Il Mare Corto - Cooperazione Italiana

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Il Mare Corto - Cooperazione Italiana
un mensile diretto
da Aldo Bonomi
2010
settembre
45
il Mare Corto
Il Mare Corto
Italia-Albania, storie di sviluppo e di cooperazione
Pierpaolo Ambrosi, Elisabetta Belloni, Aldo Bonomi, Ardian Civici,
Saba D’Elia, Aldo Cibici, Giuseppe De Rita, Flavio Lovisolo, Alessandro
Laterza, Gianfranco Marzocchi, Alessia Montanari, Ferdinand Poni, Marco
Ranieri, Maurizio Regosa, Genc Ruli, Sherefedin Shehu, Selami Xhepa
45
2010
Ambasciata d'Italia a Tirana
Comitato scientifico
Direzione
Comitato di redazione
Promotori
Giuseppe De Rita (presidente), Alberto Abruzzese, Giulio Albanese,
Alessandro Azzi, Gian Paolo Barbetta, Pierpaolo Baretta, Pietro Barcellona,
Lea Battistoni, Paolo Bedoni, Marino Bergamaschi, Ugo Biggeri, Riccardo
Bonacina, Aldo Bonomi, Carlo Borgomeo, Massimo Cacciari, Maurizio
Carrara, Virginio Colmegna, Giacomo Contri, Riccardo Della Valle, Camillo
De Piaz, Giuseppe Dolcini, Luca Doninelli, Johnny Dotti, Giulio Ecchia,
Roberto Esposito, Claudia Fiaschi, Carlo Formenti, Giuseppe Frangi,
Cesare Fumagalli, Bruno Genovese, Giuseppe Guzzetti, Stefano
Marchettini, Sergio Marelli, Salvatore Natoli, Andrea Olivero, Laura Olivetti,
Fabrizio Palenzona, Franco Pasquali, Edoardo Patriarca, Silvano Petrosino,
Savino Pezzotta, Davide Rampello, Ermete Realacci, Marco Revelli,
Enzo Rullani, Marina Salamon, Giuliano Segre, Fabio Terragni, Riccardo
Terzi, Marco Vitale, Stefano Zamagni, Flaviano Zandonai
Aldo Bonomi (direttore), Stefano Zamagni, Marco Revelli,
Riccardo Bonacina, Giuseppe Frangi, Marco Dotti
Stefano Arduini (coordinatore), Riccardo Bagnato, Linda Barsotti,
Simone Bertolino, Francesco Cancellato, Cristiana Colli, Salvatore
Cominu, Sara De Carli, Claudio Donegà, Sergio Gatti, Daniele
Germignani, Albino Gusmeroli, Rosa Rossini, Joshua Massarenti,
Giulio Mauri, Maurizio Regosa, Daniela Romanello, Luca Romano
Acri, Acli, Aiccon, Aisac, Aism, Associazione Enzo B, Associazione
Trenta ore per la Vita, Atlha, Avis sede nazionale, Cesvi,
Confartigianato, Confcooperative, Federsolidarietà, Confederazione
nazionale Coldiretti, Consorzio Cgm, CdO - Opere sociali, Federazione
Alzheimer, Federazione italiana delle BCC, Fondazione Aiutare i
bambini, Fondazione Cariplo, Fondazione Casa della Carità,
Fondazione Don Gnocchi, Fondazione Dynamo, Fondazione Exodus,
Istituto Cortivo, Lega autonomie locali, Lega del Filo d’Oro,
Movimento Consumatori, Unicredit
“Communitas” periodico mensile - Già EF - Etica Finanza
settembre 2010 - Anno X
Vita Altra Idea Soc. Coop., via Marco d’Agrate 43 - 20139 Milano
Registrazione del Tribunale di Milano n. 382 del 25 giugno 2001
La testata usufruisce dei contributi statali diretti
di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250
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Direttore responsabile: Giuseppe Frangi
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Cura redazionale: Daniela Romanello
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Stampato su carta riciclata al 100% e confezionato in bioplastica Mater-bi
Prezzo di copertina: euro 7
ISBN 978-88-95480-00-8 ISSN 1825-4993
Abbonamento annuale Italia (9 numeri): euro 50
È un’iniziativa editoriale
un mensile diretto
da Aldo Bonomi
2010
settembre
Il Mare corto
Italia-Albania, storie di sviluppo e di cooperazione
45
SOMMARIO
Introduzione
Riccardo
Bonacina
7 Nota di edizione
Genc
Ruli
11 Sviluppo dei territori, è ora di riequilibrare
Saba
D’Elia
17 Cooperazione, dal 1991 al futuro
Ferdinand
Poni
21 Due popoli, un mare, un’amicizia
Editoriale
Flavio
Lovisolo
27 Italia-Albania, una cooperazione con
grandi possibilità
Analisi e prospettive
Giuseppe
De Rita
Aldo
Bonomi
Alessandro
Laterza
Marco
Ranieri
39 Sviluppo locale e modernizzazione dell’Italia
49 Le quattro fasi dello sviluppo italiano
63 Territori di prossimità scambio e sviluppo
71 Il settore privato in Albania
SOMMARIO
Artan
Fuga
95 Lo sviluppo agrario e rurale in Albania
Adrian
Civici
107 Le politiche si sviluppo rurale in Albania
Selami
Xhepa
119 Un nuovo focus per le politiche industriali
Sherefedin
Shehu
133 Sviluppo regionale e finanze local
Alessia
Montanari
143 Le risorse della migrazione
Maurizio
Regosa
175 Lapraka, una storia di cooperazione
Pier Paolo
Ambrosi
185 Così nacque la Caritas Albania
Franco
Marzocchi
195 Cantiere legislativo, presto l’impresa sociale
Il Commento
Elisabetta
Belloni
203 Non più beneficiario ma Paese partner
NOTA DI EDIZIONE
di
Riccardo Bonacina
Comitato di direzione di Communitas
L’
Albania è uno dei Paesi dell’area balcanica che hanno raggiunto lo status di potenziali candidati all’Unione Europea
compiendo negli ultimi anni considerevoli passi verso lo sviluppo
economico e sociale. L’ultimo decennio in particolare è stato caratterizzato da una crescita economica sostenuta e costante, che ha
cambiato le condizioni di vita della popolazione e ridotto la diffusa
povertà. Dai primi anni 90 sono state realizzate importanti riforme
strutturali ed il Paese, nonostante la battuta d’arresto del 1997-98
dovuta al collasso del sistema delle “piramidi finanziarie”, ha registrato notevoli progressi in campo politico ed economico raggiungendo una relativa stabilità.
Il decentramento amministrativo in Albania, avviato già nei primi
anni 2000, è stato fortemente stimolato dalla firma dell’Accordo di
stabilizzazione e associazione con l’Unione Europea del 2006.
L’accelerazione del processo d’integrazione con l’Unione ha, infatti,
comportato la necessità di ridisegnare le strutture amministrative
locali, rivedendo la divisione di competenze e funzioni di quest’ultime in relazione al governo nazionale.
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NOTA DI EDIZIONE
Tale processo, di fatto irreversibile, si è innestato in un contesto
caratterizzato da forti disparità nello sviluppo territoriale. Il divario
regionale, misurato in termini di povertà assoluta, di accesso ai servizi essenziali e ai sistemi primari di educazione e più in generale di
tassi di crescita economica e conseguente tasso di occupazione, ha
avuto come effetto immediato l’incremento dei flussi migratori
interni e verso i Paesi limitrofi.
Nonostante l’impatto positivo per i bilanci dei singoli nuclei familiari, i flussi finanziari derivanti dalle rimesse degli immigrati
all’estero hanno prodotto al contempo alti consumi, senza però
determinare nuovi investimenti produttivi. Analogamente l’esodo
dalle campagne verso le città principali non si è accompagnato ad un
adeguato processo di nuova industrializzazione.
Il processo di decentralizzazione in Albania negli ultimi dieci
anni è stato sostenuto dai diversi “donatori” internazionali; sono stati
realizzati infatti azioni e programmi sia su scala locale, promuovendo la partecipazione allargata ai processi decisionali che intervengono sulle comunità territoriali, sia su scala nazionale, assistendo i
ministeri e il governo nella pianificazione delle strategie di sviluppo
locale.
In questo contesto, la Cooperazione italiana ha dato e continua ad
offrire il proprio contributo tecnico e finanziario soprattutto attraverso il supporto alle agenzie locali di sviluppo.
Contraddizioni analoghe a quelle descritte hanno attraversato la
società italiana fino a non molti anni fa e ancora persistono in alcuni casi e sotto diverse forme. Molte sono anche state le risposte che
nel corso degli anni la società italiana ha dato alla sfida di produrre
il proprio sviluppo. Fra queste certamente è da considerare lo sviluppo locale, inteso come un miglioramento qualitativo delle condizioni di vita di una popolazione nel suo territorio, attraverso lo sviluppo delle sue capacità (capacity development)di programmare e gestire
gli investimenti, incrementare le proprie capacità produttive ed i
propri redditi ma anche la qualità della propria vita in generale.
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RICCARDO BONACINA
Guardare all’evoluzione della concezione e della pratica dello sviluppo locale in Italia ha una finalità che non è puramente accademica, ma è giustificata, in primo luogo, dalla consapevolezza che non è
possibile comprendere le soluzioni adottate ignorandone la matrice
storica e che solo attraverso questa conoscenza è possibile proporre
tale esperienza ad altri.
Sulla base di queste riflessioni la Conferenza sullo sviluppo locale promossa nell’aprile 2010 a Tirana ha avuto lo scopo di rappresentare agli interlocutori albanesi le esperienze italiane individuando nella capacità di “lettura” di un territorio e delle vocazioni di sviluppo che esso esprime una traccia comune alle diverse teorizzazioni e ai conseguenti modelli prodotti. Questa capacità e gli strumenti metodologici ad essa sottesi possono risultare utili per i processi di
sviluppo in atto in Albania.
Una conferenza di cui questo numero di Communitas restituisce i
materiali fondamentali.
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PER UNO SVILUPPO
EQUILIBRATO
Diviene imperativo, essendo tutti interessati ad un grande
obiettivo strategico quale è l’Unione Europea, realizzare
l’integrazione, al nostro interno, di tutta l’Albania con uno
sviluppo di qualità, sostenibile e senza squilibri tra diversi
territori. Ma questo sviluppo bilanciato può essere raggiunto
solo se ci si appoggia fortemente sulle risorse e sulle capacità
interne delle stesse regioni e degli loro attori
di
Genc Ruli
ministro dell’Agricoltura, Alimentazione e Protezione del consumatore
N
on mi ero preparato ad essere io ad aprire i lavori della conferenza, ma vorrei innanzitutto ringraziare gli organizzatori, in
particolare l’Ambasciata d’Italia, che all’interno di questa maratona
di successo, come io la definirei, nell’ambito della stagione degli
eventi italo-albanese, ha pensato di includere anche il dibattito su un
tema così importante, come quello dello sviluppo locale e della valorizzazione del territorio. Si tratta di un tema oggetto di frequenti
dibattiti dell’ultimo decennio, in particolare nei Paesi membri
dell’Unione Europea. Un tema che si sta facendo spazio sempre di
più negli approcci e nelle politiche di sviluppo di questi Paesi.
È per l'Albania il momento opportuno per parlare di un tale
tema? Certamente, direi. Credo non sia né presto né tardi per parlare di questo tema e per farlo entrare nei nostri programmi di politiche per lo sviluppo. L’Albania ha fino ad oggi avuto sicuramente
un’agenda in cui prevalgono le riforme trasformative della transizio-
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PER UNO SVILUPPO EQUILIBRATO
ne e dei processi di sviluppo economico, e, più recentemente, a ritmi
ben più stringenti, anche i processi e le riforme relativi al percorso di
integrazione. In generale, questo ampio quadro di riforme - che non
per forza guarda ad uno sviluppo sostenibile e di qualità ma più ad
uno sviluppo rapido dell’economia - ha registrato un considerevole
progresso in più settori.
Credo siamo tutti spettatori, e forse anche attori, di questi enormi cambiamenti avvenuti in Albania nelle ultime due decadi. Si rileva tuttavia che i grandi cambiamenti positivi, sociali ed economici
registrati in Albania nel’ultimo ventennio sono stati accompagnati
anche da una forte differenziazione fra le regioni in via di sviluppo,
fra le regioni del Paese, fra i diversi territori del Paese, dove le zone
urbane e quelle costiere si sono sviluppate con ritmi molto più rapidi ed elevati rispetto a quelle remote, rurali e montane. Quindi, la
differenziazione nello sviluppo, la differenziazione nella concentrazione dei beni, è evidente. L’Albania anche nel precedente periodo
del regime socialista aveva una tale differenziazione negli sviluppi
regionali. Certo è che i grandi movimenti demografici di questi ultimi vent’anni sono uno dei fattori che hanno fortemente influito
sulle rapide riallocazioni, in massa ed istintive, del capitale da parte
anche dei privati e, d'altro canto, l’indirizzo di tutte le energie dello
Stato e della politica in primo luogo nelle grandi riforme per la liberalizzazione e la trasformazione dell’economia non potevano fare da
contrappeso per ottenere, presto e durante lo stesso processo di rinnovazione, uno sviluppo sostenibile ed equo, ossia parallelo, di tutte
le regioni. L’Albania non è certamente il primo Paese ad affrontare
una tale realtà. Potremmo far riferimento alla storia, non molto
remota, direi degli ultimi 50 o 40 anni, anche dei Paesi vicini
all’Albania, quale l’Italia stessa, dove in realtà lo sviluppo sproporzionato fra le regioni è stato forse per la politica il problema principale
e all’ordine del giorno.
In questi ultimi vent’anni abbiamo notevolmente migliorato
anche le politiche per lo sviluppo, le politiche adottate dallo Stato
12
GENC RULI
nell’intento di guardare sempre più alle visioni ed ai programmi strategici a lungo termine.
Oggi, quasi ogni settore dell’economia albanese ha la sua piattaforma economica di sviluppo. Naturalmente, le politiche e le misure
sono molto importanti per la creazione di un quadro, di una cornice
nazionale di sviluppo. Ma a livello locale, non si produce immediatamente il prodotto atteso se non si riesce ad agire in modo integrato negli approcci intersettoriali e senza coordinare al meglio gli sforzi in merito. È chiaro che diviene imperativo per noi oggi, essendo
tutti interessati ad un grande obiettivo strategico quale è l’integrazione nell’Unione Europea, realizzare l’integrazione, al nostro interno, delle regioni o dei territori albanesi con uno sviluppo di qualità
e sostenibile e senza grosse differenze fra di loro.
Tuttavia, direi che questo sviluppo sostenibile e bilanciato può
essere raggiunto solo se ci appoggiamo fortemente sulle risorse e
sulle capacità interne degli stessi territori, delle stesse regioni, delle
stesse autorità e degli attori che operano in questi territori. In effetti, perché le istituzioni del governo centrale o nazionale e le loro
politiche possano avere un ruolo importante nello sviluppo bilanciato locale, occorre muoversi in primo luogo creando un clima favorevole al business in tutto il territorio nazionale, in secondo luogo
migliorando l’accesso alle infrastrutture soprattutto nelle zone o
regioni meno sviluppate o più arretrate, tramite l’attuazione di differenti meccanismi di promozione, soprattutto finanziari, nonché promuovendo le reti verticali di trasformazione interistituzionale.
Spetta però alle stesse autorità locali garantire il buon funzionamento, la valutazione e l’ulteriore promozione delle proprie risorse.
Occorre che teniamo presente che in questo sviluppo non equo,
sproporzionato, le regioni più arretrate sono tali non perché private
delle risorse naturali - perché in molti casi è il contrario-, ma perché
sono più che altro private di risorse umane qualificate, le quali si
sono spostate, quasi calamitate, verso le zone di sviluppo, verso le
zone urbane.
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PER UNO SVILUPPO EQUILIBRATO
Certamente questo approccio di sviluppo locale e valorizzazione
delle risorse e delle capacità di ciascun territorio diviene ancora più
necessario nell’ambito dell’ottica dello sviluppo rurale. È vero che
l’agricoltura rappresenta oggi la principale attività economica per la
popolazione che vive nelle zone rurali. Considerevoli sforzi, specie
negli ultimi 4-5 anni, sono stati e vengono compiuti dai governi a
sostegno di questo settore. Si potrebbe accennare al continuo
aumento dei fondi a sostegno degli schemi di supporto diretto, sia
con investimenti, sia con aiuto diretto all’azienda agricola tramite lo
schema che stiamo cercando di applicare per promuovere ed agevolare il credito agricolo, l’attivazione delle infrastrutture di base dell’agricoltura, specie quella di irrigazione e drenaggio, la costruzione
di mercati e macellerie, del mercato del marketing agricolo o in tema
di miglioramento della sicurezza alimentare.
Nonostante il supporto sempre maggiore dello Stato a favore dei
questo settore, lo sviluppo sostenibile e bilanciato delle zone rurali
non può tuttavia essere raggiunto solo attraverso lo sviluppo dell’economia agricola, specie nelle remote zone rurali e montane, in cui
le stesse potenzialità di sviluppo agricolo sono limitate, sia in termini di superficie di terreno agricolo che in termini di condizioni climatiche o di accesso assai limitato al mercato.
Dunque lo sviluppo di queste zone richiede un approccio di sviluppo più ampio, interterritoriale e, direi, più innovativo. In primo
luogo per garantire la valorizzazione delle diverse risorse alternative
delle zone rurali, sia umane che naturali, un servizio più efficace dei
valori, direi dei valori autoctoni delle zone ruralu, nonché dei valori
ecologici, intendendo con ciò la biodiversità, l'alimentazione più
sana, l'aria pulita, i valori e beni culturali, il folclore, la tradizione,
l'artigianato, il modo di vivere ed i valori comunitari, la rete sociali
dei rapporti, i rapporti comunitari, ed anche i rapporto premoderni
che ancora hanno quelle società che potrebbero avere una loro utilità anche nei tempi degli sviluppi moderni, lo sfruttamento più efficace degli sviluppi multifunzionali di queste risorse, il migliore col-
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GENC RULI
legamento dell’agricoltura aziendae con il turismo, l’agriturismo o
con altre attività economiche.
In realtà, sono questi anche i punti di orientamento dell’attività
del ministero da me presieduto che sta ora rivisitando le politiche e
le misure da adottare per lo sviluppo rurale del futuro, essendo stato
investito del ruolo chiave per la strategia dello sviluppo rurale.
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COOPERAZIONE,
DAL 1991 AL FUTURO
Guardare all’evoluzione della concezione e della pratica
dello sviluppo locale in Italia ha una finalità non puramente
accademica, ma giustificata dalla consapevolezza che non si
possono comprendere le soluzioni adottate ignorandone la
matrice storica e solo attraverso questa conoscenza è possibile
proporre tale esperienza ad altri. L’obiettivo, con la firma del
nuovo Protocollo di cooperazione, è affiancare l’Albania nel
processo di integrazione europea
saluto di
Saba D’Elia
Ambasciatore d’Italia a Tirana
L
a conferenza, organizzata nel quadro degli eventi attraverso cui
la Cooperazione italiana del ministero degli Affari esteri si racconta e racconta quanto fatto per sostenere i partner albanesi negli
ultimi vent’anni, si propone di analizzare il percorso del processo di
sviluppo italiano e quali di queste esperienze possono essere utili per
riflettere assieme sullo sviluppo albanese. Tra queste, certamente ha
una particolare importanza lo sviluppo locale inteso come un
miglioramento qualitativo delle condizioni di vita di una popolazione nel suo territorio, attraverso la crescita delle sue capacità di programmare e gestire gli investimenti, incrementare le proprie capacità produttive e i propri redditi.
Guardare all’evoluzione della concezione e della pratica dello sviluppo locale in Italia ha una finalità che non è puramente accademica, ma che è giustificata, in primo luogo, dalla consapevolezza che
non si possono comprendere le soluzioni adottate ignorandone la
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TITOLO ARTICOLO
matrice storica e solo attraverso questa conoscenza è possibile proporre tale esperienza ad altri.
Gli strumenti della programmazione negoziata, adottati anche in
ambito europeo, e le invenzioni più genuinamente italiane, come i
patti territoriali ed i distretti industriali, hanno infatti radici profonde nella riflessione e nel continuo lavoro di ricerca di un insieme
vario di intellettuali, operatori sul campo, animatori italiani che
hanno cercato di affermare il primato dell’analisi del locale in contrapposizione al modello centralistico.
Oggi qui a Tirana ci sono certamente i più autorevoli tra questi
intellettuali e ci potranno certamente aiutare nel comprendere i
punti nodali del processo che ha plasmato i modelli italiani di sviluppo locale, ed analizzare insieme agli autorevoli relatori albanesi
quanto ci sia di effettivamente riproponibile in una società ed economia in transizione come l’Albania.
L’impegno della Cooperazione italiana a sostegno dello sviluppo
albanese compie vent’anni, ed è stato riconfermato nel nuovo
Protocollo bilaterale di cooperazione, firmato lo scorso 12 aprile in
occasione della visita del ministro Frattini. Il Protocollo guiderà la
programmazione dei prossimi interventi della Cooperazione italiana
per il periodo 2010-2012, con l’obiettivo generale di sostenere
l’Albania nel processo di integrazione europea. La Cooperazione
italiana concentrerà i nuovi investimenti solo in tre settori, concordati con i nostri partner albanesi: lo sviluppo rurale, lo sviluppo
sociale e lo sviluppo del settore privato.
Rinnoveremo quindi il nostro impegno attuale nella promozione
della piccola e media impresa, che rappresenta - in Albania come in
Italia - un volano essenziale per la crescita economica e il sostegno
all’occupazione. Il nuovo Protocollo prevede pertanto il rifinanziamento di importanti iniziative già in corso: la linea di credito e il
fondo di garanzia in favore delle piccole e medie imprese. Agli attuali 27,5 milioni di euro se ne aggiungeranno altri 15, portando così la
disponibilità complessiva del programma a 42,5 milioni di euro.
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SABA D’ELIA
Rinnoveremo ugualmente il nostro tradizionale impegno a sostegno delle politiche sociali, con l’obiettivo di favorire il più ampio
accesso possibile a servizi socio-educativi e socio-sanitari di elevata
qualità. Abbiamo scelto per questo settore uno strumento fortemente innovativo: la conversione del debito. Si tratta di una formula per
la quale l’Italia “rinuncia” al ripagamento di una parte del debito
contratto dall’Albania; questo mancato ripagamento viene quindi
“convertito” in fondi che il governo albanese userà per finanziare iniziative di sviluppo concordate con la Cooperazione italiana. Il programma - il primo di questo genere in Albania - finanzierà quindi
interventi a sostegno delle politiche di sviluppo sociale per un
ammontare di 20 milioni di euro.
Il nuovo Protocollo segna inoltre un’apertura importante al
mondo dell’agricoltura e dello sviluppo rurale. Lo sviluppo rurale
rappresenta una priorità del processo di integrazione europea; in
questa fase di “pre-adesione”, l’Albania è chiamata a dotarsi di misure e strumenti operativi che le consentano, nel prossimo futuro, di
gestire le politiche di sviluppo rurale di tipo europeo. Abbiamo quindi scelto di sostenere il governo albanese con un programma di
modernizzazione del settore agricolo per 10 milioni di euro; il programma finanzierà il potenziamento delle strutture del ministero
dell’Agricoltura preposte alla gestione dei fondi europei, così come
diverse iniziative a sostegno delle imprese agricole.
Colgo l’occasione di questo saluto istituzionale per esprimere il
mio auspicio che il Protocollo di cooperazione possa affiancare
l’Albania nelle restanti tappe del processo di integrazione europea,
mirando a promuovere un processo di sviluppo veramente sostenibile in accordo con il principio europeo di sussidiarietà, rendendo le
amministrazioni locali e regionali soggetti promotori della crescita
economica e sociale.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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DUE POPOLI, UN MARE
UN’AMICIZIA
Questo slogan deve diventare allo stesso tempo un pensiero,
un’idea ed una piattaforma d’azione, una piattaforma attiva che
produce dei risultati concreti per le istituzioni, per il pensiero
filosofico, per il pensiero universitario, per la vita pubblica.
Quella italiana è un’esperienza che ci va a genio, non solo per
la vicinanza geografica, ma perché e soprattutto vi è una
vicinanza spirituale, mentale e morale. È l’opportunità
che abbiamo di essere europei partendo dai più vicini
saluto di
Ferdinand Poni
vice ministro degli Interni dell’Albania
S
ua eccellenza ambasciatore, onorevole ministro, autorevoli professori, amici, deputati, sono felice di rivolgermi ad un auditorio
così prestigioso, così ben scelto, ben organizzato. Mi sento davvero
onorato a rivolgermi ad un panel di così grande qualità, e di parlare
di un tema così rilevante, quello della qualità dello sviluppo sostenibile e dello sviluppo solido locale, della prosperità dell’Albania, della
nostra regione e dell’Europa Unita, parte integrale della quale vorremo essere anche noi, una priorità questa formulata molto chiaramente dalla società albanese e dal suo governo. Vorrei esprimere per
prime parole di apprezzamento e stima nei confronti dell’ambasciata d’Italia, dei suoi collaboratori, dei padri del pensiero teorico sullo
sviluppo, per tutti coloro che fanno sì che lo slogan «Due popoli, un
mare, un’amicizia» sia allo stesso tempo un pensiero, un’idea ed una
piattaforma d’azione, una piattaforma attiva che produce dei risultati concreti per le istituzioni, per il pensiero filosofico, per il pensiero
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TITOLO ARTICOLO
universitario, per la vita pubblica e quella locale in particolare.
Vorrei inoltre sottolineare che gli eventi che hanno luogo all’interno di questa stagione, frutto dell’impegno e dell’opera dell’ambasciata d’Italia, della Cooperazione italiana allo sviluppo, sono visti
come un’indispensabilità, un modo per far vedere un’Albania come
un polo attrattivo ed interessante, aperta a cooperare con tutti i soggetti. Credo sia altrettanto interessante anche l’idea di un terreno
comune in cui si può discutere di uno sviluppo sostenibile multidimensionale, in una fase soddisfacente per gli sforzi compiuti finora
della società albanese, specie negli ultimi anni, per orientarsi verso
questo terreno comune.
A mio avviso, il trasferimento delle priorità nella società albanese,
nel contesto albanese, dalla riduzione della povertà, come negli anni
99-2000, che i governi precedenti declamavano con tanto di pathos
e, forse, anche senza alcun risultato, in priorità che guardano allo sviluppo sostenibile ovunque è assai incoraggiante. Ci troviamo tuttavia in una fase in cui il mercato si presenta più consolidato anche per
via degli impetuosi sviluppi che l’Albania ha registrato. Abbiamo già
dato eccellente prova, e qui mi assocerei alle parole del ministro Ruli,
di aver fatto uso di determinati strumenti utili, che si sono rivelati
proficui ed efficaci persino nelle circostanze di una crisi globale. Mi
riferisco qui alla decurtazione dei costi amministrativi, ad una maggiore presenza di investimenti pubblici, ad una maggiore percorribilità del territorio ed al coraggio di avviarsi verso quei mercati che
dovrebbero assistere l’Albania e la regione, quali i mercati dell’energia, del turismo e così via.
Un armonico processo di integrazione, un processo consolidato di
integrazione e sviluppo devono sicuramente tenere in considerazione,
evidenziare e cogliere quelli che mi piacerebbe definire i vantaggi e le
sfide del decentramento. Condivido anch’io l’idea che una delle più
grandi lezioni dell’incontro di oggi è che gli sforzi raccontati ed evidenziati da tutti noi siano messi in funzione di un processo di sviluppo consolidato, capillare ed esteso, che porterebbe ad un controllo
22
FERDINAND PONI
migliore del territorio. Non mi riferisco certo qui al controllo edilizio
o meno, ma al controllo del territorio in tema di allocazione fondi e
disposizione di investimenti, di dove vanno posizionati gli istituti
educativi, del modo in cui possono essere supportate le risorse umane
affinché possano servire al mercato, ecc. Ho l’impressione che l’attenzione più grande sia alle istituzioni sia alle nostre risorse umane e
finanziarie, anche a livello locale, costituisce un solido pilastro che
garantirebbe lo sviluppo sostenibile. Questa piattaforma di uno
scambio o trasferimento di conoscenze, perché no, anche di una compatibilità massimale fra il pensiero teorico e gli sforzi dell’esperienza
delle best practices, nonché degli esempi cattivi e dei fallimenti, dimostra che saggio è quel capitano che evita i pericoli e sa bene dove la
sua nave potrebbe scontrarsi o incagliarsi. È un’esperienza, quella italiana, che ci va a genio, non solo per la vicinanza geografica, ma perché e soprattutto vi è una vicinanza spirituale, mentale e morale. È
l’opportunità che noi abbiamo di cominciare ad essere più vicino al
mercato partendo dalla distanza più vicina.
È altrettanto importante considerare e valutare razionalmente le
ricette o le soluzioni altrui. Quale formula dovremmo usare? Quanto
dovremmo essere attenti al processo e agli attori? In che modo dovremmo trattar loro e quale livello di rapporti dovremmo instaurare?
Quando si discute sullo sviluppo in generale e lo sviluppo sostenibile in particolare occorre che ci sia grande flessibilità.
Comprendere dove possiamo dare di più, dove possiamo produrre di
più, garantire una reazione più rapida e più concreta rispetto al mercato, dove dovremmo intervenire.
Gentili signore e signori, abbattere i confini, cambiare lo status
quo, il modo di pensare nel contesto di un’economia di mercato globale, è anch’essa un’indispensabilità. Vorrei accennare solo ad una
cosa. Quando ci siamo imbarcati nella grande “avventura del decentramento”, era più che normale vedere che le attività classiche, quelle che di solito vengono fatte dal Comune, fossero svolte male o
anche molto male. Ebbene, l’Albania è già uscita da questa fase. In
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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TITOLO ARTICOLO
Albania, le attività classiche che spettano ai Comuni o ai Municipi,
sono fatte bene o molto bene. È solo che i nostri sindaci fanno ben
poco o nulla per garantire lo sviluppo sostenibile, fanno ben poco o
nulla per attirare maggiore attenzione ed aiutare i propri cittadini ad
avere un lavoro. Bisogna invece cambiare le cose in questo senso.
Occorre innanzitutto cambiare la mentalità di reazione delle istituzioni verso il lavoro, verso il capitale e verso le stesse istituzioni.
Vanno radicalizzati gli strumenti amministrativi. Non vedo assolutamente alcun ostacolo nel considerare, per quanto possa sembrare
rivoluzionaria questa mia posizione un ruolo di intervento concreto
per i nostri Comuni, per le nostre istituzioni, nel costruire cooperazione, comunale, interregionale o nell’adottare quegli strumenti
comunitari a miglioramento della nostra normativa e che consentono al Comune, alla Regione ed alle loro istituzioni, di produrre sviluppo sostenibile, occupazione, di utilizzare il proprio budget attraverso nuovi e più efficaci strumenti. Io credo che così riusciremmo a
dare al processo una straordinaria vitalità, la vitalità che riesce a dargli una maggiore attenzione dei cittadini e che - come accennava
prima l’ambasciatore - darà al processo lo splendore della partecipazione condivisa dei cittadini nel processo decisionale. È assai difficile chiedere ad un cittadino di Valona di partecipare ad una decisione da prendere a Pogradec, e viceversa ad un cittadino di Durazzo di
partecipare ad una decisione che interessa le zone montane. Ed è
altrettanto importante la riforma strutturale per alcune grandi priorità. Sì, condividiamo che spesso non si tratta di priorità di un singolo settore, di priorità del governo, ma invece di tutta la società, e
come tali vanno tenute presenti. Lotta senza compromesso alla corruzione, semplificazione delle nostre strutture burocratiche, ammodernamento dei nostri servizi, agevolazione all’imprenditoria ovunque essa sia.
Noi dovremmo ammodernare e consolidare la partecipazione dei
cittadini, e quando parlo di partecipazione cittadina mi riferisco a
quei gruppi di interesse che non sempre prendono parte in questo
24
FERDINAND PONI
processo di decisione, che garantisce a sua volta uno sviluppo sostenibile ed in linea con lo sviluppo europeo.
In conclusione direi che l’Albania è pronta a sostenere questo
splendido clima di amicizia e di supporto. Consentitemi di formulare i miei più alti apprezzamenti all’Italia amica, alle sue istituzioni ed
alla sua rappresentanza in Albania. Grazie.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
25
EDITORIALE
ITALIA-ALBANIA, UNA
COOPERAZIONE CON
GRANDI POSSIBILITÀ
Non si possono fare paragoni perché la
storia e lo sviluppo non seguono mai la
stessa strada, ma molti aspetti accomunano l’Italia del secondo dopoguerra con
quanto sta avvenendo oggi in Albania
di
Flavio Lovisolo
Dal luglio 2006 al luglio 2010 Direttore dell’Ufficio di
Cooperazione allo Sviluppo dell’Ambasciata d’Italia a Tirana
D
urante la cerimonia per la firma del
nuovo Protocollo di Cooperazione allo
sviluppo firmato a Tirana nell’aprile 2010,
il premier albanese Sali Berisha ha detto
che l’Albania non è un grande Paese ma un
Paese di grandi possibilità.
Effettivamente la voglia di crescere e di
affermarsi di questo Paese è forte ed esprime
una energia che forse in Italia abbiamo
conosciuto solo negli anni 60. Certo, non si
possono fare paragoni per mille motivi e
soprattutto perché la storia e lo sviluppo non
seguono mai la stessa strada, ma molti aspetti accomunano l’Italia del secondo dopoguerra con quanto sta avvenendo in Albania;
la voglia di affermazione e di rivincita personale, l’esodo dalle campagne e il processo
EDITORIALE
di urbanizzazione, l’incidenza dell’emigrazione con il correlato
aumento dei redditi famigliari, la corsa verso le nuove tecnologie, i
consumi e la voglia di modernizzazione, l’esigenza di una casa, di una
educazione che riscatti e che dia altre possibilità oltre al sapere, la
scoperta dell’impresa, del rischio e della condivisione famigliare di
questo rischio, la consapevolezza del proprio grado di vulnerabilità,
come spesso hanno coloro che vengono dal rurale e da un periodo di
grandi privazioni.
Proprio il parallelo tra l’Italia di qualche decennio fa e l’Albania ci
ha guidato nel realizzare una serie di eventi che la Cooperazione allo
sviluppo del ministero degli Affari esteri italiano ha organizzato tra
l’aprile ed il maggio 2010 a Tirana. Abbiamo infatti voluto informare sulle attività finanziate dalla Cooperazione italiana, ma anche animare il dibattito su molti temi riguardanti lo sviluppo, facendo intervenire dei relatori italiani che potessero portare la loro testimonianza sulla nostra storia sociale ed economica, per valutare congiuntamente con gli amici albanesi come affrontare le prossime sfide legate alla crescita di questo Paese. Abbiamo anche realizzato una rassegna cinematografica per sottolineare questo rapporto; per far vedere
l’Italia degli anni 60/70 attraverso le opere di De Sica, Visconti,
Zampa, Rosi, Blasetti, Fellini e Wertmüller; si è così avuta l’occasione di riflettere con gli amici albanesi su quanto l’Italia ha saputo realizzare in quegli anni.
La Cooperazione italiana allo sviluppo del ministero degli Affari
esteri ha incominciato ad operare in Albania nei primi anni 90,
accompagnando la società e l’economia albanese verso la democrazia
e l’economia di mercato, aiutandola nell’intraprendere il percorso
dell’integrazione europea. L’impegno è stato ed è importante, con
oltre 650 milioni di euro investiti in vent’anni a cui si devono
aggiungere i 51 milioni dell’ultimo Protocollo di cooperazione allo
sviluppo firmato a Tirana dal ministro degli Affari esteri italiano e
dal vice Primo ministro albanese il 12 aprile scorso.
L’Italia attraverso la Cooperazione allo sviluppo rappresenta
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COOPERAZIONE DALLE GRANDI POSSIBILITÀ
attualmente il primo partner bilaterale ed il secondo donatore in
assoluto dopo l’Unione Europea. Questo importante ruolo non è
tuttavia sostenuto solo dai dati ufficiali e dalle statistiche pubblicate. È evidenziato dalle numerose ong, associazioni, università, municipalità, Regioni, Province italiane che hanno operato e che continuano ad essere presenti a fianco dei loro partner albanesi. La solidarietà espressa dall’Italia in questi anni ha certamente dato un valore ai rapporti tra i due Paesi che nessuna statistica potrà rappresentare ma che è fortemente sentito dalla popolazione albanese ed italiana e costituisce un forte punto di riferimento per ogni azione
comune.
Anche su queste considerazioni è nata la volontà di testimoniare
quanto la Cooperazione italiana ha fatto in vent’anni in Albania, con
la consapevolezza che la comunicazione delle attività di cooperazione allo sviluppo promuove la diffusione di una cultura della solidarietà, accresce la visibilità delle iniziative, garantisce una maggiore
trasparenza nella loro gestione, favorisce la partecipazione dei beneficiari e diventa uno strumento fondamentale di rafforzamento delle
azioni svolte. Comunicare la cooperazione significa anche incoraggiare il dialogo, la partecipazione e la crescita della società civile, rafforzando le sue capacità di analisi sui limiti allo sviluppo ed individuando le possibili risposte. Comunicare vuol dire anche coinvolgere la cittadinanza, non solo nella fase di realizzazione, ma anche nella
fase di identificazione e preparazione delle iniziative.
Tra i 17 eventi organizzati, particolare rilievo ha avuto la conferenza riguardante lo sviluppo locale, di cui troverete in questo numero di Communitas numerose testimonianze. L’organizzazione di questa conferenza aveva due principali obiettivi.
Il primo riconducibile a quanto dicevamo inizialmente. La
Conferenza sullo sviluppo locale è forse stata il momento più significativo per dimostrare alcuni punti di similitudine tra l’Italia del
secondo dopoguerra e l’Albania di oggi e non potevamo trovare
migliore testimonianza degli interventi di Giuseppe De Rita, Aldo
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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EDITORIALE
Bonomi ed Alessandro Laterza. Abbiamo così voluto rappresentare
agli interlocutori albanesi le esperienze italiane individuando nella
capacità di “lettura” di un territorio e delle vocazioni di sviluppo che
esso esprime una traccia comune alle diverse teorizzazioni e ai conseguenti modelli prodotti.
Abbiamo così favorito l’aggregazione di un gruppo di esperti e
studiosi albanesi che hanno preparato questa conferenza con molto
interesse, per poter analizzare insieme ai relatori italiani il percorso
fatto in Italia, gli ostacoli incontrati, i successi e le sconfitte ottenute nell’ambito dello sviluppo locale e le sue eventuali proiezioni future, ma anche valutare lo stato del processo di sviluppo albanese, i
primi passi fatti verso la decentralizzazione, le sfide europee e la reale
volontà di avviare un modo albanese di fare sviluppo locale.
Il secondo obiettivo è stato quello di aprire una porta per far
conoscere ai giovani italiani che si occupano e che sono interessati
professionalmente alla cooperazione allo sviluppo che c’è una storia
e delle riflessioni sullo sviluppo italiano che possono essere di riferimento per il loro lavoro ed impegno internazionale.
Il mondo di chi è interessato professionalmente al processo di sviluppo italiano e di coloro che sono impegnati sul tema dello sviluppo internazionale non hanno avuto molte occasioni di parlare tra
loro. Solo all’inizio degli anni 60 alcuni intellettuali italiani hanno
rivolto la loro attenzione verso il “terzo mondo” - come si diceva una
volta - ed alcuni di questi, che avevano partecipato alla riflessione
sullo sviluppo italiano e lavorato nelle aree depresse italiane, in
seguito hanno collaborato con organizzazioni internazionali, uffici
studi e di consulenza che si occupano di sviluppo internazionale.
Dopo questo momento iniziale di convergenza - peraltro limitato
a pochi casi - le successive riflessioni nate dalla tensione degli anni
70/80 verso lo sviluppo del “terzo mondo” hanno tenuto conto raramente delle analisi fatte per lo sviluppo italiano. Eppure il processo
di lettura dello sviluppo locale italiano, di partecipazione e di condivisione sarebbe stato un’importante risorsa di riferimento per chi
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COOPERAZIONE DALLE GRANDI POSSIBILITÀ
opera nei Paesi in via di sviluppo e gli atti della conferenza che si è
tenuta a Tirana lo dimostrano.
Le attuali analisi sulle piattaforme produttive, sui flussi e i luoghi,
fanno riferimento ad una lettura storica dello sviluppo, ed in particolare dello sviluppo locale, che passando dalle diverse esperienze di
comunità di Adriano Olivetti e Danilo Dolci, arriva ai Patti territoriali del Cnel di Giuseppe De Rita ed Aldo Bonomi, attraverso
anche l’esperienza degli Agenti di sviluppo, intesi come “animatori
culturali”, indicati ed analizzati prima da Olivetti e poi dello stesso
Aldo Bonomi. Le tappe intermedie di questo percorso possono essere utili per coloro che si occupano di sviluppo soprattutto in Paesi in
via di transizione o in quelli definiti come Middle - Income
Countries.
Gli strumenti della programmazione negoziata, adottati anche in
ambito europeo, e le invenzioni più genuinamente italiane, come i
patti territoriali, hanno infatti radici profonde nella riflessione e nel
continuo lavoro di ricerca di un insieme vario di intellettuali, operatori sul campo, animatori che hanno cercato di affermare il primato
dell’analisi del locale in contrapposizione al modello centralistico. La
comprensione dei punti nodali del processo che ha plasmato i
modelli italiani di sviluppo locale, è necessaria per valutare quanto
sia effettivamente riproponibile in una società ed economia in via di
sviluppo.
Le idee innovative di Giorgio Sebregondi, che già negli anni 50
chiaramente indicava come lo sviluppo deve crearsi all’interno delle
singole società storicamente determinate e spazialmente ristrette,
che oggi potremmo definire i “luoghi”, potrebbero essere il punto da
dove partire per analizzare le potenzialità e gli ostacoli che finiscono
per condizionare i processi di sviluppo. Già nei primi anni 50
Sebregondi pensava che molti insuccessi negli interventi di sviluppo
derivano dal fatto che non si tiene sistematicamente conto delle
implicazioni sociali dell’introduzione di nuovi sistemi economici,
non si ricerca l’armonia e la proporzione fra le diverse dimensioni
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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EDITORIALE
dello sviluppo. Promuovere lo sviluppo significa per Sebregondi non
solo attivare trasformazione settoriali, ma anche raccordare tali trasformazioni con i soggetti sociali, con le culture locali, con la storia
delle popolazioni.
