Il Territorio in cui vivo. Ambiente, storia, tradizioni, economia.

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Il Territorio in cui vivo. Ambiente, storia, tradizioni, economia.
LABORATORIO
VALORIZZAZIONE
PATRIMONIO
CULTURALE SARDO
Liceo Scientifico Statale
“MICHELANGELO”
Piazza Giovanni XXIII
CAGLIARI
Butega
po s’avaloramentu
de su patrimoniu culturali
de is Sardus
Respunsabili Cristoforo Bozano
Referernte Cristoforo Bozano
Concorso:
Il Territorio in cui vivo. Ambiente,
storia, tradizioni, economia.
Elaborato dalle studentesse Laura Manca, Vanessa
Lucarelli, Milena Marini e Alessandra Montisci.
Classi III, IV, V A del Liceo Michelangelo di Cagliari.
28 Febbraio 2007.
Elaborato dalle studentesse Laura Manca, Vanessa Lucarelli, Milena Marini e Alessandra Montisci.
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Il Comune di Pula, sito sul promontorio occidentale del Golfo
degli Angeli, copre circa 150 kmq, 70 dei quali di montagna; ha
20 km di costa e una popolazione di 10.000 abitanti che sale fino
a 60.000 durante l’estate. È formato da tre entità completamente
diverse: Pula, Nora e Santa Margherita. Per precisare Pula è
situata alla stessa latitudine di San Francisco, Lisbona ed Atene e ha
un clima mediterraneo mite: un’ estate lunga, calda e senza alcuna
precipitazione, un autunno di arcobaleni, un inverno breve e raramente
rigido e una primavera fresca che ammonta i campi di fiori spontanei.
Pula fu fondata nel 1500 ma alle origini della sua nascita vi è Nora, un
sito archeologico molto imponente che venne scoperto per caso ne
1903 dopo una mareggiata che portò alla luce un tophet e numerose
lapidi.
Quaranta anni fa Nora era ridiventata un campo di grano
sormontato da una torre, qualche colonna romana e qualche altro
reperto emerso in superficie: oggi, dopo lunghi scavi, è viva testimonianza della storia dei
Fenici, dei Cartaginesi e dei
Romani i quali ne fecero un
porto attivo ed un centro
internazionale fin dai tempi più
antichi
che
visse
per
un
millennio e mezzo. Nora fu
fondata su un promontorio sito
a 38° 59΄ 13˝ di latitudine Nord
e 3° 26΄ di longitudine Ovest.
Questa
punta
di
terra
è
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triangolare, allargandosi in due punte, una a Sud: Sa punta΄e su coloru, l’altra ad Est: Punta di
Coltellazzo. La base del triangolo, rivolta verso il mare, misura all’incirca 650 m. e la sua
altezza, fino alla strozzatura dell’istmo, è 500 m. Uno stretto istmo che, nel suo punto di
minima ampiezza non supera gli otto metri.
Le più antiche fonti letterarie di Nora, risalgono prevalentemente al periodo romano e sono
relative ai passi da Cicerone, Plinio, Pausania, Polibio e Solino. L’ultimo scrittore
dell’antichità che ricorda il nome di Nora è un cosmografo del ’700, l’anonimo Ravennate, il
quale ci riferisce che in questa località era presente un presidio militare, senza però specificare
se il centro abitato continuava ad esistere. Oltre altri casi sporadici, un’ulteriore notizia si ha Le
Le più antiche fonti letterarie di Nora, risalgono prevalentemente al periodo romano e sono
relative ai passi da Cicerone, Plinio, Pausania, Polibio e Solino. L’ultimo scrittore
dell’antichità che ricorda il nome di Nora è un cosmografo del ’700, l’anonimo Ravennate, il
quale ci riferisce che in questa località era presente un presidio militare, senza però specificare
se il centro abitato continuava ad esistere. Oltre altri casi sporadici, un’ulteriore notizia si hanel
1580 quando Giovanni Fara, uno storiografo sardo, ci descrive con una certa precisione le
rovine di questa città e ci rivela la sua esatta ubicazione. In seguito abbiamo notizie da
viaggiatori dell’800, fra cui ricordiamo Francesco d’Austria Este che parla dei resti
dell’acquedotto, del teatro, di cui contava nove o dieci filari di gradini, e di ruderi di un edificio
termale che si può identificare nelle Terme a mare. Il Barone di Maltzan parla ancora del
teatro, ed inoltre di un’iscrizione del periodo di Teodosio e Valentiniano che ricorda i lavori di
restauro all’acquedotto, trovata riadoperata come gradino della chiesetta di Sant’Efisio, primo
segno della spoliazione cui le strutture della città, ormai abbandonate, furono fatte oggetto sino
dai tempi antichi. Il La Marmora è il primo che da notizie più concrete, fra cui la perimetria del
teatro, mentre il canonico S. Spano di Ploaghe ci parla di Nora poiché le rovine di questa città
furono saccheggiate prima dai tombaroli poi dai muratori che vi prelevarono ingenti quantità di
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pietrame per edificare il vicino paese di Pula. La prima scoperta archeologica di una certa
importanza in questa zona si ebbe nel 1889 in circostanze del tutto fortuite quando, in seguito
ad una tempesta si ebbe una mareggiata tanto forte da penetrare in profondità oltre la spiaggia
dove,
dietro
la
chiesetta
di
Sant’Efisio, mise in luce una parte
del tophet punico. Il Vivant effettuò
l’indagine che restituì una serie di
urne e stele, in parte trasportate al
Museo Archeologico di Cagliari,
mentre una parte di stele fu invece
sepolta nuovamente e fu adoperata
abusivamente come materiale di costruzione. I recentissimi restauri della chiesa condotti
dall’ing. G. Tola della Soprintendenza ai Beni ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di
Cagliari hanno permesso di recuperare alcune stele trovate impiegate nella costruzione degli
edifici adiacenti la chiesa. Negli anni 1891 e 1892 il Nissardi esplorò accuratamente le
necropoli ipogeiche puniche; le tombe a camera restituirono corredi intatti di notevole
importanza, anch’essi conservati presso il Museo cagliaritano. Successivamente, nei primissimi
anni di questo secolo furono condotti scavi sull’istmo, portando alla luce una porzione i area
cimiteriale di età imperiale romana. Nel 1952 la rappresentazione di un dramma dello scrittore
Marcello Serra nei ruderi del teatro, eseguito a cura dell’ESIT, portò ad effettuare uno sterro
per la posa del palcoscenico che mise in luce strutture antiche. La scoperta provocò la
decisione dell’allora Soprintendente alle Antichità della Sardegna prof. Gennaro Pesce, di
iniziare un lavoro sistematico. ciò avvenne con finanziamenti regionali per un cantiere scuola
dove operarono talvolta sino a cinquanta sterratori, guidati da assistenti di scavo e volontari. Lo
scavo si protrasse sino al 1960 scoprendo più di tre ettari di rovine. Da questa data in poi Nora
è stata interessata solo da alcuni saggi alle fortificazioni puniche dell’acropoli, posta sulla
punta del Coltellazzo, da parte del Soprintendente prof. Ferruccio Barreca. Nel 1977 e nel 1982
sono state scavate alcune tombe romane venute fortuitamente alla luce sull’istmo, e, sempre nel
1977, si è proceduto allo scavo integrale delle Terme a mare, effettuando in seguito, limitate
verifiche in alcuni settori della città. Nel 1990 ha avuto inizio la nuova stagione degli scavi. La
Soprintendenza Archeologica di Cagliari, assieme alle università di Genova, Padova, Pisa,
Viterbo e Venezia, ha intrapreso lo scavo di un settore della città non toccato da interventi
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precedenti, individuandolo nell’area compresa tra le Piccole Terme, il cosiddetto macellum e la
recinzione della Marina Militare. Rimane ancora da indagare una parte del centro urbano, sulle
pendici orientali del colle del tempio di Tanit e più oltre nella zona recintata della Marina
Militare.
Nel periodo più arcaico della storia di
Nora, fra X e VII secolo a.C., vi era un
abitato
nuragico
fortificato
che
si
estendeva nel promontorio di Capo
Pula.
