DI Più - Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione

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DI Più - Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione
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TOP NEWS/FOCUS
01
NATO TV
05
COSTRUIRE LA PACE
06
COMMENTI
06
AGENDA _______________08
DOCUMENTI
08
ISSUES
13
DI PIù
15/4 6
In accordo tra Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rai e NATO, Rai World fornisce sostegno all’informazione sulle operazioni di
peacekeeping in Afghanistan e con la presenza di un riferimento al HQ NATO di Bruxelles mette a disposizione delle testate Rai
servizi ed immagini dall’ Afghanistan e una raccolta di notizie stampa. Per contatti :
[email protected]
№ 79
www.italiafghanistan.rai.it
13 LUGLIO 2011
TOP NEWS _______________
_____________
13 LUGLIO - AFGHANISTAN: KARZAI PIANGE A
FUNERALE FRATELLO (di più)
Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha dato così
l'addio al fratellastro Ahmed Wali Karzai. Dopo la
cerimonia un attentato ha preso di mira il governatore
di Helmand, mentre almeno tre soldati Isaf sono rimasti
uccisi in un attacco suicida a Kapisa. (ANSA).
Periodo
dal
Aggiornato al
07 LUGLIO
13 LUGLIO
FOCUS____________________
_______________
SUL MILITARE ITALIANO UCCISO
13 LUGLIO - AFGHANISTAN, LA RUSSA:
MISSIONE FUNZIONA, MILITARI CONOSCONO
RISCHI (di più)
"Non abbiamo toccato di un solo uomo la composizione
del contingente in Afghanistan e abbiamo aggiunto 15
milioni di euro per la sicurezza dei militari in
13 LUGLIO - AFGHANISTAN: AL-JAZEERA, 2 Afghanistan e nelle altre missioni". Lo ha affermato il
ESPLOLSIONI
DOPO
FUNERALI
FRATELLO ministro della Difesa Ignazio La Russa sottolineando che
KARZAI A KANDAHAR (di più)
nel 2014 l'Afghanistan non verrà abbandonato ma “non
Due esplosioni sono state udite a Kandahar dopo il rito ci sarà più un soldato in prima linea”. (IL VELINO)
di sepoltura del fratellastro del presidente afghano
Ahmid Karzai. (ADNKRONOS 13 LUGLIO)
12 LUGLIO - AFGHANISTAN: SARKOZY A
KABUL,PARIGI ACCELERA RITIRO (di più)
Il presidente francese Nicolas Sarkozy, nel corso della
sua visita a sorpresa in Afghanistan, ha incontrato il
presidente afghano Hamid Karzai, assicurando che la
Francia avvierà il ritiro dei propri militari dal Paese.
13 LUGLIO - AFGHANISTAN/
RIDIMENSIONAMENTO
NON
ABBANDONO
FRATTINI:
SIGNIFICA
(di più)
"Il ridimensionamento e la transizione in Afghanistan,
che sono già una realtà, non potranno significare e da
parte italiana l'abbandono per la ricostruzione". Lo ha
(ANSA).
detto il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendo alle
12 LUGLIO - AFGHANISTAN:007,SVENTATO commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato
PIANO PER UCCIDERE MINISTRO INTERNO (di sulle missioni internazionali. (TMNEWS)
più)
L'intelligence afghana ha rivelato che è stato sventato
un piano messo in atto da tre poliziotti per uccidere il
ministro dell'Interno afghano durante un viaggio a
un'accademia di polizia nell'est del Paese. (ANSA)
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12 LUGLIO - PAKISTAN: ISLAMABAD MINACCIA
RITIRO
TRUPPE
DA
CONFINE
CON
AFGHANISTAN (di più)
Il ministero pakistano della Difesa ha minacciato di
ritirare le sue truppe dal confine con l'Afghanistan, in
risposta alla sospensione degli aiuti militari degli Stati
Uniti. (ADNKRONOS)
13 LUGLIO - AFGHANISTAN: UNA MINA
ANTIPERSONA, ‘COSÌ È MORTO MARCHI’ (di più)
È presumibile' che il primo caporal maggiore Roberto
Marchini sia stata ucciso in Afghanistan da una
rudimentale mina anti-persona. Lo ha affermato il
ministro della Difesa Ignazio La Russa sottolineando che
nel 2014 l'Afghanistan non verrà abbandonato ma “non
ci sarà più un soldato in prima linea”. (ANSA).
13 LUGLIO - SI CONTINUA A MORIRE MENTRE
GLI ALLEATI SMOBILITANO (di più)
Ieri mattina, l’esplosione di un ordigno ha ucciso un
soldato italiano in Afghanistan. Quando le truppe Nato
inizieranno a lasciare l'Afghanistan, il controllo della
sicurezza passerà in mano a un esecutivo debole, a
forze di sicurezza e polizia male armate a mal
AFGHANISTAN/NON TUTTI I preparate, troppo spesso accusate di corruzione. Il
VOGLIONO LA FINE DELLA commento di Rolla Scolari. (IL GIORNALE)
12 LUGLIO - AFGHANISTAN:UCCISO FRATELLO
KARZAI,TALEBANI RIVENDICANO (di più)
Ahmad Walid Karzai, un fratello del presidente afghano
Hamid Karzai, ed uno degli uomini più potenti nel sud
dell’Afghanistan, è stato ucciso a colpi di pistola da una
delle sue guardie del corpo. (ANSA)
12 LUGLIO SOLDATI USA
GUERRA (di più)
Non tutti i militari americano sono contenti della fine
della guerra. Secondo il sito di informazione online
Huffington Post, alcune truppe temono di essere
relegate per sempre alla vita da caserma. (LA
13 LUGLIO - ALTRO ITALIANO UCCISO IN
AFGHANISTAN MA DOBBIAMO RESTARE (di più)
Nel giorno della morte del 40° militare italiano in
Afghanistan, l’assassinio del fratello del presidente
afghano Hamid Karzai indica che “c’è qualcosa di
STAMPA.IT)
marcio” nella stessa testa politica del Paese. L’opinione
12 LUGLIO - MEDICO TENTÒ DI PRELEVARE IL di Carlo Panella. (LIBERO)
DNA DI OSAMA. ARRESTATO DAI SERVIZI
13 LUGLIO - DALLE BOMBE ARTIGIANALI IL
PACHISTANI (di più)
I servizi pachistani hanno arrestato un medico che per 60% DELLE PERDITE OCCIDENTALI (di più)
conto della Cia aveva cercato di prelevare un campione La morte del primo caporalmaggiore Roberto Marchini
di Dna di Osama Bin Laden nel rifugio di Abbottabad. Di conferma elementi già noti circa la situazione ancora
molto calda nei distretti orientali della provincia di
Guido Olimpio. (CORRIERE.IT)
Farah. A differenza dell’area di Herat o di Bala Murghab,
11 LUGLIO - AFGHANISTAN/ PETRAEUS a Bakwa e in Gulistan gli italiani sono arrivati nel
FIDUCIOSO MALGRADO CLIMA TESO PAKISTAN- settembre
dell’anno
scorso
trovando
un’area
USA (di più)
completamente in mano a talebani e narcos. L’analisi di
Dalle colonne del New York Times Petraeus si dice Gianandrea Gaiani. (LIBERO 13 LUGLIO)
fiducioso che i talebani possono essere sconfitti e che 13 LUGLIO - CADE UN ALTRO PARÀ SULLA “VIA
l'onere di garantire la sicurezza nella zona possa essere DELL’INFERNO”
AFGHANA,
SERVONO
PIÙ
affidato alle forze afgane. (TMNEWS)
ELICOTTERI (di più)
Il primo caporal maggiore Roberto Marchini di Viterbo,
11 LUGLIO -AFGHANISTAN: VIOLENZE A dell’8° Reggimento genio guastatori Folgore di Legnago
CONFINE COMPROMETTONO DISGELO CON (Verona), è il quarantesimo caduto italiano in dieci anni
di guerra afghana. A Farah serve copertura dall’aria. Dei
PAKISTAN (di più)
Il fragile disgelo in atto tra Pakistan e Afghanistan è dieci italiani caduti da settembre ben otto sono morti a
messo in pericolo dai violenti scontri che stanno Farah. (IL FOGLIO)
avvenendo al confine tra i due Paesi. E' l'allarme
lanciato dal Washington Post. (ADNKRONOS)
13 LUGLIO - ULTIMO GIORNO DI MISSIONE,
SALTA SU UNA MINA (di più)
Il quarantesimo caduto in Afghanistan sarebbe dovuto
11 LUGLIO - AFGANISTAN: OPERAZIONE
tornare a casa venerdì, per una breve pausa. Invece
CONGIUNTA DELLE FORZE DI SICUREZZA
arriverà il giorno prima in una bara avvolta dal tricolore.
AFGANE E DEI MILITARI ITALIANI (di più)
Un'operazione congiunta italo-afghana è stata mess in ». Su Facebook è subito sorto un gruppo in suo onore,
piedi per assicurare la sicurezza in un'area ad una che ha raccolto in poche ore 1.417 adesioni. Il racconto
trentina di chilometri ad est di Herat. (ITALFOR KABUL di Fausto Biloslavo. (IL GIORNALE)
E RC-W)
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*11 LUGLIO - AFGHANISTAN: REGGIMENTO SAN
MARCO PARTE PER LA MISSIONE ISAF (di più)
Mercoledì alle 10, nella Caserma ''E. Carlotto'' di
Brindisi, il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare,
saluterà il personale della Forza da Sbarco appartenente
alla Task Force ''Leone'', che si appresta a partire per
l'Afghanistan. (ADNKRONOS)
12 LUGLIO - AFGHANISTAN: PARA' UCCISO DA
ORDIGNO, È LA 40/A VITTIMA (di più)
Ne avevano scoperti tre di 'Ied', quei micidiali ordigni
esplosivi che mietono vittime in Afghanistan. Il quarto,
invece, è costato la vita ad un altro soldato italiano. Il
primo caporal maggiore Roberto Marchini, 28 anni,
originario di Viterbo e appartenente all'8/o Reggimento
Genio Guastatori Folgore di Legnago (Verona) è la 40/a
11 LUGLIO - AFGHANISTAN: MESSA IN vittima dal 2004. (ANSA).
MEMORIA
DI
TUCCILLO
CELEBRATA
A
S.GIORGIO A CREMANO (di più)
12 LUGLIO - AFGHANISTAN: A CAPRAROLA LA
Il personale militare e civile della Caserma ''Cavalleri'' di FAMIGLIA PIANGE ROBERTO (di più)
San Giorgio a Cremano (Napoli), alla presenza del Quella di oggi sarebbe dovuta essere la sua ultima
Generale Vincenzo Lops e del Generale Rosario missione di ricognizione dalla base 'Lavaredo',
Castellano, si è riunito per una Messa in memoria del l'avamposto del contingente italiano nel distretto di
Caporal
Maggiore
Capo
Gaetano
Tuccillo. Bakwa, in Afghanistan. Poi, Roberto Marchini sarebbe
(ADNKRONOS)
tornato in Italia per una licenza. I genitori, il padre
Francesco e la madre Pina, lo attendevano. (ANSA).
10
LUGLIO
AFGHANISTAN-USA:
COOPERAZIONE STRATEGICA, IN CORSO 2/O
12 LUGLIO - AFGHANISTAN: ABRATE,GRANDE
ROUND (di più)
IMPEGNO MILITARI ITALIANI PER PACE (di più)
Il secondo round di colloqui miranti al raggiungimento
Il capo di Stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, ha
di un accordo di cooperazione strategica fra Afghanistan
espresso al capo di Stato maggiore dell'Esercito,
e Stati Uniti è in corso a Kabul. (ANSA).
Giuseppe Valotto, il ''proprio dolore e i sentimenti di
vicinanza all'Esercito italiano per il lutto che l'ha colpito''
10
LUGLIO
AFGHANISTAN:
ATTACCHI
con la morte del primo caporalmaggiore Roberto
GUERRIGLIA IN CALO RISPETTO AL 2010 (di più)
Marchini. (ANSA)
A maggio e giugno c'è stato un calo degli attacchi della
guerriglia afghana rispetto allo scorso anno. Lo ha detto
il generale David Petraeus, capo delle forze armate nel 12 LUGLIO - AFGHANISTAN: GIOVEDÌ IN ITALIA
paese asiatico, in occasione dell'arrivo nella regione del LA SALMA DEL CAPORAL MAGGIORE MARCHINI
(di più)
nuovo ministro della Difesa americano, Leon Panetta.
Sarà trasferita in Italia nella giornata di giovedì la salma
(AGI).
del primo caporal maggiore Roberto Marchini. Un C-130
10
LUGLIO
AFGHANISTAN:
TALEBANI, decollerà da Herat per giungere a Ciampino.
ATTACCO IN URUZGAN E BADGHIS,18 MORTI (di
più)
I talebani afghani hanno attaccato un convoglio della
polizia nella provincia sud-occidentale di Uruzgan,
uccidendo sette persone, fra cui tre civili, ma perdendo
nello scontro dieci uomini. Lo riferisce l'agenzia di
stampa Pajhwok. (ANSA).
(ADNKRONOS)
10
LUGLIO
AFGHANISTAN:
GENITORI
TUCCILLO A REVINE PER MESSA RICORDO (di
più)
"Ad una settimana dalla morte del nostro
Gaetano vogliamo sentitamente ringraziare
l'Esercito”. E' il messaggio che i genitori del
9 LUGLIO - AFGHANISTAN: PANETTA A KABUL, caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo hanno
voluto rivolgere partecipando ad una messa di
VITTORIA SU AL QAIDA VICINA (di più)
Per il nuovo capo del Pentagono, Leon Panetta, in visita commemorazione. (ANSA).
a sorpresa a Kabul, con l'uccisione di Bin Laden, la
vittoria su Al Qaida è ormai ''a portata di mano''.
(ANSA).
8 LUGLIO - PAKISTAN-AFGHANISTAN: UN
'TELEFONO ROSSO' TRA ESERCITI (di più)
Pakistan e Afghanistan hanno deciso di istituire un
''telefono rosso'', una linea telefonica diretta, tra i
rispettivi eserciti per proteggere il confine e coordinare
la lotta ai talebani e dei militanti di Al Qaida. (ANSA).
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8 LUGLIO - AFGHANISTAN: REPORTER GILKEY,
IN CRESCITA MINACCIA BANDE CRIMINALI (di
più)
"Non solo i Talebani minacciano la sicurezza
dell'Afghanistan, perché aumentano sempre più le
bande criminali". E' con queste parole che David Gilkey,
fotoreporter della Npr, spiega l'attuale situazione in
Afghanistan. (ADNKRONOS)
8
LUGLIO
EDITORIA:
LONGITUDE,
AFGHANISTAN IN PRIMO PIANO NUOVO
NUMERO (di più)
''Il taglio dell'analisi sui fatti dell'attualità'': Pialuisa
Bianco, direttore di 'Longitude', ha presentato così, alla
Farnesina, il sesto numero dell'''unico mensile cartaceo
di politica internazionale italiano in inglese''. (ANSA).
7 LUGLIO - AFGHANISTAN:NATO SBAGLIA E
COLPISCE CASA,STRAGE BAMBINI (di più)
Sulle tracce di un leader del terrore la Nato ha sbagliato
e ha colpito una casa in un raid aereo, provocando una
strage di bambini, nella provincia di Khost. Il bilancio
dell'operazione è stato di 13 vittime civili: otto bambini,
tre donne e due uomini. (ANSA)
7 LUGLIO - MISSIONI, GOVERNO TAGLIA;
NAPOLITANO FRENA,SOLO IPOTESI (di più)
Meno soldi alle missioni all'estero e meno militari.
Nessun taglio alla sicurezza per l’Afghanistan che avrà
15 milioni per la sicurezza, Paese per il quale, ha detto
La Russa, “dobbiamo valutare nel 2012 una modifica
dell'impegno”. (ANSA)
7
LUGLIO
AFGHANISTAN-PAKISTAN:
INCIDENTI, CREATA COMMISSIONE MILITARE
(di più)
Pakistan ed Afghanistan hanno convenuto di creare una
commissione militare congiunta per affrontare la crisi in
corso alla frontiera fra i due paesi. (ANSA)
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NATO TV_________________________________________________________________________________
Sono disponibili su richiesta delle redazioni Rai le immagini (e/o i servizi) della struttura TV
organizzata dalla Nato in Afghanistan realizzate da reporter professionisti embedded presso il
contingente ISAF.
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delle interviste è inglese, farsi o pashtu.
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La distribuzione delle immagini e della documentazione avviene in modo rapido attraverso una semplice e-mail che
viene inviata direttamente al vostro indirizzo elettronico.
Le immagini montate in un piccolo reportage possono essere visionate anche sul sito web:
www.natochannel.tv
QUESTA SETTIMANA VI SEGNALIAMO
1) General Petraeus's Final ISAF Interview (L’ultima intervista a NATO TV del Generale Petraues,
come capo delle forze ISAF in Afghanistan)
Il Comandante delle forze ISAF, il Generale David Petraeus, si dimetterà dal suo incarico tra una settimana. Nella
sua ultima intervista a Nato TV, parla progressi compiuti nel corso dell suo ultimo anno in Afghanistan.
YouTube Link: http://www.youtube.com/watch?v=KqxIa53T0oo
2) Mongolian Troops Contribution (Il Contributo delle truppe Mongole in Afghanistan)
La Mongolia ha annunciato l'intenzione di aumentare il numero delle truppe in Afghanistan. Attualmente sono 200
i soldati che servono nel paese, ma il numero salirà a 350 nei prossimi mesi. Nato Tv e’ con questi soldati per
testimoniarne il loro impegno nelle operazioni in Afghanistan.