Tutto questo deve essere oggi interpretato ed utilizzato nel giusto
modo. È convinzione diffusa che le tappe dello sviluppo italiano non
devono essere “copiate” nei Paesi in via di sviluppo o in transizione.
Giuseppe De Rita nella Conferenza sullo sviluppo locale di Tirana
ha sottolineato che «non possiamo dire: è esportabile, fate come noi;
fate come noi vuol dire solo capire quali sono state le idee fondamentali». Le dinamiche che attraversano molti Paesi in via di sviluppo sono forse simili a quelle italiane o almeno ad alcune tappe intermedie del processo di sviluppo italiano, ma non possiamo comunque
dimenticare che queste stanno avvenendo oggi e che comunque
devono confrontarsi con altre sfide.
Aldo Bonomi ha sottolineato nella conferenza di Tirana come sia
importante »il governo equilibrato delle dimensione degli spazi territoriali», nella ricerca della giusta relazione tra flussi e luoghi, tra lo
sviluppo dall’alto e le spinte che vengono dal basso, tra la globalizzazione ed il localismo, tra la giusta interdipendenza di interessi e la
dittatura dei monopoli. Ogni Paese ed ogni società devono trovare
quindi il proprio modo di fare sviluppo ma coloro, locali o internazionali, a cui è stato affidato il compito di accompagnare tali processi, dovrebbero alimentare con giusti contributi questo autonomo
percorso, facendo anche riferimento alla ricca stagione di riflessioni
e di azioni che sono nate negli anni 50 nelle aree depresse italiane e
che hanno poi continuato ad accompagnare lo sviluppo italiano fino
ai giorni nostri.
Questa ricerca di una identità culturale è ancora più forte se si
pensa ai meccanismi ed alle “tecnicalità” che dominano oggi la professione di operatore di sviluppo internazionale, sia esso volontario,
cooperante od esperto. Tali tecnicalità hanno certamente aiutato gli
operatori a razionalizzare un ambito, come quello delle analisi socio-
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COOPERAZIONE DALLE GRANDI POSSIBILITÀ
economiche, che si prestano ad ogni tipo di interpretazione e di dialettica, nascondendo alcune volte scarsi contenuti dietro confuse
parole. Tuttavia non si può appiattire la voglia di migliorare le condizioni di vita di una popolazione sui metodi e sulla tecnica, con il
rischio di trasformare il pensiero in slogan e caselle da riempire.
Questi, tuttavia, forse sono temi che tratteremo in futuro, in un
nuovo incontro tra coloro che si occupano di sviluppo nel “terzo
mondo” e coloro che raccontano dei processi di sviluppo in atto nel
“nostro” mondo.
1990 - 2010 INSIEME PER L’EUROPA
LA COOPERAZIONE ITALIANA ALLO SVILUPPO PER L’ALBANIA
Per celebrare i vent’anni della Cooperazione italiana in Albania è
stato realizzato un programma di eventi con la finalità di favorire il
dialogo e la partecipazione sui temi dello sviluppo. Dal 12 aprile al
9 maggio 2010 al Museo storico nazionale di Tirana si è svolta una
serie di iniziative dedicate ad informare e analizzare i processi di sviluppo in corso in Albania ed il relativo contributo italiano. Queste
iniziative si sono rivolte in modo particolare ai giovani, per poter
allargare il più possibile il dibattito in corso in Albania sullo sviluppo del Paese e la sua integrazione europea.
L’iniziativa, organizzata dall’ufficio di Cooperazione dell’ambasciata d’Italia a Tirana nell’ambito della più ampia stagione di eventi «Italia - Albania 2010: due Popoli, un Mare, un’Amicizia», si è
articolata in 17 tra conferenze e tavole rotonde, una mostra fotografica e una rassegna fotografica. Più di 150 relatori si sono succeduti
sul palco della sala congressi e più di 3mila tra ricercatori, funzionari, studenti, insegnanti, educatori, volontari e cooperanti hanno
seguito i lavori delle conferenze mentre hanno visitato la mostra
fotografica 4.600 studenti di 142 classi di scuole superiori albanesi.
Queste le conferenze realizzate:
• Sviluppo rurale e valorizzazione del territorio - ong: Vis, Col’or
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EDITORIALE
• Cooperazione allo sviluppo e diritti dei minori in Albania - ong: Vis
• Alcooltossicodipendenze e modelli di intervento - ong: Fondazione
Emmanuel per il Sud del Mondo
• Esperienze sull’applicazione della Strategia nazionale sulla migrazione 2005/2010 - organismo internazionale: Organizzazione internazionale per le migrazioni
• Incontro tra ong: i legami tra società civile italiana ed albanese Coordinamento ong (Ceses, Caritas, Vis, Cies, Avsi)
• Dove siamo? Ricerca sociologica sul quartiere di Kombinat tra
immigrazione ed integrazione - ong: Col’or
• La disabilità uditiva nel bambino: tra terapia medica e integrazione sociale - ong: Magis
• Nuove tecnologie e sviluppo: risultati e sfide nel settore educativo
albanese - ong: Ceses
• Facilitare l’accesso al credito per le piccole e medie imprese albanesi Ambasciata d’Italia - Ufficio di Cooperazione allo sviluppo
• L’esperienza italiana ed albanese: sviluppo locale e valorizzazione del
territorio - Ambasciata d’Italia - Ufficio di Cooperazione allo sviluppo
• Stato del negoziato di adesione dell’Albania all’Unione Europea per
la libera circolazione dei prodotti agro-alimentari - Organismo internazionale: Istituto agronomico mediterraneo
• L’educazione è un’esperienza - ong: Shis, Avsi
• Il ruolo della cooperazione decentrata per lo sviluppo istituzionale in
Albania - Regioni Emilia-Romagna, Marche, Puglia
• Sviluppo sostenibile e inclusione sociale: il ruolo dell’impresa sociale Regioni Emilia-Romagna, Marche, Puglia
• Lotta all’esclusione sociale e sviluppo delle capacità locali a servizio
dei gruppi vulnerabili - ong: Comunità di Sant’Egidio
• Innovazione tecnologica e università: sviluppi nella didattica, ricerca e modelli organizzativi - Ambasciata d’Italia - Ufficio di
Cooperazione allo sviluppo
• Aprite le porte: non più sole contro la violenza domestica - ong:
Cospe, Cies
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COOPERAZIONE DALLE GRANDI POSSIBILITÀ
I film proposti sono stati:
• Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972, regia: Lina Wertmüller)
• Il medico della mutua (1968, regia: Luigi Zampa)
• Matrimonio all’italiana (1964, regia: Vittorio De Sica)
• Ieri, oggi, domani (1963, regia: Vittorio De Sica)
• Le mani sulla città (1963, regia: Francesco Rosi)
• Rocco e i suoi fratelli (1960, regia: Luchino Visconti)
• Peccato che sia una canaglia (1954, regia: Alessandro Blasetti)
• I vitelloni (1953, regia: Federico Fellini)
SCHEDA
LA COOPERAZIONE ITALIANA IN ALBANIA
La Cooperazione italiana allo sviluppo del ministero Affari esteri è
presente in Albania dai primi anni 90, è il primo donatore bilaterale e il secondo in assoluto dopo l’Unione Europea. Attualmente sono
oltre 70 le iniziative attive per circa 300 milioni di euro e 68 progetti sono in fase di realizzazione.
Il settore principale d’intervento della Cooperazione italiana allo
sviluppo è attualmente l’energia, con l’obiettivo dell’integrazione del
sistema elettrico albanese con quello europeo. Cospicui investimenti sono stati realizzati e sono in corso anche nel settore dei trasporti
e nel settore idrico. In particolare:
• Energia e sistemi di produzione, con iniziative volte al potenziamento e l’ammodernamento del sistema elettrico e la riorganizzazione strutturale e gestionale degli enti albanesi preposti alla trasmissione e distribuzione dell’energia. Le principali iniziative in
corso sono il «Programma di ristrutturazione tecnica e gestionale
della Kesh e potenziamento del sistema elettrico albanese» (oltre 42
milioni di euro) e il «Programma di ristrutturazione e potenziamento del sistema elettrico albanese per la sua integrazione nel sistema
dei Balcani» (circa 52 milioni di euro).
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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EDITORIALE
• Trasporti, con iniziative per il miglioramento del sistema dei
trasporti e della viabilità su tutto il territorio albanese. Le principali
iniziative in questo settore sono il progetto «Costruzione del tratto
stradale Lushnje-Fier» (oltre 24 milioni di euro), che si è recentemente concluso, e il progetto «Potenziamento della strada ScutariHani Hotit» (circa 22 milioni di euro), recentemente avviato, e la
ristrutturazione del Porto di Valona (15 milioni di euro).
• Acquedotti e sistema idrico fognario, con iniziative per il
miglioramento della gestione delle risorse idriche e del sistema
fognario a favore, soprattutto, della popolazione di Tirana. La principale iniziativa in corso è il programma «Interventi infrastrutturali
per la rete idrica di Tirana» (oltre 27 milioni di euro); sempre a questo settore afferisce inoltre il progetto «Gestione dei rifiuti solidi di
Tirana» (oltre 6 milioni di euro), che prevede l’ammodernamento
della discarica di Sharra (presso Tirana) e la gestione dei rifiuti solidi urbani.
• Sviluppo del settore privato, con iniziative per il miglioramento del business environment. La principale iniziativa in corso è il
«Programma di sviluppo del settore privato attraverso la costituzione di una linea di credito in favore delle piccole e medie imprese
albanesi» (circa 30 milioni di euro).
Numerosi sono stati anche i progetti nel settore educazione e
sanitario, con la costruzione di scuole, di poliambulatori, la creazione di laboratori informatici e la formazione dei formatori.
Il nuovo Protocollo di cooperazione allo sviluppo tra Italia ed
Albania - firmato dal ministro Frattini nel corso della sua visita a
Tirana il 12 aprile 2010 - prevede, tra l’altro, un ulteriore contributo di 15 milioni di euro per le piccole e medie imprese albanesi.
Infine, la protezione delle fasce più disagiate della popolazione e uno
sviluppo socio-economico il più possibile equo e sostenibile, con una
particolare attenzione ai settori Educazione e Sanità, sono anche
perseguiti attraverso il sostegno a 26 interventi di sviluppo locale e
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COOPERAZIONE DALLE GRANDI POSSIBILITÀ
del territorio, per oltre 20 milioni di euro, attraverso progetti promossi dalle ong italiane presenti in Albania.
Con il nuovo Protocollo firmato nell’aprile 2010, la programmazione delle attività di cooperazione nel triennio 2010-2012 ha dovuto tenere in considerazione il ruolo crescente che l’Unione Europea
avrà nel futuro dell’Albania; un impegno finanziario minore e concentrazione degli interventi su pochi settori strategici coerentemente con quanto viene indicato dalla applicazione del Codice di
Condotta UE sulla divisione del lavoro.
In tale contesto, il futuro contributo italiano (51 milioni di euro)
è stato orientato verso il rafforzamento del settore privato e delle
Pmi, lo sviluppo sociale (sanità, educazione, politiche del lavoro) e lo
sviluppo rurale e del territorio.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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SVILUPPO LOCALE
E MODERNIZZAZIONE
Il modello di sviluppo italiano non è facilmente esportabile
e, per certi versi, è anche giusto che sia così perché è stato
un modello non pensato prima. Non possiamo dire: è
esportabile, fate come noi. Possiamo solo aiutarvi a capire quali
sono state le idee fondamentali. E porvi le due domande
cardine di ogni inizio. Chi fa lo sviluppo? Dove si fa lo sviluppo?
di
Giuseppe De Rita
presidente Censis
L
a presentazione che vorrei fare è legata a quello che è definito «il
modello di sviluppo italiano». Direi subito che il modello di sviluppo italiano non è facilmente esportabile e, per certi versi, è anche giusto
che sia così perché è stato un modello non pensato, non pensato prima,
ex ante. Oggi possiamo dire, ex post, che il modello di sviluppo italiano
è un modello di industria manifatturiera, di piccole e medie imprese, di
piccoli imprenditori, di grande elasticità del lavoro, di sviluppo territoriale molto preciso, di realtà locali. Ecco il modello italiano è questo.
Ma chi l’ha pensato così? Se io personalmente, se noi dovessimo
andare in giro per il mondo dicendo: «Fate come abbiamo fatto noi»,
sarei non soltanto un ipocrita, ma anche un imbroglione. Il modello
non è stato pensato da nessuno. È stato cantato, analizzato da noi,
anche da me, ma non pensato. Non possiamo dire: è esportabile, fate
come noi. Possiamo solo aiutarvi a capire quali sono state le idee fondamentali.
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SVILUPPO LOCALE E MODERNIZZAZIONE
CHI FA SVILUPPO
Quando parte un processo di sviluppo - io penso agli anni 58 e 78
per un periodo ventennale - l’inizio, lo start up si basa su due punti
fondamentali. Chi fa lo sviluppo, dove si fa lo sviluppo? Chi lo fa?
La grande impresa? Lo Stato? Le multinazionali? Il piccolo imprenditore? L’agricoltore? Il costruttore di strade? E al tempo stesso, dove
facciamo lo sviluppo? Visto che non si può fare sviluppo dovunque,
bisogna scegliere una strategia articolata per quella zona in cui si fa
lo sviluppo integrale con grandi modifiche strutturali del sistema e
in altre regioni si deve fare solo qualche riorganizzazione, sistemare
quel poco che c’è per organizzare una vita non indecorosa, non si può
fare tutto uguale. Questi sono due grandi problemi ed il punto per
cui io richiamerei la vostra attenzione - o la mia attenzione, se io
venissi a lavorare con voi - è proprio questa: chi fa sviluppo? Chi può
fare lo sviluppo e dove farlo.
In Italia abbiamo visto che nel lungo periodo, nel lungo percorso
chi fa lo sviluppo è il piccolo imprenditore e là dove c’è una realtà
comunitaria, una vita locale forte. La comunità locale diventa in
qualche modo soggetto di sviluppo. Però, non era così nei primi anni
60. Nei primi anni 60 l’Italia aveva una concezione molto particolare, capitalistica se vogliamo, sul proprio sviluppo: c’è la grande
impresa, la Fiat, la Pirelli, l’Olivetti, e poi lo Stato, la programmazione, la riforma agraria, la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, le
aziende statali, quelle che il fascismo aveva nazionalizzato, si fa per
dire, negli anni 30, specialmente l’Iri e l’Enel, le aziende statali.
Questi erano i soggetti. Se fossimo andati in giro nei primi anni 60
a parlare su chi sono i soggetti di sviluppo, il piccolo imprenditore
non lo avrebbe menzionato nessuno. In Italia quella era l’ideologia e
del resto le cose che vedevi - l’autostrada, l’auto nuova, il televisore davano la sensazione che il nostro sviluppo fosse fatto dalla grande
impresa, o soltanto dallo Stato che finanziava le autostrade, o soltanto dalle aziende a partecipazione statale che le costruivano, quelli
erano i soggetti.
40
GIUSEPPE DE RITA
Poi, lentamente questo processo è cambiato. E soprattutto perché
si è capito che la grande impresa non ce la faceva. Non ce la faceva
più perché anche l’ultimo tentativo di fare grande impresa - la
Montecatini Edison nell’anno 1977 - fu un fallimento totale. L’idea
della grande impresa come soggetto di sviluppo è crollata negli anni
tra il 77 e l’80. L’idea dello Stato come ente programmatore di intervento è finita, è crollata con l’esperienza ruffoliana della programmazione di cui sono stato anch’io partecipe. L’illusione che se non c’era
l’impresa privata, se non c’era la capacità dei privati di fare impresa,
lo poteva fare lo Stato con la partecipazione statale, è finita con
l’esperienza dell’Iri.
Per quelli della mia generazione, quando
ho cominciato a lavorare, l’Iri era la potenza
assoluta. Tutti noi ragazzotti di quegli anni
In Italia abbiamo visto
avevamo l’ambizione di lavorare all’Iri e
che nel lungo percorso
quindi vederlo poi disfarsi era una tristezza.
chi fa lo sviluppo
Ma era nella realtà delle cose. Perché anche la
è il piccolo imprenditore
grande impresa, per ragioni sue, o per ragioe là dove c’è una vita
ni di programmazione è chiamata a fare delle
locale forte
cose altrettanto improbabili di grandi
dimensioni. E la grande dimensione di
Montecatini Edison non partiva, non decollava, la grande dimensione si andava addirittura disarticolando.
Pensate alla Fiat degli anni 70. La ragione era che anche la grande
dimensione era chiamata dalla programmazione, dalla politica, dagli
accordi internazionali a fare delle cose che in Italia non avremmo
mai fatte. Ma pensate ai testi che anch’io ho scritto sullo sviluppo
della bionica, ossia pensavamo che la grande impresa fosse in grado
di fare delle cose come la bionica. Di fatto non eravamo in grado di
fare né la bionica né la grande impresa. E non era un gap di professionalità.
Ancora oggi i sostenitori dello Stato e della partecipazione statale sono quelli che reggono l’impalcatura di qualche impresa italiana.
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
41
SVILUPPO LOCALE E MODERNIZZAZIONE
Erano bravi. Soltanto che le condizioni non c’erano, per fare quello
cui erano stati chiamati: grande impresa e industria tecnologicamente avanzata. Non funzionava. E ancora oggi se leggete i giornali ci
sono gli orfani: avessimo fatto la grande impresa! Siamo rimasti alla
piccola impresa! Avessimo fatto il settore di tecnologia avanzata e
invece dobbiamo fare mobili e abbigliamento.
I soggetti italiani si sono nel tempo trasformati. Non più la grande impresa, non più la tecnologia avanzata, con il modello di lavoro
fordista, con il concetto dei grandi sindacati. Quello che abbiamo
vissuto fino al 74 è andato spostandosi verso la piccola impresa.
Quanta gente se n’è accorta? Pensate che nel censimento del 1971,
le imprese industriali in Italia, i capannoni, le
unità locali dell’industria, per usare un termine statistico, erano 490mila. Al censimento
Il modello italiano
dell’81 erano diventate 980mila. Si erano
si è sviluppato
raddoppiate. Lo stock di industria che avevaindipendentemente
mo costruito in cento anni di unità nazionada chi lo governava.
le, in dieci anni fu raddoppiato. Ce ne siamo
E questo politicamente
accorti? No. In quegli anni noi parlavamo di
è difficile da accettare
terrorismo, di morti ammazzati, del nuovo
modo di fare le automobili, del nuovo
m o d e l l o d i s v i l u p p o. E r a l ’ a u t u n n o
dell’Italia? No! L’Italia senza che nessuno se ne accorgesse è diventata un Paese di co-imprenditori. E notate che non è stata soltanto
l’industria. È stato tutto il commercio, tutto il trasporto. È stato l’artigianato e, in gran parte, anche l’agricoltura. Per cui oggi possiamo
dire: l’Italia ha 5 milioni di imprenditori, un imprenditore ogni 12
abitanti. Questa è l’Italia.
Ma l’abbiamo voluto? Io, Aldo Bonomi e i nostri collaboratori,
l’abbiamo cantato questo processo. Se ci dovessero dire: voi siete gli
ideologi diremmo, no, non è vero. Noi siamo solo i cantori ex post,
non siamo gli ideologi. L’abbiamo visto crescere, l’abbiamo raccontato. È arte del racconto la nostra, come dice Bonomi, non è arte
“
”
42
GIUSEPPE DE RITA
della previsione. Eppure è avvenuto. E allora quando vai in un Paese
amico e ti dicono: «Ma diteci il modello della piccola impresa», io
non mi fiderei mai di dire qualcosa come un teorema. Racconto la
nostra esperienza, racconto la nostra esperienza partendo dal fatto
che la nostra idea sui soggetti di sviluppo negli anni 1958-60 era
tutta sbagliata. E se non avessimo seguito quella logica non saremmo finiti come finì la Montecatini Edison nella fusione del 67-68.
È questo il punto. Quindi il vero problema è tenere il radar aperto
sul processo a chi fa lo sviluppo, saper annusare se magari in una
realtà, in una zona marginale dell’Albania o del Montenegro c’è
qualche soggetto nuovo, c’è qualche piccolo nucleo di imprenditori
che stesse crescendo.
Insomma, noi in Italia abbiamo lo stesso problema di allora. E
quindi lo start up italiano dove arriva? Bisogna vedere quali sono i
soggetti nuovi. Se avete letto gli ultimi testi di Bonomi sul NordEst, si capisce che anche noi ricercatori siamo attenti a vedere se ci
sono soggetti nuovi, soggetti diversi dal vecchio imprenditore.
Questa è la prima cosa che io richiederei di fare. Posso dire, sì prendete nota di come il modello italiano si è sviluppato indipendentemente da chi lo governava. E questo politicamente è difficile da
accettare. Abbiamo visto anche in Italia delle resistenze politiche a
questo modello. Abbiamo ancora i grandi direttori dei giornali che
urlano dicendo: maledetto sia De Rita che ha inventato il piccolo
modello. Ma non è questo il problema. Il problema è che in ogni fase
dello start up - chi di voi ha un’azienda, chi di voi deve far partire
un’iniziativa - nel momento in cui parte un processo - e voi state
partendo negli ultimi vent’anni - la prima domanda è: chi è che me
lo porta avanti, chi porta avanti e chi agisce in questo processo. Se
non c’è questo, non c’è sviluppo. Potete fare anche 10, 15 aziende
grandi pubbliche per l’acqua, per l’energia, per il nucleare, per i cioccolatini... noi in Italia abbiamo fatto aziende a partecipazione statale anche per i cioccolatini. Tante ne abbiamo fatte. Ma dopo vent’anni si chiude.
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SVILUPPO LOCALE E MODERNIZZAZIONE
Il secondo punto è dove farlo lo sviluppo. Anche qui noi italiani,
se dovessimo andare in giro a dire: «Ragazzi, voi albanesi, o voi egiziani, fate sviluppo locale», dobbiamo guadarci bene negli occhi, perché lo sviluppo locale non è un’ideologia da esportare, è un processo
da individuare e da sostenere. È un po’ come la crescita di quella piccola impresa che è avvenuta stranamente negli anni 70 e non ce ne
siamo accorti e che poi abbiamo coltivato, sostenuto, incentivato e
che poi è diventata protagonista.
Negli anni 60 l’Italia aveva una concezione banale per lo sviluppo
territoriale. L’Italia pensava che lo sviluppo nazionale sarebbe stato
fatto nel triangolo Torino-Milano-Genova, il triangolo industriale,
il triangolo della grande impresa, dei grandi soggetti, delle grandi
infrastrutture, il Porto di Genova, l’autostrada Milano-Torino, una
delle autostrade più grandi del Paese, i luoghi della finanza, tutte le
banche di Torino, le banche milanesi e le banche genovesi. Tutti
sanno che il credito italiano era nelle banche genovesi. E noi pensavamo che quello fosse il luogo. Era come la polpa e l’osso, la polpa
era la zona ricca da sfruttare al massimo, il triangolo industriale era
polpa, il resto era osso. E invece questa distinzione - radicale per noi
che studiamo queste cose da un bel po’ - tra zone di sviluppo integrale, cioè le città, e zone di sviluppo ulteriore, questa distinzione
non ha funzionato. Perché?
Perché lo sviluppo si è andato a collocare in realtà territoriali che
non avremmo pensato. Lo sviluppo italiano non è più stato MilanoTorino-Genova, non è stato l’asse Milano e dintorni, lo sviluppo italiano è andato a collocarsi in quello che nei primi anni 70 noi chiamammo «localismo» e che la letteratura chiamava «distretti», parola
che non voglio imporre. Perchè? Perché il vero problema era il localismo, non il distretto organizzato. Il localismo è un fatto spontaneo.
Abbiamo l’esempio di Prato con questi grandi camion che portavano ogni settimana delle grandi balle, migliaia di balle e le riciclavano e facevano tessuti stravaganti, le pellicce sintetiche, oppure
Montebelluno, la capitale delle scarpe da montagna, conosciute in
44
GIUSEPPE DE RITA
tutto il mondo e poi Fermo con le calzature. Abbiamo visto nascere
tutte queste cose.
E dove è finito il triangolo industriale? E dove sono finite tutte le
razionalizzazioni: qui facciamo sviluppo integrale, qui sviluppo ulteriore, qui sistemiamo. Quelle realtà che sembravano in qualche
modo estremamente marginali non sono poi risultate essere così. Ci
sono state zone con problemi dal punto di vista ambientale, ma che
poi avevano delle ricchezze enormi. Ci siamo resi conto - almeno
noi che studiamo questo argomento, perché gli altri continuavano a
parlare di terrorismo - a metà degli anni 70 quando il governo della
Banca d’Italia ordinò di non accettare - allora era prassi - i pagamenti per le droghiere di Napoli perché non
avevano i soldi per pagare. Siamo andati a
vedere chi incassava soldi nella bilancia attiFare sviluppo locale
va dei pagamenti, chi invece esborsava soldi e
va bene, ma lo sviluppo
scoprimmo, cosa estremamente stravagante,
locale è una cosa
che il bilancio attivo di solo due imprese,
difficilissima da fare.
due, e non parlo di altre 50 o 60, compensaPrima cosa: non si fa
va tutta la bilancia negativa dell’alimentare e
sviluppo locale sul nulla
dell’energetico. Erano delle grandi potenze.
Ma, ce ne siamo accorti a metà degli anni 70.
Alcuni in Italia ancora non se ne sono accorti perché per accorgersi il dibattito deve nutrirsi di pensiero e di
attenzione.
Questa è la realtà. Il “dove” ce l’ha imposto la realtà, non l’abbiamo deciso noi. E quindi dirvi fate sviluppo qui o qui è lì, è difficile
ma è possibile. Fare sviluppo locale va bene, ma guardate che lo sviluppo locale è una cosa difficilissima da fare.
Prima cosa: non si fa sviluppo locale sul nulla. Noi italiani non
abbiamo fatto sviluppo locale in alcune zone del Mezzogiorno dove
non c’era nulla. L’abbiamo fatto a Prato, l’abbiamo fatto a Fermo, in
zone che avevano una storia, dove la cultura della comunità si era
formata, dove la solidarietà comunitaria si era formata. È molto
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
45
SVILUPPO LOCALE E MODERNIZZAZIONE
importante l’antropologia della dimensione locale, dello sviluppo
locale. Quindi inutile dire: «Fatelo qui, fatelo là, qui c’è posto per
l’agriturismo, qui c’è una piccola città commerciale, fate un centro
commerciale». No. Perché non ci sarebbe quell’incrocio fra il “chi” e
il “dove”.
Negli anni 90 poi - ne parlerà Bonomi - quando c’è stata l’esportazione del localismo, dei distretti dal Nord al Sud, attraverso le
esperienze dei patti territoriali, il meccanismo fondamentale era che
non si faceva sviluppo locale, si faceva un patto locale. Noi avevamo
deciso di fare al massimo 15-20 patti. Poi dopo che tutto passò al
ministero del Tesoro ne hanno fatti cento. E quando fai cento patti
di sviluppo locale, significa che non ne fai
nessuno. Ma quello che è importante è che in
quei 15-20 che redigemmo e che firmammo,
Per fare sviluppo locale
c’erano tutti i soggetti possibili dello svilupe piccola impresa
po. Veniva il vescovo a firmare a Roma. Si
collettiva ci vuole
sentiva che lo sviluppo locale ha bisogno di
attenzione
una progettualità collettiva e non soltanto
e radar sempre accesi.
del presidente della Camera di commercio e
E un po’ di intelligenza
del segretario della Cisl.
Ma probabilmente anche lì c’era un errore
nostro, l’errore di esportare un modello.
Anche solo da una provincia all’altra, non dico fino in Tunisia. Il
problema era proprio questo, che il “dove” non può essere definito
con il pennarello sulla carta geografica. Va definito in un processo
profondo, lento, di maturazione dell’antropologia locale, dell’esigenza locale, dei potenziali locali. Questo è, diciamo, il miracoloso
intreccio tra la moltiplicazione imprenditoriale e l’articolazione
locale che ha fatto il modello italiano.
Se dovessimo andare in giro per il mondo - ogni tanto ci dicono: «Venite qui, andate là» - per applicarlo, non saremmo corretti.
Possiamo solo spiegare, come ho provato a fare qui, quali sono le
varianti fondamentali di questi due processi legati tra di loro e
“
”
46
GIUSEPPE DE RITA
nello stesso tempo con cultura interna estremamente diversa.
Quello che è importante è che per fare sviluppo locale e piccola
impresa collettiva ci vuole attenzione e radar sempre accesi. E un
po’ di intelligenza.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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LO SVILUPPO ITALIANO
IN QUATTRO MOSSE
Confrontarsi sul tema dello sviluppo in generale, e di quello
locale in particolare, è un modo per fare un vero scambio culturale. Uno scambio che, almeno per me, si traduce sempre in
racconto e interpretazione della peculiare via allo sviluppo
italiana. Uno sviluppo quello italiano che non è stato “costruito”
con politiche dall’alto, governate dallo Stato, ma attraverso la
proliferazione dell’iniziativa privata “dal basso”. Un racconto che
mi auguro utile per consolidare le visioni sul futuro dell’Albania
di
Aldo Bonomi
direttore Communitas
A
premessa del mio intervento compio un paio di osservazioni
relative al senso di questo incontro. Quando ho incontrato
l’ambasciatore e i ministri - che ringrazio per avermi invitato qui per preparare questa giornata essi hanno voluto sottolineare il carattere di scambio culturale di questi incontri sul Mare Corto (così io
chiamo l’asse Puglia - Albania). Ebbene, da questo punto di vista
ritengo che confrontarsi sul tema dello sviluppo in generale e di
quello locale in particolare sia un modo per fare scambio culturale.
Uno scambio che, almeno per me, si traduce in racconto e interpretazione della peculiare via allo sviluppo italiana, così da offrire materiale di discussione e, mi auguro, utile ad apprendere elementi utili
per consolidare le visioni sul futuro dell’Albania.
La seconda premessa rimanda al mio incontro con l’amico Flavio
Lovisolo a Milano qualche mese fa. Ricordo infatti di avere accettato con curiosità l’incontro e di avere ascoltato con grande interesse
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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LO SVILUPPO ITALIANO IN QUATTRO MOSSE
le sue parole cariche di esperienza. Parole di fronte alle quali mi sono
domandato quale potesse essere il mio eventuale contributo. Non
volevo, insomma, venire qui per fare una qualche lezione magistrale
sullo sviluppo, quanto appunto riportarvi il senso di un’esperienza
professionale che si misura con lo sviluppo locale da quasi un trentennio. Volevo evitare di trovarmi nella stessa situazione in cui mi
sono venuto a trovare durante una recente visita a Shanghai quando
un componente di una delegazione cinese mi ha posto la domanda:
«Ma voi, quando avete deciso di fare i distretti industriali? Come
avete costruito il Nord-Est?» e così via. In quell’occasione non è stato
affatto semplice fare capire a questi signori che Prato, Mirandola,
Montebelluna o Como non sono stati
“costruiti” con politiche dall’alto, governate
dallo Stato o cose di questo genere. Non si
Caratteristica del modello
tratta di progetti di urbanizzazione e di induitaliano è la proliferazione
strializzazione pianificati sulla carta, bensì il
dell’iniziativa privata
prodotto di derive storiche di lunghissimo
“dal basso” con
periodo. Gli opifici tessili pratesi o comaschi
la formazione di micro
sono vecchi di secoli, e cito questo caso pere piccole imprese
ché si tratta di produzioni che c’erano anche
in Cina, salvo che l’evoluzione del tessuto
produttivo all’interno delle vicende storiche è
stato piuttosto diverso. Fatto è che gran parte dell’apparato produttivo italiano, in particolare del Centro-Nord, affonda le sue radici nella
storia di tante comunità locali, nel rapporto tra città e contado e così
via. Tutto ciò mi serve per dire che non sono venuto qui per invitare
gli albanesi a copiare gli italiani, perché la vostra storia è diversa dalla
nostra, così come lo è l’assetto socioeconomico attuale. Certo ciò non
impedisce di apprendere reciprocamente elementi utili a tracciare
prospettive di sviluppo e a delineare sentieri di cooperazione.
Volendo schematizzare sulla base della mia esperienza, credo che il
discorso sullo sviluppo possa essere inquadrato, soprattutto dalla fondazione degli Stati-nazione, in tre processi che, nella loro dialettica,
“
”
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ALDO BONOMI
tracciano diversi possibili scenari. C’è un’innovazione dall’alto, quella
governata in modo più o meno rigido dallo Stato con i suoi apparti
politico-istituzionali e le diverse articolazioni burocratiche che stabilisce quale sia il modello da seguire. Ovviamente, e come ben sappiamo, non sempre dall’alto arriva “innovazione”, anzi questo può rivelarsi una cappa terribile. Diciamo che dall’alto può arrivare innovazione nella misura in cui la politica e le istituzioni più che “comandare” si limitano ad “accompagnare” la vitalità sociale ed economica,
proprio perché se la comandano inevitabilmente la soffocano. Del
resto è un po’ questa anche la morale politica della lezione di storia
che ci ha proposto De Rita: la politica deve imparare l’arte dell’accompagnare i soggetti e deve uscire dalla pura logica di comando. C’è
poi un’innovazione dall’alto che viene dalle grandi imprese (pubbliche e private).
Da questo punto di vista l’esperienza italiana è significativa sino ad
un certo punto. Voglio dire, il nostro modello di capitalismo ha avuto
una breve, seppure intensa, stagione in cui la grande impresa, il
modello fordista, è stata motore di modernizzazione per il Paese.
Parlo, in particolare, del periodo postbellico in cui imprese come Fiat,
Montedison, Alfa Romeo, Olivetti, Falck etc. e le imprese di Stato
raggruppate nell’Iri hanno rappresentato la spina dorsale della rinascita italiana e del cosiddetto “miracolo economico” degli anni 60.
Dico però che il massimo del fordismo è probabilmente quello
espresso dal modello renano in cui grande capitale, grande sindacato,
grande banca e lander hanno costituito una coalizione formidabile di
co-governo dei processi. Ovviamente ci sono, in Europa, altri modelli come quello francese, a forte guida pubblica, quello inglese fortemente finanziarizzato-terziarizzato o quello anseatico in cui abbiamo
il meglio del mix welfare-high tech.
La caratteristica del modello italiano, e qui arrivo al terzo processo di innovazione, è la proliferazione dell’iniziativa privata “dal basso”
con la formazione di centinaia di migliaia di micro e piccole imprese
che si sono evolute nei distretti produttivi specializzati, sistemi di pic-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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LO SVILUPPO ITALIANO IN QUATTRO MOSSE
cola impresa, oltre a migliaia di piccoli commercianti. Questo tessuto, in tempi recenti, si è trasformato con l’arrivo della globalizzazione, intendo in questo particolare contesto l’apertura internazionale
dell’economia. Molto in sintesi, questo nuovo scenario ha portato con
sé: selezione, innovazione, riposizionamento del tessuto produttivo in
una quindicina di piattaforme produttive, in cui è emerso il protagonismo di quello che io chiamo “capitalismo delle reti”, alludendo a
tutti quegli attori che svolgono funzioni strategiche per i sistemi territoriali e perciò gestiscono risorse fondamentali per competere: reti
infrastrutturali, reti finanziarie, reti informatiche, reti dell'energia e
così via.
Ebbene, a proposito dell’Albania, da quel poco che ho capito sulla
base degli incontri preliminari e di un po’ di dati acquisiti e, ribadisco, senza voler in questo modo suggerire l’esportazione di modelli,
che qui di innovazione dall’alto ce n’è abbastanza. Energia, strade,
aeroporti, reti, rimesse dei migranti (non dimentichiamo che anche
questo è un flusso globale) mi sembrano risorse presenti. Così come
mi pare che ci sia un dibattito costruttivo su come lo Stato debba fare
due cose: primo l’accompagnamento di questo processo in Europa;
secondo come ricostruire una struttura amministrativa decentrata.
Aggiungo un terzo tema, se mi è permesso: fare attenzione alla debole innovazione dal basso. Se guardiamo ai dati che mi ha fornito
Lovisolo, vedo che in Albania sono attive 370mila impresine agricole (magari costituite da due vacche e un trattorino), 87mila microimprese del manifatturiero e un boom di imprese del commercio trainate dai flussi delle rimesse. L’innovazione dal basso mi sembra quindi
piuttosto debole. Su questo versante mi pare però di poter dare un
contributo utile alla discussione, se non altro perché sono tra quelli,
con De Rita e pochi altri, che hanno sempre tenuto sotto osservazione e raccontato l’emergere di questo mondo misconosciuto.
Tornando alla genesi dello sviluppo italiano del dopoguerra, devo
dire che negli anni 50 abbiamo potuto contare su una forte innovazione dall’alto. Le grandi imprese del Nord, concentrate nel triango-
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ALDO BONOMI
lo industriale Milano-Torino-Genova e quelle di Stato dislocate nel
Mezzogiorno si sono riprese grazie alla spinta del Piano Marshall.
Questa situazione aveva monopolizzato le politiche pubbliche, ma
anche l’attenzione pubblica: lo sviluppo locale era veramente qualche
cosa di marginale. Lo sviluppo di comunità - a parte pochi pionieri
come De Rita, nato professionalmente come operatore di comunità,
e figure come Danilo Dolci o Giovanni Mottura, che accompagnavano le comunità agricole del Mezzogiorno nel loro sforzo di ottenere
le risorse minime per sopravvivere al bracciantato - era poca cosa. Ma
cosa facevano questi operatori di comunità? Facevano sviluppo rurale, si inerpicavano negli entroterra petrosi descritti da De Rita e si
occupavano di elettrificazione, di acqua, di
scuole, di rotazione agraria.
Sono cose che ho ritrovato nelle chiacchieL’apertura internazionale
re con Lovisolo relative alle esperienze portadell’economia
te avanti qui dalla Cooperazione: si finanziaha portato selezione,
no scuole, sanità leggera, modernizzazione
innovazione,
agricola e così via. Non so qui, ma gli operariposizionamento
tori di comunità degli anni 50 italiani non
del tessuto produttivo
contavano nulla, erano frati scalzi laici invisibili rispetto alla potenza dell’innovazione dall’alto. E non erano operatori che lavoravano
solo nei contesti rurali, basti ricordare cosa erano i Sassi di Matera,
oggi patrimonio dell’Unesco, in quegli anni. A quel tempo la gente
abitava dentro questi tumuli, queste caverne, e gli operatori di comunità si posero il problema di fare uscire questa povera gente e inserirla nella comunità dei cittadini materani. Mi pare questa una bella
metafora di ciò che facevano gli operatori di comunità a quel tempo:
rendere materialmente visibili persone che vivevano negli anfratti e
nel sottosuolo per portarli alla luce del sole della modernità.
In questi pochi giorni di permanenza qui a Tirana ho potuto vedere cose simili. Sempre sotto la guida di Flavio ho visitato gli interventi eseguiti nel quartiere Lapraka. Quando sono stato portato lì, mi
“
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LO SVILUPPO ITALIANO IN QUATTRO MOSSE
son detto: questi sono i Sassi di Matera di Tirana. Capite cosa intendo dire? Sono i Sassi di Matera di Tirana dove vive la gente venuta
giù dalle montagne dell’interno in cerca di opportunità, che ha
costruito fogne, strade, asili. Immagino che alcuni film italiani neorealisti che avete proiettato possano avervi dato un’idea di ciò che era
l’Italia in quegli anni. Questo per dire che la rappresentazione culturale di queste cose è importantissima perché trasmette una memoria
che altrimenti andrebbe persa o si fossilizzerebbe nei testi di storia.
In quegli anni tutti noi eravamo attenti a ciò che accadeva nel triangolo industriale, ma vi garantisco, per quanto io sia nato proprio nel
1950 e quindi non abbia vissuto in prima persona il periodo, che c’era
grande entusiasmo. Perché si era poveri ma ci
si pensava in ascesa sociale e sulle soglie del
benessere economico. Quando De Rita mi
La logica fordista
parla di quel periodo, rievoca gli entusiasmi di
modernizzò il Paese
allora: «Allora eravamo convinti di cambiare
approfondendo la
il Paese, di fare missione di comunità dentro
frattura tra Nord e Sud
un grande movimento collettivo, con dietro le
con la quale facciamo
grandi culture popolari, quella cattolica e
i conti ancora oggi
quella socialista, culture che si facevano in
quel momento motore di cambiamento». Gli
anni 50 furono quindi un grande momento
da questo punto di vista. Ma non fuori solo rose e fiori, anzi. E qui
arrivo alla dialettica tra innovazione dall’alto e innovazione dal basso.
A partire dalla fine degli anni 50, infatti, innovatori dall’alto ebbero la meglio relegando di fatto lo sviluppo locale in una zona d’ombra dalla quale è riemerso qualche decennio dopo. Di fatto, la cultura del fordismo, quella del triangolo industriale, è diventata culturalmente egemone provocando l’esatto contrario di ciò che gli operatori di comunità promuovevano nel Mezzogiorno: al posto della
modernizzazione delle aree deboli si optò per la migrazione di milioni di lavoratori dal Sud al Nord. Questo fenomeno credo abbia qualche assonanza con ciò che è accaduto o accade anche qui in Albania
“
”
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ALDO BONOMI
oggi. Per ritornare alla cinematografia dell’epoca basti pensare a Rocco
e i suoi fratelli o a Mimì metallurgico. In questo quadro la logica dello
sviluppo di comunità e i suoi operatori diventano marginali, ridotti a
“crocerossina” dello sviluppo che cercava di governare (si fa per dire)
le conseguenze dell’esodo migratorio: spopolamento, impoverimento
delle energie sociali, desertificazione culturale e così via. La logica
fordista modernizzò il Paese lasciando intatta, anzi approfondendo,
una frattura tra Nord e Sud del Paese con la quale stiamo ancora a
fare i conti oggi.