Alla
base
della
Torre
del
Coltellazzo a quel tempo sorgeva un
grosso nuraghe il quale, cinto da spesse
cortine
murarie,
dominava
tutto
l’orizzonte del mare per sorvegliare la
sicurezza del villaggio circostante e
delle coste del circondario. Questa
fortezza era raccordata con altri punti elevati della piana di Pula in cui si possono ancora
scorgere i resti consistenti di nuraghi semplici e complessi, tra i quali “Su Cuventeddu”. Il mito
greco racconta che fu Dedalo, il genio d'ingegneria dei tempi arcaici, padre d'Icaro, che, dopo
l'atterraggio sfortunato del figlio, dovuto alla liquefazione delle sue ali, visitò la Sardegna e
insegnò alla gente come costruire i nuraghi. Tutte queste fortificazioni megalitiche dell’agro di
Pula sono inserite in un contesto difensivo molto più ampio che interessa l’intero Sulcis.
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L’antica fortezza nuragica che sorgeva sul promontorio di Capo Pula, per la sua posizione
imprendibile e per la presenza di un sottostante villaggio, costituiva un caposaldo militare di
alta importanza strategica nel tratto che si estendeva da Villa d’Orri a Santa Margherita. Per
quanto riguarda il circostante villaggio nuragico, non si può dire molto perché la campagna di
scavi che è stata operata a Capo Pula lo ha del tutto trascurato, poiché era orientata a porre in
evidenza solo i resti punici e romani.
La costruzione più importante di questa epoca è
probabilmente il pozzo sacro nuragico squadrato e levigato con una precisione formidabile
ubicato quasi ai suoi estremi limiti presso i
resti dell’edificio di epoca romana che è
stato definito “Le Terme a Mare” . Altra
testimonianza
sono
alcuni
fondi
di
capanne e alcuni conci a T trovati nel
tempio di Tanit; si presume che il resto sia
stato completamente spazzato via dalle
fasi edilizie dei successivi periodi storici.
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Fin dai tempi più antichi Nora fu un luogo che favorì l’ancoraggio di differenti civiltà:
Maiorchi, Etruschi, Libici o Cretesi furono i primi ad approdare in questa zona. Furono i
mercanti fenici provenienti da Tiro, Sidone e Ugarit che nel VIII secolo a.C. fondarono Nora
facendone un porto attivo ed un centro di commercio internazionale. Essi furono i protagonisti
di tutte le manifestazioni economiche, sociali e culturali post-nuragiche che interessarono Capo
Pula. Ben presto Nora divenne un punto di vettagliamento lungo la rotta per la Spagna a per
Tartasso, zona ricca di miniere d’argento. Il fatto che un controllo monopolistico straniero
abbia espropriato questa zona ai Sardi, sarebbe testimoniato dal ritrovamento di una stele, un
blocco di arenaria, su cui vi è un’ iscrizione in caratteri fenici che riporta il nome “Sardegna”.
Purtroppo però non si conosce l’esatto testo dell’intera iscrizione poiché numerosi studiosi
orientali che hanno tentato di darne la traduzione ne hanno dato ognuno una versione
differente. Inoltre l’ipotesi che i Fenici abbiano espropriato il territorio di Capo Pula ai Sardi è
confutata dalla presenza in questa località di un saldo sistema indigeno di controllo e di difesa
militare che poteva essere violato ed infranto solo da un’altra organizzazione militare
altrettanto agguerrita, ma non da mercanti come i Fenici. Pertanto è assurdo pensare che i Sardi
abbiano concesso a dei mercanti di fondare una colonia in un punto chiave dal quale dipendeva
il controllo economico, politico e militare dell’intera Isola. Due grandi scrittori del I e II secolo
a.C., Pausània il Periegèta e Caio Giulio Solino, affermano che Nora sarebbe la più antica città
della Sardegna e che il suo nome sarebbe derivato dal suo fondatore, Norace, un mitico eroe
proveniente dalla città di Tartasso e appartenente alla popolazione degli Iberi; il che lascia
aperti due problemi storici, non ancora risolti dagli studiosi. Infatti non si sa se questi Iberi
erano indigeni della penisola Iberica oppure un popolo di stirpe fenicia di ritorno dalla Spagna.
Si pensa, infatti, che i Fenici abbiano spinto la Spagna a fondare la colonia di Nora. È certo che
Nora deriva dalla radice “Nur” che in Sardegna contrassegna numerosi toponimi di origine
nuragica, soprattutto ciò testimonia i rapporti che si intercorrevano fra il popolo nuragico che
abitava questa zona e i Baschi, popolazione proveniente dalle zone settentrionali della penisola
Iberica. Grazie alle testimonianze ritrovate a Nora e in altri villaggi della Sardigna si è potuto
provare che i Sardi parlavano una lingua simile a quella dei Baschi. Per cui dal IX secolo a.C.
l’area di capo Pula era probabilmente ancora abitata dalla popolazione autoctona dei Sardi con
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frequenti influenze, tra cui quella cipriota, causate dall’interscambio economico di tutto il
Mediterraneo. I Fenici, pur essendo il popolo più industrioso, evoluto e ricco, esigevano di
punti in cui poter sostare durante la lunghe rotte in mare. La reale ragione che portò alla scelta
di questo promontorio fu che qui le loro piccole navi da carico potevano essere spostate da un
lato all’altro, secondo il vento, garantendo una migliore protezione, oltretutto da qui era facile
difendere il porto da qualsiasi attacco proveniente dalla terraferma. Nora divenne così una
fiorente e organizzata base navale a difesa della rotta per la Spagna. La dominazione fenicia su
Nora durò fino ai primi decenni del VIII secolo d.C., in seguito si ebbe la dominazione punica.
I Punici colonizzarono Nora intorno al IV secolo a.C. , più precisamente nel 550 a.C. In questo
periodo tra i sardi e le colonie
fenicie vi era un attivo scambio
commerciale
al
attribuisce
quale
la
dell’invasione
si
causa
fenicia.
Il
trapianto della cultura fenicia
nella fascia territoriale della
costa di Nora si pensa che sia
stato importato direttamente,
non
dai
colonia
fenici,
di
ma
dalla
Cartagine.
Essa,essendo stata fondata in
una posizione centrale nel Mediterraneo, riusciva a coinvolgersi in tutti gli scambi che
avvenivano nel mare; per cui dopo aver consolidato la sua posizione economica e politica, con
la sua aggressiva imprenditorialità commerciale, iniziò la propria espansione nel mediterraneo
occidentale. La prima fase di questa espansione ebbe inizio verso la fine del VII secolo a.C.:
Greci e punici, in concorrenza tra loro, si insinuarono, tramite una copertura mercantile, nei
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territori privi di salde strutture politiche e militari autoctone al fine di realizzarvi un
predominio non solo economico ma anche politico. A questa fase di espansione mercantile,
fece poi seguito, nella seconda metà del VI secolo a.C., quella di una vera e propria invasione
militare quando la concorrenza fra Greci e Cartaginesi assunse quei toni tanto drammatici da
sfociare in un lungo conflitto armato che alla fine diede a Cartagine la supremazia nel
Mediterraneo. Nora per la sua posizione centrale e per il suo inserimento nel contesto
dell’interscambio economico del Mediterraneo venne coinvolta sia nell’una che nell’altra fase
di questo fenomeno storico. Perciò i Sardi per difendere i propri interessi dato che la pericolosa
potenza di Cartagine si affacciava direttamente sul loro spazio marittimo vitale si allearono
politicamente ed economicamente con i Greci. Nel 550 a.C. i cartaginesi inviarono un potente
esercito guidato dal generale Malco il quale qualche anno prima aveva portato a termine la
conquista della Sicilia, con alcune rapide e brillanti vittorie. Malco, sbarcato in più punti delle
coste meridionali sarde, prese possesso dell’area di Capo Pula distruggendovi le fortezze
nuragiche e il circostante villaggio. Secondo alcune fonti rinvenute Malco, prima di prendere
possesso di quest’area, subì una sconfitta dai Sardi tanto che i Cartaginesi furono costretti ad
inviare altri corpi di spedizione militare in aiuto. La cultura punica gradatamente iniziò a
trapiantarsi nell’area dopo una globale distruzione degli edifici nuragici preesistenti di cui
hanno riutilizzato il materiale pietroso per costruirne dei nuovi: le fortezze vicino alla torre del
Coltellazzo, il “Tempio di Tanit” e una testa di ponte fortificata necessaria per i collegamenti
tra Cartagine e Sardegna. Dell’antica cultura nuragica i Cartaginesi conservarono il vecchio
toponimo “Nura” che con la variante di “Nora” fu riutilizzato per battezzare il nuovo centro
punico. In questo periodo un gruppo di conquistatori provenienti dal nord Africa, da Cartagine,
dalle Baleari e dalla Spagna popolò Nora creandone una città non sarda, in terra sarda, per
svolgervi un ruolo di sfruttamento colonialistico, un centro commerciale che con i suoi traffici
marittimi collegava la Sardegna all’Africa e alla Spagna. Tra la nuova popolazione di
conquistatori nacque così una classe mercantile che si arricchì rapidamente con l’esportazione
dei prodotti agricoli e minerari della zona e con l’importazione dei più svariati manufatti
punici. A Nora la cultura punica subì ben presto l’acculturazione romana, simile a quella che i
punici stessi avevano imposto ai Sardi in maniera più cruenta e drammatica con il genocidio.