YouTube Link: http://www.youtube.com/watch?v=UdZkgrXtkP8&feature=channel_video_title
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COSTRUIRE LA PACE______________________________________________________________
AFGHANISTAN, LA BATTAGLIA DELLE DONNE: "IN TV PER RICONQUISTARE I NOSTRI DIRITTI" (di
più)
Dai documentari alle soap opera, cresce la loro visibilità. Ma i casi di violenza continuano ad aumentare e il 59%
dei matrimoni sono forzati. Di Maria Chiara Cugusi. (DIRITTO DI CRONACA.COM 13 LUGLIO)
AFGHANISTAN: LA FAUNA SELVATICA SOPRAVVIVE ALLA GUERRA (di più)
Una indagine condotta dagli scienziati del Wildlife Conservation Society (WCS), e sostenuto da Usaid rivela come i
grandi mammiferi Afghanistan, tra cui orsi bruni asiatici, lupi grigi, capre del Markhor, leopardi e gatti selvatici
siano sopravvissuti in parti del paese dopo anni di conflitto. (SALVALEFORESTE.IT 12 LUGLIO)
CERCANDO LA RAGAZZA AFGHANA (di più)
Il celebre scatto del fotoreporter Steve McCurry diventa un documentario, presentato a Massa Marittima.
(CORRIERE FIORENTINO.IT 11 LUGLIO)
AFGHANISTAN:ENORMI PROBLEMI,POLIZIA NON DECOLLA (di più)
Non hanno equipaggiamento, munizioni, sono quasi tutti analfabeti, nonché corrotti; vivono e lavorano
ammucchiati in pochi metri quadrati. E' lo stato in cui versa la polizia afghana, l'Anp che insieme all'Ana (Afghan
National Army) è tra le principali forze di sicurezza del Paese. Il reportage di Gina De Meo. (ANSA 10 LUGLIO).
CANCRO AL SENO, ITALIA DÀ SPERANZA ALLE DONNE AFGHANE (di più)
Ammalarsi di cancro al seno in Afghanistan vuol dire dover partire verso l'Iran o il Pakistan. Dare una speranza alle
donne del Paese asiatico è la missione della Fondazione Umberto Veronesi, che ha avviato un programma presso
l'ospedale "Medical aid for afghan women" di Herat. (AGI-PEI NEWS 7 LUGLIO)
COMMENTI_________________________________________________________________________________________
ITALIA IN LINEA CON GLI ALLEATI EUROPEI (di più)
Il dibattito in corso nel governo sul rifinanziamento delle missioni all'estero ha ridestato l'attenzione su una delle
principali e più efficaci direttrici della politica estera italiana. Negli ultimi anni, infatti, l’Italia ha ricoperto un ruolo
di primo piano nelle missioni internazionali, sia per la presenza cospicua di personale civile e militare sia per i ruoli
ricoperti in diversi teatri. (AFFARI INTERNAZIONALI 13 LUGLIO DI ANDREA CARATI)
QUEL CUSCINO D'INDIFFERENZA CHE CI SEPARA DAI NOSTRI SOLDATI (di più)
I nostri soldati e quel cuscino d'indifferenza. Il bilancio dello scrittore Paolo Giordano che riflette sulla morte del
suo coetaneo Marchini. I numeri, spiega, le cifre tonde costringono a un bilancio, per decidere se 40 è un numero
grande o piccolo, se il prezzo è ancora adeguato. (CORRIERE DELLA SERA 13 LUGLIO DI PAOLO GIORDANO)
PERCHÈ SIAMO IN AFGHANISTAN ( di più)
Intervista a Massimo Fini sul blog di Beppe Grillo. "Siamo servi degli americani".
Questa la risposta del giornalista-scrittore.(BLOG DI BEPPE GRILLO).
LA VIOLENZA OSCURA IL MITO OBAMIANO DELLA RICONCILIAZIONE CON I TALEBANI (di più)
La violenza oscura il mito obamiano della riconciliazione con i talebani New York. L'assassinio di Ahmed Wali
Karzai, fratellastro del presidente afghano Hamid, è soltanto l'ultimo segno del fatto che l'Amministrazione
americana è in mezzo a un guado strategico in Afghanistan. (IL FOGLIO 13 LUGLIO DI MATTIA FERRARESI)
DUE COLPI IN TESTA AL FRATELLO DI KARZAI E ALLE TRATTATIVE CON I TALEBANI - COME FINIRE
LA GUERRA (di più)
Il signore di Kandahar Due colpi in testa al fratello di Karzai e alle trattative con i talebani Come finire la guerra
Ahmed Wali Karzai ucciso in casa dalla guardia del corpo. Sarkozy a Kabul: "Bisogna sapere come finire una
guena" Un miliardo di dollari l'anno' Roma. (IL FOGLIO 13 LUGLIO DI DANIELE RAINERI)
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KANDAHAR, IL FRATELLO DI KARZAI UCCISO DA UNA DELLE SUE GUARDIE (di più)
Ad uccidere Ahmad Wali Karzai, fratello del presidente Hamid Karzai e uno degli uomini più potenti (e più discussi)
dell´Afghanistan sono stati i Taliban, ma restano forti dubbi che ad ucciderlo siano stati proprio loro. Perché
Ahmad si era fatto troppi nemici. Quel che è certo è che la con la sua scomparsa si apre un vuoto di potere a
Kandahar. (LA REPUBBLICA 13 LUGLIO DI ALBERTO FLORES D´ARCAIS)
"I MIEI ITALIANI, SOLDATI E FIGLI ECCEZIONALI" (di più)
“I miei italiani, soldati e figli eccezionali”. Parla il generale Carmine Masiello, comandante del settore Ovest della
missione Isaf . (AVVENIRE 12 LUGLIO DI VITTORIO E. PARSI)
KABUL CHE VERRÀ (di più)
Reportage dall’Afghanistan che guarda alla transizione: i rischi per le donne e i timori e le speranze per il 2014
quando ci sarà il ritiro. (AVVENIRE 12 LUGLIO DI VITTORIO E. PARSI)
IMPENSABILE UN'ITALIA CHIUSA IN CASA (di più)
La revisione delle decine di missioni militari a cui l'Italia partecipa nel mondo era dovuta da tempo. È stata
sollecitata dalla Lega per le ragioni sbagliate - populismo e provincialismo - che Vittorio Emanuele Parsi ha
denunciato nel suo editoriale di alcuni giorni fa. (LA STAMPA 11 LUGLIO DI MARTA DASSÙ)
AFGHANISTAN, TRATTATIVE PER LA PACE. USA E ONU DIALOGANO CON I TALEBANI (di più)
I delegati di Usa, Onu e Talibani si sono incontrati recentemente in Malesia. Per la terza volta. L’obiettivo dei
Talebani è prendere il controllo del Sud del Paese secondo un esperto “e quindi molto dipende da quello che
succede da qui alla fine dell’anno”. (IL FATTO QUOTIDIANO 10 LUGLIO DI MATTEO BOSCO BORTOLASO )
GENERALE MASIELLO: "RESTIAMO E MUORIAMO IN AFGHANISTAN, LE SCELTE POLITICHE
SPETTANO A ROMA" (di più)
L’operazione è in corso: caccia a capi Taliban. Non si può dire dove fino a quando non sarà finita. "È imponente",
assicura il generale Carmine Masiello. (IL FATTO QUOTIDIANO 9 LUGLIO DI BARBARA SCHIAVULLI)
L’INFERNO E IL PARADISO DELLE DONNE ASSASSINE (di più)
Il racconto di alcune “ospiti” del carcere di Herat, costruito dagli italiani. (IL FATTO QUOTIDIANO 8 LUGLIO DI
BARBARA SCHIAVULLI)
TAGLI ALLE MISSIONI ALL’ESTERO: TANTO RUMORE PER NULLA (di più)
Sull’Afghanistan l’Italia non ritirerà un soldato almeno fino alla fine dell’anno e spenderà qualche decine di milioni
in più rispetto ai 750 stanziati l’anno scorso. (PANORAMA BLOG 7 LUGLIO DI GIANANDREA GAIANI)
“KILL TO TALK”: COSTRINGERE I TALIBAN A NEGOZIARE CON LA FORZA FUNZIONERÀ?
(di più)
Si può ricordare una verità quasi banale: “It needs two to end a war”. Se il negoziato dipende dall’esistenza di uno
stallo soprattutto nelle menti dei combattenti, è logico chiedersi: esiste nei Taliban la percezione che il conflitto è
in uno stallo militare irrisolvibile? (MERIDIANI RELAZIONI INTERNAZIONALI 7 LUGLIO DI FEDERICO
PETRONI)
CHIAMATEMI MANGUSTA (di più)
Pamela Sabato, 27 anni, guida un velivolo d’assalto Aw 129 e si definisce “femmina passionale e rompicoglioni”.
Ma in volo diventa lucida e razionale. Come quando preme il bottone rosso: quello che scatena la mitragliatrice di
bordo. (PANORAMA 7 LUGLIO DI FABRIZIO PALADINI)
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AGENDA_________________________________________________________________________________
OTTOBRE – LA BRIGATA SASSARI TORNA IN AFGHANISTAN
2 NOVEMBRE – LA TURCHIA OSPITA AD ISTAMBUL UNA CONFERENZA REGIONALE
SULL’AFGHANISTAN
La Turchia ospiterà il 2 novembre 2011 ad Istanbul una Conferenza sull'Afghanistan a cui parteciperanno tutti i
paesi confinanti e vicini per accompagnare gli sforzi di pace e riconciliazione del governo afghano. Lo riferiscono
oggi i media a Kabul. La decisione di tenere la Conferenza è stata presa oggi. a margine della IV Conferenza
dell'Onu sui paesi meno sviluppati, durante una colazione di lavoro offerta dal ministro degli Esteri turco Ahmet
Davutoglu ad Ankara, ed a cui hanno partecipato i ministri dei paesi che parteciperanno all'incontro, quali lo stesso
Afghanistan e poi Pakistan, India, Iran, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Arabia saudita e Emirati arabi uniti.
In un comunicato stampa in cui manifestano la loro adesione all'iniziativa, i paesi firmatari riaffermano che
l'appoggio al processo di trasferimento delle responsabilità della sicurezza all'Afghanistan entro il 2014. ''Un
Afghanistan sicuro, stabile e prospero - si legge nel documento - è vitale per la stabilità e la pace di tutti, ma una
simile atmosfera può essere assicurata solo in un più ampio contesto che rifletta l'amicizia e la cooperazione
regionale''. (ANSA 10 MAGGIO).
5 DICEMBRE - CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL’AFGHANISTAN A PETERSBERG IN GERMANIA
Dieci anni dopo la conferenza di Petersberg, la stessa cittadina tedesca alle porte di Bonn, nell'ovest della
Germania, ospiterà il prossimo 5 dicembre un altro summit internazionale sull'Afghanistan. Lo ha reso noto oggi a
Berlino il rappresentante del governo tedesco per l'Afghanistan, Michael Steiner. All'appuntamento, parteciperanno
oltre 1.000 delegati, inclusi i ministri degli esteri di 90 Paesi. La conferenza del 2001 servì a definire gli accordi per
un governo di transizione in Afghanistan e gettare le basi per la ricostruzione. A dicembre, ha spiegato Steiner, si
farà anche un bilancio del processo di ricostruzione. Il summit internazionale coincide con il previsto inizio del ritiro
delle truppe tedesche dall'Afghanistan, che dovrebbe concludersi nel 2014. (ANSA 8 MARZO)
23 MARZO 2012 – SCADE LA MISSIONE DI ASSISTENZA CIVILE DELL'ONU IN AFGHANISTAN
(UNAMA) PROROGATA DI UN ANNO IL 22 MARZO 201
MAGGIO 2012 – SUMMIT NATO DEDICATO ALL’AFGHANISTAN A CHICAGO (di più)
Sarà a Chicago il summit di maggio 2012 sull'Afghanistan della Nato, insieme al vertice G8. Fonti della Casa Bianca
hanno anticipato l'annuncio che il presidente Barack Obama farà in serata, all'interno del discorso sul ritiro delle
truppe Usa in Afghanistan. Obama porta così nella sua città un altro importante appuntamento oltre al vertice
degli otto più grandi paesi industrializzati. Non è la prima volta che il presidente sceglie un luogo a lui caro per un
appuntamento importante: il summit sulla cooperazione in Asia-Pacifico si tiene quest'anno alle Hawaii, stato dove
Obama è cresciuto. L'ultima volta che gli Usa avevano ospitato il G8 era stato a Sea Island in Georgia nel 2004. Il
vertice Nato di Chicago sarà dedicato alla verifica degli obiettivi fissati allo scorso vertice di Lisbona nel 2010,
quando l'alleanza occidentale aveva deciso di fissare la data del 2014 per il passaggio della responsabilità per la
sicurezza alle forze armate afgane. (TMNEWS 22 GIUGNO)
DOCUMENTI___________________________________________________________________________
MONTHLY PRESS BRIEFING
BY NATO SECRETARY GENERAL ANDERS FOGH RASMUSSEN
OANA LUNGESCU (NATO Spokesperson): Good afternoon. It's very good to see everybody here again at Résidence Palace. The Secretary
General will start with a statement and then he'll be happy to take your questions.
Secretary General.
ANDERS FOGH RASMUSSEN (Secretary General of NATO): Thank you very much. I have just returned from Russia where the ambassadors
of the NATO-Russia Council had an excellent meeting with President Medvedev, Foreign Minister Lavrov and senior officials in the city of Sochi.
This meeting was symbolic because it shows our mutual desire to move NATO and Russia towards a strategic partnership. But it was also
highly practical because it gave us the chance to discuss some of the key challenges facing us, such as terrorism, the situation in Afghanistan,
and missile defence. Those are real challenges. They demand real solutions. And the best way to solve them would be through a real strategic
partnership; the kind of partnership NATO and Russia want.
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NATO has made it clear from the start that we want to pursue cooperation on missile defence with Russia. And we are proposing a realistic
way forward: two independent systems with a common purpose and the mechanisms to exchange data so they can each be more effective.
We discussed missile defence in Sochi and I hope the realism that characterized these discussions will continue to guide us in the months
ahead. It should shape our negotiations as we begin to look forward to a possible Summit with Russia next spring. Because we want a real
partnership. We want to find a real answer to real threats. And if we can find it it could be a real breakthrough for us all.
I also had the opportunity in Sochi to meet South African President Zuma, and to brief him on the progress we have made in our operation to
protect the people of Libya in full conformity with our United Nations mandate.
And that progress is significant. This is a complex operation, conducted over a vast area. It is almost 1,000 kilometres from Benghazi to Nalut.
The threat to Libyan civilians from Qadhafi's forces reaches from one end of that space to the other and so do our operations.
But we are doing it with care, we are doing it with precision and we are doing it with success.
Since this operation began we have damaged or destroyed over 2,700 legitimate military targets, over 600 tanks and artillery pieces, almost
800 ammunition stores and bunkers. And the result is clear to see. Qadhafi's attempts to take Misrata by force have failed. His attempts to
drive his tanks into Ajdabiya have failed. His attempts to crush the cities of the western mountains have failed.
Yes, he is still a threat. His forces are still shelling city streets indiscriminately, he is still using violence and terror in the areas which he holds.
But his plans to retake the country by force have fallen apart. In cities like Misrata and Benghazi people can once more begin to plan a normal
life, they can start to plan for their families and their future.
Qadhafi may try and portray NATO as a problem. He may claim that we are preventing a peaceful solution, but the truth is that without NATO
and our partners there would have been no peace to aim for. Remember the tanks in the streets of Misrata. Remember the shelling of the
western mountains. That is Qadhafi's so-called peaceful solution, and that is why we must keep on with this mission, because without NATO
there would be a massacre. Qadhafi would be free to use his tanks and missiles on towns and markets. We will not let that happen. We will
keep on with our operation until there is a peaceful solution, a political solution. The solution that the Libyan people and the whole world want
to see.
Momentum is against Qadhafi. His economic strength to sustain a war against his people is declining. His ministers and generals are deserting
and the international community has turned against him. For Qadhafi it is game over.
Finally, let me turn to Afghanistan. This morning I met General John Allen. In a few days he will take up his post as the commander of our
operation in Afghanistan. We discussed our strategy at this pivotal moment in our most important operation. We both agreed that the strategy
is the right one.
This month will mark a milestone in our mission. Afghan forces will shortly take the lead for security in seven provinces and districts which are
home to a quarter of the population.
Ce qui veut dire que plus de sept millions d'Afghans vont voir leur police et leur armée assurer leur sécurité dans leur pays. C'est le premier pas
vers la prise en charge de la sécurité par les Afghans dans l'ensemble du pays.
L'OTAN et nos partenaires au sein de la FIAS se félicitent de ce développement, tout comme la population afghane. En fait, les seuls qui ne
s'en félicitent pas, ce sont les insurgés. Et là, nous avons bien vu ces dernières semaines jusqu'à quel extrême ces groupes sont prêts à aller
pour que l'Afghanistan revienne en arrière.
Ils ont fait exploser des bombes dans des hôpitaux. Ils ont pris d'assaut un hôtel avec une rare violence. Ils ont fait couler le sang d'Afghans
innocents partout et à chaque fois qu'ils en avaient l'occasion.
Je condamne absolument toutes ces attaques. Ces attaques ont clairement pour but de faire échouer le processus de transition et de
déstabiliser le pays. Mais ce qu'elles montrent surtout, c'est la faillite des extrémistes. Car ces attaques ne peuvent qu'inciter la population à se
retourner contre cette volonté meurtrière. Ils ne peuvent pas arrêter la transition, ni faire qu'on revienne en arrière.
Les forces de sécurité nationales afghanes y verront. Elles comptent maintenant environ 60 000 hommes et femmes. Des milliers d'autres sont
en formation. Et la capacité de ces forces continue de croître.
L'avenir de l'Afghanistan, c'est un pays géré par les Afghans, défendu par les Afghans et déterminé … [inaudible] la vie des Afghans. L'OTAN et
la communauté internationale toute entière sont résolus à promouvoir ces objectifs pendant la transition et au-delà.
Finalement, j'ai appris que Pascal Mallet, vous êtes là, renommé correspondant de l'Agence France Presse va quitter Bruxelles. Monsieur Mallet
nous avons apprécié votre grand intérêt pour l'OTAN et votre sens critique. Vous allez nous manquer.
And now I'm ready to take your questions.
(APPLAUSE)
OANA LUNGESCU: Et n'oubliez pas que les micros sont près de votre siège. On va prendre des questions en français and in English. Mais on
pourrait peut-être commencer par Pascal, s'il trouve son micro bien sûr.