Gli anni 60 sono stati gli anni del boom economico che si è retto
sull’industria del Nord che ha attratto traumaticamente, con lo sradicamento, tanti braccianti del Sud nelle fabbriche del triangolo industriale. Dopodiché gli innovatori dall’alto, quelli pubblici, hanno ben
pensato di trapiantare parte della grande industria pubblica nel
Mezzogiorno pensando in questo modo di compensare lo squilibrio
determinato dal fordismo privato. Un tentativo di crescita a due velocità che si è rivelato fallimentare dal punto di vista del governo delle
dinamiche territoriali. Lo dico proprio perché il ministro ha citato i
quattro sottosistemi territoriali: montagne, città, aree turistiche di
costa e aree rurali. Io dico, attenzione! Il governo equilibrato, complessivo della dimensione territoriale è fondamentale! Altrimenti si approfondiscono fratture magari già esistenti, così come accaduto da noi,
dove anzi la frattura economica e sociale è diventata frattura politica.
Attenzione quindi a manovrare con dolcezza la potenza degli interventi esogeni, quelli che magari fanno guadagnare consenso elettorale
nel breve periodo, e a non sottovalutare la potenza dell’accompagnamento dolce, che porta benefici stabili nel lungo periodo.
Arrivo ora agli anni 70, gli anni del ritorno sulla scena dell’innovazione dal basso. In Italia furono tre i soggetti che avevano compreso
quello che stava avvenendo, e li voglio citare. Mi pare giusto. Uno lo
avete appena ascoltato, è Giuseppe De Rita che, da operatore di
comunità qual era tornò al centro, a Roma, si mise a studiare le dinamiche profonde del Paese, i suoi mutamenti viscerali. Scoprì i locali-
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LO SVILUPPO ITALIANO IN QUATTRO MOSSE
smi, poi diventati nell’accademia “distretti industriali”. E fu proprio
un professore come Giacomo Becattini a dare dignità accademica alle
tante piccole imprese che nei territori competevano e cooperavano,
coniugando sviluppo economico e coesione sociale. Erano imprese,
come diceva Giorgio Fuà, altro economista del territorio, che erano
altrettanti progetti di vita, non erano semplici molecole del capitale.
Se chiedete a De Rita: «Chi fa lo sviluppo?», lui vi risponderà: «Fa
sviluppo locale chiunque ritenga che fare impresa significa fare un
progetto di vita. L’identificazione con l’impresa non è priva di rischi,
evidentemente. Basti pensare ai fenomeni estremi accaduti ancora
recentemente sulla scia della crisi in alcune aree del Paese, dove piccoli imprenditori che non ce la facevano a reggere all’urto della selezione del mercato hanno subìto crolli personali drammatici, tanto è
simbiotico il rapporto tra persona e impresa.
Istituzionalmente siamo sempre andati avanti in una specie di
schizofrenia. Fino a dieci anni fa c’era un patto non scritto, ovvero il
federalismo, che affidava «allo Stato centrale e ai partiti il rapporto
con la grande impresa pubblica e con la grande impresa privata; alle
banche l’interesse nazionale; alle Regioni il rapporto con i piccoli».
Per fortuna che c’era quel patto, perché ha fatto sì che l’Italia abbia
“tenuto” e sia cresciuta: l’Italia dei distretti, l’Italia del territorio. Il
dialogo era con Fiat, con Iri e con le tre banche principali. Nel frattempo, dentro al capitalismo molecolare crescevano tante piccole
banche di credito cooperativo, tante banche popolari e milioni di
imprese e microimprese. Poi questo patto non scritto si è rotto ed è
rimasto il capitalismo di territorio, che ha continuato a crescere e che
oggi supporta la sfida della globalizzazione. Non sono più Fiat o Iri a
competere nella globalizzazione, ma i soggetti di quel capitalismo di
territorio, di quel patto non scritto.
Ma da un po’ di tempo i distretti non esistono più, o perché sono
implosi verso il basso (erano distretti dove, a essere competitivo, era
unicamente il costo del lavoro e l’autosfruttamento: a Carpi, per
esempio, c’era il distretto della maglieria, ora in mano ai rumeni e ai
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ALDO BONOMI
cinesi) o perché, fortunatamente, sono esplosi verso l’alto.
Dentro i processi di globalizzazione il capitalismo di territorio si è
però evoluto, e oggi è composto, in primo luogo, da un capitalismo di
medie imprese. Se non siamo falliti come sistema-Paese lo dobbiamo
a 3.500 imprese che ne controllano altre 135mila. È il cosiddetto
«capitalismo a grappolo». L’impresa italiana non cresce? Se c’è il capitalismo a grappolo vuol dire che le imprese sono cresciute. Il problema è che sono cresciute all’italiana, non concentrandosi dentro le
mura e facendo la grande impresa, ma crescendo dentro ai distretti in
cui è avvenuto un processo di verticalizzazione e selezione. Le medie
imprese acquistano “fuori dalle mura” il 70% delle merci e dei servizi.
Il vero problema è che le medie imprese sono
cresciute aggregando o acquistando altre
imprese similari o competitor, e che acquistaSe non siamo falliti
no fuori dalle mura dentro un capitalismo di
come sistema-Paese
filiera. Fuori dalle mura ci sono le piccole e
lo dobbiamo a 3.500
medie imprese, gli artigiani e il sommerso. Il
imprese che ne
sommerso non sta solo a Napoli, sta anche
controllano 135mila. È il
nella pedemontana lombarda e nel Veneto.
«capitalismo a grappolo»
Purtroppo non è una patologia ma una funzionalità. Se si ricostruisce il ciclo della filiera
vediamo che dentro ci sono questi elementi:
medie imprese leader, piccole imprese, “pulviscolo artigiano” e sommerso. Le filiere portano lontano e partono da lontano. Partono per
esempio da Valdagno, come nel caso della Marzotto, con la testa a
Milano, pezzi del ciclo produttivo e di filiera nel Nord-Est per finire, successivamente, in Egitto e in India. Le filiere sono ormai transnazionali. Il capitalismo di filiera si è irrobustito dentro la dimensione territoriale e sta avendo una fenomenologia molto interessante
dove è in atto un conflitto tra aziende «molla» e aziende «trivella».
Le aziende «molla» sono quelle imprese dove non conta la dimensione ma che, posizionate dentro la filiera, hanno capito l’importanza di agganciarsi con chi va dal locale al globale e poi torna indietro.
“
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LO SVILUPPO ITALIANO IN QUATTRO MOSSE
Chi sta dentro quella filiera sta benissimo, indipendentemente dal
settore merceologico. Per queste imprese la rete di commercializzazione e di penetrazione globale è fondamentale. Le aziende «molla»
sono dentro la filiera. Le aziende «trivella» sono invece quelle che
hanno ancora il mito che sia possibile riprodurre automaticamente la
proliferazione capitalistica sul modello capannone-villetta-Bmw in
garage, ovvero il modello tipico del capitalismo di territorio che oggi
è in difficoltà. Lo scontro è tra questi due tipi di impresa. La bandiera del capitalismo molecolare è il capannone. Mentre il problema
oggi è fare aggregazione (e non un altro capannone!) facendo, quindi, «molla». Questo è stato sedimentato dal modello di territorio. Se
nell’economia delle nazioni completavamo la
stessa con un mercato interno e un mercato
europeo partendo dai distretti e, a sua volta, la
Asse Malpensa - Orio al
rete era un mercato nazionale, oggi la conSerio - Milano: qui ci si
densa avviene in quello che chiamo «città
è sollevati dal territorio
infinita», ma che si può indicare anche con
e dal localismo.
«piattaforme produttive».
Si è cominciato a fare
Ho analizzato l’asse che va dall’aeroporto
condensa di sistema
di Malpensa fino all’aeroporto di Orio al
Serio con Milano: 4 milioni di abitanti, 3
milioni e 800mila autoveicoli. Tra breve il
rapporto sarà tale che ci saranno o gli uni o gli altri. In quella zona c’è
una fabbrica enorme, solo che è dentro alle filiere, alle imprese e così
via, e deve essere ricostruita dal punto di vista sociale e della rappresentanza. Lì le persone non sono rappresentate dal sindacato ma sono
una piattaforma produttiva con il più alto numero di sportelli per il
lavoro interinale e il più alto numero di sportelli bancari. Se si prende quella piattaforma e la si quota nel mercato globale, si può notare
che c’è un enorme numero di investimenti diretti all’estero sia in
entrata sia in uscita. Ci si è sollevati dal territorio e dal localismo. Si
è cominciato a fare condensa di sistema. Ritengo che se non siamo
falliti è perché in questo Paese esistono 12 piattaforme produttive, 12
“
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ALDO BONOMI
geocomunità che competono nella globalizzazione.
Dobbiamo alle merci e al lavoro dei tanti capitalismi di territorio
di queste 12 piattaforme produttive se non siamo falliti. Qui c’è un
capitalismo di territorio fatto di medie e di piccole imprese, di artigiani organizzati in filiera. Qui comincia a crescere un rapporto tra
sviluppo territoriale, sviluppo locale e funzioni metropolitane. Queste
ultime sono quelle per cui si andava in città per andare in banca,
soprattutto ora che le banche si sono alzate dal territorio. Ci sono
banche “buone” che interagiscono con il territorio e banche “cattive”
che non interagiscono con il territorio. È tutta qui la differenza. Il
rapporto è tra le funzioni finanziarie e il territorio. Nelle metropoli c’è
la produzione di conoscenza e c’è il terziario. Ugualmente, il terziario
“buono” è quello che interagisce con il territorio e il terziario “cattivo” è quello che sta dentro solo ai flussi a “somma zero”. Funzioni
metropolitane sono la commercializzazione, il marketing, la pubblicità e la comunicazione. Le piattaforme produttive devono essere
innervate da funzioni metropolitane. Questo è il vero problema, perché quel capitalismo - da solo - non ce la fa. Il rapporto tra cittàregione e piattaforma produttiva è uno dei nodi da sciogliere nei
prossimi anni. Importante è che ci siano almeno le strade. Non credo
al fatto che si passerà alle reti telematiche. È auspicabile che vengano
realizzate le pedemontane. Questo capitalismo è stato così animalesco da andare oltre la capacità dei servizi di seguirlo. Il capitalismo
renano prosegue con la programmazione. Ma da noi questo non
accade.
La lunga deriva del cambiamento non è mai un percorso lineare. È
invece sempre costellata di fratture, divisioni, conflitti. Braudel e
Polanyi le hanno chiamate «faglie», proprio a indicare le discontinuità che nel corso di una lunga deriva hanno determinato una «grande
trasformazione». Discontinuità non solo nel senso di cambiamenti
radicali rispetto ai precedenti assetti, ma anche nel senso di divisioni
tra interessi, contrapposizioni tra stili di vita, conflitti tra differenti
visioni del mondo.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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LO SVILUPPO ITALIANO IN QUATTRO MOSSE
Credo che anche l’Albania abbia intrapreso una piccola-grande
trasformazione dopo il crollo del muro di Berlino. L’economia albanese, a partire dagli anni 90, è interessata da più cicli di trasformazione, che accompagnano la lunga fase di deindustrializzazione seguita
alla fine del regime comunista. Da una parte proseguono gli sforzi per
definire assetti regolativi di un’economia di mercato e dotare
l’Albania dei beni collettivi di base per la competizione economica (lo
sviluppo del comparto energetico, della rete dei trasporti e del sistema idrico-fognario sono le priorità). Dall’altra parte i programmi si
basano sullo sviluppo delle Pmi, in un Paese caratterizzato nel decennio chiusosi da tassi di crescita elevati (mediamente con una crescita
del Pil annuo intorno al 6%), ma con un settore industriale ancora
oggi poco sviluppato (il Pil deriva per il 43% dai servizi, per il 21,5%
dall’agricoltura, l’8% dai trasporti, il 17% dall’edilizia e solo per il 10%
dall’industria). I comparti maggiormente sviluppati sono il tessile e
l’agroalimentare. Il primo è fortemente intrecciato (e dipendente) con
l’economia italiana: nel 2008 l’Italia ha assorbito il 62% dell’export
albanese, con un’importante componente di prodotti tessili, delle calzature e dell’abbigliamento, legati al subcontracting con le imprese
italiane del settore. L’agroalimentare è in sviluppo e negli anni più
recenti si è registrato un piccolo boom turistico. L’Albania si configura quindi come un pezzo di piattaforma produttiva adriatica in fieri.
Base di questa piattaforma è l’asse di quel “mare corto” cui accennavo all’inizio e che separa l’Albania dalla Puglia per risalire da lì verso
il Centro-Nord Italia e l’Europa continentale. Dall’esperienza italiana possiamo evincere che la costruzione di uno spazio di rappresentazione dentro la globalizzazione occorre tenere insieme tre aspetti,
potremmo dire tre dimensioni che si intrecciano sul territorio:
• gli aspetti identitari, quelli più eminentemente legati alla memoria dei luoghi, fanno riferimento alle lunghe derive della memoria
collettiva, una specie di comunità di destino alla quale le persone si
richiamano per sapere da dove vengono. La questione dell’identità
può apparire una questione secondaria ma non lo è, e credo che per
60
ALDO BONOMI
voi sia evidente. Basti pensare al significato tragico che il termine
identità ha assunto nella storia recente dei Balcani. Si tratta di una
questione che se dimenticata o rimossa si trasforma in un mostro
ingestibile;
• gli aspetti legati alla competizione, intendendo con ciò riferirmi
all’organizzazione produttiva, alle sue intrinseche risorse modernizzanti quando governate senza eccedere nelle discontinuità. Mi rendo
conto che per un Paese impegnato a rincorrere il benessere economico sia difficile evitare le scorciatoie offerte da una globalizzazione
(anche di provenienza italica) che ricerca le migliori condizioni locali per atterrare e distribuire opportunità di occupazione e sviluppo
sociale, tuttavia occorre “mettersi in mezzo”,
cioè accompagnare, armonizzare il contatto
tra flussi e luoghi;
Non c’è un modello
• gli aspetti legati alle funzioni, intendo con
preciso da seguire, non
ciò quelle dotazioni di rete (infrastrutturale,
c’è più né lo sviluppo
logistica, informatica, di saperi alti, etc.) che
a stadi, né un sentiero
permettono al Paese e ai suoi territori di
virtuoso da seguire
agganciarsi ai flussi della globalizzazione,
in modo automatico
senza i quali oggi si rischia di rimanere tagliati fuori dal mondo.
Tenere insieme queste tre grandi complessità credo sia il compito che oggi aspetta la classe dirigente, in Italia
come in Albania. Ma, come potete vedere, non c’è un modello preciso da seguire, non c’è più né lo sviluppo a stadi, né un sentiero virtuoso da seguire in modo automatico (con l’aiuto di qualche algoritmo),
come piace pensare a tanti economisti. Concludo dicendo che le mie
brevi ma ricorsive visite in Albania rendono evidenti, all’occhio esterno, i cambiamenti in atto, un’effervescenza sociale e una voglia di fare
che fanno ben sperare. Occorre concimare questi filamenti di futuro
affinché sappiano trasformarsi in alberi dalle radici profonde e dai
rami aperti sul mondo.
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
61
SCAMBIO E SVILUPPO
NELLA PROSSIMITÀ
L’Albania è importante per l’Italia intera, ma soprattutto per la
Puglia con la quale ha un rapporto di relazioni molto stretto.
Così come immagino che l’Italia sia importante per l’Albania.
Credo che questo “mare corto” serva a farci parlare più
facilmente e farci guardare insieme all’Europa. L’ambizione
deve essere comune: guardare oltre i confini e non chiuderci.
di
Alessandro Laterza
presidente Confindustria Bari
C
redo che le considerazioni fatte da Giuseppe De Rita e da Aldo
Bonomi vi abbiano chiarito abbastanza bene quelle che sono
state le dinamiche evolutive del capitalismo italiano fino alla soglia
degli anni 2000 o certamente fino agli anni 90. Condivido con loro
la considerazione che non è assolutamente possibile individuare una
ricetta facilmente esportabile in alcun Paese, in Albania o altrove.
Tuttavia mi preme sottolineare un paio di aspetti, forse banali. In
primo luogo, l’Albania è importante per l’Italia intera, ma per la
Puglia - e io vengo dalla Puglia - è ancora più importante che per
l’Italia perché c’è un sistema di relazioni molto stretto. Così come
immagino che l’Italia sia importante per l’Albania, se è vero che
siamo su una quota di scambi pari al 35% del volume complessivo e
se è vero che il 26% di quello che si importa in Albania viene
dall’Italia e che il 60% di quello che viene esportato dall’Albania
viene in Italia. Questo è un processo che può sembrare storico anche
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
63
SCAMBIO E SVILUPPO NELLA PROSSIMITÅ
perché io vorrei - e qui cominciamo ad entrare più in campo psicologico più che economico - che questo venga considerato più come
un punto di partenza che come un punto di arrivo. Perché credo che
sia importante infittire il sistema di collaborazioni in atto.
Tra l’Albania e la Puglia c’è uno scambio importante di merci e di
persone, il cui perno è il porto di Bari, un porto di grande rilievo
appunto perché è il mezzo di questi scambi. Quindi questa discussione e queste considerazioni meritano di essere fatte, magari prendendo il rischio di dire qualcosa su ciò che non si deve fare in
Albania, o quali sono alcune esperienze italiane che possono costituire materia di riflessione per le scelte o per le linee di comportamento che si decideranno.
Prima questione: quanto sono importanti i
soldi, i fondi per accendere o per accelerare
Qualunque sia
un processo di sviluppo. La solita risposta la politica di sviluppo
«I soldi non sono importanti, contano le
territoriale che
idee» - è falsa. I soldi servono, c’è poco da
si persegue, l’assenza
discutere. Servono ed è interessante il fatto
di politiche nazionali
che esista una sorta di complesso di colpa.
è un problema
Per esempio noi in Italia diciamo sempre che
vengono dati troppi incentivi alle imprese.
Questo può essere anche vero. Se vediamo i
dati, però, in Germania gli incentivi alle imprese sono il doppio o più
del doppio di quello che viene dato in Italia. Stranamente questo
non emerge come problema in Germania. Quindi oggettivamente i
soldi servono, ma poi bisogna discutere su che fine e che sorte fanno,
e se vengono più o meno efficacemente impiegati. Questo effettivamente è un punto chiave. E non do un suggerimento, riporto un’analisi. Nel Mezzogiorno d’Italia, e non mi riferisco solo agli incentivi
alle imprese ma in generale alle politiche di trasferimento verso
un’area del Paese, è fuori discussione che siano state trasferite nel
tempo massicce quantità di risorse ed è certo che se questo non ha
peggiorato le cose, non le ha certo migliorate in termini tali da ridur-
“
”
64
ALESSANDRO LATERZA
re il divario tra il Sud e il Centro d’Italia. Possiamo poi distinguere
diverse zone. Io vi potrei dire che Bari è meglio, ma in sostanza questa differenza non si è attenuata.
In una recente analisi la Banca d’Italia osserva che probabilmente per quelle che possono essere le politiche di sviluppo locale, qualunque sia il sistema di incentivazione, di push dall’alto, qualunque
sia la politica di sviluppo territoriale che si persegue, l’assenza di
politiche nazionali è un problema. Cioè, in altri termini, in Italia che offro come spunto di riflessione agli amici albanesi - se non c’è
una politica nazionale di istruzione, giustizia, sicurezza e sanità, noi
possiamo inventarci tutte le formule che vogliamo, ma, almeno dalle
nostre parti, se questo non c’è, qualunque tentativo di sviluppo, e
comunque formulato, sarà destinato all’insuccesso. Credo sia un
punto da approfondire anche nel contesto albanese. Questo per dire
che, dal mio punto di vista, se il piano di intervento locale non incrocia le politiche nazionali e - scusate se complico la vita - se le politiche nazionali non incrociano le politiche europee - e qui in Albania
ovviamente con l’ingresso in Europa la questione è molto rilevantee non si riesce a fare questa operazione di interazione tra piani di
azione o, se vogliamo, di governo, io credo che sarà molto difficile
ottenere un cambiamento significativo. Ovvero, siccome sono molto
d’accordo con quello che dicevano De Rita e Bonomi, non sono
sicuro che senza questo tipo di attenzione si riesca poi a cogliere o
semplicemente ad accompagnare i processi di sviluppo che nascono
evidentemente da occasioni di difficile intuizione.
Oggi raccontavo di un’azienda pugliese che si trova in difficoltà, il
Gruppo Natuzzi, il più grande produttore dei divani nel mondo, che
è in Santeramo in Colle in provincia di Bari, che è un paesetto
arrampicato sulle montagne. Si può dire: ma come è possibile?!
Logisticamente non ha senso che quella impresa nascesse lì, eppure
è nata e si è sviluppata lì, e non c’è nessuna spiegazione razionale per
dire come mai. In alcuni casi le spiegazioni le troviamo, ma spesso
grossi processi di sviluppo non sono del tutto spiegabili. Però, non
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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SCAMBIO E SVILUPPO NELLA PROSSIMITÅ
creare un contesto in cui i processi di sviluppo possano nascere, in
questi tempi, in questo momento, con tutta questa vicenda della globalizzazione che si vive talvolta come un’opportunità, talvolta come
una sciagura, dobbiamo avere la complessità per affrontarla.
Quali sono le mie considerazioni conclusive? Io guardo l’Albania.
Faccio l’osservatore esterno. Vedo un grande numero di imprese
agricole. Sono una risorsa? Sì. Ma sono moltissime e piccole e con
piccole doti. Questo è stato accertato, come dire, anche da noi in
Italia dove la situazione ovviamente è diversa, ma è accertato che
questo è un problema. Lo si può interpretare variamente, si può dire
che questo è il tipo di agricoltura che serve a tutela del paesaggio e
del territorio. Può andare anche bene. Ma il punto non è quello di
intervenire dal punto di vista economico per lo sviluppo economico,
ma in un’altra prospettiva. Questo è un grande tema, perché così
come viene descritta freddamente è una situazione di debolezza, non
un punto di forza.
Manifattura: noi ne abbiamo tante, come pugliesi, come italiani,
ma nel sistema manifatturiero albanese le imprese sono poche; è, se
vogliamo, anche un fatto di responsabilità, di opportunità, lo considero un problema comune, non una questione di interesse esclusivamente albanese. Sono poche e sono piccolissime. Io vengo da un
Paese che è il trionfo della piccola impresa. Ma qui è ancora più piccola di una realtà come la nostra in cui trionfa la piccola impresa. È
una situazione di debolezza che poi a sua volta - ed è questo il punto
che mi colpisce di più - è gravata dal peso enorme che ha il terziario “commerciale” (tipo ristorazione): che è chiaro che va bene a
breve termine, ma poi quando non si potrà più contare sulle rimesse, l’economia ne risentirà, se è vero che il 15% del Pil albanese proviene dalle rimesse dall’estero, componente positiva, ma non a lungo
termine. Dopo un po’ di tempo, infatti, le rimesse si riducono perché
giustamente le persone si integrano, si fanno la propria vita, costruiscono le cose altrove.
Allora quali suggerimenti si possono dare? Io parlo da persona
66
ALESSANDRO LATERZA
che guarda con grande interesse e con grande fiducia all’Albania e
dico che probabilmente dobbiamo lavorare su come approntare un
sistema di aggregazione delle imprese, tema peraltro fortemente sentito anche da noi in Italia. Non ci diamo formule precise. Il punto è
che qualunque occasione utile a far sì che la piccola o piccolissima
impresa riesca a lavorare, a cooperare con altre e a creare un progetto produttivo più grande, è una cosa positiva. Quindi non è un dirigismo centralista, ma il favorire processi di aggregazione. Questo
credo sia un fatto su cui discutere ancora e riflettere. Questo è un
tema che noi in Puglia cerchiamo di affrontare molto seriamente.
Bene, dove la grande impresa non c’è, dove la media è rara, se la piccola è un valore, custodiamolo questo valore,
però diamogli l’opportunità, la capacità di
avere una forza di penetrazione maggiore.
Far sì che la piccola o
Qui parliamo di una rete, di costruzione di
piccolissima impresa
reti. Che servono, tra l’altro, per uscire da
riesca a lavorare non
quel localismo che se può essere virtuoso, ma
è dirigismo centralista,
che può però diventare un cappio che stranma il favorire processi
gola. Noi ora stiamo comparando l’Italia e
di aggregazione
l’Albania, ma dobbiamo tener conto delle
differenze. L’Albania ha una superficie pari a
circa la metà di quella della Puglia, con una
popolazione di 3 milioni di abitanti, contro i 4 di cittadini pugliesi;
è una realtà territorialmente piccola ma con una percentuale di montagne alta, il 60%. Perciò quando noi parliamo di Albania dobbiamo
considerare anche questa configurazione, dobbiamo capire che si
tratta di una situazione molto specifica che non si può ignorare.
Quindi ancora una volta torno a proporvi il sistema delle reti, un
sistema altrettanto importante del Corridoio VIII.
Le reti energetiche per esempio. Problema per noi, problema per
voi. La Puglia è il principale produttore delle energie rinnovabili
d’Italia. Ma ha una piccola difficoltà, non ha una efficiente rete di
trasmissione al di fuori della regione e all’interno della regione. Vi
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”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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SCAMBIO E SVILUPPO NELLA PROSSIMITÅ
ricorda qualcosa questo? È così anche qua, no? Non è importante
solo produrre ma anche come si distribuisce. Ed infine c’è il grande
tema di questa Agenda europea 20x20 sulla quale io spero che ci sia
un dialogo intenso tra Italia ed Albania, anche se sembra una cosa
molto lontana. In realtà io sono convinto che tutte le grandi decisioni dell’Europa saranno fatte sulle direttrici di questa Agenda 20x20.
Quindi, oltre a discutere su ciò che c’è oggi - i piani, i fondi strutturali, i fondi per l’integrazione - dobbiamo fare questo sforzo di fantasia di ragionare sul futuro, perché altrimenti siamo fuori, il Sud
Italia di sicuro. Su quelle che saranno le direttrici di massa ci dobbiamo essere - Italia e Albania insieme -, valorizzando le nostre specificità locali, dalla montagna albanese alla Natuzzi, a Bari, guardando francamente in un orizzonte più ampio.
Credo che questo “mare corto” serva a farci parlare più facilmente e farci guardare l’Europa, non per farci guardare solo in casa o tra
noi e noi. L’ambizione deve essere comune, per andare fuori, non per
ritirarci al coperto.
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COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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IL SETTORE PRIVATO
IN ALBANIA
Sin dall’inizio della transizione, il settore privato è la forza
trainante dello sviluppo economico albanese. In costante
crescita, oggi produce circa l’80% del Prodotto interno lordo
ed impiega più dell’80% della forza lavoro. Ma le grandi
imprese, ad esempio del settore elettrico e degli altri servizi
pubblici, rimangono prevalentemente statali. C’è però
anche un’altra peculiarietà: all’interno della percentuale
di Pil prodotta dal settore privato, il commercio ha un peso
maggiore dell’industria
di
Marco Ranieri
ricercatore
INTRODUZIONE
Sin dall’inizio della transizione, il settore privato è la forza trainante
dello sviluppo economico albanese. In costante crescita, oggi produce
circa l’80% del Prodotto interno lordo ed impiega più dell’80% della
forza lavoro. Il governo albanese è ben cosciente dell’importanza di
questo settore ed è dunque impegnato nel suo rafforzamento.
Guardando al tipo di proprietà (pubblica o privata) delle attività
economiche, è possibile dividere l’economia albanese in due segmenti: da un lato le piccole e medie attività industriali e commerciali che
sono quasi del tutto private, dall’altro le grandi imprese, ad esempio
del settore elettrico e degli altri servizi pubblici, che rimangono prevalentemente statali. Questa situazione dicotomica emerge anche
dalle analisi dell’Ebrd - Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che assegna all’Albania un indicatore da «economia di mercato industrializzata standard» con riferimento alla privatizzazione
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
71
IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
delle piccole attività commerciali e produttive, mentre un indicatore
ancora sotto lo standard delle economie di mercato (3,33 su 4,5) con
riferimento alla privatizzazione delle grandi imprese.
Un altro elemento utile a chiarire le peculiarità dell’economia
albanese è che all’interno della percentuale di Pil prodotta dal settore privato, il commercio ha un peso maggiore dell’industria (che
stenta a svilupparsi e contribuisce per circa il 10%). È infatti interessante notare che in Albania, a differenza degli altri Paesi che sono
passati dall’economia pianificata a quella di mercato, la diminuzione
del contributo del settore agricolo al Pil non è stata bilanciata da un
aumento del contributo del settore industriale, ma bensì da quello
del commercio.
Una delle cause del maggiore sviluppo del
commercio rispetto all’industria è data dal
A partire dagli anni 90
fatto che l’Albania dipende per la sua cresciil sistema elettrico
ta in misura importante dalle rimesse degli
albanese è caratterizzato
emigrati. Tali flussi di capitale privato hanno
da una produzione
infatti generato una domanda crescente di
insufficiente e da un
beni di consumo, quasi sempre importati, a
elevato livello di perdite
scapito dell’accumulazione di capitale da
immettere nel sistema industriale locale.
Prima di analizzare la struttura del settore
privato albanese che coincide, di fatto, con il settore delle piccole e
medie imprese, sarano illustrati due importanti settori (elettrico ed
idrico) in cui la presenza pubblica è ancora maggioritaria, ma che in
futuro prevedranno spazi crescenti per i privati. Un breve focus è
inoltre dedicato all’agricoltura.
“
”
IL SETTORE ELETTRICO: STRATEGIE E PRIVATIZZAZIONE
A partire dagli anni 90 il sistema elettrico albanese è caratterizzato
da una produzione insufficiente e da un elevato livello di perdite,
dovuto sia a motivi di natura tecnica sia a comportamenti illeciti, tra
72
MARCO RANIERI
cui allacci illegali e mancata riscossione delle bollette (ancora a gennaio 2009 meno del 50% dell’energia distribuita è stata pagata). Per
anni le perdite nel sistema di distribuzione sono state tra le peggiori in Europa e soprattutto la bassa performance nella distribuzione
di elettricità ha causato frequenti blackout ad abitazioni private e
imprese, condizionando i processi produttivi e lo sviluppo del Paese.
Solo dal 2000 il governo albanese, con il sostegno dei Paesi donatori, ha avviato un’ampia riforma del settore fissando alcune linee
guida che includono: l’ammodernamento del quadro normativo, la
creazione di un Ente regolatore dell’energia (Ere) sotto controllo del
parlamento, la riforma delle tariffe, l’integrazione nel mercato europeo e internazionale, la riorganizzazione della Compagnia elettrica
albanese (Kesh) e la promozione di misure e comportamenti per ottimizzare il consumo di energia e realizzare uno sviluppo sostenibile.
Anche sulla base di tali linee guida, Kesh e ministero
dell’Economia, commercio ed energia hanno sviluppato l’Action Plan
2003-2015, che prevede investimenti per 1,2 miliardi di dollari per
la riabilitazione del sistema e la realizzazione di nuove centrali e
nuove linee di interconnessione con i Paesi confinanti. Il governo si
è poi impegnato nella separazione di Kesh in unità legalmente autonome, con l’intento di creare tre differenti società per la produzione,
la trasmissione e la distribuzione di energia, al fine di rendere il settore più efficiente ed avviare il processo di integrazione nel mercato
energetico europeo.
Negli ultimi anni Kesh ha registrato dei progressi sia negli indicatori di performance, sia nel processo di ristrutturazione organizzativa e gestionale: sono infatti state create, accanto a Kesh stessa, una
società per la trasmissione (Ost) e una per la distribuzione (Ossh) di
energia. Tale processo di riforma ha registrato un importante passo
avanti l’11 marzo 2009, con la firma del contratto per la privatizzazione di Ossh a favore della società ceca Cez. In particolare, il contratto ha previsto la cessione alla Cez del 76% delle azioni di Ossh
per 102 milioni di euro.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
73
IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
La privatizzazione e il conseguente ingresso della compagnia ceca
sono state le uniche azioni possibili per migliorare la fornitura di
energia elettrica riducendo, nel contempo, le perdite dovute ai mancati pagamenti. Va tuttavia ricordato che, poiché le tariffe attuali
sono di circa il 20-25% inferiori al costo reale dell’energia, Cez ha già
avviato le procedure per poter richiedere all’Ente regolatore dell’energia un aumento delle stesse nel corso del 2010.
Altre azioni per migliorare la performance del settore energetico,
accanto alla privatizzazione delle imprese esistenti, comprendono la
creazione di centrali idroelettriche di piccole dimensioni in aree
remote del Paese e l’aumento dell’uso di fonti energetiche rinnovabili, tra cui eolico e solare. Quello delle energie rinnovabili è un settore in cui sarebbe possibile costituire, senza grandi difficoltà, partnership pubblico/privato anche con imprese estere.
IL SETTORE IDRICO: CARENZE E POTENZIALITÀ
Anche l’altro principale settore delle public utilities ancora di proprietà statale, ovvero l’idrico-fognario, registra situazioni di inefficienza accanto a delle possibilità per gli operatori privati.
Il settore soffre di carenze tecniche e gestionali sia a livello locale
che a livello centrale; basti pensare che la produzione di acqua pro
capite giornaliera raggiunge i 350 litri circa, di cui solo 108 vengono
venduti, a fronte di una normativa europea che fissa in 120 litri al
giorno il fabbisogno per abitante. Questa enorme differenza tra
quantità d’acqua prodotta e utilizzata è causata dalle rilevanti perdite (raggiungono anche picchi del 70%) che sussistono nel sistema di
approvvigionamento e distribuzione. Va sottolineato, inoltre, che
spesso il costo totale della produzione non viene recuperato sia a
causa delle elevate perdite della rete, sia perché le aziende applicano
prezzi fissi forfettari senza considerare il consumo effettivo per
famiglia. In conseguenza dei citati fenomeni, si calcola che nel sistema degli acquedotti albanesi entrino 308 milioni metri cubi d’acqua
74
MARCO RANIERI
all’anno, di cui solo 95,8 milioni fatturati e 60 milioni effettivamente incassati.
Prima del processo di decentralizzazione, la proprietà delle aziende idriche era detenuta al 100% dal ministero dell’Economia, che è
anche l’organo preposto al rilascio delle concessioni necessarie per la
gestione del servizio idrico-fognario, in coordinamento con il ministero dei Lavori pubblici e con il ministero delle Finanze. Regioni,
Comuni e municipalità avevano quindi un ruolo marginale, solo di
sorveglianza e senza poteri decisionali, nella gestione del servizio
idrico. La delibera del Consiglio dei ministri n. 660 del 12 settembre 2007 ha modificato radicalmente il ruolo degli enti locali che,
dalla fine del 2007, sono diventati (teoricamente) proprietari delle aziende idriche. Ad
oggi, più dell’80% delle imprese idriche sono
Anche il settore, ancora
dotate di un’assemblea di azionisti.
statale, idrico-fognario
Tuttavia, per un’analisi realistica, non bisoregistra situazioni di
gna solo considerare la mera condizione di
inefficienza. E gli
proprietà delle singole aziende, ma anche
operatori privati non
l’effettiva condizione di autonomia operativa,
sono ancora autonomi
gestionale, tecnica ed economica delle stesse.
Molte aziende, infatti, non possiedono le
capacità necessarie per essere indipendenti
dal governo. Al momento è difficile prevedere quali saranno le tempistiche per la realizzazione effettiva del decentramento e dell’autonomia delle autorità locali, poiché manca una reale pianificazione e
le variabili che potrebbero modificarne l’andamento sono diverse,
non ultimi i delicati equilibri politici susseguenti alle elezioni parlamentari del giugno 2009.
Attualmente sono in tutto 54 le aziende idriche nel territorio
albanese, di cui 28 forniscono un servizio idrico integrato che comprende approvvigionamento d’acqua e servizio fognario e 26 offrono solo servizi idrici. Delle 54 aziende, 16 servono unicamente le
municipalità (ovvero i Comuni propriamente detti e ufficialmente
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COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
75
IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
riconosciuti) e 38 servono anche le zone periferiche delle città (spesso cresciute senza alcun piano regolatore).
Nonostante il generale miglioramento del servizio idrico-fognario, soprattutto a livello infrastrutturale, molte aziende fanno fatica
a garantire al cittadino un’erogazione d’acqua continuativa nelle 24
ore; inoltre la qualità dell’acqua fornita raramente raggiunge gli
standard europei. Risulta comunque difficile tracciare un quadro
comune per tutte le aziende idriche albanesi: ognuna ha infatti una
situazione a sé stante per quanto riguarda il passaggio della proprietà dal governo centrale alle municipalità, per la condizione di indipendenza e sostenibilità finanziaria, per la capacità gestionale e per
le condizioni infrastrutturali dei territori serviti. Le aziende di Tirana e Korça, ad esempio, hanno aumentato il livello di efficienza
Il settore agricolo,
nel management e godono di una maggiore
pur essendo
autonomia dal governo centrale, autonomia
per la maggior parte
ancora lontana da raggiungere per le aziende
privato, rimane uno
di Elbasan, Valona e Durazzo.
dei comparti economici
In chiave di possibile presenza privata nelmeno avanzati
l’erogazione del servizio idrico-fognario, è
interessante il caso dell’azienda idrica di
Tirana (Utk), quella con il maggior bacino
d’utenza dell’Albania. Ad oggi l’Azienda gode di una situazione
finanziaria stabile ma non è dotata di un’assemblea di azionisti (il
ministero dell’Economia ne è a tutti gli effetti il proprietario che ne
approva il bilancio). La proprietà dell’azienda, che copre Tirana e altri
16 comuni, sarà suddivisa secondo percentuali tra le diverse municipalità (Tirana riceverà circa il 70% della proprietà). Va comunque
sottolineato che secondo la legge albanese bisognerà attendere due
anni dal momento del passaggio di proprietà prima di poter rivendere le azioni e poter modificare il bacino di utenza servito.
Anche grazie ad una riorganizzazione interna e l’arrivo di un
nuovo direttore generale, Ukt è oggi un’azienda la cui indipendenza
“
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76
MARCO RANIERI
dal voverno è sempre maggiore e la cui gestione potrebbe nel futuro
essere affidata a privati. Il coinvolgimento del settore privato potrebbe essere realizzato tramite un processo graduale, iniziando con contratti di gestione per poi passare, successivamente, a contratti di concessione propedeutici alla privatizzazione.
La Cooperazione italiana ha concesso un credito d’aiuto di circa
27 milioni di euro attraverso il «Programma di riabilitazione della
rete idrica e fognaria di Tirana» per assistere Ukt nella riorganizzazione gestionale e la progettazione di interventi strutturali. Nella
futura apertura al settore privato (anche tramite gestioni e concessioni), è evidente la possibilità di coinvolgere le imprese italiane che
potrebbero essere favorite dal canale di dialogo privilegiato che la
Cooperazione italiana ha costruito con Ukt.
IL SETTORE AGRICOLO
Il settore agricolo costituisce un caso particolare nell’economia albanese: pur essendo per la maggior parte privato, esso rimane uno dei
comparti economici meno avanzati. Dall’inizio della transizione, il
settore è cresciuto dal punto di vista degli occupati, poiché ha assorbito la forza lavoro espulsa dalla chiusura e ristrutturazione delle
grandi imprese di Stato, ma è rimasto caratterizzato da un basso
tasso di produttività e da una bassa performance generale.
Il settore necessita di riforme strutturali, solo parzialmente intraprese dai governi che si sono succeduti negli anni, per rafforzarsi e
modernizzarsi. Inoltre, una gestione più razionale e organizzata delle
risorse non solo ne aumenterebbe il rendimento, ma faciliterebbe gli
operatori e le autorità a trarre il maggior beneficio possibile dai
fondi a cui il Paese potrà accedere durante il processo di pre-adesione all’Unione europea, ad esempio attraverso lo Strumento di assistenza preadesione Ipa, ed in seguito nell’ambito delle regole della
Politica agricola comune (Pac).
In confronto agli altri Paesi europei, la struttura economica alba-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
77
IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
nese rimane pesantemente dipendente dal settore agricolo: sebbene
la quota di Pil prodotta dall’agricoltura sia scesa dal 33% del 1996
all’attuale 20% circa, tale percentuale è ancora molto alta se confrontata con le economie europee, in cui il valore di questo aggregato è
solitamente inferiore al 5%. Inoltre, nonostante il settore produca un
quinto del Pil, esso impiega quasi tre quinti della forza lavoro e questo, insieme al fatto che la produzione agricola cresce ad un tasso
minore di quello dell’economia nel suo insieme, è un chiaro indicatore di una produttività molto bassa.
In Albania l’agricoltura è, infatti, per la maggior parte di sussistenza, praticata in piccoli appezzamenti di terreno con scarso uso di
tecnologie. Si stima che in tutto il Paese vi siano circa 370mila piccole fattorie private che solitamente combinano la coltura di frutta e
ortaggi con la cerealicoltura e l’allevamento (spesso con solo uno o
due capi di bestiame). Tale situazione è concausa del disavanzo commerciale crescente nella bilancia dei prodotti agricoli, che l’Albania
registra da anni, e del fatto che il Paese non sia autosufficiente neanche per prodotti tradizionali quali latticini, carne e verdura.
Il settore agricolo è stato oggetto di privatizzazione (su un’estensione totale dei terreni agricoli di 697mila ettari, 563mila ettari sono stati
privatizzati e 134mila sono ancora di proprietà statale), ma tale processo ha avuto l’effetto negativo di parcellizzare fortemente i terreni,
creando una situazione in cui l’estensione media degli appezzamenti è
di poco superiore ad un ettaro. Inoltre, dei 697mila ettari totali, solo
400mila circa sono effettivamente in uso. Tale parcellizzazione,
accompagnata dal problema dell’incertezza dei titoli di proprietà sui
terreni, preclude l’instaurarsi di economie di scala nel processo produttivo e, con questo, anche l’uso di tecnologie per meccanizzare la produzione e il conseguente incremento di produttività e competitività.
Altri ostacoli alla modernizzazione del settore includono la mancanza di infrastrutture nelle zone agricole (inclusi sistemi di irrigazione e drenaggio efficienti), lo scarso uso di tecnologie per la conservazione e il trasporto dei prodotti e per il mantenimento della
78
MARCO RANIERI
catena del freddo, la mancanza di organizzazione nel settore agricolo, la scarsità di informazioni a cui accedono i produttori e la debole infrastruttura commerciale.
Oltre al settore produttivo dei beni agricoli, anche le imprese di
trasformazione alimentare incontrano ostacoli che ne limitano l’efficienza. Innanzitutto, esse devono affrontare il problema della scarsa
offerta domestica di beni agricoli, andando così incontro a costi crescenti dovuti alle spese per importare materia prima dall’estero. Esse
hanno inoltre attrezzature obsolete e sono impreparate dal punto di
vista manageriale (supply chain management) e della vendita (scarse
conoscenze di marketing e branding). Altri problemi sono la difficoltà ad accedere a finanziamenti e la mancanza di certificati qualitativi e sanitari per
l’esportazione (ad esempio Iso e Haccp).