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I ruderi del tempio di Tanit sono considerati i resti del più antico edificio non nuragico reperiti
nell’area di Nora. Si tratta di un
basamento che include le strutture di
fondazione
di
completamente
un
edificio,
distrutto,
il
oggi
quale
appare realizzato con l’accostamento e
la sovrapposizione di grossi blocchi di
trachite
senza
legante.All’interno
alcun
questo
materiale
recinto
rettangolare appare suddiviso in vari
vani, rettangolari o quadrati, fra loro divisi da una serie di muretti costruiti con pietrame
minuto cementato da una malta di fango. Alcuni archeologi, prima il Patroni, ed il Pesce poi,
che in periodi diversi hanno effettuato la rimessa in luce di questi ruderi, hanno definito i resti
di quest’edificio un “Alto luogo di Tanit”, cioè un tempio dedicato a questa dea punica.
Questa ipotesi è fondata sul ritrovamento di una pietra di andesite, foggiata a forma di
piramide, rinvenuta fra il pietrame di
un
muretto
rappresenterebbe
interno
e
che
un’immagine
simbolica di Tanit. Questa ipotesi
però è anche contrariata dal fatto che
pur essendo un “Alto luogo” punico,
come è stato confermato in altri
ritrovamenti,
dovrebbe
essere
ubicato in un sito elevato e appartato dove al centro di una larga recinzione muraria sorgeva un
alto basamento munito di una scalinata esterna che rendeva accessibile il piano della sommità
su cui era posto l’altare sacrificale: niente di tutto ciò è stato ritrovato in questo caso.
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Ciò che si sa con certezza è che l’edificio è stato costruito con del materiale proveniente dallo
smantellamento di alcune costruzioni
nuragiche,
poiché
è
presente
una
mensola che appartiene alla sommità di
un nuraghe. Accanto al basamento
costituito da questi ruderi è presente una
profonda
fossa
a
bocca
quadrata,
scavata nella roccia, che è stata ritrovata
colma di ossi d’animali e di cocci di
epoca ellenistica fra cui vi erano anche
cocci romani.
Questo potrebbe comprovare che l’edificio, anche se non era un “alto luogo”, aveva comunque
una funzione religiosa poiché gli ossi d’animali potrebbero essere dei resti sacrificali.
Nel IV secolo a.C. i Cartaginesi, intimoriti dalla crescente potenza di Roma, accortamente,
cercarono di ostacolare le intrusioni dei Romani che, con le loro navi ,erano approdati nelle
città costiere della Sardegna. Tramite numerosi trattati commerciali, che diplomaticamente
limitarono la libertà d’azione dei Romani, imposero che gli affari commerciali fossero stipulati
sotto il controllo di magistrati locali e
esigerono anche un rendiconto, il quale
avrebbe dovuto giustificare la presenza delle
navi romane nelle coste sarde. Nel 264 a.C.,
allo scoppio del conflitto fra Roma e
Cartagine per la supremazia nel Mediterraneo,
la flotta romana eseguì delle continue
scorrerie contro i centri abitati delle coste
isolane, tra cui anche Nora.Lo storico romano Tito Livio afferma che i Romani presero
possesso di Nora nell’intervallo tra la prima e seconda guerra punica, dietro invito delle truppe
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mercenarie stanziate nell’Isola che si erano rivoltate a Cartagine. Un esercito guidato da
Sempronio Gracco avrebbe, in questa occasione, occupato tutte le città costiere “senza colpo
ferire”, cioè senza incontrare alcuna resistenza armata. Questa versione tramandataci da Tito
sarebbe però confutata dal fatto che tra i ruderi tardo punici e quelli sovrastanti del periodo
consolare a Nora hanno rivelato la presenza di uno strato di cenere, ciò attesta che la città
venne incendiata all’arrivo dei Romani i quali non furono certamente accolti a braccia aperte.
Che i Romani non furono ben accolti è comprovato dal fatto che, per vari secoli dopo la sua
occupazione, Nora non ci appare come una città alleata ed amica del Popolo Romano, ma come
un centro ostile ed incline alla ribellione che veniva domato col gravame fiscale. Nella seconda
metà del I secolo a.C. Cicerone eseguì un linciaggio morale dei Sardi nella sua ostinata difesa
del pretore Emilio Scauro che era stato accusato dai Noresi di avere ucciso un loro ricco
concittadino per impossessarsi dei suoi averi, di avere violentato e spinto al suicidio la moglie
del norese Aris e di essersi appropriato di una larga parte delle tasse che, anche se aveva
imposto abusivamente, spettavano comunque al popolo ed al senato. I Noresi erano tenuti ai
margini del sistema politico romano e privati della cittadinanza romana, ciò giustifica le
frequenti ribellioni e l’intera contestazione antiromana. Infatti è noto che, agli inizi del I secolo
d.C., la città passò sotto il controllo diretto dell’Imperatore da cui, di solito, dipendeva
l’amministrazione delle aree dell’Impero non completamente pacificate e fu retta da
governatori militari i quali avevano la loro residenza estiva. Possiamo dunque affermare che la
città di Nora fu quasi posta in stato d’assedio con una serie di repressioni militari. Soltanto nel
79 d.C. lo stato giuridico degli abitanti fu equiparato a quello della popolazione di Roma
mediante l’elargizione della cittadinanza romana. Questo passaggio importante venne
contrassegnato da un risanamento urbanistico che perdurò sino al III secolo d. C., come
afferma il contenuto di alcune iscrizioni reperite durante il corso degli scavi. Fra queste scritte
sono da citare quella di Caio Mucio Scevola che eresse a sue spese un edificio pubblico e
quella di un alto funzionario “curator Rei Publicae” che fece costruire una basilica attingendo i
fondi dalle finanze municipali. Di recente, durante ulteriori scavi (ad opera delle università di
Genova, Pisa e Milano), è stata recuperata una lapide di una quarantina di centimetri con inciso
il nome di uno dei quattuorviri, i magistrati che in epoca imperiale (II-IV secolo d.C.)
governavano Nora. Si chiamava “Aristius Rufus” e si occupava anche di edilizia poiché sulla
lapide è riportata l’iscrizione “Aed”. Grande testimonianza di questa epoca sono le “Terme a
Mare” e i mosaici.
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Davanti al mare, in direzione del teatro, si trova uno spazio libero da costruzioni e ben
lastricato, esso indica la presenza di una piazza che è ritenuto il foro della città. Gli scavi
recenti hanno mostrato come la supposizione che la piazza romana ricalcasse il sito di una
precedente piazza punica deve
considerarsi
errata.
