la crisi finanziaria 2007/20091 - Università degli Studi di Bergamo

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la crisi finanziaria 2007/20091 - Università degli Studi di Bergamo
LA CRISI FINANZIARIA 2007/20091
“Quando la musica si fermerà, la situazione sarà complicata, in termini di liquidità. Ma finché l'orchestra
suona, noi continuiamo a ballare”, Chuck Prince, CEO Citigroup, luglio 20072
1
Sulla crisi finanziaria si consigliano i seguenti testi: Galbraith J.K., Il Grande crollo
, Bur,
2003; F. Giavazzi-A. Alesina, La crisi. Può la politica salvare il mondo?, Il Saggiatore, 2008 , Shiller R.,
, Egea, 2008, G. Sapelli, La crisi
Finanza Shock, come uscire dalla crisi dei mutui subprime
economica mondiale, Bollati Boringhieri, 2009; Vitale M., Oltre la crisi, 2010; Lezioni per il futuro, le idee
per battere la crisi,
2
Il Sole 24 Ore, 2009
Dichiarazione di Chuck Prince – CEO di Citigroup - al Financial Times, luglio 2007. Charles O.
"Chuck" Prince, III (born January 13, 1950) is an American former chief executive officer (CEO) and
chairman of Citigroup. He succeeded Sandy Weill as the CEO of the firm in 2003, and as the Chairman of
the Board in 2006.[On November 4, 2007 he retired from both his CEO and chairman duties due to
unexpectedly poor 3rd quarter performance, mainly due to CDO and MBS related losses, while still
receiving a $38m pay package. In 2008, Fortune named Charles Prince as one of eight economic leaders
"who didn't [see] the crisis coming", noting his overly optimistic statements in July 2007. In January 2009
Guardian City editor Julia Finch identified him as one of twenty five people who were at the heart of the
financial meltdown. Fonte: Wikipedia
“Il salvataggio delle banche con soldi pubblici è socialismo per i ricchi”, Jim Rogers3
“Very intelligent and informed persons were at no advantage over cabdrivers in their predictions. Nobody
knew anything, but elite thinkers thought that they knew more than the rest because they were elite
thinkers”, Nassim N. Taleb4
“L’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”, John Kenneth
Galbraith5
“Yacht: nel porto di New York: “guarda, quelli sono gli yacht dei banchieri e dei brokers!”. E dove sono
ormeggiati gli yacht dei clienti?” chiede il turista ingenuo.6
3
James B. Rogers, Jr. (Wetumpka, 19 ottobre 1942) è un imprenditore, investitore statunitense, oltre che
docente universitario, analista finanziario ed autore di diversi libri del settore. Ha inoltre fondato la
Quantum Group of Funds (fondata insieme a George Soros) e l'indice Rogers International Commodities
Index. Fonte Wikipedia. Si consiglia la lettura di Investment biker. Around the world with Jim Rogers,
Random House, 1995
4
Tratto da N.N. Taleb, The Black Swan, p. 14
John K. Galbraith, (1908 –2006) è stato un economista canadese naturalizzato statunitense nel 1937, fra
i più celebri e influenti del suo tempo. Si consiglia la lettura di L’Economia della truffa, Rizzoli, 2004; La
cultura dell'appagamento, Rizzoli, 1993; Breve storia dell'euforia finanziaria, Rizzoli, 1991
6
Tratto da Il Dizionario del Diavolo, Nextam Partners, citato; si consiglia la lettura di Fred Schwed Jr,
Where are the customers’ yachts?, Jonh Wiley and Sons, 1995
5
Kindleberger7
nel
definire le crisi finanziarie spiegò
che assomigliano a una bella donna:
difficili da definire ma riconoscibili
quando si incontrano.
Minsky8
ritenne che il sistema finanziario fosse intrinsecamente instabile,
fragile ed esposto alle crisi: “il sistema finanziario ha una inclinazione al disastro”.
L’economista attribuì grande importanza alla struttura del debito come causa di difficoltà
7
Kindleberger C.P., Euforia e panico. Storia delle crisi finanziarie
, Laterza, 1981; Charles
Poor "Charlie" Kindleberger (1910 – 2003) was a historical economist and author of over 30 books. His
1978 book Manias, Panics, and Crashes, about speculative stock market bubbles, was reprinted in 2000
after the dot-com bubble.
