con le sue
regole, i suoi cartelli e le sue percentuali
d’indebolimento del cemento come strategia di
business. E questo non solo nella Palermo del
sindaco picciotto arrestato nel 1984, ma anche
nella Napoli del dopo-terremoto irpino, in cui
l’anno dopo, nel 1985, perdeva la vita Giancarlo
Siani, giornalista che cercava di rintracciare la
rotta dei miliardi che sparivano nel tragitto da
Roma ai paesi del sisma campano. A ricostruire
quel terremoto fu la camorra, che allora, agli
inizi degli anni Ottanta iniziava ad avere già pieni
poteri sulle gare d’appalto e sulla gestione di
società edilizie fantasma che nel gioco di scatole
cinesi dei subappalti ha tirato fuori quanto
bastava per pagare gli studi ad una nuova
generazione di mafiosi che ormai non ha quasi più
bisogno di sparare per alzare la produzione della
propria fabbrica di morti. Lo scandalo dei rifiuti
che Saviano ci racconta attraverso un panorama
di colline artificiali su cui uomini e animali si
ammalano quotidianamente ha fatto saltare la
percentuale alle stelle e anche il terremoto
abruzzese, in tempi di crisi industriale, ha fatto
segnare una virtuosa controtendenza nel business
dei morti radendo al suolo quei cimiteri ad
orologeria che sono le case italiane. E, oltre a
quello dei cadaveri, un altro parametro si
appresta a salire, quello della voce “edilizia” che
secondo i dati dell’Eurispes dovrebbe essere la
seconda voce nel bilancio di Cosa Nostra (il primo
è il traffico di droga – agente chimico di prima
importanza nella trasformazione di uomini in
cadaveri). L’edilizia frutta annualmente a Cosa
Nostra (quindi solo alla mafia siciliana) una cifra
che si aggira attorno ai 2 miliardi e
ottcentocinquanta milioni di euro. Ciò basterebbe
a dimostrare che l’infiltrazione della malavita
organizzata in questo segmento economico è
strutturale. Ma a rendere le cose più chiare ci
pensa la magistratura con migliaia di
intercettazioni telefoniche che si possono trovare
nei libri di certi cronisti giudiziari (il lavoro che
piaceva fare appunto Siani) come Lirio Abbate (il
mese scorso è uscito “I complici” per Fazi Editore
sui rapporti fra la cupola di Provenzano e il
mondo di politica e affari), finiti sotto scorta per
non avere lo stesso magro destino del giovane
predecessore la cui storia è diventata questa
settimana un bel film di Marco Risi.
In queste intercettazioni, alcune delle quali lette
da Travaglio nella puntata di Anno Zero che è
costata il posto a Vauro (e riportate nel video
allegato al nostro editoriale della settimana
scorsa) c’è l’esatta spiegazione della vignetta del
disegnatore toscano e anche l’esatta spiegazione
di come mai una intera città sia crollata tutta
insieme come fosse di carta. In piedi, è vero,
sono rimaste le costruzioni più vecchie e ad Onna,
il paese che più di tutti ha risentito del sisma,
hanno resistito senza un graffio le pochissime
villette costruite a noma anti-terremoto, ossia
l’eccezione che conferma la REGOLA.
si sono viste le fotografie, si sono ascoltati i
drammi, si sono scatenate le polemiche, ma
nessuno ha parlato di mafia. Come se non
esistesse. Come se fosse solo una questione di
lupare che in Abruzzo non hanno sparato un
colpo.
E invece non è così. Per raccontarlo abbiamo
voluto pensare un numero diviso in due parti. La
prima è dedicata al concetto ambivalente di
ricostruzione – da intendersi sia in senso edilizio
che in senso giornalistico. Ne fanno parte due
figure diverse ma dai destini non troppo dissimili,
Roberto Saviano, che qualche giorno fa sulle
colonne di Repubblica ha voluto spiegare quanto
la penetrazione delle cosche in Abruzzo sia una
realtà in attesa di occasioni di sviluppo già da
qualche anno, e il già citato Siani, la cui morte,
legata ad un’altra ricostruzione (edilizia e
giornalistia), quella dell’Irpinia, ha trovato in
questi giorni una ruvida e precisa narrazione
cinematografica.
La seconda parte, aperta come trait d’union dalla
ricostruzione giornalistica di Alberto Nerazzini su
una storia di ‘Ndrangheta, affronta invece una
realtà che non è più marginale, quella del ruolo
delle donne dentro e fuori le organizzazioni
criminali, dalle donne boss al centro delle
cronache giornalistiche di questi giorni e di quelle
cinematografiche, alle mogli e alle madri di
Forcella, in prima linea con la cultura per
disegnare un futuro diverso per sé stesse e per i
loro figli.
