Inchiesta San Marino

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Inchiesta San Marino
1 | ottobre 2012 | narcomafie
Inchiesta
San Marino
35
6
Canada, il ritorno di Vito Rizzuto
Ricordare
Giovanni Spampinato
24
60
La santa dei Narcos
2 | ottobre 2012 | narcomafie
numero 10 | ottobre 2012
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simbolo dei giornalisti uccisi dalle mafie
Fondatore Luigi Ciotti
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Livio Pepino (condirettore)
Redazione
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Comitato scientifico
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Leopoldo Grosso, Monica Massari, Diego Novelli, Stefania Pellegrini
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3 | ottobre 2012 | narcomafie
La politica
e la
lezione di
Picasso
Mentre il governo e la sua maggioranza predicano – e praticano
– una politica di sacrifici a prescindere per i più deboli, il denaro pubblico, i beni comuni sono
oggetto di una rapina quotidiana
senza precedenti. Non c’è metodo,
anche il più fantasioso, che non
sia praticato. Basta leggere le prime
pagine dei giornali: c’è il pubblico
funzionario o il parlamentare che
riceve case, denaro e persino lavoro «a sua insaputa» da soggetti
in attesa di commesse dalla pubblica amministrazione, c’è chi
incassa mazzette senza alcun pudore o riservatezza (così ostentando il proprio potere) e chi ricorre
a conti esteri, ci sono politici che
considerano impegni istituzionali (da pagare con denaro pubblico)
i viaggi propri e dei propri partner
e amministratori pubblici che non
disdegnano vacanze pagate da
amici in affari con i propri uffici,
c’è chi redige veri e propri tariffari delle percentuali su appalti e
opere pubbliche e chi vende interventi chirurgici, permessi di
soggiorno, titoli di studio o licenze edilizie, c’è chi distribuisce
incarichi ai propri familiari (naturalmente per la loro bravura...) e
chi ricorre a maldestri artifici finanche per lucrare rimborsi spese
di pochi euro e via seguitando
potenzialmente all’infinito. È un
fenomeno eterogeneo che nel linguaggio comune viene definito, in
modo onnicomprensivo, corruzione. Ed è un fenomeno di proporzioni spropositate giunto, in Italia,
ai massimi storici. La Corte dei
conti ha calcolato, con riferimento al 2011, che la sola corruzione in senso proprio (quella consistente nello scambio di denaro
e favori) sottrae alle casse dello
Stato 70 miliardi di euro, pari al
decuplo di quanto veniva sottratto venti anni fa, nel 1992.
Parallelamente Transparency
International ci colloca, sempre
con riferimento al 2011, al sessantanovesimo posto nella classifica dei Paese meno corrotti.
Eppure un secolo fa le indagini di
Mani pulite sembravano avere
“girato l’Italia come un calzino”.
Ma, nonostante le indagini, gli
arresti, i dibattimenti, le condanne,
la mobilitazione della piazza e
della stampa, i processi di allora
non sembrano aver lasciato tracce
durature nel sistema. A poco a
poco, i fattori extragiudiziari che
avevano favorito indagini e processi si sono modificati e i promessi interventi istituzionali tesi
a prevenire e disincentivare la
di Livio Pepino
corruzione non hanno avuto seguito. E, alla fine, il cuneo aperto
con Mani pulite si è rinchiuso
confermando la regola secondo
cui la giustizia può colpire alcuni
forti ma alla lunga, senza cambiamento politico, è impotente di
fronte alla categoria dei forti complessivamente considerati. Accade
così che, a pochi lustri da Mani
puliti, due suoi protagonisti concludano amaramente che «Mani
pulite è stata inutile, ma anche
controproducente: inutile perché
non mi pare che abbia causato un
contenimento della corruzione;
controproducente perché ha confermato il senso di impunità che
già prima accompagnava questo
tipo di reati» (Gherardo Colombo)
e che «per l’attività di contrasto
alla corruzione in Italia potrebbe
rivelarsi addirittura profetico quanto Joseph Roth scriveva a proposito della protagonista di uno dei
suoi racconti: “Nessuno aveva
desiderato che restasse in vita e
perciò era morta”» (Piercamillo
Davigo).
È in questo contesto – e con queste implicazioni, anche culturali
– che si colloca la scandalosa vicenda del pluriennale ritardo nella approvazione del disegno di
legge sulla corruzione (destinato,
tra l’altro, a recepire delle convenzioni europee vincolanti...). È sotto gli occhi di tutti l’incapacità
(meglio, la mancanza di volontà)
del Parlamento di licenziare il pur
modesto testo in discussione. Ed
è una responsabilità di tutte le
forze politiche nessuna delle quali mostra, al riguardo, la determinazione necessaria. Da mesi in
Parlamento è in atto una melina
per tentare di differire, ancora una
volta, l’approvazione della legge
ovvero per renderla inoffensiva
nel caso in cui l’indignazione popolare, provocata dal ripetersi
degli scandali, ne imponga l’approvazione. Addirittura c’è chi
propone emendamenti per agevolare ulteriormente la corruzione o
assicurate l’impunità ai corrotti
passati e futuri. Esattamente l’opposto di ciò che chiedono – anche
con specifiche iniziative – milioni
di cittadini (da quelli che hanno
aderito all’iniziativa di Libera per
la confisca dei beni dei corrotti a
quelli che, in questi giorni, stanno
sottoscrivendo richieste e appelli
nella stessa direzione).
Ancora una volta la politica si
mostra incapace di cogliere che
la misura è colma e che i rischi
per la tenuta delle istituzioni
sono sempre più elevati. Se la
situazione dovesse degenerare
sarà inutile e fuorviante attribuirne la responsabilità a chi protesta (magari in modo maldestro).
Alessando Robecchi ha ricordato qualche giorno fa su «Il Manifesto» la risposta di Picasso
agli ufficiali nazisti che, avendo
visto Guernica gli chiedevano
se l’avesse fatto lui: «No, questo
l’avete fatto voi». Difficile trovare un richiamo più puntuale!
ERRATA CORRIGE. Per un errore,
nello scorso numero la frase nell’articolo “La Metro che verrà” di Manlio Melluso «l’ingegner Galluzzo [...]
che non è iscritto nel registro degli
indagati» è stata pubblicata come
«è iscritto nel registro degli indagati». Sebbene dal contesto si deduca
che si è trattato di un refuso, ce ne
scusiamo con l’interessato, con il
giornalista e con i lettori.
6 | ottobre 2012 | narcomafie
Mafie in Canada
La mattanza
di Montréal
La seconda guerra di mafia in Québec aveva relegato
il clan Rizzuto a un ruolo da comprimari. Adesso la famiglia
potrà contare sulla scarcerazione del padrino Vito, pronto a
vendicarsi contro i Bonanno e a riconquistare il potere con il
sangue. Ma nell’ombra si muove la ’ndrangheta che potrebbe
diventare il terzo incomodo della faida
Foto Le Studio 1
di Saul Caia
7 | ottobre 2012 | narcomafie
Nell’immaginario collettivo
il Canada è legato alla florida
vegetazione, alle catene montuose, ai grandi laghi. Descrivendo il paese non vengono
in mente la parola mafia, i
giochi di potere, gli attentati,
i conflitti a fuoco. Eppure a
Montréal, nella regione del
Québec, la seconda città per
numero di abitanti e per italiani residenti, tutto questo
lo conoscono bene.
In questi giorni, in molti,
aspettano il ritorno di Vito
Rizzuto, l’ultimo padrino del
Nord America, scarcerato il 6
ottobre, dopo aver scontato
una condanna di 10 anni nel
penitenziario di Florence,
in Colorado. Considerato il
“Teflon Don”, letteralmente
il “don impermeabile”, per
la sua capacità di essere prosciolto da ogni accusa, era
finito in manette grazie alla
ricostruzione di Joe Pistone
(l’agente Fbi passato alle cronache anche cinematografiche
per le sue importanti operazioni da infiltrato, meglio
noto come Donnie Brasco),
e al pentimento di Salvatore
Vitale, che racconta nel 2004
come si erano svolti tre diversi
omicidi commessi ai danni del
clan Bonanno. Philip “Philly
Lucky” Giaccone, Dominick
“Big Trin” Trinchera e Alphonse “Sonny Red” Indelicato vennero freddati nel 1981
con la complicità di Vito. Con
l’accusa di triplice omicidio,
gli Stati Uniti chiedono al Canada l’estradizione del boss,
ma bisognerà attendere 31
mesi di battaglie legali prima
che venga concessa. Adesso
che Rizzuto è tornato in libertà
molti sono convinti che il
padrino desideri riprendersi,
anche con il sangue, quello
che gli antagonisti gli hanno
tolto negli ultimi anni.
Alle origini dell’impero. La
storia dei Rizzuto ha come
inizio la Sicilia. A Cattolica
Eraclea, piccolo comune in
provincia di Agrigento, nasce nel 1924 Nicolo Rizzuto.
Figlio di contadini, inizia da
ragazzo come “campiere”,
ovvero guardiano dei latifondi terrieri, guadagnandosi la
stima e il rispetto del suo
padrone, il barone Agnello.
In seguito sposa Libertina
Manno, figlia di Antonino,
boss del paese. L’Italia è
appena uscita dalla seconda
guerra mondiale. Per molti
il sogno è l’America. Nicolo
insieme alla moglie e i due
figli decide di emigrare a
Montréal nel 1954. All’epoca
la mafia del Nord America
era un’altra cosa. Calabresi,
campani, pugliesi e siciliani
univano le forze sotto lo
stesso tetto per controllare il territorio. Nick, come
venne ribattezzato nel nuovo
continente, entrò ben presto
nella “succursale canadese” dei Bonanno guidata dal
boss calabrese Vic “The Egg”
Cotroni. Nel 1975, però, il
padrino scelse di farsi da
parte e lasciare il comando
al suo uomo di fiducia, Paul
Violi, anche lui calabrese.
Ma Nick non è più il giovane
“campiere” di un tempo.
L’esperienza canadese lo ha
cambiato, il suo carisma lo
ha trasformato in un leader
e i suoi contatti lo spingono
a non accettare la decisione
di Controni. Sceglie di intraprendere un’altra strada,
quella del sangue.
La mattanza di Montréal.
Lentamente inizia una guerra
fredda fra le due famiglie che
si contendevano il potere. I
porti del Canada sono fondamentali per il commercio
dell’eroina, e per questo entrambe le fazioni sono disposte
a tutto. Da una parte ci sono i
siciliani, guidati da Rizzuto e
legati al clan agrigentino dei
Cuntrera-Caruana, noti come
i “banchieri di Cosa nostra”,
già ampiamente inseriti nel
commercio degli stupefacenti
che dal Sud America transitava in Canada per poi essere
commercializzato in America
ed Europa. Dall’altra ci sono i
calabresi capeggiati dai Violi,
vicini alla famiglia dei Bonanno di New York, coinvolti
nell’operazione “French Connection” per il commercio di
eroina dagli Stati Uniti alla
Francia. Per sfuggire alla morte, Nick lascia il Canada insieme alla famiglia e si rifugia
in Venezuela, ma con l’ausilio
del cognato Domenico Manno
orchestra da lì la prima guerra
di mafia che sconvolgerà Montréal. La faida si apre il giorno
di San Valentino del 1976
quando Pietro Sciara, considerato uno dei consiglieri del
boss Violi, viene freddato in
strada insieme alla moglie,
guarda caso aveva appena
visto al cinema il “Padrino
II”. L’anno successivo cade,
crivellato da colpi di pistola
e fucile da caccia, Francesco
Violi, fratello minore del boss
e garante economico della famiglia. Poi a gennaio ’78 è la
volta del padrino, Paul Violi,
ucciso da un colpo di fucile
alla testa mentre giocava a
carte nel suo bar nella Little
Italy di Montréal. La mattanza
Nick Rizzuto
amministra
gli affari come
un uomo d’onore
d’altri tempi.
Niente pizzini
o messaggi scritti,
solo poche parole,
come si faceva
nelle tradizionali
famiglie mafiose
dei vari Greco
e Badalamenti
Il ritorno del Padrino
8 | ottobre 2012 | narcomafie
Intervista ad
Antonio Nicaso
di S.C.
Antonio Nicaso, giornalista e scrittore calabrese, autore di diversi
libri sulla criminalità organizzata,
tra i quali Fratelli di sangue e La
malapianta pubblicati insieme al
procuratore Nicola Gratteri.
Dopo l’esecuzione del padrino Nicola Rizzuto senior, il clan aveva
subito un pesante indebolimento
dovuto anche all’arresto di Vito.
Qual è la situazione attuale?
La sfida ai Rizzuto coinvolge vecchi
nemici e nuovi rivali. Con l’estradizione di Vito, si è creato un vuoto
di potere, e tutti hanno cercato di
trarre vantaggio. C’è un’ipotesi investigativa, che dietro questa sfida
ci sia la ’ndrangheta, che però in
questi anni non è mai apparsa, non
è mai stata coinvolta direttamente
in nessun omicidio. C’è chi sostiene
che abbia ispirato e motivato tutti
coloro che avevano risentimenti
e rancori verso Vito Rizzuto. La
’ndrangheta della Locride si era
guardata bene dallo spingersi fino
a Montréal, lo ha fatto adesso visto
che c’è questo vuoto di potere,
perché sta cercando nuove rotte
per il traffico di cocaina. Spesso
chi controlla Montréal controlla
il mercato della cocaina negli Stati
Uniti, in quanto è facile far sparire
un container dal “Port de Montréal”
e poi trasferire il contenuto passando attraverso riserve cuscinetto
che sorgono proprio a confine tra
Canada e Stati Uniti.
Quindi la ’ndrangheta potrebbe
essere il terzo incomodo nella faida Rizzuto e Bonanno, ma questi
ultimi resteranno a guardare?
Gli omicidi dei due leader delle
gang locali (Big Dupuy e Lamartine
dei Bo-Gars, ndr.) sembrano una
chiara indicazione di un tentativo di rivalsa dei Rizzuto, che
potrà contare sulla scarcerazione
di molti esponenti del clan che erano stati coinvolti nell’operazione
“Colosseo”.
I Bonanno vorrebbero riguadagnare
il potere su Montréal ma non hanno
i mezzi per poterlo fare. Montagna
è stato vittima di questo scontro che
si è creato con Raynald Desjardins,
braccio destro di Rizzuto: probabilmente anche lui ha cercato di
trarre vantaggio dalla situazione,
e suppongo che i due non si siano
messi d’accordo e alla fine si sono
fatti la guerra. Secondo me l’unica vera organizzazione capace di
controllare la situazione, e indirizzarla in un modo o nell’altro,
è la ’ndrangheta che in Canada ha
grossi investimenti, potenzialità
e risorse.
Su chi potrà contare Vito al momento del suo ritorno a Montréal?
Principalmente sui giovani che
sono stati recentemente scarcerati
dopo le condanne per l’operazione
“Colosseo”, quindi penso a Giordano, e bisognerà capire cosa farà
Francesco Arcadi, uno degli stretti
alleati dei Rizzuto: pare che si sia
allontanato dalla famiglia e sia
uno di quelli che sta favorendo
l’ingresso della ’ndrangheta nel
Québec. In questo momento la
cosa più difficile è definire le
strategie, le alleanze. Cambiano
continuamente. Quello che sta
succedendo è il chiaro sintomo
di una situazione senza controllo:
prima queste cose non succedevano a Montréal, quindi il fatto
che adesso ci siano tutte queste
schegge impazzite, tutta questa violenza, questa lunga scia di sangue,
chiaramente dimostra che non c’è
un’organizzazione capace di controllare il territorio come avveniva
ai tempi dei Rizzuto. Montréal è
una sorta di polveriera, pronta ad
esplodere. Penso che un boss del
carisma e della potenza criminale
come Vito Rizzuto non possa accettare così passivamente le perdite
subite senza fare niente, quindi
io mi aspetto un incremento del
livello di violenza e conflittuale
su Montréal.
Montréal e il Canada sono molto di
più che il semplice controllo della
droga. Quali erano le principali
attività della famiglia Rizzuto?
La storia della famiglia Rizzuto è
una storia di relazioni, adesso noi
ci soffermiamo sull’ala militare o
nel coinvolgimento di quest’organizzazione nel traffico di droga,
ma spesso non si tiene conto delle
loro relazioni con la politica, con
l’imprenditoria. Chi sta cercando
di prendere il posto dei Rizzuto
non dovrà soltanto mettere le mani
sul territorio e controllarlo, ma
dovrà anche entrare in contatto con
quelle realtà che hanno contribuito
a rafforzare il potere dei Rizzuto. La
famiglia era molto forte nell’ambito
politico, imprenditoriale e nel
settore delle costruzioni.
9 | ottobre 2012 | narcomafie
si concluse con l’esecuzione
di Rocco, ultimo dei fratelli
Violi, freddato da un cecchino
mentre si trovava seduto al
tavolo da pranzo in cucina
insieme alla famiglia.
Un potere incontrastato. Con
lo sterminio dei Violi nessuno
mette più in discussione il
volere dei Rizzuto. Nick rientra a Montréal per prendere
il pieno possesso degli affari
canadesi. Inizia così l’impero
incontrastato della famiglia,
che con i suoi tentacoli controlla il territorio e il traffico della droga, orchestrando
estorsioni, riciclaggio e racket.
Nick Rizzuto amministra gli
affari come un uomo d’onore
d’altri tempi. Niente pizzini
o messaggi scritti, solo poche
parole, come si faceva nelle
tradizionali famiglie mafiose
dei vari Greco e Badalamenti.
Al “Club Social Cosenza”, un
modesto bar dove si riunivano
frequentemente emigrati meridionali per passare il tempo
giocando a carte e chiacchierando, il padrino detta gli
ordini. Negli scantinati c’è
il quartier generale del clan
Rizzuto. Tutto viene diretto
nell’ombra, per lui il rispetto
e l’omertà valgono più di ogni
cosa. Al suo fianco emerge
piano piano la figura del figlio Vito, decisamente più
innovativo del padre. Conosce quattro lingue, veste alla
moda e frequenta gli ambienti
di classe. Gioca a golf e ama
viaggiare. La visione di Vito
è quella di una mafia globale, allargata a ogni ambito.
La droga serve per ottenere i
soldi, che poi vengono velocemente reinvestiti nei mercati finanziari, nell’edilizia
e in attività commerciali. A
supporto ci sono specialisti,
figure preparate per riciclare
il denaro velocemente e senza intoppi. Commercialisti,
avvocati, giudici, broker e
prestanome servono per garantire benzina alla macchina.
In breve tempo Montréal diventa il centro di un mercato
dove lecito e illecito si fondono senza che si sappia dove
finisca uno e inizi l’altro. Vito
instaura numerosi rapporti
d’affari con imprenditori e
politici. Tra questi c’è Antonio “Tony” Magi, proprietario
della Construction Ftm. Si è
spesso sospettato del legame,
seppure mai confermato, con
Pietro Rizzuto, anche lui nato
a Cattolica Eraclea ed emigrato in Canada negli anni 50.
Primo cittadino italocanadese
a essere eletto al senato, nonché proprietario della “Stato
Inter Pavimenti Inc.”, passata
alla storia per il crollo del
cavalcavia “Concorde” nel
2006, dove persero la vita 5
persone. Il potere dei Rizzuto
pian piano aumenta sempre di
più, mentre la Royal Canadian
Mounted Police, ovvero le
giubbe rosse, prova in tutti modi a contrastare il loro
impero. Nel 1990 la polizia
canadese s’infiltra nel sistema
del riciclaggio ammanettando
diversi affiliati della famiglia,
ma non basta per assicurare
alla giustizia i boss.
Vito Rizzuto è
decisamente
più innovativo del
padre. Conosce quattro
lingue, veste alla moda
e frequenta gli ambienti
di classe. Gioca a golf
e ama viaggiare.
La visione di Vito è quella
di una mafia globale,
allargata a ogni ambito.
La droga serve
per ottenere i soldi,
che poi vengono
velocemente reinvestiti
nei mercati finanziari,
nell’edilizia e
in attività commerciali
10 | ottobre 2012 | narcomafie
Grazie all’operazione
“Brooklyn”, condotta
dalla Dda di Roma
nel 2005, emerge
il tentativo
d’infiltrazione
dei Rizzuto nella
realizzazione del
Ponte sullo Stretto.
La famiglia
di Montréal era
pronta ad investire
5 milioni di euro
per diventare
partner ufficiali
dello Stato italiano
Scacco matto al padrino. Grazie all’operazione “Brooklyn”,
condotta dalla Dda di Roma
nel 2005, emerge il tentativo
d’infiltrazione dei Rizzuto
nella realizzazione del pon
ponte sullo Stretto di Messina.
La famiglia di Montréal era
pronta a investire 5 milioni
di euro per diventare partner
ufficiale dello Stato italiano,
per quell’opera sponsorizzata
politicamente da Silvio Berlu
Berlusconi. Il contatto tra Canada
e Italia lo gestiva Giuseppe
Zappia, un 80enne ingegnere
italocanadese, che viaggia
viaggiava tra Montréal e Roma con
il compito di reinvestire gli
ingenti capitali della mafia
nella realizzazione di nuove
infrastrutture. Un anno più
tardi è ancora l’Italia a chie
chiedere l’estradizione dei boss
per l’operazione “Orso Bruno
Gold”, condotta dalla Dia di
Roma e dalla Guardia di fi
finanza di Milano, che stabiliva
come i Rizzuto riciclassero
oltre 600 milioni di dollari
attraverso una società made
in Italy. I Rizzuto continuano
a incassare colpo su colpo fino
all’estradizione negli Stati
Uniti di Vito, che indebolisce definitivamente il clan. A
complicare le cose sarà l’operazione “Colosseo”, che per la
prima volta vedrà trionfare le
giubbe rosse contro la famiglia
di Cattolica Eraclea. Nonostante in Canada non sia presente nel codice giudiziario
la voce «associazione per delinquere di stampo mafioso»,
vennero arrestati 90 affiliati
del clan, compresi i vertici
della cupola. I reati contestati
andavano dal traffico di droga
alle scommesse clandestine
comprese quelle sul web, passando per il possesso di beni
ottenuti illegalmente e il reato
di gangsterism. Le numerose
vicende giudiziarie avevano
messo in ginocchio i Rizzuto,
eppure i problemi non erano ancora finiti. Nell’agosto
2009 viene ucciso Federico
Del Peschio, affiliato del clan.
Da quel momento saltano gli
equilibri e inizia una sequen-
za di omicidi che segnerà la
seconda strage di sangue. Nel
dicembre dello stesso anno
viene freddato Nick Rizzuto
jr., figlio di Vito, sepolto in
una bara placcata in oro, mentre nel maggio 2010 scompare
misteriosamente Paolo Renda,
cognato del padrino Nicolo.
Un mese più tardi vengono
assassinati Agostino Cuntrera
e il suo guardaspalle Liborio
Sciascia. A Siculania, terra
d’origine di Cuntrera, si terrà
persino una messa in memoria
del boss, con don Leopoldo
Argento, prete della chiesa
del Santissimo Crocifisso,
che nell’omelia parlerà della «bontà e generosità» del
vecchio mafioso. Tre mesi
più tardi è la volta di Ennio
Bruni. In meno di un anno
sei omicidi, tutti ai danni del
clan Rizzuto, tutti elemento
di spicco della famiglia ormai
in evidente declino, culminati con l’ultimo eccellente
tassello, quello del padrino
Nicolo. A Cartierville, in uno
dei vecchi distretti di Montréal, a due passi dal ParcNature du-Bois-du-Saraguai
in un’ampia area residenziale
viene consumato lo scacco finale. Nella sua casa di Avenue
Antoine Berthelet, mentre si
trovava nel suo salotto, viene
ucciso da un killer l’86enne
boss. Un omicidio che trova
delle similitudini con quello
di Rocco Violi.
La resa dei conti. In molti sospettano che la seconda guerra di mafia sia stata
orchestrata dalla famiglia
Bonanno desiderosa di riconquistare Montréal. La supposizione è legata al nome di
Salvatore Montagna, detto
anche “Ironworker” (il fabbro, per via della ferramenta
che possedeva a Brooklyn).
Nato in Canada da genitori
siciliani si trasferì in seguito
nel Bronx. A New York entra
in contatto con la famiglia
dei Bonanno, diventando il
braccio destro di Salvatore
Vitale detto “il Bello”. Dalle
relazioni dell’Fbi, si legge
che nel 2005, quando viene arrestato Vincent “Vinny
Gorgeous” Basciano, diventa
action boss” e caporegime
della famiglia Bonanno, conquistandosi il nomignolo di
“boss bambino”, per aver ricevuto l’investitura a soli 36
anni. Per essersi rifiutato di
collaborare con la giustizia,
dopo aver trascorso 5 anni
di carcere, e non possedendo
la cittadinanza americana,
viene espulso dal paese e fa
ritorno a Montréal. Secondo le autorità canadesi, era
stato Montagna a colmare il
vuoto lasciato dai Rizzuto in
Québec, fino al 24 novembre
2011, quando il suo corpo
fu ritrovato, nel giorno del
Ringraziamento, immerso nel
fiume Assomption, a Charlemagne, nel nord-est della città, segnato da diversi colpi di
arma da fuoco. Un mese prima
era stato ucciso Lorenzo Lo
Presti mentre fumava una
sigaretta sul balcone di casa.
Quest’ultimo era il braccio destro di Antonio Pietrantonio
detto “Suzuki”, per via della sua concessionaria, uomo
di Montagna e dei Bonanno,
sfuggito a un attentato il 13
dicembre 2011.
Tutti segnali che aggiunti agli
omicidi di Big Chenier Dupuy
e Lamertine Severe Paul, capi
delle gang locali dei “Bo-Gars”
e vicini a Joseph Ducarme e ai
Bonanno, hanno fatto pensare
a una possibile vendetta dei
Rizzuto, che nel frattempo ha
però perso altri due uomini:
Giuseppe “Clorure” Colapelle
e Salvatore Silletta, freddati
a marzo.
Nell’ombra della ‘ndrangheta. Ma l’escalation di sangue
che ha definitivamente rotto
gli equilibri che vigevano in
Canada, potrebbe avere un
terzo incomodo. Il sospetto è
che dietro la nuova faida possa esserci la mano nera della
’ndrangheta, il temuto “Siderno Group” della Locride, che
in Ontario ha una sua base
e per la prima volta sembra
spingersi verso Montréal.
Ampiamente inserita nel circolo del narcotraffico internazionale, grazie agli stretti
rapporti con i cartelli sudamericani, la ’ndrangheta avrebbe
deciso di cambiare i suoi piani
e puntare verso la conquista
del Québec, per controllare
i porti che favorirebbero il
commercio della cocaina negli
Stati Uniti.
Al padrino Rizzuto potrebbero
non bastare gli aiuti dei fidati
Sabatino Niccolucci, Pietro
“Peter” Scarcella e degli altri
affiliati scarcerati recentemente, Vito avrà bisogno di
riorganizzare le forze e stringere nuove alleanze prima del
possibile scontro finale, sperando sempre che le autorità
canadesi riescano a evitare
una nuova mattanza.
È una federazione di ’ndrine provenienti dalla costa tirrenica della
Calabria, che comprende le famiglie di Roccella Ionica, Marina di
Gioiosa e appunto Siderno, dalla
quale prende il nome.
Un panettiere, tale Michele Racco,
negli anni 50 emigra in Canada per
volere di Antonio Macrì, meglio
noto come “Zi ’ntoni”, il boss della Locride. L’obiettivo era quello
d’instaurare dei proficui rapporti
con il nuovo continente e aumentare il giro d’affari delle famiglie.
L’espansione del gruppo ha il suo
culmine a cavallo tra gli anni 70 e
90, con il passaggio di consegne
da Macrì a Giuseppe Coluccio di
Gioiosa Marina, che avvalendosi
di Roberto Pannunzi e dei suoi
contatti con i cartelli colombiani
controlla parte del narcotraffico.
In una maxioperazione del 1993
coordinata tra Canada, Stati Uniti,
Italia e Australia, la Dia di Reggio
Calabria evidenziò come le cosche
joniche spedissero l’eroina nel
nuovo continente per scambiarla
con la cocaina colombiana. Gli
stupefacenti erano pagati con il
denaro proveniente dai sequestri
di persona e dalle estorsioni, che a
sua volta veniva cambiato in valuta
canadese da un’agenzia affiliata di
Toronto. Il circolo si completava
con il reinvestimento del denaro
nella Bank America International
di Manhattan che permetteva l’acquisto della cocaina.
La “Coluccio Group”, come l’ha successivamente ribattezzata il giornalista Giovanni Tizian, ha subito un
indebolimento nel 2005 in seguito
all’operazione “Nostromo” condotta
dal pm della Dda di Reggio Calabria
Nicola Gratteri. In quell’occasione
è stato emesso il mandato di cattura
per il boss Coluccio, considerato
uno dei 30 latitanti più pericolosi
d’Italia. Solo nel 2008 è stato arrestato all’interno del suo lussuoso
appartamento in un grattacielo di
Toronto, in possesso di un milione
di dollari in travel cheques.
Il Siderno
Group
11 | ottobre 2012 | narcomafie
12 | ottobre 2012 | narcomafie
brevi di mafia
Condannata per truffa
la vedova Fortugno
Maria Grazia Laganà (nella foto, ndr.), vedova
di Franco Fortugno, il vicepresidente del
Consiglio regionale della Calabria ucciso a
Locri il 16 ottobre del 2005, è stata condannata a due anni di reclusione (pena sospesa)
per truffa, falso e abuso. L’inchiesta riguarda
fatti del 2005, quando la parlamentare del Pd
(che si è autosospesa dal gruppo parlamentare, da ogni incarico
di partito, da iscritta al Pd, ma non dal suo ruolo di deputato)
era vicedirettore sanitario all’ospedale di Locri, e riguarda una
commessa da 135mila euro per l’acquisto di prodotti ospedalieri
per il pronto soccorso – di cui Fortugno era il primario –, affidata
senza indire una pubblica gara. L’azienda con cui Maria Grazia
Laganà aveva trattato privatamente era la Medinex di Pasquale
Rappoccio, già in carcere dall’ottobre 2011 – a seguito dell’operazione Reggio Nord condotta dal Ros dei Carabinieri guidato da
Giampaolo Ganzer (il generale condannato in primo grado a 14
anni per narcotraffico internazionale) – con l’accusa di essere
un prestanome del sistema ’ndranghetistico costituito da Bruno
Tegano per conto dell’ex superlatitante Domenico Condello
(arrestato lo scorso 10 ottobre dopo vent’anni di ricerche).
Anche Rappoccio – finanziatore della pallavolo, conosciuto
come “il Berlusconi del volley” per le cifre che era capace di
immettere nelle campagne acquisti – è stato condannato dai
giudici del tribunale di Locri, presieduti da Alfredo Sicuro,
per falso e abuso a un anno e quattro mesi, così come Maurizio
Marchese, ex dirigente dell’Asl di Locri.
Il Centro
Pio La Torre si
appella ai candidati
alle primarie
Vito Lo Monaco, presidente del
Centro Pio La Torre, sulle pagine dell’«Unità» ha scritto una
lettera ai candidati alle primarie
per ribadire la priorità dei temi
dell’antimafia nell’agenda politica. «Al movimento antimafia, già
ampiamente articolato sul piano
culturale, sociale e territoriale
– scrive Lo Monaco –, manca
un’elaborazione autonoma del
centrosinistra sul ruolo che la
mafia (o le mafie) ha assunto in
modo sempre più marcato nel
corso di questi ultimi decenni
di finanziarizzazione del sistema
economico nazionale e internazionale. Continuare a parlare di
infiltrazioni è riduttivo rispetto
al ruolo da essa esercitato quale
braccio strutturale e illegale di
una parte della classe dirigente
che ha sempre storicamente preferito sfuggire alle regole della
democrazia e del mercato veramente libero. Non considerare
questo [...] limita la vista rispetto
alla complessità del fenomeno
mafioso, sia delle sue compenetrazioni istituzionali, politiche,
economiche, sociali che della
corruzione. E inoltre impedisce
l’analisi delle contraddizioni: una
di queste è che tutti si dichiarano
antimafiosi, ma se la repressione
raccoglie successi, la prevenzione
politica e istituzionale tentenna,
col risultato che le organizzazioni mafiose sono rafforzate
dall’attuale crisi. [...] Il contrasto
non può essere delegato solo
alla magistratura e alle forze di
polizia o alla cosiddetta società
civile [...]. La questione della lotta
alla mafia è prima di tutto una
questione politica [...]. La lotta
alla mafia per il centrosinistra
del futuro deve essere più di
sostanza programmatica e meno
di apparenza mediatica».
In merito alle elezioni amministrative del 28 ottobre per
l’Assemblea regionale siciliana,
invece, pesanti intercettazioni
confermano le intenzioni di Cosa
nostra di inquinare la politica.
Il neo avvocato generale dello
Stato Ignazio De Francisci aveva
dichiarato che «Cosa nostra darà
i propri voti solo a chi si impegna
a ricambiare con concreti favori».
Ai seggi, che hanno assegnato la presidenza della Regione
all’ex sindaco antimafia di Gela
e parlamentare europeo Rosario
Crocetta (Pd), si è registrato un
forte astensionismo, ancora da
decifrare.
a cura di Manuela Mareso
Napoli, bandito
l’obelisco
della camorra:
“Più potente
di un arsenale”
Molto più che una semplice torre
di legno e cartapesta per sfilare
nelle strade e celebrare la “festa dei
gigli”. Come non di rado accade
nelle ricorrenze religiose (anche se
questa secondo i vescovi campani è
esclusivamente pagana), l’obelisco
di Barra, quartiere di Napoli, era
in realtà lo strumento per rendere
omaggio ai boss e riconfermare il
loro potere. «L’Insuperabile non
è un giglio qualsiasi, è il simbolo
oscuro della famiglia Cuccaro, di
una camorra che ha bisogno di
mostrarsi, più potente di un intero
arsenale» scrive il gip Antonella
Terzi nel provvedimento che, su
richiesta del pm Vincenzo D’Onofrio, ne ha disposto il sequestro. I
carabinieri avevano infatti acclarato che il clan Cuccaro vessava i
commercianti dietro il paravento
dell’acquisto di gadget del giglio, e
che quest’anno l’area di influenza
era non solo il quartiere Barra, ma
anche il comune di Cercola, nel
vesuviano, controllato dal clan
Sarno fino a che il gruppo è stato smantellato. I Cuccaro-ApreaAlberto, avendo allargato il loro
dominio fino a questo territorio,
avrebbero confermato il loro status
facendo esporre ai commercianti di
Cercola i gadget del giglio. A Barra
la consueta festa di fine settembre
è stata comunque onorata: i fan
della paranza hanno sfilato con la
sola maglietta rossa e blu, i colori
tradizionali del rione.