8
Minsky H.P., Financial Instability Hypothesis; http://www.levy.org/pubs/wp74.pdf; Hyman Philip
Minsky ( 1919 – 1996), was an American economist and professor of economics at Washington University
in St. Louis. His research attempted to provide an understanding and explanation of the characteristics of
financial crises. Minsky was sometimes described as a post-Keynesian economist, because, in the
Keynesian tradition, he supported some government intervention in financial markets and opposed some of
the popular deregulation policies in the 1980s, and argued against the accumulation of debt.
finanziaria, specialmente nel caso di debiti contratti per speculare sull’acquisto di beni da
rivendere successivamente. I più influenti studiosi delle crisi, come Kindleberger e
Minsky, hanno cercato di ricondurle a un unico schema9: gli investitori sono attratti verso
attività patrimoniali (azioni o terreni o case) nella convinzione che i prezzi aumentino.
L’euforia legata al continuo e persistente aumento dei prezzi autorealizza la convinzione.
Quando i prezzi si stabilizzano o iniziano a scendere, si affollano all’uscita come gli
spettatori che fuggono da un cinema in fiamme e causano un crollo precipitoso dei prezzi,
che porta a un contagio di sfiducia e incertezza che colpisce l’intera economia. Ciocca10
conclude che le crisi sono “da ultimo riconducibili all’ingovernabilità delle aspettative e
delle decisioni di investimento”.
Una ottima analisi delle cause delle crisi è stata effettuata dalla Banca d’Italia11 e come
tale la riportiamo.
Il fatto che la crisi sia stata innescata in un segmento del mercato finanziario, quello
dei mutui subprime12 negli Stati Uniti, e che nelle sue prime tre fasi, seguendo la
cronologia della Banca dei Regolamenti Internazionali, abbia interessato principalmente
mercati e intermediari finanziari, ha, almeno inizialmente, messo in secondo piano il
ruolo dei gravi squilibri macroeconomici che si erano accumulati nei due decenni scorsi.
Vi è, tuttavia, ormai piena consapevolezza che la crisi ha potuto propagarsi in modo
così diffuso e con tanta intensità perché l’economia mondiale negli ultimi due decenni era
9
Il grafico a fianco è tratto da Galimberti G., Economia e pazzia, Laterza, 2002, pag. XIV Introduzione
Ciocca P., Crisi Economica e finanziaria, in Enciclopedia delle scienze sociali, Istituto dell’Enciclopedia
Itliana, 1992
11
Tarantola A.M., Banca e Mercato, quali prospettive?, Courmayeur, 25-26 settembre 2009, p. 4, 5, 10.
10
12
Subprime, o "B-Paper", "near-prime" o "second chance" sono quei prestiti che vengono concessi ad un
soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella
sua storia di debitore. I prestiti subprime sono rischiosi sia per i creditori sia per i debitori, vista la
pericolosa combinazione di alti tassi di interesse, cattiva storia creditizia e situazioni finanziarie poco
chiare, associate a coloro che hanno accesso a questo tipo di credito. La tipologia subprime comprende
un'ampia varietà di strumenti di credito, quali i mutui subprime, i prestiti d'auto subprime, le carte di
credito subprime. Un'attività subprime si qualifica prevalentemente per lo stato della parte debitrice. Un
mutuo subprime è, per definizione, un mutuo concesso ad un soggetto che non poteva avere accesso ad un
tasso più favorevole nel mercato del credito. I debitori subprime hanno tipicamente un basso punteggio di
credito e storie creditizie fatte di inadempienze, pignoramenti fallimenti e ritardi. Poiché i debitori
subprime vengono considerati ad alto rischio di insolvenza, i prestiti subprime hanno tipicamente
condizioni meno favorevoli delle altre tipologie di credito. Queste condizioni includono tassi di interesse,
parcelle e premi più elevati. In risposta alla crescente crisi dell'industria statunitense dei mutui ipotecari
subprime, centinaia di migliaia di debitori sono stati costretti all'insolvenza e per molte compagnie
prestatrici è stata presentata istanza di bancarotta.