Q: Merci, Monsieur le Secrétaire général. I will remember all my life when I met you the first time for an interview, you told me at the end, you
are like a Dane. It was a compliment, of course.
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So, ma question: Est-ce que vous croyez que l'offensive actuelle des rebelles qui viennent de l'Ouest en direction de Tripoli a des chances de
succès? Et est-ce que l'OTAN va les assister, les soutenir concrètement? J'ai une deuxième question. Vous allez recevoir mercredi prochain des
délégués du Conseil national de transition. Pouvez-vous confirmer cela déjà, ainsi que le fait que vous les recevrez avec le NAC, avec le Conseil
de l'Atlantique Nord ou seulement vous-même séparément?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: Merci beaucoup. En ce qui concerne l'avancée des forces de l'opposition, ce n'est pas à nous de le dire. Mais
c'est clair que Qadhafi perd du terrain chaque jour. Sa machine de guerre est dégradée. Ses généraux et ses ministres le lâchent. Il a perdu le
soutien de la communauté internationale. Brièvement, c'est la fin de la partie.
En ce qui concerne le contact avec l'opposition, je peux confirmer que le Conseil de l'OTAN aura une réunion informelle avec M. Jibril et des
autres représentants du TNC. Cette réunion aura lieu le 13 juillet. Et en plus, j'ai une rencontre bilatérale avec M. Jibril. En fait, j'ai rencontré
M. Jibril avant, au cadre des réunions du groupe international du contact.
OANA LUNGESCU: Reuters.
Q: Secretary General, David Brunnstrom from Reuters. Following on from your trip to Russia, did you hear anything in Russia, or since you've
returned, to give credence to reports we've seen in the Russian media quoting high-level sources... a high-level source saying that Qadhafi has
been sounding out the possibility of stepping down on condition... on certain conditions, including a political role for his son? And do you see
any possibility of any such accommodation?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: Well, I have no confirmed information that Colonel Qadhafi has sounded out the possibility to step down. But
it's quite clear that the end state must be that he leaves power. That has been clearly stated by the international community and by the
opposition in Libya. I see that as the only possible way forward.
OANA LUNGESCU: Romanian Radio.
Q: Secretary General, (inaudible...) Radio Romania. There were some reports after the NATO-Russia Council in Sochi about the fact that during
the meeting the Russian president, Medvedev, strongly criticized the Romanian president for some remarks related to events from World War
II. These remarks have been seen as a statement against Russia. Could you confirm that or could you give us some more details?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: President Medvedev addressed this issue in a confidential diplomatic framework and in terms appropriate to
that framework. The Romanian Ambassador to NATO responded in the same framework and in the same terms. And obviously I will not
comment on bilateral issues or misunderstandings.
We all agree that it is important to preserve the Lisbon spirit of open dialogue and cooperation between NATO and Russia and to avoid any
actions that could affect that spirit.
OANA LUNGESCU: Associated Press.
Q: Slobo Lekic from the Associated Press. The bombing campaign over Libya is proceeding much longer than originally expected and it's now
very likely that it will go until the end of the month at least. We're coming up against Ramadan, which starts on August 1st. Will NATO continue
bombing Libya during the month of Ramadan?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: As you all know NATO has been mandated by the United Nations Security Council to protect civilians against
any attack and we have been mandated to take all necessary measures to protect the civilian population against such attack. So we would
hope that the Qadhafi regime will stop attacking and bombing its own people during the Ramadan.
OANA LUNGESCU: FT Deutschland.
Q: Two questions, first on Qadhafi's son, Seif al-Islam, could you imagine him to be the leader of the new Libya instead of his father? Would
that be okay for you, for NATO?
And the second question is, France recently delivered weapons to the rebels. What sense does a NATO embargo, arms embargo make if one of
the member countries delivers weapons to one of the sides in this Libyan civil war? Thanks.
ANDERS FOGH RASMUSSEN: As regards a possible successor to Colonel Qadhafi, if I understand you correctly you mentioned one of his
sons, who is included in the ICC arrest warrant, so I think the International Criminal Court has already given you the answer. According to the
court his place should be in The Hague, and not in Tripoli. So I think that's a clear answer to your question.
And as regards the delivery of weapons, first of all, let me stress that this delivery of weapons has not taken place within the NATO framework
and it's not part of the NATO operation. I understand that this delivery of weapons from France has taken place with the aim to protect
civilians, with the aim to make civilians capable to defend themselves against attacks.
The NATO operation aims at implementing the UN Security Council Resolution 1973, according to which we are enforcing a No-Fly Zone, an
arms embargo and we are protecting civilians. And so far we have implemented that Resolution successfully.
OANA LUNGESCU: Croatian Media.
Q: I'm from Croatian Daily (inaudible...). Back to the missile defence cooperation with Russia. I'm just wondering, do you maybe envisage
something more than just mere exchange of information, like in a hypothetical situation that it becomes obvious that Iran might start firing its
missiles or North Korea, that there will be some sort of command cooperation or even an ad hoc joint command between NATO and Russia?
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ANDERS FOGH RASMUSSEN: We are still working on the architecture and the framework for missile defence cooperation, but one of the
elements in practical missile defence cooperation could be to establish a centre or a couple of joint centres that could serve as a framework for
exchange of data. That would actually make the whole system much more effective if we could cooperate on exchanging data. We could also
envisage the elaboration of joint threat assessments, we could envisage preparation of joint exercises, just to mention some elements in
practical cooperation on missile defence.
OANA LUNGESCU: Jane's.
Q: Yes, Brooks Tigner, Jane's Defence. Two follow-up questions precisely on this subject, missile defence. Would you consider that political
talks are ahead or behind the technical arrangements between Russia and NATO on missile defence? And is the goal to have a deal announced
at this Summit you mentioned?
And second, beyond the mere data sharing, this comes to your joint centres is the idea that... I'm wondering whether there will be any
physical sharing of infrastructure, budgets and personnel or whether everything will be kept strictly separate on each side. Thank you.
ANDERS FOGH RASMUSSEN: Yes, if we can agree to establish joint centres they would also be jointly staffed. That's actually the essence of
this. And I think such practical cooperation would be the very best reassurance, for both sides, actually, reassurance that neither of the
systems is directed against the other part in that cooperation.
I think the first part of your question relates to technical discussions. Yes, we have political deliberations within the framework of the NATORussia Council, but we have also more technical discussions at expert level, and I think the time horizon could realistically be next spring when
we are going to have a NATO Summit in Chicago and we still keep the option open to also have a NATO-Russia Summit if we can ensure
concrete results from such a Summit.
OANA LUNGESCU: Defence News.
Q: Along similar lines on missile defence, could you give your assessment of how likely you think you are to bring Russia onboard? What more
can you offer them to reassure them and are there signs that they would accept two different missile defence systems?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: Well, actually we are still in a very early phase of the preparation of such practical cooperation. So I think it's
premature to present any final judgment. But I am optimistic, though we have still a lot of work to do, in particular when it comes to the
question about reassurance. But what I reminded our Russian hosts during our visit to Russia Monday/Tuesday, what I reminded them was the
fact that already in 1997 when Russia and NATO adopted the so-called Founding Act, already at that time we agreed that we will not use force
against each other.
At that time this political promise was signed by 16 NATO Allies, because NATO had at that time 16 member states. Since then NATO has been
enlarged and today NATO counts 28 Allies.
I feel sure that all 28 Allies would be pleased to sign that statement; namely, that NATO and Russia are not going to use force against each
other. And that, of course, also includes missile defence.
So we have already agreed such a mutual obligation, and we could easily reiterate that political obligation.
OANA LUNGESCU: Wall Street Journal.
Q: Stephen Fidler for the Wall Street Journal. Just seeking a little more clarity on what you said about the Qadhafi family earlier. There are
members of the Qadhafi family who haven't been indicted by the ICC. Would any of them be regarded as acceptable?
I have a second question about... it's been a few weeks since Secretary Gates gave a critique of the European allies' contribution in Libya and
of their general contribution to European military security. Have you see any evidence since then of European governments stepping more up
to the plate?
And finally, I apologize if you made a reference to this in your introductory remarks, but I'd be interested in any assessment you have of how
the rebels, the opposition to Qadhafi, is doing militarily in Libya and whether you see any evidence of advances, for example, in the west of the
country. Thank you.
ANDERS FOGH RASMUSSEN: First, as regards to the future political leadership of Libya. I would like to stress that it is for the Libyan people
to shape the future of Libya. And I think we need a political process. There is obviously no military solution solely to the conflict in Libya. We
need a political process leading to a credible democracy. And I think it is for the Libyan people to shape that future possibly in cooperation with
the international community.
So I think the question you raised should be dealt with in a framework where the Libyan people and the international community, International
Contact Group, discuss the way forward as to how we can ensure the fulfilment of the UN Security Council Resolution that talks about the
accommodation of the legitimate aspirations of the Libyan people.
As far as NATO is concerned, we are focused on the implementation of the UN Security Council Resolution aiming at protecting civilians
against attacks, enforcing the No-Fly Zone and the arms embargo. In parallel there is a political track and I think it should be dealt with within
the framework of the International Contact Group first and foremost.
As regards the opposition forces, we have seen progress. They have advanced in recent weeks. But of course we don't know for sure how far
they can advance. Our task is to implement the UN Security Council Resolution. But what we do know is that the Qadhafi war machine has
been considerably degraded. His capability to attack civilians has been considerably decreased, and we consider that a success of our
operation.
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As regards Secretary Gates' farewell remarks, which he delivered just before he left office, I think they should be seen in a more long-term
context. What he actually pointed out was the fact that we have seen an increasing gap between the United States and Europe during recent
years. I share his concerns. If that development continues it will be increasingly difficult for Europe to take part in international crisis
management in the future because of lack of critical capabilities, such as strategic airlift, critical intelligence and reconnaissance assets, et
cetera.
So I think it was appropriate that Secretary Gates pointed to that risk. But having said that, I think the good news is that the Libya operation is
an example of Europe, in cooperation with Canada and partners in the region, taking the lead. We have been used to American lead of all
NATO operations. But the Libya operation is actually an example that the majority of aircraft has been provided by European allies and Canada
and partners in the region.
And that is a testament to the strength and the solidarity of our Alliance.
OANA LUNGESCU: Europa Press.
Q: Thank you, Secretary General. A quick question, if I may. Is NATO as optimistic as Turkey that we will be able to find the final solution for
Libya in August? And my second question, if I may is, France yesterday, concretely the French Minister of Defence, said that France was no
longer going to arm the rebels because they didn't consider this necessary anymore.
With your statements that you've just made on the recent advances by the rebels, do you share this same vision as France, that it's no longer
necessary? Thank you so much.
ANDERS FOGH RASMUSSEN: As delivery of weapons is not part of the NATO operation I'm not going to comment on that.
As far as the timetable is concerned, I'm not going to guess about timetables. What I can tell you is that we will continue our operations until
our military objectives have been met, and we have laid out three clear military objectives.
Firstly, a complete end to all attacks against civilians. Secondly, withdrawal of Qadhafi forces to their bases. And thirdly, immediate and
unhindered humanitarian access to people in need.
These objectives are not met yet, and we will continue until they are met.
OANA LUNGESCU: NPR.
Q: Teri Schultz with NPR and Global Post. Mr. Secretary, you just brought up another question for me. Can you give us an update on how many
partners are now taking part in air strikes in the Libyan operation? And back to the French issue again. Isn't it actually a problem, and not an
explanation, that NATO had no role in France's decision to make these arms drops, and as I understand it, you were informed after it
happened. Shouldn't that be something that should be brought up with NATO? And even if France doesn't do it again, what's to stop another
partner from doing that and is that a problem, as you see it, inside the Alliance as far as solidarity, understanding what other partners are
doing?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: Firstly, on air strikes, we never go into such operational details. It's a good try, but no, I'm not tempted to
answer that question. And to make it very short, I don't consider the so-called arms drop a problem. But again, I would like to stress that it's
not part of the NATO operation, and that's all I can say about it.
We are focused on the implementation of the UN Security Council Resolution.
OANA LUNGESCU: Two last quick questions. ANSA Italian News Agency.
Q: Yes, hi, Marie Sole Tognazzi from ANSA Italian News Agency. Please, a quick question, you said the Libya operation is an example of the
solidarity between the Allies, but even this morning Italy said that it has intention to cut the resources and the funds for the mission, defence
mission abroad and so that could have an impact also on Libya.
Other countries are considering to step out, Norway, Belgium also, so you are not concerned about the fact that you could not have the
necessary capability in order to stay on this mission till the end? Thanks.
ANDERS FOGH RASMUSSEN: No, on the contrary, I'm confident that we will have the necessary assets at our disposal. We have the
necessary resources, we have the necessary assets. Allies and partners have committed themselves to provide the necessary assets to see this
through to a successful end, and as you know, we recently decided to prolong our operation for another three months, and in that same
context Allies and partners committed themselves to provide the necessary assets to continue the operation.
OANA LUNGESCU: Une toute dernière question, Radio France Internationale.
Q: Au Secrétaire général, Pierre Bénazet, Radio-France. Est-ce que vous pouvez me donner plus de détails, de précisions sur votre rencontre
avec les délégués de Benghazi la semaine prochaine? Est-ce que vous comptez évoquer le soutien que l'OTAN apporte... peut apporter à la
rébellion? Est-ce que vous comptez aussi les sonder sur leurs intentions, relations de négociation avec le régime de Tripoli?
ANDERS FOGH RASMUSSEN: Le but de cette réunion est d'échanger des points de vue. Et je pense que M. Jibril va présenter la feuille de
route pour la transition envers la démocratie en Libye. Comme vous le savez, le TNC a élaboré une telle feuille de route. Et c'est important
pour le Conseil de l'OTAN de discuter ce sujet avec M. Jibril. Mais le but primordial, c'est d'échanger des points de vue.
OANA LUNGESCU: Merci beaucoup. Thank you very much. (NATO 6 LUGLIO)
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ISSUES___________________________________________________________________________________
BILANCIO VITTIME MILITARI DALL’INIZIO DEL CONFLITTO AL 13 LUGLIO
(dal sito icasualties.org)
Australia
28
Belgium
1
Canada
157
Czech
4
Denmark
41
Estonia
8
Finland
2
France
64
Georgia
9
New
2
Germany
Norway
10
UK
375
Poland
27
US
1661
Portugal
2
Nato
3
Romania
19
South Korea
1
Not
Reported
0
Isaf
5
Spain
33
Sweden
5
TOTALE
2587
53
Hungary
6
Italy
38*
Jordan
2
Latvia
3
Lithuania
1
Netherlands
25
Zeland
Turkey
2
yet
* Le vittime italiane in realtà sono 40. Ma icasualties.org non menziona tra i decessi quello dell’agente dell’Aise Pietro Antonio Colazzo e del Tenente colonnello dei carabinieri Cristiano Congiu.