13 | ottobre 2012 | narcomafie
brevi di mafia
‘Ndrangheta in Piemonte, le operazioni continuano
Con 22 arresti, l’operazione “Colpo di coda”, condotta all’alba del 23 ottobre dai Carabinieri
del comando provinciale di Torino, prefigura l’esistenza in Piemonte di altre due locali di
’ndrangheta, a Livorno Ferraris (Vc) e Chivasso (To), comune che a settembre il ministro
Cancellieri, alla luce della relazione della commissione prefettizia d’accesso, aveva deciso
di non sciogliere per mafia e in cui dalla nuova operazione una pista politica è emersa,
sebbene in relazione alle amministrative del maggio 2011, quando le cosche sarebbero
state in grado di manovrare circa 300 elettori chivassesi, risultati decisivi per l’elezione
del sindaco del Pd, Gianni De Mori (non indagato), dimissionario lo scorso gennaio per
motivi di salute.
Secondo quanto riportato nell’ordinanza, l’organizzazione ha consentito «l’elezione di un
sindaco che assicurasse al sodalizio criminale non solo appalti e commesse pubbliche,
ma anche di entrare “fisicamente” nella giunta e di ampliare il proprio giro di affari e di
influenze nelle attività economiche direttamente (o indirettamente) gestite e ciò con l’avallo
delle istituzioni anche sopracomunali o con il connivente silenzio di non penale rilevanza
ma di certa censura». La ’ndrangheta si sarebbe presentata a entrambi i candidati al ballottaggio con una proposta di sostegno, quando ad affrontarsi erano Gianni De Mori (Pd) e Bruno Matola (Pdl). Il Pdl, tramite
il senatore Andrea Fluttero, rifiutò per ragioni di opportunità politica, mentre De Mori accettò e vinse.
Tra gli arrestati figurano anche personalità che hanno ricoperto rilevanti cariche pubbliche, come Nicola Marino, consigliere
fino allo scorso giugno della Chind spa, società partecipata dal comune di Chivasso per il 55%, insieme alla provincia di
Torino (15%), l’Unione industriale Torino (2%), l’Api Torino (2%), e la Cna (1%).
Intanto si è aperto lo scorso 18 ottobre nell’aula bunker del carcere Lo Russo-Cotugno di Torino il processo per l’operazione
Minotauro, che nel giugno 2011 ha portato all’arresto di oltre 150 presunti affiliati alla ’ndrangheta operanti da anni in
Piemonte. La procura di Torino chiamerà a testimoniare sindaci, consiglieri regionali, deputati, i cui nomi sono comparsi
nell’ordinanza di custodia cautelare, al fine di dimostrare il potere delle cosche nel condizionamento politico locale. Hanno
fatto richiesta di costituzione come parte civile la regione Piemonte, la Provincia, i comuni di Torino, Leinì (richiesta rigettata per vizi di forma: l’avvocato scelto dall’allora commissario Francesco Provolo – Vittorio Giaquinto, del foro di Santa
Maria Capua Vetere, noto penalista nel casertano per essere il difensore del boss di Scampia Paolo Di Lauro – ha mandato
in udienza un sostituto senza procura speciale), Volpiano, Chivasso e Moncalieri e l’associazione Libera.
Il processo riguarda 75 imputati: gli altri 73 hanno scelto il rito abbreviato (che garantisce lo sconto di un terzo della pena),
nel quale sono già state comminate il 2 ottobre condanne per un totale di 370 anni di carcere; 12 le assoluzioni, tra cui
risultano i figli di alcuni ’ndranghetisti di rango. La condanna più alta è per Bruno Iaria (13 anni e 6 mesi), capolocale di
Cuorgnè e nipote di Giovanni, fino agli anni 90 referente locale del Psi, condannato a 7 anni. Nella lettura del dispositivo
della sentenza da parte del gup Cristiano Trevisan si parla anche della confisca definitiva di un patrimonio di circa 50
milioni di euro: da immobili di scarso valore a imprese, anche finanziarie.
L’8 ottobre per il processo Maglio-Albachiara del basso Piemonte, invece, operazione effettuata poco tempo dopo Minotauro,
il gip Massimo Scarabello ha assolto i 17 imputati. Tra questi Bruno Pronestì, che aveva ammesso la sua affiliazione alla
’ndrangheta (condannato a un anno e sei mesi per detenzione di arma non denunciata), e Giuseppe Caridi, il consigliere
comunale del Pdl di Alessandria accusato di aver creato un clima di pesante intimidazione. Gian Carlo Caselli (nella foto,
ndr.) – procuratore della Repubblica di Torino ha dichiarato: «Lette le motivazioni, la procura di Torino farà certamente
ricorso. Siamo infatti serenamente convinti della fondatezza dell’accusa. Il procedimento denominato “Albachiara” ha
dimostrato ampiamente ed univocamente l’esistenza della ’ndrangheta nel basso Piemonte e le relative responsabilità dei
singoli imputati. Le prove raccolte si basano su imponenti riscontri nei fatti e sulle dichiarazioni rese da associati al sodalizio criminoso. Una copiosa giurisprudenza della Corte di cassazione avvalora le valutazioni dell’accusa».
14 | ottobre 2012 | narcomafie
brevi di mafia
Sciolto il comune di Reggio Calabria. Scopelliti accusa i giornalisti È il primo consiglio comunale di città capoluogo a subire
lo scioglimento, il cui fantasma è stato contestato settimane prima che si presentasse,
con discusse raccolte firme per appelli a tutela della “Reggio-bene” e manifestazioni
di studenti a difesa del buon nome della propria città.
Il provvedimento che porterà Reggio Calabria a essere amministrata per i prossimi
diciotto mesi da una commissione di tre membri (il prefetto di Crotone Vincenzo Panico, il viceprefetto Giuseppe Castaldo e il dirigente dei Servizi ispettivi di finanza
pubblica della Ragioneria generale dello Stato Dante Piazza) è stato deciso all’unanimità dal Consiglio dei ministri e annunciato dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. Lo
scioglimento non è per infiltrazioni mafiose, ma “per contiguità”: «Un atto preventivo e non sanzionatorio, una decisione sofferta, documentata, studiata e approfondita», ha spiegato Cancellieri
riferendosi all’analisi della corposa relazione che ha documentato lo stato dell’amministrazione, che
risulta in continuità con quella precedente – guidata da Giuseppe Scopelliti (nella foto, ndr.), ora
presidente della Regione – dal momento che «su nove assessori ben quattro erano componenti
delle precedenti giunte; due attuali consiglieri facevano parte della compagine che ha amministrato
l’ente dal 2007». Il ministro ha voluto sottolineare che non si tratta di «un atto contro la città», ma
«di rispetto per la città». Di diverso parere il sindaco Demetrio Arena, che in un comunicato ha
parlato di «ingiusta criminalizzazione dell’intera comunità reggina»: «Il provvedimento, di carattere “preventivo” e “non sanzionatorio”, presuppone che l’amministrazione “abbia posto in essere
alcune azioni che potrebbero portare a contiguità con alcuni ambienti della criminalità organizzata”.
Emerge inoltre che consiglio, amministrazione e sindaco, non abbiano, nel contempo, posto in essere efficaci attività preventive nei confronti della stessa. Mi lascia perplesso la circostanza che
tutto ciò si sarebbe configurato nell’arco temporale dei primi sei mesi di attività presi in considerazione dalla commissione d’accesso. Nel merito si contesta quindi al sindaco, all’amministrazione e
al consiglio comunale di non essere riusciti a contrastare efficacemente un cancro che attanaglia da
secoli il Meridione e che si è esteso ormai a tutto il territorio nazionale». Dello stesso avviso anche
il governatore Giuseppe Scopelliti, attualmente impegnato su diversi fronti giudiziari (è indagato
nell’ambito del cosiddetto “Caso Sarlo”, rinviato a giudizio nel processo sul “Caso Fallara”, in attesa del processo d’appello per la mancata bonifica della discarica di Longhi Bovetto e indagato in
qualità di commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro della sanità). Il presidente della
regione Calabria ha parlato di un complotto da parte dei media: «Esiste un sistema che vede in
campo una cerchia ristretta di giornalisti che non hanno interesse per il bene della Calabria».
Arrestato
Di Caterino,
ultimo boss
dei Casalesi
È stato scovato mentre si trovava nascosto nel bunker realizzato dietro il box doccia di
un appartamento di Francolise
(Caserta) apparentemente ano-
nimo, in realtà vero e proprio
covo dotato di strumentazione anti-intercettazioni e di un
impianto di videosorveglianza
per il controllo del rione. Senza
opporre resistenza agli agenti
della squadra mobile di Caser
Caserta, coordinati dal procuratore
aggiunto Federico Cafiero De
Raho e dal pm Catello Maresca, è
finita così la latitanza di Massimo
Di Caterino, braccio destro di
Michele Zagaria, superboss dei
Casalesi arrestato il 7 dicembre
2011 dopo 16 anni di indagini.
Al momento della cattura Di Caterino aveva in tasca 10mila euro
e una pistola calibro 7.65. A lui
gli agenti sono arrivati pedinando
la moglie, Marianna Zara.
Prete coraggio
inchioda gli uomini
di Zagaria. E le
vittime collaborano
La sua omelia ha dato impulso
a indagini che hanno portato
all’arresto di sette uomini legati
a Michele Zagaria, super boss
il cui arresto aveva determinato un aumento nel casertano
di estorsioni a danno di imprenditori, costretti a versare
ai casalesi decine di migliaia
di euro. «Questo paese non
cambierà mai», aveva pronunciato dall’altare don Vittorio
Cumerlato, vice parroco della
chiesa di Santa Croce di Casapesenna, che aveva raccolto
le dolorose testimonianze di
alcune vittime. Le sue parole hanno sollevato l’interesse
degli inquirenti, che lo hanno
ascoltato come persona informata sui fatti riuscendo poi a
risalire al racconto di alcuni
suoi fedeli, che, sebbene non
avessero denunciato spontaneamente le vessazioni subite, una
volta interrogati hanno chiarito
le modalità di pagamento e
fatto i nomi di mandanti ed
esattori.
Alla domanda postagli dal
«Mattino» “Qual è il suo messaggio agli imprenditori e alla
gente per bene?”, don Cumerlato risponde: «Più che a loro
parlerei ai politici, alla magistratura e al mondo mediatico.
Direi loro: “Fateci crescere, non
bastonateci: dateci il tempo per
cambiare e indicateci le vie per
risanare le nostre terre”».
15 | ottobre 2012 | narcomafie
Donne di mafia
Cosa nostra
in rosa
Amministravano le piazze dello spaccio di stupefacenti
e reggevano le fila della cosca con la complicità
di un’insospettabile dottoressa. Le donne del clan Cappello,
arrestate a Catania lo scorso luglio, confermano l’importanza
del ruolo femminile dentro Cosa nostra
Foto di Fazen, Mathias Dalheimer
di Dario De Luca
16 | ottobre 2012 | narcomafie
Storie di donne
e Cosa nostra
Le due donne
avevano assunto
un ruolo verticistico
al punto da poter
minacciare un
membro dello
stesso clan per un
debito non pagato
dopo una
fornitura di droga
andata perduta
Onorata società, mammasantissima, famiglia, cosca, mafia, tutti termini accomunati
dall’essere di genere femminile,
una costante grammaticale così
come il ruolo delle donne dentro Cosa nostra.
Una posizione viscerale, quasi
sempre nascosta ma determinante nelle dinamiche storiche
della mafia siciliana. A fare
notizia normalmente sono i
padrini, gli uomini d’onore, i
latitanti e i picciotti morti ammazzati, a migliaia ad esempio
in quella che negli anni 80 e
90 è stata una vera e propria
guerra civile. La donna in quegli
anni veniva raffigurata secondo quelli che poi diventarono
luoghi comuni: inerme, vestita
in segno di lutto, chinata e in
lacrime sopra i corpi privi di
vita di figli e mariti, con volti
ridotti in brandelli di carne,
vittime incapaci di uno “stile
di vita” tutto maschile, quello
dell’uomo d’onore.
Negli anni “l’aspetto maschilista di Cosa nostra”, come lo
definisce il magistrato Antonio
Ingroia, è venuto sempre meno,
in modo particolare nella gestione delle piazze dello spaccio di droga, rendita proficua
e costante per ogni famiglia
mafiosa. Utili irrinunciabili
per pagare avvocati, sostenere
le carcerazioni degli affiliati e
benefit per potersi spostare in
giro per l’Italia in un continuo
alternarsi di penitenziari.
Questi i tratti salienti che accomunano anche le donne appartenenti al clan dei “Cappello”,
tratte in arresto dalla squadra
mobile di Catania il 19 luglio,
dopo una lunga attività investigativa coordinata dal sostituto
procuratore della Dda etnea
Pasquale Pacifico.
Le cronache degli ultimi 40 anni
hanno visto emergere a più riprese
la presenza femminile nelle dinamiche della mafia siciliana, nella
maggior parte dei casi legata al
narcotraffico, come quella delle
donne di Torretta, comune di
quasi 3 mila anime a 18 km dalla
città di Palermo che negli anni
80 entrò al centro di una maxi
indagine (Iron Tower) condotta
dai giudici Giovanni Falcone e
Ignazio De Francisci sul traffico
internazionale di eroina dalla
Sicilia verso gli Stati Uniti.
In quel periodo a catturare l’attenzione della procura di Palermo furono le cosiddette “signore della
mafia”, insospettabili casalinghe
e massaie con i capelli coperti
da scuri foulard residenti in uno
sperduto sobborgo siciliano che
si mettevano a disposizione come
corrieri della droga di Cosa nostra
palermitana, prima dell’emergere
dei “villani”, i corleonesi di Totò
Riina.
Viaggiavano a decine dall’aeroporto di Punta Raisi verso gli
Stati uniti con reggiseni, panciere
e mutande imbottite con chili
di eroina pronta a invadere il
mercato americano gestito dai
Gambino. In cambio in Sicilia
arrivavano un flusso continuo
di denaro, miliardi di lire e chili
di cocaina.
Donne reggenti. La cocaina
continua a scorrere a fiumi a
Catania e il suo mercato principe è quello del rione di San
Zia Callina, “capa” di Cosa nostra a 81 anni. La mafia non ha
età anagrafica, a reggere le fila
di Cosa nostra a Gela dal 2007 al
2009 era un’anziana signora, certo
non una casalinga qualunque, ma
Cristoforo. Lo stesso dove operava Bruna Strano, moglie di
Alessandro Bonaccorsi, condannato con sentenza passata in
giudicato a 16 anni e due mesi
di reclusione per associazione
mafiosa. Una pena talmente
lunga nel tempo che non consentiva al marito di gestire gli
affari, ecco quindi, secondo le
indagini della Procura, emergere il ruolo della moglie che si
occupava attivamente e a 360
gradi della gestione del traffico
di stupefacenti.
Si passava quindi dalla contabilità fino al taglio e alla consegna
ai vari pusher. Proventi per
migliaia di euro che la donna
utilizzava per sostenere la detenzione dei membri del clan
con la complicità della sorella
Daniela. Un ruolo verticistico,
quello assunto dalle due donne
dentro una delle famiglie più
attive nella mappa criminale di
Catania, in un legame così solido da poter avere addirittura la
la madre di Daniele Emmanuello,
capo-mafia nella città del petrolchimico, latitante per 15 anni
poi ucciso. Zia Callina, che di
nome faceva Calogera Pia Messina,
impartiva gli ordini agli affiliati,
gestiva le estorsioni e i proventi
dello spaccio.
Una gestione così complessa che
da sola “la signora” non poteva
portare avanti tutto, ecco perché
ad aiutarla c’era Virginia Di Fede,
nuora di Callina e moglie del
boss, curatrice della latitanza
del marito e dei suoi summit
con gli altri affiliati. «Donne di
mafia», come le definì la Dda di
Caltanissetta, che di Cosa nostra
avevano recepito tutto, anche il
bisbiglio nelle conversazioni con
gli affiliati per evitare di essere
intercettate.
17 | ottobre 2012 | narcomafie
poliziotti nelle corsie del Vittorio Emanuele, nonostante però
avesse già ricevuto denaro e regalie varie. Uno sgarbo questo,
che fece andare su tutte le furie
la moglie di Bonaccorsi.
forza di minacciare un membro
dello stesso clan per un debito
non pagato dopo una fornitura
di droga andata perduta.
La dottoressa complice. Il
ruolo delle donne in questa
storia viene tratteggiato non
solo nella gestione puramente
mafiosa del traffico di stupefacenti, ma anche nella figura di
una insospettabile dottoressa,
Maria Costanzo, in servizio,
prima di essere arrestata, presso il reparto di chirurgia di
urgenza dell’ospedale Vittorio
Emanuele di Catania.
La professionista negli anni, secondo gli investigatori, avrebbe
volutamente, su indicazione di
Bruna Stano, cercato di falsificare il quadro clinico del marito, il condannato Alessandro
Bonaccorsi, vittima nel 1997 di
un agguato mafioso in cui riuscì
a sfuggire alla morte, ma non
a una ferita all’addome che gli
causò una pancreatite.
Una patologia questa compatibile con il regime carcerario
ma che venne utilizzata come
espediente, proprio grazie al
medico compiacente per poter
assaporare più volte la libertà.
Si passò quindi da accertamenti
clinici falsi che consentivano al
condannato temporaneamente
di uscire dal carcere fino al
piano più ambizioso. Operare il
detenuto, dopo la simulazione
di un finto malessere legato
all’aggravarsi della pancreatite,
per procurargli tramite un intervento in sala operatoria una
lacerazione del pancreas che
accertata successivamente lo
avrebbe reso totalmente incompatibile con la detenzione.
Un piano che non riuscì a concretizzarsi, nonostante l’avvenuto ricovero legato al finto
malanno: il medico, infatti,
preferì desistere preoccupata
dalla continua presenza dei
Madri emissarie. Anche e soprattutto nel ruolo di madri, le
donne di mafia sono emissarie.
Come quella di Orazio Finocchiario, boss di primo piano
del clan dei Cappello e aspirante a un ruolo di esponente
di primo piano nel sodalizio
mafioso catanese. Nonostante
lo status di detenuto nel carcere di Udine sotto il regime
del 41bis, nei mesi scorsi, tramite tre pizzini filtrati verso
l’esterno con la complicità di
un detenuto, Finocchiaro cercò
di dare l’ordine di uccidere il
sostituto procuratore della Dda
di Catania Pasquale Pacifico,
lo stesso che in diversi anni
tramite molteplici indagini ha
portato all’arresto di centinaia
di elementi del clan.
Un piano gestito interamente
tramite pizzini che non riuscì
a compiersi poiché le missive
vennero intercettate.
I contatti con l’esterno venivano
garantiti, secondo le indagini,
grazie al supporto della madre
Maria Bonnici, definita il trait
d’union fra il figlio e gli affiliati
in libertà. I suoi compiti erano
principalmente quelli di recare
ordini, affermando che sarebbe stata lei a riferire eventuali
risposte al figlio, suggerendo
addirittura l’uso di un frasario
criptico e nello stesso tempo
discutendo della gestione delle
“piazze” di spaccio. Sempre
le stesse, piene di acquirenti
quotidianamente pronti a rifocillare le casse della mafia con
fiumi di euro.
Il piano in cui
era complice la
dottoressa era
ambizioso: operare
il detenuto per
procurargli una
lacerazione del
pancreas che,
accertata
successivamente,
avrebbe reso il suo
stato totalmente
incompatibile con
la detenzione
In Francia
l’antimafia
si traduce...
Ethicando
di Marika Demaria, foto di Giada Connestari
l’antimafiacivile
cosenostre
18 | ottobre 2012 | narcomafie
Pizza, mafia e mandolino. Pasta,
mare e mafia. Gli stereotipi della
nostra penisola che si esportano
all’estero sono svariati e nella
stragrande maggioranza dei casi
alla bellezza delle arti, al clima
mite, all’ospitalità delle persone si associa anche il termine
“mafia”. Una sorta di equazione
trasformatasi, nel corso degli
anni, in un’etichetta. Un marchio che Ludovica Guerreri e
Caterina Avanza hanno deciso
di cancellare, accendendo in-
vece un’insegna: quella della
loro bottega “Ethicando”, al
civico 6 di Rue de la Grange
aux Belles che affaccia sul Canal Saint Martin di Parigi. Un
luogo di 65 metri quadri dove
l’etica dell’acquisto si coniuga
con la bontà e la qualità di prodotti made in social, frutto del
lavoro di quindici cooperative
italiane.
«Sui nostri scaffali – spiega
Ludovica – si possono trovare
non solo prodotti qualitativa-
mente buoni, ma che raccontano una storia. Quella dei
beni confiscati alle mafie, del
lavoro all’interno delle carceri,
delle cooperative che lavorano
con i malati psichiatrici. Ecco
perché il nostro motto è “Chi
non può vedere un altro mondo
è cieco”».
Ludovica e Caterina, la prima
romana e la seconda bresciana,
ma parigine d’adozione, si sono
incontrate poco più di un anno
fa: entrambe impegnate nel
una bassa manovalanza dei
detenuti in netta contrapposizione con il lavoro riabilitativo
praticato in Italia».
“Ethicando” è anche un allegro
bistrot nel quale si possono
degustare una serie di specialità italiane come dolci fatti in
casa, caffè e cappuccini, seduti
intorno a comodi tavolini. La
bottega però non è solo espressione del made in social, ma
anche della divulgazione della
cultura antimafia, come ha ben
dimostrato trasformandosi in
tappa della kermesse “Libero
cinema in Libera terra” e
catturando l’attenzione di
oltre 150 persone che hanno
guardato il film su Placido
Rizzotto. Per l’occasione, era
presente anche il regista Ettore Scola, presidente onorario
di Cinemovel, fondazione
promotrice dell’evento. Il 23
maggio, invece, il magistrato
Mario Vaudano ha letto delle
lettere private che gli scrisse
Giovanni Falcone, mentre
la giornalista Marcelle Padovani ha presenziato ad
un incontro per presentare
la ristampa del suo Cose di
Cosa Nostra, una raccolta
di interviste rilasciate dal
magistrato ucciso nella strage
di Capaci.
Queste sono solo alcune delle iniziative che Caterina e
Ludovica hanno archiviato
con successo. E per il futuro?
«Abbiamo davvero moltissimi progetti in cantiere –
confida Ludovica –, come
l’organizzazione di una due
giorni avente come fulcro
le donne che si impegnano
nella lotta alle mafie nella
società civile; in quell’occasione avremo tra gli ospiti
Rita Borsellino. Attualmente
stiamo promuovendo una mostra di Clemente Martin che
ha immortalato l’altra faccia
dell’isola di Linosa, fatta di
clandestini, di persone prive
di arti e di vittime della tratta
degli esseri umani».
l’antimafiacivile
settore della comunicazione,
sono entrate subito in sintonia, decidendo di tuffarsi in
quest’avventura. «Aprire questa
bottega non è stato facile – ricorda Ludovica – sia dal punto
di vista burocratico sia perché
la cultura dei francesi è quella
di nascondere la polvere sotto il
tappeto, di non ammettere che
le mafie sono un problema che
riguardano anche la loro nazione. Tuttavia, bisogna anche
riconoscere che abbiamo molti
sostenitori e persone che ormai
si sono fidelizzate, aprendosi
al confronto. Per la comunità italiana che vive in queste
zone, inoltre, siamo diventati
un punto di riferimento, un
luogo di ritrovo».
Chi entra all’interno di “Ethicando” può dunque trovare
la pasta e il vino di Libera ma
anche i prodotti alimentari del
consorzio Goel, così come la
cioccolata realizzata nel carcere
di Busto Arsizio. Dalle case
circondariali di Padova provengono i biscotti e da quella
di Venezia le borse confezionate
con materiale di riciclo. Ci sono
anche le borse che provengono
dalla sezione femminile del carcere di Torino, le magliette e i
gioielli frutto della manodopera
di persone affette da disturbi
psichiatrici prese in carico da
delle cooperative sociali. Creazioni apprezzate dalle persone
che, abbandonando l’iniziale
scetticismo, entrano nella bottega, sorprendendosi «per la
normativa all’avanguardia che
vige in Italia. Qui in Francia ci
sono beni confiscati per 300
milioni di euro ma si tratta di
una confisca personale repressiva, non esiste il concetto di
riutilizzo sociale. Parimenti,
all’interno delle carceri esiste
cosenostre
19 | ottobre 2012 | narcomafie
20 | ottobre 2012 | narcomafie
Normativa antimafia
Il Veneto
prende
coscienza
Dopo Emilia Romagna, Liguria e Lombardia, anche l’“isola felice”
del nord-est vuol dotarsi di una legge preventiva per contrastare il
dilagare delle mafie. Prime misure: codice di comportamento per
il Consiglio regionale e recupero dei beni confiscati
Foto di Fulvio Varone,
Loris Zecchinato
di Maurizio Bongioanni
21 | ottobre 2012 | narcomafie
Il Veneto è diventato terra ad
alto interesse per le mafie italiane e straniere; una terra dove
la criminalità organizzata continua a far affari riciclando denaro sporco, trafficando droga
o armi. Sono fatti che trovano
riscontro in documenti ufficiali
e articoli di cronaca reperibili
all’ufficio stampa della regione
Veneto oppure contenuti nel
dossier-inchiesta “Mafie in Veneto”, pubblicato ad aprile da
«Narcomafie». A partire proprio
da queste fonti, il consigliere
regionale Roberto Fasoli (Pd)
si è accorto che era arrivato
il momento di costituire uno
strumento legislativo per prevenire le infiltrazioni mafiose
nella sua terra. Per questo ha
lavorato a fianco di colleghi e
di Avviso pubblico, l’associazione per la formazione civile
contro le mafie, per realizzare
un testo diventato una proposta
di legge che ora è in discussione in Commissione.Si intitola
“Misure per l’attuazione coordinata delle politiche regionali
a favore della prevenzione del
crimine organizzato e mafioso,
nonché la promozione della
cultura della legalità e della
cittadinanza responsabile” ed è
stata presentata pubblicamente
già in diverse occasioni, l’ultima delle quali al seminario
“L’onda grigia del cemento”,
organizzato da Legambiente e
Avviso Pubblico a Calalzo di
Cadore (Bl).
Approvare non è applicare.
«Questa legge è stata firmata da
tutti i presidenti e i capigruppo
in modo unitario. Questo a riprova che l’argomento andava
trattato con urgenza e al di sopra delle divisioni politiche»,
racconta Fasoli. «Abbiamo con-
frontato molte altre leggi tra cui
quella dell’Emilia Romagna,
della Liguria, della Lombardia,
della provincia autonoma di
Trento, del comune di Merlino
e altre ancora. Abbiamo preso
il meglio di queste leggi e lo
abbiamo assemblato in una
unica: credo che abbiamo fatto
un ottimo lavoro».
«Questa legge è importante
perché innanzitutto la regione
Veneto ne era priva», dichiara
Pier Paolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso pubblico
e capofila del gruppo tecnico
che ha seguito i lavori di questa
legge. «Finalmente il Veneto
prende coscienza che quella
della mafia è una minaccia seria
nei confronti dell’economia locale e che non bastano le forze
dell’ordine per fermarla. Ma
una delle cose più significative
contenute nel testo è l’impegno
a dotare il Consiglio regionale
di un codice di comportamento, recependo la Carta di Pisa
redatta proprio da Avviso pubblico. Questo significa dare responsabilità alla politica senza
aspettare l’azione risolutiva da
parte della magistratura».
È necessario poi vedere applicare questa legge: «Il problema non è approvarla ma
renderla eseguibile», riprende
Fasoli. «È necessario che la
Giunta stanzi le risorse operative necessarie».
I settori più esposti. Nel 1994,
la Commissione parlamentare
antimafia ha inserito il Veneto
nella sua relazione sulla presenza mafiosa nelle regioni del
centro-nord Italia, affermando che nel nostro paese «non
esistono isole felici». Situazione che ha trovato riscontro
anche dalle recenti inchieste
giudiziarie svolte dalla Direzione distrettuale antimafia di
Venezia e nella relazione di
inaugurazione dell’anno giudiziario del procuratore generale della Repubblica presso
la Corte d’appello di Venezia,
Pietro Calogero. In quell’occasione, Calogero ha indicato
quali situazioni favoriscono
l’infiltrazione mafiosa: stati di
insolvenza di piccoli imprenditori, eccessive restrizioni
nell’erogazione del credito, le
diffuse violazioni nei controlli
bancari, la mancata trasparenza
contabile delle società.
A ulteriore conferma di questo
pericolo ci sono i dati allarmanti del 2011: 1.518 operazioni
finanziarie sospette segnalate
dall’Ufficio informazione finanziaria della Banca d’Italia
(+9,4% rispetto all’anno precedente); 3,5 denunce al mese
per reato di riciclaggio (12% sul
totale nazionale); 83 immobili
e 4 aziende confiscate in un
anno; centinaia di imprenditori veneti finiti in un circuito usuraio gestito da soggetti
collegati al clan dei casalesi
(indagine “Serpe”); 387 denunce per estorsione (secondo
i dati della Dia). «L’infiltrazione
mafiosa – commenta Fasoli –
interessa il settore economico
perché il Veneto è una regione
ricca: il fine è quello di appropriarsi di imprese e controllare
il mercato». «I mercati più a
rischio sono certamente quelli
dell’edilizia, inteso come appalti pubblici e privati, quello
dei trasporti, del turismo, dello
smaltimento dei rifiuti, della
grande distribuzione compresi
i centri commerciali, i mercati
ortofrutticoli, la manodopera,
il gioco d’azzardo e la contraffazione di merci».
«L’infiltrazione
mafiosa –
commenta Fasoli –
interessa il settore
economico perché
il Veneto
è una regine ricca:
il fine è quello
di appropriarsi
di imprese
e controllare
il mercato»
22 | ottobre 2012 | narcomafie
È stato creato anche
un osservatorio per
il contrasto alla
criminalità
organizzata e la
promozione della
trasparenza
nell’azione
amministrativa
Una legge di tutti. In questo
panorama instabile è stata
pensata la legge di prevenzione «a partire da un seminario
svolto da Avviso pubblico il
23 gennaio 2012», racconta
Fasoli. «Da lì è iniziata la mia
collaborazione con l’associa
l’associazione fino ad arrivare a una
legge definitiva ad agosto,
che poi è quella che abbiamo
presentato. In quei mesi la
legge è stata pubblicata sul
sito della Regione affinché i
cittadini potessero presentare
modifiche, consigli, perples
perplessità. L’idea era di dare alla
legge una forma quanto più
possibile “allargata” perché
fosse recepita come una legge
di tutti. Il metodo in questo
caso voleva dire anche essere
sostanza».
Un punto forte è l’avvicinamento dei temi prevenzione
e sistema educativo: «La sola
attività di repressione della
mafia – aggiunge Fasoli – è
necessaria ma non sufficiente per debellare il fenomeno
criminale. Accanto a questa va
coinvolto in particolar modo
il mondo scolastico e della
formazione». Con formazione
si intende anche quella della
polizia locale. Inoltre viene
creato un osservatorio “per
il contrasto alla criminalità
organizzata e la promozione
della trasparenza”. L’osservatorio avrà vari compiti,
dalla raccolta e diffusione
di documenti e analisi sul
fenomeno all’elaborazione di
azioni di contrasto con particolare attenzione alle misure di trasparenza nell’azione
amministrativa.
Un capitolo a parte riguarda le
azioni finalizzate al recupero
dei beni confiscati. La Regione
contribuisce ad assicurare un
«proficuo riutilizzo a fini sociali» dei beni confiscati alla
criminalità organizzata, l’assistenza agli enti locali assegna-
tari dei beni con concessione
di contributi per il restauro
o ristrutturazione al fine di
recuperare i beni sequestrati e
lo stanziamento di contributi
per sostenere la continuità
lavorativa delle aziende confiscate, salvaguardando così
il patrimonio occupazionale
e produttivo esistente. Per
questi fini sarebbero istituiti
i fondi di garanzia e di rotazione: il primo sopperirebbe
all’estinzione delle ipoteche
che in molti casi gravano sul
bene confiscato e che non
ne permettono un effettivo
riutilizzo; il secondo faciliterebbe l’accesso al credito
dei soggetti assegnatari dei
beni in questione. Insieme
alle attività finalizzate alla
prevenzione e le politiche
a sostegno delle vittime, la
legge stabilisce una norma finanziaria per lo stanziamento
di 500mila euro l’anno per gli
anni 2013 e 2014 (più 300mila
per il 2012).
La parte finanziaria di questa
legge è un’altra novità importante rispetto ad altre proposte
di questo tipo: «La Regione metterebbe a disposizione risorse
e strutture a scuole e imprese
– commenta Romani –.Va a
creare un fondo per le vittime e
si occupa di non vendere i beni
confiscati ma di riutilizzarli. Se
pensiamo che l’86% dei beni
sequestrati vengono affidati
ai Comuni, si capisce quanto
è centrale il ruolo dell’Ente
locale nel processo di riutilizzo
di questi beni».
«Insomma questa legge è finalmente un fatto concreto,
necessaria per una società che
si voglia definire civile e soprattutto significativa per una
politica più responsabile».
23 | ottobre 2012 | narcomafie
del sindaco mi ha messo in
allarme e ha affermato di conoscere persone che potevano
farmi del male. La mia paura
era per la famiglia».
Un timore fondato. Pochi giorni
dopo, infatti, tocca al figlio
dodicenne di Gino: «La prima volta che hanno fermato
mio figlio andava a scuola.
Gli hanno detto: “Tuo padre
non vi vuole bene”. Appena
mi ha detto questa cosa sono
andato a denunciare, ma gli
strozzini non si placavano. Un
pomeriggio, mia moglie lo accompagna a mangiare con gli
amici. Al ritorno aveva la faccia
bianca come la morte. Avevano
preso mio figlio per il braccio
dicendogli: “Dì a quel coglione
di tuo padre di non fare avanti
e indietro dalla caserma dei
Carabinieri”. La settimana di
Pasqua, mi hanno mandato un
biglietto di auguri dicendomi
di ritrattare. Ma io sono andato
avanti. Se tornassi indietro,
denuncerei subito».