L’agricoltura è per
A partire dai problemi e bisogni citati, il
la maggior parte
governo albanese ha individuato una serie di
di sussistenza, praticata
azioni e priorità strategiche per sostenere lo
in piccoli appezzamenti
sviluppo del settore agricolo, anche nell’ottidi terreno con scarso
ca dell’esportazione. Tali azioni e priorità
uso di tecnologie
sono espresse in modo articolato nella
National Strategy for Development and
Integration 2007-2013 (Nsdi), il più importante documento programmatico del governo albanese che stabilisce
gli obiettivi di governo di medio e lungo termine e le linee strategiche di intervento settoriale a livello Paese.
La Nsdi auspica una crescita equilibrata di tutte le zone rurali
dell’Albania e la riduzione della povertà dei cittadini occupati nel
settore agricolo attraverso le seguenti azioni di politica agricola: l’aumento del sostegno finanziario alle fattorie e alle attività di produzione/trasformazione di beni agricoli; il miglioramento della gestione, dell’irrigazione e della bonifica della terra attraverso la riabilitazione di dighe e infrastrutture per il drenaggio e l’irrigazione; il
miglioramento delle capacità di vendita e promozione dei prodotti
“
”
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IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
agricoli; l’incremento dell’uso della tecnologia utilizzata per la produzione e dell’informazione sulle possibilità di vendita per le imprese agricole; l’aumento della qualità e del livello di sicurezza dei beni
agricoli e agroindustriali attraverso leggi ad hoc, la promozione di
best practice rispettose dell’ambiente, il sostegno alle produzioni
biologiche e dell’applicazione degli standard internazionali in termini di sicurezza e qualità.
Alcuni risultati e progressi nel sostegno al settore agricolo, anche
alla luce delle citate strategie indicate nella Nsdi, sono stati riconosciuti nell’EC Progress Report del novembre 2008, il documento
redatto annualmente dalla Commissione Europea che contiene, tra
l’altro, una valutazione dei progressi effettuati dai Paesi candidati e
potenziali candidati in relazione all’adozione di leggi e politiche
consonanti con le richieste dell’UE. Il documento relativo
all’Albania riconosce alcuni progressi nell’ambito agricolo e dello
sviluppo rurale. In particolare, l’adozione della «Legge sull’agricoltura e lo sviluppo rurale» ha fornito la base legale per ogni futura politica di settore. Il governo ha inoltre approvato la Strategia sull’agricoltura e il settore alimentare e la Strategia trasversale per lo sviluppo
rurale per il periodo 2007-2013, nonché una legge (non ancora operativa) che prevede che sulle etichette dei prodotti alimentari venga
indicata la zona di provenienza del prodotto. Dal 2007 il governo
fornisce anche sostegno diretto ai produttori, per incentivare nuove
piantagioni di ulivi, viti e alberi da frutta.
IL SETTORE DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE (PMI)
Se il settore pubblico albanese è dominato da poche grandi imprese,
analizzando la struttura del settore privato si nota immediatamente
che esso è quasi esclusivamente costituito da Pmi. Secondo dati
dell’Agenzia governativa per gli investimenti e lo sviluppo delle
imprese Albinvest, delle 87mila imprese recensite nel 2007 in
Albania, ben il 99,80% hanno dimensioni piccole o medie. Di fatto,
80
MARCO RANIERI
dunque, quando si parla delle imprese albanesi, si parla di Pmi.
Come mostrato nel grafico 1, circa la metà delle imprese attive
opera nel commercio, seguono i settori della ristorazione e degli altri
servizi e l’industria.
Guardando alla distribuzione territoriale delle imprese, si rileva
che esse si concentrano per circa il 50% nelle due città principali
(Tirana e Durazzo). Va infine notato che la propensione alla creazione d’impresa (combinata alla legalizzazione di attività precedenGRAFICO
1 - IMPRESE ATTIVE IN ALBANIA: SETTORE DI ATTIVITÀ (2007)
13%
9%
1%
10%
5%
AGRICOLTURA E PESCA
INDUSTRIA
COSTRUZIONI
COMMERCIO
HOTEL, BAR E RISTORANTI
TRASPORTI E COMUNICAZIONI
ALTRI SERVIZI
14
%
48%
FONTE: RIELABORAZIONE DATI ALBINVEST
temente non denunciate) è in crescita costante dal 2001.
Per avere un quadro d’insieme e capire il contesto in cui operano
le imprese albanesi, e i rischi che esse corrono, è necessario analizzare alcuni indicatori macroeconomici.
Come detto, in Albania l’agricoltura ha ancora un peso importante (20% circa del Pil), mentre l’industria è concentrata in pochi settori, soprattutto tessile e agroalimentare. In particolare, i settori tessile e calzaturiero generano da soli circa il 60% dei ricavi delle esportazioni albanesi. Le imprese di questi settori ad alta intensità di lavoro operano di solito con contratti di subfornitura per imprese europee, soprattutto italiane, importando beni semilavorati, facendo in
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IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
loco la lavorazione e riesportandoli in Italia, o nel Paese fornitore. Da
lì i prodotti, finiti e confezionati, raggiungono i mercati mondiali.
Se da un lato la scarsa incidenza di esportazioni al di fuori di questi due settori indica una mancanza di competitività nella maggior
parte degli altri comparti produttivi, dall’altro rende l’economia
albanese particolarmente vulnerabile a shock esterni dal lato della
domanda (ovvero la diminuzione del potere d’acquisto in Italia e nei
mercati finali crea disoccupazione in Albania). Un altro shock esterno a cui l’Albania va incontro è causato dall’espulsione dal mercato
dei lavoratori albanesi emigrati (soprattutto in Grecia e Italia) e dal
conseguente calo delle rimesse: questi flussi di capitale hanno finanziato il disavanzo commerciale albanese per
circa il 44% nel 2007 e per meno del 40% nel
2008.
Dal punto di vista
Va inoltre considerato che i lavoratori
macroeconomico,
albanesi in Italia sono spesso piccoli imprenè una piccola economia
ditori, anche associati tra loro, che con i loro
aperta dipendente
capitali affiancano in maniera importante i
da fattori esterni quali
flussi di investimenti diretti esteri. Una poliesportazioni e rimesse
tica sostenibile nel lungo periodo sarebbe
dunque quella di indirizzare e pilotare, per
quanto possibile, l’impiego delle risorse
finanziarie private della diaspora albanese per lo sviluppo economico interno. L’Italia è già attiva in questo processo: la nuova linea di
credito da 25 milioni di euro finanziata dalla Cooperazione italiana
nell’ambito del «Programma di sviluppo del settore privato mediante la costituzione di una linea di credito in favore delle Pmi albanesi», ad esempio, include nei criteri di precedenza per il finanziamento il fatto che la start up richiedente i fondi sia di proprietà di cittadini albanesi residenti in Italia.
La citata importazione di prodotti semilavorati e loro successiva
riesportazione contribuisce, accanto ai normali scambi, a fare
dell’Italia il primo partner commerciale dell’Albania (34% dell’inter-
“
”
82
MARCO RANIERI
scambio complessivo albanese). In particolare, nel 2008 l’Italia ha
fornito circa il 27% delle importazioni albanesi e ha assorbito circa
il 62% delle esportazioni.
Dal punto di vista macroeconomico, l’Albania è dunque una piccola economia aperta dipendente per la formazione del Pil da fattori esterni quali esportazioni e rimesse dall’estero. Tenuto conto di
questo, il governo albanese è impegnato ad integrare il Paese nel circuito europeo e mondiale del commercio e gli investimenti esteri.
I PRINCIPALI BISOGNI DEL SETTORE PRIVATO E LE MISURE
DI SOSTEGNO DEL GOVERNO ALBANESE
Nell’ambito del contesto macroeconomico descritto, il governo
albanese ha da tempo fatta propria l’idea che lo sviluppo economico
del Paese passi attraverso lo sviluppo del settore privato e delle Pmi.
A questo proposito, a partire da un’analisi dei bisogni del settore,
sono state messe in atto numerevoli iniziative volte a favorire il business climate e la creazione d’impresa.
Accanto al generale problema del basso livello dei servizi pubblici
(forniture di acqua ed elettricità, smaltimento rifiuti, sanità, educazione) soprattutto nelle zone periferiche, un elenco dei principali
ostacoli per il pieno e sostenibile sviluppo del settore privato e delle
Pmi comprende un alto tasso di economia informale (che crea effetti distorsivi sulla concorrenza e danni all’erario), problemi legati ai
diritti di proprietà sulla terra, lungaggini burocratiche, eccessivo
carico fiscale, difficoltà di accesso a formazione e informazione,
scarsa possibilità di accedere al credito. Le misure varate dal governo negli ultimi anni sono proprio finalizzate a risolvere questi problemi, o almeno a diminuire il loro effetto negativo sullo sviluppo
del settore privato.
A livello di policy, i principi che guidano le azioni del governo
albanese in materia di piccole e medie imprese sono conformi a
quelli espressi nella Carta europea delle Pmi. Questo documento sug-
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IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
gerisce, tra l’altro, lo snellimento delle procedure per licenze e registrazioni, la semplificazione delle procedure fiscali, il miglioramento
del rapporto con il sistema bancario volto ad un maggiore accesso al
credito, la formazione per le risorse umane e un’implementazione dei
servizi online per le imprese.
A livello pratico, le azioni intraprese dal governo negli ultimi anni
sono politiche economiche e fiscali liberali che includono:
• la costituzione nel settembre 2007, presso il ministero
dell’Economia, Commercio ed Energia, del Centro nazionale di
registrazione delle imprese (Cnri), un one-stop-shop che ha ridotto
ad un solo giorno il tempo necessario per registrare una nuova
impresa, al costo di un euro. In questi “sportelli unici” situati in tutta
l’Albania viene effettuata in simultanea la registrazione della nuova
attività presso tutti gli enti, nazionali e locali, coinvolti nella pratica
(Ufficio delle imposte, Ispettorato del lavoro, ecc.);
• l’entrata in vigore nel gennaio 2008 della riforma fiscale che ha
istituito una flat tax sul reddito per privati e imprese al 10%;
• la riduzione del carico fiscale per il pagamento degli oneri sociali dal 29 al 20%;
• la modifica (ancora in corso) delle leggi sulle licenze e i permessi in senso meno restrittivo, in linea con l’Acquis communautaire;
• altri provvedimenti che comprendono la riduzione di barriere
amministrative alla creazione d’impresa, azioni volte a ridurre l’economia sommersa (tra cui il divieto di fare transazioni in contanti al di
sopra di circa 2.300 euro) e misure volte a migliorare l’accesso all’informazione per le Pmi attraverso l’uso delle tecnologie informatiche.
L’efficacia delle nuove misure a sostegno dello sviluppo del settore privato è confermata dall’incremento delle registrazioni di nuove
imprese presso il Cnri: ben 17.773 nel 2008 e 4.256 nel primo trimestre del 2009.
Altre interessanti iniziative sono affidate all’agenzia Albinvest;
esse includono la creazione di un Osservatorio sulle Pmi presso
l’agenzia stessa e di misure finanziarie (fondo di cost sharing, fondo
84
MARCO RANIERI
di garanzia) a sostegno delle Pmi votate all’esportazione. Tali misure finanziarie sono utili, ma ancora insufficienti per far fronte alla
domanda di credito proveniente dalle Pmi.
Un’altra iniziativa a sostegno del settore privato e della creazione
d’impresa è il progetto (ancora embrionale) per l’istituzione di parchi industriali. In particolare, secondo il governo essi potrebbero
essere sviluppati in zone già dotate di infrastrutture e servizi (strade,
ferrovie, porti e aeroporti) che, almeno sulla carta, sarebbero adatte a
veicolare l’agglomerazione di imprese. Tra le zone individuate vi
sono la regione di Spitalle (Durazzo) e le ex zone industriali di
Scutari e Lezha.
Anche la creazione, fin dai primi anni 90,
delle Agenzie di sviluppo regionale (Rda)
rientra nel processo di decentramento, sviA sostegno del settore
luppo locale e sostegno alle Pmi perseguito
privati e della creazione
dal governo e in linea con le indicazioni
d’impresa è il progetto
dell’UE. Le Rda sono oggi organizzazioni
(ancora embrionale)
non governative che si auto-sostengono opeper l’istituzione
ranti in rete che, forti del radicamento sul
di parchi industriali
territorio, offrono servizi di consulenza a
imprese, banche e donatori internazionali.
Accanto alle misure varate dal governo,
anche la Banca centrale è attiva nel processo di miglioramento del
business climate. A tal proposito va segnalata la messa in opera, dal
gennaio 2008, del Registro del credito, un database elettronico con i
dati dei clienti delle banche che hanno richiesto un prestito. Il registro favorisce la trasparenza e velocizza molto l’eventuale concessione del prestito da parte delle banche commerciali. La Banca centrale ha inoltre adottato una politica monetaria espansiva con abbassamento del tasso di interesse (a gennaio 2009 la Banca ha approvato
una riduzione dello 0,5% portando il tasso al 5,75%, nuovamente
abbassato dello 0,5% ad ottobre 2009).
Come accennato, il governo sa che lo sviluppo dell’Albania dipen-
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
de anche dalla misura in cui il Paese riuscirà ad integrarsi nei circuito europeo e mondiale del commercio e degli investimenti esteri. Il
mercato comunitario e quello balcanico sono sbocchi vitali per le
esportazioni albanesi, ma anche per l’approvvigionamento di materie prime e semilavorati. Il Sistema delle preferenze generalizzate e le
regole legate al commercio contenute nell’Accordo di stabilizzazione e associazione firmato nel 2006, già permettono al 95% dei prodotti industriali, agricoli e ittici albanesi di entrare nel mercato europeo duty free. Nel 2007 l’Albania è anche entrata nel Cefta, l’area di
libero scambio dell’Europa centrale, facilitando le operazioni commerciali e di investimento estero con l’adozione di un unico set di
regole armonizzate a quelle dell’UE. Va infine segnalato l’accordo
per la creazione di un’area di libero scambio con la Turchia, in vigore dal maggio 2008.
LE MISURE A SOSTEGNO DEL SETTORE PRIVATO
DEI DONATORI INTERNAZIONALI
Coerentemente con quanto affermato dall’Oecd, l’Organizzazione
per la cooperazione e lo sviluppo economico: «Il settore privato è il
principale motore della crescita e della creazione di occupazione, ha
un ruolo centrale nella riduzione della povertà e nel raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Di conseguenza, i
governi hanno un forte interesse a promuovere politiche che gli permettano di prosperare e agire come mezzo effettivo dello sviluppo»,
il Comitato per l’assistenza allo sviluppo di questa organizzazione
(Oecd Dac) ha fornito alla comunità dei donatori una serie di indicazioni volte ad aumentare l’impatto dello sviluppo del settore privato sulla riduzione della povertà. Tali misure comprendono:
I) la rimozione delle barriere alla legalizzazione delle imprese esistenti (in nero); II) l’implementazione di politiche per la concorrenza; III) la promozione di misure dal lato dell’offerta, ovvero di servizi per lo sviluppo delle imprese e assistenza finanziaria; IV) lo svi-
86
MARCO RANIERI
luppo del settore finanziario per la lotta alla povertà; V) la valorizzazione dell’accesso al mercato per le donne; VI) la costruzione di un
dialogo pubblico-privato inclusivo.
Sulla scia di queste indicazioni, in Albania la comunità dei donatori ha affiancato alla cooperazione nei settori più “tradizionali”
(infrastrutture, sanità, educazione, ecc.) dei programmi di sostegno
allo sviluppo del settore privato e delle Pmi. Tra le azioni più importanti in corso vanno citati:
• il Programma BAS (Business Advisory Services) amministrato
dall’Ebrd e sostenuto finanziariamente dal governo olandese: è volto
alla crescita del settore delle Pmi e allo sviluppo professionale di
consulenti locali, per prepararli ad affrontare
i bisogni futuri delle imprese. Il Programma,
lanciato in Albania nel giugno 2006, ha iniLa comunità dei donatori
ziato più di 70 progetti (dei quali circa 50 già
ha affiancato alla
terminati) e individuato più di 70 potenziali
cooperazione più
consulenti locali;
“tradizionale” programmi
• il Credito Ebrd Western Balkans SME
di sostegno del settore
Finance Facility: avviato nell’agosto 2006 con
privato e delle Pmi
il contributo italiano, prevede un credito di
Ebrd alla Banka Popullore (oggi parte del
Gruppo Société Générale) di 5 milioni di
euro per garantire maggiore accesso al credito alle Pmi;
• le tre iniziative di UsAid Small Business Credit and Assistance
Program, Development Credit Authority e Servicing MicroEntrepreneurs in Albania (finanziamento totale di circa 18 milioni di
dollari, attualmente è ancora in corso solo il Development Credit
Authority per un impegno di circa 714mila dollari);
• il progetto Global Compact and Corporate Social Responsibility del
Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp): è volto a
facilitare il dialogo tra il settore privato e quello pubblico e il coinvolgimento della business community in tutti gli aspetti socio-economici dello sviluppo. L’iniziativa, a cui ha contribuito anche l’Italia,
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
promuove inoltre una partnership di lungo termine tra il settore privato albanese, i governi centrali e locali, le organizzazioni del lavoro
e dei dipendenti pubblici, l’accademia e i media (120mila dollari);
• il programma Support for Enhancing Regional Trade and
Attracting New Investment to Albania, sempre dell’Undp: nel contesto dell’Accordo di stabilizzazione e associazione sostiene il governo
a migliorare la capacità dell’economia albanese di integrarsi e competere sui mercati regionali e attrarre nuovi investimenti (440mila
euro);
• il progetto ELISA E-Learning for Improving Access to
Information Society, finanziato dal Programma europeo INTERREG IIIB CADSES: è volto a migliorare
l’accesso alla formazione e all’information
society
per le Pmi del Sud-Est Europa
Dall’Italia linea di credito
attraverso una stretta cooperazione con la
alle Pmi albanesi: per
business community e l’accademia a livello
crescere e per passare
transnazionale;
dall’economia informale
• lo strumento di assistenza preadesione
a quella formale
Ipa, attraverso l’area d’intervento socio-ecodelle attività produttive
nomica dalla Componente 1-Transition and
Institutions: finanzia un fondo 3,4 milioni di
euro volto allo sviluppo delle Pmi
(Supporting SMEs to Become More Competitive in the EU Market). La
prima componente del progetto è la fornitura di assistenza tecnica e
formazione alla gestione di impresa. La seconda componente, gestita dall’Ebrd, prevede il sostegno diretto a circa 20 Pmi attraverso il
Programma Tam, che offre servizi di consulenza per aiutare il trasferimento di competenze manageriali e know how e la diffusione dei
principi del corporate governance;
• il progetto Business Environment Reform and Institutional
Strengthening: è finanziato dalla Banca Mondiale per assistere il
governo a facilitare l’entrata delle imprese nell’economia formale e rafforzare la capacità delle imprese di esportare (9,8 milioni di dollari);
“
”
88
MARCO RANIERI
• il fondo da 10 milioni di euro messo a disposizione dell’Unione
Albanese di Risparmio e Credito (Asc Union) dal governo spagnolo, nel febbraio 2009, per il finanziamento di micro progetti agricoli
in 14 aree dell’Albania.
LE MISURE A SOSTEGNO DEL SETTORE PRIVATO
DELLA COOPERAZIONE ITALIANA
La Cooperazione italiana ha contribuito ai processi di privatizzazione e sviluppo del settore privato in Albania sin dall’inizio della transizione. Oggi essa prosegue questa sua linea di intervento attraverso
il citato Programma di sviluppo del settore privato mediante la costituzione di una linea di credito in favore delle Pmi albanesi.
Il Programma risponde alle ultime indicazioni Oecd Dac, sopra
menzionate, soprattutto con riferimento alla I) rimozione delle barriere alla legalizzazione delle imprese esistenti e alla III) promozione di misure dal lato dell’offerta, ovvero servizi per lo sviluppo delle
imprese e assistenza finanziaria. Il Programma, infatti, sostiene lo
sviluppo economico albanese tenendo in considerazione due esigenze: da un lato la crescita del settore privato attraverso l’accesso al credito per le Pmi, dall’altro la legalizzazione del settore, favorendo il
passaggio dall’economia informale a quella formale delle attività
produttive.
In particolare, la linea di credito istituita dal Programma finanzia
l’acquisto da parte delle Pmi albanesi di beni e servizi di origine italiana. Le condizioni offerte non sono distorsive rispetto al mercato
locale del credito, sia per rendere il prestito appetibile per le banche
che lo devono offrire, sia per portare avanti un’azione che non sia di
assistenzialismo ma che sia sostenibile nel tempo, ovvero che possa
fornire buone pratiche per future iniziative simili da svolgersi senza
(o con limitata) assistenza italiana. Il programma - tra l’altro - dà
priorità alle Pmi manifatturiere che esportano almeno per il 50% del
fatturato, che siano imprese nuove o che siano localizzate nelle aree
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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IL SETTORE PRIVATO IN ALBANIA
più svantaggiate del Paese (ovvero fuori dall’area Tirana-Durazzo). Il
progetto coinvolge il settore privato anche nella parte relativa all’erogazione del finanziamento, in quanto cinque banche commerciali
private sono preposte al controllo delle richieste di credito e
all’esborso dello stesso. Strumento complementare alla linea di credito, ma non meno importante, il fondo di garanzia favorisce l’accesso
al credito per le Pmi coprendo parte delle garanzie richieste dalle
banche per i progetti ritenuti finanziabili (precedenza è data alle Pmi
che accedono alla linea di credito). Esso inoltre incrementa il numero di imprese locali che possono accedere ai servizi finanziari.
Questo intervento a sostegno del settore privato è stato recentemente preceduto dal progetto Sviluppo sostenibile attraverso il Global
Compact (320mila euro, oggi concluso) e potrebbe essere in futuro
affiancato dal progetto BAS Albania, da un milione di euro, attualmente in fase di identificazione.
CONCLUSIONI
L’iniziativa in corso della Cooperazione italiana a sostegno delle
Pmi risponde alle più recenti indicazioni dell’Oecd in materia di sviluppo del settore privato come mezzo di lotta alla povertà. Inoltre,
l’ammontare dell’impegno finanziario (circa 30 milioni di euro)
rende l’Italia un protagonista di primo piano nella comunità dei
donatori in questo settore di avanguardia.
Considerando inoltre che nei prossimi anni l’Albania passerà da
potenziale candidato a candidato dell’Unione Europea, essa potrà
usufruire anche delle componenti 3, 4 e 5 dello Strumento di assistenza preadesione Ipa (rispettivamente Regional, Social and Rural
Development), che offrono fondi strutturali e agricoli.
Nei prossimi anni, dunque, il sostegno allo sviluppo del settore
privato e delle piccole imprese, in grado di creare condizioni endogene di sviluppo, acquisirà una sempre maggiore importanza per la
cooperazione bilaterale in generale ed italiana in particolare.
90
MARCO RANIERI
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92
MARCO RANIERI
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
93
LO SVILUPPO
AGRARIO E RURALE
Aree rurali e sviluppo agricolo sono criticità del sistema
economico albanese. Dopo le collettivizzazioni forzate,
la «Legge per la terra», con la redistribuzione parcellizzata
dei terreni. Il modello economico agricolo del Paese cambia
e va verso il soddisfacimento dei fabbisogni di consumo della
famiglia contadina, basato non sul fattore dell’alta tecnologia,
ma su quello della forza-lavoro dei membri della famiglia
di
Artan Fuga
docente all’università di Tirana, membro dell’Accademia delle Scienze
N
elle aree rurali del Paese sono avvenuti profondi cambiamenti,
una vera e propria rivoluzione che ha trasformato sia i rapporti di proprietà che tutti gli altri rapporti di natura economica e sociale, politica e psicologica. Tuttavia, prima di giungere ad alcune conclusioni sulle attuali caratteristiche della società agraria e delle aree
rurali del Paese, si cercherà di raccontare che cosa sia successo in tali
aree nelle ultime due decadi.
DELLE TRASFORMAZIONI RADICALI RISPETTO
AL PRECEDENTE MODELLO DELL’ECONOMIA SOCIALISTA
Tali cambiamenti, avvenuti subito dopo il 1990 e successivamente in
via graduale, segnano la caduta del sistema cooperativistico, che rappresentava in realtà un percorso centralizzato e burocratico dell’economia agricola dello Stato, nonché delle aziende che costituivano la
forma più evidente e netta di tale amministrazione gerarchica. Gli
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
95
LO SVILUPPO AGRARIO E RURALE
anni 80 del secolo appena passato sono stati forse i più difficili per
la popolazione rurale dell’Albania, che costituiva la maggior parte
della compagine demografica del Paese. La pressione politica sul settore agrario è stata assai notevole, visto che si tentava di garantire
attraverso questo settore e quello dell’industria mineraria esportazioni tali che rendessero possibile il funzionamento di un’economia
generalmente autarchica ed isolata dalla divisione internazionale del
lavoro. La meccanica agricola debole di fronte agli sviluppi tecnologici del tempo, l’attività dell’agricoltura basata sulla faticosa forzalavoro del contadino impegnato nei campi delle aziende o delle cooperative agricole, prevalentemente delle donne, gli scarsi redditi delle
famiglie contadine, che poco alla volta si
sono viste non solo private dalle libertà economiche che un’economia di mercato porta,
Negli anani 80,
ma anche spoglie di ogni genere di proprietà
a situazione economica,
individuale o familiare, persino dalle forme
sociale, culturale,
di sfruttamento di ciò che si definiva “l’orto
della popolazione rurale
di casa”, hanno reso incontenibile la situazioera caratterizzata
ne economica sia nelle città che nei paesi,
dalla povertà
dove iniziava a mancare quasi del tutto il
latte, il formaggio e il burro, la carne e gli
altri prodotti agricoli.
La situazione economica, sociale, culturale, di approvvigionamento della popolazione rurale, nonché di quella urbana degli anni 80
era caratterizzata chiaramente dalla povertà. In realtà, tale decade
concluse da un lato, processi che da tempo avevano luogo nella
società albanese e, dall’altro, li portò fino al degrado definitivo. La
pressione demografica, la crescita della popolazione, in particolare di
quella rurale, durante gli anni 50 e 60, sono state avvertite soprattutto sull’economia centralizzata albanese esattamente una generazione
dopo, durante gli anni 80, quando il regime politico dell’epoca si è
trovato di fronte a un drammatico bivio: accettare di seguire il
modello di allora, quindi tollerare una sorta di economia domestica
“
”
96
ARTAN F UGA
della famiglia contadina basata su un pezzo di terra limitato e poca
pastorizia, economia questa che si sarebbe oramai moltiplicata di tre
o quattro volte - corrispondendo più o meno all’aumento della
popolazione rurale e a fronte di un processo di disgregazione della
famiglia contadina dove, una volta sposati, almeno due o tre dei figli
si separavano dai propri genitori - oppure disfarsi del tutto di questo modello orientandosi verso l’eliminazione del meccanismo reale
che rendeva possibile la sopravvivenza del contadino, quindi verso
l’eliminazione “dell’orto di casa”, facendo decadere definitivamente
tutte le risorse di cui si nutriva la famiglia contadina. Nel contesto
politico del tempo si è visto chiaramente che non vi era alcuna
volontà politica per indirizzarsi alla prima alternativa, visto che
avrebbe moltiplicato l’economia familiare di f ronte alla quale,
ingrandita e consolidata, non avrebbe avuto più alcun senso l’economia cooperativistica. Sarebbe successo quanto in realtà è successo: si
sarebbero avviate le cosiddette politiche di “collettivizzazione”, il che
avrebbe concluso l’evoluzione di allora come la fine logica di un
modello economico senza futuro.
In un certo modo si può affermare che il modello dell’economia
socialista del tempo è decaduto innanzitutto per via della sua stessa
evoluzione naturale, dunque per le sue stesse contraddizioni immanenti e, fra queste, per via di una non corrispondenza drammatica tra
il boom demografico, la crescita e la suddivisione della famiglia contadina, conseguenza interna e delle strategie politiche atte a mantenere
sempre più stretta ed atrofizzata proprio questa economia familiare.
L’inizio degli anni 90, esattamente dopo i cambiamenti politici
democratizzanti, ha segnato profondi cambiamenti anche nelle aree
rurali del Paese. Si è trasformata, soprattutto dopo la legge 7501,
entrata in vigore nel 1991, la proprietà della terra. La sua logica giuridica consisteva nella restituzione della proprietà dei beni non sulla
base del rispetto del diritto del primo proprietario, ma sull’alterazione del detentore della terra nelle condizioni di un’economia socialista, sulla base di divisioni paritarie della terra per ogni singolo paese
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LO SVILUPPO AGRARIO E RURALE
e pro capite della famiglia contadina. Dalla grande proprietà delle
aziende e dalla cooperativa su un terreno quale bene nazionalizzato,
quindi di proprietà dello Stato, si stava passando ad una nuova fase,
quella della proprietà della terra da parte della famiglia contadina,
con la ridistribuzione di questo bene immobile su base pro capite
della famiglia e a seconda dei terreni appartenenti ad ogni singolo
paese.
La piccola proprietà contadina della terra, su un limitato spazio di
pochi ettari, è stata resa il modello prevalente di proprietà per le aree
rurali. Da un lato, ciò ha calmato in un certo modo i contandini ed
ha consentito che le riforme politiche ed economiche postcomuniste nelle zone urbane si realizzassero generalmente senza la pressione della popolazione rurale. Il contadino si sentiva oramai libero e
gioiva sia della libertà politica che della terra riacquisita, dopo tante
e tante decadi, sotto il suo controllo, ma era anche un po’ rassicurato perché una volta uscita dalla scena politica l’élite politica comunista rurale, non avrebbe più bussato alla sua porta l’esattore della città
e il grande latifondista degli anni 30, per chiedergli di sgomberare gli
spazi agricoli sui quali era pronto a far valere i titoli di proprietà
basati su atti legali. Però, d’altro canto, questa sorta di razionalità
politica contenuta nella «Legge per la terra», nascondeva anche delle
acute problematiche sotto il profilo delle logiche di proprietà, del
titolo di proprietà, sotto il profilo economico, ecc..
Il modello economico agricolo del Paese stava tuttavia cambiando: da quello basato sulle grandi culture agricole a un’economia contadina familiare, basata sulle policolture agricole, non orientata al
mercato della città ed all’industria trasformativa agroindustriale, ma
verso il soddisfacimento dei fabbisogni di consumo della famiglia
contadina, basato non sul fattore dell’alta tecnologia, ma su quello
della forza-lavoro dei membri della famiglia contadina. Il lavoro non
sarebbe più stato ricompensato con denaro, a forma di salario per il
lavoro svolto, perché ritenuto un valore della famiglia; l’economia
agricola familiare si vede come un bene di famiglia e non ha senso
98
ARTAN F UGA
che qualcuno paghi gli altri per un lavoro che si considera sia nell’interesse di tutti e che si svolge sul bene comune di famiglia.
Gradualmente, all’interno della famiglia albanese inizia a ravvisarsi anche la logica dell’occupazione polivalente, perché i redditi
della famiglia contadina non provenivano più di tanto dal lavoro in
agricoltura, ma soprattutto dall’occupazione dei membri della famiglia in altre attività professionali. Sono numerosi i dati statistiche di
quel periodo dai quali si osserva un fenomeno riscontrato forse per
la prima volta nella storia albanese, ossia che nella famiglia contadina i redditi generati dal lavoro agricolo siano molto inferiori ai redditi trasferiti alla famiglia rurale da alcuni suoi membri che lavorano
nelle zone urbane e all’estero.
I rendimenti sono molto scarsi sia in agricoltura che in pastorizia, il che fa sì che
La piccola proprietà
l’agricoltura albanese conosca un processo di
contadina della terra,
mancato ammodernamento proprio quando
su uno spazio di pochi
la società albanese registra un ammodernaettari, è il modello
mento politico, nonché l’apertura verso i
prevalente di proprietà
mercati e la cultura occidentale, un processo
per le aree rurali
di emancipazione delle proprie infrastrutture
nei servizi, nella comunicazione di massa,
nelle varie attrezzature, nelle merci di consumo, ecc.. La «Legge per la terra» esprime forse qui anche la sua
drammaticità, esattamente perché contiene per il suo tempo una
specie di efficacia - per quanto discutibile - politica, mentre esprime
anche una forte mancanza di razionalità economica, le cui conseguenze restano paradossalmente e generalmente contradditorie.
Anche sotto il profilo macrosociale si registrano importanti processi che fanno sì che l’economia agricola dell’Albania, ancor più le
sue aree rurali, funzionino in modalità del tutto differenti rispetto a
prima. Non si ha né la profonda arretratezza e la povertà economica
e culturale degli anni 30, che specie nelle zone di pianura del Paese
si basa sui grandi latifondi, né l’economia agricola secondo il model-
“
”
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LO SVILUPPO AGRARIO E RURALE
lo socialista dove si richiedono all’agricoltura alti rendimenti sulla
base della proprietà statale della terra e dei mezzi di produzione,
obbligando il contadino ad un lavoro estremamente faticoso.
Sognando di sottrarsi a questi due modelli superati, il contadino
si orienta al terzo modello, quello della transizione postcomunista.
Cresce il peso specifico della produzione agricola rispetto a quella
industriale, non perché si ha una crescita assoluta della produzione
agricola, ma perché, specie nel primo decennio della transizione, a
differenza di prima si registra un calo assai più notevole della produzione industriale rispetto a quella agricola. Una seconda caratteristica ha a che fare con il fatto che ormai le esportazioni agricole e
pastorizie si effettuano anche per lo stesso
genere di prodotto. Nel frattempo, sulla base
di una logica di mercato, diventano sempre
La famiglia rurale
più evidenti le forti ineguaglianze fra le zone
si divide in due parti:
rurali di pianura e costiere da un lato, e quelquella maschile emigra,
le di montagna e collina, a Nord e a Sud-Est
quella femminile
dell’Albania, dall’altro. Trovandosi ormai
o anziana custodisce
priva anche dell’assistenza dello Stato sociala casa e fa da retrovia
le, punita economicamente dalla «Legge per
la terra», la popolazione rurale delle zone di
montagna e collina inizia una migrazione di
massa, quasi obbligata, verso le aree di periferia delle metropoli,
occupando terreni che una volta appartenevano allo Stato o ai legittimi proprietari. Le aree urbane subiscono la pressione demografica
giunta ancora una volta dalle periferie: potrebbe definirsi la quarta
migrazione di massa del XX secolo avvenuta dalle zone rurali verso le
zone urbane dell’Albania. L’Albania si stava urbanizzando in forme
virulenti e incontrollate. La popolazione rurale non andava stavolta
verso la città alla ricerca di lavoro, come nel periodo delle precedenti rivoluzioni industriali, ma si orientava invece verso un centro di
cultura dove, dopo aver occupato terreni, si sarebbe insediata proprio
lì sul bene che avrebbe trovato libero e indifeso. Forse all’interno di
“
”
100
ARTAN F UGA
quella che si è definita rivoluzione democratica, questo insediarsi illegale su terreni non di appartenenza rappresenta l’atto fondamentale
della violazione del quadro normativo, o dello stare al di sopra di
ogni precedente atto normativo, che distingue in realtà le rivoluzioni. L’economia agricola sopravvive ormai attraverso la divisione della
famiglia rurale in due parti. La prima, quella maschile, inizia a
migrare nel Paese o all’estero, mentre la seconda parte, prevalentemente quella femminile, o della generazione più anziana, resta vicino alla sua proprietà nella zona rurale, la conserva e la coltiva anche
per garantirsi la sua sopravvivenza e per fungere da retrovia per la
parte migrata. La popolazione rurale fa i suoi più grandi investimenti di capitale costruendo le proprie case a più piani dove risiede,
composto di alcune sub-famiglie più piccole, il clan familiare di una
volta. Il terreno inizia a cementizzarsi e l’urbanizzazione della zona
rurale avviene a danno del fondo del terreno agricolo, perché i centri abitati si espandono, privi di pianificazione e concentrazione.
In questo modo, volendo o meno, con finanziamenti legali o illegali, su terreni legalmente acquisiti o posseduti con l’uso della forza,
ciò che una volta si considerava terreno agricolo, contiene in larga
misura investimenti e funzioni che per il loro peso finanziario ed il
ruolo che occupano nella vita degli abitanti non hanno più come
prima legami con l’agricoltura, ma con altre sfere di servizio. Per la
prima volta inizia a distaccarsi notevolmente il rurale dall’agricolo.
Da un lato aumentano i beni che non hanno a che fare con la produzione agricola, ottenuti da finanziamenti estranei all’area in
oggetto, dall’altro la stessa produzione agricola cambia la sua natura
e i suoi flussi.
Soprattutto, la superficie del Paese si frammentarizza. In una
certa misura la città decade dalla sua precedente funzione di centro
economico e culturale che organizza, sotto questi aspetti, le zone
rurali ad essa adiacenti. Resta più che altro un centro amministrativo svuotato di altre precedenti funzioni. La cultura giunge ormai
sempre più come informazione dai media di massa, specie dalla tv
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101
LO SVILUPPO AGRARIO E RURALE
che prevale sull’habitat rurale, mentre i prodotti industriali giungono più che altro dalle importazioni e non sono più prodotti della
città industriale vicina.
La città non ha più bisogno dei paesi adiacenti, perché è spoglia
dell’industria ed è rimasta come un guscio svuotato della produzione, trasformandosi in un centro di servizi in più, ma anche il paese
osserva la città vicina con una sorta di indifferenza, non aspettandosi quasi più nulla da essa.
Tuttavia, si è avuta l’ennesima conferma che il piccolo proprietario terriero è assai resistente alla concorrenza globale. Con l’apertura dei mercati l’industria albanese, concepita in limiti economici
definiti, fallisce quasi del tutto, mentre il piccolo proprietario nella
zona rurale regge ai flussi globali perché la terra non è per lui semplicemente un mezzo di lavoro, ma un bene dal forte simbolismo
familiare e storico. Le leggi della concorrenza agiscono, in tali circostanze, assai lentamente.
Le incertezze nella configurazione della proprietà della terra e la
loro sovrapposizione, assieme al primo fattore, ostacolano la nascita
di un vero mercato del terreno agricolo. Gli appezzamenti restano
piccoli e al di fuori delle opportunità di realizzarvi dei profondi investimenti. Volta essenzialmente al consumo familiare dei prodotti
agricoli e pastorizi, l’economia agricola si accredita poco, il che la
rende poco dinamica sul mercato. Però, d’altro canto, la salva dallo
sprofondarsi in debiti e la rende sostenibile e resistente alle crisi
finanziarie globali. Si basa di più su beni materiali, che su flussi virtuali finanziari.
I migliori prodotti agricoli e pastorizi del Paese sono di qualità
migliore rispetto alle produzioni meno costose, acquistate o fatte
venire dall’estero. Su questa base si avvia la rivitalizzazione della produzione agricola locale dove iniziano gli investimenti nelle serre, nei
laboratori di trasformazione di prodotti di pastorizia, ecc..
Nel frattempo, attraversata da assi stradali che diventano importanti, la zona rurale inizia a pensare, benché solo agli inizi di questa
102
ARTAN F UGA
idea, di ampliare i servizi e le offerte ad essi collegati per quanto
riguarda il turismo, il settore alberghiero, i grandi spazi commerciali, la lavorazione del legno, della calce, ecc., ma attende che siano le
politiche pubbliche e gli investitori urbani a volgere lo sguardo a
queste risorse quasi del tutto non sfruttate.
LO SPAZIO ECONOMICO NAZIONALE HA BISOGNO
DI REINTEGRARSI
Il progetto per la ristrutturazione dell’infrastruttura stradale e del
suo miglioramento è in linea con questo. La città comprenderà un
giorno che volgendo le spalle alle zone rurali ha perso molto, in primo luogo il mercato
e poi le sue risorse naturali. L’attuale crisi
La popolazione,
finanziaria è in larga misura la crisi della città
esausta dal socialismo,
che, spoglia dell’industria di una volta, proha vissuto
cesso questo forse comprensibile, si è isolata
per un periodo
dalla sua periferia urbana autosegregandosi
la disoccupazione
entro le proprie mura, come una volta nel
come libertà
Medioevo, sprofondata in processi degradanti culturali, economici e finanziari. In questo
modo, la zona urbana spesso circola al suo
interno più che espandere la propria creatività verso le zone rurali
adiacenti.
Vi è soprattutto spazio per correggere il modello di comportamento umano. La popolazione, esausta dal socialismo, ha vissuto per un
periodo la disoccupazione come libertà. Libertà dall’obbligo statale di
lavorare al di là della libera volontà umana. Si è diffusa l’illusione che
il modello della vita urbana fosse migliore di quello rurale. Ciò
riguardava il paese di una volta dove si racchiudeva, amministrativamente parlando, la vita della popolazione rurale. Però, ormai in libertà, è giunto il momento di considerare che forse la cultura è in città,
ma il lavoro e le nostre risorse naturali sono più nelle zone rurali.
“
”
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LO SVILUPPO AGRARIO E RURALE
Si è visto che il lavoro può essere fatto fuori dall’Albania, mentre
in Albania può avvenire solo la ridistribuzione dei flussi finanziari
che ritornano nel Paese. Anche per questa illusione si avvicina la
fine, sia perché la migrazione di seconda generazione ha logiche di
funzionamento differenti da quelle della prima generazione, sia
anche perché la crisi finanziaria sta dimostrando i limiti di questo
modello secondo il quale l’Albania esporta, fino ad oggi, manodopera ed importa merci, attendendo flussi finanziari dall’estero. La rinascita del culto del lavoro - nei servizi, ma anche nella produzione
diretta - resta parte della riforma culturale senza la quale si soffrirà
perché una gran parte della popolazione attiva si lamenta del fatto
che non vi sia lavoro, ma non vuole nemmeno lavorare proprio laddove è possibile trovare lavoro.
La zona rurale si aspetta certamente un processo di ripopolamento su nuove basi di funzionamento.