La ricostruzione a rischio clan
Ricostruzioni #1: Ecco il partito del terremoto
di Roberto Saviano
L'AQUILA - "Non permetteremo che ci siano
speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non
devono neanche pensarci di riempirci di cemento.
Qui decideremo noi come ricostruire la nostra
terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole.
Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi
arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi
abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la
sua paura non è finita con il sisma.
Per questo particolare rispetto dei morti che si
vive nel nostro paese abbiamo dovuto aspettare
due settimane perché il Presidente della
Repubblica chiedesse chiarimenti sul tema delle
responsabilità in ambito edilizio. E il Presidente
della Camera Gianfranco Fini ha atteso che a
pronunciarsi fosse il suo più alto in grado prima di
avanzare una richiesta di indagini che è arrivata
soltanto ieri. Nel frattempo, si è parlato di tutto,
La maledizione del terremoto non è soltanto quel
minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che
accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i
borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i
soldi che arriveranno e rischieranno non solo di
rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La
paura per gli abruzzesi è quella di vedersi
spacciare come aiuto una speculazione senza
limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di
un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato
proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia
distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per
la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che
si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come
alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in
un baleno sprofondare nel pavimento stranamente
apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il
tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia
madre che raggiunsi sul balcone dove insieme
precipitammo e io svenni". Benedetto Croce
rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte
ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si
racconta che il padre gli ripeteva una sola e
continua raccomandazione "offri centomila lire a
chi ti salva".
Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza
sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità
pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da
pagare per questa regione potrebbe essere
altissimo, ben oltre le centomila lire del povero
padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è
accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi,
la corruzione, il monopolio politico e criminale
della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di
chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi
arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza.
Ciò che è tragedia per questa popolazione per
qualcuno invece diviene occasione, miniera senza
fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri,
ingegneri e architetti stanno per invadere
l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra
innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di
cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti
dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli
uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi
d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di
ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la
certezza di avere incarichi remunerati benissimo e
alimentati da un sistema incredibile.
"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni",
mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con
lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto
dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la
togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia
l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di
29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta -
dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo
ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni
centomila euro di contributo statale l'onorario
tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta
quest'anno il governo ha ripartito ancora somme
per il completamento delle opere post sisma: 80
milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha
ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a
realizzare le ultime case, a finanziare quel che è
rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29
anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione
ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del
contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle
professionali, naturalmente tutto è fatto a norma
di legge. Costi di progettazione, di direzione
lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore.
Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il
tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo
a saldare.
Il rischio della ricostruzione è proprio questo.
Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi,
gli appalti generano subappalti e ciclo del
cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni
attireranno l'avanguardia delle costruzioni in
subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di
camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono
sempre state. E non solo perché nelle carceri
abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra
imprenditrice. Il rischio è proprio che le
organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi
i grandi affari italiani. Ad esempio: alla
'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la
ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.
L'unica cosa da fare è la creazione di una
commissione in grado di controllare la
ricostruzione. Il presidente della Provincia
Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila
Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere
controllati, vogliamo che ci siano commissioni di
controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali
sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono
e investono. E per un bizzarro paradosso del
destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la
maggior parte di boss investitori nel settore del
cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in
regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più
resistente.
I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di
camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si
scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso
a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo.
Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya
Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci
most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo.
Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria
criminal-imprenditoriale degli Zagaria di
Casapesenna era riuscito in più occasioni a
sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato
localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove
si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si
trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di
pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il
traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa
densità abitativa di molte zone e la disponibilità
di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai
carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90
vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti
solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva
tutto in terre abbandonate e cave dismesse in
Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di
camorra.
Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi
infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità
di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le
imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni
tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi
mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di
rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e
volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo
sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni
ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende,
che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal
rugby che in questo campo sono arrivati molti
aiuti. La resistenza di queste persone è la malta
che unisce volontari e cittadini. È quando ti
rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il
privilegio di ogni respiro. Questo è quello che
cercano di raccontarmi i sopravvissuti.
Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata
a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di
vedere una città così. Pericolante, piena di
polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani
delle case quasi tutti hanno almeno una parte
esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo
terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo
storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto
è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire
qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei
ricordato che sei un aquilano..." mi dicono.
L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la
cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me
lo ricordano, come un dovere: presidiare quello
che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria.
Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In
questo terremoto sono morti giovani e anziani.
Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto
addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che
hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura
più fragile del corpo d'un palazzo.