Da quelle denunce nel luglio
2011 è scaturita un’importante
operazione antiusura condotta
dal comando provinciale di
Lecce denominata “Shylock”, il
cui nome ricorda il più celebre
degli usurai, quello creato dalla
penna di William Shakespeare
ne Il mercante di Venezia. L’inchiesta ha portato allo smantellamento di un’associazione per
delinquere finalizzata all’usura,
all’estorsione, all’esercizio abusivo di attività finanziaria e al
riciclaggio. Il processo è ancora
in corso a Lecce.
nuoveresistenze
resistenze
me l’avrebbe fatta pagare e mi
avrebbe fatto perdere il posto
al comune. Il mio ex socio è
stato poi ricevuto dal legale
dello strozzino. Sono stati firmati 36 assegni da 3 milioni
e mezzo di vecchie lire. Da
quel momento abbiamo fatto di
tutto per saldare il debito, ma
l’arrivo di una cartella esattoriale dell’attuale Equitalia per
mancati versamenti Inps ci ha
fatto risprofondare nel baratro
dei debiti».
I due si rivolgono allora a un
altro usuraio, un collega del
comune in cui lavorava Gino,
e all’autista del sindaco – attualmente sotto processo – per
chiedere un ulteriore prestito.
«Ero in una spirale da cui pensavo non sarei mai uscito. Fino
a quando un altro imprenditore
denuncia, vittima dello stesso
giro di usurai. Così vengo interrogato dagli inquirenti. Decido
di raccontare tutta la mia storia,
dei sette canali di usurai in
mano ai quali ero finito».
Ma la storia non finisce qui. «Il
mio ex socio, in prima istanza
nega e, cosa altrettanto pericolosa, racconta tutto agli strozzini. Questi iniziano a minacciarmi: telefonate in cui mi
insultavano e mi dicevano che
dovevo morire, che avrei perso
il posto di lavoro. Un mese
dopo ho trovato una cartuccia
di una pistola sulla macchina,
tre giorni dopo un foglio con
altre minacce, poi ancora un
portachiavi a forma di bara
nell’antenna della macchina.
Come se non bastasse, l’autista
Storie di chi si ribella ogni giorno
Gino ha 50 anni ed è dipendente comunale nel foggiano, in
Puglia. In passato, insieme ad
altri colleghi, aveva creato una
piccola impresa che si occupava di infissi in alluminio. «La
mia storia parte da lontano, tra
il ’98 e il ’99. La nostra impresa
andava bene, ma per un periodo
ci siamo ritrovati con forti debiti. Dovevamo circa 40mila euro
a un nostro fornitore. Il mio ex
socio propone di parlargli e
chiedergli una rateizzazione.
Non potevo immaginare che lo
stesso fornitore sarebbe diventato lo strozzino che ci avrebbe
condotto sul lastrico».
La storia di Gino comincia
con un piccolo prestito con
un interesse del 10 per cento,
fino ad arrivare a un debito
di 160mila euro. «Il mio ex
socio – continua – mi diceva
che ci dovevamo fidare, ma i
conti non tornavano. L’usuraio
si faceva rinnovare gli assegni
ogni mese, con una maggiorazione del 10 per cento. Per
chiudere questa faccenda mi
sono rivolto a un avvocato.
Le vie erano due: continuare
a pagare, oppure denunciare,
ma purtroppo non avevamo fatture. Così abbiamo continuato
a pagare il debito gonfiato. Ci
faceva firmare un assegno con
l’importo a matita, così poteva
modificare come meglio credeva». A un certo punto Gino
chiede un ridimensionamento
dell’incasso. «Appena gli è
arrivata la lettera – spiega –,
lo strozzino ha chiamato il
mio ex socio minacciando che
di Laura Galesi
Gino, imprenditore
foggiano vittima di usura
24 | ottobre 2012 | narcomafie
Quarantesimo anniversario
Spampinato,
l’ora del ricordo
Non è stato un delitto esplicitamente di mafia,
ma una commistione di eversione, servizi deviati, collegamenti
con ambienti oscuri. Proprio per questo l’omicidio di Giovanni
Spampinato, uno dei nove giornalisti uccisi nel nostro paese,
per anni non è stato affrontato. E la verità resta da scrivere
di Elisa Latella
25 | ottobre 2012 | narcomafie
Ragusa, 27 ottobre 1972. Sono
passati quarant’anni. Quarant’anni sono una vita. Giovanni Spampinato, cronista
siciliano, di anni ne aveva
solo 25, quando, in quel lontano 27 ottobre del ’72, veniva
assassinato.
Oggi è considerato una vittima
della mafia. E non solo della
mafia. Il suo nome è stato
ricordato nel corso della Giornata mondiale della libertà di
stampa svoltasi il 3 maggio
scorso a Palermo. Per gran
parte di questi quarant’anni,
però, di Giovanni Spampinato
non si è parlato.
E, come disse un giorno il
fratello Alberto “il suo stava
diventando un nome senza
storia”. Scomodo a tante coscienze.
Una morte decisa da qualcuno, ma voluta anche da
qualcun altro, da qualcun altro ancora accettata, da molti
altri ignorata.
Giornalista di razza. Giovanni Spampinato fa il corrispondente da Ragusa per «l’Ora»
di Palermo e per «l’Unità» tra
la fine degli anni Sessanta e
l’inizio degli anni Settanta,
e si afferma con un’inchiesta
sul neofascismo che coinvolge
anche gli ambienti di Catania
e di Siracusa.
Giovanni aveva documentato i
rapporti tra le organizzazioni
locali di estrema destra, gli
esponenti di primo piano del
fascismo eversivo nazionale e
internazionale e la criminalità
organizzata, che controllava
i traffici di opere d’arte, di
armi, di sigarette e di droga.
Non aveva dato fastidio solo
alla mafia locale.
La notte del 27 ottobre del
1972 viene ucciso mentre era
nella sua Cinquecento dai
colpi di pistola sparati da un
personaggio di un certo livello: Roberto Campria, figlio
del presidente del tribunale
di Ragusa, uno degli indiziati
di un altro omicidio, quello
del commerciante di antiquariato e oggetti d’arte Angelo
Tumino, avvenuto otto mesi
prima, il 25 febbraio.
A rivelare il coinvolgimento
di Campria in quelle indagini
era stato proprio Spampinato.
L’inchiesta avrebbe dovuto essere trasferita ad un giudice di
un’altra città, ma così non fu: a
distanza di quarant’anni il delitto Tumino è senza esecutori,
senza mandante, senza movente. Spampinato aveva rivelato
anche la presenza a Ragusa di
Stefano delle Chiaie (all’epoca
ricercato per le bombe del 12
dicembre 1969 all’Altare della
Patria) e di altri fascisti romani
legati a Junio Valerio Borghese.
Sembrava che i contatti fra
Campria e Tumino e fra questi
e i trafficanti di estrema destra
fossero frequenti.
Un riconoscimento tardivo.
Nel 2007, alla memoria di Giovanni Spampinato fu assegnato il premio Saint-Vincent,
il premio di giornalismo più
prestigioso d’Italia.
Un riconoscimento importante, certo. Ma arrivato tardi, troppo tardi. Perché per i
primi due decenni successivi
all’omicidio, di questa morte
non si parla.
Solo subito dopo l’evento,
come riporta il sito dell’associazione Giovanni Spampinato, diverse personalità laiche
e religiose di Ragusa diffusero
un volantino e, qualche giorno
dopo, una “lettera aperta alla
società e alla stampa ragusana”. Un ciclostilato di 4
pagine a 37 firme: tra le prime
ci sono quelle dei docenti
Giorgio Flaccavento e Luciano
Nicastro, dei parroci Giorgio
Accetta e Giorgio Colombo,
di sei sacerdoti, di insegnanti
e studenti.
«Mentre Giovanni era in vita
– si legge nella lettera ai giornalisti ragusani – avremmo
potuto salvarlo, se fossimo
stati più impazienti seguaci della verità, meno amanti della nostra tranquillità,
meno amanti del buon senso
che ci fa sempre e comunque
conniventi con l’autorità… La
stampa ragusana si mantiene
fedele ad un suo cliché da cui
non si era discostata neanche
durante le vicende del caso
Tumino (…) Si può facilmente
immaginare come ben diverso
sarebbe stato l’atteggiamento
della stampa se fosse stato il
figlio di un povero diavolo
ad essere sospettato. Il timore
reverenziale ha fatto dimenticare alla stampa il dovere
principale di riportare la voce
dell’opinione pubblica che
pure volgeva con insistenza i sospetti proprio nella
direzione dell’ambiente più
insospettabile. (…) La stampa
locale ha col suo comportamento avallato che vi sia nella
società una classe intoccabile,
da difendersi comunque finché è possibile, per il bene
di tutti ma soprattutto di chi
gravita attorno. (…) È un delitto di classe, in questo senso
veramente un delitto politico,
senza bisogno di dover scomodare squadristi e piste nere.
(…) Certa stampa ha dimenticato che non siamo più sotto il
regime, o meglio ha rispettato
la legge non scritta ma ben più
viva in loro della Costituzione
repubblicana». Seguono anni
di silenzio, interrotti da voci
isolate, da brevi ricordi.
Mio fratello, Giovanni. Del delitto si occupa nel 1992 il giornalista catanese Gianni Bonina,
con il libro dal provocatorio
titolo Il triangolo della morte.
Tumino, Campria, Spampinato. Sette anni dopo Luciano
Mirone ne ricostruisce lo sfondo in Gli insabbiati, storie di
giornalisti uccisi dalla mafia
e sepolti dall’indifferenza .
Nel 2004 ci ritorna Carlo Ruta
con Morte a Ragusa: vengono
chiarificati i nessi causali tra i
delitti Tumino e Spampinato, e
nel 2007 Roberto Rossi e Danilo
Schininà raccontano la vicenda con Il caso Spampinato.
Inchiesta drammaturgica, un
documentario teatrale ispirato
alle carte giudiziarie, agli articoli, a video e a testimonianze
dell’epoca. C’erano bei cani
ma molto seri. Storia di mio
fratello Giovanni ucciso per
aver scritto troppo è infine il
titolo dell’opera pubblicata nel
2009 dalla casa editrice Ponte
alle Grazie del fratello di Giovanni, anche lui giornalista,
Alberto Spampinato. E sono
forse le parole di Alberto (di
cui pubblichiamo un ricordodel fratello a p. 26, ndr.),
rese note attraverso un video
accessibile a tutti su youtube,
realizzato per la presentazione
del testo, che meglio di tutte
descrivono la difficoltà di far
luce su quell’omicidio: «Mio
fratello è una delle vittime
più dimenticate di questi anni
Ottanta… Non è stato un delitto esplicitamente di mafia,
Io, Giovanni e Ragusa
40 anni dopo
26 | ottobre 2012 | narcomafie
di Alberto
Spampinato
Ogni volta che torno a Ragusa, la
città in cui sono nato, in cui ho
vissuto fino all’età di vent’anni,
in cui quaranta anni fa fu ucciso
mio fratello, in cui sono tornato
a trovare i miei genitori finché
ci sono stati, provo un senso di
smarrimento. È quella sensazione
che ho cercato di descrivere, tre
anni fa, nel libro C’erano bei cani
ma molto seri. Mi colpisce, scrissi, la disinvolta smemoratezza di
questa città e dei suoi abitanti.
L’ho detto per scuotere quell’apatia, sapendo di urtare qualche
suscettibilità. Qualcuno mi ha
compreso e mi ha manifestato lo
stesso sgomento, ma certamente
non sono riuscito a smuovere le
radici di quella smemoratezza, e
forse non ci riuscirò mai.
«Lascia perdere», mi hanno consigliato le persone che mi vogliono
bene, «convinciti che è più facile
sfondare un muro a testate». Ragusa è fatta così. Bisogna prenderla
per quel che è. Capisco, ma non
riesco a rassegnarmi.
Penso che Ragusa abbia tante
buone qualità da vantare e, con
poco, se solo recuperasse la memoria, potrebbe diventare una
comunità con buone carte da
giocare, e io potrei tornarci senza
avvertire quel senso di vuoto e di
estraneità. Perciò provo e riprovo
e cerco di fare capire cosa sento
e cosa sogno.
Immaginate lo smarrimento di
una persona che torna nel luogo
in cui ha vissuto a lungo, in cui
ha sofferto un grande dolore, una
grande ingiustizia, a causa di una
tragedia di dimensione pubblica,
e scopre che i fatti che lo hanno segnato profondamente non
hanno lascitato tracce. «Com’è
possibile», mi dico?
Quell’anno a Ragusa successe
la fine del mondo. Quando mai
a Ragusa sono stati commessi
due omicidi, uno più efferato
dell’altro, nel giro di sei mesi? E
quel che è successo dopo? Il primo delitto, quello dell’ingegnere
Angelo Tumino, è stato archiviato
ad opera di ignoti. Non si è tenuto
neppure un processo. Quando
ci penso mi sembra di vedere
il corpo insanguinato, orrendamente sfigurato, di quell’omone
di bell’aspetto steso sulla via
del passeggio. E quando penso a
come è maturato l’assassinio di
mio fratello, mi torna in mente
l’angoscioso romanzo di Garcia
Marquez Cronaca di una morte
annunciata, o il povero e sperduto villaggio messicano in cui
Guillermo Arriaga ha ambientato
il racconto ancor più angosciante
Un dolce odore di morte in cui
tutto il paese, per quieto vivere,
assiste senza muovere un dito
alla preparazione e all’esecuzione
dell’omicidio di un innocente.
Quando percorro la strada che
costeggia il carcere che recentemente è stata rinominata, quel
tratto in cui mio fratello fu attirato
in trappola ed eliminato come un
cane rabbioso, cerco invano una
traccia di quel lontano evento,
un appiglio per la mia memoria.
Non c’è.
A Ragusa la vita di Giovanni è
evaporata come acqua sul marmo.
Non sono rimaste tracce visibili.
Non so se sia giusto cancellare le
tracce di eventi che hanno segnato
profondamente la vita di una città.
Io non le cancellerei. Io il nome di
Giovanni Spampinato e quello di
Angelo Tumino li scriverei come
monito all’entrata di Ragusa e
sulle guide turistiche della città, affinché chi arriva a Ragusa
sappia che qui, dopo il tremendo
terremoto del 1693 che distrusse
case, chiese e palazzi, nel 1972
c’e stato un altro terremoto che
ha sconvolto la coscienza di tanta
brava gente. Io metterei nella Biblioteca Comunale, a disposizione
di tutti, gli articoli di Giovanni e
le carte giudiziarie che parlano
della sua morte e di quella ancor
più oscura e misteriosa dell’ingegnere Tumino.
Quando dico queste cose ai miei
concittadini, alcuni mi guardano
come se volessi andare sulla luna,
altri come se fossi matto, altri
ancora reagiscono come se avessi
detto qualcosa di sconveniente.
Pazienza. Ormai ci ho fatto l’abitudine. Come dicono i miei amici,
Ragusa è così, devo prenderla per
quel che è, anche se la sua smemoratezza, la sua indifferenza,
mi fanno dubitare di me.
A volte penso che io e Giovanni
siamo nati qui per sbaglio, siamo
pacchi consegnati all’indirizzo
sbagliato. Penso che in un’altra
città, in una città più grande, in
una città di mare con un grande
porto, con gente che va e viene
e mescola idee, esperienze e ricordi, in una città in cui basta
cambiare strada per cominciare
un’altra vita, in una città con redazioni di giornali che si rubano
le notizie e non fanno a gara a
nasconderle, Giovanni si sarebbe
trovato più a suo agio.
I suoi articoli impertinenti, i suoi
interrogativi sul comportamento
non proprio ortodosso della magistratura, della stampa locale,
della politica, delle istituzioni
e della stessa comunità sociale,
avrebbero trovato estimatori e non
credo che avrebbero determinato
una reazione così sanguinaria.
Chissà se le cose sarebbero andate
veramente così. Io immagino che
in una città fatta così Giovanni
sarebbe vissuto e le sue capacità
sarebbero state apprezzate. Non lo
sapremo mai. La cosa più triste è
che Giovanni non fece in tempo
a capire che Ragusa non era la
sua città.
27 | ottobre 2012 | narcomafie
ma un impasto di tante cose:
eversione, servizi deviati, collegamenti con ambienti oscuri… Proprio per questo, perché non si poteva classificare
chiaramente, è stato “scartato”
in questi anni… Non sono riuscito per tanti anni a parlare
di questa storia. Aspettavo che
qualcuno la raccontasse, ma
nessuno lo faceva, gli anni
passavano e quello di Giovanni
Spampinato stava diventando
un nome senza storia… Poi il
flusso dei risvegli anche grazie a Libera… Un giorno nel
corso di una manifestazione al
Campidoglio mentre venivano
chiamati i nomi delle vittime
della mafia ho sentito il nome
di mio fratello. Non sapevo che
avessero inserito il suo nome,
per me è stata una grande emozione. E allora ho cominciato
a raccogliere lettere, articoli, a
ricostruire e a scrivere».
L’ora di Spampinato. Oggi si
parla di Giovanni Spampinato
anche all’estero. Sarah Vantorre ha iniziato una ricerca
di dottorato in lettere presso
l’Università di Anversa sulla
letteratura contemporanea in
memoria dei giornalisti uccisi
dalle mafie e dal terrorismo
e sulla forza della letteratura
nella lotta contro la criminalità organizzata in Italia. È’ lei
che racconta, sul sito dell’associazione Giovanni Spampinato, costituita in ricordo
del cronista ucciso, di come
questa storia è stata narrata,
attraverso una rappresentazione, in cinque Università
del Belgio: manifestazioni nel
corso delle quali è emersa una
notevole volontà del pubblico
di essere informato. A distanza di quarant’anni, la verità
sul caso Spampinato ancora
non è stata detta.
La memoria allora deve essere
un imperativo categorico: da
qui la denuncia dell’associazione Giovanni Spampinato,
che in una nota critica nei
mesi scorsi ha evidenziato:
«A Ragusa è stata chiusa la
Sala Stampa “Giovanni Spampinato” inaugurata nel 1995
dall’amministrazione provinciale di Ragusa e dedicata, in
segno di omaggio, al giornalista corrispondente dell’«Ora»
e dell’«Unità», assassinato 40
anni fa, il 27 ottobre 1972». In
seguito una breve polemica,
poi una riapertura da parte
della Provincia, con l’allestimento di una nuova sala
intitolata a Giovanni.
L’omaggio più recente è il
documentario “L’ora di Spampinato”, prodotto dalla società
Extempora e dall’associazione
“Teatro a margine” che hanno
lanciato una sottoscrizione
popolare per finanziare la produzione dal basso e presentare
l’opera il 27 ottobre, per la ricorrenza del 40° anniversario
dell’assassinio del giornalista
di Ragusa. Il progetto ha il
patrocinio della provincia di
Ragusa, della società Argo
Software, del centro studi
Feliciano Rossitto, della Casa
Memoria Felicia Impastato,
della Fondazione Fava, di
Avis Ragusa, del «Clandestino» di Modica e di altri.
«Il nostro obiettivo – hanno
spiegato i due registi Vincenzo
Cascone e Danilo Schininà
nella nota di presentazione – è quello di restituire la
drammatica vicenda italiana
in cui perse la vita Giovanni
Spampinato. Attraverso le
deposizioni effettuate durante
le indagini e il successivo processo racconteremo i luoghi e
le persone coinvolte in questo
fatto di cronaca ed effettueremo interviste alle persone che
conobbero Spampinato».
Un comune senza mafia? Il
comune di Ragusa è considerato fra i venti più sicuri
d’Italia e secondo l’Istat «non
si riscontrano fenomeni di
criminalità organizzata». Un
dato che sorprende. Ma il
verbo “non si riscontrano”
non vuol dire necessariamente
che “non ci sono”. Forse un
riscontro diverso lo aveva
fatto Giovanni. E le parole
che meglio descrivono a quarant’anni di distanza quella
verità non detta, quel silenzio
che ha fatto da colonna sonora
alla fine di un’esistenza sono
le parole scritte da Antonio
Franchini nel libro L’abusivo
dedicato ad un altro cronista
venticinquenne ucciso dalla criminalità organizzata,
Giancarlo Siani. Due casi paurosamente simili, due città
rimaste in silenzio: «Ma che
cos’è la coscienza di una città? Esiste la coscienza di una
città? Quale senso di colpa
c’è nell’acqua di un golfo, nei
cubi di cemento frangiflutti,
nel tufo della costa, nell’asfalto di strada; quanto rimorso
c’è in chi ci cammina? Si può
ammettere che paesaggio e
pietre abbiano una loro ottusa
rilevante memoria, certo non
rimorsi. Il senso di colpa sta
solo in alcuni e grava diversamente a seconda del momento. È normale che nei giorni
qualunque pesi quanto una
piuma; è normale che quando
ci invitano a ricordarlo, pesi
di più».
«Non sono riuscito
per tanti anni
a parlare
di questa storia –
racconta
Alberto Spampinato,
fratello del
giornalista ucciso –.
Aspettavo che
qualcuno
la raccontasse,
ma nessuno
lo faceva;
gli anni passavano
e quello
di Giovanni
stava diventando
un nome senza storia»
28 | ottobre 2012 | narcomafie
Caso Rostagno
Trapani doveva
dimenticare
Le denunce, l’impegno e la memoria di Mauro Rostagno dovevano
essere rimossi. Trapani doveva tornare alla normalità. In fretta.
Ecco perché sono trascorsi 22 anni per arrivare al processo. E
per quelle stesse ragioni, anche oggi, sulle udienze si vorrebbero
tenere spenti i riflettori
di Rino Giacalone
29 | ottobre 2012 | narcomafie
Occupandomi della cronaca
nera e giudiziaria della provincia di Trapani, la mia terra
sporcata dalla mafia, sono tante
le persone che ho dovuto imparare a conoscere leggendo
gli atti giudiziari riguardanti le
loro morti violente. Purtroppo
in questo elenco c’è anche Mauro Rostagno, ucciso a Lenzi di
Valderice, provincia di Trapani,
il 26 settembre del 1988.
Rostagno andava “mascariato”. Ci sono cose che accomunano questi delitti: il fatto che
si trattava di persone oneste,
la cui coscienza civile è stata
dopo la morte offesa. Ci sono
stati i depistaggi, le indagini
sporcate (mascariate); c’è stato, nel tempo, un coro sociale
composto da chi sosteneva che
tra mafia e antimafia esistesse
una posizione terza: risultata
utile a nascondere la mano degli
assassini mafiosi e, quindi, a
stare dalla loro parte. Altro che
terzietà. Tutto questo è successo
tante volte a Trapani, per il magistrato Ciaccio Montalto, per
il giudice Alberto Giacomelli,
è successo per le vittime di
Pizzolungo (Barbara Asta e i
suoi gemellini di 6 anni ndr.):
dinanzi ai corpi straziati dal
tritolo di Cosa nostra, a Trapani,
il sindaco andava dicendo che
la mafia non esisteva. Nel caso
del delitto di Mauro Rostagno
quel coro sociale è andato anche
oltre, impedendo per anni di
fare luce sul delitto.
Mauro Rostagno non ha nemmeno conquistato l’aureola di
eroe. Non doveva essere considerato tale a Trapani: doveva
essere dimenticato e più in
fretta degli altri morti ammazzati, doveva risultare ucciso
per qualche schifezza: droga,
tradimenti, gelosie. Per il suo
passato che non era oscuro, ma
lo si fece diventare buio. Ecco
perché sono trascorsi 22 anni
per arrivare al processo, perché
la sua morte celebrata con quei
funerali affollati doveva sparire
presto dalla memoria della gente, e nella memoria della gente
doveva entrare altro sul conto
di Rostagno, andava anche lui
“mascariato”.
Perché tutto questo? Perché Trapani, ucciso Rostagno, doveva
tornare alla normalità, perché
Trapani doveva riprendere a
essere tranquillo crocevia di
intrecci tra mafia, massoneria
deviata, servizi segreti italiani
e di mezzo mondo e traffici di
droga, armi. D’altra parte stiamo
parlando della terra che oggi
risulta molto accogliente per
Matteo Messina Denaro, qui è
super protetto il latitante che
impersona la barbara violenza
assassina e stragista, ma anche
la capacità di fare impresa e di
tenere i legami con la politica
che conta: fu lui a dire nel 1993
a Leoluca Bagarella di abbandonare il progetto di fondare un
partito e di votare Forza Italia.
La notizia non è di oggi, in cui
tanto si parla di trattative e
inciuci, ma del 1997, quando
un pentito parlò in un maxi
processo a Trapani; eppure restò
relegata nelle classiche quattro
righe di cronaca, perché nella
marginalità cui doveva essere
relegata Trapani ha responsabilità anche l’informazione.
“Accendere i riflettori sulle periferie”: un appello che rivolgo
a nome di «Articolo 21» e «LiberaInformazione». Rostagno fu
ucciso perché c’erano riflettori
spenti, ha rischiato di essere
dimenticato per la stessa ragione: il suo processo non è nelle
cronache come dovrebbe essere.
Il lavoro che si sta facendo a
Trapani non è noto, perché non
ci sono accesi i “giusti” riflettori,
oggi non è la mafia che perde
ma l’antimafia e se l’antimafia
viene battuta saranno sconfitti
democrazia e libertà.
La mappa impronunciabile.
Trapani doveva restare ed è
rimasta qualcosa di marginale
nel panorama criminale, Trapani doveva riprendere la sua
normalità in quel 1988 “tur-bato” dagli editoriali a Rtc di
Mauro Rostagno e oggi sappia-mo il perché. Oggi ai mafiosi
che restano latitanti Procure
e forze dell’ordine riescono a
infliggere duri colpi, sequestri
e confische di beni, con somme incredibili, si sono scoperte casseforti piene di denaro
sporco di sangue, casseforti in
mano ai super fidati del boss
Messina Denaro, l’ultimo dei
colpiti si chiama Carmelo Patti,
patron della Valtur uno che a
Castelvetrano, la città del boss,
cominciò a lavorare facendo
cablaggio per la Fiat, oggi il
suo patrimonio da 5 miliardi
di euro è uno dei patrimoni
dei quali ha beneficiato Matteo
Messina Denaro e per questo
la Dda vuole confiscarlo, così
come è stato del patrimonio di
altri imprenditori, come per
esempio quello del re dei supermercati Despar della Sicilia
occidentale, Giuseppe Grigoli,
uno che nel 1988 gestiva una
bottega di frutta e verdura e
oggi è magnate del commercio.
Ecco in quel 1988 la mafia cominciava a cambiare pelle per
arrivare a riempire lo scenario
che vi ho detto.
Trapani era ed è in Sicilia una
delle città con i più alti tassi
Mauro Rostagno è
morto perché dava
fastidio a Cosa
nostra, hanno
raccontato i pentiti.
I suoi interventi dagli
schermi di Rtc erano
carichi di sfida
contro la mafia,
di ironia e anche
disprezzo: irrideva
un sistema politico
che si faceva
facilmente
corrompere
30 | ottobre 2012 | narcomafie
di disoccupazione, ma che riceveva e riceve tanti di quei
finanziamenti che invece di
produrre ricchezza producono
altra povertà, una città dove
molti sono costretti a lavorare
in nero, dove le imprese non
pagano il pizzo ma la “quota associativa” a Cosa nostra,
perché la mafia non fa danni
ma vive di consenso sociale,
dove la delegittimazione arriva
puntuale per chi non ci sta alle
regole del sistema illegale che
è così radicato da essere diventato la regola, dove la politica
compra i voti dalla mafia e
ricambia i favori, dove i colletti
bianchi e i borghesi, da decenni,
siedono allo stesso tavolo con
i mafiosi e i massoni. Questa
realtà oggi è provata, questo è
lo scoop che a Rostagno non fu
permesso fare.
La trasmissione “Avana”, per
la quale aveva già registrato la
sigla e che doveva partire in
quell’autunno 1988, aveva il
menabò pronto. Nel processo in
corso a Trapani dal 2 febbraio
2011 davanti alla Corte di Assise, è entrata una mole di carte,
appunti, fotocopie di articoli:
gli argomenti evidenziati erano
relativi a mafie e mafiosi, ai
traffici di armi, agli intrighi
della massoneria, in quelle
carte Rostagno aveva scritto
la mappa impronunciabile di
Cosa nostra trapanese, c’erano
nomi che già dicevano qualcosa
o altri allora sconosciuti e che
si scopriranno essere stati nel
gotha della mafia anni dopo. Tra
le carte, reportage sul conto di
Licio Gelli, articoli sullo scandalo della ricostruzione post
terremoto nel Belice, articoli
su un faccendiere diventato in
seguito, Aldo Anghessa, socio
in traffici di armi con mafiosi
trapanesi e su un imprenditore
palermitano blasonato, il conte
Cassina, il cui cognome evoca
Ciancimino, e poi sulle banche
e sui “soldi della mafia”. A
Trapani regnava la Banca Sicula dei D’Alì, il sottosegretario
all’Interno che aveva i Messina
Denaro come campieri. C’era
segnato il nome di un ministro,
Vittorino Colombo con un trattino e poi scritto Castelvetrano.
Ancora il nome di un altro
ministro Aristide Gunnella,
di massoni trapanesi e palermitani come Pino Mandalari il
commercialista di Riina. Fatti
circostanziati, nomi mai usciti
dalla cronaca giudiziaria della
Sicilia. Rileggendo editoriali
e appunti di Rostagno sembra
di leggere la cronaca di oggi
sulla mafia di Matteo Messina
Denaro. Non è un caso che l’ordine di morte partì proprio da
Castelvetrano, da un giardino
di aranci in un terreno di Francesco Messina Denaro dove si
svolse il summit per decidere
la morte di Rostagno.
Il processo una cosa l’ha già
assodata, questo patrimonio
di conoscenza per 22 anni è
stato ignorato e calpestato, si
è perso tempo a cercare chiavi
di casseforti, una cassaforte,
un fax, ci si è chiesti perché
Rostagno avrebbe dovuto avere
dei dollari dentro la sua borsa al momento del delitto (i
dollari non c’erano), c’era una
agenda che, invece, non si è
più trovata.
La verità, i depistaggi. Il
processo è iniziato con due
testimonianze perfettamente
discordanti. Da una parte l’ex
capo della Mobile, oggi questore, Rino Germanà che dinanzi
alla corte ha messo insieme
tutti gli elementi che nel dicembre 1988 lo avevano portato
a presentare un rapporto alla
Procura di Trapani indicando
la pista mafiosa, sia perché il
lavoro di Rostagno era rivolto a
contrastare la mafia sia perché
l’esecuzione del delitto aveva
seguito pedissequamente il rituale mafioso. Dall’altra parte
il generale Nazareno Montanti,
ex comandante del nucleo operativo dei carabinieri venuto a
dirci che l’attività giornalistica di Rostagno dapprima era
pari a quella di altri cronisti,
poi entrando nel particolare
ha affermato che di fatto era
un lavoro sconosciuto, non si
sapeva quello che Rostagno
diceva in tv. Ha raccontato che
le cartucce sovraccaricate erano
un’abitudine dei cacciatori e
che andando a Saman i suoi
sottufficiali avevano trovato
un’aria strana: viene da chiedersi che aria volevano trovare
dopo quel barbaro delitto? Disse
che la pista di mafia mai era
stata seguita, senza un perché,
che le videocassette dei suoi
interventi televisivi mai furono
viste, che quello era un delitto
commesso da balordi perché
un fucile era esploso.
Il processo, iniziato il 2 febbraio
2011, è giunto alla sua trentacinquesima udienza. Come le
ultime sarà una udienza breve,
il tempo sufficiente ad affidare
a nuovi periti la perizia balistica, stavolta l’incarico arriverà direttamente dalla Corte
di Assise. È il processo contro
due imputati giudicati mafiosi,
Vito Mazzara, killer mafioso e
Vincenzo Virga, capo mafia di
Trapani, che tra le sue malefatte
avrebbe avuto anche quella di
avere ordinato la morte di Rostagno, quando lui a Trapani era
un insospettabile, ma non per
tutti, frequentava i salotti buoni
della borghesia, e governava la
cupola mafiosa cittadina, mandava a dire di volere uccidere
persone a destra e a manca. C’è
la mafia potente alla sbarra,
Virga alleato di Provenzano,
e poi Vito Mazzara uno che
andava a sparare con Matteo
Messina Denaro. Il processo
in corso non è un processo
che individua gli imputati per
via del movente. Il movente
non c’è a dibattimento, c’è su
questo una indagine stralcio in
corso. Ci sono imputazioni che
derivano da circostanze precise.
Contro Vincenzo Virga le accuse
di collaboratori di giustizia che
dicono che l’ordine di uccidere Rostagno arrivò a Virga da
Francesco Messina Denaro, il
patriarca della mafia belicina,
un ordine che arrivò a Trapani da Castelvetrano. Contro
Vito Mazzara la comparazione
del modus operandi dei killer
che, a cominciare dall’uso di
cartucce sovracaricate e prodotte in modo artigianale, si
sovrappone alle scene di altri
delitti di mafia per i quali Vito
Mazzara sconta condanne definitive all’ergastolo.
Ma il movente si può scorgere
lo stesso. Mauro Rostagno è
morto perché dava fastidio a
Cosa nostra hanno raccontato i
pentiti. Perché i suoi interventi
dagli schermi della tv locale Rtc
erano carichi di sfida contro la
mafia, di ironia, ma non solo,
anche disprezzo, irrideva un
sistema politico che si faceva
facilmente corrompere e che
lasciava le città in abbandono. Politica che parlava con la
mafia e con la massoneria che
funzionava da stanza di compensazione. E invece il delitto
31 | ottobre 2012 | narcomafie
Rostagno per 22 anni è rimasto
qualcosa di vago, la pista della
mafia è finita «sbeffeggiata», gli
interventi in tv di Rostagno contro mafia, massoneria, politici
corrotti. Non considerati. Anzi,
solo a processo in corso sono
entrati nel fascicolo due verbali
di interrogatorio di Rostagno
come testimone, sentito proprio
dai carabinieri dove riferiva
di quello che aveva appreso
su mafia e massoneria, sulla
presenza non rara di Gelli a
Trapani circostanza confermata
dai pentiti, quei due verbali
solo dopo 23 anni sono stati
presi in considerazione, i carabinieri sono venuti a dire che
se ne erano dimenticati.
Chi decise di ucciderlo. Lo racconta Angelo Siino, il cosidetto
“ministro dei lavori pubblici”
di Totò Riina. Stiamo parlando
di verbali del 1997. Don Ciccio
Messina Denaro era parecchio
arrabbiato: Puccio Bulgarella,
imprenditore ed editore di Rtc,
non solo era in «debito» nel pagamento del «pizzo» per alcuni
lavori ottenuti in appalto, «la
classica messa a posto», spiegò
Siino, ma era pure il proprietario
dell’emittente televisiva che
«ospitava gli interventi di Rostagno». Siino parla a Bulgarella,
questi si difende dicendo che
Rostagno era un cane sciolto,
difficilmente controllabile. Il
progetto va avanti e quando il
delitto viene commesso accadde
che, durante una riunione di mafia a Mazara, quando qualcuno
chiese a Mariano Agate perché
Rostagno fosse stato ucciso, la
risposta fu “questione di corna”
e da allora il movente per tutti
doveva essere questo.