sì cresciuta a ritmi elevati, ma in presenza di squilibri persistenti e di ampia portata che
l’avevano resa particolarmente fragile e vulnerabile al mutare delle condizioni reali e
finanziarie: i) una persistente carenza di risparmio in alcuni tra i principali paesi
sviluppati, cui avevano fatto riscontro ampi disavanzi nella bilancia dei pagamenti
finanziati con capitali provenienti dal resto del mondo, inclusi i paesi emergenti; ii) le
politiche monetarie accomodanti che avevano consentito in più paesi una crescita
eccessiva degli aggregati creditizi e il conseguente aumento del grado di indebitamento
delle famiglie e di alcune categorie di intermediari non bancari; iii) l’accresciuta
disponibilità di strumenti e intermediari finanziari nuovi e complessi che hanno
moltiplicato gli effetti della liquidità immessa nel sistema, contribuendo a mantenere su
livelli anormalmente bassi tassi di interesse, volatilità e costi di protezione
dall’insolvenza.
La sostenibilità di questi squilibri è stata per lungo tempo resa possibile dal
contemporaneo sviluppo di un’imponente architettura finanziaria. Misure quantitative
della crescita ipertrofica della finanza rischiano di sottostimare la portata di questi
fenomeni, in quanto le statistiche faticano a fotografare tempestivamente le innovazioni.
Alcune cifre possono comunque fornire una indicazione di massima. Tra il 1995 e il 2007
il rapporto tra attività finanziarie e prodotto interno lordo è salito da 7,1 a 10,7 negli Stati
Uniti, da 10,8 a 18,2 nel Regno Unito, da 6,0 a 10,5 nei quattro principali paesi dell’area
dell’euro. Una parte significativa di questo aumento è riconducibile ai movimenti di
capitale transnazionali. La globalizzazione della finanza è 5 proceduta a un passo più
rapido di quella degli scambi commerciali, che pure sono cresciuti in misura cospicua. I
sistemi finanziari sono diventati sempre più integrati attraverso due canali. Da un lato
l’abbattimento delle barriere al movimento dei capitali da parte di numerosi paesi (si
pensi ad esempio a quelli che sono passati da economie pianificate a economie di
mercato) ha ampliato notevolmente l’interdipendenza dei mercati finanziari. Dall’altro si
sono formati intermediari finanziari, gruppi bancari o conglomerati, di grandi dimensioni
la cui attività è ramificata in più paesi e in diversi casi in più continenti.
L’espansione e la globalizzazione della finanza hanno accompagnato, e per certi versi
reso possibile, un periodo assai prospero per l’economia mondiale. Per oltre un decennio
la mobilità dei capitali ha contribuito allo sviluppo di aree del mondo e di popoli prima di
allora esclusi da progresso economico e dal benessere. Il basso costo del lavoro nei paesi
emergenti ha consentito alle economie dei paesi avanzati di godere di un periodo di
crescita elevata e di bassa inflazione.
Nel clima di ottimismo che si è generato, non si è prestata sufficiente attenzione
finanziari13; la ricerca di profitti
all’opacità di molti dei nuovi strumenti
di breve periodo ha condotto a una generalizzata sottovalutazione dei rischi e a una forte
sopravvalutazione delle attività finanziarie e immobiliari. In questo contesto di diffusa,
potenziale fragilità, l’integrazione finanziaria ha fatto sì che una crisi “locale” come
quella dei prestiti subprime, di per sé circoscritta a un segmento limitato del mercato
finanziario statunitense, si propagasse ai mercati dei capitali del mondo intero,
tramutandosi infine in una crisi economica dalla dimensione globale.
La crisi ha mostrato che l’architettura della nuova finanza aveva alcune debolezze
strutturali
dirompenti.