I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono
fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono
sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano
che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li
devo andare a pescare che magari cade un soffitto
e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere
romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe
fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto
rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il
termine macerie è troppo usato. È come se non
significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli
oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro
fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto
lampadari, lampadari, lampadari. In verità è
quello che non vedi mai fuori da una casa. E
invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili,
gli oggetti che per primi hanno dato spesso
inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita
ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove
è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni
cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben
fatta, invece era costruita su fondamente
vecchie". Si è fatto poco per controllare...
La dignità estrema di queste persone me la
raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede
niente. È come se per loro bastasse essere rimasti
in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi
chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io
sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa
mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno
ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di
questo paese, il migliore che abbia mai raccontato
il terremoto e ciò che ha generato scrive in una
sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto
dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora
meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo
questo non accada. Non permettere che la
speculazione vinca come sempre successo in
passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto,
ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla
terra che trema ma dal cemento.
© 2009 by Roberto Saviano - Published by
arrangement with Roberto Santachiara Literary
Agency
L’articolo è apparso su «la Repubblica» del 14
aprile 2009.
Dentro Fortapàsc
Ricostruzioni #2: Risi filma la storia di Giancarlo
Siani, giornalista ucciso da un “dopo-terremoto”
di Federico Pontiggia
Una carriera fulminante, e breve, quella di
Giancarlo Siani. La sera che venne ucciso, il 23
settembre 1985, il cronista del Mattino aveva solo
26 anni. Un "praticante abusivo", amava definirsi,
senza contratto ed eternamente a rischio. Non un
giornalista impiegato ma un "giornalistagiornalista", uno che va a caccia di scoop, che si
sporca le mani e non vanta amicizie importanti.
«Né Don Chisciotte né santo», sottolinea il fratello
Paolo, ma «un ragazzo che aveva tanta voglia di
vivere e che faceva per bene il suo lavoro:
informava, e perciò ha pagato con la vita». Una
sorta di eroe per caso, ingenuo e brillante, che
Marco Risi racconta in Fortapàsc, biopic a lungo
accarezzato dal regista, e scritto insieme ad
Andrea Purgatori e Jim Carrington.
Quattro mesi nella vita di Siani (interpretato da un
sorprendente, misurato Libero De Rienzo): le
corse in macchina tra i vicoli di Torre Annunziata
insieme all'amico Rico (Michele Riondino), i
rimbrotti del caporedattore Sasà (Ernesto
Mahieux), i primi contatti in polizia e l'amicizia col
pretore Rosone (Gianfelice Imparato), la scoperta
di un enorme mercato di appalti per la
ricostruzione post-terremoto e dei pericolosi
rapporti tra i politici locali e gli esponenti del clan
di Valentino Gionta, fino alla morte annunciata
per mano della camorra.
Garrone, che lavora drammaturgicamente su una
rapsodica sottrazione e ridisegna l’identikit del
camorrista odierno, antropologicamente più simile
a Cannavaro e ai tronisti di Uomini e Donne che
non all’enciclopedia del genere cinematografico,
ci sono già tutte le premesse di una definitiva
riscrittura del mafia-movie – alcuni parlano
addirittura di punto di non ritorno – Risi,
viceversa, privilegia una rappresentazione piana,
quasi paratattica – già a partire dal montaggio –
instradandosi sulla lunga e gloriosa scia del
cinema d’impegno civile, ovvero rivendicando per
la settima arte il ruolo di coscienza civico-morale
oggi saldamente in mano alla fiction televisiva.
Intenzione nobile e complessivamente riuscita,
con un lavoro biografico e memoriale che trova sul
grande schermo nitidezza formale, definizione
stilistica e forza morale raramente riscontrabili in
nei prodotti per il piccolo schermo tarati sulle
logiche della mera fruibilità commerciale.
Ineluttabilmente datato? Forse, ma Fortapàsc
deve “aderire” a una camorra profondamente
diversa da quella attuale: non ancora quella
frammentata e feroce dei Casalesi, ma quella
verticistica, comandata da due o tre famiglie, e
fortemente ancorata a Cosa Nostra.
«Fortapàsc però - afferma Risi - non è tanto un
film sulla camorra, ma sul rapporto che il
giornalismo italiano intrattiene con la realtà. Nel
film si dice che a Napoli tutta l'acqua diventa
fango. Ebbene, gli esempi alla Siani, ci ricordano
che è possibile riconvertire quel fango in acqua»,
come testimoniano i cammei di alcuni familiari
delle vittime di camorra, da Lorenzo Clemente marito di Silvia Ruotolo, una giovane mamma
uccisa per sbaglio - ad Annamaria Torre - figlia di
Marcello Torre, sindaco di Pagani, ammazzato nel
1980.