Rostagno fu ucciso con due o
tre colpi di fucile sparati dalla
parte posteriore della Fiat Duna
da lui guidata, sono colpi che
lo colpiscono alla spalla destra,
alla schiena, una “rosata” lo
raggiunse alla nuca, alla mano
sinistra, poi due colpi esplosi
da un’arma corta, una calibro
38, che raggiunsero alla testa
Rostagno, uccidendolo. Il fucile però esplose, fatto questo
dovuto al sovraccarica mento
delle cartucce. È vero è questa
una abitudine dei cacciatori ma
era il modus operandi di Vito
Mazzara, il perito dell’accusa
ha raccontato poi che con quel
fucile certo non si va a caccia
di cinghiali perché di solito il
sovraccaricamento i cacciatori
lo fanno per questo genere di
caccia. E quel fucile è esploso
proprio perché a usarlo era un
esperto che pensava di potere
raggiungere un certo limite.
La firma di Cosa nostra e di
Mazzara sulle cartucce è poi
dovuta a delle striature a freddo, circostanza che accomuna
le cartucce di diversi delitti
quelli firmati proprio da Vito
Mazzara.
«È una operazione che si può
fare questa delle striature a freddo – ha risposto alla Corte il
perito dell’accusa Milone – per
verificare l’efficienza dell’arma,
per renderla pronta all’uso, e
cioè con le cartucce già in canna.
Certo – ha aggiunto – è difficile
che possa essere questa opera
di un cacciatore che di solito
non va sul terreno di caccia con
l’arma pronta e carica».
Vito Mazzara durante le indagini si è quasi autoaccusato;
è stato intercettato in carcere
preoccupato dopo avere letto
sui giornali che le indagini sul
delitto Rostagno erano state
riaperte, a dire a moglie e figli
di cercare in un determinato
posto nella casa di campagna
e aprire un buco nel muro e
vedere se c’era ancora qualcosa. I poliziotti arrivarono
prima, ispezionarono il luogo,
non c’era nulla dentro, ma la
conformazione di quel buco
era preciso, poteva nascondere un’arma. Mazzara è uno
dei boss ai quali Cosa nostra
tiene particolarmente: in altre
intercettazioni si è ascoltata la
preoccupazione dei boss che
possa pentirsi, e allora questi
sono stati sentiti a ripromet-tersi di non fargli mancare mai
nulla anzi un giorno volevano
farlo fuggire dal carcere dove si
trovava addirittura usando un
elicottero. “È un pezzo di storia
e se si pente sono guai”, così
dicevano di lui altri mafiosi.
Nel processo poi le difese mo-strano una strategia chiara: non
difendono gli imputati ma la
mafia. Virga e Mazzara sono
mafiosi conclamati, le strate-gie difensive non inducono i
giudici a guardare verso altri
soggetti della stessa congrega
mafiosa, ma fuori da questa,
non c’entra la mafia col de-litto sembrano dire, e forse lo
dicono, c’entrano le corna, le
gelosie, il malaffare, c’entra
tutto quello su cui alcuni in-vestigatori si sono impegnati
in questi 24 anni e va detto,
«non hanno cavato un ragno
dal buco».
Mauro era circondato da lupi.
Non sono tra coloro i quali
vedono dietro il delitto trame
oscure, intrighi, spie, traffici
di armi e droga, speculazioni
internazionali. Non li vedo,
ma non dico che questi traf
traffici e queste commistioni nel
trapanese non siano esistiti.
Anzi, probabilmente, esistono
Fu Matteo Messina
Denaro a dire
nel 1993
a Leoluca Bagarella
di abbandonare
il progetto di
fondare un partito
e di votare Forza
Italia. La notizia
è del 1997,
ma restò relegata
in cronaca locale
32 | ottobre 2012 | narcomafie
Mauro faceva il
giornalista in una
città che conviveva
con la mafia e forse
convive ancora,
considerato che qui
si nasconde Matteo
Messina Denaro
ancora. Sostengo che Rostagno
è stato ucciso perché non era a
cento passi dalla mafia, come
Impastato a Cinisi, ma era a
cinque passi dalla mafia. Il
suo editore, Puccio Bulgarella,
è stato dimostrato, aveva in
quegli anni contatti con Angelo Siino. Puccio Bulgarella,
deceduto di recente, indagato
anche lui nel delitto per false
dichiarazioni al pm (procedimento poi archiviato), sarebbe
stato uno di quelli che aveva
consigliato prudenza alla redazione guidata da Rostagno.
In quel 1988 la mafia aveva
fatto balzi in avanti enormi:
nel processo questo è venuto
a dirlo l’ex capo della mobile
Giuseppe Linares, che nel 2008
riaprì le indagini fermando la
richiesta di archiviazione che
i pm a Palermo erano pronti
a firmare, individuando quel
clamoroso buco della comparazione balistica mai fatta. Nel
1988, ha ricordato Linares,
era libero il gotha non solo
trapanese ma anche siciliano
di Cosa nostra e i gruppi di
fuoco erano operativi, mentre
crescevano affari e alleanze. La
mafia diventava tutt’uno con
l’imprenditoria e la politica,
il territorio veniva assalito
dalle speculazioni che nessuno ostacolava, la gestione
dei rifiuti, il mercato dell’acqua sono diventati e restano
affari per fare grande lucro.
A Trapani si parlava poco di
mafia. Rostagno ruppe l’andazzo, «era un giornalista fuori
del coro» ha detto l’ex capo
della Mobile. «Rostagno era
circondato dai lupi e i lupi lo
hanno azzannato». Linares ha
ricordato come già «nel rapporto della Mobile del 1988
venivano citati gli editoriali
di Rostagno sui cavalieri del
lavoro di Catania, interessati
a lavori pubblici eseguiti a
Trapani, lui ne parlava senza che ancora la magistratura
avesse fatto nulla, i riscontri
giudiziari arriveranno anni
dopo il suo assassinio».
Mauro faceva il giornalista in
una città che conviveva con la
mafia e forse convive ancora
considerato che qui si nasconde
Matteo Messina Denaro. Ci sono
uomini come Linares che essendo a Trapani pagano anche loro
la marginalità, meglio che non
lavorino bene come potrebbe
fare, a Trapani può accadere
che lui, uno dei più esperti conoscitori della strategia dentro
la quale si nasconde Matteo
Messina Denaro, oggi non faccia parte del gruppo che cerca
il boss. E, badate bene, questa
non è un’altra storia rispetto a
quella di Rostagno. Anche qui
ci sono poteri forti e depistaggi. Poteri forti e depistaggi che
proteggono il super latitante e
non lo dice un giornalista, ma
un magistrato della Dda di Palermo, il procuratore aggiunto
Teresa Principato.
Tra gli editoriali finiti nel processo ce ne è uno emblematico:
«Qualche mio caro amico mi
ha consigliato di abbassare i
toni perché questo lavoro rischia di fare male alla Sicilia
e alla comunità, io continuo a
pensare e a dire che la migliore
pubblicità che si può fare alla
Sicilia è quella di affermare che
la mafia va abbattuta». Quando
fu ucciso Rostagno ci furono
sindaci che non ne volevano
sapere di occuparsi dei funerali, la sera del 26 settembre
1988 il Consiglio comunale di
Trapani era riunito e il delitto
non fermò i lavori.
Oggi una realtà diversa? Mauro Rostagno è stato ucciso dalla
mafia trapanese il 26 settembre
del 1988: 14 giorni dopo l’omicidio a Trapani di un giudice,
in pensione, che anni prima
aveva confiscato una proprietà
di Riina (Alberto Giacomelli,
ndr). Rostagno fu ucciso 24 ore
ndr
dopo il delitto di un altro giudice, a Caltanissetta, Antonio
Saetta, che doveva presiedere
il maxi processo di appello.
Rostagno è stato ucciso mentre dinanzi a quelle e altre
morti si diceva che la mafia
non c’era. Ma non era così e
oggi la mafia si è trasformata
e si è infiltrata dentro la vita
di ogni giorno.
Oggi ci sono sindaci condannati per favoreggiamento a
imprenditori mafiosi che si
vestono di inesistenti verginità
e ricordano Rostagno, o altri
sindaci che di recente hanno
detto che di mafia a scuola non
se ne deve parlare. Per fortuna
c’è una realtà diversa rispetto a
quel 1988 i segni della rivolta
sociale si scorgono, grazie a
Libera che fa un grande lavoro.
Sono segnali ancora deboli.
Come in una partita di calcio
tra mafiosi e antimafiosi, il
pubblico, però, comincia a
tifare per questi ultimi.
Le cose non le mandava a
dire Rostagno e per questo,
il 26 settembre del 1988, trovò i sicari di Cosa nostra ad
attenderlo per ucciderlo. I
sicari che poi hanno cercato
in tutti i modi di cancellare
la memoria e anche dentro
l’aula di giustizia è arrivato il passa parola voluto da
Marianino Agate, “delitto di
corna fu”, ma sappiamo che
non è vero, e oggi a saperlo
siamo ancora di più.
dialogo tra antimafia virtuale e antimafia reale
a cura di Marcello Ravveduto
34 | ottobre 2012 | narcomafie
«Chi te lo ha detto»
Questo mese non avrei voluto
scrivere di musica e criminalità, ma le notizie apparse re
recentemente sul web, in rapida
sequenza, mi spingono a rimar
rimarcare nuovamente l’ambiguità di
alcuni cantanti neomelodici.
Una sequenza che ha dell’in
dell’incredibile: il 26 luglio Raffaello,
alla fine del suo concerto alla
Kalsa (Palermo), omaggia il boss
Luigi Abbate (Gino ‘u mitra), che
controlla il quartiere e dunque è
tra gli sponsor della festa, invian
inviandogli «un bacione forte»; il 27
luglio Rosario Miraggio (che ha
avuto in passato – 2007 – qual
qualche problema con la giustizia e
che può vantare una parentela
con Gigi D’Alessio) al termine
della esibizione canora, avve
avvenuta a Gragnano (Na) nell’am
nell’ambito dei festeggiamenti per la
Madonna del Carmelo, augura
un’imminente scarcerazione al
boss Nicola Carfora (Nicola ‘o
Fuoco), condannato all’ergastolo;
infine il 28 luglio, durante una
session neomelodica a Catania,
conclusa dai “big” Gianni Celeste
e Gianni Vezzosi, si sprecano i
saluti agli amici degli amici e
ai carcerati.
Apriti cielo! Blogger e giornali
locali online si sono scatenati
in una ridda di osservazioni sui
rapporti tra musica neomelodica
e criminalità organizzata. Tutti
hanno tirato in ballo il caso di
Tony Marciano, cantante di Torre
Annunziata (Na), arrestato per
traffico e spaccio di stupefacenti.
Questo caso, in realtà, è il più
interessante non tanto perché,
come è stato ricordato, ha messo
in musica i testi di Aldo Gionta,
fratello del più noto Valentino
(boss di “Fortàpasc”), e neanche per aver interpretato con
Anthony una canzone contro i
pentiti (Nun c’amme arrennere),
piuttosto perché, se le accuse
degli inquirenti fossero confermate, saremmo di fronte ad un
“narcomelodico”. Un neologismo che ho coniato per definire una correlazione tra musica
neomelodica e narcotrafficanti.
Ovvero sarebbe il primo esempio di cantante che reinveste i
suoi guadagni nel traffico della
droga. Il che aprirebbe un’altra
questione: quanti operatori del
mondo neomelodico (cantanti,
musicisti, manager, accompagnatori, organizzatori di feste, ecc…)
utilizzano soldi dei cachet per acquistare droga o vengono pagati
con dosi di cocaina da rivendere,
con l’assenso del clan, allo scopo
di moltiplicare il reddito artistico
(in buona parte sommerso come
dimostra l’indagine per evasione
fiscale avviata dalla Guardia di
finanza di Napoli nei confronti di
due noti cantanti neomelodici)?
Non solo si accerterebbe giuridicamente che alcuni cantanti
partecipano attivamente alla vita
delle organizzazioni criminali,
rispettando una precisa gerarchia, ma si svelerebbe l’esistenza
di un doppio ruolo: all’interno
del clan si svolgono le mansioni
tipiche dell’affiliato, all’esterno
si esercita un ruolo pubblico
grazie al quale si influenzano
gli ascoltatori giustificando, con
testi intrisi di pauperismo, l’operato delle mafie.
Incuriosito dai fatti sono andato a
osservare il repertorio di Marciano
e sono rimasto colpito non dalla
canzone in cui attacca i collaboratori di giustizia, ma da un’altra
che si intitola “Chi te l’ha detto”. È
un duetto con Enzo Caradonna. I
due si rivolgono a un immaginario
ragazzo della malavita per spiegargli che, nonostante gli errori
commessi, è sempre possibile
tornare indietro. Così canta Tony
Marciano: «Pure io sono stato un
ragazzo che nella vita ha sbagliato/
bruciando la mia identità. Avevo
il mondo nelle mani/ mi sentivo
importante e lo credevo sempre
più./ Ma poi una sera maledetta/
mi disse un amico/ forza provala anche tu./ Da quella sera per
vent’anni/ mi è piaciuta questa
vita./ Droga, sesso e rock ‘n roll./
Ora sono cambiato/ anche tu puoi
farcela […] Io mi ricordo/ sono
cresciuto con tanti amici/ e ora
non li vedo più./ Quante madri
ogni giorno piangono per i figli/
che hanno perso la vita o la libertà.
Devi cambiare strada/ anche tu
puoi farcela». Leggendo i versi
viene da pensare che Marciano
sta compiendo un’opera meritoria usando la sua musica per
rivolgersi ai ragazzi di malavita
e convincerli a modificare atteggiamenti arroganti e soprattutto
ad uscire dal vortice della droga.
Ma dopo l’arresto come cambia
l’interpretazione del testo? Forse
quel ragazzo è lo stesso Marciano
diventato adulto che, nonostante
fosse cosciente degli errori compiuti, non è riuscito a cambiare
strada. Da esempio positivo diventa stereotipo di una condanna:
chi entra nel giro ne esce solo con
la galera o con la morte.
E allora potremmo rivolgere a
lui le parole del ritornello: «Non
piangere è inutile./ Ti devi solo
ribellare. Devi crederci/ questo
diavolo non è più forte di te./
Guardati intorno/ e vedi come
sono belli la luna e il mare./ Questo cielo pieno di stelle/ e la ragazza che è rimasta ad aspettarti/
si chiamano Amore».
35 | ottobre 2012 | narcomafie
San
Marino
inchiesta
Un’economia destabilizzata da scudo fiscale, obblighi di
trasparenza e antiriciclaggio; inchieste che stanno evidenziando
l’infiltrazione delle mafie, camorra in primis: San Marino
appare come un paradiso in crisi, a causa di un’emorragia
di imprenditori privati e delle fazioni della sua classe
politica, che stenta ad adeguarsi alle normative
sui controlli fiscali dell’Ue.
Prendere tempo potrà servire a evitare inchieste scottanti,
ma non l’aggressione della criminalità organizzata
foto di Giorgio Minguzzi, Asgeir Pedersen, Izaks, Xiquinhosilva
San Marino
36 | ottobre 2012 | narcomafie
Collisione o
collaborazione?
Nonostante abbia abolito il segreto bancario e cancellato
le società anonime, l’antica Repubblica resta nella lista nera
italiana dei paradisi fiscali per non aver ratificato gli accordi
siglati con il governo del Belpaese. Per qualcuno è guerra
fredda tra Italia e Titano. Eppure procrastinare la firma
significa evitare di scavare nel passato del microstato.
E ad approfittarne non ci sarebbero solo i sammarinesi
di David Oddone
37 | ottobre 2012 | narcomafie
L’offensiva di Tremonti. Sul
monte Titano, 30mila anime
per 60 km quadrati, almeno un
quarto degli abitanti è dipendente della pubblica amministrazione. Ciò significa che ogni
famiglia sammarinese vanta
al suo interno un dipendente
pubblico. Percentuali, in proporzione, lontane anche dalle
realtà italiane meno virtuose.
Come si è potuta mantenere in
piedi questa mastodontica struttura così dispendiosa? Pagare
le prebende elettorali fornendo
posti sicuri sotto l’egida dello
Stato è una pratica ben nota in
Italia, alla quale San Marino
– specchio dell’Italia – ricorre
con altrettanta maestria. Sul
Titano è il sistema bancario a
distribuire benessere. In principio furono 72 “soggetti autorizzati”: 12 banche e 60 tra
finanziarie, fiduciarie, società
di gestione, compagnie d’assicurazioni. Campavano nella
migliore delle ipotesi con “il
nero”. Una economia “virtuale”
che garantiva entrate all’intera
comunità, che dunque non si
è mai chiesta la provenienza
di tutto quel danaro. “Pecunia
non olet”: una massima che
ha trovato diversi estimatori
in Repubblica. Tutto procede
per il meglio a San Marino, con
tanto di “benedizione” dei vari
governi italiani che accettano
questo sistema di cose perché
– evidentemente – fa comodo
a tutti. C’è tuttavia una data
spartiacque nella storia recente
sammarinese. Il “Giulio Alberoni” del terzo millenio ha un
cognome con minor aura di
“santità”, ma che incute ancora
oggi preoccupazione e irritazione nei sammarinesi: Giulio
Tremonti. La data è quella del
2009, ovvero quella dell’ennesimo scudo fiscale. La crisi fa
sentire i primi effetti, l’Italia
ha necessità di reperire risorse
fresche e lo scudo è la strada
più semplice, ma anche quella
meno virtuosa. Si punta a fare
emergere i capitali nascosti e
a minare l’operatività dei paradisi. Alla fine nessuno dei
due obiettivi verrà centrato.
Ma per San Marino l’offensiva
tremontiana ha rappresentato
l’inizio di un declino economico ancora oggi in corso. In
definitiva lo scudo fiscale varato
dal governo italiano ha avuto un
impatto devastante per le banche biancoazzurre drenando 5
miliardi di euro. Lo ha rivelato,
a suo tempo, nel corso di una
conferenza stampa il segretario
di Stato (ministro) per le finanze
Pasquale Valentini: più di un
terzo della raccolta delle banche
di San Marino. E San Marino è
sotto scacco. Per la prima volta
nella storia deve affrontare un
deficit da 20 milioni di euro
(è come se l’Italia avesse un
buco da 80 miliardi). Deficit
sul quale oggi non si hanno
dati precisi ma che potrebbe
essersi ulteriormente aggravato.
Lo scudo ha svuotato i forzieri
delle banche che hanno perso
il 50 per cento dei depositi e
oggi non superano i 7 miliardi
di raccolta.
Accordo mai ratificato. Dal
2009 si passa al 2010, quando
viene introdotto l’obbligo di
comunicare all’Agenzia delle
entrate ogni operazione commerciale con i paesi nella lista
nera dei paradisi fiscali. San
Marino ancora oggi lo è. L’effetto sugli scambi con l’Italia,
che assorbe il 90 % dell’export,
è devastante.
I dati odierni registrano addirittura 453 imprese chiuse in un
anno. Nonostante questo bollettino di guerra i rapporti fra i due
vicini rimangono freddi. Nel
giro di poco tempo – ripetono
dal governo sammarinese – abbiamo abolito il segreto bancario
e cancellato le società anonime.
L’aspetto positivo della crisi è
stato di creare consapevolezza
nel Paese. I sammarinesi hanno
cominciato a chiedersi per quale
motivo è bastata una manovra
economica dei propri vicini
per destabilizzare l’andamento
economico del Monte. Nello
stesso momento dalle procure
italiane partono le prime grosse indagini sulla criminalità
organizzata che hanno tutte
un comune denominatore: San
Marino.
Una parola comincia a farsi
largo anche se nessuno la vuole
sentire: mafia. I sammarinesi
aprono finalmente gli occhi e
si rendono conto che il loro
benessere fondava le basi in
molti casi sul malaffare, su una
economia drogata, su triangolazioni fittizie fatte al solo scopo
di evadere e riciclare, su aziende
San Marino
San Marino è, o non è, un paradiso fiscale? Se non lo è da
un bel pezzo, come sostiene
la politica locale, perché resta
nella “black list” italiana? L’attualità racconta di un paese in
ginocchio a causa della crisi e
della “guerra fredda” con il Belpaese. Aziende chiuse, disoccupazione in aumento: in soldoni
ciò significa che l’"Antica terra
della Libertà" sta gradualmente
perdendo il proprio benessere.
È proprio cercando di capire
su che cosa si fondasse la ricchezza sammarinese che oggi si
può dare una chiave di lettura
degli eventi.
In tribunale servono
professionalità, mezzi
e leggi adeguate
San Marino
38 | ottobre 2012 | narcomafie
Leggendo l’ultima relazione sullo
stato della Giustizia (2011) del
magistrato dirigente del tribunale
di San Marino, Valeria Pierfelici,
emerge chiaramente come la macchina giudiziaria sammarinese sia
carente di uomini e mezzi. Si fa
anche un accenno all’impossibilità
nel concreto di fare intercettazioni
telefoniche. Viene poi sottolineata
la difficoltà per i giornalisti a fare il
proprio lavoro d’inchiesta a causa
della legge bavaglio che punisce chi
viola il segreto istruttorio.
Le rogatorie
In merito alle rogatorie si legge:
«Con le disposizioni del 1º dicembre 2010 si è confermato che i
Giudici assegnatari delle rogatorie
internazionali passive sono tenuti
ad aprire i procedimenti penali
per i fatti di reato che emergono
dalle stesse e per i quali sussiste
la giurisdizione sammarinese, che
sono attribuiti secondo le vigenti
regole sulla distribuzione del lavoro; rilevata la necessità di realizzare
il coordinamento delle indagini
disposte dai singoli Giudici inquirenti, per assicurare l’efficacia
delle stesse, anche e soprattutto
per consentire l’utile contrasto
della criminalità organizzata, del
riciclaggio, dei reati finanziari e
tributari, nonché del finanziamento del terrorismo, e per tutelare i
singoli Giudici interessati, è stata
istituita la Commissione di coordinamento, composta dai Giudici
inquirenti e dal Magistrato dirigente, con il compito di esaminare i
casi e le questioni che emergono
nei singoli procedimenti penali
e nelle rogatorie internazionali,
e assicurare lo scambio puntuale
delle informazioni tra i Giudici, ed
a tal fine, è stato fatto obbligo anche
ai Giudici che non sono membri
della Commissione di fornire indicazioni e notizie acquisite attraverso i procedimenti per rogatoria
a loro assegnati, relazionando al
Magistrato dirigente, mantenendo
il più rigoroso riserbo, necessario
per non pregiudicare l’esito delle
indagini in corso».
Aumentati i numeri dei sequestri
Venendo ai sequestri: «Come risulta dalle statistiche predisposte
dagli uffici di Cancelleria e dai
singoli Giudici, nel 2011 sono
stati effettuati sequestri di somme pari ad euro 19.011.860,85,
mentre sono state disposte confische per 5.526.218,17 euro, con un
decisivo trend in aumento rispetto
agli anni precedenti». Veniamo
dunque alle note dolenti, ovvero
all’impossibilità concreta per il
Titano di combattere le mafie, situazione questa sottolineata più
volte: «Per quanto riguarda nello
specifico l’attività del Tribunale –
puntualizza la Pierfelici – si deve
rilevare che la complessità di alcuni
procedimenti penali, conseguente
anche all’aumento dell’attività da
parte delle autorità preposte alla
vigilanza ed ai controlli, richiede
l’apporto di professionalità diverse,
in grado di cogliere le dinamiche
economiche e operazionali, che
sono propedeutiche alle scelte di
indirizzo degli accertamenti volti
ad acquisire le prove dell’attività
criminale, e un confronto costante
tra i Giudici, che travalica le usuali
modalità operative». Necessità di maggiore
coordinamento
La necessità di un maggior coordinamento delle indagini relative
ai procedimenti penali complessi
assegnati ai diversi Giudici e di
condivisione dei dati e delle informazioni è stata già oggetto di
valutazione, e si è affrontata con le
disposizioni del 1º dicembre 2010.
L’applicazione di tali modalità operative ha consentito la riorganizzazione dei procedimenti relativi ad
alcune indagini per oggetto delle
stesse, e lo scambio di informazioni
rilevanti, evitando duplicazioni
degli atti. «È peraltro evidente che
la responsabilità della gestione
delle indagini rimane individuale e
la condivisione è affidata alle sensibilità individuali, ciò costituisce
un limite obiettivo per un efficace
coordinamento, attesa l’impossibilità attuale sia di acquisizione
e condivisione tra i vari Giudici
di notizie in via autoritativa, sia
di trattazione congiunta tra più
Giudici inquirenti dei procedimenti
complessi, ovvero di quelli che
investono in maniera trasversale
e senza alcuna apparente connessione il medesimo fenomeno, che
richiedono molteplici attività ed
anche il contributo di professionalità ed esperienze diverse».
Manca la figura
del Pubblico ministero
«Attualmente tale modalità non è
consentita, in ragione della natura e
delle funzioni del Giudice inquirente, che non possono essere assimilate a quelle del Pubblico ministero,
atteso che il modello di ordinamento giudiziario e processuale penale
sammarinese non è equiparabile
a quello italiano, come, invece,
sovente si tende a proporre. Il Giudice inquirente non è magistrato
requirente, organo dell’accusa, e
dunque parte del processo, ma
è, nello stesso tempo, colui che
intraprende l’inquisizione, da intendersi quale “ricerca diligente e
coscienziosa che viene assunta dal
Giudice inquirente, appena giunge
a di lui cognizione la notizia di un
reato, per iscoprirne l’autore” (art.
20 c.p.p.), e colui che assicura la
tutela dei diritti dell’indagato e la
legalità del procedimento, per cui
esercita funzioni giurisdizionali,
e gode delle guarentigie previste
dalle disposizioni costituzionali,
quali l’indipendenza e l’autonomia,
ciò che esclude sia la possibilità di
ricerca della notitia criminis, sia
l’applicazione del principio gerarchico (tipico dell’organizzazione
dell’ufficio del Pubblico ministero
in altri ordinamenti), con gli istituti
39 | ottobre 2012 | narcomafie
Bisogna riformare
la procedura penale
«La soluzione ottimale – rileva
ancora la Dirigente –, ferma restando la necessità di intervenire
in maniera sollecita con interventi
tempestivi per tamponare le emergenze, è naturalmente costituita
dalla riforma del codice di procedura penale: solo un intervento
organico, che rispecchi la riflessione globale sul modello di giustizia
penale adatto alla attuale realtà, può
evitare compromessi perniciosi per
le garanzie costituzionali, e può
consentire di dare risposte adeguate
alle istanze di modernizzazione e di
efficienza». E ancora: «Il rapporto
di Moneyval insiste particolarmente su questo punto: si richiede,
infatti, che lo Stato assicuri che
l’Autorità giudiziaria prenda parte
regolarmente a corsi di formazione
specializzati sul riciclaggio e sui
reati presupposti».
Le carenze della
polizia giudiziaria
«Deve essere ribadito con chiarezza che la Magistratura non ricerca
le notizie di reato, attività che
spetta alle forze di polizia e alle
altre autorità deputate alla prevenzione: i processi non nascono se le
Forze di polizia non sono in grado
di svolgere attività investigativa; i
processi radicati non vanno avanti
se manca una polizia giudiziaria
adeguata per numero e formazione. Mi rammarica pertanto il
fatto che a fronte di tale chiaro e
semplice dato, tutte le inefficienze
vengano scaricate sul Tribunale,
in quanto autorità terminale, e
nel contempo deve preoccupare,
perché una tale rappresentazione finisce per compromettere la
fiducia dei cittadini».
Responsabilità civile
dei magistrati
«Devo ripetere nuovamente che
anche l’assenza del Giudice per la
responsabilità civile dei Magistrati – a seguito delle dimissioni del
prof. Lamberto Sacchetti, di cui
si è dato diffusamente conto nella
Relazione per l’anno 2005 – sta creando sempre maggiori problemi al
“sistema giustizia”. Infatti, oltre alle
questioni già più volte evidenziate
(derivanti dalla pendenza di n. 3
cause nelle quali vi sono istanze
in relazione alle quali nessuno
provvede), si ricorda nuovamente
che nel corso del 2008 è pervenuta
una nuova istanza di citazione,
che rimane ferma all’iscrizione
a ruolo, senza alcuna possibilità
per la parte convenuta di venirne
a conoscenza, e, a maggior ragione,
di iniziare la trattazione: ripeto che
si tratta di una situazione frustrante
sia per la parte attrice, che per il
Magistrato interessato, che si trova
ad avere pendente una causa nella quale viene in considerazione
un suo provvedimento o un suo
comportamento senza alcuna prospettiva di arrivare sollecitamente
alla definizione, e sono evidenti
i riflessi in sede internazionale,
aprendosi la possibilità di ricorsi
giurisdizionali alla Corte Europea
per i diritti dell’uomo».
Esame Moneyval
«È anche doveroso segnalare che
il rapporto di Moneyval (Comitato
di esperti del Consiglio d’Europa Anti-Money Laundering Measures
and Financing of Terrorism, ndr.) ha
positivamente valutato il percorso
verso la trasparenza delle informazioni sulle società intrapreso
da San Marino a partire dal 2009,
dimostrando la consapevolezza
del sistema in ordine al rischio
sotteso dagli abusi della personalità
giuridica per occultare i reali beneficiari, e consentire il riciclaggio di
proventi illeciti, raccomandando di
proseguire gli sforzi per assicurare
che le informazioni rilevanti sulle
persone giuridiche siano incluse
in maniera adeguata e tempestiva
nel registro e che siano applicate adeguate sanzioni nei casi di
mancato adempimento ai rispettivi
obblighi legali».
Società in flessione
«Con riferimento alle società si
conferma in sensibile flessione il
numero delle nuove costituzioni
(n. 191) ed in rilevante aumento il
numero delle liquidazioni (n. 368
solo nel 2011 sul totale di n. 1067),
che, assieme a quelle radiate (n.
243), danno il quadro complessivo
della crisi. Molte delle società che
si sono poste in liquidazione erano
effettivamente operative, mentre
continua a sfuggire il numero sommerso di quelle che hanno chiuso
San Marino
conseguenti, quali l’avocazione
del procedimento, sia, infine, la
possibilità di incidenza sulla composizione dell’organo giudiziario,
che è prestabilita dalla legge».
Insomma è la struttura stessa del
Tribunale a prestare il fianco. Altra
nota dolente è quella rappresentata
dalla polizia giudiziaria, incapace
nei fatti a contrastare i fenomeni
malavitosi: «Le nuove emergenze
stanno evidenziando anche la necessità di riforme concernenti la
procedura penale, per evitare che
le indagini possano essere frustrate
da meccanismi pensati per il contemperamento dei diritti a fronte
di reati diversi da quelli di cui
si discute: mi riferisco, in primo
luogo, ai termini per la definizione
dell’istruttoria, che, per i fatti delittuosi di cui ci stiamo occupando,
non dipende solo dall’attività dei
giudici, ma anche dalle investigazioni della Polizia giudiziaria, e
che per le indagini spesso si intrecciano con quelle delle omologhe
autorità estere; all’escussione, in
contraddittorio con la difesa, dei
testimoni ed alla protezione degli
stessi; alla riflessione sui collaboratori di giustizia, alla estensione
delle tecniche investigative speciali, già previste per le indagini che
riguardano il riciclaggio, l’usura
ed il terrorismo».
40 | ottobre 2012 | narcomafie
San Marino
l’attività senza passare attraverso
questa fase, che, comunque, si
percepisce rilevante, attesa la difficoltà di effettuare le notifiche nelle
cause civili ed in considerazione
delle cause da parte del locatore
o della società di leasing per ottenere la restituzione dell’immobile
adibito a sede».
Una moderna legge
a favore dei media
«Parimenti elevato è il numero
dei procedimenti per reati contro l’onore, soprattutto commessi
a mezzo delle comunicazioni di
massa: l’assenza di una moderna
normativa sull’informazione, capace di coniugare il diritto della
collettività ad essere informata con
i diritti della personalità nel quadro
delle garanzie costituzionali, esalta
la sensibilità dei soggetti coinvolti,
che sempre più spesso hanno la percezione di una onorabilità violata
dalla divulgazione di notizie che
li riguardano; la concorrenzialità
tra le diverse testate, d’altro canto,
rende spasmodica la ricerca di
informazioni, sempre più spesso
ai limiti della legalità, con riflessi
negativi anche sulla qualità. A tal
proposito si rileva l’opportunità di
pervenire alla approvazione di una
moderna legge sull’informazione,
che tenga conto anche delle nuove
tecnologie, e che introduca finalmente lo statuto della professione
di giornalista».
Le condizioni precarie dei giudici
«Le condizioni in cui i giudici
devono lavorare incidono pesantemente anche sul carico di lavoro complessivamente assegnato
a ciascuno di loro. È evidente
che se oltre a preoccuparsi dei
provvedimenti e delle sentenze,
i Giudici devono anche svolgere
l’organizzazione e il coordinamento tra le autorità e le forze
di Polizia deputate alle indagini,
con gli uffici della pubblica amministrazione e con tutti gli organi
ausiliari dell’attività giudiziaria,
e attendere direttamente alle incombenze amministrative, la produttività si riduce drasticamente.
Quasi tutti i Giudici trascorrono
la maggior parte del loro tempo
per appianare le questioni relative
all’esecuzione dei provvedimenti,
per sopperire a carenze organizzative dei delegati ecc.».
I danni provocati
dallo sciopero degli avvocati
«Nella decisione penale la situazione risulta normalizzata. Non
vi sono sentenze da depositare e
la celebrazione dei dibattimenti
prosegue in maniera ordinata, con
la trattazione e decisione di processi importanti. In particolare, è
stato azzerato l’arretrato pendente
relativo agli infortuni sul lavoro;
sono state depositate n. 3 sentenze
per il reato di riciclaggio, n. 1 per
il reato di ostacolo alla vigilanza.