104
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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POLITICHE DI SVILUPPO
RURALE IN ALBANIA
Sia le grandi politiche pubbliche, che le politiche di accompagnamento e le analisi dei fenomeni che si adottano,
necessitano di concetti chiari, precisi. Per quanto spesso
si discuta in Albania, talvolta si adottano delle decisioni senza
avere prima dei concetti chiari, ben definiti su quello che
dovremmo fare, dando soluzioni populiste, congiunturali, che
vanno bene per l’oggi ma non guardano lontano:
di
Adrian Civici
rettore Università europea di Tirana
V
orrei fare una rapida presentazione di uno studio fatto sul modo
in cui sono evoluti in questi ultimi vent’anni in Albania i concetti dello sviluppo rurale e territoriale, spiegando da dove siamo
partiti subito dopo gli anni 90 per realizzare la grande e radicale trasformazione in cui ci troviamo oggi.
Perché evoluzione dei concetti? Perché si ritiene, anche secondo
tutti gli interventi che abbiamo sentito qui oggi, che a prescindere
dalle due strategie e dalle due potenziali vie - da un lato la pianificazione e dall’altro l’intervento delle autorità pubbliche e l’orientamento dello sviluppo attraverso le politiche per lo sviluppo -, o la
comprensione o il suggerimento delle piccole dinamiche territoriali,
sono entrambe raccolte nello sviluppo. Infine, c’è qualcosa che noi
avvertiamo di più. Cioè che sia le grandi politiche pubbliche, sia le
politiche di accompagnamento che quelle di analisi dei fenomeni
che si adottano, necessitano in fin dei conti di concetti chiari, preci-
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LE POLITICHE DI SVILUPPO RURALE IN ALBANIA
si. Nulla è solo frutto della buona volontà di fare qualcosa di buono,
ma in sostanza quando tu adotti una politica, quando suggerisci una
via di sviluppo, ciò che conta è lo sviluppo.
Il tutto va considerato in linea generale anche alla luce delle esperienze di cui ci hanno parlato i nostri colleghi italiani. Per quanto
spesso si discuta in Albania, talvolta si adottano delle decisioni e
delle politiche senza avere prima dei concetti chiari, ben definiti su
quello che dovremmo fare, dando alle cose delle soluzioni populiste,
delle soluzioni congiunturali, che vanno bene per oggi o per domani ma non vedono più lontano. Se dovessi riassumere quanto è successo in questi vent’anni con le politiche dello sviluppo rurale, direi
che sono state due le linee principali. Noi
siamo passati dal concetto settoriale a quello
territoriale, e dal concetto verticale al concetNulla è solo frutto della
to orizzontale. Ed è stata questa la chiave dei
buona volontà di fare
nostri grandi cambiamenti.
qualcosa di buono,
Consentitemi di esprimere anche una mia
ma quando adotti
considerazione in merito all’intervento del
una politica, ciò che
professor Fuga. Un intervento, a parer mio,
conta è lo sviluppo
molto interessante. Ci sono voluti forse vent’anni di cambiamenti sul concetto dello sviluppo rurale perché ci si potesse appropriare
e arrivare oggi a quanto il professor Fuga realizza con tanta convinzione. Per molti anni l’agricoltura in Albania è stata considerata proprietà degli agricoltori, degli agronomi, dei veterinari e degli zootecnici, quindi un settore dove solo si produceva, e sembrava una faccenda del tutto straordinaria che un filosofo, con connotazioni di
sociologo o antropologo, si occupasse di un settore considerato
dominio di queste professioni.
Proprio oggi, dopo vent’anni, ormai evoluti nei nostri concetti di
sviluppo rurale e territoriale, tutto questo è fattibile e molto positivo
per dimostrare che la nostra valutazione di oggi interessa il territorio e la popolazione, e tanti altri elementi e non solo un singolo set-
“
”
108
ADRIAN CIVICI
tore. Allora, ritornando di nuovo alla tematica di questa evoluzione,
si potrebbe affermare che durante i primi dieci anni di transizione visto che il 2010 segna anche i venti anni della transizione albanese
- per la prima metà dunque si potrebbe affermare che in tutte le
azioni abbiano predominato i concetti delle politiche agricole. Il che
significa che tutti i problemi delle zone rurali si equiparavano alla
problematica dell’agricoltura, vista come settore. Tutti i fondi, gli
investimenti, i progetti venivano assegnati solo in funzione dello sviluppo dell’agricoltura. Anche in molte istituzioni o indicatori, le
valutazioni facevano prevalente riferimento alla logica dello sviluppo dell’agricoltura.
Giungendo al secondo periodo - 2000-2009 e 2010, appena iniziato - si osserva una nuova tendenza che fa rilevare che nelle zone rurali, tramite le politiche agricole - che mi auguro che, con l’evoluzione
del linguaggio, possano ora definirsi politiche agrarie - non potevano
risolversi molti problemi che iniziavano a manifestarsi o, più precisamente, esistevano anche prima, ma dei quali la gente prendeva
coscienza solo in quel momento e li considerava sotto uno sguardo
generale. Primo fra tutti, il problema dell’occupazione della popolazione delle zone rurali. Nelle nostre statistiche tutt’oggi la nostra
popolazione si considera al 100% occupata. Basta che la singola famiglia disponga di una superficie di terra, per quanto modesta, perché
ogni persona suo membro possa considerarsi occupata. Abbiamo in
realtà una sub-occupazione, o un’occupazione parziale per una parte
dell’anno, perché il resto dell’anno questa popolazione non saprebbe
dove andare a lavorare. Quindi, secondo le statistiche si considerano
occupati, ma in realtà succede esattamente il contrario.
In secondo luogo, l’agricoltura da sola non poteva risolvere tutti i
problemi dello sviluppo economico e sociale di tutte le aree che non
erano aree urbane.
In terzo luogo, vi erano in queste aree, oltre alle attività agricole,
anche delle buone potenzialità sociali, economiche e naturali che
necessitavano di un altro concetto. Sussistevano inoltre grandi diffe-
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LE POLITICHE DI SVILUPPO RURALE IN ALBANIA
renze fra le stesse aree rurali, nonché fra le aree rurali e quelle urbane, che necessitano anch’esse di una nuova ottica risolutiva. Un problema è la diversificazione delle entrate in queste aree, perché visto
che per tanto tempo le entrate provenivano solo dall’agricoltura, nel
primo periodo della transizione - come è stato già sottolineato queste entrate sono venute diminuendosi rispetto alle altre entrate
provenienti da settori esterni all’agricoltura o alla stessa area rurale.
La problematica della conservazione dei valori culturali e storici è
riapparsa in scena e ciò era naturalmente al di fuori del quadro delle
politiche agricole. Vi erano inoltre due fattori molto rilevanti: il
freno all’abbandono di queste aree, dunque il freno dell’esodo rurale, perché si sa che l’Albania in questi vent’anni, ma specie nei primi
dieci, ha conosciuto un considerevole esodo rurale e l’abbandono di
molte aree rurali alle quali le politiche agricole da sole non potevano provvedere.
Ed infine, puntare allo sviluppo dell’infrastruttura e dei servizi in
generale per ottenere un migliore tenore di vita, avere dei servizi più
o meno equi. L’Albania, considerando tutte queste sfide, anche sotto
l’influsso dell’Unione Europea e, soprattutto, grazie all’inizio di un
intenso processo di integrazione europea dopo aver fatto proprie le
esperienze regionali, inclusa la ricca esperienza italiana in tema di
politiche di sviluppo rurale, è passata al concetto delle politiche di
sviluppo rurale, la cui data di nascita coincide con il momento in cui
il ministero dell’Agricoltura, così chiamato storicamente, ha cambiato nome in ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale, quando al suo interno sono stati istituiti degli appositi settori per il trattamento delle questioni dello sviluppo rurale e quando, allo stesso
tempo, per la prima volta, nel 2002 la strategia per lo sviluppo rurale è stata concepita come una strategia intersettoriale dove sono stati
coinvolti anche altri ministeri, dimostrando che i problemi relativi
all’area rurale non potevano essere risolti solo dall’agricoltura e da un
unico ministero.
Tutto ciò ha fatto sì che alle politiche dello sviluppo agricolo si
110
ADRIAN CIVICI
aggiungessero altri tre nuovi elementi. Il primo riguarda la partecipazione diretta allo sviluppo dei fattori e delle istituzioni locali, il
che rappresentava una nuova esperienza per l’Albania, specie quando si tratta di attori locali che hanno gradualmente portato alle strategie di sviluppo locale e territoriale ed hanno iniziato ad essere assistiti quali attori dello sviluppo. Il secondo elemento riguarda l’introduzione e l’applicazione del concetto dello sviluppo territoriale.
Questo concetto, nonostante in Europa si elaborasse da tempo, è per
noi nuovo, degli ultimi anni, e stiamo ora costruendo gli strumenti
per poterlo ampiamente applicare.
La logica della divisione del territorio in Albania è stata, almeno
in questi ultimi vent’anni, una pura logica
elettorale; quando si è trattato della divisione
del territorio o quando durante il periodo del
Per la prima volta,
socialismo o del comunismo si aveva la
nel 2002 la strategia
famosa suddivisione per distretti, oppure
per lo sviluppo rurale
appena abbiamo provato a fare delle riforme
è stata concepita
territoriali, la logica predominante è stata
come una strategia
quella elettorale, la quale richiedeva una sudintersettoriale
divisione secondo gli interessi della politica e
non in funzione delle caratteristiche del territorio o delle caratteristiche dello sviluppo.
ora si continua a discutere sul fatto che ci serve una nuova suddivisione territoriale in funzione dello sviluppo e non in funzione dei
fattori finora considerati.
Infine, due parole sull’introduzione del concetto di orizzontalità
nell’ambito dell’integrazione dei vari settori dell’economia e delle
strategie di sviluppo. Non sono pochi i casi in cui la nostra esperienza ha dimostrato che in un dato territorio ogni settore aveva politiche sue e obiettivi suoi e che si poteva tranquillamente intervenire a
danno di un altro settore. Non è forse il caso di portare molti esempi, ma oggi tanti territori sono incidentati dal punto di vista delle
opportunità di sviluppo, visto che si è agito con una mancata armo-
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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LE POLITICHE DI SVILUPPO RURALE IN ALBANIA
nizzazione fra gli interessi dei diversi settori insistenti su quel territorio.
Il risultato che si sta consolidando nel 2010 è la creazione di un
nuovo modello rurale albanese, il quale sta tentando, talvolta con
successo e talvolta con problemi, a creare un nuovo legame, a tre, fra
l’agricoltura, la ruralità e il territorio. Quali sono le sue principali
componenti? Anche in questo caso, si potrebbe accennare a tre componenti. In primo luogo, la diversità: le politiche dello sviluppo rurale sono in funzione dello sviluppo economico sociale e geografico di
ogni Paese. Noi stiamo cercando di applicarle nelle zone montane,
nelle zone in difficoltà, nelle zone costiere, evitando di avere una
politica unica, in bianco e nero, dello sviluppo rurale, ma di renderla invece in funzione
delle caratteristiche del territorio; in secondo
Il principio della multiluogo, il concetto della multiattività a cui si
funzionalità attribu isce
sta mirando sempre più, affinché le multiatall’agricoltura anche
tività agricole, economiche e la cultura delle
altri compiti, oltre a
entrate nelle aree rurali siano quanto più
quello della produzione
diversificate, per rendere lo sviluppo più
agroalimentare
armonico e per introdurre in campo più
attori, il che si traduce in maggiori opportunità di sviluppo.
Infine, un principio presente da tanto tempo nell’esperienza agricola europea: il principio della multifunzionalità, che attribuisce
all’agricoltura anche tanti altri compiti, oltre a quello della produzione dei prodotti agroalimentari. Compiti che riguardano la tutela dell’ambiente e lo sviluppo, direi urbano, delle aree rurali. Una delle
ragioni per cui oggi assistiamo nelle zone montane a molti fenomeni negativi è che in nome degli interessi dell’economia di mercato
abbiamo abbandonato molti dei settori tradizionali, cosa che ha portato all’inquinamento dell’ambiente, alla non protezione delle foreste, della flora, della fauna, alla non ricomposizione o conservazione
del paesaggio, a barriere nella creazione delle condizioni favorevoli
“
”
112
ADRIAN CIVICI
per un turismo sostenibile ed altro simile a questo.
È mia impressione che, dall’analisi dei documenti relativi al tema
dello sviluppo rurale, come sottolineava nel suo intervento anche il
ministro Ruli, si sta abbandonando sempre più l’idea che le politiche
dello sviluppo rurale sono concentrate al ministero dell’Agricoltura
e si sta ponendo l’accento sulla cooperazione degli altri attori di tutti
gli altri campi, quale l’ambiente, l’educazione, la sanità, l’infrastruttura, il turismo e molti altri ancora.
Se dovessimo pensare ad una tipologia delle politiche per lo sviluppo rurale in Albania, a quanto è stato fatto finora e a quanto si sta cercando di fare, direi che potremmo in primo luogo mirare a delle politiche per la compensazione delle difficili condizioni naturali, in considerazione della posizione periferica delle aree rurali; in secondo
luogo ad una apposita strategia per le zone montane; abbiamo già una
strategia speciale per le zone non favoreggiate, per le zone in difficoltà, che significa che stiamo adeguando sempre più il territorio alle
politiche di integrazione europe del Paese; pensare anche alle politiche per la diversificazione delle attività agricole e la promozione dei
prodotti biologici. È oggi rappresentato in questa conferenza anche
l’Istituto agronomico Mediterraneo di Bari, uno dei partner principali e promotore di queste politiche in Albania, apportandovi non solo
l’esperienza italiana ma anche quella mediterranea ed europea.
Le politiche per la tutela dell’ambiente si riferiscono in generale a
zone di particolare pregio naturale e diventano sempre più presenti.
Lo stesso si potrebbe affermare per le politiche per il miglioramento delle condizioni di vita attraverso la crescita della gamma dei servizi pubblici e della qualità dell’infrastruttura. Se dovessimo considerare la strategia per lo sviluppo del Paese, si può affermare che in
questi ultimi 4 o 5 anni, termini quale sviluppo dell’infrastruttura
rurale o delle vie rurali, divengono sempre più presenti negli investimenti pubblici e nella promozione degli investimenti esteri. In
breve, vi sono altre quattro politiche: la politica per la valorizzazione
dei prodotti regionali alimentari, la politica per lo sviluppo dell’agri-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
113
LE POLITICHE DI SVILUPPO RURALE IN ALBANIA
turismo, la ristrutturazione e la composizione territoriale, nonché la
politica per l’aumento delle entrate.
Per concludere, direi che questo cambiamento di concetti ha prodotto terreno fertile per uno sviluppo positivo del Paese, innanzitutto per la valorizzazione delle potenzialità interne locali, per la creazione di una visione territoriale più strategica, per una gestione
finanziaria in cui la componente pubblica si abbina a quella decentrata o locale. Vorrei soprattutto sottolineare la formazione delle
polarità orizzontali e l’allontanamento dalla logica verticale, ed infine la trasformazione dello sviluppo rurale in uno strumento dello
sviluppo e della modernità democratica e politica delle stesse aree
rurali. Il tutto potrebbe così riassumersi: se si prosegue con questa
visione, allora significa che avremmo compiuto un ulteriore passo in
avanti verso l’integrazione dell’Albania all’Unione Europea, perché
questo percorso comune non sia semplicemente un andar avanti
artificiale, ma un co-viaggiare con la politica agricola condivisa verso
le trasformazioni per il periodo 2013-2010.
114
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LE POLITICHE DI SVILUPPO RURALE IN ALBANIA
116
ADRIAN CIVICI
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
117
UN NUOVO FOCUS
PER LE POLITICHE
INDUSTRIALI
Dopo circa due decadi di riforme economiche e risultati
ottenuti, sembra che le politiche ortodosse abbiano
manifestato le proprie insufficienze e, forse, oggi occorre
volgere lo sguardo alle politiche eterodosse. Due le insufficienze
principali: la questione del coordinamento e quella delle
deviazioni del mercato. L’esigenza di una riconsiderazione delle
politiche industriali ha quindi assunto un nuovo profilo
di
Selami Xhepa
deputato e membro commissione Economia e Finanze del parlamento albanese
S
i è poco parlato delle politiche per lo sviluppo industriale dall’inizio della transizione. Si è invece parlato di ristrutturazione e
ammodernamento, e direi che i due termini sono tra loro intercambiabili. La ragione di tale “negligenza” si trova nel trionfo della teoria neoclassica - secondo cui il settore privato si sviluppa in modo
naturale, basterebbe applicarvi il trinomio liberalizzazione - privatizzazione - stabilizzazione. Però, dopo circa due decadi di riforme
economiche e risultati registrati, sembra che le politiche ortodosse
abbiano manifestato le proprie insufficienze e forse, occorre volgere
lo sguardo alle politiche eterodosse. Le teorie neoclassiche ne hanno
fatto rilevare le due insufficienze principali: la questione del coordinamento e quella delle deviazioni del mercato. L’esigenza di una
riconsiderazione delle politiche industriali ha assunto un nuovo profilo, attribuitole non solo da organizzazioni multilaterali quali
Unido, Adb, ma anche da importanti think tanks (l’Iniziativa per il
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
119
UN NUOVO FOCUS PER LE POLITICHE INDUSTRIALI
dialogo politico di Stiglitz ha istituito una task force per le politiche
industriali).
In questa mia presentazione mi soffermerò su tre questioni relative alla natura dello sviluppo economico del Paese:
1. I fattori dello sviluppo economico ed il ruolo della storia: quanto
è rilevante il ruolo di path-dependence?
2. Qual è la tipologia dell’attuale economia del Paese? Quale capitalismo si addice meglio al nostro sistema economico?
3. L’esigenza di una nuova visione, formale, delle politiche per il
futuro sviluppo industriale del Paese.
1. I FATTORI DELLO SVILUPPO ECONOMICO: QUANTO È RILEVANTE IL RUOLO DELLA DIPENDENZA STORICA?
La storia dello sviluppo economico nel corso degli scorsi 50 anni, e
le esperienze di diverse parti del globo ci hanno dato parecchie
lezioni sulla comprensione dello sviluppo. Lo sviluppo è possibile,
ma purtroppo non inevitabile, afferma Stiglitz.
La questione si è posta anche ad un tavolo di dibattito che ha
avuto luogo alla fine degli anni 80, sul Lago di Como. Un tavolo di
dibattito circa le differenze nello sviluppo dell’Est e dell’Occidente
dell’Europa. Il professore di Storia dell’economia, Eric J. Hobsbawn
ha sollevato una domanda sorprendente: «Perché l’Albania non è
sviluppata quanto la Svizzera? Entrambi i Paesi hanno una popolazione ed una geografia simili, sono poveri nelle risorse, hanno storie
simili di uno Stato debole ed autonomo, si sono nutriti di soldati a
servizio di Paesi stranieri».
Più di 60 miliardi di euro vengono ogni anno investiti dai fondi
del governo centrale e locale nella parte est della Germania per risanare le regioni depresse e non sviluppate. Nonostante ciò, restano alti
i tassi di disoccupazione e forte l’emigrazione verso la parte occidentale. La conclusione è evidente - lo sviluppo non è semplicemente questione di denaro, di fondi. Occorre cercare più a fondo per sco-
120
SELAMI XHEPA
prire i problemi fondamentali dello sviluppo.
La letteratura e le ricerche economiche nel campo dell’economics
comparato, hanno evidenziato l’importante ruolo delle istituzioni, le
quali non creando gli adeguati incentivi per la crescita economica,
diventano fonte di sottosviluppo per i Paesi. Quando si parla di istituzioni, le variabili maggiormente studiate comprendono i diritti di
proprietà (North), gli ordinamenti giuridici (La Porta) e le barriere
per l’accesso al mercato o le oligarchie (Olson). Però l’altra questione
irrisolta ed ampiamente discussa che resta è se le istituzioni possono
disegnarsi e, di conseguenza, trapiantarsi da fuori, dall’esterno, oppure se una cosa simile sia negativa; dunque, la migliore delle possibilità sarebbe la loro evoluzione naturale adeguandosi in via naturale alle caratteristiche
ed all’habitat del Paese (Hayek; Rodrik). La
Lo sviluppo non è
riforma istituzionale applicata nella forma
semplice questione
del Big Bang nei Paesi ex comunisti ha subìdi denaro, di fondi.
to dei fallimenti in Russia, nell’America
Occorre cercare più a
Latina ed in alcuni Paesi dell’Africa. Ciò
fondo per scoprirne
spinse il dibattito sull’esigenza di un adeguai problemi fondamentali
mento graduale e sulla teoria evolutiva delle
istituzioni, un dibattito condotto da Rodrik e
da Haussman. Ma Paesi come l’Albania, i
quali aspirano all’adesione all’UE e che, di conseguenza occorrerà
che si avvicinino e adottino le istituzioni dei Paesi membri, si aspettano che questo fattore si trasformi in un generatore di crescita economica e di sviluppo economico a lungo termine del Paese. Quale
sarà allora l’effetto atteso di un tale processo di trasposizione istituzionale?
È altrettanto sorprendente vedere in che modo i Paesi ricchi di
risorse e materie prime non siano riusciti a svilupparsi più rapidamente rispetto ai Paesi privi delle stesse. Questo fenomeno è ormai
battezzato con il nome Natural Resource Curse. Non solo i casi di studio e le specifiche esperienze di Paesi (quali la Russia, il Venezuela,
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
121
UN NUOVO FOCUS PER LE POLITICHE INDUSTRIALI
ecc.,), ma l’azione di questo fenomeno è stata anche empiricamente
studiata dal professore dell’università di Harvard, Jeffrey A. Frankel.
Egli ha analizzato sei degli aspetti caratterizzanti un’economia
dominata dalla mentalità delle risorse (la mentalità dell’offerente,
come la etichetta Ohmae - The borderless world), e dove ciascun fattore agisce quale percorso che potrebbe condurre ad una performance economica sub-ottimale. I fattori sono: le tendenze a lungo termine dei prezzi delle merci sui mercati internazionali, la volatilità
dei prezzi, l’effetto crowding put dell’attività produttiva, le guerre
civili, le istituzioni deboli ed il Dutch Disease.
Gli economisti hanno scoperto gli effetti della dipendenza storica
(path-dependence) sullo sviluppo del Paese. È
evidente che ciò va contro l’economics classico dove il risultato dello sviluppo di un Paese
Lo sviluppo economico
è dovuto ad una ragione ben precisa, addiritassomiglia a una “scatola
tura quantificabile, e non vi è spazio per
nera” dove è difficile
incertezze. Un economista dell’Istituto di
per la mente umana
Santa Fè, Brian Arthur, scrive che sarà il
penetrare e comprenderdestino, il fato, accompagnato da una reazione facilmente la causa
ne positiva, più della superiorità tecnologica,
a determinare la superiorità dello sviluppo
economico di un Paese. La sua spiegazione
segue più o meno la logica del gioco della roulette: il successo della
sera prima non accresce le opportunità di successo anche per la sera
dell’indomani. Forse questa è una ragione del perché i modelli econometrici che intendono spiegare lo sviluppo economico (si ricordano i grandi economisti quali Walras, Debreu e Samuelson) hanno
fallito nel dare una risposta esatta. Nel modellamento secondo i
principi della teoria neoclassica, gli effetti della dipendenza storica
sono stati studiati anche per le economie in via di transizione, dove
le condizioni iniziali della transizione sembra siano state dei fattori
determinanti per il successo delle riforme di stabilizzazione e di tutta
la transizione. Di nuovo, le determinazioni delle teorie economiche
“
”
122
SELAMI XHEPA
sono coerenti tra di loro.
È per queste ragioni che lo sviluppo economico assomiglia ad una
“scatola nera” dove è difficile per la mente umana penetrare e comprendere facilmente la causa dello sviluppo o del mancato sviluppo.
2. QUALE CAPITALISMO SI ADDICE MEGLIO AL NOSTRO
SISTEMA ECONOMICO?
I cambiamenti essenziali verificati sulla tipologia dell’economia sono
(a) il passaggio da un ambiente economico industriale dominato da
un grande numero di aziende statali (la gigantomania) ad una miriade di aziende piccole e medie (le Pmi); (b) da una struttura economica predominata da attività industriali, specie dell’industria pesante, verso un’economia predominata dai servizi e da un’industria prevalentemente trasformativa; (c) da uno sviluppo economico condotto e realizzato dallo Stato ad uno sviluppo del tutto soggetto
all’azione delle forze del mercato.
Quando si parla della tipologia dell’attuale sistema economico
dell’Albania, caratterizzato da una grande presenza di microimprenditori nonché da piccole e medie imprese, non si esita definirla come
quella di un’economia della piccola imprenditoria privata. Baumol ci
dà una descrizione dettagliata dei tratti delle varie tipologie del capitalismo: statale (di tipo asiatico), corporativista (europeo), oligarchico (il capitalismo russo), e quello in cui si ha una combinazione delle
piccole e medie imprese e di un piccolo numero di grandi imprese
(di tipo americano), sottolineandovi anche l’indiscussa prevalenza di
quest’ultimo. Il contributo delle Pmi nello sviluppo economico e
sociale della società e la prevalenza di quest’ultima sono ormai ben
evidenziati dalla letteratura. Tuttavia, quale sistema economico capitalistico si addice meglio ad una società, credo resti tuttora oggetto
di dibattito.
Però è forse necessario definire il termine imprenditore. J.B. Say (il
primo ad aver usato questo termine), Schumpeter e Drucker intendono con imprenditore una persona che non accetta, una persona
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
123
UN NUOVO FOCUS PER LE POLITICHE INDUSTRIALI
che cambia radicalmente, che capovolge e disorganizza, che si oppone. Partendo esattamente da questa accezione Schumpeter ha tratto
il termine «distruttore creativo». «L’equilibrio dinamico creato dall’impresa innovativa, più che l’equilibrio e l’ottimizzazione», scrive
Drucker, «è una regola per un’economia sana e la realtà di base per la
teoria e la pratica economica».
Mentre l’imprenditore cui, nel quotidiano, facciamo riferimento è
semplicemente un uomo d’affari replicativo, un uomo d’affari che fa
la stessa cosa che fanno anche gli altri, numerosissimi in un’economia capitalista, lo stesso uomo d’affari dal significato che spesso
riscontriamo nelle descrizioni del noto scrittore (economista) inglese del XVIII secolo, Richard Cantillon.
Come già sottolineato, questi imprenditori giocano un ruolo fondamentale nella vita economica e sociale del Paese. Sarebbe però sufficiente per un’economia che cerca di crescere con ritmi più elevati
rispetto alle altre economie del continente, affinché possa superare
l’arretratezza e ottenere la convergenza con gli indicatori reali dello
sviluppo? La risposta è No. La performance di un’impresa dipende
prima di tutto dalla sua capacità di innovazione; dalla capacità dei
suoi manager di orientare gli investimenti dell’impresa, dalla formazione dei dipendenti, dal marketing, da R&D, ecc.. Con lo sviluppo
economico si intende una trasformazione strutturale, esattamente da
attività di scarsa produttività in attività ad alta produttività, sostenute dall’innovazione portata da imprenditori innovatori.
Riflettendo sui dati di un recente studio della Banca mondiale
(2009) sulla situazione della competitività dell’economia, potremmo
ricorrere ad alcuni suoi indicatori per riportare il ritratto dell’imprenditore locale.
Le imprese albanesi hanno un livello assai scarso di utilizzo
dell’Ict (web pages ed emails) nella loro attività economica, sia nei
rapporti con i fornitori che in quelli con i loro clienti. Solo il 37%
delle aziende ha un sito web, rispetto all’86% che rappresenta il livello medio per le CEE5 (Polonia, Repubblica Slovacca, Repubblica
124
SELAMI XHEPA
Ceca, Ungheria, Slovenia). Inoltre, nonostante il livello di formazione della mano d’opera sia problematico (risulta tale in tutte le osservazioni effettuate sul mercato del lavoro), solo una piccolissima percentuale delle imprese (il 20%) offre formazione, rispetto all’80%
della Slovacchia o del 47% della Bosnia. La formazione sembra essere un servizio offerto prevalentemente dal settore pubblico, visto che
la quota di dipendenti che ricevono formazione è di circa il 51,4%,
identica agli altri Paesi della regione (la Croazia con il 52%, la
Bulgaria con il 63%, ecc.).
In generale le aziende hanno poche conoscenze sul trasferimento
della tecnologia e non investono in servizi di consulenza, operando
quindi con scarsi livelli di produttività.
Secondo un case study di questo rapporto,
un’azienda che era ricorsa a consulenza esteL’equilibrio dinamico
ra, era riuscita a raddoppiare la sua produtticreato dall’impresa
vità in meno di un mese. Tuttavia, il ricorso ai
innovativa,
servizi di consulenza resta ancora una rarità.
più che l’equilibrio e
L’Albania ha migliorato la sua posizione
l’ottimizzazione, è regola
competitiva in World Competitiveness Report.
per un’economia sana
Invece del 108° posto negli anni 2008-2009,
per gli anni 2009-2010 occupa il 96° posto.
Ma la posizione è notevolmente peggiore
quando si parla dei fattori che determinano l’innovazione e l’ammodernamento del business (121° posto).
Tuttavia, gli indicatori dell’innovazione e della presentazione di
nuovi prodotti sono incoraggianti. Circa il 59% delle imprese intervistate ha presentato dei nuovi prodotti durante gli ultimi tre anni,
indicatore questo più elevato rispetto a quello degli altri Paesi della
regione (Bulgaria il 50%, Romania il 33%). Tale è l’indicatore del
miglioramento dei prodotti esistenti, evidente soprattutto nella fabbricazione dei metalli ed in altre attività di trasformazione. Gli indicatori dell’innovazione sono generalmente più alti tra le imprese
straniere o laddove vi sono delle joint ventures con dei partner stra-
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
125
UN NUOVO FOCUS PER LE POLITICHE INDUSTRIALI
nieri, nonché nelle attività di esportazione.
Un altro importante elemento per stabilire la tipologia dell’economia sono i cambiamenti strutturali verificati in economia durante
questi anni. Dare una risposta sulla natura e l’intensità del cambiamento nella struttura produttiva, significherebbe per noi sviluppare
dei modelli di tipo input-output, sia per la domanda che per l’offerta, che vista l’assenza di dati diviene un’impresa impossibile.
Introdurremo in seguito i cambiamenti strutturali dell’economia,
nonché i ritmi della creazione di imprese, a seconda della natura
delle attività economiche, con un’interpretazione semplificata degli
indicatori statistici.
In primo luogo, le dinamiche della creazione di nuove imprese hanno registrato dei
tassi elevati, facendo sì che lo stock delle
È giunto il momento per
imprese, entro un periodo di 6 anni, aumenuna nuova concezione,
tasse di circa 1,5 volte.
formale, delle politiche
In particolare, i ritmi più dinamici sono
industriali, equidistanti
stati registrati dai settori dell’agricoltura, dei
alla teoria neoclassica e
servizi e della ristorazione, dove è cresciuto il
all’intervento dello Stato
numero delle imprese che hanno avviato una
loro attività economica con ritmi più elevati
rispetti a quelli medi per l’istituzione di una
società.
La distribuzione delle imprese dimostra una prevalenza delle
microimprese, che hanno manifestato una densità di 30,6 imprese
per mille abitanti, mentre le Pmi e le grandi imprese hanno mantenuto ritmi assai bassi. La prevalenza delle microimprese è stato un
fattore costante per l’intero periodo della transizione, riflettendo nel
contempo la struttura dell’economia, che è passata al processo di
divisione delle grandi imprese e dove l’iniziativa privata è limitata
dall’offerta del capitale, mentre le microimprese sono fiorite per via
dei bassi costi di accesso sul mercato (Xhepa, Agolli, 2002).
La vita economica del Paese è dominata da tante imprese albane-
“
”
126
SELAMI XHEPA
si, dove il peso delle imprese estere resta minore, specie nei settori
terziari. Sembra che la maggior presenza di imprese estere stia nel
settore produttivo, specie in quelle di esportazione. Tuttavia, il capitalismo albanese assomiglia, sotto tale ottica, più al modello indiano,
basato essenzialmente sull’impresa locale, che al modello cinese,
dominato dalle multinazionali straniere.
In conclusione, sembra che i cambiamenti importanti della tipologia dell’economia del Paese, cioè il passaggio dalla gigantomania o
dalle grandi impresi alle microimprese, sono un evidente e significativo indicatore delle differenze fra i due tipi di politiche applicate nel
Paese: quella dell’intervento dello Stato e quella della liberalizzazione neoclassica. È evidente che mentre il primo modello ha condotto verso il pieno fallimento dell’economia, il secondo sembra si sia
bloccato, laddove le forze del mercato da sole sembrano inabili a realizzare quel misto necessario di impresa, risorse economiche e politiche pubbliche che dovrebbe trasportare l’economia verso una nuova
traiettoria di sviluppo e modernità.
3. L’ESIGENZA DI UNA NUOVA VISIONE, FORMALE, DELLE
POLITICHE PER IL FUTURO SVILUPPO INDUSTRIALE DEL PAESE
Quindi, per muoversi dall’attuale fase dell’economia verso una nuova
fase (o un nuovo equilibrio) più elevata, è necessario avviare una
riforma dell’attuale sistema delle politiche e delle istituzioni, con
l’obiettivo di ottenere un’economia competitiva, di imprenditoria,
con gli elementi sopra sottolineati. È giunto dunque il momento per
una nuova concezione, formale, delle politiche industriali, equidistanti alla teoria neoclassica ed all’intervento dello Stato. Si tratta di
un’impresa complessa, non solo e semplicemente sotto il piano teorico ed ideologico, ma anche sotto quello pratico, visto il ruolo
essenziale che spetta alla cultura, al patrimonio, allo stato delle istituzioni ed alla valutazione che ne ha la società, ecc.. La sfida consiste nel disegnare un quadro istituzionale che sia in grado di fornire
delle soluzioni ai “fallimenti del mercato” e che sia contestualmente
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
127
UN NUOVO FOCUS PER LE POLITICHE INDUSTRIALI
il “market frendly” e, per lo più, lontano dalle possibilità di corruzione della burocrazia e dello stesso sistema economico.
La questione si potrebbe così porre: è possibile sviluppare un quadro di politiche pubbliche che siano complementari alle forze del
mercato, senza provocare quindi delle distorsioni del mercato (market distortions), politiche che accelerano lo sviluppo economico rafforzando gli effetti allocativi delle risorse economiche e della produttività dei fattori produttivi?
L’approccio tradizionale della politica industriale consisteva nell’identificare le barriere e le esternalità, e nel disegnare delle politiche pubbliche per il loro indirizzamento. Il processo di specializzazione porta ad uno sfruttamento migliore delle risorse e si trasforma
in una forza di sviluppo.
I fatti però ci dimostrano che mentre i Paesi si sviluppano di più
economicamente, la produzione e l’occupazione tendono ad essere
meno concentrate per i vari settori. Solo dopo che il Paese ha raggiunto un livello di redditi affine a quello dell’Irlanda, la produzione
tende a orientarsi verso la concentrazione. Questo tipo di diversificazione nel processo dello sviluppo, come osserva Rodrik, va contro
la logica della specializzazione che scaturisce dalla teoria dei vantaggi comparativi. È la specializzazione a liberare le risorse economiche
incanalandole verso un loro utilizzo più efficiente. Klinger e
Lederman (2004) sottolineano di nuovo questa tesi con cifre e dati
relativi alle esportazioni, rilevando che il numero dei prodotti nuovi
di esportazione in rapporto alle entrate si presenta con la curva a
forma di U.
Nei Paesi con redditi bassi c’è il classico problema del coordinamento. Lo sviluppo nel Paese di un nuovo prodotto (non nel senso
dell’innovazione, ma dell’imitazione dello stesso prodotto che si sviluppa in un altro Paese), richiederebbe la presenza delle industrie
collegate (i servizi infrastrutturali - strade, energia, telecomunicazione, offerente di input, ecc.) che non possono essere offerte da investitori privati fino a quando non vi sia sul mercato un sufficiente
128
SELAMI XHEPA
numero di operatori. Quindi questi investimenti upstream e downstream richiedono l’intervento del governo. I parchi industriali ed i
clusters sono una modalità per ridurre al minimo il problema del
coordinamento degli investimenti pubblici.
L’esperienza albanese in questo senso è tuttora ai suoi primi passi.
Alcune iniziative politiche avviate nel 1996 per la creazione delle
zone economiche franche hanno riscontrato due ostacoli: il primo, il
momento delle elezioni politiche e il successivo degrado della situazione politica nel Paese; il secondo, nell’obiezione dell’Fmi per l’attribuzione degli incentivi fiscali a favore dello sviluppo di queste
zone. Anche un progetto per la creazione di un parco industriale
esteso su circa 22 ettari a Durazzo, sviluppato dalla Bers durante questo periodo, per via
del mancato riconoscimento da parte delle
È possibile sviluppare
autorità locali di incentivi fiscali volti al suo
un quadro di politiche
sviluppo, non è stato sviluppato dall’investipubbliche che siano
tore, facendo sì che i parchi industriali e le
complementari alle
zone economiche franche divenissero uno
forze del mercato, senza
strumento da archiviare fino al 2007, anno in
provocare distorsioni?
cui il governo si è impegnato per la loro rivitalizzazione quali strumenti di sviluppo economico e regionale e di una migliore gestione della terra e dell’ambiente. Finora il governo ha approvato la creazione dei parchi industriali a Koplik di Scutari (con sviluppatore un
consorzio di aziende italiane), a Lezha (con sviluppatore un’azienda
privata tedesca), a Valona (con sviluppatore il settore privato locale)
nonché a Durazzo dove sono state proclamate due zone franche, per
la cui realizzazione non hanno ancora manifestato interesse investitori esteri e le autorità governative stanno promuovendo e cercando
degli sviluppatori interessati.
Altri due progetti con finanziamento di donatori (UsAid) intendono sviluppare i concetti dei clusters delle industrie collegate, evidenziando alcuni prodotti che presentano potenzialità di sviluppo
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
129
UN NUOVO FOCUS PER LE POLITICHE INDUSTRIALI
nel Paese, e più nello specifico nell’industria calzaturiera, del turismo, della trasformazione della carne e del vino. Una serie di attività di supporto sono state realizzate a beneficio di queste industrie,
sensibilizzando le imprese sul fatto che la competitività dei loro prodotti va ricercata in tutta la catena del valore aggiunto dei loro prodotti finali.
Il secondo problema riscontrato dagli investitori nello sviluppo
dei prodotti nuovi è quello dell’informazione. Come si potrebbe
sapere ex ante che lo sviluppo di un prodotto sarà redditizio? La sperimentazione, da parte del settore privato, nelle condizioni di una
tale incertezza creerebbe grandi benefici sociali se il progetto risultasse di successo, ma provocherebbe invece delle grosse perdite qualora fallisse. La questione che si pone è quindi se riusciamo noi a
disegnare dei meccanismi pubblici che incoraggino l’assunzione del
rischio da parte del settore privato, ma che possano anche influenzare l’attenuazione di tale rischio grazie a interventi dello Stato. È
naturale che il danno morale (moral hazard) sarebbe presente e la
crisi asiatica ha testimoniato che i rischi di tali politiche sono enormi e dannosi.
Il superamento di tali fallimenti del mercato richiede, anche nelle
esperienze di altri Paesi, un ruolo attivo da parte dello Stato. Il problema essenziale in tal caso è trovare una cornice istituzionale idonea,
la quale abbia come sua caratteristica l’interazione con il settore privato nel processo di formulazione delle politiche, ma che mantenga
l’equidistanza della burocrazia e la salvaguardia dalle tendenze e dalle
pratiche corruttive. Una tale sfida, per una società in cui il fenomeno
della corruzione si considera ancora endemico fino alla fatalità, mi
sembra resti una sfida irrisolvibile, almeno quando si tratta di mettere a fuoco first-best policies. Ciò che importa, sottolinea Rodrik
(2004), «sono tanto il processo quanto il risultato della politica».
La ricetta politica standard per la cura delle malattie:
1. Sovvenzionamento dei costi di “auto-rivelazione”
2. Sviluppo dei meccanismi finanziari per gli investimenti ad alto
130
SELAMI XHEPA
rischio (per esempio, garanzie pubbliche per gli investimenti a lungo
termine)
3. Coordinamento delle esternalità attraverso l’istituzione dei
Consigli per lo sviluppo o dei forum di consulta pubblici-privati,
garantendo la trasparenza e la responsabilità delle agenzie attuative
4. R&D con finanziamenti pubblici
5. Sovvenzionamento della formazione della manodopera
6. Incoraggiamento del rimpatrio degli emigrati.
BIBLIOGRAFIA
BAUMOL, WILLIAM J., LITAN, ROBERT E., SCHRAMM, CARL J.
Good Capitalism, Bad Capitalism, and the Economics of Growth and Prosperity, Yale
University Press, 2009
WILL BARTLETT
SME development policies in different stages of transition, in «Economic Policy in
Transition Economies», Vol. 11, Nr. 3, September 2001
WORLD BANK
Albania - Building Competitiveness in Albania in «Report 47866-AL», October 2009
INBS, J., WACZIARG, R.
Stages of Diversification in «American Economic Review», 2003
RODRIK, D.
Industrial Policy for the twenty first century, Harvard University, September 2004
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
131
SVILUPPO REGIONALE
E FINANZE LOCALI
Le finanze giocano un ruolo importante nello sviluppo
regionale. Esse sono garantite dal settore pubblico e da quello
privato. Il settore pubblico contribuisce attraverso le risorse
finanziarie generate dal governo locale e da quello centrale,
destinate a tal fine. Mentre il settore privato si sviluppa e
contribuisce laddove trova il clima adatto e l’infrastruttura
tecnica. Quindi, il ruolo principale per lo sviluppo regionale
spetta agli enti del governo locale in quanto sono essi a
incidere sui servizi pubblici e sulla creazione di un clima idoneo
di
Sherefedin Shehu
deputato e membro della commissione di Economia e Finanze del parlamento albanese
L
e finanze giocano un ruolo importante nello sviluppo regionale.
Esse sono garantite dal settore pubblico e da quello privato. Il
settore pubblico contribuisce attraverso le risorse finanziarie generate dal governo locale e da quello centrale, destinate a tal fine. Mentre
il settore privato si sviluppa e contribuisce laddove trova il clima
adatto e l’infrastruttura tecnica. Quindi, il ruolo principale per lo
sviluppo regionale spetta agli enti del governo locale, in quanto sono
essi a incidere sui servizi pubblici da essi offerti e sulla creazione di
un clima idoneo allo sviluppo dell’impresa privata.