Datato, dunque? Poco importa, in fondo, perché
estremamente attuale e inquietante è il monito
che conserva: «Fortapàsc, questo fortino
inespugnabile della malavita, è cresciuto e si sta
prendendo il Paese».
Il triangolo delle Bermude
Mafia – sostantivo femminile #1: «Scandalo a
Filadelfia» di Alberto Nerazzini racconta di come
si possa sparire tra Lamezia e Vibo
di Gian Maria Tosatti
Classica la struttura e pure la caratterizzazione
dei personaggi, Giancarlo Siani, pur senza
oleografia, assurge a eroe, almeno della residua
speranza. In questo, ma soprattutto nel ricorso a
una antropologia mafiosa marcata e prevedibile,
Fortapàsc si discosta da Gomorra, del quale
potrebbe legittimamente essere inteso prologo
fuori tempo massimo. Se nell’adattamento di
Recensire un solo racconto all’interno di
un’antologia potrebbe sembrare una operazione
politicamente scorretta e potrebbe far desumere
che il resto non valga neppure una riga di analisi.
E invece è tutto l’opposto. Almeno in questo caso,
perché il testo in questione è un racconto
contenuto in una delle raccolte di Minimum Fax,
ossia di quella casa editrice che ha letteralmente
resuscitato il concetto di antologia per farne uno
strumento letterario d’indagine sul presente. Così
che questa, come le altre raccolte dell’editore
romano finiscono per essere abissi tascabili entro
cui infilare di tanto in tanto il naso, un po’ a caso,
senza la necessità di una lettura progressiva. E il
libro in questione, ossia Il corpo e il sangue
d’Italia, uscito alla fine del 2007, ne è
evidentemente un esempio. A comporlo, sotto la
cura di Christian Raimo, cui si deve gran parte del
merito di questo restyling editoriale, sono un
gruppo di giornalisti che hanno cercato di trovare
una forma letteraria per raccontare storie reali
che potessero fungere da osservatorio privilegiato
su un paese che quotidianamente sfugge a se
stesso pur non facendo altro che parlarsi addosso.
E dell’unico racconto di cui si parlerà in questa
recensione, la cosa che forse colpisce di più è
l’accenno rapidissimo che l’autore fa ad una
videocassetta vista a casa della famiglia di
Va l e n t i n o G a l a t i , u n r a g a z z o s c o m p a r s o
(letteralmente) nel quadro della particolare storia
di mafia (‘ndrangheta per la precisione) che è
oggetto della storia. Quando il televisore viene
acceso Alberto Nerazzini ha appena condotto una
crudissima intervista alla madre del ragazzo. Per
tutto il tempo, domanda dopo domanda, una
donna in nero, con le sue mezze risposte ha dato
uno dei più lancinanti ritratti di cosa sia la mafia.
Nelle sue esitazioni di fronte alle domande del
giornalista che le chiedeva conto dell’omicidio del
figlio da parte dei suoi vicini di casa, la famiglia
del boss, c’era la rabbia e l’impotenza, il
disorientamento e la consapevolezza. Nerazzini
per circa dieci pagine insiste, provoca la donna, in
modo quasi insopportabile per chi non abbia
l’ostinazione del reporter a far uscire la verità e
tutti i suoi risvolti, per chi non abbia lo stomaco
del chirurgo che per fare l’autopsia deve aprire in
due il corpo di un uomo e frugarci dentro. Alla
fine, la tensione si allenta. Nel videoregistratore
una delle figlie della donna mette la videocassetta
su cui si susseguono i diversi interventi televisivi
fatti dalla madre a seguito della scomparsa del
fratello. E’ sempre la stessa intervista. Il tema
non può cambiare, eppure nel pomeriggio di Rai
Uno, per un quarto d’ora, il conduttore della
trasmissione, anch’egli un giornalista, uno con lo
stesso tesserino di Nerazzini, riesce a condurre un
dialogo senza mai far emergere l’ombra della
mafia. Neppure un accenno, neppure un’allusione.
Dopo pochi capoversi il racconto si chiude. Questo
piccolo dettaglio, queste cinque righe tra sessanta
pagine mettono il sigillo sull’intera vicenda e
spiegano da una parte il perché l’autore fa il
mestiere che fa e dall’altra definiscono il valore di
questa piccola inchiesta trattata come un
racconto letterario. Eccola lì a confronto la stessa
storia vista da due angolazioni diverse. In una non
c’è niente se non appunto una scomparsa,
nell’altra c’è appunto un racconto di «corpo e
sangue».