In
primo
luogo,
nella
ridistribuzione
dell’attività
di
intermediazione tra banche e mercati, gli incentivi alla massimizzazione del profitto si
sono scissi da quelli necessari a una prudente gestione dei rischi. In secondo luogo, le
complesse tecniche quantitative di misurazione dei rischi sviluppate dall’industria
finanziaria si sono rivelate estremamente fragili e inadeguate alla complessità della realtà
economica. Ma è soprattutto nell’ambito della regolamentazione e della supervisione che
in diversi paesi sono emerse gravi debolezze nel controllo dei rischi, sia microeconomici
sia sistemici: non sono stati sottoposti a regolamentazione intermediari potenzialmente
13
Attraverso la cartolarizzazione gli intermediari hanno potuto vendere i titoli rappresentativi di mutui
subprime. La cartolarizzazione è la cessione di attività o beni di una società definita tecnicamente
originator, attraverso l'emissione ed il collocamento di titoli obbligazionari. Il credito viene ceduto a terzi,
e il rimborso dovrebbe garantire la restituzione del capitale e delle cedole di interessi indicate
nell'obbligazione. Se il credito diviene inesigibile, chi compra titoli cartolarizzati perde sia gli interessi che
il capitale versato. Per lo più i beni ceduti sono costituiti da crediti, tuttavia possono essere immobili,
contratti derivati o altro. I beni vengono ceduti a società-veicolo (SPV, società cessionaria abilitata ad
emettere i titoli in cui sono incorporati i crediti ceduti) che ne versano al cedente il corrispettivo economico
ottenuto attraverso l'emissione ed il collocamento di titoli obbligazionari. Le obbligazioni emesse sono
divise in classi a seconda del rating (AAA,AA,BBB,BB etc.. fino alla partecipazione azionaria), con un
merito creditizio che è minore quanto più è alto il livello di subordinazione nella restituzione del debito
obbligazionario.
sistemici, prodotti e tecniche operative molto rischiose, così come il sistema finanziario
“ombra” che si era venuto sviluppando e la crescita eccessiva del grado di leverage; è
stato consentito alle banche di operare con deboli strutture di governance e politiche di
remunerazione distorte, con disponibilità di capitale insufficiente a coprire tutti i rischi
assunti.14
14
Gli economisti parlano di “cattura” del regolatore da parte del regolato. La cattura del regolatore si
verifica quando il regolatore si identifica con i regolamentati facendosi carico dei loro interessi. E' favorito
dalle "porte girevoli", quando un dipendente del regolatore passa a lavorare per il regolato portandosi il suo
bagaglio di esperienze ma anche di conoscenze, relazioni, amici, debiti e crediti. Il Ministro del Tesoro
degli Stati Uniti H. Paulson (July 2006, Jan 2009) è stato in precedenza Chairman e CEO di Goldman
Sachs. In 2004, at the request of the major Wall Street investment houses—including Goldman Sachs, then
headed by Paulson—the U.S. Securities and Exchange Commission agreed unanimously to release the
major investment houses from the net capital rule, the requirement that their brokerages hold reserve
capital that limited their leverage and risk exposure. The complaint put forth by the investment banks was
of increasingly onerous regulatory requirements—in this case, not U.S. regulator oversight, but European
Union regulation of the foreign operations of US investment groups. In the immediate lead-up to the
decision, EU regulators also acceded to US pressure, and agreed not to scrutinize foreign firms' reserve
holdings if the SEC agreed to do so instead. The 1999 Gramm-Leach-Bliley Act, however, put the parent
holding company of each of the big American brokerages beyond SEC oversight. In order for the
agreement to go ahead, the investment banks lobbied for a decision that would allow "voluntary"
inspection of their parent and subsidiary holdings by the SEC. Si consiglia la lettura di I nodi al pettine,
Marco Onado, Laterza, 2009
Sempre sulla “cattura” si segnala la seguente dichiarazione
del Senatore democratico US Mr Dodd: “Banks will no longer be able to shop for the weakest regulator”,
in Banks bill seeks to strip Fed of powers, Financial Times, 11 novembre 2009
Politiche di remunerazione del top management15 eccessivamente collegate ai risultati di
breve periodo non corretti per il rischio e determinate senza un adeguato coinvolgimento
degli organi sociali hanno spinto ad assumere rischi eccessivi. Per una loro
regolamentazione, sono state avviate numerose iniziative in diverse sedi: il Financial
Stability Board ha emanato alcuni principi di carattere generale volti a disciplinare i
meccanismi di determinazione delle remunerazioni delle istituzioni finanziarie a valenza
sistemica, che sono stati approvati dal G-20; sta lavorando a una serie di iniziative per
dare un contenuto concreto all’attuazione di tali raccomandazioni; la Commissione UE ha
presentato una proposta di modifica della direttiva sui requisiti di capitale delle banche
per introdurre criteri di determinazione della politiche di remunerazione maggiormente
collegati agli obiettivi di lungo periodo e per rafforzare le modalità di controllo a
disposizione delle autorità; in numerosi paesi sono allo studio ipotesi di interventi ad
hoc.”