VARIAZIONE VITTIME PER PAESE NEL PERIODO
7 LUGLIO 13 LUGLIO
VITTIME TOTALI (VARIAZIONE DEL PERIODO SOPRAINDICATO)
ITALIA
FRANCIA
NATO
DANIMARCA
USA
ISAF
11
1
1
3
1
5
5
VITTIME TOTALI 2011
http://www.italiafghanistan.rai.it/Dati.aspx
(Non si segnalano variazioni nei contingenti militari rispetto alla scorsa settimana)
306
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40 I MILITARI ITALIANI MORTI DALL'INIZIO DELLA MISSIONE IN
AFGHANISTAN
Giovanni
Bruno
Caporal
Maggiore
23 anni
Kabul
3 ottobre
2004
Luca
Polsinelli
Maresciallo
29 anni
Kabul
5 maggio
2006
Vincenzo
Cardella
Caporal
Maggiore
24 anni
Roma
30
settembre
2006
Alessandro
Caroppo
Caporal
Maggiore
23 anni
Herat
21
settembre
2008
Roberto
Valente
Sergente
Maggiore
37 anni
Kabul
17
settembre
2009
Davide
Ricchiuto
Caporal
Maggiore
26 anni
Kabul
17
settembre
2009
Luigi
Pascazio
Caporal
Maggiore
25 anni
Kabul
17 maggio
2010
Bruno
Vianini
Capitano di
Fregata
42 anni
Kabul
3 Febbraio
2005
Carlo
Liguori
Tenente
Colonnello
41 anni
Herat
2 luglio
2006
Lorenzo
D’Auria
Agente
Sismi
33 anni
Herat
24
settembre
2007
Michele
Sanfilippo
Caporal
Maggiore
34 anni
Kabul
11 ottobre
2005
Giuseppe
Orlando
Caporal
Maggiore
28 anni
Herat
20 settembre
2006
Daniele
Paladini
Maresciallo
Capo
35 anni
Pagman
24 novembre
2007
Arnaldo
Forcucci
Maresciallo
41 anni
Herat
15 gennaio
2009
Alessandro Di
Lisio
Caporal
Maggiore
25 anni
Farah
14 luglio 2009
Matteo
Mureddu
Caporal
Maggiore
26 anni
Kabul 17
settembre
2009
Rosario
Ponziano
Caporal
Maggiore
25 anni
Herat
15 ottobre
2009
Giandomenico
Pistonami
Caporal
Maggiore,
28 anni
Kabul
17 settembre
2009
Massimiliano
Randino
Caporal
Maggiore
32 anni
Kabul
17 settembre
20094
Antonio
Colazzo
Agente Aise
48 anni
Kabul
26 febbraio
2010
Massimiliano
Ramadù
Sergente
33 anni
Kabul
17 maggio
2010
Marco
Callegaro
Capitano
37 anni
Herat
25 luglio 2010
Mauro Gigli
Maresciallo
41 anni
Herat
28 luglio 2010
Francesco
Positano
Caporal
Maggiore
29 anni
Shindad
23 giugno
2010
Manuel
Fiorito
Tenente
27 anni
Kabul
5 maggio
2006
Giorgio
Langella
Caporal
Maggiore
31 anni
Chahar Asyab
26 settembre
2006
Giovanni
Pezzulo
Maresciallo
45 anni
Rudbar
13 febbraio
2008
Antonio
Fortunato
Tenente
35 anni
Kabul
17 settembre
2009
15 / 46
Pierdavide
De Cillis
Caporal
Maggiore
33 anni
Herat
28 luglio
2010
Marco
Pedone
Caporal
Maggiore
23 anni
Farah
09 ottobre
2010
Alessandro
Romani
Tenente
36 anni
Farah
17
settembre
2010
Ville
Sebastiano
Primo
Caporal
Maggiore
27 anni
Farah
09 ottobre
2010
Matteo
Miotto
Caporal
Maggiore
24 anni
Farah
31 dicembre
2010
Cristiano
Congiu
Tenente
Colonnello
Carabinieri
43 anni
Panjshir
04 giugno
2011
Francesco
Vannozzi
Primo Caporal
Maggiore
26 anni
Farah
09 ottobre
2010
Gianmarco
Manca
Primo Caporal
Maggiore
32 anni
Farah
09 ottobre
2010
Luca Sanna
Caporal
Maggiore
33 anni
Bala Murghab
18 gennaio
2011
Massimo
Ranzani
Tenente
36 anni
Adraskan
28 febbario
2011
Gaetano
Tuccillo
Caporal
Maggiore
Scelto
29 anni
Roberto
Marchini
02 luglio
2011
Bakwa
Bakwa
Primo
Caporal
Maggiore
28 anni
12 luglio
2011
Con il primo caporal maggiore Roberto Marchini, rimasto ucciso oggi nell'esplosione di un ordigno nel distretto di
Bakwa, salgono a 40 i morti italiani dall'inizio della missione Isaf in Afghanistan, nel 2004. Di questi, la
maggioranza e' rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece sono morti in incidenti, alcuni anche per
malore ed uno si è suicidato. In alcuni casi i militari coinvolti non facevano parte di Isaf, come il tenente colonnello
dei carabinieri Cristiano Congiu, ucciso poco più di un mese fa in un episodio di criminalità comune. Il 2010 è'
stato fino ad oggi l'anno più sanguinoso, con 13 vittime. Ecco i nomi dei militari italiani morti dal 2004 ad oggi:
- Caporal maggiore GIOVANNI BRUNO - 3 ottobre 2004
- Capitano di fregata BRUNO VIANINI - 3 febbraio 2005
- Caporal maggiore capo MICHELE SANFILIPPO - 11 ottobre 2005
- Tenente MANUEL FIORITO e maresciallo LUCA POLSINELLI - 5 maggio 2006
- Tenente colonnello CARLO LIGUORI - 2 luglio 2006
- Caporal maggiore GIUSEPPE ORLANDO - 20 settembre 2006
- Caporal maggiori GIORGIO LANGELLA e VINCENZO CARDELLA - 26 settembre 2006
- Agente Sismi LORENZO D'AURIA - 24 settembre 2007
- Maresciallo capo DANIELE PALADINI - 24 novembre 2007
- Maresciallo GIOVANNI PEZZULO - 13 febbraio 2008
- Caporal maggiore ALESSANDRO CAROPPO - 21 settembre 2008
- Maresciallo ARNALDO FORCUCCI - 15 gennaio 2009
- Caporal maggiore ALESSANDRO DI LISIO - 14 luglio
- Tenente ANTONIO FORTUNATO, Sergente Maggiore ROBERTO VALENTE, Primo caporal Maggiore
MATTEO MUREDDU, Primo Caporal Maggiore GIANDOMENICO PISTONAMI, Primo Caporal Maggiore
MASSIMILIANO RANDINO, Primo Caporal Maggiore DAVIDE RICCHIUTO - 17 settembre 2009
- Caporal maggiore ROSARIO PONZIANO - 15 ottobre 2009
- Agente Aise PIETRO ANTONIO COLAZZO - 26 febbraio 2010
- Sergente MASSIMILIANO RAMADU' e caporalmaggiore LUIGI PASCAZIO - 17 maggio 2010
- Caporal maggiore scelto FRANCESCO SAVERIO POSITANO - 23 giugno 2010
- Capitano MARCO CALLEGARO - 25 luglio 2010
- Primo maresciallo MAURO GIGLI e caporal maggiore capo PIERDAVIDE DE CILLIS - 28 luglio 2010
- Tenente ALESSANDRO ROMANI - 17 settembre 2010
- Primo caporal maggiore GIANMARCO MANCA, Primo caporal maggiore FRANCESCO VANNOZZI,
Primo caporal maggiore SEBASTIANO VILLE, Caporal maggiore MARCO PEDONE - 9 ottobre 2010
- Caporal maggiore MATTEO MIOTTO - 31 dicembre 2010
- Caporal maggiore LUCA SANNA - 18 gennaio 2011 Tenente MASSIMO RANZANI - 28 febbraio 2011
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- Tenente colonnello dei carabinieri CRISTIANO CONGIU - 4 giugno 2011.
- Caporal maggiore scelto GAETANO TUCCILLO - 2 luglio 2011
- Primo caporal maggiore ROBERTO MARCHINI - 12 luglio 2011. (ANSA 12 LUGLIO)
ALLA GUERRA CON L'IPHONE, ARRIVA L'APP PER SCOVARE I TALEBANI IN AFGHANISTAN
Alla guerra con l'iPhone. Arriva Tactical NAV, un'applicazione che grazie a un sistema integrato fra telecamera,
bussola e Gps, permette ai soldati impiegati in Afghanistan di 'mappare' l'esatta posizione di un commando
talebano inviandone poi la posizione alle unità di supporto. A svilupparla è stato un capitano dell'esercito Usa,
Jonathan Springer, che ci ha investito poco più di 30mila dollari. L'idea gli è venuta dopo che due suoi commilitoni
sono rimasti uccisi in un attacco dei talebani lo scorso anno. "Come ufficiale in fuoco di supporto, in battaglia mi
devo portare una bussola, un binocolo, una mappa, due Gps e le batterie" ha detto Springer. Questa applicazione
invece riunisce tutti questi strumenti in un'unica app. Tactical NAV non è la prima applicazione pensata per le zone
di guerra. I soldati americani, con i loro smartphone, stanno già testando un'app per Android. (ADNKRONOS 6
LUGLIO)
TOP NEWS (DI PIU’)______________________________________________________________
AFGHANISTAN: KARZAI PIANGE A FENERALE FRATELLO
Si è inginocchiato e ha pianto, e lo ha fatto davanti a tutti. In una giornata funestata dall'uccisione di almeno tre
soldati Isaf in un attentato in provincia di Kapisa, Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha dato così l'addio al
fratellastro Ahmed Wali Karzai, potente capo del consiglio provinciale di Kandahar, assassinato ieri in un attentato
rivendicato dai talebani, che è stato sepolto oggi nel villaggio d'origine della famiglia, Karz, a 20 km da Kandahar.
Alla cerimonia erano presenti quasi tutte le autorità che contano in Afghanistan, fra le quali anche il governatore
della provincia di Helmand, scampato all'alba a un attentato al suo convoglio mentre si recava al funerale. ''Sono
qui per piangere la morte di Ahmed Wali Karzai. Egli era la nostra unica speranza qui a Kandahar'', ha detto il
presidente afghano, mentre il fratellastro veniva calato nella fossa, prima di inginocchiarsi e di piangerlo. Karzai ha
poi nominato un altro dei suoi fratellastri, Shah Walik Karzai, a capo della tribù Popalzai, di cui la famiglia Karzai fa
parte. ''I leader tribali - ha detto Hamid Karzai - mi hanno proposto di rimpiazzare Ahmed Wali con Shah Wali
come nostro leader''. Una decisione, accolta con il gesto d'approvazione dell'alzata di mani da parte degli anziani
tribali, per riempire il vuoto di potere lasciato nella regione dall'uccisione ieri, da parte di una guardia del corpo, di
Ahmed Wali, ufficiosamente l'uomo più potente del Kandahar, anche più dello stesso governatore Tooryalai Wesa.
Potente e chiacchierato per le fortune accumulate, pare con il traffico di oppio, per le intimidazioni agli avversari e
con i suoi presunti legami con la Cia. Ma la giornata è stata funestata da vari attentati. Uno di questi ha preso di
mira il governatore di Helmand, scampato mentre andava al funerale alla deflagrazione di un ordigno
telecomandato esploso al passaggio del suo convoglio. Due guardie del corpo sono rimaste ferite. Il governatore,
Mohammad Gulab Mangal, ha poi preso parte regolarmente alla cerimonia. Almeno tre soldati Isaf, la cui
nazionalità non è ancora nota, sono rimasti uccisi in un attacco suicida ad una base della forza internazionale Nato
in provincia di Kapisa, a nord-ovest di Kabul, mentre un altro attentato ha preso di mira una base militare Usa e
afghana in provincia di Maidan Wardak, dove un kamikaze ha fatto esplodere il furgone che guidava dopo aver
tentato invano di entrare nella base. (ANSA 13 LUGLIO).
AFGHANISTAN: AL-JAZEERA, 2 ESPLOLSIONI DOPO FUNERALI FRATELLO KARZAI A KANDAHAR Due
forti esplosioni sono state avvertite questa mattina nella città di Kandahar, nel sud dell'Afghanistan, subito dopo i
funerali di Ahmed Walli Karzai, fratello del presidente afghano Hamid Karzai. Lo riferiscono testimoni citati dalla tv
araba 'al-Jazeera'. Si e' svolto infatti questa mattina il funerale del fratello del presidente Karzai, ucciso ieri nella
sua abitazione di Kandahar in un omicidio rivendicato dai talebani. Ai funerali di Ahmed Wali Karzai, riferisce
l'agenzia di stampa Dpa, erano presenti il presidente afghano, ministri, parlamentari, leader politici e tribali,
funzionari governativi locali e ufficiali della Nato. Ancora non è chiaro cosa abbia provocato le esplosioni e dove
siano avvenute. Prima dell'inizio della cerimonia, migliaia di persone si sono radunate fuori dalla sede del
governatorato di Kandahar. In città sono stati dispiegati centinaia di soldati e agenti di polizia, con l'ausilio di
elicotteri per controllare dall'alto il centro abitato. Misure di massima sicurezza sono state messe a punto anche
nella zona del villaggio di Karz, a una ventina di chilometri dal centro di Kandahar, dove verrà sepolto il corpo di
Ahmed Wali Karzai. (ADNKRONOS 13 LUGLIO)
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AFGHANISTAN: SARKOZY A KABUL,PARIGI ACCELERA RITIRO
''Bisogna saper finire una guerra''. Con queste parole il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy,
durante una visita a sorpresa in Afghanistan, ha annunciato il ritiro di un quarto del contingente francese di stanza
nel Paese, ovvero circa mille soldati, entro fine 2012. ''Non e' mai stato in programma di lasciare indefinitamente
delle truppe in Afghanistan'', ha spiegato, dopo un incontro con i militari nella base di Tora, nel distretto di Surobi,
a est della capitale Kabul. Il ritiro, ha aggiunto, si farà ''in modo concertato con i nostri alleati e con le autorità
afghane'', dato che ''la situazione lo consente''. La prima tranche di militari transalpini dovrebbe lasciare il Paese
già alla fine di quest'anno, sempre secondo le parole di Sarkozy, e ''nel 2014, tutti i soldati francesi se ne saranno
andati dall'Afghanistan, e tutto sarà trasferito agli afghani''. Non è però escluso il mantenimento nel Paese di
consulenti e formatori militari, ''se le autorità afghane lo desiderano''. Dopo l'incontro con le truppe a Tora, Sarkozy
si è spostato a Kabul, dove ha incontrato il generale David Petraeus, comandante della forza Isaf, e poi il
presidente Hamid Karzai, che ha rassicurato sul proseguimento della cooperazione civile tra Francia e Afghanistan.
''Non dobbiamo abbandonare l'Afghanistan, continueremo ad aiutare l'Afghanistan, passeremo dal militare
all'economico'' ha dichiarato il presidente francese alla stampa dopo l'incontro, aggiungendo che e' in discussione
anche un ''trattato di partnership e amicizia'' sullo sviluppo. La visita di Sarkozy, la terza dalla sua elezione nel
2007, arriva un giorno dopo la morte accidentale di un soldato francese di 22 anni, vittima di un colpo sparato per
errore da fuoco amico. Si tratta della dodicesima vittima dell'esercito transalpino dall'inizio dell'anno, e della 64/a
dall'inizio dell'intervento occidentale in Afghanistan, nel 2001. Nel Paese si trovano attualmente circa 4.000 militari
francesi, per la maggior parte nel Surobi, a Kabul e nella provincia di Kapisa, tristemente nota Oltralpe per essere
stata per un anno e mezzo il luogo di prigionia dei due giornalisti di France 3 Herve' Ghesquiere e Stephane
Taponier, liberati il 29 giugno scorso. (ANSA 12 LUGLIO).
AFGHANISTAN: 007,SVENTATO PIANO PER UCCIDERE MINISTRO INTERNO
L'intelligence afghana ha rivelato oggi che è stato sventato un piano messo in atto da tre poliziotti per uccidere il
ministro dell'Interno afghano durante un viaggio a un'accademia di polizia nell'est del Paese. I tre poliziotti e
cinque insorti sono stati arrestati la settimana scorsa durante la visita del titolare dell'Interno Bismillah
Mohammadi all'accademia della provincia orientale di Paktia, ha reso noto Lutfullah Mashal, portavoce del
direttorio nazionale per la sicurezza. ''I nostri nemici hanno provato ad infiltrarsi nelle forze di polizia con l'obiettivo
di assassinare il ministro - ha aggiunto Mashal nel corso di una conferenza stampa a Kabul - e per quel tipo di
missione sono stati preparati giubbotti esplosivi e altri tipi di armi''. I tre poliziotti di stanza a un posto di polizia a
Paktia, erano in contatto con Qari Omar, un membro della rete Haqqani, considerato uno dei gruppi militanti più
pericolosi dell'Afghanistan. Mashal ha precisato che questi uomini avrebbero anche dato informazioni di
intelligence ai Talebani sulle operazioni delle forze di sicurezza, e uno di loro avrebbe anche fornito centinaia di
armi agli stessi militanti islamici. (ANSA 12 LUGLIO)
PAKISTAN: ISLAMABAD MINACCIA RITIRO TRUPPE DA CONFINE CON AFGHANISTAN
Il ministero pakistano della Difesa ha minacciato di ritirare le sue truppe dal confine con l'Afghanistan, in risposta
alla sospensione degli aiuti militari degli Stati Uniti. L''Express Tribune' cita il ministro della Difesa, Ahmad Mukhtar,
secondo il quale il Pakistan è pronto a ritirare le sue truppe da almeno 1.100 postazioni nei pressi del confine
afghano se gli aiuti saranno sospesi. ''Il prossimo passo è che il governo o le forze armate ritireranno i militari dalle
aree di frontiera'', ha detto. Domenica il capo di gabinetto della Casa Bianca, William Daley, ha ammesso le
tensioni con Islamabad, annunciando il blocco di 800 milioni di dollari di aiuti finché ''non usciremo da questa
situazione di difficoltà''. Il ministro pakistano ha commentato che, di quegli 800 milioni, 300 erano destinati allo
schieramento delle truppe lungo il confine con l'Afghanistan. Le relazioni tra Pakistan e Stati Uniti sono tese da
quando i servizi Usa hanno condotto a maggio un raid ad Abbottabad in cui è stato ucciso il leader di al-Qaeda
Osama Bin Laden. Sulla vicenda, Islamabad sta conducendo un'inchiesta e accusa gli Usa di aver condotto
l'operazione in modo unilaterale e non autorizzato. (ADNKRONOS 12 LUGLIO)
AFGHANISTAN, AGGUATO DEI TALEBANI. UCCISO FRATELLO DEL PREMIER KARZAI
Ahmad Walid Karzai, un fratello del presidente afghano Hamid Karzai, ed uno degli uomini più potenti nel sud
dell’Afghanistan, è stato ucciso, lo hanno confermato un ufficiale ed un membro della famiglia. «Confermo che
Ahmad Wali è stato ucciso nella sua abitazione», ha detto Zalmay Ayoubi, portavoce del governatore della
provincia di Kandahar, dove Ahmad Wali Karzai viveva ed era a capo del consiglio provinciale. Poco dopo la notizia
dell'assassinio è arrivata la rivendicazione dei talebani afghani, che si sono attribuiti la responsabilità dell'omicidio:
«Questo e' uno dei nostri più grandi successi in un decennio di guerra», ha detto all'Afp il portavoce dei terroristi,
Usuf Ahmadi. Secondo una prima ricostruzione fornita dall'intelligence afghana e riportata dalla tv araba Al
Jazeera, Wali sarebbe stato assassinato da «un suo caro amico», Sardar Mohammad, con due colpi di arma da
fuoco al petto e allo stomaco mentre usciva dal bagno. Mohammad sarebbe poi stato ucciso a sua volta da una
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delle guardie del corpo dello stesso Wali. Quella di Ahmed Wali Karzai è una figura molto controversa. Era
accusato da più parti di essere a capo di un "feudo" privato nel sud dell’Afghanistan, sospettato di corruzione e di
fornire protezione ai signori del narcotraffico. Nato nel 1961 a Karz, Ahmed Wali Karzai era dal 2005 a capo del
consiglio provinciale locale di Kandahar, dopo che per anni, durante la fase in cui a Kabul comandavano i Talebani,
aveva vissuto a Chicago, negli Stati Uniti. Il New York Times aveva più volte indicato Ahmed Wali Karzai, infatti,
come uno dei "signori" del narcotraffico che aveva controllo su gran parte dei commerci di oppio e eroina in
Afghanistan. Più volte in diversi incontri con il presidente Hamid Karzai, molti esponenti dei governi americano e
britannico avevano chiesto l’allontanamento del fratellastro del paese proprio per le sue attività poco chiare.
Ahmed Wali Karzai era sopravvissuto a due attentati prima di quello fatale di stamani. Alcuni sospetti miliziani
Talebani avevano attaccato il suo ufficio una prima volta nel novembre 2008 e poi ad aprile 2009. Secondo il
fratellastro di Karzai, nove attentatori kamikaze avevano perso la vita tentando di ucciderlo. Nell’agosto 2009 era di
nuovo tornato al centro delle cronache in quanto sospettato di aver orchestrato brogli alle presidenziali del 2009.