Per conoscerlo bisogna andare un po’ indietro,
bisogna raccontare la storia di un altro ragazzo
scomparso, uno la cui madre non ha avuto
esitazione a rompere il silenzio a fare nomi e
cognomi a sfidare l’omertà di tutti. Santo
Panzarella come Valentino Galati scompare nel
nulla un pomeriggio di primavera. Che fine ha
fatto lo racconterà tempo dopo un testimone
dell’esecuzione senza però raccontarne i motivi.
Alla base di tutto c’è una donna, Angela Bartucca,
moglie del capoclan di Filadelfia (che non si trova
negli Stati Uniti, ma incastrata tra le province di
Lamezia Terme e Vibo Valentia), donna bellissima,
capelli neri e occhi dello stesso colore, figura
umana, quasi animale, in cerca di un amore che
non riesce a provare per un marito che passa
lunghissimi soggiorni in carcere. E’ lei la
misteriosa fidanzata di cui alcuni picciotti parlano
senza farsi capire pochi giorni prima di sparire nel
nulla. E’ così che va. Così raccontano quelle due
madri così diverse, chiuse dal destino in un
tagliente triangolo femminile che getta una luce
bruciante su un mondo fatto di ombre, di lati
oscuri. Attorno una massa indistinta di personaggi
che regolano conti, che «fanno pulizia» dell’onore
del boss la cui donna «non può» tradire e se lo fa
allora la controparte deve sparire, diventare
nessuno appunto. Ed ecco la semplice trama di
questa storia di corpi mai trovati, dove tutto
sembra chiaro solo a chi legge il racconto a
centinaia di chilometri da quella terra in cui
anche una madre con un figlio ucciso può dire solo
mezze verità.
Nerazzini, con una puntualità che gli è consueta
quando fa il giornalista (ricordiamo il
documentario La mafia bianca di cui ci
occupammo nell’anno 1 numero 6) mette in fila
tutti gli indizi, tutti i dettagli di un racconto che
riesce a tenere il ritmo avvincente di una prosa
letteraria rubando il respiro al lettore dall’inizio
alla fine. Ci sono i fatti, sì, ma anche tutte quelle
sfumature di cui talvolta le storie di cronaca
hanno bisogno per poter essere comprese sul
serio, per poter mostrare i moventi di una
macchina omicida come la mafia, che, per quanto
sia difficile crederlo è composta da esseri umani,
uomini e donne di «corpo e sangue».
In libreria: a cura di Christian Raimo, Il corpo e il
sangue d’Italia, minimum fax, 2007, pp. 326, 16
euro.
Nessun genere
Mafia - sostantivo femminile #2: Due film
raccontano l’ascesa delle donne nelle cosche
di Federico Pontiggia e Gianluca Arnone
Un paesino della Sicilia, alla metà degli anni '80.
Rita Mancuso (Veronica D'Agostino), figlia di un
uomo d'onore del posto, assiste impotente
all'uccisione del padre. Sei anni dopo la stessa
sorte tocca al fratello di Rita, Carmelo (Carmelo
Galati). Decisa a vendicarsi si presenterà al
procuratore antimafia di Palermo con le prove
necessarie per incriminare l'intera "piovra" locale.
Dovrà però fare i conti con le minacce dei boss, il
ripudio della madre (Lucia Sardo) e le difficoltà di
adattamento alla vita da testimone protetto...
Per l'esordio nel lungometraggio di finzione il
palermitano Marco Amenta riprende il soggetto di
un suo documentario, Diario di una siciliana
ribelle (1998) - sulla tragica vicenda di Rita Atria,
una ragazza di 17 anni che si dissociò dalla
famiglia per diventare collaboratrice di giustizia di
Borsellino e morire suicida una settimana dopo
l'uccisione del giudice -, cambia i nomi dei
personaggi reali e alcune situazioni, ma lascia
intatto l'obiettivo di fondo: ricostruire la memoria
di un personaggio unico nella storiografia mafiosa
e farne il testimone esemplare di un riscatto.
Amenta si riallaccia alla doppia tradizione del
cinema d'impegno civile e dei mafia movie
italiani, respingendo però come Gomorra ogni
fascinazione per i gangster e introducendo in un
immaginario logoro una figura inedita, quella di
un'affiliata (ma dalla fedina penale pulita) che
decide di ribellarsi e passare dalla parte della
giustizia.
Sulla carta interessante, l'operazione non
mantiene però tutte le promesse. Amenta non
riesce a infondere al racconto una sua cifra
personale, appiattendo immagini e sintassi su una
discorsività di matrice televisiva. A dispetto poi
degli elementi di novità della storia, il film
procede per accumulo di cliché e situazioni tipo la rappresentazione del côte criminale è banale e
simile a tante altre, mentre la via crucis dei
testimoni di mafia era stata restituita con
maggiore efficacia dal Testimone a rischio di
Pozzessere -, segnando un passo indietro rispetto
all'evoluzione del genere portata avanti da altri
registi italiani (Capuano, ad esempio).