L’avv. Battaglino (nota del 12 gennaio 2012) ha ritenuto di svolgere
alcune osservazioni sul lavoro complessivamente svolto, che meritano
di essere riportate soprattutto con
riferimento al dibattimento: “Agli
81 dibattimenti assegnati nel 2011
(oltre ai 99 in materia di emissione
di assegni a vuoto) devono aggiungersi un numero significativo di
procedimenti assegnati nell’anno
2010 ma non definiti in conseguenza dello sciopero proclamato
dall’Ordine degli avvocati. In altre
parole nell’anno 2012 dovranno
svolgersi dibattimenti in ben 200
procedimenti penali (90 in procedimenti per reati anche di una certa
rilevanza, 110 in procedimenti per
il misfatto di emissione di assegni
a vuoto), numero questo quasi corrispondente a quello delle sentenze
complessivamente emesse in un
anno dai vari giudici penali (sia
di primo che di secondo grado).
Indubbiamente lo sciopero proclamato dall’Ordine degli avvocati ha
fortemente rallentato lo svolgimento dei vari dibattimenti. Basti dire
che nell’anno 2011 a fronte delle
32 giornate in cui si sono celebrati
dibattimenti, in ben 15 giornate si è dovuto procedere a rinvii
per l’adesione allo sciopero (che
complessivamente ha riguardato
34 procedimenti oltre ai 39 per il
reato di assegni a vuoto)”».
Il problema delle notifiche
Si deve infine aggiungere la proposta di modificare il regime delle
notifiche degli atti giudiziari in
materia penale alle banche e alle
società finanziarie. Il responsabile
del Gruppo Interforze ha infatti evidenziato che «l’attività di notifica
degli atti giudiziari, con particolare
riferimento a quelli destinati a tutti
gli istituti di credito e alle società
finanziarie, rappresenta una parte
consistente dell’attività quotidiana della Polizia giudiziaria. Le
indagini bancarie disposte dagli
inquirenti infatti, sia nell’ambito
di procedimenti per rogatoria internazionale che di procedimenti
penali, negli ultimi anni si sono
particolarmente intensificate e
l’attività di notifica che ne consegue di fatto assorbe molto tempo
ed energie del Gruppo. Atteso che
ad oggi, solo tale attività comporta
di volta in volta l’esecuzione della
notifica a mano presso almeno
settanta diversi soggetti dislocati
sul territorio, […] (evidenzia) la
possibilità che si possa promuovere l’adozione di procedure che
ne consentano l’esecuzione in maniera più agevole, eventualmente
mediante l’utilizzo di strumenti
telematici (se del caso, con il
coinvolgimento degli organi di
controllo sui soggetti vigilati).
Quanto sopra al fine di poter ottimizzare risorse umane, tempo
e mezzi a disposizione rispetto
all’attività complessivamente svolta
dal Gruppo».
Insomma l’ennesima chiave di lettura delle cause per cui le associazioni
criminali abbiano spesso scelto il
Titano come propria meta.
41 | ottobre 2012 | narcomafie
ratifica della firma da una parte normalizzerebbe i rapporti
fra i due Stati e bloccherebbe
l’emorragia di imprenditori dal
Monte; dall’altra per San Marino comporterebbe tutta una
serie di oneri nello scambio di
informazioni.
Giornalisti e analisti di fama si
sono scervellati per capire e provare a fornire risposte sul perché
i due Paesi non hanno ancora,
in tutti questi anni, portato a
regime un accordo che almeno
sulla carta dovrebbe garantire
benefici per entrambi i soggetti
in campo. E i due Stati interessati si sono sempre ben guardati
dallo spiegare le reali motivazioni alla base dello stallo nei
rapporti. Questo tira e molla
verte sulla volontà sammarinese
di ottenere il più possibile da
questa firma. Dall’Italia invece
prima di mettere nero su bianco
l’accordo si chiede l’effettività
delle norme approvate.
Il tempo cancella tutto: anche le prove. Infine c’è una
“parola magica” che stuzzica
la politica del microstato: retroattività. Nella recente storia
economica sammarinese fatta
di esempi non proprio virtuosi
sono stati in tanti – sammarinesi
e italiani – ad avere le mani
in pasta. Compresi soggetti di
primo piano che oggi non vorrebbero pagare il prezzo del
nuovo corso. Così, come spiega
il dottor Giovagnoli, capo della
Procura riminese (cfr. intervista
pag. 55, ndr.): più la situazione si tira per le lunghe, più si
aspetta a fare entrare in vigore
determinate norme, meno si può
scavare indietro. Supponendo
una retroattività di 5 anni, per
appurare le magagne di questo
San Marino
fantasma e complesse operazioni finanziarie atte a occultare
il danaro sporco. Dietro a gran
parte di questa situazione si celava la mano delle associazioni
criminali. Un brusco risveglio
per il Titano che, dall’oggi al
domani, si è ritrovato spoglio
delle sue maggiori fonti di reddito e costretto a reinventarsi e
riproporsi sul mercato passando
da una economia fittizia a una
reale. Messa con le spalle al
muro, l’antica repubblica è stata altresì costretta a prevedere
tutta una serie di norme sulla
trasparenza su modello europeo. Così a oggi, nonostante il
13 giugno 2012 sia arrivata la
firma con l’Italia siglata dal governo Monti, San Marino resta
sulla black list perché non si è
ancora proceduto con la ratifica
e di conseguenza gli accordi
non sono entrati in vigore. La
San Marino
42 | ottobre 2012 | narcomafie
o quell’altro soggetto, un conto sarebbe stato accordarsi nel
2009, un altro – come facilmente
comprensibile – sarebbe farlo
nel 2013. Evidentemente ognuno ha da guadagnarci, perché
indubbiamente tutti hanno i
propri scheletri nell’armadio.
Oggi la Repubblica di San Marino è impegnata su diversi fronti, in particolare quello della
criminalità organizzata. Come
spiegato poc’anzi, in numerose
indagini che riguardano il monte Titano si intravede la mano
delle mafie. Così nell’ultimo
anno spunta una commissione
politica di inchiesta (della quale parleremo in seguito) sulle
mafie e un osservatorio. È il
frutto della collaborazione con
la Fondazione Caponnetto di
Salvatore Calleri. Quest’ultimo,
invano, ha provato a dotare
San Marino di un pacchetto
normativo adeguato e di un
ufficio preposto alle indagini sulla scorta delle procure
italiane. Tutto bloccato dalla
crisi di governo che porterà a
nuove elezioni ai primi di novembre. Il vulnus più grande è
rappresentato dall’impossibilità
nel concreto di poter effettuare
intercettazioni telefoniche e
ambientali che rappresentano, come sanno gli addetti ai
lavori, lo strumento principe
nella lotta alle associazioni
mafiose. In concreto quindi si
sta facendo poco e niente nella
lotta sul campo alle mafie. Non
esistono infatti uomini, mezzi e
strumenti adeguati per un reale
contrasto e la lotta oggi risulta impari. Nel concreto tutto
questo si traduce in sporadiche
indagini interne, scaturite solo
ed esclusivamente grazie allo
zelo di qualche commissario
della legge (giudice) locale.
Unione Europea, la via possibile. Proprio per la sua organizzazione, che non lo rende
completamente indipendente
dal potere politico, il tribunale
sammarinese rappresenta uno
strumento “spuntato” nella lotta
alle mafie (cfr. box p. 38, ndr.).
Non esiste infatti una sorta di
procura della Repubblica indipendente dal tribunale che
possa effettuare indagini autonome con gli strumenti idonei.
Al contrario esiste un tribunale
unico dove la parte dell’accusa
è recitata dal cosiddetto “procuratore del fisco” che tuttavia non
ha alcun concreto potere investigativo e nella pratica si limita
ad una semplice lettura degli atti
che gli vengono sottoposti, dando parere favorevole o negativo
ad una archiviazione.
Lo stesso codice penale e di
procedura penale risultano
obsoleti per un reale contrasto alle mafie che al contrario
dispongono di mezzi all’avanguardia. L’impressione dunque
è che non siano state messe in
campo dalla politica le necessarie risorse. Difficile poter dire
se questo accada con dolo. La
soluzione più logica, proposta
anche dall’ex segretario agli
esteri socialista Fiorenzo Stolfi,
appare quella di avvalersi della
collaborazione italiana. Si potrebbero dunque individuare
alcuni reati ben definiti per i
quali prevedere la possibilità
delle forze dell’ordine italiane di operare direttamente in
territorio sammarinese. Si eviterebbe da un lato di duplicare
gli strumenti organizzativi e
conseguentemente si avrebbe un
risparmio per il Titano. Dall’altro ci si potrebbe avvalere di
una macchina rodata nel campo
del contrasto alle mafie. L’Italia
poi sarebbe ben lieta di potersi
riprendere da sola soggetti e
capitali scappati oltre confine.
Insomma sarebbero tutti contenti, almeno quelli dalla parte
degli onesti. Nella pratica però
non si va oltre le proposizioni
di intenti.
Il quadro che ne emerge appare desolante e fornisce una
ulteriore chiave di lettura sui
motivi che stanno bloccando le
trattative fra Italia e San Marino
per normalizzare i rapporti. Da
certi ambienti non si può e non
si vuole accettare l’idea che
un’epoca è finita e che, a causa
della crisi mondiale e dell’11
settembre, i paradisi fiscali e i
paesi che rendono più agevole
l’elusione non possono e non
hanno più motivo di esistere.
In questo cammino l’eventuale
adesione all’Unione Europea
potrebbe rappresentare per il
Titano una svolta e una opportunità. Di questo avviso sono
numerosi esponenti del tessuto
connettivo sammarinese che
riunitisi in un comitato hanno permesso alla domanda di
referendum sulla richiesta di
adesione all’Unione Europea
di essere sottoposta al Collegio garante (un sorta di Corte
costituzionale) per il giudizio
di ammissibilità.
I Garanti hanno risposto affermativamente, dunque nei prossimi
mesi i sammarinesi potranno
decidere se entrare o meno in
Europa. In definitiva è indubbio
che l’antica repubblica in questi
anni abbia fatto passi da gigante
per imboccare la strada della
trasparenza, ma ci sono ancora
fortissime resistenze a intraprendere un cammino virtuoso non
solo nella politica, ma anche e
soprattutto nel mondo economico e fra i professionisti.
La cassaforte dei
colletti bianchi
Dai Casalesi, alla Sacra corona unita, fino alle più potenti
’ndrine: i collegamenti con alcuni rappresentanti
degli istituti di credito della Repubblica di San Marino
hanno messo in luce una permeabilità al riciclaggio
di proventi illeciti di ogni natura. Ecco come è stato
possibile per le mafie insinuarsi così agevolmente sul Titano
di David Oddone
San Marino
43 | ottobre 2012 | narcomafie
San Marino
44 | ottobre 2012 | narcomafie
A San Marino in molti erano a
conoscenza di fatti e persone
ma hanno preferito tacere. Altri
non sono stati messi in condizione di vedere. Sul Monte
non si registrano crimini che
creino allarme sociale, stragi
o esecuzioni. Si tratta con una
mafia silente: quella dei colletti
bianchi. Una mafia virtuale, ma
anche molto concreta nei suoi
obiettivi e nelle sue azioni. Con
mafie intendiamo le organizzazioni criminali storiche (mafia
siciliana, camorra, ’ndrangheta),
ma anche quella forma mentis
tipica di chi vede, ma non parla,
di chi fa affari con una realtà di
tangenti e prebende. Una mafia
dei bottoni, delle operazioni
bancarie e delle triangolazioni.
Una mafia che ha agito con il silenzio e l’omertà. In una parola:
con l’impenetrabile segreto bancario, grande peculiarità di San
Marino, con la benedizione di
un’Italia che vi ha letteralmente
sguazzato. Nessuno è immune
dalle mafie, tanto meno le regioni del Nord. E a San Marino,
nella migliore delle ipotesi, vi
è stata una sottovalutazione
dei fenomeni di criminalità
organizzata.
Una realtà intoccabile. Addetti
ai lavori sono concordi nel ritenere che fino al 2005 il Titano era
una realtà silente e nascosta dal
“protettorato” italiano. La storia
attuale è figlia di numerosi fattori e passa da episodi cardine.
Il primo grande cambiamento
vi è indubbiamente stato con
la nomina al vertice della Banca d’Italia di Mario Draghi. La
prima diretta conseguenza sono
state alcune inchieste da parte
della Procura di Forlì. A queste
sono seguite normative antirici-
claggio stringenti emanate dalla
Comunità europea e recepite
nell’ ordinamento del Titano dal
2007 in avanti. Basti pensare che
quando la Guardia di finanza
fece un verbale nel 2005, su
un movimento di contanti di
100mila euro dall’Italia a San
Marino, venne annullato dalla
Banca d’Italia in quanto ritenuto
contrario all’accordo tra i due
stati siglato nel 1939. Questo era
il quadro di una realtà intoccabile anche e soprattutto per la
connivenza dell’Italia alla quale
andava bene avere un paradiso
fiscale come enclave. Sono diverse e variegate le categorie di
investimenti che San Marino
attrae. Tra queste figurano i soldi
sporchi derivanti dalle frodi
carosello all’Iva. Nelle varie
frodi scoperte nel tempo dai
finanzieri si trova spesso e volentieri San Marino con una o
più società filtro che compaiono
nell’articolato meccanismo. Per
quanto riguarda poi l’evasione
fiscale, San Marino ha sempre
costituito una roccaforte dei soldi dell’evasione perpetrata dai
furbetti italiani di un po’ tutte
le categorie: dal piccolo commerciante (fruttivendolo, macellaio, salumiere, parrucchiere)
al ristoratore, al proprietario
o gestore di hotel, al bagnino
per arrivare all’imprenditore
di medie e grandi dimensioni.
La “cassaforte” sammarinese
ha permesso la commissione
di reati a diverse etnie: cinesi
(lavoro nero ed evasione fiscale), albanesi (traffico di droga),
rumeni e macedoni (prostituzione). Si arriva, infine, alle
associazioni mafiose. Uno dei
vantaggi per tali organizzazioni
è di movimentare i flussi finanziari senza che questi siano visti
dall’Italia. Si pensi ai bonifici
effettuati in entrata ed in uscita
da San Marino verso i paradisi
fiscali nel mondo. Uno dei nodi
irrisolti fra Italia e Titano e che
rappresenta oggi l’oggetto di
numerosi contenziosi e indagini
da parte delle polizie fiscali italiane è quello della cosiddetta
“doppia imposizione”. Spesso
e volentieri la delocalizzazione
di un’impresa a San Marino che
ha il suo mercato di riferimento
in Italia è artatamente effettuata
per avvantaggiarsi di una tassazione più favorevole nel citato
stato estero. In questo modo
diventa agevole vincere la concorrenza delle imprese italiane
che hanno un regime fiscale
più sfavorevole. Il mercato in
questo caso diventa drogato.
Gli esempi citati fino ad ora
trovano attuazione nel concreto
delle operazioni che andiamo
ad analizzare.
Camorra: la spartizione del
terreno. Per quanto riguarda la
camorra, si stanno sempre più
riscontrando collegamenti con
rappresentanti degli istituti di
credito della Repubblica di San
Marino, che si sono dimostrati
permeabili al riciclaggio dei
proventi illeciti del sodalizio in
argomento. Tutto questo emerge non solo dalle operazioni
delle forze dell’ordine e dagli
articoli dei giornali, ma anche
dallo stesso report ad hoc della
Fondazione Caponnetto. Ecco
alcuni esempi degli interessi
dei clan camorristici sul Titano
e in Emilia Romagna. Si parte
con l’operazione “Vulcano” del
22 febbraio 2011, a seguito della quale i Carabinieri del Ros
di Bologna hanno eseguito un
decreto di fermo di indiziato di
delitto per estorsione aggravata
dal metodo mafioso nei confron-
ti di dieci soggetti collegati a tre
clan della camorra, i Vallefuoco
di Brusciano (Na), i Mariniello
di Acerra (Na) e i Casalesi legati
alla fazione Schiavone, attivi a
Rimini, Riccione e San Marino,
uniti da una sorta di “patto” (mai
riscontrato in precedenza in
Emilia Romagna) per dividersi
i proventi dell’estorsione. Una
vera e propria “pietra miliare” della presenza mafiosa sul
Monte e in Riviera. Le indagini
hanno, infatti, evidenziato che
dopo aspri confronti sul campo
i tre clan sono pervenuti ad
accordi pacificatori su mandato
dei “capi”campani.
Per la prima volta in EmiliaRomagna, le vittime non sono
risultate essere imprenditori
originari delle aree di provenienza dei clan poi trapiantati al
nord, ma della zona. Le vittime
sono imprenditori in difficoltà
economica che svolgevano la
loro attività tra Rimini, Riccione
e San Marino e che venivano avvicinati da personaggi disposti
ad offrire liquidità immediata;
un modo per instaurare un rapporto confidenziale che in poco
tempo sfociava in estorsione
ed usura.
Il 21 settembre 2011, la Dia,
a conclusione dell’operazione
“Staffa”, ha eseguito diversi
provvedimenti restrittivi nei
confronti di esponenti di clan
camorristici e di Cosa nostra,
per associazione per delinquere
di stampo mafioso e riciclaggio. Nello specifico, l’attività
ha riguardato anche una rete
di soggetti dediti al riciclaggio
nel centro e nord Italia, che
si sarebbe avvalsa della collaborazione di colletti bianchi
residenti nella Repubblica di
San Marino.
L’organizzazione criminale,
secondo l’ipotesi di accusa, si
sarebbe avvalsa per il riciclaggio
e reimpiego dei profitti illeciti,
della collaborazione attiva di
Livio Bacciocchi e di Oriano Zonzini, cittadini della Repubblica di
San Marino, che avrebbero agito
quali promotori per essere uno
il maggiore azionista e l’altro il
direttore generale della Fincapital
S.A., società finanziaria con sede
nella Repubblica di San Marino
impiegata per il perseguimento
dei predetti fini illeciti.
Secondo l'indagine un terzo
cittadino sammarinese, Roberto
Zavoli, era preposto ai rapporti
tra Vallefuoco Francesco e la
Fincapital S.A., ed era socio
(insieme a Vallefuoco) della
Za.Va. Group.
L’operazione ha permesso di
riscontrare l’operatività di
due associazioni ben distinte
ma complementari, rispettivamente promosse e dirette
da Raffaele Stolder e Francesco Vallefuoco. Gli affiliati
al clan Stolder hanno operato
prevalentemente nella cosiddetta rapina col buco mentre il
gruppo riconducibile a Francesco Vallefuoco, operativo
sul territorio nazionale ed
estero, è risultato strutturato
per riciclare denaro proveniente da gruppi camorristici
campani e recuperare crediti
con metodi violenti.
Tale gruppo, avvalendosi di istituti finanziari della Repubblica,
ha anche reinvestito, per circa 5
milioni di euro, il denaro dell’organizzazione degli Stolder e di
altri gruppi camorristici campani compreso quello dei Casalesi,
attraverso rapporti con il gruppo
di Giuseppe Setola.
Inoltre è lo stesso Vallefuoco, in
un’intercettazione ambientale,
a riferire che Giuseppe Setola,
San Marino
45 | ottobre 2012 | narcomafie
Direzione investigativa antimafia:
attenzione ai “reati-spia”
San Marino
46 | ottobre 2012 | narcomafie
Nove attentati denunciati (in Calabria sono 10 e in Sicilia 7), 118
estorsioni denunciate, 221 danneggiamenti seguiti da incendio, 301
incendi denunciati e 1.149 rapine.
Questi i numeri di mafia, camorra
e ’ndrangheta in Emilia-Romagna
tratti dal rapporto della Dia sul
secondo semestre del 2011. Si tratta
di cosiddetti “reati-spia”, a cui gli
investigatori prestano attenzione
perché «ritenuti maggiormente indicativi di dinamiche riconducibili
alla supposta presenza di aggregati
di matrice mafiosa». I valori di
questi reati, esaminati nelle regioni
del Centro-Nord Italia, confermano
che l’infiltrazione della criminalità
organizzata non costituisce più un
fattore di vulnerabilità per il solo
Meridione. Infatti «il livello raggiunto da taluni reati-spia nel Nord
Italia non è di minor peso rispetto a
quanto rilevato nei territori di elezione delle singole matrici mafiose».
Secondo gli investigatori della Dia,
per quanto riguarda il numero degli
attentati, che nel secondo semestre
sono stati complessivamente 160,
il caso dell’Emilia-Romagna non è
da sottovalutare. Un altro reato che
allarma gli investigatori Antimafia
è il danneggiamento seguito da
incendio, «in costante aumento»
(il numero più alto si registra in
Sicilia: 1.186 negli ultimi sei mesi
del 2011). Per la Dia è un reato
«associabile ad intenti punitivi
della criminalità nei confronti delle
vittime non disposte a soddisfare
le richieste estorsive».
A livello nazionale, i danneggiamenti seguiti da incendio sono stati 4.881
nel primo semestre 2011 e 5.194 nel
secondo. In Emilia, come già scritto,
sono stati 221: «valori non trascurabili – si legge nel rapporto – a fronte
di quelli, talvolta poco discosti o
addirittura inferiori che si registrano
in Calabria, Campania e Puglia»,
dove ce ne sono stati rispettivamente
606, 317 e 753. Anche il numero
delle estorsioni denunciate (128)
viene considerato “significativo”,
mentre quello degli incendi “di
assoluto rilievo”. Il rapporto della
Dia prosegue con l’analisi di mafia,
camorra e ’ndrangheta, prima nelle
regioni d’origine poi nelle proiezioni
extraregionali. Per quanto riguarda
la mafia in Emilia-Romagna, nel
secondo semestre 2011, «la Dda
ha eseguito accertamenti finalizzati
alla prevenzione delle infiltrazioni
mafiose negli appalti». Gli investigatori ricordano che «sono emersi
elementi di interesse nei confronti di
un’impresa operante nella provincia
di Ferrara, con sede legale a Palermo, collegata a un esponente delle
famiglie mafiose di Partinico e San
Giuseppe Jato». Per questa impresa
è scattata una «misura interdittiva
antimafia emessa dal Prefetto l’8
luglio 2011». Quanto alla criminalità
calabrese, gli uomini della Dia confermano la «presenza e operatività di
elementi contigui alla ’ndrangheta»,
specificando che «sono interessate
in particolare le città di Bologna,
Modena e Ravenna».
'Ndrangheta in Emilia Romagna. Gli investigatori ricordano la
sentenza con cui il gup di Reggio
Calabria del 24 ottobre 2011 ha
condannato un gruppo criminale
(dedito allo spaccio di stupefacenti)
riconducibile alla famiglia Gallo di
Gioia Tauro. Durante le indagini
(che risalgono al 2010), è emerso
che uno dei condannati, residente
a Finale Emilia, nel modenese,
curava l’approvvigionamento di
stupefacenti direttamente dalla Calabria, utilizzando per il trasporto
un autobus di linea. Ma “l’attivismo” della criminalità organizzata
calabrese in regione è evidente
anche dalle attività sviluppate dalla
forze di Polizia. Tra queste, spicca
l’operazione “Due torri connection”
della Squadra mobile di Bologna,
che ha scoperto che uomini della
’ndrina calabrese Mancuso (di Vibo
Valentia) si erano radicati a Bologna
e da qui facevano affari con narcotrafficanti colombiani, di stanza in
Spagna e in Colombia, negoziando
l’acquisto di ingenti partite di cocaina. Non solo, i calabresi si riunivano
in una sontuosa villa a Bentivoglio,
proprietà di un sodale.
La camorra e le propaggini sul
Titano. «Sono operativi sodalizi
criminali dediti al reimpiego di
capitali illeciti, al racket dell’usura
e dell’estorsione, ma anche alla
commissione di reati di carattere
predatorio». Anche in questo caso
spiccano operazioni, come quella
condotta dalla Dia che il 21 settembre ha portato all’arresto di 28
persone, alcune delle quali operanti
in Emilia-Romagna e nella Repubblica di San Marino, specializzate
nel reimpiegare-riciclare il denaro
di varie organizzazioni: ne avevano
riutilizzati cinque milioni. Il 3 novembre 2011, poi, è stato arrestato
un esponente dei Casalesi a Carpi
(Modena), ricercato da mesi per
estorsione e truffa.
Mafia cinese. Particolare attenzione
merita la criminalità cinese che, secondo acquisizioni informative, ha
recentemente manifestato il proprio
interesse ad “operare” con intermediari della Repubblica del Titano.
Emblematica è l’Operazione Cian
Lu, condotta nel 2010 dalla Guardia di Finanza di Firenze, che ha
permesso di eseguire un’ordinanza
di cusodia cautelare nei confronti
di 24 soggetti, dei quali 17 di nazionalità cinese e 7 italiani. I reati
contestati sono stati associazione
a delinquere di stampo mafioso
finalizzata al riciclaggio di proventi
illeciti i cui reati presupposto erano la contraffazione, la frode in
commercio e la vendita di prodotti
industriali con segni mendaci o in
violazione delle norme a tutela del
“made in Italy” , l’evasione fiscale,
il favoreggiamento dell’ingresso e
della permanenza nel territorio dello stato di cittadini cinesi clandestini per il successivo sfruttamento
nell’impiego al lavoro, lo sfrutta-
mento della prostituzione e la ricettazione. Il riciclaggio in questione
sarebbe avvenuto sia attraverso una
agenzia italiana di money transfer
sia tramite una società finanziaria
avente sede centrale e legale a San
Marino. È noto l’incremento della
comunità cinese in quasi tutte le
provincie dell’Emilia Romagna. A
evidenziare questa espansione è la
continua apertura di nuove imprese
i cui titolari sono cittadini cinesi.
Acquisizioni investigative evidenziano che le aziende a conduzione
cinese, per mantenere basso il loro
costo di produzione, si avvalgono
di manodopera in nero composta
da connazionali immigrati clandestinamente (costretti a lavorare
in condizioni disumane per poter
restituire il debito contratto per
arrivare in Europa). Molte di queste
aziende si dedicano alla produzione
di merce contraffatta. L’assoluta
mancanza di rispetto delle regole
favorisce fatturati rilevanti, rendendo dette imprese appetibili ai
gruppi criminali cinesi che sempre
più si stanno evolvendo in vere e
proprie organizzazioni criminali e
che lottano tra loro per accaparrarsi
il controllo del territorio.
Se si guarda il dato nazionale delle
persone denunciate o arrestate per
associazione di stampo mafioso
nel corso del 2011, si nota che il
numero degli stranieri è in aumento
(+25%, dai 52 del primo semestre
ai 65 del secondo), mentre quello
degli italiani in calo (-23%, dai
1.029 del primo semestre 2011 ai
791 dei successivi sei mesi). Altro
dato di sicuro interesse per l’EmiliaRomagna riguarda la criminalità
sudamericana: il 10,4% dei sudamericani segnalati in Italia per associazione di stampo mafioso, arriva
dalla regione emiliano-romagnola.
I sudamericani si dedicano soprattutto alla droga e al favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina. Si
cita quale esempio l’inchiesta “Babado” dell’ottobre scorso, fatta a
Reggio Emilia e Forlì).
grazie al suo aiuto, aveva trovato rifugio nel territorio di San
Marino all’indomani della strage
degli extracomunitari, avvenuta
a Castelvolturno (Ce) nell’ottobre del 2008. Di particolare
interesse è il collegamento del
gruppo di Francesco Vallefuoco
con esponenti mafiosi di Palermo, la cui organizzazione è
risultata prevalentemente dedita
al traffico di stupefacenti e con
ramificazioni sul territorio nazionale, sempre con il medesimo
fine di riciclare i proventi di tale
attività delittuosa.
La ‘ndrangheta scala il Titano.
Per quanto riguarda la mafia
calabrese si riscontra non solo
un crescente mimetismo (con
l’interposizione di prestanome al fine di celare la radice
delittuosa dei patrimoni), ma
anche uno spostamento degli
interessi economici, dall’acquisizione di beni immobili a
una sempre più estesa attività
d’impresa, peraltro funzionale
all’infiltrazione nell’economia
legale. Altro innovativo settore
ritenuto sensibile alle attenzioni
di questi sodalizi è lo sfruttamento delle fonti energetiche
alternative, quali l’eolico e il
fotovoltaico. Anche in Emilia
Romagna è stata riscontrata
l’operatività di soggetti affiliati
a diverse ’ndrine. Al riguardo si
evidenziano le seguenti operazioni: “Decollo Ter”, in cui il 26
gennaio 2011 i Carabinieri del
Ros hanno eseguito ordinanze di
custodia cautelare nei confronti
dei componenti di una associazione finalizzata al traffico
internazionale di stupefacenti,
estorsione, intestazione fittizia
di beni e reimpiego di capitali
illeciti, con l’aggravante mafiosa
prevista dalla normativa italia-
na. Si cita anche l’operazione
“Golden Jail” del 7 aprile 2011,
a seguito della quale la Polizia
di Bologna ha denunciato 25
persone responsabili di associazione per delinquere finalizzata
alla fittizia intestazione di beni
per eludere le disposizioni di
legge in materia di misure di
prevenzione patrimoniali. In
precedenza erano stati arrestati
due soggetti affiliati alla ’ndrina Mancuso di Limbadi (Vv),
già raggiunti da ordinanza di
custodia cautelare nell’ambito
della “Decollo Ter” (Francesco
Ventrici e Vincenzo Barbieri,
quest’ultimo ucciso il 12.3.2011
a San Calogero (Vv) durante
un agguato in stile mafioso); il
30 giugno 2011, il Gico della
Guardia di finanza di Bologna
e i Carabinieri di Modena, a
conclusione dell’operazione
“Point Break”, hanno eseguito
sette provvedimenti restrittivi
nei confronti di altrettante persone ritenute affiliate o contigue
alla ’ndrina degli Arena di Isola
Capo Rizzuto (Kr).
Le accuse nei confronti degli
indagati sono, a vario titolo,
di dichiarazione fraudolenta
mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, di bancarotta
fraudolenta, di detenzione illegale e porto abusivo di armi,
di impiego di denaro, beni o
utilità di provenienza illecita
e di tentata estorsione.
L’attività investigativa ha evidenziato che, con il denaro
proveniente dagli affari illeciti
della ’ndrina Arena, sono stati
effettuati investimenti a Modena
e create società, anche fittizie,
di cui poi è stato gonfiato il fatturato con giri di false fatture e
attraverso l’effettuazione di frodi
“carosello”. Il 29 luglio 2011, i
Carabinieri del Ros di Catanzaro,
San Marino
47 | ottobre 2012 | narcomafie
San Marino
48 | ottobre 2012 | narcomafie
a termine dell’operazione “Decollo money”, hanno arrestato
dieci soggetti, in quanto ritenuti
responsabili di far parte di un’organizzazione criminale, legata
alla ’ndrina Mancuso operante,
prevalentemente, nella provincia di Vibo Valentia, e dedita al
narcotraffico e al riciclaggio dei
proventi illeciti.
Le attività investigative hanno
evidenziato che parte dei proventi sono stati riciclati attraverso la mediazione di soggetti
originari dell’Emilia Romagna e
della Repubblica di San Marino,
presso istituti di credito del
Titano. In particolare, è stata
evidenziata la stretta collaborazione del sodalizio con il Credito
sammarinese. L’intermediario
nei rapporti banca-’ndrangheta
sarebbe stato il citato Barbieri
Vincenzo che, secondo gli accertamenti svolti, oltre a disporre
di diversi conti correnti presso
il Credito sammarinese, avrebbe
avuto contatti personali con l’ex
direttore generale dell’istituto
di credito della Repubblica del
Titano, arrestato l’8 luglio, su
richiesta del commissario della
legge (giudice) Rita Vannucci.
La ’ndrangheta, oltre alla pervasività del controllo criminale in
Calabria, esprime significative
proiezioni extra regionali tese
all’inquinamento dell’economia
legale e all’infiltrazione nella
pubblica amministrazione.
Tali caratteri sono evidenti
anche nell’operazione “Black
Hawks”. L’operazione condotta dalla Guardia di finanza di
Milano è iniziata nel 2007
per reprimere un traffico di
droga e si è poi sviluppata in
due filoni d’indagine molto
diversi tra loro.
Il primo (nell’ambito del quale
sono state riscontrate situazioni
di estremo interesse per la Repubblica) ha fatto luce sulle attività illecite dei cugini Vincenzo
e Giuseppe Facchineri, dediti
all’usura ed al riciclaggio. I due
si servivano di due mediatori (Orlando Purita e Gianluca
Giovannini) che operavano a
Milano e di un broker nautico
che operava a Bologna e nella
Repubblica: le indagini hanno
portato all’arresto di 9 indagati.
In particolare, i cugini Facchineri utilizzavano la loro fama
criminale per riscuotere, con i
classici metodi mafiosi, crediti
contratti con diversi imprenditori in difficoltà economiche.
Di estrema attualità i contatti,
emersi nell’ambito di un più
ampio contesto investigativo
del centro operativo Dia di Reggio Calabria, di alcune ’ndrine
con esponenti della Lega Nord.
Nel dettaglio, attraverso società
sammarinesi sarebbero state
avviate operazioni in triangolazione con Cipro e Madeira in
dumping fiscale.
Gli interessi di Cosa nostra.
A tal proposito, il 15 dicembre 2011 la Guardia di finanza
(Scico e Gico di Caltanissetta),
nel corso dell’operazione “Repetita iuvant”, ha proceduto, in
numerose città del territorio nazionale, alla notifica del decreto
di sequestro nei confronti di un
soggetto italiano. Le indagini
patrimoniali hanno consentito
di appurare come l’indagato ha
di fatto accumulato illegalmente
un patrimonio, valutato in 40
milioni di euro circa, suddivisi
in beni immobili, auto, disponibilità finanziarie e numerose
società con sedi a Roma, Catania, Messina, Napoli, Modena e
Massa Carrara, tutte operanti nel
settore dei giochi e della raccolta
di scommesse sportive.
Per quanto riguarda la Repubblica di San Marino si rimanda a quanto riscontrato con
l’operazione “Staffa” ovvero
il collegamento del gruppo
di Francesco Vallefuoco con
esponenti mafiosi di Palermo,
al fine di riciclare i loro proventi illeciti anche sul Titano.
Soggetti riconducibili alla criminalità organizzata siciliana
sono risultati attivi soprattutto
nel riciclaggio di denaro attuato
attraverso l’acquisizione di beni
immobili.
È iniziato il dibattimento relativo a un caso che risale al
gennaio 2008 che diede vita
ad un fascicolo processuale per
riciclaggio. Imputato è Rosario
Sofia, di Catania, che, recatosi presso una banca di San
Marino, prelevò una somma
cospicua dal conto del fratello
Giuseppe. Per farlo utilizzò
un modalità singolare: si fece
accendere 68 libretti al portatore per 12.550 euro ciascuno.