Immediatamente al di sotto del
lastricato è stato scoperto un
quartiere di abitazioni edificato
inizialmente in epoca fenicia e
vissuto
poi
sino
ad
età
repubblicana. L’edificazione del
Foro si può così datare nel corso
dell’avanzato I sec. a.C. Esso nell’antica urbanistica romana rappresentava il vero centro della
città ed in esso convergevano tutti i tronchi stradali urbani in modo da incanalarvi tutte le
manifestazioni politico-amministrative, sociali, economiche e culturali. Vi ferveva, infatti, la
vita commerciale ed amministrativa, si tutelava la giustizia e si presenziava a riti religiosi e si
discutevano davanti alle assemblee popolari tutti i problemi della comunità; era il luogo dove si
concretizzava la vita sociale. La forma della piazza è molto regolare, pressoché quadrata, anche
se il lato a mare rimane indecifrabile a causa della consueta erosione. I lati orientale ed
occidentale sono delimitati da porticati che danno adito ad ambulacri ed ambienti. Ad est
mancano in gran parte delle strutture in elevato, ma rimane il frammento di un bel pavimento a
mosaico databile fra il II ed il III sec. d.C., composto da una fascia esterna a riquadri bianchi
con motivo a clessidre nere, decorato a losanghe formanti una croce. Sempre sul lato orientale
del Foro, nell’angolo nord-est, si notano le basi di imposta di un arco o una porta con soglia,
che costituiva uno dei due ingressi alla piazza conservati. Invece sul lato occidentale il
porticato è assai più evidente, con le basi per le colonne o i pilastri in materiale più chiaro che
spicca vivamente contro il nero della pavimentazione in andesite. Il porticato, a nord-ovest, da
adito ad un piccolo vano, mentre, nella parte restante, definisce un lungo ambulacro su cui si
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aprono tre ambienti separati da muri, uno dei quali mantiene ancora resti di una decorazione
pittorica rossa. Il settore meridionale è occupato da una canaletta di scarico, molto ben
conservata, che giunge dal teatro posto ad ovest e che raccoglie le acque di tutta la zona e si
dirige verso il mare. In tutta l’area si possono constatare evidentissime le tracce delle
sovrapposizioni susseguitesi nel corso del tempo. Soprattutto nella parte più occidentale, dove
il terreno tende a salire, si notano strutture in grandi blocchi di arenaria, con andamento diverso
dagli edifici posteriori che le hanno sovrastate, e resti di fabbriche utilizzati come fondazione.
sul lato settentrionale la regolarità dell’impianto del Foro è spezzata dalle fondazioni di un
edificio che sporge. Si tratta di quanto rimane di un edificio di grande rilevanza che si addentra
nello spazio del foro. Non avendo valide argomentazioni di giudizio non si può identificare, ma
l’ipotesi più probabile è quella che lo ipotizza come il tempio, elemento pressoché costante nei
Fora romani, sempre in posizione di rilievo. Più chiara è invece la definizione della base
rettangolare in arenaria sita approssimativamente al centro della piazza. Molto probabilmente
era la base di una statua onoraria di qualche personaggio rilevante e famoso di Nora. Tuttavia
si afferma che questa piazza sia certamente il Foro, perché è prospiciente il mare, dato che
nelle città marittime, quali Nora, il Foro era sempre ubicato nei pressi del porto. Si è anche
tentato di convalidare questa tesi in base
al fatto che fra i numerosi blocchi di pietra
che lastricano questo spazio è stato
rinvenuto il basamento capovolto di una
statua andata perduta nel quale vi è una
scritta, databile fra metà del I ed i primi
anni del II sec. d.C., che attesta che la
statua in questione venne innalzata per
ordine dei decurioni in onore di Quinto Minucio Pio, personaggio che aveva rivestito varie
cariche importanti nella pubblica amministrazione di Nora. Inoltre si ipotizza che la piazza, la
quale si trova inserita prevalentemente fra edifici punici riattati nel periodo romano e quindi a
carattere popolare, possa essere semplicemente attribuita al tentativo di dare un certo respiro
urbanistico al soffocante aggregato degli edifici punici che continuarono a sopravvivere in
questa zona, malgrado i rinnovamenti edilizi ed urbanistici che i Romani eseguirono su tutta la
città.
Elaborato dalle studentesse Laura Manca, Vanessa Lucarelli, Milena Marini e Alessandra Montixi.
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La tecnica costruttiva avanzata che rivelano le sue strutture interne ed esterne sono state
costruite con l’impiego di blocchi ben
squadrati di pietra (trachite, arenaria e
andesite), di laterizi e di calcestruzzo in cui
compare come materiale legante un’ottima
malta di calce e di pozzolana, lascia
desumere che l’edificio sia stato costruito
nel I secolo d.C. durante l’età augustea.
Il teatro è di piccole dimensioni,
poteva di fatto ospitare un numero limitato
di persone, probabilmente i membri dell’alta società di quell’epoca. Questo edificio non era in
funzione di spettacoli popolari, ma di quelli che avevano un certo contenuto culturale cioè drammi,
tragedie e commedie di matrice greca che erano apprezzati nelle sfere sociali elevate.
L’edificio si suddivide in tre parti fondamentali: “cavea”, “orchestra” e “scena”che
funzionalmente possono farsi corrispondere alla gradinata, platea e palcoscenico del teatro
moderno.
La “cavea” è il luogo più significativo
dell’intero teatro, era infatti composta da una
gradinata semicircolare realizzata con blocchi
squadrati di andesite, ed appare suddivisa in
quattro sezioni da tre ordini di piccoli gradini in
modo tale che gli spettatori fossero ben distribuiti.
In basso la cavea delimita lo spazio
circolare dell’ “orchestra” in cui probabilmente su
seggi lignei prendeva posto un pubblico di
maggiore importanza il quale vi accedeva da due corridoi ad arco disposti all’estremità, restaurati di
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recente. Il pavimento di questo ambiente era rivestito di mosaici e di intarsi di marmo colorati.
Nella
“scaena”
il
palco
era
costituito da un tavolato sorretto da travi di
legno che coprivano un esteso vano
rettangolare sottostante in cui erano
disposti quattro grandi orci.
La prima interpretazione offerta,
che fossero, cioè dei risuonatori per la
voce degli attori, era basata sull’errata
lettura di un passo dell’architetto romano
Vitruvio, il quale parla si di orci risuonatori, ma specifica che dovevano essere posti sotto le
gradinate.
In
realtà
questi
grandi
contenitori
appartengono alla fase ultima di vita del teatro,
posteriore al VI secolo d.C., quando l’edificio
non è più adibito a spettacoli ma il suo utilizzo
è limitato alla conservazione di derrate
alimentari. Inoltre la scena era munita di
camerini disposti dietro uno scenario mobile di
cui restano però ben poche tracce.
Particolari
decorativi
del
mosaico
presente
nel
pavimento
sottostante
la
cavea.
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Piantina del teatro.
LABORATORIO
VALORIZZAZIONE
PATRIMONIO
CULTURALE SARDO
Liceo Scientifico Statale
“MICHELANGELO”
Piazza Giovanni XXIII
CAGLIARI
Butega
po s’avaloramentu
de su patrimoniu culturali
de is Sardus
Respunsabili Cristoforo Bozano
Referernte Cristoforo Bozano
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Presso gli antichi Romani l’igiene era tanto curata da creare un vero e proprio ruolo sociale;
pertanto per sopperire alle esigenze igieniche
degli strati sociali meno benestanti vennero
edificati, nei centri abitati più importanti,
degli edifici con funzione di bagni pubblici
che
venivano
denominati
“thermae”.
Solitamente ciascuno di questi edifici termali
era costituito da vari ambienti posti in
corrispondenza fra loro in modo che i
frequentatori potessero accedere alla stanza successiva seguendo diversi tipi di bagno
programmati per purificare il corpo. La prima fase di questo processo igienico iniziava con un
bagno di sudore in un ambiente denominato “Calidarium”, a temperature sui 40° C. ottenute
surriscaldando il pavimento, facendovi circolare sotto dell’aria calda ottenuta mediante
apposite fornaci.
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Calidarium e fornaci delle Terme a Mare.