Ma a mancare più di ogni altra cosa alla Siciliana
ribelle, è una definizione forte della protagonista.
Se la Rita di Amenta "reagisce" più che agisce, non
è per via di un destino ineluttabile al quale
l'eroina si piega, ma per assecondare gli snodi di
sceneggiatura. Il passaggio dalla sete di vendetta
al senso di giustizia è repentino e immotivato, il
fondamentale apporto della cognata Piera (la
moglie del fratello di Rita, che fu la prima in
famiglia a pentirsi) omesso del tutto, e il
trattamento del personaggio avrebbe richiesto
maggiore adesione psicologica. Non a caso il
regista, che fino ad allora aveva liberamente
ricostruito e inventato, recupera nel finale i
filmini in super 8 della vera Rita Atria e le
immagini di repertorio della strage di via
d'Amelio: un'ammissione, forse, di quanto
inadeguata sia la finzione a risarcire la verità.
Cambia mafia, ma non risultato Galantuomini di
Edoardo Winspeare, che dopo il non riuscito
Miracolo a Taranto del 2003 torna in Salento per
tallonare la storia d'amore impossibile definizione sua - tra il magistrato Gifuni e la boss
Donatella Finocchiaro negli anni '90 della Sacra
Corona Unita.
Scritto da Winspeare, Andrea Piva e Alessandro
Valenti, il film mette al centro la loro relazione
pericolosa, delegando ai margini - forzatamente il milieu sociale, ovvero criminale.
Peccato, perché i suoi criminali cialtroni,
simpatici e in definitiva deficienti (salvo la boss
Finocchiaro e il Carmine Za' di Giorgio Colangeli)
sono divertenti, pur se non attendibili - riuscito
soprattutto il bullo, cocainomane ed erotomane
Beppe Fiorello - mentre il passo doppio di Gifuni e
Finocchiaro va a picco, sia per mera
verosimiglianza - al lumicino, checché ne dicano i
magistrati "consulenti" del film - sia per la
mancanza di alchimia interpretativa tra i due, con
un Gifuni spaesato e spaesante. Sceneggiatura
scellerata, loro sono il focus, e il loro fallimento nonostante la discreta prova della Finocchiaro decreta quello globale del film. C'è poco da
salvare, tra cui la magistrata Gioia Spaziani,
qualche piano d'insieme umoristico della Sacra
Corona Unita, come dicevamo, e qualche nota
della colonna sonora, di certo dopo Gomorra, ma
anche a prescindere, questa (non-)ntropologia
mafiosa è vecchia, drammaticamente vecchia. E
dire che Galantuomini è solo una storia d'amore
non salva, anzi affossa senso e dimensione del
“boss in gonnella”. Come a dire, la mafia si scrive
al femminile, ma la si pensa unicamente al
maschile: almeno al cinema. Non è giunta l’ora di
aprire lo schermo a una mafia transgender?
Strumenti di difesa
Mafia – sostantivo femminile #3: creare una
comunità consapevole a Forcella attraverso il
teatro
di Mariateresa Surianello
Già il luogo scelto per le aperture al pubblico dei
laboratori è impregnato dei vissuti delle donne,
delle loro emozioni, delle loro solitudini e
sofferenze. Il Complesso dell’Annunziata, dove
fino alla fine dell’Ottocento girava la Ruota degli
Esposti, e, in particolare, il suggestivo Succorpo
ha ospitato le serate conclusive de La scena delle
donne, un articolato progetto sulle arti sceniche
ideato e organizzato da Marina Rippa e Fernanda
Fucillo. Coppia inedita di operatrici (una del
teatro e l’altra della scuola) che ha coinvolto in
questa iniziativa, realizzata a Forcella, uno dei
quartieri più difficili di Napoli, una serie di
professioniste della scena, ciascuna chiamata per
la propria specificità artistica. E sono state cento
le partecipanti ai laboratori teatrali, tenutisi
presso l’Istituto Comprensivo Ristori-Durante,
diretto proprio da Fernanda Fucillo, che ha
concepito gli spazi scolastici come luoghi di
incontro e di formazione non solo per i giovani e
ben oltre gli orari canonici delle lezioni. In una
zona del centro città in cui sono assenti aree verdi
e spazi di aggregazione, questa scuola
(elementare e media) è riuscita a svolgere quella
che dovrebbe essere la funzione della Scuola,
trasformandosi in luogo di accoglienza, ascolto e
formazione per le alunne ma anche per mamme,
nonne, sorelle, zie e amiche. Non a caso è stata
rintitolata alla memoria di Annalisa Durante, la
quattordicenne uccisa il 27 marzo del 2004 nel
corso di una sparatoria tra clan camorristi.