Wali Karzai in un’intervista al quotidiano britannico ’The Independent’, aveva respinto le accuse e in particolare
quella di narcotraffico, citando una lettera della statunitense Drugs Enforcement Agency che garantirebbe che il
’signore di Kandahar’ non era sotto inchiesta. «Ci sono voluti anni per averla, ma eccola, dimostra che queste
accuse contro di me sono false, prive di fondamento», aveva affermato. Nello stesso colloquio con la testata
britannica, il fratellastro di Karzai aveva comunque ammesso di aver lavorato «nel 2002 con le forze speciali
americane e britanniche dando loro informazioni. Per quanto riguarda la Cia - aveva dichiarato - non ho mai
firmato nulla, ma certamente ho passato loro informazioni così come le ho date all’intelligence britannica. Non
dimenticate che la mia famiglia ha combattuto contro i Talebani per molto tempo prima dell’arrivo della Nato. Era
mio dovere, in quanto afghano, condividere informazioni con la Cia e gli altri». Sin dalla sua elezione nel 2005 alla
guida del consiglio provinciale di Kandahar, Wali Karzai era stato sempre criticato da comandanti Nato, funzionari
del Dipartimento di Stato Usa, diplomatici britannici e da un’infinità di suoi connazionali. Tutti lo accusavano di
destabilizzare Kandahar attraverso una combinazione di attività criminali e manovre spietate per il dominio tribale.
Membro del clan dei Popalzai, il fratellastro del presidente era stato anche accusato di usare l’influenza della sua
’dinastià e la sua posizione all’interno del consiglio provinciale per nominare i suoi uomini a ogni livello, sia
all’interno della polizia di Kandahar che delle autorità civili, creando così un impero personale nell’Afghanistan
meridionale. Secondo il ministro degli Esteri Frattini l'omicidio del fratello del presidente afghano è la reazione del
terrorismo alla «transizione» in corso nel Paese asiatico. Il capo della Farnesina oltre a esprimere «solidarietà» e a
porgere «profonde condoglianze» alla famiglia Karzai, ha sottolineato che il «graduale trasferimento del controllo
della sicurezza, deciso dalla Nato, ha provocato la reazione dei terroristi». «Dovevamo aspettarcelo» ha concluso
Frattini. Una dura condanna per l'omicidio è giunta anche da Islamabad. In un comunicato di cordoglio il primo
ministro Yusuf Raza Gilani si è detto scioccato dall'assassinio definendolo «un atto di codardia». Di recente le
relazioni tra Islamabad e Kabul si erano incrinate a causa dell’aumento delle infiltrazioni di talebani e di
bombardamenti dell’artiglieria pachistana in territorio afghano. (LA STAMPA.IT 12 LUGLIO)
AFGHANISTAN:UCCISO FRATELLO KARZAI,TALEBANI RIVENDICANO
Uomo potente del sud dell'Afghanistan, da anni nel mirino dei Talebani, accusato di corruzione, frode e traffico di
droga, Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente afghano Hamid Karzai, è stato ucciso oggi a colpi di pistola da
una delle sue guardie del corpo mentre si trovava nella sua casa blindata a Kandahar. A rivendicare l'attentato gli
stessi talebani. Nato nel 1961, personaggio controverso, capo del Consiglio provinciale di Kandahar, una delle
regioni più instabili ma anche strategiche del Paese, dove le forze della Nato tentano di frenare l'avanzata dei
Talebani, Ahmed era da tempo era nel mirino degli integralisti che avevano assoldato un uomo di ucciderlo. Gli
stessi terroristi hanno definito l'operazione come il loro ''più grande successo'' dopo l'annuncio della ripresa della
loro offensiva in primavera. La sua morte lascia un vuoto di potere nella fragile e importante provincia meridionale
del Paese, dove è allarme sicurezza. A dare conferma dell'omicidio è stato in mattinata lo stesso presidente
afgano, durante una conferenza stampa con il suo omologo francese Nicolas Sarkozy, in visita a sorpresa in
Afghanistan, durante la quale il capo di Stato francese ha annunciato il ritiro di un quarto del suo contingente di
stanza nel Paese asiatico entro la fine del 2012. Sarkozy ha poi presentato le sue condoglianze al presidente
afghano. Solidarietà a Karzai è arrivata anche dalla Nato e dall'ambasciatore Usa a Kabul. Da Washington la Casa
Bianca ha condannato ''nei termini più forti'' l'assassinio, tramite il portavoce del presidente americano, Jay Carney.
Anche l'Italia si è unita nel porre le sue condoglianze A Karzai. Da Algeri il ministro degli Esteri italiano Franco
Frattini ha commentato: ''Si alza certamente il tiro. E' la prova che l'inizio della transizione, ormai decisa dalla Nato,
con un graduale trasferimento del controllo alle forze afghane, sta provocando la reazione dei terroristi. Dovevamo
aspettarcelo”. Nel maggio del 2009 Ahmed Wali Karzai era uscito indenne a un'imboscata contro il suo convoglio
nella provincia di Kabul. In questi ultimi anni si erano moltiplicate le accuse nei suoi confronti di corruzione e di
essere implicato in loschi traffici, come quello degli stupefacenti, in particolare nel commercio dell'oppio. Da alcuni
dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks lo scorso autunno era anche emerso un suo coinvolgimento nel settore
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delle società private di sicurezza. Un diplomatico Usa, secondo questi documenti, avrebbe affermato che Ahmed
Wali Karzai era una persone più incline a fare lobbying, piuttosto che a operare per la democratizzazione della
Provincia. Dai dispacci sarebbe emerso che il fratello del presidente avrebbe fatto affari con le forze canadesi a
Kandahar alle quali avrebbe passato dei contratti legati alle società di sicurezza. Sempre nel 2009 erano poi emersi
presunti rapporti tra il fratello del presidente e la Cia, relazioni non confermate dall'intelligence americana e
smentite dallo stesso Ahmed. I funerali si svolgeranno domani mattina a Kandahar. Il presidente sarà presente con
una folta delegazione ministeriale. (ANSA 12 LUGLIO).
AFGHANISTAN/NON TUTTI I SOLDATI USA VOGLIONO LA FINE DELLA GUERRA
I parà di un battaglione americano che ha partecipato a numerose missioni in Iraq ed Afghanistan hanno la
sensazione che i conflitti stiano effettivamente terminando. Ma non tutti sono contenti. Secondo il sito di
informazione online Huffington Post, alcune truppe temono di essere relegate per sempre alla vita da caserma. Per
coloro che si sono arruolati dopo l'11 Settembre, partecipare attivamente alle missioni militari americane in Medio
Oriente ed Afghanistan era un obiettivo. Nell'ultimo decennio si è andato a delineare la figura del soldato
professionista: le giovani truppe americane si sono arruolate e sono state addestrate per andare in guerra. Per
molti di questi soldati, la vita al fronte è più semplice, più emozionante e più appagante della vita in caserma. Ed è
anche più rimunerativa: oltre a un bonus mensile di 550 dollari, la loro paga è esentasse. Dopo che Obama ha
dato avvio al ritiro dall'Afghanistan, gli invii di truppe al fronte sono diminuiti drasticamente. In Iraq sono rimaste
solo 46.000 truppe americane e il numero è destinato a decrescere ulteriormente: le truppe che tornano negli Stati
Uniti non vengono rimpiazzate. All'apice dello sforzo, il ciclo di sostituzione delle truppe al fronte era rigido ed
pianificato. Ora, sia esercito che marina Usa dovrebbero licenziare circa 22.000 truppe -ma questa cifra potrebbe
arrivare facilmente a 40.000 unità. Alcuni soldati sono talmente abituati alla vita al fronte da sentirsi più sicuri in
missione che in caserma. Uno studio condotto l'anno scorso dall'esercito, rivela che le morti non legate a situazioni
di combattimento hanno superato quelle al fronte. (TMNEWS 12 LUGLIO)
MEDICO TENTÒ DI PRELEVARE IL DNA DI OSAMA. ARRESTATO DAI SERVIZI PACHISTANI
I servizi pachistani hanno arrestato un medico che per conto della Cia aveva cercato di prelevare un campione di
Dna di Osama Bin Laden nel rifugio di Abbottabad. Il dottore – secondo quanto rivelato dal Guardian – aveva
mascherato la sua missione dietro una campagna di vaccinazioni contro l’epatite B e la polio. Per non dare sospetti
Shakil Afridi - questo il suo nome - si è offerto di sponsorizzare l’assistenza medica per conto di una società di
Islamabad e ha iniziato in un villaggio poco distante da Abbottabad. In seguito ha raggiunto la cittadina
compiendo almeno due visite. Una in marzo e l’altra in aprile. Durante queste missioni Afridi ha pagato dei
funzionari locali perché autorizzassero il suo personale a passare di casa in casa per somministrare i vaccini. In
realtà il vero obiettivo era la palazzina dove la Cia sospettava potesse nascondersi Bin Laden. Un’infermiera,
secondo il piano, avrebbe dovuto vaccinare i bimbi (tra loro anche i nipoti del terrorista) che vivevano nella casarifugio e prelevare in qualche modo campioni di Dna. Reperti che sarebbero stati poi confrontati con quelli dei
parenti di Osama conservati in un laboratorio Usa. Secondo la ricostruzione una delle infermiere è riuscita a
entrare nell’abitazione del capo qaedista ma non è chiaro quale sia stato l’esito. E' probabile che l'operazione sia
fallita, dato che il Pentagono ha sempre sostenuto di aver identificato il «bersaglio» solo dopo il blitz. Un altro
risvolto misterioso riguarda una borsa consegnata da Afridi alla donna affinché la portasse all’interno della
palazzina. E’ possibile che contenesse delle microspie. Il medico è stato arrestato dopo l’uccisione di Osama
nell’ambito di un’indagine condotta dall’Isi, i servizi segreti pachistani. Un’inchiesta che ha portato al fermo di
numerose persone sospettate di aver aiutato la Cia nell’Operazione Geronimo. Le rivelazioni sull’arresto sono
ulteriore conferma dei pessimi rapporti tra Washington e Islamabad. Gli Usa hanno congelato una parte
consistente di aiuti militari mentre il Pakistan ha posto dei limiti all’attività degli 007 statunitensi. Infine, sempre a
riguardo del dossier Osama, la Cia ha rivelato di aver spostato e posto sotto protezione l’analista che per anni ha
gestito le informazioni sulla caccia a Bin Laden. Una risposta alla pubblicazione della sua foto su un sito. Gli 007
avrebbero raccolto segnalazioni su una possibile rappresaglia da parte di Al Qaeda. (CORRIERE.IT 12 LUGLIO DI
GUIDO OLIMPIO)
AFGHANISTAN/ PETRAEUS FIDUCIOSO MALGRADO CLIMA TESO PAKISTAN-USA
Dopo la conferma della sospensione degli aiuti militari americani per 800 milioni di dollari, sale la tensione lungo il
confine tra Pakistan ed Afghanistan proprio mentre il comandante delle forze militari americane nella zona, il
generale David Petraeus, prova a rassicurare le parti. Dalle colonne del New York Times Petraeus - che entro breve
assumerà la funzione di direttore della Cia - si dice fiducioso che i talebani possono essere sconfitti e che l'onere di
garantire la sicurezza nella zona possa essere affidato alle forze afgane. Oggi, i dirigenti afgani hanno accusato
l'esercito pachistano di aver lanciato una serie di attacchi verso due province occidentali che hanno provocato la
morte di oltre 40 civili afgani. Il Pakistan si è giustificato dicendo che si è limitato a rispondere ad alcuni attacchi
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lanciati da parte dei ribelli che hanno ucciso almeno 55 soldati. Lo scorso giovedì, alcuni rappresentanti degli
eserciti pachistano, afgano ed americano si erano incontrati per discutere della situazione delle zone di confine e si
erano detti fiduciosi dei progressi compiuti. Nella sua ultima intervista come comandante delle forze militari Isaf
nella zona, Petraeus - indicando il numero di attacchi da parte dei ribelli a maggio e giugno (diminuiti rispetto ai
livelli dell'anno precedente per la prima volta dal 2006) - ha detto che una stabilizzazione della zona era "di difficile
realizzazione ma fattibile". (TMNEWS 11 LUGLIO)
AFGHANISTAN: VIOLENZE A CONFINE COMPROMETTONO DISGELO CON PAKISTAN
Il fragile disgelo in atto tra Pakistan e Afghanistan è messo in pericolo dai violenti scontri che stanno avvenendo al
confine tra i due Paesi tra le forze di sicurezza di Islamabad e i miliziani talebani. E' l'allarme lanciato dal
Washington Post, in vista della annunciata riduzione delle truppe Usa in Afghanistan. Le autorità afghane
sostengono che recentemente l'esercito pakistano ha lanciato oltre 450 razzi e colpi di artiglieria contro due
provincie orientali afghane, uccidendo una quarantina di civili. A loro volta, le autorità di Islamabad denunciano
che in una serie di attacchi sferrati dagli insorti provenienti da quelle province siano rimasti uccisi almeno 55
militari pakistani. Sia gli afghani che i pakistani concordano però nel ritenere che gli scontri al confine
preannuncino i pericoli derivanti dal ritiro Usa, in particolare in un'area di confine dove il controllo delle autorità è
molto difficoltoso e dove vari gruppi di miliziani stanno cooperando tra loro per espandere i propri territori. L'area
di confine lungo le province nordorientali di Konar e Nangahar è sempre stata tra le meno pattugliate
dell'Afghanistan, rendendola così terreno fertile per le attività degli insorti afghani. Le autorità militari Usa
ammettono però di non avere un'idea chiara del perché delle violenze delle ultime settimane. Alcuni funzionari
occidentali ritengono invece che, sia l'Afghanistan che il Pakistan, stiano di proposito soffiando sul fuoco per
strappare concessioni ai loro benefattori americani o per estendere il loro potere lungo un'area che è da lungo
tempo contesa tra i due Paesi. La scorsa settimana, in Pakistan, c'è stato un incontro tra i rappresentanti militari
pakistani, afghani e americani, l'ultimo di una serie di riunioni ad alto livello, per discutere la questione delle
violenze lungo il confine. Tutti hanno espresso la speranza che i recenti miglioramenti nei rapporti tra Pakistan e
Afghanistan possano evitare un escalation della situazione. Il presidente Hamid Karzai ha assicurato che i militari
afghani non risponderanno ai bombardamenti lanciati dal Pakistan. Islamabad, a sua volta, ha sostenuto che si
tratta di una serie di attacchi limitati e comunque sempre diretti contro i miliziani talebani. Tutto questo, inoltre,
avviene in concomitanza con una nuova serie di colloqui tra rappresentanti americani e un rappresentante degli
insorti, che si dice sia molto vicino allo stesso Mullah Omar. Rahimullah Yousafzai, giornalista del quotidiano
pakistano The News, considerato uno dei maggiori conoscitori dei gruppi talebani che operano in quelle zone di
confine, traccia la propria analisi: "Quelle aree sono divenute un problema e vengono usate dai miliziani
provenienti da entrambi i lati del confine". Per Yousafzai, "il problema si aggraverà ancora di più quando le forze
della Nato si ritireranno". (ADNKRONOS 11 LUGLIO)
AFGANISTAN: OPERAZIONE CONGIUNTA DELLE FORZE DI SICUREZZA AFGANE E DEI MILITARI
ITALIANI
Sulla base delle informazioni fornite dalle forze di sicurezza afgane e a seguito delle richieste scaturite nel corso
degli incontri che il Comandante della Regione Ovest ha avuto negli ultimi giorni con le autorità governative locali,
è stata concepita, organizzata e condotta un’operazione congiunta in un’area ad una trentina di chilometri ad est
della città di Herat con lo scopo di garantirne la sicurezza. Quasi 700 uomini fra forze speciali e forze di sicurezza
afgane, forze speciali di Isaf e Paracadutisti della Folgore, con l’impiego di elicotteri per il trasporto delle truppe ed
il supporto e la sicurezza aerea, hanno operato per ristabilire le condizioni di sicurezza in alcuni villaggi della
Provincia di Herat nei quali era stata segnalata la presenza di insurgents. Mentre i militari italiani garantivano la
sicurezza dell’area, le forze afgane hanno controllato diversi villaggi dando così pronta risposta e dimostrazione
della capacità di controllo del territorio. (ITALFOR KABUL E RC-W 11 LUGLIO)
AFGHANISTAN: REGGIMENTO SAN MARCO PARTE PER LA MISSIONE ISAF
Mercoledì alle 10, nella Caserma ''E. Carlotto'' di Brindisi, il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare,
Ammiraglio di Squadra Bruno Branciforte, accompagnato dal Comandante in Capo della Squadra Navale,
Ammiraglio di Squadra Luigi Binelli Mantelli, saluterà il personale della Fds, Forza da Sbarco appartenente alla Task
Force ''Leone'', che si appresta a partire per l'Afghanistan. Costituita dal personale appartenente al Reggimento
San Marco, integrata con altri assetti della FdS necessari per renderla idonea all'assolvimento della missione, la
task force Leone (422 fucilieri di Marina) affiancherà i Gruppi Tattici dell'Esercito posti alle dipendenze della Brigata
''Sassari'' a cui verrà assegnata la responsabilità del settore Ovest (Regional Command - West) nell'ambito della
missione International Security Assistance Force (Isaf) in Afghanistan. La Task Force Leone, al comando del
Capitano di Vascello Giuseppe Panebianco, Comandante del Reggimento San Marco, ha iniziato già dallo scorso
mese di marzo l'iter di approntamento attraverso una serie di esercitazioni di difficoltà crescente, che hanno
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impegnato i Fucilieri di Marina in simulazioni di livello basico, avanzato ed integrato, ed ora è pronta per l'impiego
operativo in teatro. Con la Task Force Leone viene significativamente incrementata la presenza di Fucilieri di
Marina in territorio afghano. Il ''San Marco'' è infatti già presente con diversi compiti nell'ambito della missione
Isaf: a Kabul all'interno del Quartier Generale, a Herat con un team di escort/driver, a Farah con un Operational
Mentoring and Liaison Team e, sempre a Herat, con un team di fucilieri che opera a bordo degli elicotteri EH-101
della Task Force Shark. I fucilieri di Marina lavoreranno al fianco degli altri gruppi tattici, dell'Esercito, che
attualmente sono posti alle dipendenze della brigata Paracadutisti Folgore, alla quale in questi mesi è stata affidata
la responsabilità del comando regionale Ovest della missione Isaf, l'ampia porzione occidentale di territorio
afghano posta sotto il comando italiano nell'ambito della missione Isaf, International Security Assistance Force in
Afghanistan. (ADNKRONOS 11 LUGLIO)
AFGHANISTAN: MESSA IN MEMORIA DI TUCCILLO CELEBRATA A S.GIORGIO A CREMANO
Il personale militare e civile della Caserma ''Cavalleri'' di San Giorgio a Cremano (Napoli), alla presenza del
Comandante del 2° Comando delle Forze di Difesa, Generale Vincenzo Lops e del Comandante della Divisione
''Acqui'', Generale Rosario Castellano, si è riunito presso la chiesa interna per una Messa in memoria del Caporal
Maggiore Capo Gaetano Tuccillo, ucciso lo scorso 2 luglio in Afghanistan. Ne dà notizia l'Esercito sul suo sito.