Da questo ambiente si passava successivamente nel “Tepidarium” e poi nel “Frigidarium”dove
veniva eseguito un bagno con acqua tiepida e poi fredda. Anche a Nora, come a Roma, a
partire dal II sec. d.C. vennero costruiti vari edifici termali: le Terme Centrali, Piccole Terme,
Terme a Mare e Terme di Levante. Tra questi impianti termali i principali sono “Le Terme a
Mare”, così chiamate poiché situate vicino al mare ( anche se originariamente dovevano essere
più lontane). La parte che è rimasta intatta ricopre circa 2800 metri quadri sui 3500 che
dovevano costituire la superficie originale. Quest’area, sia sul fronte posteriore che sul lato
destro, appare contornata da un ambulacro, largo 4,20 metri, che costituiva una passeggiata
coperta da un porticato imposto su una sequenza di grossi pilastri. Sul fronte anteriore
dell’edificio, sommerso dal mare, vi erano le entrate principali mentre su quello posteriore vi
erano gli ingressi di servizio. All’interno questo complesso termale si suddivide in una serie di
vasti ambienti rettangolari e caratterizzati da superfici che variano dai 70 ai 150 metri quadri. Il
“Calidarium” e il “Tepidarium” appaiono dislocati lungo il lato anteriore dell’edificio e sono
costituiti da quattro ambienti allineati, che comunicavano fra loro attraverso delle finestre poste
sulle pareti laterali, in cui la temperatura andava degradando dal primo all’ultimo.
Calidarium e entrata al Frigidarium.
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Il primo salone era il più caldo perché era posto vicino all’impianto di riscaldamento ed è
costituito da un ambiente rettangolare di circa 70 metri quadri. Sul lato inferiore della sala vi è un
nicchione ed una finestra la con la quale si comunica con il successivo ambiente che è a forma di
ellisse. Anche questo ambiente comunica con un terzo ambiente rettangolare che allo stesso modo
comunica con un quarto ambiente, il più grande di tutti. La zona del “Frigidarium” comprende
ambienti più vasti posti nella zona centrale dell’edificio termale. Il più vasto fra questi ambienti
ha una superficie di 150 metri quadri ed è corredato da due grandi vasche sovrastate da due
nicchie in cui erano alloggiate le statue di divinità. Gli ambienti disposti sul lato sinistro del
complesso erano quelli che fungevano da Tepidarium, poiché sotto la loro pavimentazione è
presente un impianto di scolo per le acque delle docce.
Frigidarium e una delle sue due vasche
Frigidarium e una delle sue due vasche.
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PATRIMONIO
CULTURALE SARDO
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Piazza Giovanni XXIII
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Fra i vari reperti archeologici di Nora i mosaici costituiscono la maggiore attrazione, poiché
tramandano il buon gusto e tutti i valori della
tematica decorativa del periodo romano. Essi
sono l’espressione di una tecnica raffigurativa
diffusa per la decorazione di pavimenti e pareti,
realizzata mediante l’accostamento di piccoli
cubi di pietre di differenti colori che venivano
applicati su uno strato di materiale legante, il
quale ricopriva la superficie da decorare.A Nora
quasi tutti gli edifici di determinata importanza,
pubblici e privati, avevano i pavimenti rivestiti di mosaici risalenti all’intervallo storico
compreso fra il II secolo a.C. ed il I secolo d.C.. Tra questi mosaici sono da menzionare quelli
di una casa romana del periodo repubblicano denominata “Casa dell’Atrio Tetrastilo”, costituiti
da tasselli bianchi e rosso bruno, ottenuti con rettangoli di terracotta fissati su uno strato di
malta.
Particolari di un mosaico nella Casa dell’Atrio Tetrastilo.
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I mosaici della seconda fase sono databili dal II secolo d.C. in poi ed appartengono agli edifici
che evidenziano il rinnovamento urbano di Nora. Essi esibiscono una gamma più ampia di
colori grazie all’accostamento di
una fascia decorativa realizzata con
figure geometriche e, talvolta, con
l’inserimento di figure floreali che
testimoniano gli influssi orientali.
Nei mosaici di epoca più tarda la
fascia
decorativa
contiene
una
sequenza di ovuli, rosette, dentinelli
e foglie. I disegni dei mosaici sono
delle pure proiezioni planimetriche
prive di effetti d’ombra, effetti prospettici e volumetrici. Ad eccezione di un mosaico
rappresentante un personaggio umano che cavalca un delfino, i mosaici di Nora sono privi di
temi decorativi animati.
Particolari di un mosaico delle Terme a Mare e di un mosaico del Foro.
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L’ultima notizia di Nora romana è quella riportata da un’iscrizione del V secolo d.C. in cui vi è
riportata la notizia che nel 425 d.C. fu restaurato l’acquedotto, i cui resti si trovano nelle
campagne di Pula, costruito dai Romani cinquant’anni prima. La necessità di dover
ristrutturare un acquedotto efficiente come questo costruito dai Romani, porta a pensare che
probabilmente Nora abbia subito un periodo di morte e violenta distruzione. Alcuni storici
hanno supposto che l’esistenza di Nora si sia interrotta nel 450 d.C. per devastazioni causate
dai Vandali nel corso della loro conquista della Sardegna; altri invece negano questa ipotesi
affermando che i Noresi, costrettia prendere provvedimenti per l’interruzione delle
comunicazione con l’Italia causata dai barbari e a salvaguardare la propria città dalla
distruzione, invitarono Genserico, re dei Vandali a prendere possesso della città. Però nessuna
di queste due ipotesi è stata confermata dall’indagine archeologica, questo porta a pensare che
Nora abbia cessato di esistere ancora prima dell’arrivo di questa popolazione. Ma allora le
cause della sua distruzione possono concentrarsi non sul fatto che fu una distruzione operata
dall’uomo bensì dalla natura. Nora è stata probabilmente rasa al suolo nel 425 d.C. dal più
spaventoso cataclisma che si sia verificato in quest’epoca nella Sardegna meridionale. La
presenza di un segmento isolato sul lato sinistro del promontorio di Capo Pula, interrotto in un
alto strapiombo a picco sul mare, e la distruzione della trachite pur essendo una roccia
resistente, testimoniano che Nora è stata sottoposta all’azione di un violento terremoto. Inoltre
lo stato poco consistente dei ruderi sarebbe giustificato ipotizzando che gli edifici, dopo il loro
crollo, siano stati spazzati via da un maremoto. Secondo un’antica leggenda la città sarebbe
stata distrutta nel corso di una notte dalle acque del mare per la malvagità di una regina non
identificata. Questo testimonierebbe che il maremoto abbia generato una gigantesca onda
marina alta qualche decina di metri che,dopo essersi riversata sulla città, si ritirò trascinando in
fondo al mare una gran parte del materiale degli edifici crollati. Dopo la sua distruzione non vi
fu alcuna possibilità per risorgere a causa delle pericolose condizioni climatiche, questo fu il
motivo che spinse le popolazioni successive a fondare una nuova città più distante dalla costa:
Pula.
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Lo storiografo Giovanni Francesco Fara, vescovo di Bosa, nel
suo libro “Chorographia Sardiniae”, pubblicato nel 1580,
chiamò il sito alto sul promontorio “Castellas”,sul quale
auspicava la costruzione di una torre d’avvistamento, come il
capitano Marco Antonio Camos nel 1572 aveva già prospettato
, nella relazione sulla difesa costiera della Sardegna voluta da
Filippo II re di Spagna. Nel 1578 il viceré De Moncada, in una
relazione diretta al re Filippo II, prospettò il progetto di
innalzare sul Coltellazzo di Pula
una “buona torre” dal costo di trecento ducati. In essa vi
dovevano stazionare almeno quattro soldati, due dei quali
venivano pagati dal marchese di Quirra, mentre gli altri due
torrieri venivano pagati dall’Amministrazione. Si sache il
marchese di Quirra , al quale incombeva l’obbligo di pagare
l’alcaide e i due soldati della torre, cercò di liberarsi da tale
oneroso obbligo. Fattasi causa nel 1607, il viceré Pedro Sanchez
De Calatujud stabilí che l’Amministrazione doveva pagare
l’alcaidee i due soldati, mentre il marchese doveva gli altri
quattro della guarnigione. Il marchese fu quindi liberato in parte dagli oneri relativi alla torre
del Coltellas, dei quali si fece carico la Reale Amministrazione delle torri.La posizione elevata
della torre permetteva l’avvistamento dei bastimentied una immediata segnalazione del
pericolo imminente che poneva in allarme gli abitanti della zona e i miliziani, addetti alla
difesa, come accadde nelle incursioni del 1812 e del 1815. Durante l’Amministrazione
spagnolala torre fu chiamata “Coltellas de armas”. Con tale appellativo erano battezzate le torri
dotate di cannoni capaci di rispondere al fuoco dei bastimenti e in grado di ingaggiare
combattimenti con forze navali.