Un’altra interessante disanima della crisi è proposta da alcuni gestori italiani
indipendenti16.
15
Forte è la polemica sui bonus ai banchieri, i quali anche nel 2009, dopo avere avuto gli aiuti di Stato, si
pagano bonus non giustificabili. M. Vitale faceva notare in tempi insospettabili – 2001 –come “Molti di
questi super-manager, che si pagano stipendi da miliardi di dollari l’anno, sono dei ladri” in Sviluppo e
spirito d’impresa, cit., pg. 127. Per approfondimenti sulle politiche di retribuzione scriteriate e i bonus si
veda G. Sapelli,
La crisi economica globale, Bollati Boringhieri, 2009; G. Dragoni, G.
Meletti, La paga dei padroni, 2008
Feltrinelli, 2003.
16
; M. Mucchetti , Licenziare i padroni,
Gentili C., Michahelles A., Ricolfi N., in Visentini G., Società per azioni e mercato finanziario, Nextam
Partners, 2009
“Se dovessimo dare un nome alla crisi finanziaria che stiamo attraversando, potremmo
scegliere tra una ristretta lista di possibilita’ derivati, deregolamentazione, avidita’.
E’ certo infatti che l’enorme ammontare di titoli cosiddetti tossici emessi e detenuti dalle
istituzioni finanziarie di tutto il mondo e’ il problema contabile e patrimoniale che le
autorita’ e i mercati hanno oggi davanti. Cioe’ un ammontare quasi ingestibile di titoli
derivati il cui valore e’ piu’ vicino allo zero che al prezzo di emissione. Ai titoli tossici ci
si e’ arrivati in virtu’ di una regolamentazione che ha permesso la proliferazione a
dismisura di titoli le cui caratteristiche sono l’illiquidita’ e il non essere quotati, ovvero
due caratteristiche che cozzano
radicalmente con l’azione che le autorita’ di vigilanza dovrebbero compiere: favorire gli
scambi, la loro trasparenza e la liquidita’ del mercato.
Ma perche’ si e’ arrivati ai titoli tossici? Per l’avidita’ di chi li emetteva (e continua ad
emetterli, impunito, come se nulla fosse cambiato nel fratempo) e di chi li distribuiva,
remunerato sempre i sulla base dei volumi collocati e mai sulle performance realizzate
dai titoli stessi.
Dovendo riassumere le ragioni che hanno spinto le istituzioni finanziarie a creare il
fenomeno dei derivati dovremmo risalire alla valutazione borsistica dei titoli bancari e ai
boni he ad essi erano commisurati. A partire dalla meta’ degli anni ‘90 sono stati presi
come esempio alcuni parametri di reddititivita’ che alcune ottime banche globali o alcune
piccole banche regionali potevano vantare. In particolare ci si e’ concentrati sui ritorni sul
capitale proprio (ROE) di quei virtuosi e rari soggetti che rimaneva stabilmente sopra il
20%, anno dopo anno. Qualcuno ha pensato di indicare all’intero sistema finanziario quei
campioni come un obiettivo da raggiungere per tutti. E’ nata cosi’ quella che possiamo
chiamare “la menzogna del ROE” cioe’ l’idea che tutte le banche potessero raggiungere
un livello di redditivita’ superiore alla media dell’industria e soprattutto superiore alla
media dell’economia stessa. Questo obiettivo ambizioso nascondeva una vera e propria
contraddizione in termini, oggi finalmente evidente a tutti (sarebbe come se gli impiegati
pretendessero di guadagnare di piu’ del salario medio). Per realizzare “la menzogna del
ROE” le banche avevano una via che la normativa ha incomprensibilmente favorito,
ovvero quella di espandere quasi illimitatamente i propri bilanci tramite l’uso di
cartolarizzazioni che consentivano di disperdere nel mercato rischi che altrimenti
sarebbero rimasti concentrati nelle mani di ogni singola banca consentendo alle
istituzioni bancarie di realizzare un’allocazione apparentemente “piu’ efficiente” del
capitale. Alcune istituzioni bancarie hanno cosi’ realizzato un indebitamento pari a 50
volte il proprio capitale. Ma anche qui si e’ incorsi nella seconda grande menzogna di
questo decennio ovvero la “diversificazione del rischio”, come se si trattasse della
panacea di ogni male e di ogni rischio intrapreso. L’illusione di aver distribuito il rischio
in capo ad una molteplicita’ di soggetti la si scopre in questi mesi quando e’ evidente a
tutti che i titoli derivati, utilizzati per diversificare i rischi, sono tutti nelle mani della
stessa industria, quella bancaria e finanziaria.”