Durante la messa, celebrata dal Cappellano Militare, Don Antonio Marchisano, sono stati ricordati i caduti di tutte
le guerre ed è stato rivolto un pensiero a tutto il personale militare impegnato in operazioni e alle loro famiglie.
(ADNKRONOS 11 LUGLIO)
AFGHANISTAN-USA: COOPERAZIONE STRATEGICA, IN CORSO 2/O ROUND
Il secondo round di colloqui miranti al raggiungimento di un accordo di cooperazione strategica fra Afghanistan e
Stati Uniti è in corso da ieri a Kabul. Lo hanno reso noto fonti governative afghane. L'incontro, ha appreso
l'agenzia di stampa Pajhwok da fonti della presidenza della repubblica, e' cominciato ieri e per ragioni di sicurezza
avviene nella sede della Direzione nazionale per la sicurezza (Nds, servizi di informazione). La delegazione
americana all'incontro, che dovrebbe durare due giorni, è guidata dal vice-inviato speciale americano per
Afghanistan e Pakistan, Frank Ruggiero. I risultati di questo dialogo, ha annunciato tempo fa il presidente afghano
Hamid Karzai, saranno sottoposti al vaglio di una Loya Jirga (Grande Assemblea della società) che dovrà darne
l'approvazione. (ANSA 10 LUGLIO).
AFGHANISTAN: ATTACCHI GUERRIGLIA IN CALO RISPETTO AL 2010
A maggio e giugno c'è stato un calo degli attacchi della guerriglia afghana rispetto allo scorso anno. Lo ha detto il
generale David Petraeus, capo delle forze armate nel paese asiatico, in occasione dell'arrivo nella regione del
nuovo ministro della Difesa americano, Leon Panetta. "C'è stata una riduzione", ha spiegato, "e luglio sembra
seguire lo stesso trend. Ciò è molto significativo", se si tiene conto che gli analisti si aspettavano una crescita degli
attacchi dal 18% al 30%. Petraeus prenderà a settembre il posto che era di Panetta prima che quest'ultimo
arrivasse al Pentagono, ovvero la direzione della Cia. (AGI 10 LUGLIO).
AFGHANISTAN: TALEBANI, ATTACCO IN URUZGAN E BADGHIS,18 MORTI
I talebani afghani hanno attaccato un convoglio della polizia nella provincia sud-occidentale di Uruzgan, uccidendo
sette persone, fra cui tre civili, ma perdendo nello scontro dieci uomini. Lo riferisce oggi l'agenzia di stampa
Pajhwok. Intanto gli insorti hanno fatto esplodere a distanza oggi un rudimentale ordigno (ied) al passaggio
dell'auto del capo del distretto di Maqur (provincia occidentale di Badghis), Mullah Daud, causandone la morte.
Nell'attentato sono anche rimaste ferite cinque persone. Riferendosi all'offensiva dei talebani in Uruzgan, il
colonnello Gulab Khan ha indicato che essa è avvenuta ieri sera nel distretto di Gizab, aggiungendo che le vittime
sono il capo dell'intelligence nel distretto, tre agenti di polizia e tre civili. Khan ha assicurato che dieci insorti sono
morti nello scontro a fuoco. (ANSA 10 LUGLIO).
AFGHANISTAN: PANETTA A KABUL, VITTORIA SU AL QAIDA VICINA
Per il nuovo capo del Pentagono, Leon Panetta, con l'uccisione di Bin Laden, la vittoria su Al Qaida è ormai ''a
portata di mano''. Basta catturare o uccidere le dieci-venti figure chiave che comandano l'organizzazione
terroristica in Pakistan, Yemen e Somalia, e si otterrà la definitiva ''sconfitta strategica'' di Al Qaida. In questi
termini si è espresso oggi il nuovo ministero della Difesa americano, parlando con i giornalisti sull'aereo militare
che lo portava - a sorpresa - a Kabul, in Afghanistan, nella sua prima uscita all'estero da quando il primo luglio
scorso ha assunto il nuovo incarico. Per l'ex direttore della Cia, solitamente molto riservato, si tratta delle prime
dichiarazioni pubbliche nella sua nuova veste di ministro della Difesa. Che, in quanto tale, vede nella vittoria su al
Qaida il suo principale obiettivo. ''Ovviamente prendendo Bin Laden abbiamo fatto un grande passo avanti verso
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questo obiettivo - ha detto Panetta ai giornalisti che lo hanno accompagnato a Kabul -. Ma ne ero persuaso come
direttore della Cia, e ne sono convinto nel mio nuovo incarico: la sconfitta strategica di Al Qaida e' a portata di
mano. Spero di potermi concentrare su questo, ovviamente lavorando anche con la mia precedente agenzia''.
Pentagono, Cia e alleati hanno ormai la sconfitta di Al Qaida ''a portata di mano'', se non altro dal punto di vista
strategico. Il raid di Abbottabad e il conseguente sequestro di materiale giudicato ''importantissimo'' hanno
dimostrato agli esperti di antiterrorismo che l'organizzazione del terrore ha un disperato bisogno di denaro. Inoltre,
i droni Usa hanno colpito i quadri dell'organizzazione terroristica in profondità, ed è ragionevole pensare che i capi
di Al Qaida oggi siano davvero alle corde. ''Penso che sia questo il momento di agire, facendo seguito a quanto
avvenuto con Bin Laden per aumentare il più possibile la pressione su di loro'', ha affermato Panetta. ''Credo che
se continuiamo con lo sforzo in corso possiamo davvero azzoppare al Qaida, renderla non più una minaccia''. Il
nuovo capo del Pentagono, appena subentrato a Robert Gates, ha parlato di ''dieci o venti figure-chiave'', senza
precisare quali siano i capi di Al Qaida che gli Usa hanno identificato. Si e' limitato a fare due nomi: Ayman alZawahri, considerato il successore di Osama Bin Laden, e Anwar al-Awlaki, il religioso, americano di nascita, che si
ritiene si nasconda in Yemen. Ma, nel complesso, se gli Usa riusciranno a mettere le mani su 10-20 individui, per al
Qaida sarà la ''sconfitta strategica''. Panetta nella sua prima uscita all'estero ha voluto portare il suo personale
saluto alle truppe Usa impegnate in Afghanistan. Nel viaggio a sorpresa, anche un incontro con il presidente
afghano, Hamid Karzai. (ANSA 9 LUGLIO).
PAKISTAN-AFGHANISTAN: UN 'TELEFONO ROSSO' TRA ESERCITI
Pakistan e Afghanistan hanno deciso di istituire un ''telefono rosso'', una linea telefonica diretta, tra i rispettivi
eserciti per proteggere il confine e coordinare la lotta ai talebani e dei militanti di Al Qaida. Lo riporta oggi il
quotidiano The Nation che riferisce di una riunione di un gruppo di lavoro composto da militari pachistani, afghani
e americani che si è tenuto nella città nord occidentale di Peshawar. Nell'incontro, voluto dall'esercito di Islamabad,
è stata discussa la recente tensione con Kabul innescata dall'escalation dell'infiltrazione di talebani attraverso il
poroso confine e di bombardamenti che hanno causato la morte di civili afghani. Oltre alla ''hotline'', le forze
pachistane hanno proposto regolari incontri tra le polizie di frontiera e anche delle ''jirga''(consigli) tra i capi tribu'
pashtun sui due versanti del confine. (ANSA 8 LUGLIO).
AFGHANISTAN: REPORTER GILKEY, IN CRESCITA MINACCIA BANDE CRIMINALI
"Non solo i Talebani minacciano la sicurezza dell'Afghanistan, perché aumentano sempre più le bande criminali". E'
con queste parole che David Gilkey, fotoreporter della Npr, spiega ad AKI - ADNKRONOS INTERNATIONAL l'attuale
situazione in Afghanistan. Parlando a margine del 'Premio Ischia internazionale di giornalismo', in corso a Lacco
Ameno, il reporter che per 10 anni ha lavorato nel paese spiega: "I miei ultimi reportage sono stati nell'est, in
particolare a Khost, e nel sud del paese, a Helmand. In quest'ultima zona ho visto che la situazione è peggiore che
in passato, perché i Talebani prendono il controllo di aree sempre più estese. La situazione più stabile e meno a
rischio l'ho trovata invece nella parte occidentale e nel nord". Per il fotoreporter americano, "oltre alla presenza dei
Talebani bisogna fare attenzione alla proliferazione delle bande armate nel paese, sia islamiche sia di semplici
criminali. Molti degli omicidi che avvengono in Afghanistan ai danni di stranieri, ad esempio di operatori delle ong,
è opera di semplici criminali e non dei Talebani". Il reporter, che riceverà domani sera il premio internazionale
Robert Kennedy per la fotografia, ritiene infine che "il futuro dell'Afghanistan sia davvero precario. Credo che, nel
caso in cui la Nato dovesse ritirarsi, tutto diventerebbe molto complicato". (ADNKRONOS 8 LUGLIO)
EDITORIA: LONGITUDE, AFGHANISTAN IN PRIMO PIANO NUOVO NUMERO
''Il taglio dell'analisi sui fatti dell'attualità'': Pialuisa Bianco, direttore di 'Longitude', ha presentato così, oggi alla
Farnesina, il sesto numero dell'''unico mensile cartaceo di politica internazionale italiano in inglese''. Grande
attenzione, nella copia di luglio, all'Afghanistan, con uno speciale che valuta i diversi fronti del teatro di crisi che ha
impegnato negli ultimi dieci anni l'occidente, con le analisi di firme di eccellenza del panorama internazionale come
Jeffrey Laurenti, Christopher Caldwell e Thomas R. Pickering. Nel numero presentato oggi anche ''remembering
Bosnia'', storia raccontata per immagini attraverso le quali si ricostruisce l'identità delle vittime del generale Ratko
Mladic - appena comparso davanti al Tpi - attraverso gli oggetti personali. Longitude, interamente finanziato dal
mercato, accende i riflettori anche sull'Iran raccontando le lotte di potere all'interno della dirigenza di Teheran con
nomi e cognomi. E' dedicata invece al batterio killer la copertina del mensile, che Pialuisa Bianco paragona a
'Foreign Affairs', sottolineando che si tratta di un ''prodotto editoriale indipendente'' anche se naturalmente
collegato con la ''fabbrica'' della politica estera italiana. In altre parole, lo stesso rapporto che Foreign Affairs ha
con il Dipartimento di Stato. Nel prossimo numero, in uscita dai primi di agosto, la copertina sarà invece dedicata
all'acqua, grande risorsa del Pianeta. (ANSA 8 LUGLIO).
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AFGHANISTAN:NATO SBAGLIA E COLPISCE CASA,STRAGE BAMBINI
Sulle tracce di un leader del terrore, in Afghanistan, la Nato oggi ha sbagliato e ha colpito una casa in un raid
aereo, provocando una strage di bambini, nella provincia di Khost, nel sudest del Paese. Il bilancio dell'operazione
e' stato di 13 vittime civili: otto bambini, tre donne e due uomini, secondo l'agenzia di stampa locale Pajhwok. Il
capo della polizia locale, alla France Presse, ha sostenuto invece che siano state uccise otto donne e che i bambini
siano quattro. Ci sarebbe anche il corpo di un leader della rete Haqqani e di tre suoi militanti. L'effetto immediato
dell'errore è stata la mobilitazione della gente, scesa in strada per protestare, che ha bloccato il traffico sull'arteria
che conduce da Khost a Kabul. Circa duemila persone, secondo un anziano della tribù Zadran, Anwar. E' stato lui a
raccontare, parlando con la Pajhwok, che nel raid e' morto anche un disabile. ''Sono state uccise oltre 500 pecore'',
si è lamentato fra l'altro. La Nato ha ammesso di aver ucciso ''non intenzionalmente'' i membri di una famiglia di
ribelli, nel corso di una operazione condotta però ''sotto la responsabilità dell'esercito afgano'': la precisazione,
arrivata nel corso della giornata, è riportata dalla France Presse. Secondo l'Isaf, le forze di sicurezza stavano
cercando un capo della rete Haqqani, quando sono stati raggiunti da razzi e colpi di fucile d'assalto, che li
avrebbero obbligati a chiedere un sostegno aereo. ''L'attacco aereo che è seguito - ha detto il portavoce dell'Isaf ha ucciso diversi insorti e in modo non intenzionale alcuni membri delle loro famiglie''. Non è stato precisato, però,
se la persona ricercata facesse parte delle vittime. In questa circostanza l'Isaf ha affrontato anche l'errore di cui le
forze Nato erano state accusate ieri: la morte di due civili nella provincia sudoccidentale di Ghazni. La risposta a
riguardo e' che sia in realtà rimasto ucciso solo un insorto, che aveva messo una bomba artigianale su una strada.
''L'Isaf prende molto sul serio le accuse sulle vittime civili - si legge in un comunicato - e assieme al governo
afghano fa ogni sforzo per risponderne''. Al bilancio dei morti nel raid della Nato, si aggiungono oggi 14 poliziotti e
ancora un civile, rimasti uccisi a causa della esplosione di due mine, rispettivamente in una provincia del nord e del
sud dell'Afghanistan. Il forte impatto della guerra sui civili, soprattutto nelle aree del sud e del sudest del Paese, è
stato sottolineato anche all'Onu, recentemente, e costituisce uno dei punti di maggior frizione tra il presidente
afghano Hamid Karzai e gli occidentali che lo sostengono. Dai dati del rapporto quadrimestrale presentato dal
segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon al Consiglio generale, l'Unama ha documentato, nel periodo fra maggio
e giugno 2011, 2.950 vittime civili - 1090 morti e 1860 feriti - con un aumento del 20% rispetto allo stesso periodo
osservato nel 2010. L'80% di questi casi va attribuito però, secondo il rapporto, ai militanti armati; il 10% alle
forze pro governo. (ANSA 7 LUGLIO)
MISSIONI, GOVERNO TAGLIA; NAPOLITANO FRENA,SOLO IPOTESI
Meno soldi alle missioni all'estero, rientro della nave ammiraglia Garibaldi dal conflitto libico e ritorno in Italia di
duemila militari entro fine anno. L'annuncio arriva al termine del Consiglio dei ministri che approva ''all'unanimità''
il tormentato decreto di rifinanziamento delle missioni militari. L'intesa appare una vittoria della Lega Nord nella
disputa con Governo e Quirinale sull'impegno militare italiano fuori confine. Ma nel pomeriggio Giorgio Napolitano
spegne gli entusiasmi del Carroccio e spiega che il ridimensionamento delle missioni per ora e' solo una ''ipotesi''.
Il Capo dello Stato rimarca come il Consiglio Supremo della Difesa ieri abbia ''ribadito l'importanza essenziale per
l'Italia della partecipazione alle missioni'' e che ''si sta discutendo'' soltanto ''di come ridurre i costi” La decisione
adottata dal Consiglio dei ministri, infatti, cristallizza un compromesso che in parte va incontro alla richiesta
leghista di riduzione dei costi ed allo stesso tempo conferma l'impegno dell'Italia nello scacchiere internazionale.
Soprattutto per quel che riguarda le operazioni in Libia, rifinanziate per tre mesi. La Lega rimarca il
''ridimensionamento di un terzo dei costi (da 142 mln del primo trimestre a 58 mln)'' e che ''per la Libia il
rifinanziamento arrivi fino a settembre 2011''. Soprattutto - spiega il ministro Roberto Calderoli - ''dei 9950 militari
attualmente impegnati'' all'estero, ''2078 uomini rientreranno a casa entro fine anno''. Anche il ministro della
Difesa, Ignazio La Russa, conferma che ''ferme restando tutte le missioni, il costo complessivo scende di circa 120
milioni di euro, passando dagli 811 del semestre scorso a 694''. Nessun taglio alla sicurezza - tiene a precisare anzi 15 milioni saranno investiti per la sicurezza dei soldati in Afghanistan, Paese per il quale ''dobbiamo valutare
nel 2012 una modifica dell'impegno''. Quanto alla Libia - spiega il responsabile della Difesa - rientrerà'la nave
Garibaldi con i suoi tre aerei'' ma ''l'impegno resteràidentico'' perchésaranno coinvolte maggiormente le basi
terrestri. La Russa parla cosìdi ''due colpi al cerchio: il mantenimento degli impegni internazionali e la riduzione dei
costi” L'intesa così architettata èstata raggiunta poco prima del Cdm in un pre-vertice convocato a sorpresa tra i
ministri leghisti, il ministro La Russa ed il premier Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Era stato Calderoli ieri con una
lettera inviata alla presidenza del Consiglio a sollecitare un ''confronto politico'' sulla questione come 'condicio sine
qua non' per la presentazione di un dl di rifinanziamento. E' stato trovato ''un accordo che ha soddisfatto tutti'',
chiosa il ministro degli Esteri Franco Frattini. Concetto ribadito in serata dal ministro Roberto Maroni. Anche la
Nato si fa sentire. ''L'Italia e' un forte alleato. Continueremo a contare sul suo supporto”, dice Oana Lungescu
portavoce dell'organizzazione atlantica, . Preso atto del dibattito aperto, Napolitano è però attento a che non passi
il messaggio di un disimpegno italiano, soprattutto in Libia. Così, sollecitato dalle domande dei cronisti, il Capo
dello Stato spiega che le riduzioni dei contingenti sono ''ipotesi che diventeranno decisioni effettive quando si sarà
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raggiunto un accordo con Onu e organizzazioni internazionali''. In particolare, Napolitano ci tiene a ribadire il ''no a
decisioni o ritiri unilaterali'' sulla Libia: ''Toghether out or toghether in'', dice citando alcune parole usate dal
ministro della Difesa per indicare la necessità di decidere insieme agli alleati. ''Stiamo discutendo di costi”, precisa.