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Nel 1657, dopo un voto a Sant’Efisio, la torre “Castellas” fu chiamata col nome del santo.Nel
1743, 1763, 1772 la torre fu vittima di incessanti
sanguinose incursioni compiute dai Barbareschi.
Tra la fine del 1792 e l’inizio del 1793 la torre di
Sant’Efisio visse un momento di particolare
tensione durante l’attacco sferrato alla Sardegna
dalla Francia rivoluzionaria. Dall’esame dei
manoscritti dell’epoca si è venuti a conoscenza
che i sardi vinsero per l’incapacità militare
organizzativa delle truppe francesi, in particolare
della “falange marsigliese”. In seguito a questa vittoria alcuni privati proprietari di “liuti”,
pancioni armati con piccoli pezzi d’artiglieria con equipaggi armati di fucili e spade, ottennero
patenti da corsaro dal viceré Balbiano.
Mentre la flotta rivoluzionaria attuava
un blocco del Golfo e occupava le
isole di S.Pietro e S.Antioco, questi
corsari predarono nelle acque di Pula.
Durante il regno sabaudo la torre subí
una forte trasformazione tra il 1722 e
il 1728 ad opera dell’ingegnere Felice
De Vincenti. Egli fece costruire sul
pendio antistante, dove sorgeva un
antico cimitero, cortine e garitte poste strategicamente agli spigoli del rivellino, coperto dal tiro
delle sentinelle. Fu necessario realizzare anche una seconda piazza d’arme ai piedi della torre,
rivolta verso il mare aperto, dove furono posizionati cannoni più potenti e moderni di quelli in
dotazione, situati sul lastricato della torre, migliorando la possibilità di brandeggio.
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La torre fu chiamata anche dei “Castellazzi”.Essa ed il “Coltellas”
di Carbonara assicuravano la difesa ed il controllo del golfo di
Cagliari,infatti,ciascuna
un’artiglieria
che
possedeva
controllava
un
tratto di mare di circa 5 km. Nel 1750
il reale architetto Gerolamo Massey
venne incaricato di formulare calcoli
per le riparazioni del complesso fortificato della torre del
Coltellazzo di Pula. Nel 1755 si registrarono ulteriori lavori di
consolidamento e restauro su progetto del regio architetto
Giuseppe Viana. In un documento manoscritto del 1800 il re Vittorio Amedeo II concesse la
pesca del tonno anche a Capo Pula. Nel 1808 fu disposto il dislocamento di piccoli contingenti
della Reale Artiglieria nelle torri reputate importanti per la difesa del Regno, tra queste vi era
anche la torre di Sant’Efisio.
Il 15 marzo 1810 la Segreteria di Stato e di Guerra della Reale
Amministrazione diede disposizioni alle torri di S.Macario,
Sant’Efisio, Cala d’Ostia, La zavorra e
Loi per mettere in stato di sicurezza
soprattutto il litorale a
ridosso
di Villa d’Orri, sede della
famiglia
reale sabauda che ospitò
Carlo
Felice dal 1799 al 1816,
dalla
minaccia napoleonica e
barbaresca.
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Durante l’incursione barbaresca, avvenuta nelle acque del golfo di Cagliari, la torre di Pula ebbe
un ruolo di primissimo piano. Nel 1810, quando il re e la regina Maria Teresa si spostarono da
Villa d’Orri e viaggiarono per mare tra il Sulcis e Carloforte, fu attuata una vigilanza che
coinvolse alcune navi della Marina Militare Sarda tra cui “La Bella genovese”. Alle ore 11 del
lunedì 19 luglio gli artiglieri della torre di Sant’Efisio avvistarono per primi i pirati africani.
Giovedì 22 la Bella Genovese, comandata dal cavalier Gavino Cugia, si trovava all’ancora di
fronte alla torre del Coltellas di Pula. Domenica 25 giunse una colonna con un contingente della
Reale Artiglieria, chiamato “treno”, comandato dall’ufficiale Antonio Incani, composto da una
quarantina di artiglieri e 2 cannoni da 8 libbre montati su ruote. L’ufficiale riferì all’alcaide della
torre che i Barbareschi avevano già effettuato lo sbarco a Sant’Antioco nella notte tra il 21 e il 22
e che il loro intervento era stato inutile. Il 21 luglio 1834 gli amministratori disposero che fosse
pagato “il patron” Giuseppe Antonio Figus che dal 1833 aveva provveduto con la sua barca a
trasportare diverso materiale necessario alla torre di Sant’Efisio. Nel 1838 il cartografo Alberto
La Marmora posizionò sulla torre un punto geodetico in previsione dell’elaborazione delle carte
catastali della Sardegna.
Dopo il regio Editto sabaudo del 17 settembre 1842, con il quale si
dichiarava soppressa la Reale Amministrazione delle Torri, la torre di
Sant’Efisio fu coinvolta in uno dei progetti di riutilizzo militare delle
Regie Fortificazioni. Il 25 aprile 1867 la torre cessò di essere uno dei posti
fortificati delle coste sarde. Il vecchio baluardo passò presto alla Marina
Militare e fu sopraelevato con aumento di volumetria benché al suo
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interno avrebbe dovuto ospitare un gruppo di marconisti. In questo periodo sul lastricato della
torre furono applicati un’antenna e un albero di segnalazione, primo dispositivo telegrafico.
Attualmente trasformata in un faro la torre è utilizzata dalla Marina.
Interno della Torre.
Vista dal Faro.
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La storia di Nora, come abbiamo già visto, sta
alle radici della nascita di Pula che è nata più
recentemente. Le prime notizie di Pula
riguardano il periodo delle Guerre
Napoleoniche: si è scoperto che l’ammiraglio
Lord Nelson e la sua flotta furono costretti a
gettare l’ancora nella baia di “Pulla” per due
settimane a causa del maltempo. Principale testimonianza di questo periodo e principale
edificio storico è Villa Santa Maria, alta tre piani questa costruzione fu realizzata da Gaetano
Cima nel 1838 nello stile neo-classico palladiano. Villa Santa Maria ha ancora molti dei suoi
mobili originari, è di proprietà privata e non è aperta al pubblico.Per realizzarne la sua
importanza architettonica divenne soggetto di un
francobollo di stato da 500 lire nel 1985. Tramite
vari documenti si è venuti a sapere che anche Pula
fu colpita da un’ondata di malaria nel 1939. Si
stima però che per porre rimedio alle frequenti
pestilenze causate dalla presenza di un territorio
paludoso, dopo la seconda guerra mondiale Pula
fu disinfestata dalle zanzare con l’uso del D.D.T.
dall’esercito americano e dalle organizzazioni
sanitarie italiane. Questa terapia migliorò non soltanto
il livello generale della salute ma aumentò anche il
valore della terra che, divenuta coltivabile, permise la
nascita di imprese pubbliche e private a tutti i livelli.
Nel 1986 oltre 100.000 turisti e proprietari di “seconde
case” soggiornarono a Pula per periodi sempre più
lunghi.
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In questo periodo Santa Margherita di Pula acquisì il ruolo di località balneare. Una società
cagliaritana di sviluppo turistico costruì un albergo, “IS
Morus”, e parecchie ville private nella pineta. Da questa
iniziativa si arrivò presto alla nascita di una località di
villeggiatura di lusso per gente ricca proveniente da
Cagliari e Milano. Oggi nella pineta sono presenti oltre
3.500 ville, casette e bungalow, due campeggiben attrezzati,
altri alberghi ed il grande e famoso Forte Villane dove si
tengono molte conferenze nazionali e internazionali e dove personaggi noti vengono a
trascorrere una vacanza di piacere e tranquillità.