Secondo gli inquirenti tale condotta era finalizzata ad occultare e trasferire da un soggetto
all’altro denaro di provenienza
illecita, il tutto ostacolando la
verifica sulla effettiva origine
di quella ricchezza. Una provenienza che le indagini hanno
poi attestato essere chiara: infatti grazie a una rogatoria inviata
alla Procura della Repubblica
di Catania, si è riscontrato che
la somma depositata sul conto
di Giuseppe Sofia era provento,
almeno per una parte cospicua,
di usura.
I collegamenti con la Sacra
corona unita. L’operazione
“Animal House” condotta dai
Carabinieri di Lecce ha consentito di arrestare 13 persone per
associazione e traffico illecito
di stupefacenti.
Gli indagati fanno parte di due
gruppi contigui alla Sacra corona unita, collegati tra loro, operanti nelle province di Lecce e
Brindisi, con ramificazioni in
Albania e nella Repubblica di
San Marino.
L’elemento di collegamento tra
i due gruppi (uno incaricato
dell’approvvigionamento di
cocaina e marijuana e l’altro
che si occupava dello spaccio)
era Luciano Perfetto, 47 anni,
domiciliato nella Repubblica
di San Marino, deceduto il
23 agosto 2010 in seguito a
uno “strano” e “chiacchierato” incidente sul lavoro sul
quale pendono tuttora indagini. Perfetto da San Marino
intratteneva rapporti a distanza e disponeva spostamenti e
strategie; inoltre, sul Titano
sono stati effettuati incontri
operativi e organizzativi.
Interessante l’operazione “Criminal minds” della Guardia di
finanza di Rimini, nell’ambito
di un’indagine coordinata dalla
Procura della Repubblica riminese. Le persone coinvolte sono
accusate a vario titolo della
sistematica commissione di delitti di corruzione, divulgazione
di notizie riservate, calunnia,
estorsione, ricettazione, trasferimento fraudolento di valori,
favoreggiamento e sfruttamento
della prostituzione, detenzione
e spaccio di sostanze stupefacenti e dopanti.
Gli attuali approfondimenti
delle condotte contestate (che
delineano un inquietante scenario di diffusa corruzione, usura
ed estorsioni realizzate anche
ricorrendo a modalità violente di recupero credito quali il
ricorso a esponenti del clan
camorristico Gallo-Cavalieri,
operante a Torre Annunziata
(Na), e a soggetti albanesi particolarmente violenti e dediti
al traffico di droga e allo sfruttamento della prostituzione)
stanno fornendo uno spaccato
informativo importante. Allo
stato tutta la vicenda Criminal
minds sembra ruotare attorno
alla finanziaria Fingestus.
Non si può non citare infine la
relazione annuale della Direzione nazionale antimafia che
ha esaminato anche le dinamiche criminali che riguardano
San Marino.
Con riferimento alle segnalazioni di operazioni sospette, «(…)
si osserva in proposito che non
sono certo mancate le segnalazioni pervenute all’Uif concernenti flussi in contropartita con
soggetti e/o intermediari aventi
sede nella Repubblica di San
Marino. Le operatività anomale
segnalate appaiono finalizzate,
da un lato, al trasferimento di
fondi verso la Repubblica di
San Marino tramite operazioni
di natura societaria e, dall’altro,
al reinvestimento presso banche e istituti finanziari italiani
dei fondi accumulati all’estero, spesso occultati tramite
schermi fiduciari e societari.
L’effettiva applicazione delle
nuove disposizioni in materia
di adeguata verifica della clientela con riguardo, in particolare,
all’identificazione del titolare
effettivo è stata sovente vanificata dal comportamento degli intermediari sammarinesi.
Infatti, a fronte delle richieste
di informazioni provenienti dagli intermediari italiani, quelli
sammarinesi, al fine di eludere
la norma, hanno spesso dichiarato di operare in nome e per
conto proprio, ovvero hanno
disposto il trasferimento dei
fondi presso istituti insediati
in paesi off shore senza fornire
i dati richiesti». Un passaggio
chiave per comprendere appieno il perché del forte interesse
delle associazioni criminali che
possono così trovare una sponda importante sul Monte.
San Marino
49 | ottobre 2012 | narcomafie
San Marino
50 | ottobre 2012 | narcomafie
I furbetti
di San Marino
Rapporti tra politici, professionisti e mafiosi: la vicenda
Fincapital e i presunti legami con i Vallefuoco sono al vaglio
della Commissione antimafia della Repubblica del Titano,
la cui relazione ha ricevuto attacchi durissimi e diviso il Paese
tra sostenitori e detrattori
di David Oddone
51 | ottobre 2012 | narcomafie
Risultati potenzialmente dirompenti La nomina della Commissione consiliare sul fenomeno
delle infiltrazioni della criminalità organizzata, sostenuta dal
convinto conferimento alla stessa
– da parte del Consiglio grande
e generale (il Parlamento della
Repubblica, ndr.) – delle funzioni d’inchiesta sulla vicenda
“Fincapital”, ha rappresentato
nettamente un punto di svolta.
Dopo l’ondata mediatica, avvenuta a seguito dell’apertura dell’indagine da parte della procura
della Repubblica di Napoli, il
Consiglio grande e generale ha
reagito prontamente – attraverso
una deliberazione unanime –
segnando una serie di passaggi
istituzionali e politici ispirati a
quelle esigenze (e urgenze) di trasparenza e verità tanto auspicate
dalla cittadinanza sammarinese.
La Commissione ha agito, nel
corso di questi mesi, nel pieno
e assoluto rispetto delle funzioni attribuitele per «appurare le
eventuali responsabilità politiche
di coloro che hanno interagito in
maniera diretta o indiretta nei fatti
emersi dall’indagine relativa alla
vicenda Fincapital». Con la consapevolezza però della straordinarietà dell’oggetto della vicenda
in quanto – diversamente dalle
altre Commissioni costituitesi
negli anni scorsi – è strettamente
legata al mondo della criminalità
organizzata. In questo senso l’ana-
lisi svolta dalla Commissione,
rivolta a comprendere le vicende (non solo giudiziarie) della
società finanziaria “Fincapital”,
ha permesso di mostrare – con
elementi circoscritti e dettagliati – un quadro di riferimento
politico, sociale e culturale da
non sottovalutare. La “galassia”
Fincapital si è, infatti, intrecciata
con alcune delle tappe che hanno
contrassegnato lo sviluppo economico sammarinese negli ultimi
venti anni. Uno sviluppo che, per
taluni aspetti estremamente evidenti, si è mosso fuori controllo
rispetto a quel percorso che dal
2008 – con l’approvazione della
legge antiriciclaggio – il nostro
Stato ha dovuto intraprendere a
tappe forzate e, per questo, oggettivamente traumatiche.
Dalla lettura degli stralci delle audizioni, riportati nei vari capitoli
della relazione, emerge come un
certo sottobosco politico e affaristico abbia prosperato all’interno
di questo perimetro. Il periodo
pre-elettorale, in riferimento
alle elezioni politiche generali
del 2008, è lo sfondo all’interno
del quale si gioca una serie di
passaggi che confermano questa
situazione. L’avvicendamento
politico tra le due coalizioni in
campo è nell’aria e gli attori della
vicenda si muovono per garantire
una continuità e, soprattutto, una
protezione da parte della politica
nei confronti dell’intero circuito
che ruota attorno a Fincapital.
Siamo, inoltre, in un momento
in cui il mercato immobiliare e
finanziario interno inizia a dare
i primi forti segnali di crisi;
crisi che peraltro si mostrerà
in seguito – nella sua massima
evidenza – con l’attuazione, da
parte del Governo Italiano, di
un nuovo scudo fiscale.
Per questo anche il gruppo gui-
dato da Francesco Vallefuoco
si pone il problema di come,
in un nuovo contesto politico
ed economico, si sarebbe potuta
sostenere la portata degli affari
di Livio Bacciocchi.
Concreta lotta alla mafia o solita gazzarra politica? Questo
il punto di vista dei commissari.
Tra i punti salienti della ricostruzione della commissione vi sono
inoltre gli assetti proprietari di
Fincapital, gli incontri al Mod’s
Kafé, abituale luogo di ritrovo
per Vallefuoco e i suoi “ragazzi”,
le presunte richieste di tangenti,
i rapporti fra i politici e Bacciocchi, la “processione” nello
studio del notaio.
Sono più di dieci i politici che
a vario titolo entrano nel documento di 112 pagine. Se da una
parte chi non è stato toccato dalla
relazione e gli stessi commissari parlano di svolta storica per
la Repubblica di San Marino,
c’è chi dall’altra vede dietro la
commissione più che un reale
strumento per la lotta alle mafie,
un modo per sbarazzarsi degli
avversari politici più ingombranti. Nessuno degli accusati infatti
è mai stato sentito per potersi
difendere e fornire la propria
versione dei fatti, vedendo così
violati in maniera palese i più elementari diritti costituzionalmente
garantiti. Inoltre, lamentano gli
accusati, nella relazione non ci
sarebbero prove documentali
ma solo testimonianze: i testi in
alcuni casi avrebbero curricula
criminali importanti, tanto da
non essere credibili. Per di più la
stessa relazione vedrebbe l’omissione di alcune testimonianze
a favore di altre e sarebbe per
questo, sempre secondo gli accusati, parziale e di parte. Infine a
coloro che vengono accusati non
San Marino
Martedì 18 settembre la Commissione parlamentare sammarinese
antimafia sul caso Fincapital (cfr.
pag. 45, ndr.) ha letto in parlamento la propria relazione: 112
pagine che hanno tenuto impegnato l’organismo per 73 sedute,
con 54 audizioni e una trasferta
a Napoli. Un’unica relazione,
secretata fino all’ultimo.
Trasparenza e
sicurezza finanziaria
San Marino
52 | ottobre 2012 | narcomafie
La parola magica è segreto bancario, il cui superamento è, da
sempre, al centro del dibattito
relativo all’attuazione delle misure della trasparenza.
Sul punto si rileva un costante
processo di revisione normativa
dei modelli di agreement multilaterali e bilaterali, rilevato dalla
stessa Fondazione Caponnetto
nel suo report su San Marino.
Per quanto riguarda l’art. 26 del
“Modello di convenzione contro
le doppie imposizioni elaborato
dall’Ocse”, ove sono contenute
le regole base della cooperazione
internazionale in materia fiscale,
al fine di contrastare le pratiche
scorrette e dannose, nella sua
originaria formulazione non
conteneva alcuna disposizione
in merito all’acquisizione dei dati
bancari. Il 15 luglio 2005, il Consiglio
dell’Ocse, a seguito dei lavori iniziati nel 2002 ad opera del Comitato
per gli affari fiscali, ha inserito un
nuovo paragrafo 5, con il quale lo
scambio di informazioni si è reso
operante anche qualora i dati richiesti
siano posseduti da banche, istituzioni finanziarie ovvero da soggetti
fiduciari, in guisa tale da impedire
che il segreto bancario possa essere
utilizzato per negare lo scambio di
informazioni. La consapevolezza
che l’effettività dell’interscambio
informativo si fondi soprattutto sulla
possibilità di ottenere dati bancari
e finanziari è stata altresì rimarcata
nell’ambito del summit del G20 del
2009 tenutosi a Londra.
In quella sede i capi di Stato e di
Governo hanno affermato che «l’era
del segreto bancario è finita», dando,
così, un notevole impulso al processo
di adeguamento ai principi di trasparenza e scambio di informazioni
elaborati dall’Ocse.
Questo quadro costituisce la base
sulla quale la Repubblica di San
Marino ha riconosciuto la necessità
di adeguare il proprio assetto normativo agli standard internazionali,
soprattutto riguardo allo scambio di
dati bancari e finanziari.
Infatti, con il D.L. 29 novembre 2010,
nr. 190, ratificato dal D.L. 24 febbraio
2011, nr. 36 recante “Misure urgenti
di adeguamento agli standard internazionali in materia di trasparenza e
scambio di informazioni” sono state
emanate disposizioni che hanno agito su tre distinti livelli. Innanzitutto
si è proceduto alle modifiche della
normativa esistente.
Il Legislatore sammarinese ha rielaborato l’art. 1 della l. 18 giugno
2008, nr. 95, che disciplina i servizi
di vigilanza sulle attività produttive,
nonché la collaborazione amministrativa e lo scambio di informazioni
in materia fiscale.
Le novazioni apportate hanno ampliato il campo di applicazione della
norma anche a tutte le attività con-
template dalla Legge sulle imprese
e sui servizi bancari, finanziari e
assicurativi del 17 novembre 2005,
nr. 165, che prima erano soggette alla
sorveglianza di “specifici organismi
di controllo e vigilanza”.
Conseguentemente, sono stati ridefiniti, agli artt. 11 e 12 della L. nr.
95/2008, i compiti dell’Ufficio centrale di collegamento (Clo), elevato
ad autorità competente per implementare e dare seguito alla collaborazione amministrativa e scambio
di informazioni in materia fiscale
conformemente agli accordi internazionali in vigore fra la Repubblica di
San Marino e gli altri Stati, nonché i
rapporti del citato ufficio con le altre
autorità sammarinesi.
Al Clo, nell’esercizio delle sue funzioni, non sono opponibili né il
segreto bancario, né quello d’ufficio
e professionale.
Sono stati, altresì, rivisitati gli artt. 36,
103 e 156 della citata L. nr. 165/2005
prevedendo che l’eventuale comunicazione di dati bancari relativi
ad una società sammarinese alla
capogruppo, anche estera (purché
con sede in uno Stato con il quale
si è stipulato un accordo di cooperazione), non configura violazione
del segreto bancario.
In seconda istanza, si è proceduto a
raccordare l’assetto regolamentare
emendato con il sistema giuridico
di riferimento.
Con gli artt. 13 bis, 15 bis L. 18 giugno 2008, nr. 95 sono state previste,
rispettivamente:
- specifiche sanzioni amministrative per chiunque ostacoli l’attività
del Clo (irrogabili dalla medesima
Autorità);
- le modalità di accesso alle informazioni e ai dati da parte del Clo.
Il successivo art. 17 bis ha, conseguentemente, stabilito che vengano adottati,
tramite appositi accordi e in regime
di reciprocità, adeguati strumenti di
cooperazione fra il Clo e gli uffici di
vigilanza sulle attività economiche,
la Banca Centrale e l’A.I.F.
Da ultimo, il D.L. nr. 36/2011 ha:
- introdotto specifiche sanzioni amministrative per le violazioni in tema
di tenuta ed istituzione dei libri
sociali e delle scritture contabili
obbligatorie;
- rafforzato i poteri dell’Ufficio Tributario;
- previsto l’obbligo per le società
fiduciarie sammarinesi, che detengono tramite mandato fiduciario
partecipazioni in società estere, di
fornire, su specifica richiesta del Clo,
tutte le informazioni riguardanti le
generalità dei fiducianti, la misura della partecipazione a ciascuno
ascrivibile nonché, ove diversi da
persone fisiche, le generalità dei
loro titolari effettivi, così come dovrà
formare oggetto di comunicazione
ogni eventuale successiva variazione
alla compagine dei propri fiducianti
o dei loro titolari effettivi.
Gli organismi internazionali
Greco
«San Marino è ancora allo stadio
preliminare nella lotta contro la
corruzione. È necessario, quindi,
aumentare i controlli, soprattutto
nel settore pubblico perché ci siano
maggiore integrità e trasparenza».
Così inizia il primo rapporto su San
Marino del Greco (gruppo di Stati
del Consiglio d’Europa contro la
corruzione).
Riconoscendo i risultati che la Repubblica ha ottenuto nella lotta al
riciclaggio del denaro sporco e al finanziamento del terrorismo, il Greco
invita San Marino – che ha aderito
al gruppo di controllo nel 2010 – a
«sviluppare ancora di più le misure
specifiche contro la corruzione».
Il rapporto su San Marino comprende
16 raccomandazioni: il Greco ne
valuterà l’attuazione nel 2013.
Si suggerisce di incrementare le
indagini nel settore della corruzione
e, se necessario, inasprire le pene; sviluppare gli strumenti per prevenire
il conflitto di interesse; migliorare i
meccanismi di controllo sulla pubblica amministrazione.
Per quanto riguarda il settore privato
53 | ottobre 2012 | narcomafie
Fondo monetario internazionale
La delegazione del Fondo monetario
internazionale dopo la conclusione
dei lavori a San Marino ha tracciato
un bilancio della situazione.
L’economia non si è ancora ripresa
da una lunga recessione. Le crescenti
incertezze riguardanti la situazione
esterna e il ruolo futuro del settore
finanziario sammarinese potrebbero
determinare una recessione prolungata e maggiori vulnerabilità del
settore finanziario.
Una persistente diminuzione delle
dimensioni dei bilanci delle banche
sammarinesi e dei profitti stanno
avendo ripercussioni sulla posizione
della finanza pubblica.
Gli incontri con le autorità si sono
concentrati su come diminuire le
difficoltà del sistema finanziario,
compresa l’istituzione di riserve
di capitale, e sulle misure volte a
contenere il disavanzo pubblico e
incrementare la flessibilità dell’economia.
Vi è stata ampia condivisione con
le autorità sul fatto che costruire
un modello di business sostenibile,
che sia in linea con il nuovo assetto
normativo e che non sia basato sul
segreto bancario e sullo status di
paradiso fiscale, è una fondamentale
sfida a lungo termine.
Inoltre, la normalizzazione delle relazioni economiche e finanziarie con
l’Italia sarà di cruciale importanza
per facilitare un riposizionamento
efficace dell’economia.
Il governo del Titano dal canto suo
si è impegnato a trasformare le rac-
comandazioni del Fmi in un preciso
piano d’azione che integrerà il piano
strategico di sviluppo e che sarà
oggetto di confronto con gli esperti
del Fondo prima che essi redigano il
rapporto finale su San Marino.
Commissione antimafia europea
Da poco il Parlamento europeo ha
istituito la prima Commissione speciale sulla criminalità organizzata,
la corruzione e il riciclaggio riconoscendo, pertanto, tali fenomeni quali
minaccia comunitaria.
«Analizzare e valutare l’entità della
criminalità organizzata, della corruzione e del riciclaggio di denaro
e il loro impatto sull’Unione e sui
suoi Stati membri, nonché proporre
misure adeguate che consentano
all’Unione di prevenire e contrastare
tali minacce, a livello internazionale,
europeo e nazionale» è quanto recita
l’art. 1/A del testo approvato.
La Commissione speciale, quindi,
avrà poteri investigativi per capire
qual è l’impatto delle mafie sui paesi
dell’Unione e sull’Unione, concentrandosi sui crimini economici (in
particolar modo riciclaggio e frodi
comunitarie). Di recente su San Marino è intervenuto il vicepresidente
della Commissione, onorevole Rosario Crocetta, che sul quotidiano
sammarinese «L’Informazione» ha
dichiarato: «Economia e finanza.
Qui è necessario mettere dei paletti.
Deve essere rivista la questione del
segreto bancario. Mi auguro, anzi
sono sicuro che questa sarà una
discussione che San Marino saprà
fare con calma, ma che verrà da sé
alla luce della strada che ha imboccato prevedendo l’introduzione del
pacchetto Antimafia».
In tal senso l’art. 1/E stabilisce che la
Commissione può «effettuare visite
e organizzare audizioni con le istituzioni dell’Unione Europea, con le
istituzioni internazionali, europee e
nazionali, con i parlamenti nazionali
e i governi degli Stati membri e dei
paesi terzi, e con i rappresentanti della comunità scientifica, del mondo
delle imprese e della società civile,
come pure con gli operatori di base,
le organizzazioni delle vittime, i
soggetti impegnati quotidianamente
nella lotta contro la criminalità, la
corruzione, il riciclaggio di denaro,
quali le autorità incaricate dell’applicazione della legge, i giudici e i
magistrati e con gli attori della società
civile che promuovono una cultura
della legalità in aree difficili».
Adesione all’Unione Europea
Una delegazione del Comitato
promotore del referendum propositivo sulla richiesta di adesione
all’Unione Europea, composta da
Patrizia Busignani, Claudia Mularoni, Gilberto Piermattei e Antonio
Valentini ha consegnato 553 firme
che hanno permesso alla domanda
di referendum sulla richiesta di adesione all’Unione Europea di essere
sottoposta al Collegio garante per il
giudizio di ammissibilità. Quest’ultimo ha dato parere positivo, dunque
a breve verrà fissata la data del referendum dando così la possibilità
ai cittadini di pronunciarsi su una
questione tanto importante per il
futuro del paese. Sono molti gli
osservatori che vedono in una futura
adesione all’Unione Europea una
concreta possibilità di svolta verso
la trasparenza per la Repubblica di
San Marino.
Accordo San Marino-Italia per
una collaborazione sulle forze
di polizia
San Marino e l'Italia hanno firmato
l’Accordo sulla cooperazione per la
prevenzione e la repressione della
criminalità.
L’Accordo, che nasce dalla collaborazione dei due paesi in ambito
Interpol, riguarda più settori afferenti alla criminalità, secondo un
quadro giuridico definito e modalità concordate, che si baseranno
soprattutto su un proficuo scambio
di informazioni, nel rispetto dei
limiti previsti dagli ordinamenti
interni dei due Paesi.
San Marino
(commercialisti, avvocati e tutti i professionisti del settore) «dovrebbero
essere coinvolti più specificamente
sia nella ricerca sia nelle indagini
relative ai reati di corruzione e conflitto di interesse». «Nessuno degli
strumenti anticorruzione del Consiglio d’Europa – specifica il rapporto
del Greco – è stato finora ratificato
da San Marino, né la Convenzione
penale, né la Convenzione civile
sulla corruzione».
San Marino
54 | ottobre 2012 | narcomafie
è stato nemmeno dato modo di
sapere da chi proviene l’accusa,
visto che i testi sono stati secretati dietro alcuni omissis. Resta
al contrario l’ipocrisia di una
classe politica che da un lato non
dota il tribunale degli uomini e
dei mezzi per indagare (su tutti
l’impossibilità di effettuare intercettazioni telefoniche) e dall’altra
vorrebbe arrivare a dare sentenze.
La relazione comunque ha diviso
il Paese tra chi la vede come un
vero punto di svolta col passato
e chi invece sostiene sia il solito
fumo negli occhi. Del resto non
si può non rilevare come dalla
stessa Italia e da diversi addetti
ai lavori, le “rilevazioni” della
commissione siano state accolte
in maniera tiepida.
L’ombra del dossieraggio. “Parapolizia” o forze di polizia deviate.
A San Marino gli ultimi due anni
in particolare sono stati caratterizzati da una sistematica opera
di “dossieraggio” che ha investito
tutti i personaggi più in vista.
Lettere anonime, pedinamenti,
addirittura pestaggi. Dietro si
celerebbe la mano di persone in
divisa. Una situazione conosciuta
in tribunale perché denunciata
da diversi soggetti. Alcuni fatti
inoltre starebbero emergendo
in maniera chiara. L’obiettivo
sarebbe quello di acquisire notizie, intimidire i testi, estorcere testimonianze e fare aprire
procedimenti ad hoc, mirati a
screditare l’obiettivo. Una situazione comunque non nuova per
il Titano, ma che sta riportando il
paese indietro di anni, all’epoca
della famosa valigetta di uranio e
del cosiddetto caso “Scaramella”
(Mario Scaramella, ex consulente
della commissione parlamentare Mitrokhin nel 2006, ndr.).
Le forze di polizia sammarinesi
(Gendarmeria, Guardia di Rocca
e Polizia civile) sono in costante
contrasto e mancano oggi di un
coordinamento. Inoltre vere e
proprie guerre fra “bande” rivali
all’interno dei Corpi, che rispondono a questa o a quella fazione
politica, non solo limitano un
reale contrasto alle associazioni
criminali non rendendo possibili
indagini autonome, ma stanno
creando nel paese un clima di caccia alle streghe nel quale diventa
difficile operare. Il rischio reale
è quello di vedere importanti
indagini inquinate o orientate
in maniera strumentale. Tutto
questo senza che la magistratura
possa in concreto intervenire.
Mazzette per omettere i controlli nei cantieri edili. Di sicuro interesse, qualora dovessero
esserci i riscontri, sono quelle
rivelazioni della commissione
che inchioderebbero l’ex Servizio igiene ambientale sammarinese, oggi Dipartimento
di prevenzione.
Spettava a questo organismo,
infatti, in funzione della legge 31
del 1998, quella sulla sicurezza e
salute nei luoghi di lavoro, effettuare i controlli nei cantieri.
Ed è proprio per le verifiche sui
luoghi di lavoro delle imprese
immobiliari riconducibili a Livio Bacciocchi che è emerso,
dalla relazione della Commissione antimafia, un giro di mazzette mirato a fare chiudere un
occhio agli ispettori preposti
agli accertamenti.
Dalla relazione emerge, con
tanto di tariffario dai 500 euro
in su, quello che viene indicato come un malcostume
diffuso di cui molti operatori
del settore sapevano.
Il passaggio della testimonianza
ritenuta attendibile dalla com-
missione è emblematico: «La
Commissione chiede al teste se
corrisponde al vero che sui cantieri di Bacciocchi non c’erano
controlli. Il teste risponde affermativamente. Si pagava per non
avere controlli; ogni mese anche
lui consegnava una busta chiusa
contenente tra i 500-800 euro che
in un primo tempo veniva lasciata
a (omissis) e poi alla Investimenti
Immobiliari, e che tramite questa
o altri veniva poi consegnata ai
destinatari che non sa chi fossero,
ma certamente erano quelli della
sicurezza sul lavoro. In 8-9 anni
non ha mai avuto un controllo.
I destinatari finali li conosceva
Livio Bacciocchi. Era (omissis)
a consegnare le buste a coloro
che dovevano poi provvedere a
trasmetterle ai destinatari finali.
Osserva che in tale ambito c’era
la corruzione più totale e che i
soldi di cui sopra venivano prelevati in contanti sui conti correnti
aziendali». «Tali compensi venivano consegnati mensilmente
in contanti dalle imprese agli
ispettori che in cambio evitavano
di recarsi nei cantieri interessati e
di “creare problemi», aggiunge la
Commissione. Sono evidenziate,
quindi, gravi responsabilità e
sotto gli “omissis” i nomi dei
responsabili che hanno pagato
le tangenti e quelli di chi le ha
riscosse, le cui generalità in chiaro
sono presenti nella documentazione completa».
Tutte le carte e la documentazione
raccolta dalla commissione saranno passate al Tribunale che inevitabilmente dovrà aprire un fascicolo
e dovrà vagliare la sussistenza di
reati, le responsabilità e le condizioni per procedere. Solo allora,
forse, si potrà sapere se e chi sono
davvero i politici, i professionisti
e i personaggi che intrattenevano
rapporti con i mafiosi.
Nel santuario
della segretezza
Tra Italia e San Marino non si è ancora raggiunto un accordo
sullo scambio di informazioni, a discapito di indagini,
trasparenza e controlli. Se il piccolo Stato non si adeguerà
alle normative Ue, il rischio di occultamento di capitali
sporchi si aggraverà, compromettendo la sua economia.
Come evidenziano le inchieste, sempre più numerose
intervista a Paolo Giovagnoli di David Oddone
San Marino
55 | ottobre 2012 | narcomafie
56 | ottobre 2012 | narcomafie
San Marino
Paolo Giovagnoli è procuratore capo presso il tribunale
di Rimini, dopo essere stato
pubblico ministero a Bologna.
Esperto di criminalità organizzata, è grande conoscitore della realtà sammarinese e in generale dell’Emilia-Romagna,
dove ha condotto numerose
indagini con al centro San
Marino.
Procuratore Giovagnoli, qual
è la situazione a San Marino
per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose?
Da qualche tempo e in particolare attraverso l’operazione
“Vulcano” abbiamo notizie
di infiltrazioni di criminalità
non solo a San Marino ma
anche a Rimini. Parlo soprattutto di criminalità campana
e in misura minore calabrese. La repubblica del Titano
rappresenta un luogo dove
occultare capitali e sottrarli
alle autorità di polizia. Questa peculiarità ha fatto naturalmente da calamita per
un certo tipo di attività non
legali. Spero che il processo di riavvicinamento delle
normative sammarinesi a
quelle in vigore nell’Unione
Europea, possa portare a risultati positivi. Pur essendo
in divenire, non posso non
notare una certa difficoltà da
parte di San Marino a recepire
normative più virtuose. Di
positivo c’è, invece, che più
indagini si fanno, più queste
portano le autorità di polizia a
conoscenza di fatti e persone
che inducono la criminalità a
spostarsi in ragione del fatto
che essa è naturalmente portata a muoversi nell’ombra.
Forse guardando la situazione
in quest’ottica possiamo dire
che un certo tipo di attività
è diminuita.
Sono numerose le operazioni
che hanno messo in evidenza
come le associazioni criminali abbiano diversi interessi sul Monte. L’ultima in
ordine di tempo è “Criminal
Minds”, coordinata proprio
dalla procura di Rimini. A
che punto sono le indagini?
Quali le evidenze?
La fase principale delle indagini è ormai vicina alla conclusione e la maggior parte degli
accertamenti è stata eseguita.
Ciò che ci sta un po’ rallentando è l’analisi dei computer
degli indagati, una procedura
abbastanza macchinosa. Le
nostre ipotesi di accusa hanno
retto a tutti i vagli del tribu-
nale del riesame e ai ricorsi
presentati. Non abbiamo avuto
alcuna smentita nelle nostre
ipotesi investigative. Siamo
soddisfatti del lavoro fatto.
Ciò che è emerso, a livello di
ipotesi di accusa, è l’immagine
di una società commerciale e
imprenditoriale che si avvaleva di metodi banditeschi
per gestire i propri affari. Così
come ci si avvaleva nella propria attività di corruzione, di
soggetti in forza alla polizia tributaria italiana per fare attività
di contro investigazione sulle
indagini che stavano portando avanti gli stessi finanzieri.
Non solo. Esisteva un sistema
di occultamento delle notizie
interno all’azienda per impedire la conoscenza di dati e
situazioni alle autorità fiscali
italiane. Erano posti in essere
metodi violenti per condizionare i dipendenti e farli magari
rinunciare ai trattamenti di fine
rapporto piuttosto che ad altre
richieste. Le persone erano
intimidite con metodi violenti.
Un modo di fare utilizzato
anche contro soggetti con i
quali magari sorgevano contrasti commerciali. Venivano
impiegati malavitosi campani per intimidire dipendenti,
concorrenti e persone con cui
si avevano controversie. Malavitosi che vivevano della
continua commissione di reati
e che erano inseriti nell’organizzazione dell’azienda. Uno
di questi verosimilmente lucrava ingannando il capo stesso
dell’azienda facendogli credere
che grazie alla sua intercessione sarebbe stato introdotto in
associazioni massoniche ed
esoteriche che gli avrebbero garantito molteplici privilegi.
Qual è il grado di collaborazione fra la procura di
Rimini e il tribunale sammarinese?
I magistrati penali sammarinesi, ovvero i commissari della
legge, sono sempre molto collaborativi nei nostri confronti e cercano a propria volta
la nostra collaborazione per
sviluppare le indagini, visto
che la loro polizia giudiziaria
è inidonea a gestire indagini
su criminalità organizzata e
denaro di provenienza illecita. Il sistema organizzativo del
tribunale sammarinese è carente e alcune norme rendono
difficoltosa la collaborazione.
Per esempio ci sono delle
indagini frammentate fra una
moltitudine di commissari
della legge, che hanno persino difficoltà a comunicare
fra di loro. Così non è facile
indagare.
A oggi che cosa impedisce la
normalizzazione nei rapporti
fra Italia e Titano e l’uscita
dalla black list?
Non sono dentro la trattativa Italia e San Marino, ma
quello che so è che non si
è mai raggiunto un accordo
sullo scambio di informazioni. In pratica per uscire dalla
black list, il Titano deve fare
controlli così come previsto
dalla normativa dell’Unione
Europea. Non so che cosa si sta
contrattando e quali accordi
si faranno. Ad oggi i risultati
non si sono ancora visti. Fare
San Marino
57 | ottobre 2012 | narcomafie
Fondazione Caponnetto: verso un
pacchetto antimafia per il Titano
San Marino
58 | ottobre 2012 | narcomafie
Salvatore Calleri è il Presidente
della Fondazione Caponnetto.
Quest’ultima è stata la prima associazione ad accorgersi e interessarsi della situazione sammarinese,
prendendo per mano il Paese e
provando a guidarlo verso una concreta lotta alle mafie. Se il Titano sta
intraprendendo un percorso verso
la trasparenza, lo si deve in larga
parte al suo impegno.
Presidente, come è iniziata la
collaborazione tra la Fondazione e
la Repubblica di San Marino?
La collaborazione è iniziata a prescindere dal colore dei governi nel
2006, quando l’allora segretario alla
Giustizia Ivan Foschi è venuto a
trovarci a un vertice contro la mafia.
Da lì la Fondazione ha cominciato a
interessarsi al Titano attraverso gli
altri segretari (ministri) che si sono
succeduti e continuerà ad occuparsi
delle vicende sammarinesi.
Cosa avete trovato a San Marino?
Da che cosa siete partiti?
Abbiamo iniziato a conoscere un
territorio di cui avevamo sentito
parlare solo in modo generico. Una
volta arrivati sul Monte Titano ci
siamo resi conto di come il fenomeno mafioso si evolveva sul territorio. Attraverso alcuni incontri
abbiamo formato le forze dell’ordine
e la magistratura, in questo modo
siamo riusciti a cambiare le cose in
modo importante e in concreto con
il pacchetto Vigna-Caponnetto. Si
tratta in estrema sintesi di quattro
normative, una già approvata. Al
termine della integrale approvazione ed esecuzione, il Titano avrà
la normativa migliore al mondo. In
seguito è stato creato un osservatorio
che monitora con continuità gli accadimenti su territorio. E quella che
viene monitorata è una situazione
grave: i soldi continuano a passare
per San Marino.
La Fondazione ha trovato resistenze
nel suo lavoro di cambiamento?
Come in tutte le situazioni in cui
ci si muove, si trovano sia appoggi
che resistenze. La maggior parte
delle persone è perbene e quindi ci
appoggia. Nel corso degli anni chi
resiste al cambiamento è sempre
stato storicamente una minoranza.
Quella intrapresa è una via che
permetterà a San Marino di non
essere divorato dalla mafia e avere
rapporti normali con gli altri paesi
Ocse. Per il futuro sono moderatamente ottimista.
Che cosa pensa del referendum che
consentirà a San Marino se decidere o meno di aderire all’Unione
Europea?
Sono europeista convinto. A prescindere da questo, è necessario
per San Marino mantenere rapporti
con l’Unione Europea. L’obbligo
è quello di combattere contro la
mafia se non si vuole soccombere.