Annalisa era testimone silenziosa di una realtà
insostenibile, contro la quale si sarebbe
sicuramente battuta, se le fosse stato concesso di
vivere. Scriveva Annalisa e nel suo diario aveva
annotato anche la morte del giovane Claudio
Tagliatatela, avvenuta qualche mese prima della
sua, in quelle stesse strade del quartiere, dal
quale la ragazzina sarebbe voluta fuggire.
Un’uccisione casuale che mostra la feroce
barbarie con cui la criminalità napoletana regola i
suoi conti in mezzo a folle di innocenti. Episodio
che, riportato da Roberto Saviano in Gomorra, ha
scatenato la reazione di Matilde Andolfo, curatrice
con Mario Fabbroni, della pubblicazione per i tipi
della Pironti del Diario di Annalisa.
In questo contesto di guerre tribali ha preso corpo
La scena delle donne, dimostrando che altre
relazioni sono possibili, altri pensieri possono
trasformare la vita di tutti i giorni. Marina Rippa
(tra l’altro, fondatrice e anima della compagnia
Libera mente, per la quale ha curato il gesto e il
movimento di tutte le produzioni con la regia di
Davide Iodice), forte dell’esperienza laboratoriale
di Donne con la folla nel cuore, condotta al Teatro
Trianon nel 2007, è tornata a lavorare sul
territorio, riaffermando la funzione sociale del
teatro. E ricreando un’occasione per trasmettere
quel linguaggio scenico che permette poi, a chi lo
sperimenta, di guardare e leggere la propria
esistenza e i fatti quotidiani con una diversa
consapevolezza. Sostenuto dall’Assessorato alle
politiche sociali e alle pari opportunità della
Regione Campania, il progetto è di quelli che non
creano il grande evento, ma provocano invece una
traccia profonda nel territorio dove sono
impiantati. E quando si concludono lasciano un
vuoto, sine die, perché il suo rifinanziamento –
come del resto è prassi in Italia – per il 2009-10,
non è assicurato, nel frattempo è cambiata
assessore nella Giunta campana.
Un’incertezza che però non cancella la
soddisfazione di Marina Rippa per quanto accaduto
in questi mesi a Forcella con quel centinaio di
donne, dai 9 ai 73 anni, e con le sue compagne di
lavoro. «Siamo riuscite a sviluppare competenze,
a colmare le distanze culturali, a far socializzare
le persone, a formare il gruppo, a integrare le
diversità e, non ultimo, a creare le condizioni
migliori – dice Rippa - per una crescita equilibrata
della persona nella comunità in cui vive». Per
molte partecipanti ai laboratori non è stato facile
entrare in quella scuola, togliersi le scarpe e
iniziare a raccontarsi, ad ascoltare le altre, a
stare insieme. Il teatro è servito come «alimento,
utensile, come luogo del ritrovamento di sé, della
propria storia, della propria dimensione di
soggetto – sottolinea Rippa - e del proprio ruolo
all’interno del mondo che abitiamo». Le donne,
madri lavoratrici o madri casalinghe, hanno
dovuto spezzare la routine quotidiana e ritagliarsi
uno spazio per ripensare se stesse, entrando in
relazione le une con le altre. Hanno vissuto
conflitti, superato timori e resistenze delle
famiglie, dei propri compagni e personali,
rimettendo in gioco se stesse. E dai frammenti di
testo, raccolti per le aperture finali, quest’ansia
compare come momento di passaggio verso una
presa di coscienza e il riconoscimento dei propri
bisogni. «Scusate…maaa…’e che se tratta? ‘O
teatro? E che s’adda fa’? [...] All’inizio ho avuto
un po’ di problemi – ripete una donna - perché
mio marito diceva “ma che vai a fa'? A perdere 'o
tiempo?”. Mia mamma ca mi diceva: “No, se devi
fare un lavoro concreto, pure se ti danno poco, io
i bambini te li tengo, però pe’ fa e strunzate, no!
[...] la famiglia era contraria, me sentiv’ in
difetto! Io sono timida, comm’ vaggià spiegà: me
metto scuorn! Poi ho partecipato a qualche
incontro... e mi vergognavo di fare tutto!