Sull’altro lato della strada costiera S.Margherita-Pula
si trova un circolo di golf, “IS Molas”, che è
tecnicamente ai più alti livelli internazionali e,infatti,
ospita numerose gare nazionali e internazionali.
Grazie la presenza di strutture che ospitano persone
dell’alta società Pula, in estate, raggiunge 60.00
abitanti. Pula dimostra la sua solida infrastruttura con
la disponibilità di sufficiente acqua potabile, di
energia elettrica e di servizi di grande nettezza urbana; vi è una stazione di Carabinieri, un
ambulatorio, un centro dell’AIAS, un’ambulanza, un’efficiente servizio medico, vari servizi di
pulman su e giù lungo la costa, la polizia municipale e i vigili che si occupano dell’ordine del
paese. Per quanto riguarda l’amministrazione Pula dispone di un ufficio dell’ACI, un centro
postale e il municipio situato nel centro storico.
Il paese è inoltre munito di banche, uffici
turistici, panifici, tre centri commerciali più
importanti e altri di minore entità. Pizzerie,
ristoranti, agriturismi, bar e i due pub presenti
sono punti di incontro per la gioventù che a
Pula
costituisce
la
maggioranza
della
popolazione; addirittura secondo una statistica
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Pula è il paese più giovanile di tutta la Sardegna.
Per quanto concerne le infrastrutture culturali è presente l’importantissimo centro archeologico
di Nora del quale abbiamo già parlato,
una biblioteca pubblica e il Museo
Patroni che accoglie i ritrovamenti
fenici, punici e romani provenienti
dalle rive e dai bassi fondali di Capo
Pula. Uno dei reperti più importanti
esposti è una stele con un’iscrizione
cipriota. A Pula sono presenti alcuni
asili gestiti dalle suore, due scuole materne, una scuola media e un Istituto alberghiero la cui
nuova sede situata accanto al cimitero che è stata
inaugurata
da
poco.
Di
recente
l’amministrazione comunale ha fatto concludere
la costruzione di due parchi giochi: uno a Santa
Margherita e uno vicino al ponte che sovrasta il
Rio Pula, il quale attraversa il paese, vicino al
centro storico. Inoltre due anni fa è stato
inaugurato nel centro storico un tunnel esterno al
cui interno vi sono circa una decina di negozi.
Per quanto riguarda l’attività commerciale Pula è
fornita
di
parecchi
negozietti
costumi
di
e
di
abbigliamento
giovanile.
Riguardo
l’attività sportiva ci sono tre palestre in cui si praticano
principalmente ginnastica, ballo e karatè; un club di skate e
surf, attività che ultimamente sono molto praticate dai giovani.
La parrocchia e le scuola hanno campi attrezzati per la
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pallacanestro, il calcetto, il tennis, atletica e ginnastica, le bocce e un campo da calcio
disponibile per le partite del Club di Pula che fa parte di un Girone di Promozione Regionale.
Un tempo lo sport principale era la caccia, ma i nuovi fucili automatici e un fiume di cacciatori
provenienti dal continente hanno ridotto gli uccelli e i cervi al livello di pericolo di estinzione.
Per questa motivazione gli unici animali ancora preda per i cacciatori sono i cinghiali, le lepri,
le pernici e i conigli. Importanti centri di raduno e di festa il sabato , la domenica e durante il
corso dell’estate sono la “Piazza del Popolo” (la principale) e la “Piazza del mercato” in cui un
tempo il martedì si teneva il mercato, recentemente trasferito accanto alle scuole elementari di
Su Rondò. Ciò che è molto importante per un paese è l’infrastruttura dei servizi che si rivela
molto efficiente e resistente nei mesi estivi. Cosa è cambiato in Pula questi ultimi trent’anni?
Bisogna dire che il vecchio paese sorto nell’ottocento era costituito da blocchi di “ladiri”, una
mistura di argilla e paglia; i muri sono spessi un metro e possono durare più di un secolo. Oggi
vengono utilizzati per le costruzioni blocchi di cemento e normali mattoni. Le case del vecchio
paese non avevano una facciata sulla strada, ma muri alti
tre metri e un grande portone per far entrare i carri a buoi
nel cortile dove dormivano gli animali ed erano custoditi
i prodotti agricoli e l’attrezzatura. Intorno a questi cortili
vi è “la lolla”, una tettoia o veranda che serviva come
posto protetto per il lavoro e il riposo e spesso ospitava
un giardinetto di fiori e qualche albero di fichi o limoni.
Nel passato le case avevano solo pian terreno , oggi in ogni casa vi è almeno un primo piano.
Possiamo dire che in questi ultimi trent’anni il Comune di Pula ha fatto il suo dovere fornendo
ampia illuminazione cittadina, manutenzione delle strade, un ottimo servizio si nettezza urbana,
acquedotti e fognature. La nuova Pula oggi si estende dalla collinetta “Su Casteddu” fino a
Nora. In queste nuove zone residenziali si trovano case che hanno una notevole modernità ed
uniformità architettonica aperta al mondo e contrastante con la tradizionale “lolla”, chiusa e
protettiva. Questo sviluppo ha raddoppiato e triplicato la superficie della zona abitata e non
mostra segni d’arresto, anzi sembra che aumenti sempre più. Pula è un paese molto moderno ,
animato, carino , ricco di bellezze naturali, custode di un’antica e misteriosa storia non del tutto
ricostruita, per cui,con un poco di buon auspicio, ci auguriamo che questo sviluppo aumenti ma
in modo prudente e graduale come lo è stato fino ad ora, senza distruggere le tradizioni e i
tesori della zona, ma custodendoli e proteggendoli dalle maligne iniziative di qualche
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personaggio avaro e incosciente.
LABORATORIO
VALORIZZAZIONE
PATRIMONIO
CULTURALE SARDO
Liceo Scientifico Statale
“MICHELANGELO”
Piazza Giovanni XXIII
CAGLIARI
Butega
po s’avaloramentu
de su patrimoniu culturali
de is Sardus
Respunsabili Cristoforo Bozano
Referernte Cristoforo Bozano
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L’economia di Pula dipende anche dall’importante ruolo che Santa Margherita svolge in
campo agricolo. In anni recenti sono state costruite un
gran numero di serre dove sono coltivate primizie di
frutta e ortaggi per il mercato milanese e per l’estero.
L’azienda agricola
principale
è
la
“Cooperativa Santa
Margherita Terra e
Sole”
nata
nel
1989 grazie alla collaborazionedi un gruppo di giovani già
da alloraspinti da un grande spirito d’iniziativa e da una
modesta esperienza nella serricoltura. Poi finalmente nel 1997, dopo anni di duro lavoro, la
cooperativa ha ottenuto il riconoscimento dallaComunità Europea per la crescita e la solidità di
questa organizzazione di produttori. In
realtà questa grande azienda fonda le sue
radici nell’epoca prenuragicain quanto,
proprio come l’anticaNora, prima città
della Sardegna, divenuta in epoca romana
Caput viae, punto di partenza di una
strada
importante,
dal
quale
si
incominciarono a contare le distanze, anche il territorio di Santa Margheritaè divenuto un Caput
viae dal quale ogni anno si misurano le distanze sempre minori che ci separano dall’Europa. Ma
coloro che diedero l’imput allo sviluppo agricolo e che compresero sin da subito la vocazione
agricola di questo territorio furono i conti Nieddu i quali, fin dall’altro secolo, nella loro azienda
di Santa Margherita, introdussero macchine agrarie, prosciugarono terreni e fecero piantagioni.