Fonte: Corriere Economia, 19 ottobre 2009
Fonte: La Repubblica, 14 agosto 2009
Sulle regole ci permettiamo di dire
che il mercato non è assenza di
regole, come alcuni sembrano ritenere, non è un vuoto, riempito solo dalle azioni dei
singoli che sono mossi dal loro tornaconto. Il mercato è un complesso prodotto giuridico
e istituzionale, frutto di un’evoluzione plurisecolare.17
Lo stesso Adam Smith pensava che la mano invisibile del mercato avesse bisogno di una
forte mano visibile dello Stato: come quadro garante e sostenitore del mercato e
correttore dei suoi guasti.18
Wicksell1920 restò essenzialmente un sostenitore della libera concorrenza, ma tutt’altro
che del lasciar fare. Egli sottolineò con enfasi le condizioni esterne che dovevano essere
assicurate se si voleva che la libera concorrenza producesse effetti economici e sociali
positivi.
L’analisi delle cause dell’attuale crisi si è combinata con le crisi avvenute nel secolo
scorso e in particolare la crisi del 1929 (sotto alcune foto dell’Archivio Alinari-Firenze).
17
Labini P.S., La crisi italiana, Laterza, 1995
Ruffolo G., Cuori e denari, Einaudi, 1999
19
Ruffolo G., ibidem
18
20
Johan Gustaf Wicksell (1851 –1926) è stato un economista svedese.
Si sente in continuazione parlare di Exit Strategy. Chiariamo di cosa si tratta. An exit
strategy is a means of escaping one's current situation, typically an unfavourable
situation. L’espressione è usata per indicare, in cima all’agenda del G-20, le traiettorie e
le misure che I governi e le banche centrali dovranno adottare, dopo aver creato fiumi di
liquidità e tinto di rosso i bilanci pubblici. Visto che le banche centrali (con politiche
monetarie accomodanti e acquisti di titoli sui mercati) e i governi di tutto il mondo (con
ingenti aiuti alle banche, vedi il TARP21 statunitense) hanno inondato i mercati di
liquidità per accelerare l’uscita dalla più grande Crisi dopo il 1929-1933, è necessario un
coordinamento delle politiche dirette a “togliere quello che si è dato”, ossia assorbire la
liquidità in eccesso presente sui mercati, in primis per le banche centrali procedere alla
vendita di titoli comprati con politiche non convenzionali.22 Il Trattato di Maastricht
prevede che gli Stati membri affrontino le politiche economiche come una questione
21
The Troubled Asset Relief Program (TARP) is a program of the United States government to purchase
assets and equity from financial institutions to strengthen its financial sector. It is the largest component of
the government's measures in 2008 to address the subprime mortgage crisis.
22
Carrer S., L’exit strategy comincia da Tokyo, 31 ottobre 2009: “Il board della Bank of Japan ha
ufficializzato che a dicembre porrà termine all’acquisto di commercial paper e obbligazioni societarie,
mentre non estenderà oltre il prossimo marzo altre operazioni speciali di agevolazione dei finanziamenti
societari.”
comune. Il Trattato di Lisbona23 avrebbe potuto rendere questa affermazione più
concreta.