IL RUOLO E LE FUNZIONI DEL GOVERNO LOCALE
Il governo locale esercita funzioni stabilite dalla legge. La legge incarica esclusivamente il governo locale in Albania a fornire i servizi
locali più importanti i quali producono dei benefici locali, quali l’infrastruttura urbana e rurale, i servizi pubblici tra cui la nettezza, l’ac-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
133
SVILUPPO REGIONALE E FINANZE LOCALI
qua potabile e le canalizzazioni, lo sport e la cultura, lo sviluppo economico locale e la protezione civile, nonché fornendo servizi di
beneficio nazionale quali l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale.
Servizi, questi ultimi, di grande impatto sul benessere della popolazione locale, ma anche sul consolidamento delle capacità e delle
competenze del governo locale.
Le unità del governo locale giocano un ruolo importante nel servizio dell’istruzione. Esse provvedono all’operatività ed alle attività
di manutenzione delle scuole, nonché a realizzare gli investimenti in
edilizia e dotazione delle scuole tramite dei fondi allocati dal budget
pubblico centrale. Nell’anno accademico 2007-2008 c’erano in
Albania 2.093 scuole di istruzione preuniversitaria, 226 delle quali
erano private. Vi erano inoltre 1.752 scuole d’infanzia, di educazione prescolastica, 86 delle quali private.
Una importante componente dell’infrastruttura sociale locale
sono anche le case per gli anziani, le residenze sociali, i centri di riabilitazione, le istituzioni ed i beni culturali e sportivi, i musei, ecc..
Oltre all’infrastruttura sociale, gli enti del governo locale possiedono una parte considerevole dell’infrastruttura fisica quali le strade
urbane e rurali, gli acquedotti, le canalizzazioni, gli impianti di depurazione e trattamento delle acque nere, le discariche per lo smaltimento dei rifiuti solidi, ecc.. Questa infrastruttura è legata all’ottenimento dei servizi pubblici più importanti.
La situazione dell’infrastruttura locale e dello sviluppo economico è notevolmente migliorata, ma si è ancora lontano dagli standard
europei. Una parte degli assetti sono ereditati dal precedente sistema
e soddisfano le condizioni minime per la loro funzione. I sistemi tecnici e tecnologici sono vetusti e, in più di un caso, non sono stati resi
nemmeno i servizi minimi di manutenzione e non soddisfano gli
standard contemporanei tecnici, ambientali e della salute. Le scuole
e le istituzioni non dispongono di impianti di riscaldamento o raffreddamento e non offrono talvolta le condizioni minime sanitarie e
di sicurezza.
134
SHEREFEDIN SHEHU
Il miglioramento dell’infrastruttura e l’esercizio delle funzioni da
parte del governo locale rendono possibile un migliore sfruttamento delle risorse naturali locali e l’attrazione di più risorse private alla
loro località. Ma ciò è innanzitutto subordinato alle capacità istituzionali e alla forza di investimento del governo locale. Nella tabella 1
sono indicate le risorse a disposizione del governo locale a seconda
della loro natura.
TABELLA
1 - IL BUDGET DEGLI ENTI DEL GOVERNO LOCALE
A SECONDA DELLA NATURA DELLE ENTRATE (milioni di euro)
A. Totale entrate
A.1. Proprie di cui
imposte tasse
A.2. Trasferte del budget pubblico
B. Grant concorrenti
C. Allocate dai Minesteri di Linea
Risorse totali
2005
177
101
28
76
0
16
193
2006
205
90
50
115
30
18
253
ANNI
2007 2008
273
232
105
91
57
45
168
141
45
35
38
30
356
297
2009
308
135
76
173
41
39
388
2010
332
154
86
178
44
51
427
Come si evince dai dati contenuti nella tabella, la portata del budget degli enti del governo locale non garantisce un miglioramento
rapido dell’infrastruttura locale. Resta contestualmente limitato
anche il ruolo degli enti del governo locale per l’economia e lo sviluppo locale. Anche nella struttura delle risorse si osserva il peso, relativamente alto, delle trasferte dal governo centrale e le entrate dalle
tasse e imposte appartengono più alle città ed alle zone urbane.
Gli enti del governo locale delle zone rurali (i Comuni), assicurano le proprie entrate prevalentemente dalle trasferte, visto che le loro
capacità fiscali ed istituzionali sono più scarse ed il governo centrale interviene per restringere l’ineguaglianza fra le regioni.
Il ruolo degli enti del governo locale nella vita economica e sociale
della loro comunità si vede anche nella dimensione del budget locale
rispetto al budget nazionale ed al Pil, in progressivo incremento, ma tuttavia ancora basso. Il peso specifico del budget locale è superiore a quel-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
135
SVILUPPO REGIONALE E FINANZE LOCALI
lo delle risorse proprie degli enti del governo locale: tale differenza si
spiega con politiche attuate e volte a restringere l’ineguaglianza fra le
regioni e la delega delle competenze e dei fondi dal governo centrale.
IL MIGLIORAMENTO DELL’INFRASTRUTTURA
Come già detto, spetta agli enti del governo locale il ruolo primario
nella creazione, nel miglioramento e nella manutenzione dell’infrastruttura locale. Pertanto, gli enti del governo locale allocano una parte
delle loro risorse agli investimenti. A partire dal 2006 il governo centrale ha istituito, oltre all’allocazione generale, un fondo speciale per gli
investimenti, il quale viene destinato a forma di grant concorrenti.
Le risorse finanziarie allocate dal budget centrale a sostegno del
budget locale possono considerarsi quale compensazione e bilanciamento delle entrate locali e degli investimenti nazionali a supporto
degli investimenti locali. Ma, d’altro canto, gli enti del governo locale devono dar prova della loro volontà per il miglioramento della vita
socio-economica della comunità incrementando la parte delle proprie entrate impiegata per gli investimenti. Come si evince nella
tabella 1, i grant concorrenti e i fondi delegati dai ministeri per gli
investimenti sono notevolmente cresciuti negli ultimi cinque anni e,
nel 2010 ammontano a 95 milioni di euro. Mentre sul totale del
budget locale gli investimenti occupano circa il 45%, ma nel totale
degli investimenti locali più della metà sono investimenti del governo centrale a forma di grant concorrenti e di investimenti delegati al
settore dell’educazione e per gli acquedotti.
In generale, gli enti del governo locale hanno incrementato gli
investimenti in infrastruttura con le proprie entrate. Così, nel 2009,
gli investimenti sono cresciuti del 47% rispetto al 2008, di cui il 35%
è rappresentato da investimenti nell’infrastruttura fisica. Però i fondi
a disposizione sono ancora insufficienti in rapporto alle esigenze ed
in molte zone l’infrastruttura è povera. In tal senso, ciò che si aspetta è che i prestiti abbiano un ruolo importante, visto che la legge è
136
SHEREFEDIN SHEHU
stata approvata nel 2008, e nel 2009 sono iniziati gli sforzi per l’ottenimento dei prestiti.
L’INEGUAGLIANZA REGIONALE
Circa il 49% della popolazione albanese abita nelle zone urbane, ma
molte città si sono create o ampliate durante il precedente regime - la
loro urbanizzazione è avvenuta negli anni 70 - e, di conseguenza, si è
ben lungi dagli standard contemporanei. Quasi un terzo della popolazione risiede nelle città e nell’area Tirana-Durazzo. La differenza a
livello di vita economica e sociale che esisteva nel sistema precedente
si è resa più profonda, risultato dello sviluppo più rapido delle città
tradizionali e delle aree urbane in rapporto alle nuove città ed alle aree
rurali. Pertanto, una buona parte della popolazione delle aree povere è
migrata nelle grandi città, particolarmente nell’area di TiranaDurazzo. Circa l’80% delle imprese si è concentrato in questa area e la
maggior parte di esse si è creata dopo il 1995. La tabella 2 offre una
visione completa degli indicatori di ineguaglianza fra le regioni.
TABELLA
2 - INDICE DEGLI INDICATORI PRINCIPALI
PER LA MISURAZIONE DELL’EGUAGLIANZA FRA LE REGIONI
REGIONE
POPOLAZIONE
INDICATORE
INDICATORE
INDICATORE PIL
INDICATORE
CLASSIFICA
LONGEVITÀ
EDUCAZIONE
PRO CAPITE
SVILUP. UMANO
PER ISU
597,676
382,483
0.825
0.825
0.928
0.914
0.713
0.626
0.822
0.788
1
2
245,112
192,739
93,934
381,213
193,020
265,125
0.813
0.835
0.816
0.795
0.825
0.802
0.942
0.915
0.924
0.91
0.895
0.918
0.600
0.543
0.544
0.575
0.558
0.551
0.785
0.764
0.761
0.76
0.759
0.757
3
4
5
6
7
8
159,169
256,022
189,854
111,393
0.806
0.815
0.798
0.788
0.921
0.922
0.907
0.908
0.53
0.486
0.497
0.459
0.752
0.741
0.734
0.719
9
10
11
12
ISU ALTO
Tirana
Fier
ISU MEDIO
Durazzo
Valona
Argirocastro
Elbasan
Berat
Korcia
ISU BASSO
Lezha
Scutari
Dibra
Kukes
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
137
SVILUPPO REGIONALE E FINANZE LOCALI
Come si evince dai dati, nonostante l’Albania sia un Paese con
superficie e popolazione piccole, vi sono delle grosse differenze negli
indicatori del livello dello sviluppo economico e sociale. Pertanto, è
stata formulata nel 2007 la strategia per lo sviluppo regionale, nella
quale sono stati stabiliti i programmi e le risorse necessarie per l’attenuazione dell’ineguaglianza. La suindicata tabella e la strategia per
lo sviluppo delle regioni stabiliscono anche una serie di percorsi ed
altri mezzi che contribuiscono alla riduzione della povertà ed allo
sviluppo delle zone rurali remote. Pertanto, si considerano importanti, oggi come per il futuro, i finanziamenti comunitari sia quelli
utilizzati fino ad oggi a forma di Programmi di cooperazione transfrontaliera (Programme Phare Cbc) e degli
Strumenti di pre-adesione (Programme Ipa),
che di attesi fondi strutturali.
Il governo centrale ha
La riduzione della povertà e dell’ineguausato il finanziamento a
glianza fra le regioni si raggiunge attraverso il
forma di grant concorrenti
miglioramento dell’infrastruttura e la promoquale strumento per
zione degli investimenti interni ed esterni, che
lo sviluppo e la riduzione
consentiranno lo sfruttamento delle risorse
delle ineguaglianze
locali. Visto che la dimensione degli enti del
governo locale in Albania è piccola, lo sviluppo rapido delle regioni richiede una maggiore
cooperazione e la realizzazione di progetti comuni fra gli enti del
governo locale nel Paese, ma anche fra quelli dei Paesi di prossimità.
Si creeranno in questo modo delle regioni economiche sempre più
grandi e crescerà l’interesse dei grandi capitali all’investimento.
Oltre ai finanziamenti ed ai programmi dell’UE, sono stati anche
i vari donatori, incluso il governo italiano, a contribuire all’incremento delle capacità locali ed allo sviluppo delle regioni. Così, sin
dai primi anni di transizione è stato istituito il Fas - Fondo albanese di sviluppo, il quale, con il sostegno dei donatori, ha contribuito
alla riduzione della povertà ed alla promozione dello sviluppo regionale. Gli strumenti impiegati sono stati gli investimenti diretti per il
“
”
138
SHEREFEDIN SHEHU
miglioramento dell’infrastruttura, i crediti di circolazione per gli
individui e l’assistenza per la formulazione e l’attuazione dei piani di
sviluppo locale e regionale.
Il Fondo albanese di sviluppo è stato istituito quale agenzia autonoma di implementazione del Progetto per la riduzione della povertà
nelle zone rurali all’inizio del 1993, per trasformarsi ora in un’istituzione volta a promuovere lo sviluppo economico e sociale sostenibile, bilanciato e coeso, a livello regionale e locale, a sostegno delle
politiche pubbliche di sviluppo. I suoi obiettivi principali sono:
a) il miglioramento dell’infrastruttura socio-economica locale;
b) il miglioramento dei servizi pubblici locali;
c) il rafforzamento istituzionale degli enti del governo locale;
d) la promozione della buona governance a livello locale.
A partire dal 1993 il Fas ha realizzato progetti per un valore di
227 milioni di lek, che insieme a quelli in corso di realizzazione
ammontano a circa 318 milioni di dollari Usa. I progetti, finanziati
da 12 donatori, incluso il governo italiano, sono ad oggi 1.730. Sono
progetti su strade, acquedotti, scuole, centri sanitari, ecc. di cui hanno
beneficiato 374 enti locali con una media di 4 progetti per ogni ente.
Sono stati formati circa 3.200 dipendenti locali, rappresentanti della
comunità, progettisti, ditte di esecuzione, e sono stati formulati 26
piani di sviluppo locale, settoriale e del turismo. A partire dal 2008,
il Fas, sta implementando il progetto per le strade regionali, di 400
milioni di euro, il quale rappresenta il più grande progetto di sviluppo regionale.
Come sopra affermato, il governo centrale ha impiegato il finanziamento a forma di grant concorrenti quale strumento per lo sviluppo regionale e la riduzione delle ineguaglianze fra le regioni. A
far tempo dal 2010 questo strumento è stato sostituito dal Fondo per
lo sviluppo delle regioni. Lo scopo di tale fondo è duplice: in primo
luogo, continua ad essere una risorsa complementaria per il miglioramento dell’infrastruttura regionale, ed in secondo luogo vengono
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
139
SVILUPPO REGIONALE E FINANZE LOCALI
a crearsi le capacità per un migliore e rapido utilizzo dei futuri fondi
strutturali. Nell’istituzione e nell’utilizzo di tale fondo si applica il
concetto dello sviluppo integrato, in quanto rientrano in esso tutti i
finanziamenti effettuati negli enti del governo locale destinati a strade urbane e rurali, acquedotti, scuole, centri sanitari, beni socio-culturali, opere di drenaggio e irrigazione, e lavori di assestamento forestale.
LE FINANZE RURALI, LA RIDUZIONE DELLA POVERTÀ
E LO SVILUPPO REGIONALE
Nonostante l’importante ruolo del potere locale, lo sviluppo delle
regioni non può avvenire senza la promozione dello sviluppo delle
imprese e dell’infrastruttura finanziaria. Gli enti del governo locale
dispongono di ben pochi assetti per promuovere le attività di sviluppo regionale sia di marketing, informazione, consulenza per le
imprese, che per la formazione delle zone economiche e dei parchi
industriali. D’altro canto, la rete delle istituzioni finanziarie o l’incremento della possibilità di avere dei servizi finanziari nelle zone montane e rurali moltiplicano le opportunità di sviluppo.
All’inizio degli anni 90 è stato utilizzato il credito circolante quale
strumento per la riduzione della povertà nelle zone rurali. Il credito
veniva concesso da un dipartimento istituito all’interno del Fondo
albanese per lo sviluppo ed ha contribuito ad introdurre nel sistema
di credito anche le zone marginalizzate in cui prevale l’agricoltura, a
livello di sopravvivenza o con attività a basso tasso di utile. Tuttavia,
da questo processo si sono tratte delle lezioni per l’ulteriore sviluppo degli istituti di credito e risparmio in diverse regioni del Paese.
Abbiamo capito fra l’altro che le persone estremamente povere possono essere assistite più efficacemente tramite il trasferimento delle
entrate, dei sussidi e dell’aiuto economico, il miglioramento dell’infrastruttura, che tramite il sistema di credito. Si è allo stesso tempo
giunti alla conclusione che in queste zone sono più idonee le strut-
140
SHEREFEDIN SHEHU
ture di proprietà degli associati o gli istituti piccoli basati sui risparmi, i quali operano a bassi costi.
Sulla base di queste conclusioni, il dipartimento di credito del Fas
è stato ristrutturato ed ha iniziato a funzionare come un’associazione di credito e risparmio in possesso dei suoi associati. Prosegue la
sua attività raccogliendo risparmi ed accreditando i suoi associati.
Ma l’azione di questa istituzione è rimasta comunque localizzata ed
è nata così la necessità di avere dei veri e propri istituti di credito.
Anche l’esperienza degli altri Paesi ha provato che dalla concessione
di crediti sovvenzionati per lo sviluppo dell’agricoltura occorre passare alla crescita sostenibile dei servizi finanziari per i poveri attraverso lo sviluppo di un’infrastruttura e di
istituti finanziari forti nelle zone rurali. Nelle
zone agricole più ricche, si considerano più
Nelle zone rurali sono
adeguati degli istituti di microcredito privati
più idonee le strutture di
o di proprietà della comunità, gestiti profesproprietà degli associati
sionalmente. Pertanto, sono state avviate nel
o gli istituti piccoli basati
2002 delle politiche, le quali hanno influito
sui risparmi, i quali
sullo sviluppo regionale e sull’incremento dei
operano a bassi costi
servizi finanziari nelle zone rurali.
Così, il governo ha sostenuto l’istituzione
della fondazione privata Besa per il credito
delle piccole imprese nelle zone urbane ed in cooperazione e con
finanziamento dell’Ifad - Fondazione internazionale per lo sviluppo
dell’agricoltura sono state istituite due agenzie per lo sviluppo delle
zone montane, rispettivamente la Mada - Agenzia per lo sviluppo
delle zone montane e la Maff - Fondazione per il finanziamento
delle zone montane. Questo programma ha creato nella sua prima
fase, fino al 2006, una rete di microcredito ed ha finanziato piccoli
progetti nelle zone più remote del Paese.
Dal 2006, con un nuovo prestito di circa 24 milioni di dollari Usa,
dove hanno partecipato anche la Banca del Consiglio d’Europa per
lo sviluppo ed il Fondo Opec, la Fondazione Maff si è trasformata
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
141
SVILUPPO REGIONALE E FINANZE LOCALI
in un istituto di microcredito moderno, della cui attività hanno
beneficiato 24.700 famiglie.
In questa attuale fase sta avvenendo l’ampliamento dei servizi
finanziari attraverso la Posta albanese. Vi rientrano i servizi di trasferimento di denaro e di pagamenti, nonché la vendita di titoli del
governo. Gli obiettivi sono di creare PostBank e di raccogliere anche
depositi dalle zone in cui mancano gli istituti bancari di raccolta
depositi.
Gli istituti di cui sopra hanno posto le basi per ampliare i propri
servizi, ma le riserve sono ancora tante. In queste zone non sono sviluppati, o addirittura mancano i servizi di assicurazione nonché i
crediti al consumo. Questi servizi sono però il miglior indicatore del
livello di integrazione e sviluppo delle regioni. Pertanto, il Fas si sta
approntando ad essere anche l’istituto di credito del governo locale,
affinché possano moltiplicarsi le capacità e le opportunità di sviluppo delle zone arretrate.
Tali sviluppi richiedono che il governo centrale e quello locale
sostengano lo sviluppo integrato regionale. Il che sottintende che
oltre agli attuali schemi e sistemi che sostengono essenzialmente lo
sviluppo dell’agricoltura e della pastorizia, vengano creati degli schemi di supporto per lo sviluppo dell’industria, di quella trasformativa,
dell’agriturismo e del turismo montano. L’Albania dispone di grandi potenzialità in questi campi ed il supporto finanziario e tecnico
volto al consolidamento delle capacità ed al miglioramento del clima
di investimento nelle aree marginalizzate, contribuirebbe ad un loro
migliore e più rapido sfruttamento.
142
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
143
LE RISORSE
DELLA MIGRAZIONE
In vent’anni di transizione è cambiato l’identikit del migrante
albanese. Giovane, istruito, ora ha già un chiaro progetto
pre-partenza. Non è in fuga, ma vuole formarsi all’estero
e acquisire know-how e professionalità da spendere poi
una volta rientrato in patria. Diventa pertanto interessante
creare le condizioni perché chi torna sia incentivato a investire
i propri risparmi e a creare opportunità imprenditoriali.
L’atteggiamento del governo e dei principali donatori
di Alessia Montanari
esperta presso l’Ufficio di Cooperazione allo Sviluppo dell’Ambasciata d’Italia a Addis Abeba
INTRODUZIONE
A quasi vent’anni dalla caduta del regime e dalla contemporanea apertura delle frontiere pochi ancora nutrono dubbi sull’importanza della
migrazione come risorsa per lo sviluppo albanese.
D’altra parte, i cambiamenti evidenti nelle forme, dimensioni e
finalità degli spostamenti di popolazione non consentirebbero la staticità né del pensiero né delle politiche di sviluppo.
Se in passato il flusso migratorio, principalmente diretto verso
Grecia ed Italia, avveniva sottoforma di esodi di massa in corrispondenza dell’acuirsi delle crisi socio-politiche o economiche del Paese,
negli ultimi anni la raggiunta stabilizzazione macroeconomica ed il
dinamico ritmo di crescita nazionale hanno modificato completamente gli scenari della migrazione albanese.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
145
LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
CARATTERISTICHE E OBIETTIVI
DELLA MIGRAZIONE ALBANESE
Molti studi concordano sul profilo dell’attuale migrante albanese:
giovane, dal livello di istruzione medio o medio alto e con un chiaro progetto migratorio pre-partenza. Prevale, in genere, il desiderio
di completare la formazione all’estero e/o acquisire quei know-how
ed esperienza professionale che consentano di rientrare in patria con
strumenti utili a vivere meglio e, soprattutto, a far vivere meglio la
famiglia.
La fotografia della migrazione albanese, d’altra parte, non differisce da una tendenza riscontrata a livello globale, che mostra come tra
il 1990 ed il 2000 il numero dei migranti in generale sia cresciuto del
41% e, tra questi, coloro che possiedono un titolo di studio alto siano
aumentati del 63,7%. Quando si fa poi riferimento a migranti provenienti dai soli Paesi non Oecd, i 6,3 milioni di laureati del 1990
diventavano 11,8 milioni nel 2000, con una crescita dell’86,4%.
Il riferimento alla famiglia induce ad analizzare la questione
migratoria da una prospettiva non “individuale” ma strettamente
connessa al contesto d’origine del migrante. Oggi, la gran parte della
letteratura in materia preferisce al tradizionale approccio neoclassico il modello della New Economics of Labour Migration (Nelm), che
prende la famiglia ad unità di analisi del fenomeno. Secondo tale
teoria, la decisione di lasciare il Paese viene maturata all’interno del
nucleo familiare ed i relativi costi e benefici sono poi condivisi e
ripartiti in tale contesto. La presenza di uno o più familiari all’estero consente al clan di migliorare le disponibilità finanziarie ed il reddito complessivo, godendo inoltre dell’accesso a capitali non esposti
al rischio di eventuali fallimenti del mercato. Il migrante, dunque,
spesso rappresenta nell’immaginario di chi resta un’importante fonte
di denaro, sotto forma di rimesse o di risparmi fruibili al momento
del rientro in patria.
Tale modello ben si applica al caso dell’Albania, dove è andata
affermandosi una forma “ciclica” di migrazione, articolata in più epi-
146
ALESSIA MONTANARI
sodi migratori (stagionali o circolari) che tendono a ripetersi fino a
quando il migrante non abbia accumulato esperienze e capitali tali
da consentirgli di raggiungere la stabilità e la sicurezza economica
per il proprio nucleo familiare. Il ciclo di partenze, permanenze temporanee e rientri si conclude generalmente con la scelta di insediarsi stabilmente nel Paese natìo o in quello di destinazione, sulla base
di una serie di fattori di ordine psico-sociale (vincoli in patria, grado
di integrazione nel Paese di destinazione e di fiducia nelle istituzioni, successo/fallimento dell’esperienza migratoria, livello di formazione etc.) e politico-economico (stabilità del Paese, potenzialità di
crescita e di investimento, efficacia dei programmi di rientro per
migranti o delle politiche di accoglienza,
contesto giuridico-istituzionale, etc.).
Un altro dato significativo per comprenL’attuale migrante
dere la complessità della migrazione albanealbanese: giovane,
se è l’aumento recente di donne migranti, che
livello di istruzione
spesso vanno a raggiungere il coniuge o i
medio/medio alto e con
familiari all’estero. Tale tendenza è indice da
un chiaro progetto
un lato dell’evoluzione del contesto di origimigratorio pre-partenza
ne della migrazione, dall’altro dell’avvenuta
integrazione di gran parte della diaspora
espatriata a fine anni 90, ora stabilmente
residente in Europa o in Nord America ed attivamente inserita nel
contesto socio-economico dei Paesi di destinazione. Ciò è particolarmente evidente per la cosiddetta diaspora “matura” (ovvero
all’estero da 6-10 anni) o “integrata” (all’estero da oltre 10 anni).
“
”
UNA DIASPORA BEN INTEGRATA
L’analisi svolta da Barjaba nel 2000 sulle cause della migrazione e sul
livello di integrazione delle comunità albanesi nei due principali
Paesi di destinazione (Grecia ed Italia) appare oggi sorpassata. In
tale studio si evidenziavano costanti comuni all’accoglienza ed alla
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
147
LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
percezione dei migranti albanesi - posizione marginale nel contesto
sociale di arrivo, povera vita sociale organizzata, bassa percentuale di
rientri significativi in patria e disparità di trattamento da parte della
popolazione locale - che oggi vengono in gran parte smentite da
indagini sia quantitative sia qualitative.
Prendendo a riferimento l’Italia, i numeri mostrano uno scenario
completamente diverso: 441.396 presenze albanesi (seconda nazionalità dopo il Marocco), di cui 85.195 studenti, 10mila studenti universitari, 216mila occupati netti e 15mila lavoratori autonomi iscritti alle Camere di commercio. Uno studio Ifad-Iadb parla di circa 2
miliardi di dollari Usa di rimesse inviate in Albania nel 2006, di cui
il 30% proveniente dall’Italia, secondo stime
della Banca centrale d’Albania. Inoltre, sempre più cittadini albanesi ottengono la cittaIn Italia: 441.396 albanesi
dinanza italiana per motivi di residenza o a
(seconda nazionalità),
seguito di matrimonio (nel 2009, 8.745 perdi cui 85.195 studenti,
sone).
10mila universitari,
Con riferimento all’imprenditoria stranie216mila occupati
ra in Italia, nonostante la difformità di alcue 15mila autonomi
ni dati, tutte le maggiori fonti concordano
nell’attribuire un peso rilevante alla migrazione nell’allargamento della base imprenditoriale nazionale. Confcommercio, ad esempio, riferisce che tra il
2000 ed il 2006 l’8,1% delle nuove imprese avviate in Italia era gestito da immigrati, con 25.257 attività guidate da cittadini albanesi
(pari al 6,4% dell’imprenditoria straniera). Una indagine della
Fondazione Ethnoland, aggiornata al giugno 2008, pur ridimensionando tali cifre (delle 165mila nuove imprese avviate da immigrati
in Italia tra il 2003 e il 2008, 17.931 sarebbero oggi gestite da albanesi), conferma l’aumento vertiginoso dell’imprenditoria albanese
nella Penisola (+48,5% nel quinquennio di riferimento).
A sostegno del buon livello di integrazione socio-economica della
comunità albanese in Italia possono citarsi inoltre il basso tasso di
“
”
148
ALESSIA MONTANARI
disoccupazione a confronto con altre nazionalità di immigrati, così
come la varietà dei settori di impiego, specialmente nel lavoro subordinato (industria, costruzioni, manodopera non qualificata e servizi
per gli uomini; lavoro domestico, pulizie e baby-sitting per le
donne). Tuttavia, anche per la diaspora albanese vale una tendenza,
comune al più vasto fenomeno migratorio, secondo cui raramente ad
un alto grado di istruzione corrisponde un’occupazione coerente con
la qualifica professionale (il titolo di studio, tuttavia, consente talora
l’accesso a lavori d’ufficio o di livello tecnico elevato).
MIGRAZIONE E SVILUPPO: STRATEGIA DEL GOVERNO
E POSIZIONE DEI MAGGIORI DONATORI
I dati enunciati nel complesso confermano il potenziale della migrazione albanese per l’ulteriore sviluppo e la crescita tanto dell’Albania
quanto del Paese di arrivo. Secondo lo Iom - Organizzazione internazionale per le migrazioni, il fenomeno albanese presenta caratteristiche da tenere in considerazione e su cui far leva nella definizione e nella successiva attuazione delle politiche migratorie nazionali.
Tra queste, l’aumentato livello di qualificazione della diaspora albanese e delle sue reti, l’alto volume delle rimesse ed il significativo trasferimento di saperi e tecnologie attraverso l’affermarsi della migrazione circolare.
A tal proposito, vale la pena ricordare che la più recente teorizzazione del concetto di migrazione circolare si deve alle stesse istituzioni europee che, alla luce dei massicci movimenti di popolazione
che hanno interessato il bacino del Mediterraneo fin dai primi anni
90, hanno sentito il bisogno di ricorrere a riferimenti teorici formali. Comunemente, si distingue tra due forme di migrazione circolare: la prima si riferisce a coloro che, risiedendo in uno Stato membro pur provenendo da un Paese terzo, intendono avviare un’attività
nel Paese d’origine senza rinunciare alla propria residenza; la seconda contempla la possibilità, per cittadini extracomunitari, di entrare
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
149
LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
temporaneamente in uno Stato membro per motivi di studio o lavoro a condizione che, al termine di tale periodo, tornino a stabilire
residenza e principale attività lavorativa nel Paese di provenienza. Il
potenziale di tale forma migratoria viene peraltro messo in luce
anche nella Strategia nazionale per le migrazioni (Snm) e nel relativo Action Plan, elaborati nel 2004-2005 dal governo albanese con
l’assistenza di Iom e della Commissione Europea. La stesura di questa Strategia, prevista fin dal 2002, rappresenta il momento ufficiale
di superamento da parte dell’Albania del precedente approccio al
fenomeno migratorio, concentrato in prevalenza sul contrasto al
traffico di esseri umani ed alla migrazione clandestina. Obiettivo
della Snm è delineare il quadro di intervento per una moderna e
innovativa gestione del fenomeno, in un’ottica di sviluppo del Paese
ed allineamento agli standard comunitari.
Questo documento copre sei maggiori aree di intervento: la tutela dei diritti dei migranti all’estero, il rafforzamento dei legami della
diaspora albanese, l’attrazione delle rimesse come fonte di investimento, l’organizzazione di un’efficiente politica di migrazione orientata al lavoro, l’incentivo all’agevolazione del rilascio di visti temporanei e la definizione di un moderno quadro legale ed istituzionale.
Particolare attenzione viene poi riservata alle misure di indagine e
risposta alle ragioni profonde della migrazione, di supporto alle
comunità albanesi all’estero, di potenziamento delle capacità e competenze della rete consolare e di sostegno al reintegro socio-economico dei migranti di ritorno. Per ciascuna delle aree di indagine, la
Strategia individua una serie di misure volte a perseguire gli obiettivi prefissati.
Fra i principali interventi previsti si ricordano la messa a punto di
un sistema moderno ed efficace di raccolta/analisi dei dati sulla diaspora e sui rientri; il potenziamento dei Centri nazionali e regionali
per l’impiego, responsabili di facilitare l’integrazione socio-lavorativa dei potenziali migranti e dei migranti di ritorno; il rafforzamento e l’ampliamento di competenze dell’Istituto nazionale per la dia-
150
ALESSIA MONTANARI
spora e l’integrazione della questione migratoria come tematica trasversale a numerosi settori di intervento (pertanto utile riferimento
nella realizzazione di politiche di sviluppo, ad esempio, nei settori
rurale, privato, della formazione scolastica e professionale, nonché
nella tutela dei diritti umani o nelle politiche sociali e di integrazione delle minoranze).
Nonostante l’approvazione di tale Strategia ed il suo recepimento
all’interno della Strategia nazionale per lo sviluppo e l’integrazione
(Nsdi), lo Iom ha recentemente rilevato come molte delle misure
delineate non abbiano ancora trovato attuazione. Pertanto la stessa
agenzia, attraverso un progetto finanziato dall’UE e co-finanziato
dalla Cooperazione italiana, ha fornito nuova
assistenza alle istituzioni albanesi per favorire
la realizzazione di quanto previsto dalla Snm.
Obiettivo della Snm
Non va infatti dimenticato che, nel giugno
è delineare il quadro
2006, con la firma dell’Accordo di stabilizzad’intervento per una
zione ed associazione, l’Albania si è impemoderna e innovativa
gnata ad attuare politiche e misure conformi
gestione del fenomeno
ai parametri richiesti per proseguire il promigratorio
cesso di integrazione europea. Al Paese si
richiedono pertanto una maggior efficacia
nella gestione dei confini e l’osservanza dei
termini dell’EC Albania Readmission Agreement che, in vigore dal
maggio 2006, disciplina il ritorno di cittadini albanesi e di nazionalità terze entrati irregolarmente in uno o più Paesi membri. Da ciò,
oltre che dalla considerevole quota di finanziamenti destinata
dall’UE al cosiddetto External Border Fund, si deduce che il sostegno
che la stessa Unione Europea garantisce all’Albania nel settore della
migrazione riguarda soprattutto quelle componenti di tale fenomeno strettamente connesse alla sicurezza ed alla lotta al crimine organizzato, alla regolamentazione del regime di visti e delle pratiche di
diritto d’asilo ed al potenziamento istituzionale per la creazione di
un sistema nazionale di registrazione dei migranti.
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
151
LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
A livello di cooperazione bilaterale, molti Paesi donatori sono
ancora invece fortemente legati agli aspetti cosiddetti “sociali” od
“umanitari” della migrazione, che vengono affrontati attraverso la
realizzazione di programmi di assistenza alle vittime e prevenzione
del traffico di esseri umani o di facilitazione del rientro (Gran
Bretagna, Svezia, Paesi Bassi, etc.). Solo recentemente le Nazioni
Unite, attraverso Undp, hanno promosso e stanno realizzando un
programma di lotta al fenomeno del brain drain, che prevede la creazione di meccanismi per coinvolgere direttamente la diaspora nello
sviluppo economico, scientifico ed amministrativo del Paese.
L’approccio della Cooperazione italiana a tale settore differisce in
larga misura da quelli sino ad ora presentati.
I legami con l’Albania - rafforzati da ragioni
di carattere geografico e storico-culturale - il
Le rimesse dall’estero
consolidamento istituzionale e lo sviluppo
costituiscono
socio-economico del Paese, infatti, ne fanno
la prima e principale
il principale partner balcanico dell’Italia,
fonte di reddito
sempre meno passivo beneficiario degli aiuti
della popolazione
allo sviluppo ma attiva controparte nei rapdelle aree rurali
porti transfrontalieri. Pertanto, si è preferito
sostenere interventi in grado di meglio valorizzare l’esperienza migratoria, in linea con
gli studi di settore e le osservazioni di Iom citate in precedenza.
Finora, il contributo più rilevante dell’Italia ha riguardato un
intervento di rafforzamento istituzionale per la messa a punto di un
sistema moderno ed efficace di gestione delle rimesse dei lavoratori
migranti. L’iniziativa ha permesso ad un panel di 24 enti ed istituzioni operanti in Albania (agenzie governative e di sviluppo locale,
organizzazioni internazionali e non governative, banche, istituti di
credito, altri enti pubblici e privati) di definire un apposito Action
Plan, ufficialmente approvato dal governo albanese nel novembre
2007 e che le autorità sono ora chiamate a porre in essere in sinergia con tutti gli enti coinvolti.
“
”
152
ALESSIA MONTANARI
Le azioni individuate riguardano quattro macro aree di intervento: (I) promozione della ricerca, raccolta ed analisi di dati sulle
rimesse albanesi; (II) espansione dei servizi bancari e di microfinanza legati all’investimento; (III) potenziamento dell’accesso ai canali
di trasferimento ed investimento delle rimesse e (IV) rafforzamento della collaborazione tra istituzioni e diaspora nelle relazioni transfrontaliere. Al di là dei risultati ottenuti nell’ambito di tale progetto, che rappresenta solo il momento iniziale di un processo di gestione coordinata del sistema delle rimesse, occorre certamente rilevare
lo sforzo compiuto dai vari enti coinvolti per inserire la propria azione all’interno di un quadro di riferimento univoco, condiviso ed ufficialmente riconosciuto dalle istituzioni.
RIMESSE ALBANESI: DATI, LUCI ED OMBRE
L’Albania riflette sul potenziale delle rimesse e sul loro contributo
alla crescita del Paese ormai da alcuni anni. D’altra parte, secondo le
stime del più recente Poverty Assessment Report, tra il 2002 e il 2005
la percentuale di popolazione albanese sotto la soglia di povertà
sarebbe scesa dal 25,4% al 18,5% grazie non solo alla positività degli
indicatori macroeconomici (crescita della produttività e contenimento dell’inflazione, nonostante le carenze del settore energetico),
ma anche al consistente flusso di rimesse inviate in patria. Proprio le
rimesse - si calcola - costituiscono la prima e principale fonte di reddito della popolazione delle aree rurali, dove la capacità produttiva
rimane bassa ed è scarsa la domanda di lavoro. A tal proposito, gli
analisti riconoscono pressoché unanimemente che solo in una minoranza di casi le migrazioni internazionali incidono sulle percentuali
di esodo rurale, essendo proprio le rimesse una delle principali fonti
di sostentamento per le comunità residenti nelle campagne o nelle
aree montane.
Negli ultimi anni, prima della crisi finanziaria globale, in Albania
il loro flusso è cresciuto costantemente salendo dai 598 milioni di
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153
LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
dollari Usa del 2000 ai 1.481 milioni del 2007, tanto da arrivare a
costituire fino al 15% del Pil nazionale. La grande maggioranza della
diaspora albanese invia costantemente denaro alle proprie famiglie,
in virtù di un legame che rimane forte anche a distanza di anni dalla
prima migrazione: secondo uno studio di Etf - European Training
Fundation, il 73,3% dei migranti rientrati in Albania manda regolarmente denaro, mentre un’indagine della Regione EmiliaRomagna rivela che l’87,5% delle famiglie albanesi residenti in
regione invia rimesse ai parenti più prossimi, con un impatto stimato fino al 27% della disponibilità economica complessiva delle famiglie destinatarie. Come prevedibile, il flusso di rimesse si è leggermente ridotto nel corso del biennio 2008/2009 per effetto della crisi
globale; si tratta tuttavia di una variazione congiunturale che non
smentisce il trend ad oggi registrato.
In merito all’impiego di tali somme di denaro, valgono per
l’Albania osservazioni simili a quelle mosse per la maggior parte dei
Paesi d’origine dei flussi migratori. Acquisto di beni di consumo,
costruzione della casa e copertura delle spese legate a bisogni sociali primari (istruzione e salute) sono le principali destinazioni d’uso,
mentre la quota rimanente viene in genere destinata al risparmio o
all’investimento in attività produttrici di reddito. Con riferimento
alla percentuale di denaro impiegata per l’istruzione dei giovani, pare
siano le donne le principali beneficiarie in termini di formazione sia
scolastica sia professionale.
Il quadro delineato conferma l’importante e vasto potenziale delle
rimesse nelle dinamiche di sviluppo albanese, anche se sarebbe
auspicabile razionalizzarne meglio la canalizzazione ed orientarne
l’investimento non solo per aumentarne l’impatto ma anche per
scongiurare il rischio di effetti negativi. Occorre infatti ricordare che
la letteratura sul tema è ancora controversa: proprio nel caso albanese, nonostante emerga un accordo di base sulle ricadute positive delle
rimesse in termini di riduzione della povertà, stimolo alla crescita
economica (indipendentemente dalla destinazione d’uso prevalente)
154
ALESSIA MONTANARI
e recupero del deficit commerciale con l’estero, vanno tenute in considerazione alcune riserve.
Innanzitutto è stato rilevato il rischio che la consistenza dei flussi di rimesse provochi un apprezzamento reale del tasso di cambio in
grado di incidere negativamente sul trend delle esportazioni, con
conseguenti ricadute anche a livello di output ed occupazione. È
inoltre possibile che un eccessivo affidamento sulle rimesse si trasformi in disincentivo al lavoro ed alla produzione per i componenti di molte famiglie destinatarie dei flussi di denaro.
Accanto a tali effetti di carattere macroeconomico va ricordata
l’influenza delle rimesse sul sistema di distribuzione della ricchezza,
tema rispetto al quale coesistono pareri differenti. Alcuni analisti sostengono che questi
flussi di denaro aumentino la disuguaglianza
La quota più consistente
mentre altri ritengono che, nel lungo termidi rimesse va ai più
ne, la distribuzione del reddito tenda
abbienti. Ma la rilevanza
all’equità in virtù dell’aumento di liquidità
in termini di reddito è
dovuto all’accumulo di capitali o delle ricamaggiore quanto più
dute positive sul mercato del lavoro. In ogni
povero è il destinatario
caso, è vero che generalmente - ed in questo
l’Albania non fa eccezione - la quota più
consistente di rimesse va alle famiglie più
abbienti, nonostante la loro rilevanza in termini di reddito complessivo sia maggiore quanto più povero è il nucleo destinatario. Le
ragioni di tale tendenza sono molteplici: in primo luogo i movimenti internazionali, molto costosi, sono alla portata di una porzione
ridotta di popolazione; secondariamente, al maggior benessere corrisponde spesso un più ampio accesso alle informazioni, tanto
all’origine quanto durante il percorso migratorio; ancora, la presenza
di migranti già inseriti ed integrati nel Paese di destinazione è un
forte incentivo a successive partenze; infine, le famiglie che hanno
più lunga esperienza di migrazione godono da più tempo dei flussi
delle rimesse.
“
”
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LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
DAL CONSUMO ALL’INVESTIMENTO: AGIRE IN TEMPI BREVI
Alla luce di tali considerazioni, proprio per aumentare l’incisività
delle rimesse e ricercare altri canali di impatto della migrazione sul
trend di sviluppo albanese, occorre operare in tempi brevi, oculatamente ed assicurando il coinvolgimento concreto di tutti gli enti
interessati, tanto pubblici quanto privati.
Il riferimento all’urgenza temporale deriva essenzialmente dal
fatto che, nel complesso, i lavoratori espatriati tendano ad inviare la
quota più significativa di denaro nel Paese d’origine tra i 5 ed i 10
anni dalla data di emigrazione e che tale volume sia tanto più alto
quanto meno elevato è il livello di scolarizzazione del migrante.
Applicando tali osservazioni al contesto
albanese, caratterizzato da un’emigrazione di
lungo periodo (le due più consistenti ondate
In Albania occorre fare
migratorie risalgono al 1991-92 ed al 1996ancora molto,
97) e da una recente tendenza allo spostasoprattutto
mento di giovani con un buon livello di
per aumentare la fiducia
istruzione, si deduce che il potenziale delle
della popolazione
rimesse sta raggiungendo l’apice proprio in
nelle istituzioni
questi anni, per iniziare a breve una lenta ma
progressiva parabola discendente. Non deve
pertanto stupire il comune impegno di istituzioni e settori privato e bancario albanese a collaborare per la pianificazione e realizzazione di un’attenta strategia di gestione di tali
flussi monetari.