''Ritiriamo l'ammiraglia Garibaldi dal fronte marittimo in Libia - spiega il presidente a mo' di esempio - ma nulla
viene tolto alla continuità della nostra partecipazione''. (ANSA 7 LUGLIO)
AFGHANISTAN-PAKISTAN: INCIDENTI, CREATA COMMISSIONE MILITARE
Pakistan ed Afghanistan hanno convenuto di creare una commissione militare congiunta per affrontare la crisi in
corso alla frontiera fra i due paesi che ha causato scontri armati e numerose vittime. Lo riferisce l'agenzia di
stampa Pajhwok. La decisione è stata presa al termine di una conversazione telefonica ieri, riferisce un comunicato
del palazzo presidenziale a Kabul, fra il presidente afghano Hamid Karzai e il premier pachistano Yousuf Raza
Gilani. I due statisti hanno anche sottolineato l'importanza che Pakistan e Afghanistan mantengano buone relazioni
in modo da affrontare e risolvere la crisi regionale nel suo complesso. Nell'ultimo mese Kabul e Islamabad hanno
denunciato bombardamenti e infiltrazioni di militanti armati nei rispettivi territori con numerose vittime e danni.
(ANSA 7 LUGLIO)
FOCUS(DI PIU’)_____________________________________________________________________
AFGHANISTAN, LA RUSSA: MISSIONE FUNZIONA, MILITARI CONOSCONO RISCHI
"Non abbiamo toccato di un solo uomo la composizione del contingente in Afghanistan e abbiamo aggiunto 15
milioni di euro per la sicurezza dei militari in Afghanistan e nelle altre missioni". Lo ha affermato il ministro della
Difesa Ignazio La Russa davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato in seduta comune. "Tutti gli
impegni vengono rispettati e le riduzioni sono operate solo in funzione dei risultati raggiunti. Questo avviene in
tutti i teatri e ciò avviene anche in Libano dove non abbiamo più il comando. Tornando all'Afghanistan - ha ripreso
il ministro -, lo ha detto anche Obama, la situazione è di un generale miglioramento. Il che non significa che i
pericoli localmente non spossano anche accrescersi. Gli insurgents non cercano di arrecare danni tattici-militari ma
cercano l'effetto psicologico che ci faccia interrompere una missione che sta funzionando". "Io - ha spiegato La
Russa - non cadrò nella trappola dei terroristi, tutte le volte che ci fossero dei lutti facendo conseguire a ogni lutto
le ragioni della nostra partecipazione alla missione. I nostri ragazzi conoscono i rischi che corrono e sono contenti
di svolgere il loro dovere. Parlate con loro e questo convincimento appare chiaro e ineluttabile e non mai è messo
in discussione. Oggi siamo presenti con 4.200 unità, e di questi circa 600 addestratori: nel 2014 non avremo
abbandonato l'Afghanistan ma non saremo più in prima linea. L'unica voce (di finanziamento nel decreto ) in
aumento - ha concluso - è proprio quella dell'Afghanistan proprio per rispettare la tempistica" del rimodulamento
che parte dal 2012. (IL VELINO 13 LUGLIO)
AFGHANISTAN/ FRATTINI: RIDIMENSIONAMENTO NON SIGNIFICA ABBANDONO
"Ridimensionamento" del contingente nazionale e "transizione" dei poteri "non potranno significare abbandono
italiano" dell'impegno assunto in Afghanistan. E' quanto ha spiegato il ministro degli Esteri Franco Frattini durante
le comunicazioni alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato sugli sviluppi relativi alle missioni
internazionali. Al contrario, ha riferito il titolare della Farnesina, è intenzione dell'Italia proseguire il suo "impegno
per la formazione, la crescita economica, lo sviluppo locale". Importante, ha detto ancora Frattini, sarà anche il
sostegno al Pakistan. "Senza la stabilità del Pakistan è illusorio pensare a una stabilità dell'Afghanistan", ha
sottolineato il ministro. (TMNEWS 13 LUGLIO)
AFGHANISTAN:UNA MINA ANTIPERSONA, ‘COSÌ È MORTO MARCHI’
Non ci sono ancora ''tutti gli elementi per poterlo affermare con certezza'', ma ''è presumibile'' che il primo caporal
maggiore Roberto Marchini, che avrebbe compiuto 29 anni tra pochi giorni, sia stata ucciso ieri in Afghanistan da
una rudimentale mina anti-persona. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che alla Camera ha
ricostruito la missione tragicamente finita con la morte del parà. Marchini - in servizio presso il reggimento Genio
Guastatori 'Folgore' di Legnago (Verona) - faceva parte di un team per la ''bonifica degli itinerari'' inserito in un
dispositivo più ampio, di 56 militari, tutti della Task force south-east: c'erano anche un plotone di fucilieri
paracadutisti, un team sanitario e un team interforze per il controllo aereo. Insieme agli italiani - che erano a
bordo di 13 Lince, un Buffalo e un Coguar, tutti mezzi con particolari protezioni antimine - anche 30 militari
dell'Esercito afgano, su sei veicoli. Soldati italiani ed afgani stavano conducendo un'operazione di ricognizione
''finalizzata all'individuazione di un'area idonea alla realizzazione di una base permanente delle Forze di sicurezza
afgane lungo la strada '515', nel tratto compreso tra gli abitati di Bakwa e Farah''. La base, che sarà realizzata da
un reparto del Genio Usa, è ritenuta strategica perché dovrebbe consentire il controllo di un'arteria molto
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importante in un'area ''sensibile, oggetto negli ultimi tempi di numerosi attacchi e ritrovamenti di Ied'', gli ordigni
improvvisati. Alle 7 locali circa (le 4.30 in Italia), a circa 3 chilometri e mezzo dalla base avanzata 'Lavaredo',
proprio lungo la 'Route 515', il team per la bonifica itinerari ha fermato il convoglio a 100 metri da un punto
ritenuto ''pericoloso'': i militari sono scesi dai mezzi, assumendo una formazione ''a 'V' rovesciata'', con il nucleo
cinofilo antimina in testa. Durante il controllo dell'area il team ha individuato ''tre possibili Ied nei pressi del punto
pericoloso'': e' stata quindi messa in sicurezza la zona e chiesto alla base l'intervento degli artificieri, giunti sul
posto alle 7.55. ''Mentre il team di artificieri - ha ricostruito La Russa - iniziava l'intervento, il team di bonifica degli
itinerari continuava le attività per la messa in sicurezza della zona e per l'individuazione di un passaggio sicuro che
evitasse il punto pericoloso''. E' stato proprio nel corso di quest'attività, alle 8 circa, che il caporal maggiore
Marchini, che si trovava alle spalle del nucleo cinofilo per assicurarne la protezione, ''veniva investito
dall'esplosione di un ordigno, presumibilmente una mina anti-persona, perdendo immediatamente la vita''. Il parà
di Viterbo ''è il 24/o soldato italiano morto in Afghanistan a causa di un Ied, un ordigno esplosivo improvvisato'',
ha detto La Russa, aggiungendo che dei 40 militari italiani morti dal 2004, quando è cominciata la missione Isaf
della Nato, ''30 sono stati vittime di atti ostili, gli altri di incidenti o malori''. Dunque, un bilancio pesante, in una
situazione che rimane ''complessa e difficile'': il 21 luglio ci sarà la riconsegna 'formale' della città di Herat agli
afgani e questa fase di transizione comporta, ha detto il ministro, il rischio di altri attacchi e attentati. Ma La Russa
è convinto che ''manterremo la tempistica prefissata, con la rimodulazione del nostro contingente a partire dal
2012 per giungere, nel 2014, a zero soldati in prima linea. A quel punto avremo solo una presenza in chiave di
supporto, assistenza e addestramento''. Domani mattina alle 10 la salma di Marchini giungerà all'aeroporto di
Ciampino; alle 18, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, i funerali solenni. (ANSA 13 LUGLIO).
SI CONTINUA A MORIRE MENTRE GLI ALLEATI SMOBILITANO
Ieri mattina, l’esplosione di un ordigno ha ucciso un soldato italiano in Afghanistan, il caporal maggiore Roberto
Marchini, 28 anni, di Viterbo, geniere-paracadutista dell’ottavo Reggimento guastatori. E nelle ore in cui il nostro
contingente finiva sotto attacco, a pochi chilometri da Kabul il presidente francese Nicolas Sarkozy, giunto a
sorpresa in Afghanistan, annunciava davanti alle truppe il ritiro di mille soldati entro la fine del 2012. Poco dopo, a
Parigi, il suo primo ministro, François Fillon, chiedeva all’Assemblée di votare in favore della continuazione delle
operazioni militari in Libia. Dopo aver svolto un ruolo di primo piano nell’attivazione della campa gna della Nato
contro le forze del colonnello Mu’ammar Gheddafi, la Francia sembra adesso cercare una via alternativa per mettere fine ai 200 voli settimanali che la sua aviazione compie sul Paese arabo. Il mini stro della Difesa Gérard
Longuet ha iniziato a parlare di negoziati tra le parti per mettere fine ai bombardameti e ha anche aperto alla
possibilità di una fine delle ostilità non legata a un’uscita di scena di Ghedda fi. Se dovesse rimanere- ha detto «resterà in una stanza del suo palazzo, con un altro titolo». I segnali di volontà di smobilitazione dal fronte libico
arrivano da diversi membri dell’Alleanza.In Italia,il dibattito sulla missione in Libia, con la Lega Nord da sempre
contraria, è forte. Negli Stati Uniti, il nuovo segretario alla Difesa,l’ex capo della Cia Leon Panetta, ha detto che gli
alleati altantici di Washington impegnati nella missione libica si troveranno spossati dallo sforzo bellico entro tre
mesi e che quindi gli Stati Uniti si troveranno costretti ad assumere un ruolo più centrale. Per quanto riguarda il
frone afghano, invece, fra pochi giorni inizierà il ritiro di 33mila militari americani. Da questo mese fino alla fine
dell’anno torneranno a casa 10mila soldati. Gli altri 23mila saranno smobilitati entro la prossima estate. I piani di
disimpegno si scontrano però con la realtà sul terreno. Sul fronte libico le forze Nato sono impegnate in una
missione di cui è difficile predire gli esiti e soprattutto la durata, nonostante alcuni successi militari dei ribelli antiregime. In Afghanistan, invece, la violenza della cronaca rischia di avere un effetto sulla tabella di marcia. Soltanto
pochi giorni fa, il generale David Petraeus, comandante in capo delle forze americane in Afghanistan e prossimo
capo della Cia, ha rivelato che gli attacchi contro le truppe Nato nel Paese sono scesi. Ieri, però, a far temere per il
ritro non è stato un attacco all’Alleanza, ma a un funzionario afghano. Il fratellastro del presidente Hamid Karzai,
Ahmed Wali Karzai, è stato ucciso a colpi di pistola nella sua abitazione di Kandahar, nel Sud, da un suo stretto
confidente, a suo servizio da sette anni. Ahmed Wali Karzai era un politico controverso, ac cusato di corruzione,
traffico di droga, frode elettorale. Tuttavia, gli alleati sopportavano di avere a che fare con lui perché, in qualità di
capo del consiglio provinciale di Kandahar, permetteva al fragile governo del fratello di mantenere il controllo sulla
seconda città del Paese. Nei mesi scorsi, un governatore e due importanti ufficiali di polizia sono stati uccisi e ieri
l’intelligence afghana ha rivelato di aver sventato un piano per uccidere il ministro dell’Interno. L’assassinio di Wali
Karzai mette a nudo le fragilità del piano di disimpegno. Quando le truppe Nato inizieranno a lasciare l'Afghanistan,
il controllo della sicurezza passerà in mano a un esecutivo debole, a forze di sicurezza e polizia male armate a mal
preparate, troppo spesso accusate di corruzione. (IL GIORNALE 13 LUGLIO DI ROLLA SCOLARI)
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AFGHANISTAN: PARA' UCCISO DA ORDIGNO, È LA 40/A VITTIMA
Ne avevano scoperti tre di 'Ied', quei micidiali ordigni esplosivi che mietono vittime in Afghanistan. Il quarto,
invece, è costato la vita ad un altro soldato italiano. Il primo caporal maggiore Roberto Marchini, 28 anni,
originario di Viterbo e appartenente all'8/o Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago (Verona) è la 40/a
vittima dal 2004. Stava per tornare a casa, a Caprarola, in licenza. L'attentato stamani, a circa 3 chilometri a ovest
dalla 'Fob Lavaredo', la base avanzata del contingente italiano nel distretto di Bakwa, nella 'calda' provincia di
Farah. Si tratta dello stesso distretto nel quale 10 giorni fa, il 2 luglio, e' stato ucciso il caporal maggiore scelto
Gaetano Tuccillo, anch'egli vittima di un 'Ied'. Alla Difesa spiegano che Marchini era impegnato in un'attività di
ricognizione insieme a militari afgani, quando e' stato investito dall'esplosione. Sembra che il geniere si trovasse a
piedi, davanti al mezzo, e che stesse fornendo sicurezza ad un team di artificieri impegnati a bonificare la strada
da ordigni. Ne avevano individuati tre e li stavano neutralizzando. Un quarto Ied ha ucciso Marchini. La salma è
stata trasportata in elicottero al quartier generale di Herat, dove un picchetto armato gli ha reso gli onori militari.
Poi, nella sala polifunzionale di Camp Arena, la camera ardente. I funerali solenni, a Roma, dovrebbero svolgersi
venerdì mattina. Nel pomeriggio quelli in forma privata, nella chiesta di Santa Maria della Consolazione, a
Caprarola. Per il parà della Folgore, alla sua terza missione all'estero, era il suo ultimo servizio prima di partire per
l'Italia per una licenza. A casa - proprio venerdì, quando con probabilità verranno celebrate le esequie - lo
attendevano gli amici e i parenti: il papà, un artigiano, la mamma, casalinga, e la sorella, che fa l'infermiera in una
clinica di Tivoli. Il 21 luglio avrebbero festeggiato tutti insieme il suo 29/o compleanno. Dalla sua abitazione,
visitata da centinaia di persone, stamani e' uscito in lacrime il sindaco di Caprarola Eugenio Stelliferi: ''Per tutto il
paese è un giorno tristissimo, di lutto e di dolore''. Aveva molti amici, Roberto. Su Facebook è subito stato creato
un gruppo per onorarlo. Unanime il cordoglio delle istituzioni e del mondo politico. Il capo dello Stato, Giorgio
Napolitano, ''appresa con profonda commozione la tragica notizia'' della morte di Marchini ha espresso ai familiari
''la gratitudine e il profondo cordoglio del Paese e i sentimenti della sua sincera partecipazione al loro grande
dolore''. ''Grato'' ai soldati italiani ''impegnati in tutte le missioni'' si è detto anche il premier Berlusconi. ''Una
nuova tragedia che ovviamente non diminuisce l'impegno dell'Italia'', ha detto il ministro degli Esteri, Franco
Frattini, sottolineando che l'omicidio - sempre oggi - del fratello del presidente Karzai dimostra che ''si alza
certamente il tiro. E' la prova che l'inizio della transizione sta provocando la reazione dei terroristi. Dovevamo
aspettarcelo”. L'ennesimo lutto ha rilanciato il dibattito sul ritiro dei militari italiani, che deve avvenire ''subito'', per
Idv, Verdi, e Pdci, ma anche per La Destra di Storace, mentre per il Pd è urgente, come ha detto Massimo
D'Alema, una ''messa a punto'' della missione. Ma per il ministro della Difesa La Russa - che domani riferirà in
Parlamento sulla situazione in Afghanistan, insieme al collega Frattini - ''non è certo questo il momento delle
polemiche, perché nel momento del lutto deve prevalere la coesione e la capacità della comunità nazionale di
stringersi intorno ai parenti del caduto''. ''Più il controllo del territorio passa nelle mani dell'Isaf e del Governo
legittimo afgano - ha aggiunto La Russa - più i terroristi cercheranno di bloccare ogni attività e ogni impegno sul
territorio. Il numero degli attentati è diminuito rispetto all'anno scorso, ma diventano sempre più pericolosi, anche
perché vengono compiuti per bloccare ogni progresso in vista della riconsegna dell'intero Afghanistan agli afgani,
entro il 2014''. (ANSA 12 LUGLIO).
ALTRO ITALIANO UCCISO IN AFGHANISTAN MA DOBBIAMO RESTARE
Nel giorno della morte del 40° militare italiano in Afghanistan, l’assassinio del fratello del presidente afghano
Hamid Karzai indica che “c’è qualcosa di marcio”nella stessa testa politica del Paese. Ieri mattina il primo
caporalmaggiore, Roberto Marchini dell’8° reggimento del genio Folgore di Legnago, impegnato nelle operazioni di
sminamento, appena sceso dal blindato, nel distretto di Bakwa, nella provincia di Farah, è incappato su un ordigno
ed è stato ucciso. Poche ore dopo, nella lontana Khandahar, Ahmad Wali Karzai, fratellastro del presidente
afghano, è stato ucciso da Sardar Mohammed, frequentatore abituale e fidato del fortino nel centro della città e
comandante di una postazione di sicurezza meridionale di Karza, zona d’origine della famiglia del presidente.