Il problema vero di San Marino è
che è circondata dall’Emilia Romagna, una delle regioni a più alta
densità mafiosa.
Può descrivere i punti salienti
del vostro pacchetto antimafia? È articolato in quattro punti,
quello approvato riguarda le prime
norme antimafia. La seconda parte
è il proseguimento relativamente ai sequestri. La terza è quella
dell’Aisa (Agenzia investigativa
sammarinese antimafia), che rappresenta la parte più corposa e più
importante della normativa che
metterà il Titano davanti a tutti
come qualità di leggi in Europa. La
quarta integra l’operatività del tribunale con le normative antimafia.
Il procuratore nazionale antimafia
Grasso, proseguendo la visita di
Vigna, ha rappresentato un notevole interesse per l’applicazione
di questa normativa.
Il cuore della normativa è l’Aisa.
Quali compiti avrà?
Agirà, di norma, in stretto collegamento con gli uffici e le strutture
delle forze di polizia che forniranno ogni possibile cooperazione,
anche di tipo tecnico operativo,
al personale investigativo per lo
svolgimento dei compiti affidati.
Nell’azione di contrasto del riciclaggio e, se ritenuto opportuno,
del finanziamento del terrorismo,
profondamente diversi tra loro, ma
pure intimamente connessi per
tecniche, metodologie, processi
e canali di trasmissione utilizzati. L’analisi e l’approfondimento
delle segnalazioni concernenti le
transazioni sospette rappresentano
altrettanti strumenti investigativi,
indispensabili quanto preziosi, in
vista dell’individuazione, sequestro e confisca dei patrimoni illeciti
accumulati dalle organizzazioni
criminali. In particolare, l’Aisa
svilupperà un’attività di intelligence, di ricerca informativa, di
osservazione e controllo, al fine di
acquisire elementi di valutazione
in ordine al profilo soggettivo e a
quello oggettivo della segnalazione, con l’obiettivo di perseguire
penalmente il reato di riciclaggio e
pervenire all’aggressione dei patrimoni illecitamente acquisiti dalle
consorterie mafiose. Non si tratta di
una nuova forza di polizia ma di un
supporto a quelle esistenti.
Qual è oggi la situazione a San
Marino?
È di pausa e stallo in attesa delle
elezioni di novembre e da un certo
punto di vista è un momento pericoloso perché le mafie fruiscono
sempre di questi momenti, parlo
in generale e non solo per la realtà
sammarinese.
Che cosa si aspetta dal futuro
governo?
Che venga approvato in fretta il
pacchetto antimafia.
Quali sono oggi i problemi più
stringenti e i rischi maggiori?
Dove arriva la mafia, le zone ricche
diventano povere, il rischio per San
59 | ottobre 2012 | narcomafie
È preoccupato per il sistema
bancario sammarinese e per le
aziende sane del paese?
La preoccupazione c’è sempre perché siamo in piena crisi economica,
un momento propizio per un certo
tipo di affari poco puliti. Il Titano
al contrario potrebbe rappresentare
per l’Italia una possibilità di delocalizzazione intelligente. L’importante è che le ditte non siano quelle
mafiose. San Marino deve e può
rappresentare perfettamente una
lecita valvola di sfogo per l’Italia.
Io credo che l’approvazione del
pacchetto antimafia potrà attirare
a San Marino investitori da tutto il
mondo. Per uno sviluppo sano la
lotta alla mafia conviene.
Come vede una possibile
adesione della Repubblica
di San Marino all’Unione
Europea?
Molto positivamente perché
l’adesione impone l’introduzione di norme comuni che
potrebbero fare solo bene sia
al Titano sia all’Italia.
Qual è la sua opinione sul
recente accordo raggiunto
fra Italia e Titano sulle forze
di polizia?
L’accordo fra le forze di polizia
dovrebbe favorire lo scambio
di informazioni. Il problema è
che esso non riguarda le informazioni giudiziarie che
sono le più importanti. Se
ci si ferma qui non si va da
nessuna parte.
Non crede che, se si è arrivati a questo punto e se il
Titano è diventato un covo
di malavitosi, vi siano forti
e grandi responsabilità da
parte dell’Italia?
Le rispondo dicendole che è
giusto e doveroso garantire
l’indipendenza formale tra
Italia e Titano ma quest’ultimo
non può essere un santuario
per i delinquenti. C’è stata negli anni passati effettivamente
poca attenzione in Italia ai rischi della malavita collegati al
far west in atto a San Marino.
D’altra parte, nella pratica dei
fatti, il Titano non può essere
visto come uno Stato estero
alla luce della fortissima integrazione con l’Italia. Abbiamo
la stessa moneta, guardiamo
la stessa tv, parliamo la stessa lingua: le due realtà sono
entrate in collisione quando
l’Italia è stata chiamata dalla Ue a rispondere di quello
che accadeva a due passi. Le
banche sammarinesi infatti
pur operando nella zona Ue,
hanno rappresentato un santuario di segretezza che non
doveva rispondere alle norme sull’antiriciclaggio. Dopo
l’11 settembre gli Usa hanno
premuto sulla Ue per evitare
che i denari circolassero in
maniera incontrollata. Pensi
che gli stessi svizzeri erano
preoccupati dalla concorrenza
sammarinese e che per questa
ragione avevano chiesto che
se la Svizzera era chiamata a
collaborare, avrebbe dovuto
farlo anche San Marino.
San Marino
Marino è concreto. Il pacchetto
rappresenta il vaccino.
passare il tempo, del resto,
può essere utile per evitare
che le indagini risalgano a un
tot di anni indietro.
altarisoluzione
60 | ottobre 2012 | narcomafie
La Santa
dei narcos
La notte del 31 ottobre di ogni anno, a
Città del Messico, migliaia di persone si
raccolgono attorno ai circa 1.500 altari
intitolati alla Santa Muerte. Il più noto
è quello fondato da Donna Queta, nel
quartiere popolare di Tepito.
La Santa Muerte, o Niña Blanca (bambina
bianca), è considerata la santa dei narcos
e di tutti quelli che non sono accolti nella
Chiesa Cattolica, ma in realtà il suo culto
è molto più esteso: secondo la stampa locale, è venerata da un numero di persone
stimato tra i 5 e i 10 milioni.
Quando gli spagnoli conquistarono l’America per depredarla e cattolicizzarla, le
religioni indigene vennero proibite. Per
non perdere del tutto la propria cultura,
i popoli nativi crearono un’interessante
forma di sincretismo religioso: mischiando i simboli cristiani con quelli pagani,
trovarono il modo di venerare i propri
idoli “travestendoli” da santi. In Messico,
il culto della morte risale al 1600 ed ha
Foto e testo di Orsetta Bellani
61 | ottobre 2012 | narcomafie
altarisoluzione
62 | ottobre 2012 | narcomafie
incrementato il numero dei suoi adepti
soprattutto negli ultimi anni, forse a causa
del trauma collettivo che ha imposto un
nuovo modo di relazionarsi con essa: la
guerra al narcotraffico portata avanti dal
governo, che in sei anni ha causato più
di 50mila vittime.
A Tepito i fedeli si mettono in fila per toccare l’altare di Donna Queta accompagnati
dalla musica dei mariachi, i tradizionali
gruppi messicani composti da trombe e
chitarre. Si scambiano pareri sui miracoli
compiuti dalla Santa Muerte e portano
con loro statue, fiori, sigarette e liquori
da offrirle.
Alcuni raggiungono l’altare percorrendo
il quartiere in ginocchio, e sono molti i
fedeli che arrivano da lontano. La signora
Ana di Hidalgo, città che si trova a circa
tre ore dalla capitale, racconta: «Hanno
sparato nove colpi a mio figlio e i dottori
dicevano che sarebbe morto. Una mia
amica mi ha portato una statua della Niña
Blanca e da allora mio figlio ha iniziato
a guarire. La Santa Muerte è buona ed è
una donna bellissima».
63 | ottobre 2012 | narcomafie
rassegna stampa internazionale
a cura di Stefania Bizzarri
64 | ottobre 2012 | narcomafie
Tentato
omicidio di
Giorgio Sale?
Bogotà Il 26 settembre scorso Giorgio Sale ha denunciato
l’esistenza di un piano per assassinarlo in carcere. A divulgare l’accaduto è stata Victoria
Eugenia Gamboa
Gamboa, sedicente
sposa dell’imprenditore ita
italiano, rinchiuso nel carcere
colombiano di La Modelo dallo
scorso febbraio. La Gamboa ha
riferito di un’aggressione da
parte di un uomo «alto e magro», entrato nella cella con un
coltello. Sale si sarebbe difeso
con una sedia. L’aggressore non
è stato catturato, nonostante
Sale stesso abbia denunciato
che si tratta di un detenuto
confinato nel suo stesso pa
padiglione. «Lo vogliono zittire
per i suoi legami con giudici,
magistrati e politici», ha affermato la Gamboa.
L’italiano, gestore di ristoranti di lusso in Colombia, salì
alla ribalta mediatica nel pieno
dello scandalo che nel 2008
vide coinvolti l’ex presidente
Alvaro Uribe, magistrati della
Corte suprema di Giustizia e
paramilitari di estrema destra.
Particolare clamore suscitò la
vicenda in cui Sale affermò di
aver ricevuto la visita dell’ex
ministro dell’Interno, divenuto
ambasciatore in Italia, Saba Pretelt de la Vega, quando si trovava
a Rebibbia per scontare una pena
per traffico di droga con l’intento
di estorcergli dichiarazioni per
infangare alcuni giudici colombiani. Sale è indagato anche per
i suoi legami con l’ex capo para-
militare narcotrafficante Salvatore Mancuso. Recentemente la
magistratura colombiana lo ha
rinviato a giudizio per il delitto
di “riciclaggio aggravato”. L’Inpec
(Instituto Nacional Penitenciario
y Carcelario, ndr.) ha avviato
un’inchiesta per stabilire le eventuali responsabilità del personale
carcerario. Secondo il direttore
del centro penitenziario la porta
blindata che conduce alla cella
di Sale non era stata chiusa. Le
telecamere hanno registrato il
passaggio di un detenuto, entrato
nella cella dell’imprenditore e
uscitone immediatamente con
il pasto destinato a Sale. «Questi elementi saranno tenuti da
conto nell’indagine avviata per
stabilire se si trattasse o meno
di un attentato contro la vita di
Sale». Al momento, nonostante
il direttore abbia affermato che
il recluso non rappresenta un
soggetto pericoloso, sono state
rafforzate le misure di sicurezza
dell’imprenditore romano.
Ritorno in
Uruguay
Montevideo L’amministrazione statunitense per la lotta
alla droga (Dea) ha riaperto
il proprio ufficio in Uruguay,
chiuso oltre 15 anni fa, per
monitorare la crescente attività
di traffico e riciclaggio di fondi
delle organizzazioni internazionali di trafficanti di droga
nel paese sudamericano. La
rivista, citando fonti americane anonime, sottolinea che
la Dea – che rese possibile il
sequestro di due tonnellate di
cocaina, il piú grande nella
storia dell’Uruguay, nel 2009
– ha deciso la riapertura del
suo ufficio «in base all’aumento
delle operazioni e dei processi
contro boss del narcotraffico
internazionale da parte della
giustizia uruguayana».
65 | ottobre 2012 | narcomafie
Caos e
violenza
al potere
Tirana Da qualche mese
un’ondata di violenza senza
precedenti si è abbattuta in
Albania. Omicidi di stampo
mafioso, violenza privata e
vendette di sangue legate
alla “legge” del kanun formano statistiche da bollettino di guerra. Il Centro affari
europei e di sicurezza afferma che nell’ultimo trimestre
2012, 158 persone sono state
uccise e 220 ferite, cifre che
portano l’Albania al primo
posto dei paesi balcanici per
violenza. A titolo comparativo si contano 1,2 morti
per 1.000 abitanti in Serbia,
1,9 in Macedonia, contro i 4
in Albania. Tra il 2010 e il
2011 il crimine è aumentato
del 40%. Nel paese delle
Aquile crimine e politica
sono strettamente legate.
Un fenomeno che si spiega
attraverso un indebolimento
generalizzato dello Stato e
delle sue istituzioni, l’inefficacia della sua giustizia e
della sua forza coercitiva,
incapaci di punire gli assassinii e prevenire le violenze.
È opinione comune tra la
cittadinanza che la politica
usi il crimine per raggiungere
i propri scopi e, in periodi
elettorali, anche per manipolare il processo di voto.
Combattere la criminalità è
un’urgenza nazionale. E se
lo stato non controlla più
il suo territorio, il vuoto
favorirà l’anarchia.
L’autostrada
della
‘ndrangheta
Washington Nulla incarna i
fallimenti dello stato italiano
più nettamente dell’autostrada
Salerno-Reggio Calabria. I
lavori per la costruzione della
cosiddetta A3 cominciarono
negli anni 70: ad oggi non
sono ancora conclusi. L’arteria è una sorta di percorso a
ostacoli, con cantieri aperti da
decenni. Molti la considerano
il frutto di una cultura del
voto di scambio, alimentata
dalla criminalità organizzata che ha sistematicamente
truffato lo stato, lasciando la
Calabria geograficamente ed
economicamente ai margini.
L’autostrada è anche simbolo
di ciò che alcuni paesi del
nord Europa dicono di temere
di più riguardo la zona euro:
il suo sviluppo è basato in
un sistema di welfare in cui
il nord sostiene un pigro sud
Europa e dove le sovvenzioni
e sussidi troppo spesso “scompaiono”, con i governi locali
che non sembrano in grado
– o non vogliono – sfruttare.
E l’A3 è l’esempio di come il
finanziamento fino ad ora ha
prodotto relativamente poco
in investimenti produttivi, i
quali dovrebbero ora essere
d’aiuto al sud Europa nel
tentativo di riemergere dal
fossato economico in cui
si trova. Dal 2000 al 2011,
l’Italia ha ricevuto oltre 46
miliardi di euro di finanziamenti dell’Unione europea,
a seguito della presentazio-
ne di una vasta gamma di
programmi in settori quali
l’agricoltura e le infrastrutture (la maggior parte diretti
a sud) e di questi una parte
per la costruzione della A3.
In Spagna che di euro ne ha
ricevuti 80 miliardi hanno,
almeno, costruito una competitiva rete ferroviaria ad alta
velocità. La Grecia ha ricevuto
39 miliardi, ma con quali esiti
è ancora ignoto.
Nella morsa
della cocaina
Tegucigalpa Il tasso di omicidi
in Honduras supera quello del
Salvador e della Costa d’Avorio.
È il più alto nel mondo anche a
causa della crescente presenza
del narcotraffico. Secondo lo
studio dell’Onu “Criminalità
organizzata transnazionale in
Centroamerica e nei Caraibi”,
la media delle morti violente
nel paese centroamericano era
di 51 ogni 100mila abitanti nel
2001; oggi è salita a 92 mentre
nei due paesi presi per la com-
parazione è, rispettivamente,
di 69 e 57.
L’inasprimento della lotta al
narcotraffico in Messico ha
causato un aumento del transito di cocaina verso gli Stati
uniti attraverso l’Honduras,
dove è da tempo segnalata la
presenza di bande alleate dei
principali cartelli della droga
messicani, che si disputano
ampie fette del territorio con
l’uso della forza. Con la caduta
di Zelaya (nel 2009), insiste il
documento, la violenza si è
aggravata e il narcotraffico si è
esteso: «Le autorità incaricate
di applicare la legge caddero nel caos, furono dirottate
risorse per mantenere l’ordine e fu sospesa l’assistenza
anti-droga degli Stati Uniti»,
primo consumatore regionale
di stupefacenti.«Il risultato –
continua il rapporto – è stato
una sorta di “febbre dell’oro”
della cocaina. Si sono moltiplicati i voli diretti dalla
frontiera del Venezuela con
la Colombia alle piste di atterraggio in Honduras ed è
cominciata una lotta violenta
per il controllo di questo corridoio della droga».
66 | ottobre 2012 | narcomafie
Narcos in
trasformazione
Città del Messico Probabilmente sarà l’evento più importante dell’anno nel mondo clandestino. Los Zetas, il
cartello più sanguinario del
Messico, in vertiginosa espansione negli ultimi tre anni, è in
guerra anche al proprio interno
e i morti si contano a decine.
È una notizia che circola da
alcuni mesi, confermata recentemente dalla procura generale
della Repubblica. I due capi
dell’organizzazione criminale, Heriberto Lazcano, alias
El Lazca (ucciso lo scorso 9
ottobre, ndr.), e Miguel Treviño
Morales, detto Z-40, dall’inizio
dell’estate stanno conducendo
una battaglia per il controllo
dell’organizzazione e del territorio che, per il momento,
comprende gli Stati di San
Luis Potosí, Zacatecas, Nuevo
León, Tamaulipas e Coahuila,
nel nord-est del paese.
La rottura della banda implica
una nuova spirale di sangue e
potrebbe completamente cambiare lo scenario della lotta al
narcotraffico, che è stata causa
di 55 mila morti dal 2006 fino
alla vigilia del ritorno al potere del Partido revolucionario
institucional (Pri).
I primi segnali della rottura
nella cupola del gruppo, fondato da militari disertori che
divennero il braccio armato
prima del Cartello del Golfo e,
a partire da gennaio del 2010,
della brutale organizzazione di
narcotrafficanti che si estende
da Tejas fino al Guatemala.
Il giornalista britannico Ioan
Grillo, autore del libro Nel
cuore della insurrezione criminale messicana, crede che
«la rottura si generalizzerà e
produrrà moltissima violenza». «Lo sbandamento dei suoi
membri a causa della guerra
interna ha creato delle cellule
orfane, gruppi criminali locali
che non sono più alleati con la
cupola e operano per proprio
conto». La frammentazione
del gruppo, ottenuta grazie ai
colpi assestati dalle forze di
sicurezza, sarà un incubo per
le autorità locali, che dovranno
confrontarsi con «molteplici
gruppi di delinquenti, piccoli
e medi, con capacità e obiettivi diversi, che si uniscono
in coalizioni instabili». Una
nuova mappa del crimine organizzato in Messico che può
trasformarsi in un forte mal di
testa per il futuro presidente,
Enrique Pena Nieto, e che potrebbe tornare a beneficio di El
Chapo Guzman.
Il volto della
ricchezza
Città del Messico La rivista
«Forbes» manterrà il boss del
narcotraffico Joaquin “El Chapo” Guzman, latitante, nella lista dei piú ricchi del Messico,
nonostante le polemiche. Lo
ha annunciato oggi il direttore
della pubblicazione, Miguel
Forbes, specificando che le
polemiche sono ingiustificate,
visto che «noi ci limitiamo a
valutare la fortuna delle persone, e lasciamo il resto alla
giustizia». Il direttore della
rivista ha anche ricordato che
l’inclusione di un narcotrafficante nelle sue liste non è una
novità, visto che già nel 1998
il colombiano Pablo Escobar si
era conquistato un posto tra i
piú ricchi del Sudamerica.
Farc, nuovi
negoziati
Bogotà Il 18 ottobre scorso
sono cominciati i negoziati di
pace tra le Farc (Forze armate
rivoluzionarie di Colombia)
e il governo di Juan Manuel
Santos. Questo potrebbe significare la fine di un conflitto che
dura da oltre cinquanta anni.
Nata nel 1964, a seguito di
insurrezioni di matrice contadina, la guerriglia marxista,
diretta da Rodrigo Londoño
detto “Timochenko”, conta
circa 9.000 membri. Nel 1982,
sotto la presidenza di Belisario
Betancur, e nel 1998, sotto
quella di Andres Pastrana,
erano stati avviati negoziati
ufficiali, falliti in breve tempo.
«Come uno dei leader dello
Stato maggiore negoziatore,
ribadisco con enfasi il desiderio delle Autodifese di
partecipare attivamente al processo congiunto per costruire
la pace»: lo afferma in una
lettera inviata al presidente
Juan Manuel Santos e ai vertici delle Farc, l’ex comandante
delle smantellate Autodifese
unite della Colombia (Auc),
Salvatore Mancuso, recluso
per narcotraffico e terrorismo
in un carcere degli Stati Uniti
dove fu estradato nel 2008.
67 | ottobre 2012 | narcomafie
Riciclaggio Usa-Messico
Lavatrici a
stelle e strisce
I confini statunitensi si dimostrano tanto impenetrabili con i
migranti quanto permeabili ai flussi di denaro derivati dal narcotraffico. Un affare calcolato lo scorso anno intorno agli 85 miliardi di dollari, corroborato dal sistema bancario e dalle casas
de cambio messicane
di Simone Bauducco
68 | ottobre 2012 | narcomafie
Per nove anni la
Hbmx ha
considerato il
Messico un paese a
“basso rischio di
riciclaggio”,
permettendo ai
narcos di riciclare
almeno 7 miliardi di
dollari tra il 2007 e
il 2008 attraverso le
casas de cambio
Tra il Messico e gli Stati Uniti
scorre una delle frontiere più
lunghe al mondo: 3.365 chilometri di barriera impenetrabile per le migliaia di migranti
che provano a costruirsi un
futuro negli Stati Uniti, ma
permeabile ai flussi di denaro provenienti dal traffico di
droga. Miliardi di dollari che
ogni anno vengono trasportati
attraverso corrieri da nord a
sud per poi essere cambiati
in valuta statunitense e reinvestiti nel mercato più grande
al mondo.
Secondo il Dipartimento di
giustizia degli Stati Uniti,
nell’ultimo anno il sistema
finanziario americano avrebbe
ospitato 85 miliardi di dollari
provenienti dal narcotraffico.
Una cifra equiparabile al flusso
di rimesse che ogni anno i
migranti messicani rimandano
nei loro luoghi d’origine e che
negli ultimi anni si è accresciuta sempre di più grazie
al ruolo crescente dei cartelli
messicani nello scacchiere criminale dell’area. Protagonisti
di questo flusso sono oltre ai
cartelli dei narcos, le casas de
cambio messicane e le grandi
banche d’investimento americane ed europee che in passato
hanno preferito chiudere gli
occhi sulle legislazioni anti
riciclaggio ospitando diversi
conti sospetti.
Leggerezze inconsapevoli?
L’ultima banca in ordine di
tempo finita nel centro delle
indagini del Dipartimento di
stato americano è stata la Hsbc
Group attraverso la sua filiale
messicana Hbmx. Per nove
anni la banca ha considerato
il Messico come un paese “a
basso rischio di riciclaggio”,
permettendo ai narcos di riciclare almeno 7 miliardi di
dollari tra il 2007 e il 2008 attraverso i rapporti con le casas
de cambio messicane come la
Casa de Cambio Puebla, già al
centro di numerosi altri scandali in passato. Una mancanza
che si è trascinata negli anni
nonostante i numerosi richiami dell’autorità di vigilanza.
In attesa delle sanzioni che
potrebbero venir comminate
alla banca, l’inchiesta portata
avanti dalla Commissione d’inchiesta del senato americano
ha provocato in estate le dimissioni dell’ex dirigente Sandy
Flockart e di David Bagley,
responsabile Compliance del
gruppo dal 2002.
L’accusa principale è che i
dirigenti della Hbmx fossero
a conoscenza dei rischi legati
ai conti messicani, ma non
abbiano agito per evitare il
riciclaggio; a testimoniare questa consapevolezza ci pensano
gli scambi di mail private tra
di loro rese pubbliche dalla
commissione d’inchiesta. In
seguito allo scandalo, l’attuale
direttore del gruppo bancario,
in una lettera ai dipendenti,
ha ammesso che «tra il 2004
e il 2010 le nostre misure anti
riciclaggio avrebbero dovuto
essere più forti e noi abbiamo
fallito nel controllare transazioni inaccettabili», annunciando in seguito l’adozione di
nuove misure di prevenzione
«non perché i regolatori ce lo
stanno chiedendo, ma perché
lo dobbiamo domandare a noi
stessi». Una frase che nei dieci
anni precedenti è stata ripetuta
troppo spesso dai vertici del
gruppo bancario senza però
trovare mai applicazione.
La Hbmx nasce nel novembre
2002, quando i vertici di una
delle maggiori banche mondiali decidono di perfezionare
l’acquisto del messicano Grupo
Financiero Bital, già coinvolto in casi di riciclaggio come
l’operazione Casa Blanca che
aveva colpito il traffico di droga
e il riciclaggio di denaro lungo
il confine Usa-Messico.
Un “account executive” della
Bital era stato accusato di aver
favorito transazioni criminali
e per questo la banca fu condannata a una sanzione di 150
mila euro nel 1998. Tra i dirigenti americani che avallarono
l’operazione, consapevoli dei
rischi legati all’assenza di un
sistema di prevenzione del
riciclaggio di denaro sporco,
vi è anche David Bagley che
un mese prima dell’acquisizione in una mail privata fa
notare che «non ci sono misure di prevenzione del denaro
sporco». Eppure, fin dal 2001,
l’organo di controllo bancario messicano, la Cnbv, aveva
invitato i vertici dell’istituto
bancario ad adottare misure
di prevenzione.
Ma con il passaggio agli americani, gli allarmi continuano
a cadere nel vuoto. Un audit
interno del luglio 2002 riconosce la necessità di ampliare
le procedure di controllo delle
transazioni dei clienti poiché
l’attività di monitoraggio viene
definita come “molto limitata”
e l’organizzazione consente
transazioni di conti di individui o organizzazioni considerate ad alto rischio o addirittura
vietate da altre banche.
Due anni dopo, lo stesso audit
accerta che «la Hbmx ha sistemi di controllo insufficienti per
quanto riguarda il riciclaggio di
denaro e persistono ampi rischi
69 | ottobre 2012 | narcomafie
di riciclaggio che non sono stati
monitorati». Secondo l’audit
«le misure preventive per questo fenomeno sono sotto gli
standard e si raccomanda con
urgenza l’adozione di misure
necessarie per evitare che reti
criminali utilizzino i conti del
Gruppo per riciclare i soldi
provenienti dal narcotraffico. Una necessità resa ancora
più urgente dall’aumento dei
traveller cheque effettuati in
dollari attraverso le filiali della
Hbmx».
Nel corso degli anni il volume
dei proventi dei traffici illegali
non ha continuato a crescere
adottando anche altri strumenti bancari come i traveller
cheque il cui utilizzo subisce
una rapida quanto sospetta impennata nella prima metà del
Duemila. Lo fa notare nel 2004
uno dei dirigenti del gruppo
in una mail ai suoi colleghi: in
quell’anno, «nelle filiali messicane della Hsmx sono stati
venduti 110 milioni di dollari
in traveller cheque», una cifra
che rappresenta un terzo del
totale scambiato dal gruppo
bancario internazionale.
I vertici della banca sembrano
non preoccuparsi di tutto ciò
nonostante gli allarmi degli
organismi internazionali. Ancora nel 2008, la dirigente della
Hbmx Susan Wright, scrive ai
suoi superiori di essere preoccupata dei rischi legati alle
casas de cambio sospette e al
riciclaggio, ma la banca aspetterà altri dodici mesi prima di
cambiare repentinamente il
livello di rischio.
Transazioni sospette. Oltre
alle banche, protagoniste di
questo movimento di denaro
lungo il confine statuniten-
se sono dunque le casas de
cambio messicane, istituti
finanziari che si occupano
di cambiare valute, ricevere
denaro dall’estero o inviarlo a
istituti finanziari in altri paesi,
in particolare gli Stati Uniti.
Tra queste, la Casa de cambio
puebla, cliente di lungo corso
della Hbmx, è stata considerata
a lungo come una delle “lavatrici” del cartello di Sinaloa.
Fino al 2007, la direzione è
stata affidata a Pedro Alfonso
Alatorre Damy detto “el Piri”,
uomo di fiducia di “el Chapo”
Guzmàn, finito in carcere nello stesso anno. Gli inquirenti
americani la colpiscono nel
maggio 2007, sequestrando a
Miami 11 milioni di dollari
provenienti dal narcotraffico
sui conti di un’altra grande
banca americana, la Wachovia,
che viene accusata di mancato
rispetto delle norme antiriciclaggio e sanzionata con una
maxi multa. Il caso finisce sulle
prime pagine di tutti i giornali e viene commentato anche
nelle mail dei dirigenti della
Hbmx. Nonostante la decisione
del dirigente, Paul Thurston,
di chiudere i rapporti con
Puebla, Hbmx impiegherà
quattro mesi, permettendo
a quest’ultima di effettuare transazioni con la banca
americana. In quell’arco di
tempo, 650 transazioni sospette sono state effettuate
dalla casa de cambio per un
totale di 7 milioni di dollari.
Con l’aumento delle rimesse
dei migranti, le casas de cambio hanno rappresentato un
cliente sempre più appetibile
per le grandi banche.
I casi Hbmx e Wachovia
rappresentano solamente la
punta dell’iceberg di un fenomeno sempre più diffuso nel
sistema bancario ufficiale. Un
fenomeno destinato a crescere, specialmente nei momenti
di crisi di liquidità.
70 | ottobre 2012 | narcomafie
criminalità e dintorni
cronachesommerse
di Andrea Giordano
Nuovi fuochi in
Irlanda del Nord
Un potente ordigno esplosivo,
pronto per essere lanciato con
una sorta di mortaio orizzontale, è stato rinvenuto all’inizio
di questo mese in un quartiere
cattolico di Belfast nord.
A Derry, invece, la polizia ha disinnescato in settembre una bomba
e una carica esplosiva fissata a
una bicicletta, forse preparate per
tendere una trappola agli uomini
della polizia nordirlandese.
In entrambe le località gli ordiordi
gni erano stati approntati con il
chiaro intento di uccidere.
I ritrovamenti di materiale dinamidinami
tardo fanno seguito all’annuncio,
dato in luglio, con cui gruppi armati
contrari al dominio britannico in Ir
Irlanda del Nord hanno comunicato
la loro fusione operativa. La nuova
coalizione del terrore include: la
Real Ira (Rira), autrice di numerosi
attentati sin dal 1998 (dopo una
scissione dall’Ira Provisional, o Ira
maggioritaria, che in quell’epoca
aveva aderito al processo di pace
e avrebbe in seguito abbandonato
le armi); dissidenti repubblicani
indipendenti – tra cui vi sarebbero
alcuni ex veterani della stessa Ira
Provisional – responsabili dell’omidell’omi
cidio del poliziotto cattolico Ronan
Kerr avvenuto l’anno scorso, ed
implicati nell’uccisione di due soldati britannici nel 2009, rivendicata
in un primo tempo dalla Rira; ed
infine la Raad (Republican Action
Against Drugs), che prende di mira,
con ferimenti punitivi ed omicidi,
quanti accusa arbitrariamente di
spaccio di droga o di presunte “attività antisociali”. Messi al bando
dal gruppo, oltre duecento giovani
avrebbero lasciato Derry negli ulti-
mi tre anni. Alcuni genitori sono
stati addirittura costretti ad accompagnare i figli, giudicati “colpevoli”
dalla Raad, a farsi gambizzare dai
sicari dell’organizzazione, per evitare ritorsioni ancora peggiori. La
formazione criminale è contigua
al terrorismo repubblicano, ed è
attiva soprattutto a Derry e nelle
zone circostanti – incluse, oltre
frontiera, cittadine irlandesi come
Letterkenny. I tre gruppi di fuoco
hanno annunciato di volersi unire sotto il semplice nome di Ira,
rivendicando così l’eredità storica
dell’ormai disciolta organizzazione
armata. Oltre che nell’Ulster, la Real
Ira è presente anche sul territorio
irlandese, dove è dedita a omicidi,
rapine e al racket su locali notturni
e spacciatori di droga. Da anni
è in guerra con gruppi criminali
irlandesi ai quali ha imposto il
pagamento della sua “protezione”. Una parte dei malviventi si
è però coalizzata per resisterle. Si
sono così innescate sanguinose
faide, culminate nell’uccisione
di esponenti di entrambe le parti.
L’ultimo a morire, in settembre, a
Dublino – trucidato da un killer
ingaggiato dalla criminalità organizzata locale – è stato proprio un
giovane capo della Rira, Alan Ryan.
Il suo funerale è stato presenziato
da un “picchetto d’onore” di uomini e donne dal volto coperto e
in tenuta paramilitare, nel classico
stile dell’Esercito repubblicano
irlandese, nonché da centinaia di
simpatizzanti della Real Ira. Ryan
era anche legato a esponenti del ter
terrorismo nordirlandese. E nel 1999,
appena diciannovenne, era stato
arrestato per la sua partecipazione
ad un campo di addestramento
della Rira situato a nord di Dublino,
dove militanti veterani stavano for
formando un gruppo di giovanissimi
all’uso delle armi.
Ventenni, o addirittura teenager, sarebbero presenti anche nel
gruppo capeggiato, sino alla sua
morte, da Alan Ryan. Nella gang
milita anche suo fratello Anthony, che in diverse occasioni ha
fotografato apertamente poliziotti
e giornalisti per intimidirli. La
“schedatura” di individui da
colpire ricalca la matrice classica
del terrorismo nordirlandese, e
testimonia quanto sia elevato il
potere della Rira a Dublino. Proprio nella capitale sono stati arrestati in settembre due presunti
appartenenti all’organizzazione,
che spiavano e fotografavano con
equipaggiamento hi-tech, dalla
loro camera d’albergo, gli uffici
della squadra speciale antiterrorismo della polizia, situati sul
lato opposto della strada. Anche
dietro al furto, avvenuto il mese
scorso in un’armeria irlandese ad
Ashford, di una trentina di fucili
di precisione (a lungo raggio e
dotati di mirino telescopico) pare
esservi il pressante bisogno di
armi dei dissidenti repubblicani,
dopo i tentativi infruttuosi di
procurarsele in Slovacchia, in
Francia e in Portogallo.
Il nuovo terrorismo nordirlandese
ha importanti centri logistici – divenuti una minaccia sociale anche
sul mero piano criminale – nella
repubblica d’Irlanda, e qui andrebbe colpito con maggiore decisione
per scongiurare, o almeno limitare,
ulteriori atti di violenza.
72 | ottobre 2012 | narcomafie
Ripensare
Danilo Dolci
Segnali
di Elisa Latella
foto Centro per lo sviluppo creativo Danilo Dolci
Nell’economia agricola della
Sicilia del secondo dopoguerra, “l’affare” della criminalità organizzata era l’acqua.
Indispensabile per coltivare,
per sopravvivere, strumento
eccezionale per esercitare un
potere sulla collettività.
Parlare di gestione democratica
dell’acqua a Partinico, in Sicilia, vuol dire parlare di una
rivoluzione pacifica che ha il
nome di Danilo Dolci.