Chiedevano delle cose che sembravano strane…
diciamo, non le capivo. Però tutta la settimana ci
pensavo e mi faceva stare bene. Per esempio, ci
andavo il lunedì e il martedì mattina mi scetavo
più… più contenta, con più voglia di fare la
mamma, la moglie. Poi, succedeva che mentre
camminavo per strada ripensavo a certe cose che
ci facevano fare al laboratorio e ridevo da sola,
allora mi chiedevo tra me e me “stesse
addiventann' scema?”. Poi succedeva che il
mercoledì non vedevo l’ora che veniva il giovedì
per ritornare al laboratorio. Sentivo questa voglia
forte… [...] allora tutte quelle voci di mamma,
mia sorella, mio marito, l’aggio menat’ a vie 'e
for’ perché sta cosa vulev’ capì si ‘a putev’ fa’. E
allora ho detto: “Manna a fan culo a tutt’ quanti e
continua!”».
Per rendere più autonome le donne madri e
agevolarle nella decisione di partecipare ai
laboratori è stato attivato in concomitanza anche
un servizio di baby sitting, al piano terra della
scuola. E addirittura, per dare valore al lavoro
svolto, a queste donne sarà corrisposto un gettone
di presenza.
Diviso in due segmenti, “Trame adulte” e “Trame
bambine”, questo laboratorio sulle arti sceniche
ha fornito i mezzi per l’esplorazione dell’universo
femminile, a partire dal racconto anche
autobiografico e dalla capacità di ognuna di
costruire oggetti, mettendosi alla prova con
un’artigianalità extra quoditiana. Il segmento
dedicato alle adulte è stato seguito da sessanta
donne (a loro volta suddivise in quattro gruppi),
condotte nella ricerca della propria espressione
attraverso la guida della stessa Marina Rippa
(corpo e scena) e di Alessandra Cutolo (scrittura
per la scena), rispettivamente occupate nella
creazione del movimento e del racconto. Mentre
Daniela Salernitano ha lavorato alla realizzazione
dei costumi e Rosellina Leone, studiando l’uso dei
materiali e le scenografie, ha costruito con il suo
gruppo un teatro delle ombre. Ne è uscita una
composizione collettiva fatta di pezzi di vita
vissuta, di esperienze soggettive, di emozioni
soffocate e qui finalmente condivise con le altre.
«Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dei
vuoti, delle differenze, / ossia nella società
frantumata, dispersa, / in cui la gente è ormai
priva di ideologie, / dove non vi sono più valori; /
in questa società il teatro ha la funzione di creare
l'ambiente / in cui gli individui riconoscano di
avere dei bisogni / a cui gli spettacoli possono
dare delle risposte. / Quindi ogni teatro è
pedagogia.» - le trame di donne sono state
rintracciate anche seguendo questo pensiero di
Jacques Copeau per innestare le arti sceniche in
questo contesto e farne un percorso esperenziale
per ogni donna, giovane, adulta e vecchia.
“Trame bambine” è stato invece seguito da venti
alunne (dalla quinta elementare alla terza media)
e dalle loro mamme. Le coordinatrici (Daniela
Politi e Luisa Cavaliere, con la collaborazione di
Linda Dalisi, Tonia Garante, Chiara Licenziati e
Laura Massa) hanno raccolto le storie, indagato
desideri, speranze, delusioni di queste
giovanissime donne con l’intento di procedere
all’interno di una scrittura “di sé come cura”.
«Attraverso questo percorso si è ritenuto di poter
intervenire empiricamente sulla consapevolezza di
sé e degli altri, contribuendo – affermano le
curatrici - a favorire la pratica della cittadinanza
attiva».
Tutta questa esperienza, documentata dalle foto
di Irene De Caprio e dalle riprese video di
Alessandra Carchedi, sarà raccolta in un libro che
uscirà il prossimo giugno. Servirà a diffornedere la
conoscenza della Scena delle donne di Forcella e a
conservarne la memoria. «La bellezza del lavoro
che abbiamo svolto, e anche la sua unicità, sta nel
mettere insieme, operatrici comprese, donne di
provenienza, età, cultura diverse, attraverso le
arti della scena. E sentire – conclude Marina Rippa
- che questo percorso ha gettato un seme sulla
qualità della vita di ciascuna».
Le aperture de La scena delle donne si sono svolte
presso il Complesso dell’Annunziata – Succorpo,
dal 26 al 28 marzo 2009.
la differenza
settimanale di cultura
on-line su www.differenza.org
direttore responsabile
Gian Maria Tosatti
in redazione
Graziano Graziani, Giorgina Pilozzi, Attilio
Scarpellini, Mariateresa Surianello.
La rivista è finanziata nell'ambito del progetto
Scenari Indipendenti, promosso dalla Provincia di
Roma in collaborazione con il Ministero per i
Beni e le Attività Culturali e la Regione Lazio.

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