Draghi24 spiega: “Il Financial Stability Board (FSB) sta avanzando nella definizione di un
nuovo assetto regolamentare che possa consegnarci un sistema finanziario con più
capitale, meno debito, controlli estesi a tutti gli intermediari che possono generare rischio
sistemico, meccanismi per contenere la ciclicità della finanza, sistemi di governo
societario e di remunerazione dei dirigenti volti a contenere gli incentivi all’assunzione di
rischi eccessivi. Insomma, un sistema finanziario più prudente, più stabile, meglio in
grado di sostenere l’economia.”
23
Il Trattato di Lisbona (noto anche come Trattato di riforma) è il trattato redatto per sostituire la
Costituzione europea bocciata dal 'no' dei referendum francese e olandese del 2005. L'intesa è arrivata dopo
due anni di "periodo di riflessione" ed è stata preceduta dalla Dichiarazione di Berlino del 25 marzo 2007,
in occasione dei 50 anni dell'Europa unita, nella quale il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente
del Consiglio dei ministri italiano Romano Prodi esprimevano la volontà di sciogliere il nodo entro pochi
mesi, al fine di consentire l'entrata in vigore di un nuovo trattato nel 2009 (anno delle elezioni del nuovo
Parlamento europeo). Nello stesso periodo nasce a tal fine il cosiddetto "Gruppo Amato", chiamato
ufficialmente "Comitato d'azione per la democrazia europea" (in inglese "Action Committee for European
Democracy" o ACED) e supportato dalla Commissione europea (che ha inviato due suoi rappresentanti alle
riunioni), con il mandato non ufficiale di prospettare una riscrittura della Costituzione basata sui criteri che
erano emersi durante le consultazioni della Presidenza tedesca con le varie cancellerie europee. Il risultato è
stato presentato il 4 giugno 2007: il nuovo testo presentava in 70 articoli e 12 800 parole circa le stesse
innovazioni della Costituzione (che aveva 448 articoli e 63 000 parole) diventando così il punto di
riferimento per i negoziati. Il Consiglio europeo di Bruxelles, sotto la presidenza tedesca, il 23 giugno 2007
raggiunse l'accordo sul nuovo Trattato di riforma.
24
Draghi M., Intervento del Governatore della Banca d’Italia, Giornata Mondiale del risparmio, 29 ottobre
2009
Facciamo nostra la posizione di Wolf25: “Non dobbiamo farci distrarre dall'opposizione
del settore finanziario o dalla rabbia populista. Dobbiamo concentrarci sulla questione
centrale. Gli sforzi per rendere più sicuri i sistemi li hanno resi più rischiosi. Il risultato è
25
Wolf M.
, Il volo della finanza sul nido del cuculo, Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2009.
Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film di Miloš Forman, che ha segnato la storia del cinema nella
trattazione innovativa di un argomento molto delicato come il disagio relativo agli ospedali psichiatrici.
Uscito nel 1975, il film è tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in
italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L'autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario
all'interno del «Veterans Administration Hospital» di Palo Alto, in California. Il film denuncia in maniera
drammatica il trattamento inumano cui sono sottoposti i pazienti ospitati nelle strutture ospedaliere statali,
verso cui vige un atteggiamento discriminatorio alimentato dalla paura dell'aggressività dell'alienato
mentale. Emerge quindi una visione relativista del concetto di follia, tanto che durante il film può nascere il
dubbio se nel manicomio i veri malati siano proprio i pazienti, e non gli infermieri e i medici che li curano
e che hanno anche loro i propri problemi psicologici, più o meno visibili. Si crea quindi un contesto in cui
l'idea di normalità perde notevolmente significato. Si consiglia la visione del fim Qualcuno volò sul nido
del cuculo, con una splendida interpretazione di Jack Nicholson
che oggi non funziona né la disciplina di mercato né la regolamentazione. C'è dunque il
pericolo che questo salvataggio porti a comportamenti ancora più rischiosi e prima o poi,
in un futuro non troppo lontano, a una crisi ancora peggiore. O imponiamo una minaccia
di bancarotta credibile, oppure rendiamo più sicure le banche che dobbiamo sostenere, o ancora meglio - entrambe le cose. Proteggere dal fallimento a tempo indeterminato
società scarsamente regolamentate che fanno complessi giochi d'azzardo è intollerabile.”