Sono passati quindici anni
dal 30 dicembre 1997, il giorno della morte dell’attivista
triestino di nascita e siciliano
d’adozione, avversario non
violento della mafia in una
terra in cui la violenza era praticamente l’unico linguaggio
conosciuto.
Nel 2010 la casa editrice Melampo ha pubblicato “Il potere
e l’acqua”, una raccolta degli
scritti inediti di Dolci, curata
da Giusy Giani e Giordano
Bruschi, con prefazione di
Nando dalla Chiesa. Un libro
che dà l’idea di quanto fosse
stretto il legame tra il controllo
della risorsa idrica ed il potere politico-mafioso in Sicilia.
Oggi a Palermo è ancora atti-
vo il Centro che porta il suo
nome. L’associazione nasce
dall’esperienza di Danilo Dolci
e dei suoi collaboratori, portata
avanti fin dal 1952 nella Sicilia occidentale. Un’esperienza fatta di digiuni, di marce
per la pace, di denunce del
sistema mafioso-clientelare,
del cosiddetto sciopero “alla
rovescia”, di una radio libera,
di manifestazioni e laboratori
“maieutici”.
Da queste attività nascono realtà attive ancora oggi: la diga
sul fiume Jato, le cooperative
agricole, il centro di formazio-
ne “Borgo di Dio”, il Centro
educativo sperimentale di Mirto. Attualmente il Centro per
lo Sviluppo Creativo ‘Danilo
Dolci’ è un’associazione noprofit che coinvolge giovani e
adulti a livello sia locale che
internazionale, per tenere viva
la memoria.
Per non dimenticare la vita di
un uomo che si è intrecciata
con quella di molti altri.
Miriam Dolci, sorella di Danilo, lo scorso anno, in occasione
dell’anniversario della morte
lo ha ricordato raccontando
un colloquio avuto a Latina,
con un giovane ingegnere siciliano. «Gli chiesi: “Quando
non ci sarà più Danilo sarà
tutto perduto?” Lui mi rispose:
“Noi siciliani delle province di
Palermo, Agrigento e Trapani,
ci chiediamo cosa sarebbe stato
di noi, se non ci fosse stato
Danilo Dolci”».
Danilo Dolci era nato lontano dall’Isola, anzi quasi fuori
dall’Italia: a Sesana, una cittadina che allora, nel 1924,
era in provincia di Trieste, ma
che oggi si trova in territorio
sloveno.
La madre infatti era slovena,
ma il Sud è nei geni paterni: il
padre è un ferroviere di origine siciliana. Durante gli anni
del fascismo, Danilo sostiene
l’esame di maturità, ascolta
musica classica, legge Tolstoj,
Voltaire, Seneca e si oppone alla dittatura, strappando
manifesti propagandistici del
regime, rifiutando di indossare
la divisa repubblichina e tentando di attraversare la linea
del fronte (verrà arrestato a
Genova dai nazifascisti, ma
poi riuscirà a fuggire). Dopo la
guerra insegna in una scuola
serale e contemporaneamen-
te frequenta la facoltà di architettura, ma, poco prima di
finire, interrompe per aderire
all’esperienza di Nomadelfia,
comunità animata da don Zeno
Saltini a Fossoli, per offrire
assistenza agli orfani di guerra.
Nel 1952 si trasferisce nella
Sicilia Occidentale: a Trappeto
e Partinico promuove lotte
nonviolente contro il crimine
e il sottosviluppo, per i diritti
e il lavoro.
È il 14 ottobre del 1952 il giorno in cui inizia a Trappeto la
prima delle sue proteste: il
digiuno sul lettino di Benedetto Barretta, un bambino
morto per fame.
Se anche Dolci fosse morto
di denutrizione, lo avrebbero
sostituito, in accordo con lui,
altre persone, fino a quando
le istituzioni italiane non si
fossero interessate alla povertà
della zona. La protesta, dopo
aver attirato l’attenzione della
stampa, viene interrotta con
l’impegno delle autorità a eseguire alcuni interventi urgenti,
tra cui la costruzione di un
impianto fognario.
L’acqua è il più importante
dei problemi da affrontare in
Sicilia e Danilo Dolci per risolverlo intende partire da una
profonda conoscenza del territorio e della gente. Contadini e
pescatori, donne e uomini del
posto, vittime dei soprusi della
mafia e dei politici corrotti,
conoscono fin troppo bene i
responsabili di quei soprusi e
i meccanismi con cui le vessazioni vengono attuate. La
diga sullo Jato deriva dall’idea
di uno di quei contadini. La
successiva realizzazione di
questo progetto toglierà un’arma importante alla mafia, il
controllo delle ridotte risorse
idriche disponibili. L’irrigazione delle terre consente lo
sviluppo di numerose aziende
e cooperative, ed è l’occasione
di un cambiamento economico, sociale, civile.
Toti Costanzo, segretario del
Prc di Partinico, nel dicembre
2011, ricordando questa figura
ha evidenziato che a distanza
di tanti anni la cooperativa per
la gestione dell’acqua esiste
ancora, anche se in Sicilia la
situazione degli invasi, dei
consorzi di bonifica e della
distribuzione resta assolutamente negativa.
Nel 1953 Dolci sposa la vedova
di una vittima dei banditi, Vincenzina, con cinque figli, dalla
quale avrà altri cinque figli:
Libera, Cielo, Amico, Chiara
e Daniela.
Nel gennaio del 1956 a San
Cataldo, oltre mille persone
partecipano ad uno sciopero
della fame collettivo per protestare contro la pesca di frodo,
che, tollerata dallo Stato, priva
i pescatori dei mezzi di sussistenza. Ma la manifestazione
è presto sciolta dalle autorità,
con la singolare motivazione
secondo cui «un digiuno pubblico è illegale».
Lo spettacolo “È vietato digiunare in spiaggia - ritratto
di Danilo Dolci”, prodotto dal
Teatro della Cooperativa di
Renato Sarti e Franco Però,
andato in scena nel 2007, tratta
anche del famoso processo che
Dolci subì per aver organizzato
lo sciopero alla rovescia il 2
febbraio 1956. Alla base c’è
l’idea che, se un operaio, per
protestare, si astiene dal lavoro,
un disoccupato può scioperare
lavorando. Così centinaia di
disoccupati si organizzano per
riattivare pacificamente una
Segnali
73 | ottobre 2012 | narcomafie
Segnali
74 | ottobre 2012 | narcomafie
strada comunale abbandonata.
L’azione nonviolenta non viene
portata a termine per l’intervento delle forze dell’ordine.
Dolci viene incarcerato, processato e, nonostante l’arringa
di Calamandrei, condannato.
Per aver cercato di sistemare
una strada. Un paradosso. Nel
1957 in Unione Sovietica viene
attribuito al giovane attivista
il Premio Lenin per la pace.
Lo accetta, pur dichiarando di
«non essere comunista». Se ne
serve per costituire a Partinico
il “Centro studi e iniziative
per la piena occupazione”. In
quegli anni siciliani pubblica
alcune delle sue opere più importanti: Fare presto (e bene)
perché si muore, Banditi a
Partinico, Processo all’articolo
4, Una politica per la piena
occupazione. Si intensifica,
intanto, l’attività di denuncia
del fenomeno mafioso e dei
suoi rapporti col sistema politico, fino alle accuse rivolte a
esponenti di primo piano della
vita politica siciliana e nazionale, tra cui i deputati Calogero
Volpe e Bernardo Mattarella
(Democrazia cristiana), allora
ministro. I due parlamentari
querelano per diffamazione
Dolci e Franco Alasia (coautore
della denuncia), che verranno
condannati dopo un processo
durato sette anni; eviteranno la detenzione grazie ad
un’amnistia. Su Danilo Dolci
piovono giudizi contrastanti:
c’è chi ne parla come di un pericolo sovversivo, ma intanto
arrivano attestati di stima da
Norberto Bobbio, Carlo Levi,
Ignazio Silone, Aldous Huxley
e molti altri.
A distanza di quindici anni
dalla sua scomparsa che cosa
resta di lui? Il metodo maieu-
tico, come lo definiva lui, di
matrice socratica, secondo cui
nessun vero cambiamento può
prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta
degli interessati.
A partire dagli anni Settanta
Dolci avvia l’esperienza del
Centro educativo di Mirto,
frequentato da centinaia di
bambini, successivamente
gira l’Italia per animare laboratori maieutici in scuole,
associazioni, centri culturali.
Contemporaneamente la radio
libera voluta da Dolci dà voce
ai terremotati del Belice: è una
rivoluzione, un mezzo che trasmette l’oralità e non la scrittura, e che trasmette in diretta.
Le radio libere fanno paura: sia
a destra che a sinistra. Danno
voce a mille silenzi.
E quelle voci risuonano ancora oggi. Come vere, autentiche, in un mondo in cui si fa
strada a grandi passi invece
una televisione che funziona
sempre più spesso come mac-
china della non-verità.
Negli anni Ottanta e Novanta
partendo dalla distinzione tra
trasmettere e comunicare e tra
potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione
democratica legati al controllo
sociale esercitato dai massmedia. Una riflessione questa,
nel 2012, più che mai attuale.
Per Dolci l’obiettivo era portare
la realtà all’ideale, attraverso
una forma di sviluppo endogeno, e non viceversa. Ogni
volta che il percorso è inverso
infatti, attraverso qualsiasi
strumento di comunicazione o di educazione, scatta
un’involuzione. Un pensiero
riassunto negli ultimi versi di
una delle sue poesie più significative: «C’è pure chi educa,
senza nascondere/ l’assurdo
ch’è nel mondo, aperto ad
ogni/ sviluppo ma cercando/
d’essere franco all’altro come
a sé,/ sognando gli altri come
ora non sono:/ciascuno cresce
solo se sognato».
75 | ottobre 2012 | narcomafie
L’inumanità del
fine pena mai
Come contributo al dibattito sulla pena dell’ergastolo, in particolare sul cosiddetto “ergastolo ostativo” – una pena senza fine
che nega misure alternative al carcere e benefici penitenziari
a chi è stato condannato per reati associativi, in mancanza di
una collaborazione processuale – pubblichiamo la prefazione
di don Luigi Ciotti al libro collettivo di 36 ergastolani “Urla a
bassa voce, dal buio del 41 bis e finepenamai”, edito da Stampalternativa, curato da Francesca De Carolis
di don Luigi Ciotti
Urla a bassa voce, con le sue
voci dal buio, è un libro importante e necessario. Ci costringe
ad aprire gli occhi di fronte a
una realtà che non ci piace.
Ci obbliga a conoscere ciò che
non vorremmo sapere, realtà
che vorremmo tenere distanti
dalla nostra vita e che – di
fatto – ci riguardano,
Urla a bassa voce è anche un libro di non facile lettura perché
documenta e informa anche su
che cosa significa – per il nostro ordinamento – “ergastolo
ostativo”. Il termine, di per sé
duro e respingente, significa
che qualsiasi riduzione di pena
decisa dalla legge per chi è in
carcere, è negata a chi vive la
condizione dell’ergastolo. Per
chi è condannato all’ergastolo
– detto in altri termini – non ci
sono benefici di legge possibili
sulla pena. Vale a dire che
l’ergastolo è totale, effettivo e
senza termine.
Non è una facile lettura perché
in contesti di reati, di delitti,
di difesa sociale e di torti subiti non è possibile attivare il
pensiero semplice. Le ragioni
(sacrosante e legittime) di chi
dal delitto è stato ferito nella
vita e negli affetti non possono
essere negate, così come non
può essere dimenticato che
ci è chiesto di muoverci nella
direzione di una giustizia che
sappia riparare, essendo in realtà impossibilitata a risarcire
davvero, poiché alla perdita di
un bene supremo qual è la vita
non c’è rimedio possibile.
Impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera sfida a
cui siamo chiamati. Impedire
che la giustizia “chiuda” chi
ha sbagliato nel suo errore (e
gli neghi le possibilità del cambiamento) è l’altra faccia della
stessa medaglia.
Per questi motivi la Corte Costituzionale aveva sentenziato
che la pena dell’ergastolo era
da considerarsi legittima solo
in quanto effettivamente non
perpetua, potendo il condannato fruire di benefici e misure che la trasformavano in
pena a termine.
In questo caso la Corte affermava che si poteva essere
condannati al “fine pena mai”,
purché quel “mai” non fosse
davvero tale. Una decisione
salomonica, tesa a scongiurare
l’abolizione per via legislativa
di questa pena che, a differenza dell’Italia, molti Paesi
hanno eliminato dal proprio
codice penale, ritenendola
incivile e inumana.
Nel clima attuale può sembrare
incredibile, ma, per la verità, il
Parlamento provò egualmente
ad abolire l’ergastolo: nell’aprile
1998 il Senato approvò un disegno di legge in tal senso con
107 voti a favore, 51 contrari e 8
astenuti, ma la riforma si arenò
76 | ottobre 2012 | narcomafie
Francesca De Carolis
UrLa a bassa voce
Dal buio del 41 bis
e del fine pena mai
Eretica Speciale
pagine 192
euro 15,00
poi alla Camera. Si trattò di un
tentativo controcorrente e di un
atto di coraggio non frequente da
parte dei partiti politici; eppure
erano passati solo pochi anni
dalle terribili stragi di mafia di
Capaci e di Palermo.
Oggi la situazione è decisamente peggiorata da molti punti
di vista. Vari e successivi interventi legislativi hanno irrigidito il sistema delle pene;
la situazione penitenziaria è
costantemente al limite del tracollo, con un sovraffollamento
record e con condizioni interne
insostenibili, sia per quanto
riguarda la vita dei reclusi sia
per il lavoro degli operatori e
degli agenti. Soprattutto sono
cambiati il clima sociale e la
cultura generale, assai poco inclini a considerare la necessità
di riforme e di aperture.
Anche per queste ragioni il libro
risulta opportuno: un piccolo
contributo a provare a cambiare
una cultura della pena che,
come ebbe a dire nell’anno del
Giubileo papa Giovanni Paolo
II, somiglia troppo spesso alla
ritorsione sociale.
Urla a bassa voce costringe a delle
domande scomode, che consuetamente si cercano di evitare
poiché non lasciano tranquilli
e poiché le risposte non sono a
portata di mano, comportando
approfondimento e un coinvolgimento anche emotivo.
Provo a porne qualcuna.
La prima: se lo scopo prevalente
della pena detentiva è la rieducazione come può farlo quella
perpetua?
La seconda: questo “fine pena
mai” aggravato (come a dire:
anche il peggio può essere peggiorato in una rincorsa senza
fine verso l’annichilimento della
speranza), questa «pena di morte
viva», come la definisce la curatrice del volume, ha fondamento
e legittimità costituzionale?
Tra i tanti altri possibili, vi è
poi un interrogativo ulteriore,
forse il più scomodo di tutti:
possiamo rimanere indifferenti
e inerti di fronte a questi uomini
sepolti nel buio, dopo avere qui
letto le loro storie, percepito le
loro sofferenze e osservato il
loro cambiamento?
Le pagine che seguono possono
e debbono aiutare a trovare
risposte, ma non servirebbe
leggerle se non si è disponibili a
esserne interpellati e scossi, se
non si è capaci di abbandonare
facili giudizi e stereotipi correnti, perché mai come in questo
caso puntare il dito equivale
a rinunciare preventivamente
all’ascolto.
Questo libro curato dalla giornalista Francesca De Carolis
può essere letto in tanti modi
diversi: come spaccato di vita
e di problematiche carcerarie,
come trattato critico di criminologia, come rassegna di delitti e
di pene, come stimolo all’impegno civile. Per me è, anzitutto,
una raccolta di testimonianze
che “gridano” la loro fatica e
la loro sofferenza .
Le prime pagine, con le note
autobiografiche degli autori,
dicono già gran parte di quel che
c’è da sapere. Vite bruciate dal
carcere e nel carcere. E prima
dal e nel delitto. O almeno così
si è portati, quasi istintivamente, a ritenere. Perché uno dei
tanti meriti di questo libro è
di ricordarci che di fronte a un
uomo incarcerato, tanto più se
condannato all’ergastolo, occorre sempre aprirsi al dubbio,
oltre che all’ascolto: «E se fosse
innocente?». Non per sfiducia
nell’operato dei giudici, ma per
la consapevolezza che l’errore è
umano. E quando quell’errore
può portare a tanta sofferenza
non riuscire a riparare all’errore
è, obiettivamente, disumano.
Il carcere, e questo libro lo dimostra ancora una volta e con più
forza, però può anche essere recupero dell’umano. E con esso,
grazie a esso, del rispetto per sé
e per l’altro e per le regole che
consentono alla relazione tra sé
e l’altro di essere improntata alle
necessità comuni, dunque alla
costruzione e alla manutenzione
della comunità.
“Bene comune”, un concetto
oggi giustamente diffuso, è anche questo: senso della regola e
della sua osservanza da parte di
tutti. Tutti, naturalmente, vuol
dire anche e forse prima chi le
regole è tenuto a definirle (il
legislatore e il potere politico)
e ad amministrarle (l’ordine
giudiziario, le istituzioni in generale e, in questo particolare,
quelle preposte all’esecuzione
della pena).
Occorre infatti dire ad alta voce
– non lo si fa abbastanza, anzi,
spesso non lo si fa per nulla –
che il carcere assume paradossalmente tratti di illegalità. Non
è legale il sovraffollamento, non
è legale la mancata applicazione del Regolamento penitenziario, varato nel 2000 e rimasto
per lo più lettera morta. Non
sono legali la mancanza di cure,
l’insufficienza dell’assistenza o
la lunghezza dei processi. Le
Corti europee hanno censurato
l’Italia numerose volte per queste e altre croniche mancanze.
Eppure, nulla sembra cambiare, nonostante l’impegno degli
operatori.
Si tratta di interrogativi le cui risposte, però, non sono scontate.
77 | ottobre 2012 | narcomafie
Ma da qui occorre cominciare:
dal coraggio civile di porsi e
porre domande. Dal non dare
per scontato che il carcere e la
pena – e tanto più quelli senza
fine e senza speranza – siano
sempre la risposta giusta e necessaria. Dal provare almeno a
immaginare alternative, e poi
provare a liberarsi dalla necessità del carcere, come invitava a
fare un movimento di illuminati
riformatori (Mario Tommasini e
Franco Rotelli tra i primi) negli
anni Ottanta del secolo scorso. E
come, in tempi più recenti, ci ha
invitato a fare il cardinal Carlo
Maria Martini, secondo il quale
non ci si può limitare a pensare
a “pene alternative” (peraltro,
di questi tempi, concesse con
il contagocce) ma è necessario
immaginare “alternative alle
pene”.
Il carcere, insomma, è un prodotto dell’uomo e in quanto
tale ha avuto un inizio ma può
dunque anche avere una fine,
per lasciare il posto a qualcosa
di meno distruttivo, che sappia difendere la collettività ma
senza annichilire chi da essa si
è chiamato fuori attraverso il
delitto. Al quale nella comunità
deve però essere concesso di rientrare, avendo compreso i propri errori e avendone pagato le
conseguenze; le quali, tuttavia,
devono essere tali da lasciare
sempre aperta la speranza.
Giudicare insensato il carcere
senza fine non è, del resto,
asserzione ideologica o radicalismo astratto, ma semplice
constatazione. Tenere una persona imprigionata significa, letteralmente, tenerla in cattività.
Non c’è positività, non c’è il
buono possibile nell’uomo in
catene; c’è la sua mortificazione
e semmai una spinta a essere
peggiore.
Quell’alberello nel cortile della
prigione, tagliato per ragioni di
sicurezza, cui accenna in queste pagine uno dei condannati
all’ergastolo, ci racconta, più
di tanti saggi o ricerche, come
e perché il carcere
non è un rimedio
ma un male ulte
ulteriore, un danno
che si aggiunge al
danno, un dolore
che non risarci
risarcisce altri dolori.
Il cardinal Mar
Martini, richiamando
le Sacre scritture,
è stato categorico: «Il cristiano
non potrà mai
giustificare il
carcere, se non
come momen
momento di arresto
di una gran
grande violenza».
Naturalmente,
talvolta il car-
cere appare e diviene necessario. Ma entro limiti precisi.
Scrive ancora Martini: «La carcerazione deve essere un intervento funzionale e di emergenza, quale estremo rimedio
temporaneo ma necessario per
arginare una violenza gratuita
e ingiusta» (“Sulla giustizia”,
Mondadori 1999).
Rimedio estremo e temporaneo.
Vale a dire che il carcere deve
essere considerato l’“extrema
ratio”, l’ultima possibilità, non
la prima, non la scorciatoia.
E che la pena deve essere a
termine, non perpetua. Invece,
alla fine del 2011 il totale dei
reclusi che scontavano l’ergastolo ammontava a 1.528. Oltre
mille e cinquecento persone che
trovano indicato nel proprio
fascicolo l’anno 9999 come fine
della propria pena. Una pena
infinita non può essere considerata vera giustizia.
Da questa considerazione si
può e si deve ripartire per una
riflessione equilibrata a livello
culturale, sociale e politico che
tenga in adeguato conto le parti
lese, le vittime dei reati, ma
sapendo anche che una riforma
della pena perpetua ostativa è
necessaria.
Non è materia che riguarda solo
i giuristi e i tecnici o i diretti
interessati.
Urla a bassa voce ci ricorda che
siamo tutti chiamati in causa,
nella società e davanti alle nostre coscienze. Come scrive
Maria dopo la morte di Aziz,
un giovane suicida nel penitenziario di Spoleto: «Ogni
uomo che si toglie la vita in
carcere lo fa anche per causa
mia, per un qualcosa che io non
ho fatto, per un’attenzione a una
sofferenza che non ho voluto o
saputo vedere».
università
Napoli, master dell’antimafia
“Analisi dei fenomeni di cricri
minalità organizzata e strastra
tegie di riutilizzo sociale dei
beni confiscati” è il titolo del
Master di II livello organizorganiz
zato dalla facoltà di Scienze
Politiche dell’ateneo parteparte
nopeo “Federico II”. L’obietL’obiet
tivo del corso post laurea è
di formare amministratori,
dipendenti delle pubbliche
amministrazioni, operatori
volontari nel mondo dell’associazionismo ed esponenti
delle forze dell’ordine su tematiche inerenti all’infiltrazione delle mafie, alla loro
espansione e alle modalità di
contrasto. Cinquanta i posti
disponibili, l’ammissione è
subordinata al superamento
di un concorso pubblico per
titoli. La scadenza del termine
di presentazione delle domande di ammissione è fissata al
30 novembre.
Per informazioni www.libera.it
La corruzione si studia in ateneo
L’Università di Pisa, l’assol’asso
ciazione Libera e Avviso PubPub
blico propongono, per il terzo
anno consecutivo, i Master
di primo e secondo livello di
durata annuale in “Analisi,
prevenzione e contrasto della
criminalità organizzata e della
corruzione”, denominato MaMa
SHARE
le segnalazioni del mese
a cura di Marika Demaria
78 | ottobre 2012 | narcomafie
ster Apc. Il master si prefigge
come obiettivo la promozione
della cultura della legalità e
dell’efficacia delle politiche
di contrasto contro i fenomeni
criminali. I titoli di accesso richiesti sono la laurea
triennale, specialistica o di
vecchio ordinamento per il
master di primo livello, mentre per il secondo livello non
sono ammessi i candidati in
possesso della laurea triennale. Le domande dovranno
essere presentate entro il 22
novembre.
Per informazioni:
[email protected]
teatro
Orme in
movimento
L’associazione di promozione
culturale per il teatro di impegno civile “Orme” organizza
anche per l’anno 2012-2013 i
corsi di teatro, violino e danza.
I partecipanti potranno così cimentarsi con diverse discipline
artistiche applicate all’impegno
civile e potranno poi calcare i
palcoscenici nell’ambito delle
iniziative di Libera e Acmos
e del cartellone di Teatrimpegnocivile. Tra i successi
più riusciti dell’associazione
“Orme” ricordiamo lo spettacolo “Picciridda” dedicato a Rita
Atria, la giovanissima testimo-
ne di giustizia che si procurò la
morte il 26 luglio 1992, dopo
aver visto, a seguito della strage
di via D’Amelio, svanire tutte
le speranze che aveva riposto
nel giudice Paolo Borsellino.
Il progetto è promosso dalle
associazioni Acmos e Viartisti
in collaborazione con il Gruppo
Abele, Libera e We Care.
Per informazioni è possibile:
visitare il sito www.orme-teatro.it, inviare una mail a [email protected] o telefonare allo 011 3841081
79 | ottobre 2012 | narcomafie
libri
Le gesta del
Costa Rei
Le edizioni “Agenda” lanciano
una nuova collana, esordendo
con “Costa del Rei F.C.” dove
la seconda lettera puntata non
indica il Club ma il Clan, a firma
di Claudio Metallo. Il libro racconta la storia di un piccolo club
calcistico di una serie minore.
Un gruppo di criminali macedoni, originari della città di cui
la squadra è portacolori, decide
di acquistarla, traghettandola,
ovviamente non in maniera lecita,
verso la Champion’s League.
Claudio Metallo,
Costa del Rei F.C.,
Edizioni Agenda Bologna, 2012
Fedeli nei secoli
Spesso sono definiti “angeli”.
Sono i rappresentanti delle
forze dell’ordine: carabinieri,
poliziotti, finanzieri, militari.
Impegnati a far rispettare le
leggi, a debellare la microcriminalità come a contrastare
le mafie. Angelo Jannone, in
servizio nell’Arma dei Carabinieri fino al 2003, ha voluto
raccontare la sua carriera che
si è intrecciata con le vite di
altri colleghi, con la storia di
chi ha combattuto in prima
linea, con la cronaca degli
ultimi trent’anni di storia italiana. L’autore racconta emozioni, gioie e dolori di quegli
anni, con il piglio di chi resta
“Carabiniere sino in fondo”.
La prefazione è affidata a Luigi
Federici, comandante generale
dell’Arma tra il 1993 e il 1997.
Non ce ne voglia l’autore, ma
un piccolo appunto va fatto:
nelle pagine iniziali un ricordo
particolare è dedicato al dottor Giovanni Falcone, a sua
moglie Francesca Morvillo e
agli uomini della scorta, “in
particolare Vito Schifani e
Antonio Montinaro”. Noi aggiungiamo che il terzo agente
si chiamava Rocco Dicillo:
doveroso ricordarlo parimenti
ai suoi colleghi.
Quando la mafia è donna
Nell’immaginario collettivo
sono dimesse, vestite a lutto,
che si battono il petto gridando
l’innocenza dei propri uomini,
siano i mariti, i padri, i figli o
i fratelli. Nella realtà però le
donne di mafia sono organiche
al sistema malavitoso, capaci
persino di sostituirsi al capofamiglia quando questi viene
incarcerato, assumendo un ruolo
di primo rilievo. La ricerca di
Alice De Toni si prefigge l’obiet-
tivo di documentare come tre
testate italiane – «Il Corriere della
Sera», «L’Ora» e «Il Giornale di
Sicilia» – abbiano più o meno
contribuito ad alimentare gli
stereotipi delle donne di mafia
mute e infagottate in pesanti e
lunghi vestiti neri. Il lasso di tempo preso in esame è compreso
tra il 1963, anno dell’istituzione
della Commissione parlamentare
d’inchiesta sulla mafia in Sicilia,
e il 1982, caratterizzato dagli
efferati omicidi di Pio La Torre
e di Carlo Alberto dalla Chiesa.
La parte conclusiva del libro ci
regala un’analisi a campione
compiuta esaminando altri sei
quotidiani: «La Stampa», «L’Uni
«L’Unità», «Il Messaggero», «Il Giorno»,
«La Nazione», «Il Mattino».
Alice De Toni,
“Dolentissime donne.
La rappresentazione giornali
giornalistica delle donne di mafia”
Clueb, 2012
Il prefetto
mandato
a morire
«Certamente all’uccisione
del generale dalla Chiesa,
insieme col quale fu sacrificata la vita della giovane
moglie e dell’autista Russo,
contribuirono fattori diversi
e concomitanze d’interessi».
Angelo Jannone,
Eroi silenziosi,
Datanews, 2012
Così i giudici si espressero
nella sentenza di primo gra
grado relativa all’eccidio di via
Carini del 3 settembre 1982.
Nell’anno del trentennale
dell’omicidio, un libro per
ripercorrere la carriera del
Carabiniere “con gli alama
alamari cuciti sulla pelle” soffer
soffermandosi sugli ultimi periodi
della sua vita, inseriti nel
contesto storico e politico
dell’Italia e della Sicilia di
quel periodo. Un libro docu
documentato con interventi, tra
l’altro, del procuratore Gian
Carlo Caselli che con dalla
Chiesa condivise la lotta al
terrorismo, del giornalista
Riccardo Orioles e di Nando,
sociologo e figlio di Carlo
Alberto dalla Chiesa.
Luciano Mirone,
“A Palermo per morire”
Castelvecchi Editore, 2012
80 | ottobre 2012 | narcomafie
Reggio
Calabria: la
democrazia
sepolta
Da qualche anno vado ripetendo
che non viviamo in un paese
“normale”. Intendendo riferirmi,
con questa locuzione, al nostro
assetto politico-democratico-istituzionale, centrale e periferico,
che è gravemente compromesso
dagli inquinamenti delle mafie.
Siamo l’unico paese dell’Unione
europea che subisce, da decenni,
i pesanti condizionamenti nella
vita pubblica e nell’economia di
almeno tre potenti, radicate e ramificate organizzazioni criminali,
tra cui la ’ndrangheta, inserita
dal governo americano, da oltre
un paio di anni, tra le mafie più
pericolose al mondo (con la ya-
kuza giapponese, la mafia russa
e i cartelli messicani). Si rimane,
dunque, sconcertati a leggere ancora oggi che «...per condannare
un imputato dobbiamo sempre
prima provare che la mafia calabrese è una realtà» (Alessandra
Cerreti, sostituto procuratore della Repubblica presso la Dda di
Reggio Calabria, su «Io Donna»
del 13 ottobre scorso in un’intervista di Emanuela Zuccalà). Lo
sconcerto diventa indignazione e
avvilimento quando, a poche ore
dallo scioglimento del Comune
di Reggio Calabria per contiguità
mafiose, avvenuto il 9 ottobre
scorso con provvedimento del
di Piero Innocenti
Consiglio dei Ministri, leggiamo
sui giornali lo “sfogo” verbale
del presidente della Regione
Calabria, Scopelliti, che accusa
«sulla mia città è rivolta una
ferocia incredibile», invitando
la gente «a scendere in piazza». I
rapporti tra attività “tradizionali” della vita politica calabrese
(clientelismo, elettoralismo etc.)
e le collusioni con la delinquenza organizzata a Reggio Calabria
non sono affatto una novità.
Suggerisco ai più giovani e a
chi, comunque, voglia avere una
conoscenza adeguata sul punto
un’attenta lettura delle ventidue pagine della relazione del
1989 del gruppo di lavoro della
Commissione parlamentare sullo
stato della lotta alla mafia nella
provincia di Reggio Calabria.
Da sottolineare che l’intervento
della Commissione fu sollecitato
proprio dalla Giunta regionale (altri tempi). Il documento,
approvato dalla Commissione
nella seduta del 16 marzo 1989 e
comunicato subito ai presidenti
del Senato (Giovanni Spadolini)
e della Camera (Nilde Iotti), è
illuminante di una situazione, già
allora, di una «gravità eccezionale». Un quadro complessivo in cui
«appaiono sempre più intricati
i rapporti tra delinquenza organizzata, amministrazioni pubbliche, potere politico. Nel 1988 gli
amministratori di enti locali che
sono stati denunciati arrivano
al numero di 170». Ancora: «La
delinquenza organizzata influisce
sulla politica degli appalti e dei
subappalti (…). È assolutamente
necessario invertire una tendenza pericolosa alla sfiducia
totale nella democrazia e nella
politica che sembra oggi dominare l’opinione pubblica nella
provincia. Se questo non avvenisse, la situazione complessiva
in quella parte d’Italia potrebbe
diventare incontrollabile». Una
partita disperata già da allora
perché eravamo già perdenti
sul piano economico, politico,
culturale, educativo, etico. Ci
sono voluti ventitrè anni prima
che un Governo decidesse di
provare a scrostare il malaffare
nel capoluogo di provincia calabrese. Un tentativo estremo di
ridare vita ad una democrazia
già sepolta.
numero 10 | 2012 | 3 euro
Mensile | Anno XX | Poste italiane S.p.A | SPED. IN A.P. D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 1 DCB | To. ISSN 1127-9117
numero 10 | 2012
SAN MARINO, L’AGGRESSIONE
DELLA CRIMINALITà ORGANIZZATA
CHI BALLA
SUL TITANO
SOMMARIO
3 | L’EDITORIALE
La politica e la lezione di Picasso
di Livio Pepino
6 | MAFIE IN CANADA
La mattanza di Montréal
di Saul Caia
12 | I GIORNI DELLA CIVETTA
Brevi di mafia
a cura di Manuela Mareso
15 | DONNE DI MAFIA
Cosa nostra in rosa
di Dario De Luca
18 | COSE NOSTRE
In Francia l’antimafia
si traduce... ethicando
di Marika Demaria
20 | NORMATIVA ANTIMAFIA
Il Veneto prende coscienza
di Maurizio Bongioanni
35 | SAN MARINO
Collisione o collaborazione?
di David Oddone
La cassaforte dei colletti bianchi
di D. O.
I furbetti di San Marino
di D. O.
Il santuario della segretezza
intervista a Paolo Giovagnoli di D. O.
60| ALTARISOLUZIONE
La santa dei narcos
testo e foto di Orsetta Bellani
64 | OCCIDENTI
Rassegna stampa internazionale
a cura di Stefania Bizzarri
67 | RICICLAGGIO USA-MESSICO
Lavatrici a stelle e strisce
di Simone Bauducco
70 | CRONACHE SOMMERSE
Nuovi fuochi in Irlanda del Nord
di Andrea Giordano
23 | NUOVE RESISTENZE
Gino, imprenditore foggiano
vittima di usura
di Laura Galesi
72 | SEGNALI
Ripensare Danilo Dolci
di Elisa Latella
24 | QUARANTESIMO ANNIVERSARIO
Spampinato, l’ora del ricordo
di Elisa Latella
75 | SEGNALIBRO
L’inumanità del fine pena mai
di Luigi Ciotti
28 | CASO ROSTAGNO
Trapani doveva dimenticare
di Rino Giacalone
78 | SHARE
Le segnalazioni del mese
a cura di Marika Demaria
34 | STROZZATECI TUTTI
«Chi te lo ha detto»
di Marcello Ravveduto
80 | L’OPINIONE
Reggio Calabria: la democrazia sepolta
di Piero Innocenti

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