Alcune analisi possono aiutare a meglio interpretare i possibili
orientamenti in proposito. Un primo dato significativo riguarda la
presenza di eventuali connessioni tra impiego dei risparmi e profilo
del migrante/Paese di accoglienza: il già citato studio di Etf suggerisce ad esempio una correlazione positiva tra livello di formazione
del migrante e propensione all’investimento in patria (aumentando
il primo cresce anche la seconda), come tra rientro e successo professionale, soprattutto nel settore dell’imprenditoria privata (il 51,5%
“
”
156
ALESSIA MONTANARI
dei migranti di ritorno avrebbe avviato un’attività in proprio che
spesso coincide o richiama il lavoro appreso e/o svolto all’estero).
Per quanto riguarda il Paese di destinazione del migrante, inoltre,
studi della Banca Mondiale evidenziano che gli albanesi rientrati in
patria tendono a mettersi in proprio più facilmente se di ritorno da
un Paese diverso dalla Grecia. Ciò accadrebbe per una serie di fattori, tra cui le possibilità di guadagno (minori in Grecia rispetto ad
altre nazioni quali Gran Bretagna o Italia) ed il livello delle competenze professionali acquisite o di capitale umano accumulato.
Un altro elemento cruciale per ottimizzare i risultati di ogni eventuale iniziativa è ricercare la coordinazione, coerenza ed univocità
del complesso degli interventi pianificati. Pertanto, un ruolo di assoluto rilievo spetta alle istituzioni. Benché non esistano evidenze
empiriche in tal senso, sono in molti a ritenere che l’impatto delle
rimesse sull’economia di un Paese dipenda in misura considerevole
dalle capacità delle autorità pubbliche di attrarne la canalizzazione
formale ed il successivo investimento, così come dalla qualità delle
politiche economiche attuate.
A tal proposito, in Albania ancora molto occorre fare, soprattutto
per aumentare la fiducia della popolazione nelle istituzioni.
Sondaggi recenti mostrano infatti che fra i cittadini rimane alta la
percezione di corruzione diffusa a tutti i principali settori della politica, a livello sia centrale sia locale. Insieme con la corruzione, un’altra accusa che viene comunemente mossa alle autorità è la scarsa trasparenza.
L’importanza della fiducia nelle istituzioni per il buon esito delle
politiche economiche e degli interventi di sostegno allo sviluppo
viene esplicitamente rilevata, tra l’altro, anche nel Policy document di
informazione e comunicazione sulle questioni migratorie, elaborato dal
governo albanese con il supporto tecnico di Iom. Si tratta di un
documento volto ad identificare azioni che soddisfino le esigenze
informative dei migranti, in particolare sui temi dei diritti/doveri
della diaspora, del ritorno e del legame tra migrazione e sviluppo.
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LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
Proprio in tale Strategia, il basso livello di fiducia nelle istituzioni
viene considerato un serio fattore di rischio per l’efficace realizzazione delle azioni previste, soprattutto in relazione al maggior coinvolgimento dei migranti nelle dinamiche di sviluppo.
L’Istituto nazionale per la diaspora del ministero degli Affari esteri albanese, dotato di ridotte risorse umane e finanziarie, pare non
riesca ad assicurare costanti e proficue relazioni con le comunità
albanesi all’estero, che a loro volta non si sentono adeguatamente
supportate dal Paese d’origine e rinunciano a rivolgersi ad un ente
che potrebbe invece rappresentarli e farsi loro portavoce. Fermo
restando che tale Istituto rimane il principale organo di riferimento
per rafforzare i contatti tra l’Albania e la sua diaspora - quindi per
esplorare nuove forme di partecipazione della popolazione migrante
al processo di sviluppo del Paese - appare necessario suggerire sia un
aumento di risorse a sua disposizione sia una maggiore e più continua integrazione con altri enti (come le Camere di commercio albanesi all’estero) che possano meglio o più facilmente comunicare con
la diaspora e si impegnino a diffondere informazioni verificabili ed
univoche sulle opportunità di investimento delle rimesse.
Infine, altri fattori di potenziale ostacolo ad un’efficace canalizzazione dei risparmi della diaspora, come ricorda anche la Banca
d’Albania, sono il diffuso e persistente ricorso a canali informali di
trasferimento monetario (Western Union o MoneyGram) ed il prevalente impiego di tali risorse per l’acquisto di beni di consumo e/o
case.
Il caso dell’Italia e del cosiddetto “corridoio monetario” con
l’Albania è stato indagato dalla Banca Mondiale, che ha confermato
l’alto grado di informalità di questo canale di trasferimento, nonché
la difficoltà delle banche commerciali e del sistema postale albanese
a costituire un’alternativa credibile ed un’opportunità reale di diversa
canalizzazione e gestione delle rimesse.
158
ALESSIA MONTANARI
«BEST PRACTICES E LESSONS LEARNT»,
L’ALBANIA A CONFRONTO CON ALTRI PAESI
La situazione albanese non si discosta da quella di molti altri Paesi
in via di sviluppo o transizione e, per questo, origine di consistenti
flussi migratori. L’Ifad - Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, nel 2006, pubblicando una prima mappa delle rimesse inviate
dai lavoratori migranti a livello globale, rilevava come circa un terzo
di tali flussi monetari (oltre 100 milioni di dollari Usa) passasse
attraverso canali informali di trasferimento. Le ragioni di ciò risiedono prevalentemente nel mancato accesso alle banche da parte sia
dei lavoratori emigrati irregolarmente che della gran parte dei destinatari delle rimesse, residenti in aree rurali.
Pertanto, una quota considerevole dei flussi
di denaro a livello globale non solo elude i
Circa un terzo delle
canali di controllo nei Paesi d’origine e di
rimesse globali passa da
destinazione, ma soprattutto viene impiegata
canali informali di
per l’acquisto di beni primari o di consumo,
trasferimento. Ciò riduce
e solo in minima parte depositata sottoforma
il potenziale nesso tra
di risparmio o re-investita in attività generarimesse e sviluppo
trici di reddito. Ciò contribuisce a ridurre il
potenziale nesso tra rimesse e sviluppo che sottolinea invece Ifad - aumenta quando
diminuiscono i costi delle transazioni monetarie, cresce la competizione, si favorisce la liberalizzazione delle transazioni finanziarie e si
promuovono incentivi all’investimento.
A simili conclusioni giunge anche la Banca Mondiale, quando
sostiene che proprio diminuire i costi delle rimesse contribuirebbe
ad aumentare sia le quote di denaro inviato sia la frequenza dei trasferimenti, favorendo il ricorso ai canali formali di transazione
monetaria. La stessa Banca Mondiale, peraltro, propone anche altri
meccanismi di valorizzazione delle rimesse, come ad esempio le
obbligazioni per la diaspora (diaspora bonds), in genere meno sensibile degli investitori internazionali ai fattori di rischio per l’intensi-
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
159
LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
tà dei vincoli con la madrepatria. Evidentemente tali considerazioni
di ordine generale trovano diversa applicazione a seconda del contesto di riferimento.
Fino ad oggi, alcuni dei Paesi che meglio hanno potenziato il
nesso rimesse-sviluppo sono: (I) Messico ed India, dove si sono
ridotti i costi delle transazioni finanziarie, si è facilitato l’accesso ai
servizi bancari e si è moltiplicata l’offerta di servizi aumentando la
concorrenza di mercato ; (II) Kenya e Filippine, che hanno favorito
l’abilitazione dei telefoni cellulari ai trasferimenti di denaro; (III)
Senegal, in cui operano con successo molti istituti indipendenti di
microcredito ed il principale gruppo bancario ha diversificato l’offerta dei servizi sulle rimesse a seconda delle
esigenze della clientela. Vale la pena ricordare, infatti, che la Société Générale des
In Italia il 67,4%
Banques au Senegal (Sgbs) off re ai suoi
degli albanesi risulta
clienti tre differenti servizi di rimesse: il
finanziariamente
bonifico internazionale dalle corrispondenti
integrato: è il secondo
banche in Italia e Spagna (disponibile in due
gruppo di migranti che
giorni), la possibilità di operare come agente
più si rivolge alle banche
della Western Union (rendendo effettivo il
trasferimento nell’arco di pochi minuti) e la
transazione via internet. Inoltre, il gruppo ha
attivato collaborazioni con le banche di Francia (uno dei principali
Paesi di destinazione della migrazione senegalese) per l’attivazione
di servizi e prodotti ad hoc: microassicurazioni sulla vita, fondi per
l’istruzione dei figli o forme di risparmio-credito per maternità, feste
religiose e pellegrinaggi. Nel caso del Senegal, inoltre, la stessa
Cooperazione italiana ha finanziato un intervento affidato ad Iom e
teso ad accrescere il contributo della diaspora senegalese in Italia allo
sviluppo delle regioni di provenienza: il programma Mida Migration for Development in Africa comprende la creazione di prodotti finanziari per la raccolta, il trasferimento e l’investimento delle
rimesse; l’offerta di formazione, orientamento ed assistenza tecnica a
“
”
160
ALESSIA MONTANARI
quei migranti che intendano avviare iniziative economiche transnazionali (senza alcuna condizione di rientro in patria); la promozione
di progetti di co-sviluppo formulati da associazioni di migranti,
anche con il coinvolgimento della Cooperazione decentrata.
Quest’ultima componente, di fatto, intende veicolare le rimesse
verso impieghi produttivi (piccole e medie imprese), favorendo nel
contempo il collegamento tra comunità di origine ed associazioni di
senegalesi in Italia.
BANCHE E MIGRANTI, L’EVOLUZIONE DEI SERVIZI DISPONIBILI
Per non cedere a facili generalizzazioni ma ricordando che le caratteristiche di ciascun Paese interessato da fenomeni migratori e quelle della diaspora influiscono necessariamente sulla tipologia e l’efficacia degli strumenti di valorizzazione delle rimesse, si ritiene
opportuno circoscrivere ora l’attenzione alla sola migrazione albanese in Italia, per meglio ipotizzare quali azioni possano rendere effettivo il nesso migrazione-sviluppo. Prima, tuttavia, occorre accennare
al generale comportamento finanziario dei migranti in Italia, di cui
si posseggono dati aggiornati al 2007.
Uno studio Abi-CeSpi testimonierebbe una crescente fiducia nel
sistema bancario nazionale: circa il 70% degli immigrati in Italia (1,4
milioni di persone) risulta finanziariamente integrato e, fra questi, lo
sarebbe il 67,4% degli albanesi (il secondo gruppo di migranti che
più si rivolge alle banche, dopo gli ecuadoriani). Determinanti nell’avvio del rapporto con le banche sono l’anzianità del percorso
migratorio, il luogo di residenza in Italia (nelle regioni del CentroNord la bancarizzazione è più diffusa che al Sud), l’occupazione (gli
indici minori corrispondono a contratti precari o stagionali) e la
consuetudine al sistema bancario nel Paese d’origine. Gli stranieri
residenti in Italia, tuttavia, si rivolgono alle banche essenzialmente
per l’accredito dello stipendio e la garanzia di sicurezza dei risparmi;
solo raramente i canali bancari sono veicolo di trasferimento delle
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LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
rimesse, che continuano a transitare per le agenzie di money transfer.
A disincentivare un maggior accesso alle banche sono i costi elevati, gli ostacoli burocratici relativi alla documentazione richiesta ed
un sistema complicato di accesso al credito. Proprio a tal proposito,
si noti che il 50% dei finanziamenti richiesti serve a coprire le spese
di acquisto dell’abitazione in Italia o di beni di consumo (auto, moto,
etc.), il 9% a comprare casa nel Paese d’origine, mentre solo il 5,6%
viene reinvestito nell’avvio di attività in proprio. Comprensibilmente, i migranti sono più attratti dalle banche che meglio riescono
ad intercettare i loro bisogni, senza discriminarli rispetto agli altri
clienti ma prevedendo invece servizi puntuali.
Il mondo finanziario italiano, in effetti, già da tempo si interroga
sul potenziale segmento di mercato rappresentato dai migranti e ha
messo a punto strategie ad hoc per attirarre nuovi clienti. Il Sole 24
Ore già nell’aprile 2006 pubblicava un sondaggio condotto su un
campione di banche/istituti di credito (rappresentativo del 68% degli
sportelli nazionali), da cui emergeva una vasta casistica di servizi,
indice di una certa apertura e dell’attenzione alle esigenze degli stranieri residenti in Italia. A tentare una classificazione ed un aggiornamento della panoramica è stata poi Unioncamere, con una suddivisione dei servizi in tre distinte categorie su base temporale: in origine i conti correnti avevano il solo scopo di attrarre i lavoratori stranieri offrendo semplici servizi di prelievo ed invio delle rimesse; con
il tempo venivano aggiunte facilities come carte di debito/credito,
prelievo automatico, servizi di accredito/debito, bonifico, accesso a
prestiti personali e mutui, etc.; infine, e solo negli ultimi anni, sono
stati pensati prodotti e servizi bancari più complessi, che articolano
maggiormente l’offerta mediante forme di finanziamento e di accesso al credito o servizi di mediazione culturale. Si tratta, comunque, di
una forma ancora poco diffusa di “pacchetto” (concentrata prevalentemente nel Nord Italia), che conferma tuttavia la tendenza del sistema bancario italiano ad intercettare quasi esclusivamente i bisogni di
consumo del migrante piuttosto che a favorirne la propensione alla
162
ALESSIA MONTANARI
microimprenditoria. Tale dato deve far riflettere, soprattutto alla luce
del fatto che dal 2001 al 2006 in Italia il numero di attività private
gestite da immigrati è cresciuto dell’8,1% secondo Confcommercio,
del 10% secondo Unioncamere. Proprio Unioncamere parla di un
contributo complessivo di tali imprese allo sviluppo italiano dell’ordine dell’1,2%-1,5% dell’investimento totale, pari a 4-5 miliardi di euro
di crescita, ovvero circa 2 milioni di euro per immigrato.
Oggi, le potenzialità della creazione di canali agevolati per l’investimento delle rimesse albanesi sono state recepite nell’ambito di un
progetto di migrant banking promosso e realizzato da due società italiane - Microfinanza e Money2Money - e dal loro partner albanese,
Opportunity Albania. A partire dal novembre 2009, l’iniziativa ha reso disponibili agli
albanesi residenti in Italia servizi non solo di
Le potenzialità di canali
trasferimento di denaro ma anche di microagevolati per
finanza per l’orientamento delle rimesse a
l’investimento delle
seconda delle prefenze dei singoli risparmiarimesse sono state
tori. Ciò per sostenere, ad esempio, nuove
recepite in un progetto
imprenditorialità in Italia o in Albania
di migrant banking
mediante linee di credito dedicate, gli investimenti nei settori prioritari, l’offerta di prodotti previdenziali e assicurativi e percorsi
educativi o formativi.
Nel frattempo, anche in ambito europeo si sono registrati segnali
di apertura alla sperimentazione sui mercati finanziari rivolti ai
migranti ed all’avvio di iniziative coordinate a livello transnazionale.
Nel luglio 2008 nove istituti di credito hanno firmato a Parigi un
Protocollo di intenti per la creazione di un gruppo di lavoro atto a
proporre nuove soluzioni per la valorizzazione del capitale finanziario della diaspora nell’area mediterranea. Tale intesa, sancita alla
vigilia del vertice dei Capi di Stato e di governo dell’UE e dei Paesi
d e l l ’ a re a m e d i t e r r a n e a p e r l a c re a z i o n e d e l l ’ U n i o n e d e l
Mediterraneo (13 luglio 2008), è volta a facilitare e ridurre i costi di
“
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LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
trasferimento di denaro per i migranti che vivono in Europa, favorire la conversione dei loro risparmi in investimenti produttivi, promuovere lo sviluppo delle piccole e medie imprese e finanziare nuovi
progetti infrastrutturali sulla riva Sud del Mediterraneo. Le banche
firmatarie, cui potranno in futuro aggiungersi altri istituti interessati, si sono impegnate a sviluppare una gamma di prodotti e servizi
dedicati alle necessità dei migranti residenti in Europa. In particolare si vogliono facilitare i trasferimenti bancari da conto a conto tra i
clienti delle banche del gruppo di lavoro ed agevolare i risparmi a
favore di nuovi stanziamenti a fini produttivi ed investimenti di
medio e lungo termine sulla sponda meridionale del Mediterraneo.
Per l’Italia, il gruppo Intesa Sanpaolo ha aderito al progetto mentre
dell’accordo non fa parte alcuno istituto di credito albanese.
LE RISORSE UMANE, SOCIALI E FINANZIARIE
DELLA MIGRAZIONE ALBANESE. OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Il fatto che la comunità albanese in Italia sia tra quelle che più si
rivolgono alle banche costituisce un’informazione di assoluto rilievo
per identificare i canali migliori attraverso cui intercettare quella
porzione di migranti potenzialmente interessata e/o capace di investire nello sviluppo dell’Albania. Tale dato risulta ancor più appetibile quando si consideri che, in effetti, avviare e mantenere contatti
con tali comunità è tutt’altro che facile.
Innanzitutto la diaspora albanese, spesso anche all’estero soggetta
a logiche di clan e generalmente ben integrata nel contesto di accoglienza, è poco coesa al proprio interno, “spalmata” sul territorio e
difficilmente visibile. Inoltre, mentre per molte comunità e/o gruppi
etnici - rumeni, polacchi, ucraini, ghanesi, nigeriani, magrebini, etc.
- sono spesso identificabili luoghi di aggregazione, reti di migranti
ed opinion leaders, ciò non vale per i migranti albanesi, che risultano poco rappresentati perfino dalle stesse associazioni su base etnica. Le difficoltà a relazionarsi con la diaspora aumentano anche per
164
ALESSIA MONTANARI
la cronica mancanza sia di risorse per costruire ed alimentare tale
rete sia di forti motivazioni ed incentivi per la diaspora a farne parte
(i benefici di questa appartenenza sono infatti poco o raramente percepibili). Come da stessa strategia del governo albanese, occorre
dunque ricostruire la fiducia della diaspora nelle istituzioni albanesi
(pubbliche e private), riconoscerne gli interessi e proporre offerte
che consentano di coniugare e combinare tali richieste con le esigenze e le opportunità di sviluppo del Paese. Si tratta di un obiettivo
ambizioso, che richiede un’attenta pianificazione e la collaborazione
di numerosi enti che, sia in Albania sia in Italia, promuovano iniziative convergenti e ne diano corretta informazione alla comunità dei
migranti.
Fondamentale appare innanzitutto il ruolo attivo del governo
albanese attraverso sia numerosi ministeri di linea (ministero del
Lavoro, Affari sociali e Pari opportunità; ministero degli Esteri;
ministero degli Interni; ministero dell’Economia, del Commercio e
dell’Energia; ministero dell’Educazione e della Scienza; ministero
dell’Integrazione europea) sia le proprie emanazioni nel Paese ed
all’estero (rete consolare, Istituto nazionale per la diaspora,
Albinvest, Camere di commercio, Poste albanesi, etc.). A ciò va
affiancata la presenza cruciale del settore privato e dell’universo
finanziario tanto albanese quanto italiano, nonché di agenzie internazionali specializzate e di organizzazioni della società civile che già
operino nel settore e conoscano il contesto di intervento. Le difficoltà ad operare efficacemente per aumentare l’impatto delle migrazioni internazionali dipendono proprio dalla natura trasversale di tale
settore, che richiede un elevato coordinamento nazionale e transfrontaliero. Inoltre, i potenziali fronti di intervento sono così ampi
e variegati da rendere auspicabile procedere attraverso iniziativepilota che rispondano ad obiettivi chiari, concreti, basati su studi e
dati verificabili nonché su esperienze pregresse, ed in linea con le
strategie del governo del Paese beneficiario. Si deve tenere inoltre
conto del fatto che la partecipazione dei migranti allo sviluppo può
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
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LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
assumere forme molteplici, complementari ed egualmente importanti: oltre alla più evidente partecipazione alla crescita economicofinanziaria (attraverso l’investimento dei risparmi e/o delle rimesse),
non va sottovalutato il potenziale impatto del capitale umano e
sociale della diaspora, non necessariamente misurabile in termini di
ritorno in patria.
In questa sede si intende dunque sostenere e promuovere il concetto di “rientro” latu senso, alimentato non da politiche di mero brain
gain, ma dall’intensificarsi dei rapporti e delle relazioni (politiche,
economiche, finanziarie e sociali) tra Paese di origine e Paese di
destinazione, istituzioni e cittadinanza/diaspora, sistemi pubblico e
privato. Concentrare l’attenzione e gli sforzi programmatici sul solo
rientro, infatti, rischierebbe di “tagliare fuori” molte delle risorse
disponibili, senza considerare che non sempre al ritorno in patria
corrisponde una concreta possibilità di applicazione pratica delle
competenze acquisite e dell’esperienza maturata all’estero.
Banalmente, non sempre chi torna trova impiego nel settore di esperienza, soprattutto se la ricerca viene effettuata fuori Tirana. Ciò
preclude la possibilità che il migrante non solo capitalizzi le competenze acquisite all’estero ma sia anche in grado di trasmetterle ad
altri. Le variabili che incidono sul successo del percorso di rientro
sono infatti numerose e tra loro variamente connesse. Pertanto, per
favorire lo sviluppo albanese appare fondamentale riuscire ad intercettare tutte le diverse forme di capitale accumulato dai migranti
residenti stabilmente all’estero, specialmente laddove abbiano consolidato la propria posizione lavorativa e raggiunto un buon livello di
integrazione con la comunità locale (questi individui e/o nuclei
familiari, infatti, detengono generalmente la quota maggiore dei
risparmi e hanno avuto maggiori occasioni per sviluppare competenze ed attitudini specifiche nel proprio settore occupazionale).
I vantaggi di una politica di attrazione di tali risorse potrebbero
presumibilmente percepirsi anche nel Paese di accoglienza in termini di allargamento della base contributiva, stabilizzazione del merca-
166
ALESSIA MONTANARI
to del lavoro (la manodopera immigrata spesso copre mansioni non
specializzate ed a bassa qualifica professionale, di rado appetibili per
i locali), produzione e crescita nazionale (sviluppo dell’imprenditoria
immigrata, rafforzamento delle partnership commerciali con l’estero, etc.). A tal proposito, riprendiamo qui solo alcuni dei dati raccolti nel già citato studio di Unioncamere sui comportamenti finanziari e creditizi delle imprese e dei lavoratori stranieri in Italia, in cui si
legge che il 67% degli imprenditori immigrati intende restare stabilmente nel Paese, mentre solo il 14% prevede di rientrare in patria.
All’origine di tale decisione vi è anche il forte radicamento dell’impresa sul territorio italiano in termini di clienti, fornitori e relazioni
con altri operatori.
Benché tale indagine riguardi il complesso
dell’imprenditoria immigrata in Italia Per favorire lo sviluppo
senza alcuna distinzione su base etnica - è
appare fondamentale
interessante notare che gran parte dei gestointercettare tutte le
ri di attività investe la maggior parte dei guadiverse forme di capitale
dagni nel rafforzamento dell’impresa. Tale
accumulato dai migranti
comportamento assume dimensioni preponstabilmente all’estero
deranti nel settore dell’edilizia, di cui una
quota considerevole è detenuta dall’imprenditoria albanese. Questo dato, associato alla
forza e consistenza dei legami della diaspora con la famiglia nel
Paese d’origine, rende lecito supporre che, in presenza di condizioni
favorevoli e di puntuali ed adeguate sollecitazioni, sia possibile
attrarre in Albania una consistente quota di risorse che oggi vengono spese o investite in Italia, ma che potrebbero invece essere destinate alla creazione di joint-ventures, all’avvio di piccole attività in
patria o al consolidamento dei rapporti di import-export. Inoltre,
molte delle competenze tecnico-professionali acquisite all’estero dai
lavoratori migranti potrebbero “giungere in patria” anche in assenza
di sbocchi imprenditoriali sottoforma, ad esempio, di formazione
professionale (potenziamento del sistema albanese e dei corsi già
“
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LE RISORSE DELLA MIGRAZIONE
esistenti, avvio di convenzioni per l’organizzazione di moduli formativi ad hoc, attivazione di tirocini/borse lavoro mediante la costituzione di partnership pubblico-privato etc.).
Alla luce di tali osservazioni, si ritiene auspicabile che la
Cooperazione italiana continui a dedicare attenzione particolare alle
risorse della migrazione in relazione allo sviluppo albanese, non solo
valutando la possibilità di sostenere programmi specifici nel settore
ma anche ricercando sinergie con altre iniziative che si rivolgano alla
diaspora come potenziale interlocutore o come beneficiario dell’intervento. In ogni caso, sarebbe importante favorire il coinvolgimento sia di organizzazioni internazionali specializzate sia di altri enti
operanti nel settore, quali Regioni ed autonomie italiane già attive
in Albania attraverso programmi di Cooperazione decentrata. Tale
collaborazione contribuirebbe da un lato a proseguire le attività di
capacity building istituzionale e ricercare una maggior responsabilizzazione delle autorità albanesi, dall’altro ad aumentare i possibili
canali di collegamento con la diaspora, focalizzando l’attenzione su
aree geografiche specifiche, dove già siano in corso o siano state
svolte iniziative con/per i migranti (si pensi, ad esempio, alla
Regione Emilia-Romagna, promotrice del già citato progetto
Migravalue o alla Regione Puglia, che nel 2008 ha concluso l’iniziativa transfrontaliera Handled with Care).
168
ALESSIA MONTANARI
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172
ALESSIA MONTANARI
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
173
LAPRAKA, UNA STORIA
DI COOPERAZIONE
Una mostra e un volume fotografico sui progetti della
cooperazione italiana allo sviluppo in Albania. Attraverso
l’obiettivo di Roland Tasho, free-lance albanese. Ha girato
il mondo, sono 30 anni che fotografa il suo Paese.
E documenta la sua storia e i suoi cambiamenti. Come quelli
innestati dalle ong e dai cooperanti. Che hanno trasformato
un ghetto in una comunità. Riqualificato gli insegnanti.
Lavorato contro l’abbandono scolastico. Aiutato i genitori
ad essere tali. Ricostruito il tessuto di un popolo
di Maurizio Regosa
giornalista
P
er avere una idea di cosa la cooperazione internazionale possa
significare, di quali risultati possa produrre specie se integrata
alle iniziative delle organizzazioni non governative, è sufficiente sfogliare un agile libro realizzato dal ministero degli Affari esteri in
occasione del convegno a Tirana (in origine una mostra allestita al
palazzo dei congressi dove si sono svolti i lavori congressuali). Un
volume fotografico intitolato La cooperazione italiana allo sviluppo per
l’Albania attraverso l’obiettivo di Roland Tasho. L’Italia è il primo
donatore bilaterale, il terzo assoluto dopo Ue e Banca Mondiale, e
ha fatto molto negli ultimi vent’anni. Attualmente sono oltre 70 le
iniziative attive per circa 300 milioni di euro, 60 progetti in corso.
Sono questi ultimi l’oggetto del lavoro fotografico di Tasho.
UNO SGUARDO ATTENTO
Roland Tasho è un fre-lance albanese. Ma ha girato il mondo. Suoi
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
175
LAPRAKA, UNA STORIA DI COOPERAZIONE
scatti sono stati esposti in Francia, Germania, Argentina, oltre che in
Italia. Volgendo l’obiettivo sul suo Paese, sui passi avanti che vi sono
stati fatti, è comprensibile abbia avuto un moto di passione. Seguito
però da un certo distacco. Per avere la giusta distanza. Per guardare
ai progressi compiuti non attraverso la lente della propaganda, ma
semmai con i più professionali occhi della documentazione.
Il suo Paese lo conosce da sempre. E sono quasi 30 anni che lo
fotografa. Alla fine, la memoria di un tempo e la voglia di raccontare un’Albania che si sta velocemente trasformato, hanno trovato la
giusta sintesi. Sintesi che, parlando di fotografia, diventa subito
punto di vista. Cosa esprime se non questa conciliazione la prospettiva con cui Tasho ha ritratto il grande centro elettrico in costruzione alla periferia di
Tirana? La macchina per questo scatto è
Lapraka diviene il grande
stata quasi poggiata per terra. Sicché l’inquaquartiere che è oggi
dratura mostra dal basso verso l’alto una
grazie a quel fenomeno
sorta di monumento ai tempi moderni. Con
che è la migrazione
il sole che fa capolino da un pilastro. E le
regolata con i modi tipici
sagome annerite dal controluce. Una forza
di una società pastorale
tranquilla... si sarebbe detto in altri tempi.
E analoga impressione la suscita la fotografia della discarica di Sharra. Linee orizzontali che suggeriscono il divenire di colline che non c’erano e che
raccolgono i rifiuti di quella che somiglia sempre più a una città
occidentale. E ancora: che significano quegli uomini ripresi dall’alto, chini a sistemare il marciapiede del quartiere di Tirana, Lapraka,
che solo dieci anni fa era l’emblema di un caos che non sapeva farsi
sviluppo?
“
”
UN QUARTIERE EMBLEMATICO
Lapraka, un simbolo forse di questo cammino recente. Nel 1990,
15mila abitanti. Poi una grande migrazione interna ha travolto i luoghi, ridisegnato gli orizzonti e le strade. Dal guazzabuglio è uscito
176
MAURIZIO REGOSA
quasi all’improvviso un confuso ghetto a pochi chilometri dal centro
della capitale.
Confuso per le molte etnie, e le tante culture - Albania, caleidoscopio umano. Ma ghetto perché la povertà ha sempre gli stessi
ingredienti e sempre separa. Case che somigliano più a baracche.
Bambini che giocano per le strade sterrate. Traffici più o meno leciti. E il degrado che ha ovunque lo stesso odore scomposto.
Se lo visitate vi accorgerete di respirare un’aria diversa. Certo,
Lapraka ha ancora l’aura lievemente provvisoria, un aspetto che condivide del resto con altre zone di Tirana. Potrete vedrete palazzine
costruite in parte, e tuttavia abitate. Ma non c’è confronto. È finita
l’epoca della «conquista», come la definisce Pier Paolo Ambrosi,
cooperante del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo, l’associazione legata ai Salesiani di don Bosco). L’era di un «Far West»
geograficamente situato a Sud e meta di un incessante pellegrinaggio. La città, sogno di tanti, tantissimi. Un movimento di popolo per
comprendere il quale occorre tornare indietro.
Ai primi anni 90. Alla nazione che esplode in nome di una ritrovata libertà, le persone che dal Nord, poverissimo, scendono nella
capitale. «Prima, quando c’era il regime, per recarsi a Tirana magari
per visitare qualche parente, dovevano avere un permesso o del sindaco della loro città o del segretario del partito», puntualizza il cooperante (che nel contributo su questo stesso numero rievoca le varie
fasi della storia recente dell’Albania). Templi plumbei, non c’è che
dire. Finiti i quali la mobilità senza più lacci burocratici ha briglia
sciolta e spinge le masse povere alla ricerca di maggior fortuna. Dove
trovarla se non nella capitale?
UNA MODERNITÀ RITUALE
Lapraka diviene il grande quartiere che è oggi grazie a quel fenomeno della modernità che è la migrazione regolata però con i modi
tipici di una società pastorale. «Erano gli uomini ad arrivare per
primi», ricorda Ambrosi, «adocchiavano un pezzo di terra che sem-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
177
LAPRAKA, UNA STORIA DI COOPERAZIONE
brava non appartenere a nessuno e vi portavano mucchi di pietre.
Era il loro modo per scoprire se c’era un proprietario. Se non si faceva vivo, voleva dire che quella terra era disponibile e rapidamente
costruivano una baracca per sé e per la loro famiglia, che nel frattempo arrivava a Tirana». A quel punto pagavano ai vicini una specie di
tassa di accoglienza e si stanziavano. Inutile dire quanto sia stata
caotica questa “urbanizzazione” di un’area abbastanza grande ma
priva di acqua, di fognature e di elettricità. In pochi anni i 15mila
abitanti iniziali si sono moltiplicati (e a lungo nessuno è in grado di
accertare quanti siano diventati, probabilmente circa 90mila). Così
come si sono ampliati i problemi di convivenza. Varie etnie di albanesi, Rom, diverse forme di povertà che si intrecciano a una burocrazia lenta ma inesorabile. Il governo nel frattempo inizia a restituire
le terre confiscate dal comunismo. Dunque cominciano a comparire
i primi proprietari che, documenti alla mano, esigono la restituzione
di pezzi di terra sui quali, nel frattempo, qualche emigrante ha sistemato la famiglia.
Al caos delle strade polverose e delle case edificate in poco tempo
si sovrappone una altrettanto incerta questione della proprietà.
Avrebbe potuto essere la strada per una guerra dei poveri contro i
poverissimi. «Una situazione esplosiva che riguardava decine di centinaia di famiglie», spiega Ambrosi, «e che perciò andava affrontata
di petto».
RIFARE COMUNITÀ
Di fronte all’emergenza, Vis decide di “cambiare” la sua missione. E
di lavorare per costruire la comunità, per infondere negli abitanti del
quartiere un diverso e nuovo senso di appartenenza, a partire dal
quale affrontare insieme abusivismo, rivendicazioni legittime e diritti umani. «Decidemmo di convocare una assemblea dei residenti.
Ovviamente i soli a partecipare furono gli uomini». A quell’epoca la
cultura albanese era ancora molto maschile e gli uomini sono padripadroni più che compagni. Lunghe discussioni permettono di met-
178
MAURIZIO REGOSA
tere a fuoco i diversi problemi e le priorità. Grazie all’accompagnamento di Vis, si decide di creare una associazione. «Abbiamo spinto
molto in questa direzione», spiega il cooperante, «anche perché da
parte delle istituzioni locali spesso ci veniva detto: “Non sappiamo
con chi trattare”. Quindi fare fronte unico era una strada in qualche
modo obbligata». L’associazione nasce con 500 famiglie, circa 3mila
persone che abitavano in oltre 400 case abusive. È un primo passo.
Può sembrare piccolo, ma intanto comincia il confronto con il
governo per discutere dell’abusivismo e di come avviare un piano di
bonifica per Lapraka. Qui il colpo di genio. O, se preferite, l’intuizione levantina. Gli abusivi insistono con gli enti locali per contribuire alla spesa per il rifacimento delle strade, fin qui non asfaltate. Non è ancora amore
per il quartiere. È un modo assai indiretto,
Di fronte all’emergenza,
levantino appunto, per legittimare la proprieVis decide di “cambiare”
tà delle case. Una mossa abile dell’associaziola sua missione. E di
ne (che poi nel 2007 ottenne una sanatoria
lavorare per costruire la
generale). Nel frattempo prende il via il lavocomunità, e un nuovo
ro di bonifica. Anche grazie alla cooperaziosenso di appartenenza
ne italiana, che garantisce prestiti per due
milioni di euro a un tasso agevolato, si
costruisce la rete stradale, quella fognaria, si
porta l’elettricità. Gradualmente il ghetto prende l’aspetto di un
quartiere in cui si può vivere, dal quale ci si può muovere e al quale
è possibile tornare senza percepirsi esclusi.
“
”
IL RITORNO ALLA NORMALITÀ
A questo punto Vis può tornare alla sua missione più tradizionale.
Data una risposta alle tante urgenze, individuate in un ambito geograficamente ben determinato («ci siamo fermati dove la situazione
ci pareva più esplosiva»), ci si può tornare a occupare del futuro. E
cioè dei minori. Nel grande caos dei primi anni, in qualche modo la
questione sociale era stata messa in secondo piano. Toccava occupar-
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
179
LAPRAKA, UNA STORIA DI COOPERAZIONE
si delle infrastrutture, degli abusivismi, delle strategie difensive che
riguardavano centinaia di famiglie e potevano modificarne il destino. Concluso quell’impegno, Vis si dedica a varie attività sociali.
Apre un asilo e un centro diurno per il recupero scolastico. Qui la
scuola sarebbe obbligatoria dai 7 ai 13 anni, ma è facile intuire quanto l’obbligo sia rispettato ancor oggi. Il centro (diretto da una assistente sociale e nel quale lavorano anche una psicologa e un professore) è frequentato da 30 minori, un terzo dei quali è rom. Si studia
divisi in due classi, all’interno delle quali sono anche iniziative di
sostegno personalizzato. Poi si gioca un po’ e infine si pranza tutti
insieme. «È un momento di riavvicinamento alla scuola magari
abbandonata, la durata della permanenza nel centro varia, a seconda
dei casi: in quelli più difficili o complessi può continuare per vari
anni».
IL “LUSSO” DI PIANIFICARE
Se negli anni 90a non era possibile immaginare altro che una risposta immediata a questioni pressanti e dettate dalle diverse emergenze, con il nuovo millennio - e cambiando la situazione economicosociale dell’Albania - ci si è potuti concedere il “lusso”, definiamolo
così, di pianificare gli interventi con un approccio differente. Spente
le fiammate di un’immigrazione selvaggia e multiculturale, divenuto
ormai un ricordo il regime e le sue regole, in corso di normalizzazione la vita quotidiana, è stato possibile per Avsi (fondazione non
governativa nata nel 1972 e che si occupa di cooperazione allo sviluppo in 37 Paesi) muoversi anche a Lapraka con uno spirito diverso. Qui ha costruito il suo centro di aggregazione sociale e l’asilo,
dove si occupa di minori e di accoglienza. Ma, come racconta
Federico Salotti (34 anni, ex broker laureato in Bocconi e poi “pentito”), il mandato che Avsi gli ha affidato mandandolo qui tre anni
fa era molto preciso: «Contribuire a realizzare anche in Albania la
politica che Avsi ha impostato in 30 Paesi del mondo. E cioè quella
delle adozioni a distanza». Sicché oggi Avsi in Albania lavora in tre
180
MAURIZIO REGOSA
settori: il sostegno educativo dei minori, la formazione dei dirigenti
e degli operatori della scuola e il sostegno alle micro-imprese femminili. Secondo una strategia di accompagnamento, di rete e di partnership definita e puntuale.
UNA RETE ARTICOLATA
Partnership con realtà locali, nate anche con il sostegno di Avsi e con
le quali mettere a punto strategie convergenti. Shis, ad esempio, è
una ong albanese costituita nel 1998 che fa parte del network Avsi
(oggi è presente a Valona, Tirana e Scutari e dà lavoro a 40 persone).
Nel tempo Shis ha realizzato progetti per il miglioramento della vita
dei minori e la prevenzione di difficoltà psico-sociali, per l’integrazione scolastica e la riduzione dell’abbandono di quegli studenti in
condizioni di disagio sociale, per il consolidamento del sistema educativo attraverso corsi di formazione per gli insegnanti. «Avsi, che
voleva fornire sostegno e supporto ai soggetti locali per favorire lo
sviluppo delle comunità», spiega Simon Rada, giovane presidente di
Shis, «ha dato un grande contributo alla costituzione della nostra
ong. Che si è sviluppata in una logica di partnership sempre più
forte: oggi è una delle poche ong albanesi con bilancio certificato».
Quanto all’efficacia di questa logica collaborativa che riconosce alle
realtà locali responsabilità e competenze specifiche, pensate alla formazione degli insegnanti (delle scuole pubbliche e di quelle private). In Albania hanno risentito forse più che altri professionisti dell’impostazione rigida del regime. Crollati gli automatismi di carriera che in qualche modo il comunismo garantiva, eccoti una classe
insegnante allo sbando. «In modo particolare sono andati in crisi i
professori più anziani», si sottolinea dal Shis, «ed è su loro che abbiamo insistito in modo specifico, spingendoli ad abbandonare una
visione burocratica dell’insegnamento, a preoccuparsi di più dell’aspetto relazionale e della sua efficacia per quanto riguarda la trasmissione di competenze e saperi». «I professori più giovani sono più
frizzanti: sono cresciuti in un’epoca diversa, ma per loro il problema
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
181
LAPRAKA, UNA STORIA DI COOPERAZIONE
è la preparazione». Chi se non un soggetto locale può pensare progetti per affrontare problemi così minuti e tuttavia così rilevanti?
LAVORARE INSIEME PER IL FUTURO
E questo progetto per gli insegnanti è solo un esempio. La medesima logica di integrazione delle competenze e dei saperi specifici ha
governato le varie iniziative che Avsi e Shis insieme hanno messo a
punto e portato avanti. Dopo aver condotto uno studio sulla qualità
educativa in Albania e sull’abbandono scolastico (con risultati preoccupanti che si attestato anche al 20%), insieme hanno messo a
punto una strategia di coinvolgimento dei diversi protagonisti del
percorso educativo. Degli insegnanti si è
detto: se n’è occupata Shis. Sui genitori si è
invece concentrata Avsi, lavorando al recuChi se non un soggetto
pero del dialogo con le istituzioni scolastiche
locale può pensare
e favorendo una più consapevole partecipaprogetti per affrontare
zione da parte anche degli uomini (per culproblemi minuti e
tura tradizionale molto, ma molto lontani da
tuttavia rilevanti? Nasce
queste questioni). Il tutto condotto nella
la partnership Avsi-Shis
coscienza di lavorare in una città che in
pochi anni è passata da 200mila a un milione di abitanti, molti dei quali emigrati e privi
perciò di relazioni comunitarie e di sostegno.
Nel settore dello sviluppo economico anche. Per favorire l’occupazione femminile e sostenere l’economia per certi aspetti ancora
incerta del Paese, i due soggetti hanno creato Rozafa, una fondazione che si prefigge di mettere a sistema e potenziare l’economia
minuta dei laboratori di ricamo. In questo caso (il progetto è durato
tre anni e si è concluso nel 2007, ha avuto il sostegno del ministero
degli Affari esteri), si trattava non solo di fare formazione specifica
ma anche di trasmettere informazioni e competenze manageriali.
Non basta fare splendidi ricami. Occorre saperli mettere sul mercato. E venderli. Sono circa 400 le donne che hanno partecipato a que-
“
”
182
MAURIZIO REGOSA
sta iniziativa. Aggiornando la tradizione artigiana e insieme rilanciando l’intraprendere (attraverso partnership con altri Paesi, ad
esempio). Un’esperienza che ha dato frutti anche insperati, come la
collaborazione con il ministero dell’Economia albanese: si tenta di
riformare l’artigianato partendo da un assunto decisamente interessante, e cioè considerandolo come espressione della società civile. E
spingendo, tra l’altro, a creare una legge simile a quella italiana sull’impresa sociale. Da tempo è aperto il confronto, mentre è andata
strutturandosi, fra queste micro-imprese non solo del tessile, una
rete che potremmo assimilare alla nostrana Confartigianato (uno dei
primi risultati, la conferenza sull’artigianato albanese svoltasi nell’aprile 2009).