Attualmente la cooperativa è composta da 180 soci che operano con circa 80 ettari di strutture
serricole nelle quali viene coltivato il pomodoro, principale prodotto dell’azienda. Inoltre altri
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500 ettari, dislocati in diverse zone dell’isola, sono dedicati alla coltivazione del carciofo. Il
sistema di produzione si basa sul controllo del prodotto durante tutto il percorso che lo porta dalla
serra all’uscita dal magazzino, consentendo tempestività
d’intervento per il mantenimento di un’elevata qualità
della merce. Ed è proprio l’obiettivo di produrre avendo
come priorità la salute del consumatore e la tutela per
l’ambiente che ha determinato la decisione di coltivare
con metodi di difesa integrata, tecnica di produzione
agricola che valorizza le risorse naturali e i meccanismi di
regolazione degli ecosistemi, permettendo di ridurre al
minimo l’impiego di prodotti chimici, e che ha permesso
alla cooperativa di raggiungere la fama internazionale
raggiunta nell’esportazione dei suoi prodotti di prima
qualità. Molto diffusa è anche la produzione di prato a pronto effetto, di fiori e
piantine,specialmente esotiche, la cui crescita è favorita dal clima molto caldo. C’è anche la
tradizionale produzione di cereali, agrumi, fichi, olive, lavorate a Pula per la produzione di olio
extra vergine, e, infine, uva. I vigneti sono in continua espansione e si coltivano le tradizionali
varietà della zona: Nuragus (bianco), Monica e Carignano del Sulcis (rosso). Questi vini a
confronto con quelli continentali sono molto più forti e corposi per via dell’utilizzo dei vigneti
bassi ad alberello e dell’estate lunga e calda. L’uva coltivata a Santa Margherita è principalmente
vinificata nell’azienda vinicola “I Feudi della Medusa” ed il vino è messo in vendita anche
all’estero. L’uva non da vino, ma da tavola, è di una varietà croccante e senza semi chiamata
Sultana. Per chi ama i cavalli vi sono tre maneggi dove vengono allevati cavalli di razza arabosarda e si affittano cavalli da sella per passeggiate in campagna. I maneggi di Santa Margherita
sono contemporaneamente anche agriturismi in cui ogni giorno pullman di turisti tedeschi e
inglesi vengono e assaggiano le prelibatezze della tradizionale cucina locale. Recentemente il
turismo è quindi uno degli elementi base per l’economia di Pula che oltre a fondarsi
sull’agricoltura si basa sul corretto sfruttamento dei servizi che garantiscono il turismo balneare:
ristoranti, agriturismi, pizzerie, spettacoli estivi, negozi, hotel ecc... Possiamo perciò concludere
dicendo che si è passati dall’economia agricola ai servizi, dall’agricoltura intensiva al turismo,
l’ultima tappa di questo graduale cambiamento.
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Sulla terrafermaa circa 10 minuti di
cammino dal promontorio di Capo Pula
e dinnanzi l’azzurro mare vi è una
piccola
chiesetta
del
XII
secolo
consacrata a Sant’Efisio, il santo
patrono della Sardegna. La chiesa
originaria fu costruita su una necropoli
romana nel VII secolo. L’edificio sorto sul punto in cui
Sant’Efisio, un centurione romano, subì il martirio, fu
presto distrutto a opera dei Saraceni. L’attuale chiesa e il
culto di S.Efisio sono presenti a Nora sin dal lontano 1089
d.C., poiché un antico documento riporta che una
“Eclesiam
S.
Evisi de Nura” venne ceduta in tale anno dal giudice
di
Cagliari
all’Ordine
dei
Padri
Vittoriani,
appartenenti ai Benedetti di Marsiglia, i quali la
ristrutturarono. L’ordine fu fondato da San Vittore di
Marsiglia intorno al 230 d.C.. Risulta che essi
ricostruirono la chiesa nel 1102 senza modificare
molto il suo aspetto paleo- cristiano. Le reliquie di Sant’Efisio furono traslocate da Nora a Pisa
affinché fossero custodite durante il periodo delle scorrerie degli arabi; nel frattempo i
Vittoriniportarono a Nora le reliquie del santo francese, San Potite, vescovo di Lione e capo dei
“Martiri di Lione”, ucciso nel 177 d.C. al tempo di Marco Aurelio.
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In seguito la chiesetta ha subito due ulteriori restauri: il primo
nel 1700, il secondo recentemente a causa dei danni provocati
dalle mitragliatrici e dai cannoni dell’aviazione militare alleata
nel 1944. La chiesa ha un ruolo fondamentale nei giorni della
festa di Sant’Efisio che da 350 anni coinvolge ogni anno Pula
in quattro giorni di continue processioni e festeggiamenti (dal 1
al 4 Maggio). Già dal 1657 d.C., in occasione di questa sagra,
le torri dislocate lungo la strada che da Cagliari conduce al
litorale di Pula salutavano la processione diretta a Nora e di ritorno a Cagliari con colpi di
cannone, ai quali rispondeva l’artiglieria della torre
del Coltellazzo, la quale infittiva gli spari durante i
momenti culminanti delle funzioni religiose e dei
festeggiamenti. Possiamo perciò pensare che questa è
probabilmente la festa più importante di tutta la
Sardegna che dai tempi più antichi, e tutt’oggi,
coinvolge migliaia di fedeli. Ogni 2 maggio, verso l’ora di pranzo, il santo, partito da Cagliari e
seguito da una grande processione di fedeli, giunge all’entrata di Pula.Il cocchio che custodisce il
Santo, trainato da due buoi aggiogati, è preceduto da tracche (piccoli carri in legno), da una banda
musicale locale, da suonatori di launeddas, da uomini a cavallo, donne e bambini vestiti con gli
antichi abiti tradizionali della zona. Giunta all’entrata, la processione prosegue lungo la via
addobbata da tantissime bandierine colorate e si avvia verso la chiesa di San Giovanni. La sera
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stessa la processione accompagna il santo dalla chiesa di S. Giovanni fino
alla chiesetta di Nora. Durante il cammino il Santo fa due soste importanti:
la prima avviene nella chiesetta di San Raimondo che si trova dinnanzi al
cimitero, la seconda avviene dinnanzi la sede della marina in cui i marinai
salutano S.Efisio con il suono delle sirene. Giunto a Nora il Santo fa
un’ulteriore processione lungo la spiaggia, luogo in cui si pensa sia stato
precisamente decapitato. La chiesetta dedicata al Santo rimane aperta ai
fedeli fino al giorno seguente, nel cui pomeriggio il Santo viene riportato nella chiesa di Pula.
Solo in questi due giorni all’anno la gente può andare a visitare la piccolissima prigione, che si
trova all’interno della chiesa stessa, in cui Sant’Efisio rimase rinchiuso fino al giorno in cui tentò
di fuggire e fu ucciso. La notte a Nora è animata da una breve e carina passeggiata di bancarelle
in cui le famiglie e i giovani trascorrono una serata in compagnia. La sera del 3 Maggio
Sant’Efisio viene riportato nella chiesa principale di Pula dove vi sosterà sino all’indomani
mattina per poi essere riportato a Cagliari. Durante questi ultimi due giorni di festa, presso la
piazza del Popolo, il comune organizza grandi spettacoli musicali e tradizioni sarde. La festa di
Sant’Efisio rimane per Pula molto importante dal punto di vista turistico, infatti ogni anno
numerosissime persone giungono a Pula esclusivamente per prendere parte a questa festa che non
verrà mai cancellata dal ricordo dell’intera comunità.
Processione a Nora nel 1967.
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Durante l’anno a Pula si tengono altre due
feste molto importanti : il 15 Agosto “la festa
dell’Assunta”,il 24 Giugno “la festa di San
Giovanni Battista”. Nel giorno dell’Assunta,
da circa dieci anni, si sta consolidando la
tradizionale processione in mare, da Pula a
Nora, durante la quale il simulacro della
Madonna viene caricato sulle barche dei pescatori e presso l’isolotto di Coltellazzo viene
gettata in mare una corona di fiori in ricordo dei naufraghi. Il giorno della festa di san
Giovanni, patrono di Pula a cui è stata dedicata la chiesa principale, il Santo, seguito da una
processione a piedi, percorre le vie del paese per poi farvi ritorno. Nonostante la festa religiosa
duri un giorno i festeg-giamenti nel paese durano circa per quattro giorni con spettacoli e
musica che attraggono numerosi compaesani e turisti. A Santa Margherita, tra il 16 e il 19
agosto, viene celebrata la festa di S. Margherita, vergine e martire, sulla cui vita si racconta
un’antica leggenda secondo la quale ella fu inghiottita dal diavolo sotto forma di drago e poi
decapitata in Antiochia.
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