ALTROVE...
Nel frattempo il Nord è cambiato. Scutari, per esempio, non è più la
cenerentola dell’Albania. Ha smesso i panni della città poverella
dalla quale è necessario allontanarsi. Anche qui, del resto, la collaborazione fra progetti istituzionali, cooperazione italiana e iniziative
delle ong ha prodotto importanti risultati. Acli, per esempio, tramite Ipsia - Istituto pace sviluppo innovazione Acli sta portando avanti due progetti sul fronte delle migrazioni (entrambi sostenuti dal
Mae). «Cerchiamo di guardare al fenomeno da 360°», spiega Mauro
Platè, «e quindi ci occupiamo di coloro che vogliono partire, dando
loro strumenti e informazioni, e di coloro che - dopo aver affrontato un progetto migratorio - scelgono di tornare. A entrambi offriamo formazione professionale, orientamento e riqualificazione».
Attraverso una rete di sportelli, Ipsia raccoglie le esigenze, cerca di
dare risposte, promuove la creazione in loco di piccole imprese.
Anche qui si è posto il problema delle associazioni nate dalla società civile. «Abbiamo stretto contatti con molte di esse, cercando di
svolgere un accompagnamento non invasivo. Ma non è semplice»,
conclude Platè, «manca la cultura del terzo settore. Le istituzioni
tendono a non riconoscerne il ruolo e la valenza sociale».
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
183
COSÌ NACQUE
LA CARITAS ALBANIA
Catapultato nel Paese delle aquile in piena emergenza,
nel 1991. Per dieci giorni e una relazione. Dopo vent’anni
è ancora lì, punto di riferimento per albanesi e italiani.
Per accompagnarli nella transizione, da Paese bloccato e isolato
dalla dittatura a Stato candidato membro dell’Unione europea.
Uno sguardo non ideologico su quello che è stato e sulla sfida
del futuo, sull’impegno dell’Italia, sulla situazione politica
albanese, sul ruolo dell’Europa
di
Pier Paolo Ambrosi
cooperante
IL PRIMO VIAGGIO IN ALBANIA
Quando il 9 giugno del 1991 sono partito per l’Albania - erano i
mesi convulsi dei primi sbarchi, delle navi cariche di fuggitivi che
arrivavano sulla costa italiana - non credevo che sarei rimasto per
così tanto tempo. La mia frequentazione con questo Paese, ormai
quasi ventennale, non era programmata. Ero arrivato in visita per
conto della Caritas, che - impegnata nel soccorso ai profughi albanesi dopo il primo grande sbarco fra il 16 e il 17 marzo 1991 - aveva
avvertito la necessità di mettersi a disposizione per dare una mano.
Era un fenomeno al quale il Belpaese e il suo governo non erano
preparati. Non c’era una struttura che intervenisse, come avviene
oggi. Nel bene o nel male. Allora eravamo i primi a metterci a disposizione per dare un aiuto, per cercare di affrontare una situazione
nuova nei confronti della quale non eravamo intenzionati a rimanere in attesa. Era questo l’orientamento emerso da un congresso nel
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
185
COSÌ NACQUE LA CARITAS ALBANIA
quale ci eravamo confrontati. Non si poteva stare ad aspettare i profughi sulla costa. In quel convegno a Brindisi, la Caritas decise:
andiamo a vedere cosa succede in Albania. E le persone scelte - perché ci occupavamo di Africa e dunque avevamo una qualche esperienza di cooperazione internazionale - fummo don Aldo Benevelli
e io, che lavoravo assieme a lui in una associazione di volontariato
internazionale.
SULLE VIE DELLA DIPLOMAZIA
Per quella prima visita sono rimasto dieci giorni. Al termine dei
quali ho steso un rapporto sulla situazione del Paese. Conteneva dati
raccolti dai ministeri, indicazioni su cosa
fare, possibili emergenze, informazioni logistiche come le distanze medie fra un villagFu una specie
gio e l’altro, la disponibilità di insediamenti,
di investitura sul campo
la distribuzione della popolazione, la condi(«Torni tu a portare gli
zione delle strade.
aiuti?»), e ho cominciato
Dopo di che torno in Italia. Qualche setad essere più in Albania
timana dopo ricevo una telefonata da monsiche in Italia
gnor Celli, il vice del cardinale Sodano. Mi
chiede di andare a Roma perché il Vaticano
intende avviare un negoziato con il governo
albanese per aprire nuove relazioni diplomatiche. E mi dice che
posso essere d’aiuto. Rieccomi quindi, a fine agosto, di nuovo in
Albania. Quindici giorni con l’obiettivo di contribuire a creare le
condizioni per l’apertura delle relazioni diplomatiche.
In quell’occasione, essendo rappresentante di Caritas, ebbi ulteriori contatti con le autorità e la gente. Mi rendevo conto della richiesta di aiuto («La Chiesa cosa fa per noi?»). Al di là degli impegni
ufficiali e diplomatici, crebbe da parte della Caritas l’idea di portare
avanti un impegno sul posto. Fu una specie di investitura sul campo
(«Torni tu a portare gli aiuti?») ed è da quel momento che ho cominciato ad essere più in Albania che in Italia.
“
”
186
PIER PAOLO AMBROSI
LA RETE DIOCESANA
Come si è mossa la Caritas? Abbiamo cercato di organizzare un
sistema di aiuti diretto mediante una sorta di gemellaggio fra le diocesi italiane e quelle che ancora non erano diocesi albanesi ma che,
lo sarebbero poi diventate. Così Roma si è gemellata con Tirana,
Bari con Durazzo, Valona con Otranto, Cuneo e il Piemonte con
Scutari. Oltre alla solidarietà concreta e costante, i gemellaggi avviarono e resero possibili molte relazioni personali tra italiani ed albanesi e fu il modo con cui molti di loro vennero finalmente in contatto con il mondo esterno.
Senza dubbio avere alle spalle questa organizzazione ha consentito in pochissimo tempo di distribuire gli aiuti in maniera capillare.
La Caritas era fra i maggiori donatori. Tre miliardi di lire non erano
pochi, anche se le necessità erano talmente tante...
In agosto di quell’anno poi fu aperta a Tirana la sede dell’Undp,
una agenzia delle Nazioni Unite: chi si occupava di aiuti, le poche
ong allora presenti in quel Paese cominciarono a ritrovarsi da settembre in avanti presso la sede dell’Undp, che divenne un punto di
riferimento logistico.
LA NASCITA DI CARITAS ALBANIA
Il 12 dicembre 1991 arrivò a Tirana il primo nunzio apostolico:
monsignor Ivan Dias. Era solo, con un paio di impiegate albanesi (va
ricordato che in quel periodo, dopo la caduta del muro di Berlino,
molti Paesi avevano recuperato la loro libertà religiosa e che quindi
anche il Vaticano si era trovato a organizzare numerose delegazioni
in Paesi nei quali prima non era presente. L’Albania era l’ultimo, in
pratica).
D’intesa con il nunzio, la Caritas si occupava dell’accoglienza
quotidiana delle persone che intendevano rimanere pochi giorni ma
anche di distribuire le presenze di lungo periodo su tutto il territorio nazionale. La Caritas quindi fu incaricata anche della logistica e
contribuì ad organizzare la presenza di tutte le nuove realtà della
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187
COSÌ NACQUE LA CARITAS ALBANIA
Chiesa che arrivano in Albania, dove del resto c’era una scarsa capacità di accoglienza dal punto di vista delle strutture. Alla fine del
1992, il nunzio decise di formalizzare la nascita di Caritas Albania.
C’era ancora una assoluta carenza legislativa in fatto di associazionismo, ma l’avvocato incaricato fece sì che nel gennaio del 1993 Caritas
Albania fosse regolarmente registrata presso il Tribunale di Tirana.
Fu un periodo molto intenso. Per dire: la Chiesa all’epoca rientrò
in possesso di numerose proprietà confiscate dal regime. Il nunzio
mi diede la procura per andare nelle diverse parti del Paese e firmare gli atti con qui si rientrava in possesso di quei beni.
CON LA CISL
Quella stagione doveva finire nel 1993. Avevo deciso di rientrare,
cercare lavoro in Italia e ricongiungermi stabilmente con la mia
famiglia. Ma nemmeno questa volta andò così. Nell’ottobre venni
contattato dalla Cisl Veneto che aveva messo a punto un progetto di
avvio all’imprenditorialità per quegli albanesi che erano immigrati in
Italia e che volevo rientrare nel loro Paese. La Cisl si sarebbe occupata della loro formazione in Italia, io avrei dovuto seguire
dall’Albania la parte legale ed organizzativa. Per occuparmene, aprii
una agenzia che forniva in pratica attività di consulenza e servizi.
L’agenzia nacque nel febbraio del 1994, in occasione di quel progetto con la Cisl; in pratica però si mise a disposizione di molte decine
di imprese, per lo più italiane, che erano intenzionate ad aprire una
attività in Albania. Il Paese era talmente in evoluzione che per queste aziende era utile avere un supporto.
Voglio fare un solo esempio. Il settore agricolo, al tempo del regime, era costituito da 600 aziende, cooperative o statali, che gestivano 700mila ettari coltivabili. Con la riforma agraria del luglio 1991,
la terra fu ridistribuita tra quasi 500mila famiglie, ciascuna delle
quali poteva contare mediamente su poco più di un ettaro. Fu uno
sconvolgimento per l’economia. Certo, fu utile - per i primi due anni
- perché in questo modo molte famiglie poterono assicurarsi sosten-
188
PIER PAOLO AMBROSI
tamento. Sul lungo periodo però non fu una soluzione. Ancor oggi
l’agricoltura albanese sconta questa frammentazione.
LE SCELTE DEL GOVERNO ITALIANO
Parallelamente all’impegno che Caritas Italiana si prese in Albania,
anche il nostro governo avviò sue iniziative, all’indomani della
seconda ondata di migranti, quella di fine luglio. Come si mosse il
governo? Essenzialmente in due direzioni, entrambe importanti. La
prima si concretizzò in un accordo fra le Marine dei due Paesi per
realizzare un controllo delle coste e delle acque più stringente. La
seconda fu l’operazione Pellicano, portata avanti dall’Esercito. Una
operazione - e lo dico da ex obiettore di coscienza - che in quel
momento contribuì a salvare dalla fame l’Albania. L’operazione
Pellicano durò dal settembre 1991 al 1994, un aiuto determinante
conclusosi - e non ho mai capito il perché - senza nessuna forma di
ringraziamento. Ci fu solo una piccola cerimonia al porto di
Durazzo.
LA CRISI DEL 1997
Il sistema cosiddetto “delle piramidi” - un modello basato sulla
finanza, che offriva enormi profitti (interessi dell’8 - 10% mensili) che produsse la gravissima crisi del 1997, ebbe in realtà inizio nel
1993-1994. Era strutturato come una catena di Sant’Antonio, che
con i soldi raccolti dagli ultimi arrivati, pagava gli interessi mensili
dei versamenti precedenti. Finché funzionò garantì guadagni e interessi. Ma quando si arrivò in fondo alla catena, avvenne il crollo.
L’insolvenza. La crisi bancaria. La gente nelle strade. La protesta.
Quasi una guerra civile, quando a Tirana fu deciso di distribuire
armi ai simpatizzanti del partito democratico.
A ripensarci oggi sembra incredibile che una speculazione finanziaria così evidente abbia retto per così tanto tempo. Mi sembrano
due le ragioni. La prima: quell’attività copriva in realtà il riciclaggio
di denaro sporco e attività criminali come il traffico di droga ed
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
189
COSÌ NACQUE LA CARITAS ALBANIA
armi, la tratta della prostituzione che fu avviata proprio in quel
periodo. La seconda: per troppo tempo (fino a settembre 1996) non
ci sono state operazioni di contrasto. Né da parte della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale né - tanto meno - da
parte del governo albanese. Quest’ultimo in certa misura fu complice. Non gli conveniva intervenire perché il flusso di denaro pulito
(proveniente dalle rimesse degli albanesi emigrati) che incrementava una straordinaria liquidità fu convogliato proprio nelle operazioni finanziarie di queste cosiddette “piramidi”. In qualche modo la
finanza canalizzò queste risorse, impedendo una inflazione analoga
a quella che in quegli anni si registrava in Paesi che, come l’Albania
,stavano creando un tessuto economico di tipo liberale. In sostanza,
al governo le “piramidi” facevano comodo perché consentivano di
tener sotto controllo il quadro macroeconomico.
Di questa situazione ne approfittarono anche investitori italiani. Se
si eccettua la fabbrica della Coca Cola, i primi investimenti hanno
riguardato quasi unicamente la produzione di scarpe, camicie e jeans.
La normalità, tuttavia, con cui operavano e prosperavano le società
finanziarie “piramidali”, davano alla situazione generale del Paese un
forte connotato di precarietà. Di conseguenza, l’atteggiamento prevalente scelto dagli investitori stranieri era il “mordi e fuggi”.
LE ELEZIONI DEL DOPO CRISI
Quel periodo convulso, con le sommosse popolari legate alla scoperta del meccanismo delle piramidi, si concluse con le elezioni del 29
giugno 1997, vinte dal socialista Fatos Nano. Il partito socialista
rimase al governo fino al 2005, succedendo a un esecutivo del partito democratico che introdusse un liberismo a mio modo di vedere
senza regole. Il Partito democratico cambiò sì il sistema economico,
facendolo transitare da quella forma autarchica e centralizzata che
era a una democrazia liberale, ma credo abbia ecceduto: l’assenza
totale di regole che ne seguì finì con l’indebolire lo Stato, l’idea stessa di Stato. La vittoria dei socialisti permise allo Stato di riprendere
190
PIER PAOLO AMBROSI
un ruolo, di svolgere la sua funzione. Non dico che questo non abbia
creato problemi anche rilevanti - la corruzione ad esempio - ma da
questo punto di vista lo Stato ha ritrovato la sua “missione”. Ancora
oggi il Paese è del resto in una posizione ambigua e oscillante tra
questi due estremi: il liberalismo senza regole e l’eccesso di Stato.
In ogni caso fu in questo periodo che maturò una svolta importante per l’Albania. Rispetto al periodo che io chiamo “senz’anima”
(1997 - 1999), con il 2000 le cose sembrano cambiare. Se prima tutti
cercavano di emigrare, specialmente le persone che avevano un proprio bagaglio culturale e che potevano quindi aspirare a ruoli interessanti anche all’estero (in quel periodo, per esempio, si calcola che
un contingente di 20mila tecnici qualificati
abbandonò il Paese per emigrare in Canada),
la guerra in Kosovo interrompe questa situaAncora oggi il Paese è
zione. Come se l’Albania dimenticasse i suoi
in una posizione
problemi e si scoprisse solidale nei confronti
ambigua e oscillante tra
dei kosovari. Va ricordato che l’esodo dal
questi due estremi: il
Kosovo di quella primavera del 1999 portò in
liberalismo senza regole
Albania tra i 450mila e i 500mila profughi.
e l’eccesso di Stato.
Circa 300mila dei quali vennero ospitati
nelle famiglie albanesi. Una percentuale
altissima se si considera il numero complessivo della popolazione. Una solidarietà che ha ridato anima e orgoglio all’Albania. Non importa che magari ricevessero soldi dai kosovari, che potevano contare sulle rimesse di parenti in Germania o nei
Paesi occidentali (in generale i kosovari stavano meglio degli albanesi). Quel che più conta è che da quel momento - da quella prova
di solidarietà - la prospettiva inizia a cambiare. Gli emigranti di un
tempo cominciano a rientrare in Albania e a investire nel loro Paese.
In una parola, cominciano a crederci. A credere che il Paese abbia un
futuro. Abbia delle chance. Cominciano anche a comprendere che
per cambiare le cose occorre tirarsi su le maniche, darsi da fare. Con
modalità anche interessanti da un certo punto di vista. Ricordo ad
“
”
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
191
COSÌ NACQUE LA CARITAS ALBANIA
esempio che Edi Rama quando fu eletto sindaco di Tirana (il primo
ottobre del 2000) trovò una situazione assolutamente caotica. In
precedenza erano stati dati permessi per costruzioni “provvisorie”
che avevano invaso ogni ambito della città. Tutti gli spazi pubblici,
piazze, giardini e marciapiedi, in pratica erano coperti da queste
costruzioni provvisorie. Senza troppi formalismi, lui cominciò a farli
demolire, metro dopo metro, con un grande senso pratico. Alla fine
ridiede alla capitale una immagine nuova ed in generale “la cosa
pubblica” (Stato e municipalità) cominciò a riacquistare un po’ di
funzione e di dignità. Anche questo senza dubbio contribuì a convincere gli ex emigranti che si poteva costruire un futuro nuovo e
diverso.
LA COOPERAZIONE ITALIANA
Da operatore “dal basso”, cioè esterno alle forme istituzionali della
cooperazione italo-albanese, ho potuto osservare che nel primo
periodo - pressapoco fino al 1994 - la cooperazione italiana si è
dedicata soprattutto all’assistenza umanitaria, successivamente - a
partire dal 1997, circa - ci fu un risvolto diverso. Passata la stagione
delle grandi emergenze, ha preso avvio una fase di accordi che hanno
consentito all’Italia di dare una mano concreta alla organizzazione
dello Stato albanese, settore per settore. Fino al 2002, in pratica, c’è
stato un contributo sotto forma di formazione dei quadri: polizia,
finanze, tribunali, eccetera. In questo periodo comincia anche ad
avere un ruolo non irrilevante in Albania la nostra cosiddetta “cooperazione decentrata”, quella cioè degli enti locali, delle Province e
soprattutto delle Regioni, e la “cooperazione scientifica” tra università italiane ed albanesi. La cooperazione decentrata non ha certo brillato per il coordinamento, tuttavia ha avuto ed ha ancora un ruolo
straordinario nell’aiutare gli enti locali albanesi a comprendere il loro
nuovo ruolo e ad operare di conseguenza.
L’ultima fase della cooperazione tra Italia ed Albania, dal 2002 in
poi, ha avuto come obiettivo il potenziamento delle infrastrutture:
192
PIER PAOLO AMBROSI
l’asse viario Nord-Sud (da Valona a Scutari ed al confine con il
Montenegro); l’infra-strutturazione della rete energetica, per il collegamento dell’Albania con la rete elettrica del resto d’Europa; la
bonifica della vecchia discarica della città di Tirana e la costruzione
di quella nuova, secondo i parametri europei.
Il legame tra i due Paesi è sempre solido. E negli ultimi anni c’è
stata una valorizzazione anche dell’immagine della presenza italiana.
Si pensi che attualmente nelle università italiane studiano circa
20mila ragazzi albanesi. Sono gli alleati certi per il futuro.
LE PROSPETTIVE FUTURE
Sono due i nodi su cui è opportuno riflettere: il ruolo dell’Unione
Europea e la politica interna albanese. Sul primo, l’impressione è di
un eccessivo e sostanziale formalismo cui l’UE sembra indirizzare la
politica albanese. Si fa un gran parlare di democrazia, di diritti umani,
di società civile, eccetera e non si contano i convegni, le conferenze ed
i seminari organizzati su tali temi. Mi permetto di osservare, tuttavia,
che finché metà della popolazione albanese, quella delle zone rurali,
vive di sussistenza ed è sostanzialmente tagliata fuori dall’economia di
mercato, è improbabile che si possa presumere un reale radicamento
della democrazia nella società albanese. Allo stesso modo, il Paese è
costantemente richiamato ad adeguare la propria legislazione agli
standard europei e regolarmente vengono forniti i dati della progressiva riduzione dello scarto percentuale. Come se la semplice introduzione di una nuova legge bastasse a migliorare di fatto una situazione. Il messaggio che in generale si riceve dal rapporto dell’UE nei
confronti dell’Albania, è che il Paese deve assumere un’attitudine più
rispettosa della forma che preoccupata della sostanza.
Quanto al governo albanese, dovrà cominciare seriamente a porsi
il problema dei profitti illeciti e più in generale della corruzione. Gli
interessi in gioco sono molti e quelli locali non sono gli unici né i
prevalenti. Ma è un nodo che va assolutamente affrontato e che alla
fine ritarda l’evoluzione del Paese.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
193
CANTIERE LEGISLATIVO,
PRESTO
L’IMPRESA SOCIALE
Suggerisce nuovi orizzonti anche produttivi. Coniuga
la sostenibilità d’impresa e la responsabilità. Può diffondere
un modo consapevole e maturo di stare in comunità.
Un modo del quale in alcuni luoghi più che in altri si avverte
la mancanza. Magari in termini di consapevolezza, più che
di pratica. Un percorso che vede protagonista la società civile
italiana. E che ridà valore al termine “cooperazione”
dialogo con Franco
di Maurizio Regosa
Marzocchi
S
ono molteplici le strade di una buona cooperazione internazionale. Passano anche per la diffusione e la promozione di intuizioni importanti che possono contribuire a individuare prospettive
di sviluppo equilibrato e sostenibile. L’impresa sociale, per esempio.
Con il suo portato complesso e articolato - in termini economici,
sociali, umani - è senz’altro una di quelle intuizioni capaci di sostenere il cambiamento. Perché suggerisce nuovi orizzonti anche produttivi. Perché coniuga la sostenibilità d’impresa e la responsabilità.
Perché può diffondere un modo consapevole e maturo di stare in
comunità. Un modo del quale in alcuni luoghi più che in altri si
avverte la mancanza. Magari in termini di consapevolezza, più che
di pratica. È il percorso che Franco Marzocchi, past president di
Federsolidarietà/Confcooperative e ora a capo di Aiccon
(l’Associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit, che annualmente organizza le Giornate di
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
195
CANTIERE LEGISLATIVO, PRESTO L’IMPRESA SOCIALE
Bertinoro), descrive in questa intervista. Arrivato in Albania per un
progetto riguardante soprattutto la condizione minorile, si è trovato
ad affrontare un’altra richiesta per certi aspetti molto più impegnativa: promuovere la cultura dell’impresa sociale.
Communitas: Come è nata questa “avventura” albanese?
Franco Marzocchi: All’interno di un progetto inserito in un pro-
gramma d’intervento del ministero degli Affari esteri, condotto con
alcune Regioni e del quale è capofila la Regione Emilia-Romagna.
L’intervento riguardava il sostegno ai minori che, assieme alle
donne, rappresentano una fascia di popolazione particolarmente a
rischio in Albania. Molti sono senza famiglia o magari hanno genitori che non sono in grado di seguirli. Da parte del precedente governo albanese c’era stata anche la richiesta di inserire all’interno di questo progetto anche la promozione dell’impresa sociale. Ma in una
prima fase non sono state condotte iniziative specifiche in tal senso.
Communitas: Poi cosa è successo?
Marzocchi: È cambiato il governo e quella che era una dichiarazio-
ne d’intenti è diventata una richiesta effettiva. È stato così deciso di
riprendere quel filone.
Communitas: Con quali modalità?
Marzocchi: La Regione Emilia-Romagna, in progetti internaziona-
li come questo, individua Comuni che possano mettere a disposizione esperienze interessanti nei diversi ambiti. E che quindi facciano
da referenti. Per il welfare il referente regionale è Forlì: quando si è
arrivati alla formulazione della necessità di recuperare il tema impresa sociale siamo intervenuti. C’è da aggiungere che c’è stata anche
una “spinta” da parte delle realtà nelle quali si interveniva.
Communitas: Quali erano?
Marzocchi: Oltre a Tirana, la capitale, Elbasan, Valona e Scutari. In
196
FRANCO MARZOCCHI
queste province ci sono interessanti esperienze gestite da organizzazioni non profit albanesi che sono nate da progetti gestiti in gran
parte da ong italiane ed europee negli anni passati.
Communitas: Quindi la richiesta di impresa sociale non è nata da una
conoscenza teorica quanto dall’esperienza pratica...
Marzocchi: In effetti si è trattato di un bisogno che ha preso forma
rispetto alla volontà di dare una prospettiva di inserimento lavorativo ai ragazzi seguiti da queste organizzazioni nei vari progetti.
Progetti che sono consistiti nella realizzazione di centri diurni, di
doposcuola, di centri residenziali di accoglienza ma anche di formazione professionale. Ad un certo punto è maturata la consapevolezza che era necessario fare un passo in più e occuparsi anche del loro
futuro.
Communitas: Quanto è partito il progetto sui minori?
Marzocchi: Nel 2008. In seguito mi hanno chiesto se potevo fare un
intervento rispetto al tema “impresa sociale”. Ho fatto una prima
analisi della situazione. Sono andato in Albania, visitato le varie realtà coinvolte e poi ho proposto un percorso formativo centrato sull’idea di costruire, a partire dall’approccio culturale, la cornice e i presupposti dell’impresa sociale.
Communitas: E cioè?
Marzocchi: Mi sono accorto che c’erano molte persone potenzial-
mente in grado di diventare imprenditori sociali, che però dovevano
cambiare la loro prospettiva d’intervento. Quindi ho anzitutto proposto un progetto formativo agli operatori, in pratica i direttori e i
presidenti delle organizzazioni. Dovevano maturare la consapevolezza che era già in atto un cambiamento profondo nella loro prospettiva professionale. Non erano più operatori ma imprenditori e
quindi si dovevano rapportare con un contesto diverso da quello che
avevano conosciuto all’inizio. Dovevano accorgersi che il loro modo
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
197
CANTIERE LEGISLATIVO, PRESTO L’IMPRESA SOCIALE
di interpretare l’impresa sociale avrebbe contribuito a disegnare gli
obiettivi di sviluppo del Paese.
Communitas: Quanto è durato questo percorso formativo?
Marzocchi: Circa nove mesi, da settembre 2009 a giugno 2010.
Hanno partecipato oltre 20 organizzazioni. Una esperienza positiva
che tra l’altro le ha spinte a maturare la consapevolezza di essere una
realtà nel Paese, e non una singola esperienza.
Communitas: Nel senso che si sono accorti di far parte di un movimento?
Marzocchi: Infatti. Adesso spetta a loro darsi delle forme di organiz-
zazione stabile per non sparpagliarsi. Una rappresentanza efficace è
una buona premessa per il successo delle iniziative e dei progetti.
Questo mi sembra lo abbiano capito. So che ci stanno lavorando.
Parallelamente al percorso formativo, ci sono stati dei contatti con il
ministero del Lavoro albanese. Nel convegno che si è svolto a
Tirana, a maggio scorso, il ministro ha dichiarato il suo impegno
perché sia approvata una legge sull’impresa sociale. In seguito sono
stati costituiti due gruppi interministeriali di funzionari, sulla base di
una griglia che gli avevo suggerito per le competenze necessarie.
Questi gruppi devono preparare il progetto di legge da portare in
Consiglio dei ministri. A me hanno chiesto di fare da supporto tecnico.
Communitas: Un oggettivo apprezzamento per il modello italiano...
Marzocchi: Assolutamente sì. Anche se devo dire che ho impostato
il lavoro mettendo a confronto i diversi modelli europei. Ho inserito l’impresa sociale fra gli obiettivi che l’Albania deve perseguire per
costuire le condizioni per l’ingresso nell’Unione europea. Un traguardo previsto per il 2014 ma che io considero teorico: secondo me
ci vorrà qualche anno in più. Ho suggerito comunque che, proprio
per creare condizioni che consentano al Paese di evolvere e quindi di
avere i requisiti necessari per entrare nell’Unione europea, è fonda-
198
FRANCO MARZOCCHI
mentale avere uno strumento come l’impresa sociale.
Communitas: Il ministro albanese sembra aver compreso il suggerimento...
Marzocchi: C’è stato anche un movimento di opinione che gli ha
fatto percepire interesse e consenso in questa direzione. D’altra parte
è sempre più evidente la presenza della società civile albanese attraverso le organizzazioni che lavorano nel Paese e che cominciano a
manifestarsi.
Communitas: Quanto tempo servirà?
Marzocchi: Fonti ufficiose mi dicono che i tempi saranno abbastan-
za brevi.
Communitas: Tornando al percorso formativo, ha già dato risultati con-
creti?
Marzocchi: Non aveva l’obiettivo di promuovere imprese. Ci sono
già nelle tre province che ho citato esperienze organizzate dalle varie
ong.
Communitas: Come sono inquadrate le non profit nella legge albanese?
Marzocchi: C’è una norma del 2001 che istituisce le organizzazioni
non profit. Di fatto è un misto fra la nostra legge sulle onlus e quelle sulle associazione di promozione sociale. Il risultato è che queste
organizzazioni hanno un riconoscimento giuridico ma più come
associazioni umanitarie che imprenditoriali.
Communitas: Non c’è una legge sulla cooperazione sociale?
Marzocchi: Fino a pochi anni fa parlare di cooperazione era sconsi-
gliato. Si vedeva la cooperativa come strumento della dittatura.
Quindi c’era una reazione assolutamente negativa. Ora le cose stanno cambiando: c’è un progetto di legge in Parlamento fatto dalla
cooperazione spagnola per la cooperazione agricola. Però non c’è un
quadro legislativo di riferimento cooperativo.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
199
CANTIERE LEGISLATIVO, PRESTO L’IMPRESA SOCIALE
Communitas: Però lo stanno ricostruendo...
Marzocchi: Si sta tornando all’idea della cooperativa ripartendo dal
basso, cioè dal principio collaborativo delle persone. Un risultato
possibile solo se si è interiorizzata una idea di democrazia. Cosa che
sta avvenendo nella società.
Communitas: Un passaggio cruciale.
Marzocchi: Assolutamente. Uno dei problemi di fondo nella società
albanese è il seguente: transitare dalla fase attuale, in cui la riconquistata libertà è vissuta più come possibilità di fare ciò che si vuole, alla
fase in cui il concetto di libertà significa fare ciò che si può nell’ambito di una logica di democrazia e di partecipazione al bene comune. In questo momento in Albania c’è solo la cultura del bene privato. Basta vedere come si sta sviluppando dal punto di vista urbanistico. La pianificazione urbanistica non viene fatta sia perché c’è un
rifiuto dell’idea di avere una direttiva centralistica, sia perché in questo momento si pensa che coi i soldi si possa fare tutto quello che si
vuole. Un approccio ancora immaturo di una società che deve ancora fare il passo successivo, cioè andare verso il bene comune. Anche
le ong devono sentirsi responsabili di promuovere questo cambiamento.
Communitas: Quindi possono svolgere un ruolo di avanguardia rispet-
to a questo percorso di maturazione?
Marzocchi: Certo. Il fatto di essersi fatte carico dei problemi dei più
diseredati le ha rese consapevoli dell’idea del bene comune. Già lo
stanno materialmente praticando. Devono comprenderlo come scelta politica e quindi come modello culturale. In questo sono sostenute anche dalla direttiva dell’Unione Europea sull’impresa sociale. Lì
possono trarre una indicazione importante: ovvero che la scelta dell’impresa sociale non ha solo a che fare con la protezione sociale, ma
anche e forse soprattutto con il modello di sviluppo. Nel senso che
può aiutare a costruire una democrazia economica in cui ci sia un
200
FRANCO MARZOCCHI
effettivo pluralismo delle imprese, in cui il modello capitalistico non
sia esclusivo ma possa esserci la compresenza, a pari dignità e con
pari opportunità, del modello capitalistico e di quello non profit.
COMMUNITAS 45 - IL MARE CORTO •
201
Elisabetta Belloni
Ministro plenipotenziario al Ministero degli Esteri. Laureata in Scienze politiche alla Luiss di
Roma il 26 novembre 1982 è la prima donna ad arrivare ai vertici della macchina diplomatica del
nostro ministero degli Esteri. Per due anni ha fatto una full immersion in storia diplomatica, economia politica e diritto internazionale, le tre materie cardine per vincere il difficile concorso per
entrare nel mondo delle feluche. Il primo febbraio del 1985 è entrata di diritto alla Farnesina.
Oggi, la Belloni, già capo dell'Unità di crisi del Ministero degli Esteri, è dal luglio 2008 direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) della Farnesina
COMMENTO
NON PIÙ BENEFICIARIO
MA PAESE PARTNER
Il Protocollo firmato ad aprile 2010 è
ancora un atto di Cooperazione allo sviluppo, ma può essere visto come un
passo significativo per una stagione di
nuovi rapporti tra due Paesi europei
particolarmente vicini. Fare cooperazione
non significa assistere un Paese
all’infinito. Il caso Albania lo dimostra.
di Elisabetta Belloni
direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs)
della Farnesina dialogo con Maurizio Regosa
«L
’ Albania non è più solo un beneficiario degli aiuti, è un partner con il
quale si possono condividere molte altre
cose», sottolinea il ministro plenipotenziario
Elisabetta Belloni, a capo della Direzione
generale per la Cooperazione allo sviluppo:
«Il Protocollo firmato ad aprile 2010 è quindi
ancora un atto di Cooperazione allo sviluppo
ma può essere visto come un primo passo
significativo per un nuovo rapporto tra due
Paesi europei particolarmente vicini, e non
solo geograficamente». Un rapporto, quello
fra Italia e Albania, di lungo corso, inaugurato circa vent’anni fa e che ha prodotto risultati molto significativi, come testimonia il
ministro in questa intervista.
L’ITALIA DEGLI IMPOVERITI
Communitas: Potremmo partire da un bilancio sui vent’anni di interventi
della Cooperazione italiana in Albania.
Elisabetta Belloni: La transizione albanese è iniziata alla fine degli anni
80 e già nei primi anni 90, subito dopo la caduta del regime, la
Cooperazione italiana è intervenuta in Albania con un programma di
emergenza che si è poi trasformato in assistenza alle amministrazioni
per la riabilitazione di alcuni servizi essenziali. Come ricorderà, alla fine
degli anni90 si è ricaduti in una grave crisi causata dal crollo delle cosiddette “piramidi finanziarie” che ha determinato nostri nuovi interventi
di emergenza a fianco delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. In
quegli anni assieme ad altre istituzioni italiane abbiamo avviato un forte
rapporto di cooperazione con le autorità albanesi che si è via via consolidato nel tempo. Sulla base di questo rapporto, nel 2002 si è negoziato
e firmato un Protocollo di cooperazione allo sviluppo che definiva un
nuovo importante impegno italiano, determinante per ripristinare alcuni servizi di base e rafforzare quelle capacità amministrative e gestionali che si erano indebolite nei forti cambiamenti accaduti in quegli anni.
Communitas: Grazie al Protocollo quali iniziative sono state realizzate?
Belloni: Siamo intervenuti a fianco delle autorità albanesi prioritaria-
mente nel settore elettrico migliorando la rete elettrica nazionale, l’interconnessione con la rete europea e la capacità gestionale degli enti preposti alla trasmissione e distribuzione di energia. Abbiamo fatto importanti investimenti nel settore idrico, assicurando l’approvvigionamento
di acqua alla città di Tirana, e abbiamo contribuito con la Bei, Ebrd e la
Banca mondiale a ripristinare il sistema dei trasporti. Abbiamo finanziato la costruzione di scuole, poliambulatori, creato laboratori di informatica per le scuole superiori, avviato un programma di rete telematica
e di servizi per l’università, riabilitato quartieri periferici a Tirana e
Valona, realizzato la prima discarica di rifiuti con standard europei, riorganizzando anche la gestione dei rifiuti nella capitale, abbiamo assistito
le fasce più deboli della popolazione, si è lavorato con le donne oggetto
di violenza domestica, per i bambini disabili e sordomuti, per i portato-
204
MARCO REVELLI
ri di handicap, i tossicodipendenti, con gli emigranti di ritorno, insomma siamo intervenuti con importanti investimenti e non a caso siamo
tuttora il primo donatore bilaterale in Albania. Non abbiamo fatto certamente tutto da soli. Come è ben emerso nelle giornate di Tirana dedicate al ventennale della Cooperazione italiana, in tutti questi anni si è
lavorato con le autorità locali e la società civile, le università e i centri di
ricerca, con le ong, le Regioni, le Province, le municipalità, le imprese, le
altre amministrazioni e i moltissimi soggetti italiani che si sono mobilitati per aiutare, sostenere e affiancare la popolazione, le istituzioni, il
settore privato e le autorità albanesi nel ripristinare nel Paese quelle condizioni di base indispensabili per creare una crescita costante e, più in
generale, per avviare un processo di sviluppo che penso sia oggi considerato significativo ed anche unico nell’area balcanica.
Communitas: Il nuovo Protocollo tra Italia ed Albania firmato ad aprile di
quest'anno dal ministro Frattini è una nuova tappa di una lunga amicizia o
è la fase finale degli aiuti italiani allo sviluppo di questo Paese?
Belloni: La crescita economica albanese degli ultimi anni ci ha permesso di mettere a punto un Protocollo che non solo ponesse attenzione a
settori ritenuti importanti da entrambi i Paesi, come lo sviluppo del settore privato, l’agricoltura e il sostegno ai servizi sociali, ma che fosse
parte integrante e contributo attivo al processo di integrazione europea.
Ricordo a questo proposito che la Cooperazione italiana è stata il “facilitatore” europeo in Albania per l’applicazione della Divisione del
Lavoro tra Paesi membri e EU. Oggi l’Albania non è più solo un beneficiario degli aiuti, è un partner con il quale si possono condividere molte
altre cose. Il Protocollo è quindi ancora un atto di cooperazione allo sviluppo ma può essere visto come un primo passo significativo per un
nuovo rapporto tra due Paesi europei particolarmente vicini, e non solo
geograficamente. Vede, fare cooperazione allo sviluppo non vuol dire
assistere un Paese all’infinito. Il caso dell’Albania può essere interessante da analizzare in questo senso e penso che l’Italia abbia avuto un ruolo
molto importante nell’accompagnare lo sviluppo di questo Paese.
COMMUNITAS 40 - IL LAVORO DELLA CRISI •
205
L’ITALIA DEGLI IMPOVERITI
Communitas: Nel Protocollo firmato con le autorità albanesi si prevede un
contributo della Cooperazione italiana nello sviluppo del settore privato, in
agricoltura e nei settori sociali, ma interessarsi di sviluppo del settore privato
non è forse in contraddizione con i tradizionali ambiti di intervento della
cooperazione allo sviluppo?
Belloni: Oramai da tempo si è consapevoli che il settore privato e i suoi
investimenti sono i veri motori della crescita; quest’ultima, se unita ad
una buona governance, è una condizione indispensabile per creare sviluppo. È necessario quindi contribuire per costruire un contesto in cui il
settore privato possa trovare le condizioni per fare questi investimenti.
Ecco, vede, soprattutto nei Paesi in transizione, come sono molti Paesi
nell’area mediterranea, penso che la cooperazione allo sviluppo abbia la
funzione di coadiuvare le autorità locali per creare questo contesto. Non
dimentichiamoci che anche la riduzione delle contraddizioni sociali
interne ad una società facilita la creazione di quell’ambiente favorevole
così necessario agli investimenti. Sulla base della Divisione del Lavoro,
di cui ho accennato prima, l’Italia ha avuto l’incarico di essere lead donor
nello sviluppo del settore privato in Albania; questo vuol dire che la
Cooperazione italiana è il primo interlocutore per il governo albanese
per quanto riguarda i progetti finanziati in questo settore dall’Unione
Europea e dai Paesi membri.
Communitas: Una nomina che riconosce anche il ruolo svolto dall’Italia...
Belloni: Questo ruolo ci è stato assegnato grazie soprattutto al nostro
impegno in questo settore negli ultimi anni; impegno che è stato recentemente confermato anche nell’ultimo Protocollo con un incremento
per la linea di credito a favore delle piccole e medie imprese albanesi di
20 milioni di euro, che porta a 50 milioni di euro le disponibilità totali
per questa linea. Mi creda, favorire lo sviluppo delle Pmi vuol dire creare posti di lavoro, far emergere settori produttivi considerati informali,
sostenere le economie locali, contribuire a ridurre l’esodo dalle zone
rurali e interne verso le città principali e verso altri Paesi, migliorare l’accesso ai sistemi finanziari e di credito, migliorare le produzioni e le tec-
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MARCO REVELLI
nologie utilizzate. Tutto questo mi sembra che sia un ottimo contributo allo sviluppo di un Paese, e su questo la Cooperazione italiana può
fare molto.
Communitas: E per quanto riguarda la governance locale pensa che la
Cooperazione italiana abbia qualcosa da dire ai Paesi in via di transizione?
Belloni: Se parliamo di governance non possiamo non ricordare la grande esperienza italiana sullo sviluppo locale e penso che quanto è emerso
durante gli incontri di Tirana - a cui, ricordo, hanno partecipato le più
autorevoli personalità italiane in questo campo - sia un buon punto di partenza per riflettere ed analizzare su quale potrebbe essere il contributo
delle esperienze tipicamente italiane sullo sviluppo locale e quanto noi
stiamo facendo a livello internazionale. Vorrei sottolineare inoltre che noi
operiamo per creare condizioni di buona governance a livello locale in
stretta collaborazione con le ong e con la cooperazione decentrata che
sono gli interlocutori naturali della società civile e delle autonomie locali
dei Paesi beneficiari. Queste ultime sono due principali componenti per
assicurare una crescita delle capacità di governance a livello locale.
Communitas: Con i tagli dei fondi che ha subìto la Cooperazione italiana
pensa che sia ancora possibile intervenire dall’Africa ai Balcani, dall’Asia al
Sud America, alle aree di crisi? Non è il tempo di fare delle scelte?
Belloni: I soldi a disposizione sono pochissimi e vanno usati con molta
attenzione e in modo selettivo. Dobbiamo cambiare il modo di fare cooperazione adeguando anche gli strumenti legislativi e normativi. Si devono fare delle scelte sia settoriali sia geografiche, per non rischiare di perdere d’incisività ed efficienza nella nostra azione. Penso che dobbiamo
concentrare la nostra attenzione soprattutto sul bacino del Mediterraneo
e sull’Africa, oltre alle aree di crisi. Dobbiamo accorciare la nostra rete
d’interventi, per essere incisivi in aree a noi più vicine, accettando e confrontandoci con una globalizzazione “a medio raggio”, come direbbe Aldo
Bonomi è emerso anche durante le giornate di Tirana per i vent’anni della
Cooperazione Italiana in Albania. Stiamo lavorando per questo.
COMMUNITAS 40 - IL LAVORO DELLA CRISI •
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