Ahmad Wali Karzai aveva iniziato il classico rito orientale del ricevimento dei clientes e dei postulanti e stava
ricevendo, da solo nel suo studio, Sardar Mohammed di cui aveva totale fiducia, tanto che gli affidava la
responsabilità della protezione di Hamid Karzai quando arrivava a Khandahar. All’improvviso però, Sardar
Mohammed ha estratto la pistola e ha sparato due colpi alla testa del fratello di Karzai. Le sue guardie del corpo
hanno fatto irruzione, hanno ucciso l’assassino ma non hanno potuto fare nulla per la vittima. Un assassinio
politico più che inquietante, perché proprio attraverso Ahmad Wali Karzai e il suo assassino Saradar Mohammed,
Hamid Karzai stava conducendo da tempo le sue trattative con i talebani “moderati”, in vista del progressivi ritiro
delle forze occidentali. I talebani hanno rivendicato l’azione, (rivendicazione a cui non tutti danno credito), anche
se non è impossibile uno scenario che spesso si è ripetuto proprio quando queste trattative stavano producendo
risultati. La grande frattura tra i fondamentalisti. È possibile cioè che i talebani intransigenti, legati alla
confederazione tribale degli Haqqani, abbianousato Sardar Mohammed per eliminare il terminale governativo della
trattativa e fare saltare l’accordo. Resta il fatto che Ahmad Wali Karzai, governatore della provincia Pashtun di
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Khandahar, era il principale simbolo della corruzione e del malaffare che circondano Hamid Karzai. In uno dei file
rivelati da WikiLeaks l’inviato Usa Frank Ruggiero, nel settembre 2009, lo descriveva come «corrotto e trafficante
di stupefacenti» mentre il New York Timeshascritto che è stato pagato dalla Cia da anni per servizi che
includevano il reclutamento di milizie afghane per combattere i talebani. Quelle voci stonate nella maggioranza. Il
tributo di sangue sempre più pesante da parte dei militari occidentali e italiani e anche l’opacità crescente che
circonda i vertici di Kabul, non possono comunque giustificare alcun ripensamento sull’utilità della missione
afghana. L’uccisione da partedei NawySeals di Osama Bin Laden ad Abbottabad ha confermato che il terrorismo
islamico al qaedista, in tanto ha agibilità politica e può colpire, anche in occidente, in quanto trova protezione e
aiuti in quel groviglio afghano-pakistano di cui i talebani sono il baricentro. Se si abbandonasse a loro
l’Afghanistan, il terrorismo islamico lo trasformerebbe di nuovo in un “santuario terrorista” per organizzare attentati
in Europa e negli Usa, come fece prima dell’11 settembre, tesi ribadita con forza da Frattini, come da Napolitano e
dalla maggioranza, nel rendere omaggio al caporalmaggiore Marchini. Per questo appaiono stonate le richieste di
ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan, avanzate non solo da Di Pietro, Vendola e Bolelli dei Verdi, ma anche da
Storace e i leghisti Stefani e Zaia, governatore del Veneto. (LIBERO 13 LUGLIO DI CARLO PANELLA)
DALLE BOMBE ARTIGIANALI IL 60% DELLE PERDITE OCCIDENTALI
La morte del primo caporalmaggiore Roberto Marchini di Viterbo, geniere paracadutista dell’8° Reggimento
Guastatori Folgore e quarantesimo caduto italiano in Afghanistan, conferma elementi già noti circa la situazione
ancora molto calda nei distretti orientali della provincia di Farah. A differenza dell’area di Herat o di Bala Murghab,
dove anni di presenza dei nostri militari hanno migliorato il livello di sicurezza e sviluppato la stabilizzazione, a
Bakwa e in Gulistan gli italiani sono arrivati nel settembre dell’anno scorso trovando un’area completamente in
mano a talebani e narcos e dove sono segnalate anche milizie di al Qaeda. La costituzione di “bolle di sicurezza”
intorno ai tre fortini tenuti oggi dai parà del 186° reggimento (che verranno avvicendati in agosto da fanti di
Marina del San Marco) è stata pagata a caro prezzo. Basti pensare che otto degli ultimi dieci caduti italiani in
Afghanistan sono stati uccisi da queste parti. Nel Gulistan, il terreno montuoso consente ai talebani di tentare
attacchi e imboscate. Più a ovest invece, lungo la strada 515 che da Farah City conduce a Bakwa, il terreno
desertico e piatto non offre ripari ai miliziani e la minaccia è rappresentata dagli ordigni improvvisati (Ied) seminati
lungo quella che nel 2008 i marines statunitensi ribattezzarono la “strada dell’inferno”. Armi utili a colpire le
colonne militari ma anche trappole esplosive rivolte ai genieri, esperti nel trovare e neutralizzare le Ied che
costituiscono un bersaglio pregiato per i talebani. Dai primi rilievi pare che Marchini sia morto in una di queste
trappole. Insieme a militari afghani era intervenuto per bonificare tre ordigni la cui presenza era stata rilevata
facilmente ma ce n’era un quarto ben nascosto, piazzato per colpire i genieri e forse attivato da un comando a
distanza che utilizza un filo nell’ultimo tratto per sfuggire ai disturbatori elettronici ( jammer) impiegati sui mezzi
italiani. L’impiego di questi ordigni, che in tutto l’Afghanistan hanno provocato il 60 per cento dei caduti alleati, sta
però compromettendo il consenso popolare dei talebani poiché la gran parte delle vittime sono proprio i civili i cui
veicoli non protetti saltano letteralmente in aria sotto l’urto dell’esplosione. Gli italiani schierano già nella provincia
di Farah circa 900 militari, cioè due delle quattro task force da combattimento presenti in Afghanistan. A queste
forze si stanno aggiungendo crescenti truppe afghane e le nuove Local Police, milizie di villaggio finanziate da
Washington ma controllate dal ministero degli interni afghano che dovrebbero contribuire a strappare ai talebani il
controllo del territorio. (LIBERO 13 LUGLIO DI GIANANDREA GAIANI)
CADE UN ALTRO PARÀ SULLA “VIA DELL’INFERNO” AFGHANA, SERVONO PIÙ ELICOTTERI
Quaranta morti italiani. Il primo caporal maggiore Roberto Marchini di Viterbo, dell’8° Reggimento genio guastatori
Folgore di Legnago (Verona), è il quarantesimo caduto italiano in dieci anni di guerra afghana. E’ stato ucciso ieri
mattina dall’ordigno improvvisato (Ied) che cercava di disinnescare, a tre chilometri dalla base italiana di Camp
Lavaredo, a Bakwa, nell’infuocata provincia di Farah. Il militare, esperto nella distruzione degli Ied talebani, aveva
28 anni ed era impegnato in un’attività di ricognizione lungo la strada 515 che unisce Bakwa alla città di Farah,
ribattezzata dai marine “la Via dell’Inferno”. Marchini è stato ucciso a pochi chilometri da dove, il 2 luglio, morì il
caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo, saltato in aria con il camion che conduceva. I genieri sono un obiettivo
prioritario per gli insorti, così come i talebani esperti nella fabbricazione di Ied sono oggetto di una caccia senza
quartiere da parte delle forze speciali Isaf (gli Ied causano il 60 per cento delle perdite fra le truppe alleate). A
Farah serve copertura dall’aria. Dei dieci italiani caduti da settembre – quando la task force South East assunse il
controllo dei distretti di Bakwa e Gulistan – ben otto sono morti a Farah, dove i parà del 186° reggimento verranno
avvicendati in agosto dalla task force Leone, 422 fanti di marina del reggimento San Marco. La metà delle forze
terrestri da combattimento italiane è schierata oggi a Farah, vero punto critico del settore ovest, dove sarebbe
necessario disporre a tempo pieno di una parte dei 25 elicotteri di esercito e marina italiana. Sono tutti basati a
Herat, troppo lontano per assicurare copertura di fuoco. Fuga dall’Afghanistan. Dopo l’annuncio di Washington, che
rimpatrierà dall’Afghanistan 33 mila soldati nei prossimi dodici mesi, anche gli europei accelerano il ritiro: a
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Kandahar i 2.800 soldati canadesi hanno ceduto le ultime postazioni agli americani. Ieri il presidente francese,
Nicolas Sarkozy, in visita alla base di Torah (provincia di Kapisa) ha annunciato che mille dei quattromila soldati
francesi schierati in Afghanistan torneranno a casa entro un anno. L’anno prossimo il Belgio taglierà le sue forze
del 50 per cento, ritirando 300 dei 600 soldati e quattro jet F-16. Gli 89 militari sloveni di guardia alla base
dell’aeroporto di Herat torneranno a casa già dal prossimo ottobre. L’Australia, invece, manterrà i suoi 1.500
soldati nella provincia di Uruzgan fino al 2014. Anche Londra si limiterà a ritirare giusto 500 dei suoi 9.500 militari.
I britannici temono che il ritiro canadese e la riduzione delle forze americane nelle province di Helmand e
Kandahar espongano il contingente di Sua Maestà a rinnovati attacchi talebani. Il ritiro, per l’Italia, è previsto entro
la fine dell’anno. Le armi di Pechino in Pakistan. Islamabad chiude la base segreta di Shamsi, in Baluchistan,
utilizzata da uomini e droni della Cia. “Abbiamo chiesto agli Stati Uniti di procedere con l’evacuazione del proprio
personale ” ha dichiarato il 30 giugno il ministro della Difesa pachistano, Ahmed Mukhtar. Sembra che la chiusura
della base, a circa 300 chilometri a sud ovest di Quetta, sia stata sollecitata da Pechino. Ultimamente la Cina, da
sempre partner importante dei pachistani, ha accelerato la penetrazione nel paese. Le intese prevedono la
costruzione di centrali nucleari e la fornitura, in dieci anni, di 250 cacciabombardieri JF-17. In cambio della base
navale che i cinesi stanno costruendo a Gwadar, la marina pachistana otterrà sei sottomarini cinesi (una commessa
da 1,2 miliardi di dollari) oltre a fregate lanciamissili ed elicotteri. Gli investimenti di Pechino andranno a
compensare il taglio agli aiuti militari statunitensi – una scelta contro cui il ministro Mukhtar ha minacciato di
ritirare le truppe dalle 1.100 postazioni al confine afghano. Grazie all’accordo raggiunto con il Pakistan, la marina
cinese avrà una base sul Mare arabico, a due passi dal Golfo persico e dalle acque indiane. (IL FOGLIO 13
LUGLIO)
ULTIMO GIORNO DI MISSIONE, SALTA SU UNA MINA
Il primo caporal maggiore dei paracadutisti, Roberto Marchini, avrebbe festeggiato i suoi 29 anni la prossima
settimana, a casa, per una breve licenza. Invece è il caduto numero 40 della missione in Afghanistan. Un pezzo di
ragazzo, con il barbone rossiccio, che ieri mattina faceva come ogni giorno il suo dovere. Nell’angolo più infame e
«caldo» del nostro schieramento di 4.200 uomini nell’ovest dal paese. Il fronte sud nel distretto di Bakwa, che
assieme alla valle dei fiori, il famigerato Gulistan, è infestato di talebani. Come ogni mattina si era imbarcato sul
blindato dell’8° reggimento Genio guastatori di Legnago. Nella sua compagnia, la 22° Giaguari, faceva parte delle
squadre avanzate di combattimento e ricognizione. Tradotto in parole semplici spettano a loro le missioni più
pericolose. I guastatori fanno da vedetta precedendo i convogli e vanno a caccia delle trappole esplosive
disseminate dai talebani. Parà addestrati a notare i dettagli, il terreno un po’ smosso, resti di fili elettrici o strane
carcasse di animali e altro lungo la strada. Le squadre di ricognizione del genio guastatori sono gli «occhi» del
resto della colonna. E sanno bene che possono saltare in aria al posto degli altri. Ieri il genio guastatori sfidava le
trappole dei talebani e la sorte sulla 515, una strada che va ripulita anche se costa sangue e sudore. Lungo questa
pista bisogna mettere in piedi un avamposto. I parà, assieme alle forze di sicurezza afghane, si trovavano tre
chilometri ad ovest da base Lavaredo, una dei nostri campi trincerati più avanzati. Questa volta i guastatori si
erano accorti della trappola più grossa. Tre piatti a pressione, probabilmente collegati fra loro che avrebbero fatto
una strage. Vengono tarati sul peso del blindato e collegati ad esplosivo o bombe di artiglieria e mortaio. Ci passi
sopra e boom. Marchini, assieme agli altri parà della squadra, sono usciti dal mezzo per avvicinarsi a cerchi
concentrici verso l’area dove erano stati interrati gli Ied. In gergo si chiama «cinturare l’area in sicurezza», ma
significa nervi d’acciaio e palle quadrate. Poi arriveranno gli specialisti artificieri a disinnescare gli ordigni. Quando
individui il trappolone più grosso, però, non è detto che sia finita. Come nel film The Hurt Locker, sulla guerra in
Irak a colpi di tritolo nascosto, che ha vinto l’Oscar. I talebani devono aver imbastito una doppia trappola. «Hanno
iniziato a cinturare l’aera, ma purtroppo c’era un quarto ordigno» racconta il maggiore Marco Amoriello, portavoce
del contingente italiano ad Herat. Marchini era un veterano, con altre due missioni in Afghanistan alle spalle e
sapeva bene che bisogna stare attento a dove mettere i piedi in un’operazione del genere. Forse una mina
antiuomo attivata a pressione o da un comando a distanza e il parà è saltato in aria rimanendo ucciso. Dieci giorni
prima sullo stesso tragitto, pochi chilometri più in là, era esploso con il suo mezzo Gaetano Tuccillo. Fino a un anno
fa, quando abbiamo dato il cambio ai marines, pochi osavano percorrere queste piste. I ritrovamenti di Ied talvolta
sono quotidiani. Solo in giugno sono esplose nell’area quattro trappole esplosive e altre 12 sono state scoperte e
disinnescate, grazie ai soldati italiani. Il quarantesimo caduto in Afghanistan sarebbe dovuto tornare a casa
venerdì, per una breve pausa. Invece arriverà il giorno prima in una bara avvolta dal tricolore. Originario di
Caprarola, in provincia di Viterbo, era atteso dalla famiglia e dagli amici per festeggiare il suo compleanno il 21
luglio. Figlio di Francesco e di Pina, fin da bambino voleva fare il militare. Nel piccolo centro dove vivono i genitori
è arrivata la sorella Elisa, che fa l’infermiera in una clinica di Tivoli. «Roberto era un ragazzo semplice, rispettoso,
onesto, leale con tutti. Un grande lavoratore che non si tirava mai indietro e nei momenti liberi aiutava il padre
artigiano» racconta Eugenio Stelliferi, sindaco di Caprarola. I commilitoni nella caserma di Legnago lo ricordano
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come un «eccellente guastatore, un ragazzo d’oro, sempre allegro». Su Facebook è subito sorto un gruppo in suo
onore, che ha raccolto in poche ore 1.417 adesioni. (IL GIORNALE 13 LUGLIO DI FAUSTO BILOSLAVO)
AFGHANISTAN: A CAPRAROLA LA FAMIGLIA PIANGE ROBERTO
Quella di oggi sarebbe dovuta essere la sua ultima missione di ricognizione dalla base 'Lavaredo', l'avamposto del
contingente italiano nel distretto di Bakwa, in Afghanistan. Poi, Roberto Marchini sarebbe tornato in Italia per una
licenza. I genitori, il padre Francesco e la madre Pina, lo attendevano venerdì prossimo a Caprarola, in provincia di
Viterbo, paese in cui era nato e cresciuto. Il 21 luglio, prima di far ritorno in Afghanistan, avrebbe festeggiato il
suo ventinovesimo compleanno con i familiari e gli amici. Invece, venerdì, i genitori e la sorella si vedranno
restituire la sua salma, lacerata da un ordigno, avvolta nel tricolore. La notizia della morte del parà della Folgore ai
familiari è stata data questa mattina dal generale Giuseppe Pilosio, vice comandante del comando militare della
Capitale. Altri rappresentanti dell'Esercito hanno avvisato la sorella di Roberto, Luisa, che vive e lavora a Tivoli
(Roma). E' infermiera in una clinica. “I genitori del ragazzo hanno reagito con grande dignità alla notizia della
morte del figlio”, ha commentato il generale Pilosio. Subito dopo e' arrivato il vescovo della diocesi di Civita
Castellana, monsignor Romano Rossi. ''C'è un grande dolore ma anche un'ammirevole compostezza nei genitori di
Roberto'' ha detto all'uscita dall'abitazione in via Roma. In poco tempo, la notizia della morte di Marchini si è
diffusa in tutto il paese, sul quale e' calata una coltre di silenzio e di lutto. Centinaia di persone hanno fatto visita
ai genitori e alla sorella. Quasi tutti avevano gli occhi lucidi e nessuna voglia di parlare. Alle domande dei giornalisti
rispondevano scuotendo la testa. ''Era un bravo ragazzo, amico di mio figlio Pietro fin da bambino - racconta una
donna - si vedevano ogni volta che veniva in licenza, cenavano insieme e facevano le cose tipiche dei ragazzi di
quella età''. Nessuno degli amici più stretti del militare, quelli con cui è cresciuto, vivono a Caprarola. ''Sono tutti
andati via per cercare lavoro - spiega uno zio di Roberto - chi nell'esercito, chi per fare altri mestieri''. Ma i tanti
amici del parà, anche quelli oggi lontani, si sono subito dati appuntamento su Facebook dove è nato il gruppo
''Onore al caporal maggiore Roberto Marchini'': centinaia le adesioni, in pochi minuti. Secondo il parroco del paese,
don Mimmo Ricci, la salma di Roberto dovrebbe giungere a Roma entro giovedì. Venerdì dovrebbero tenersi i
funerali di Stato nella Capitale. Nel pomeriggio, alle 18, invece, dovrebbero svolgersi i funerali privati a Caprarola.
Le date e gli orari, ha spiegato il sacerdote, non sono ancora definitivi in quanto il rientro del feretro
dall'Afghanistan potrebbe subire dei ritardi. ''Per l'occasione - ha detto il sindaco del paese Eugenio Stelliferi, che in
mattinata ha fatto mettere le bandiere degli edifici pubblici a mezz'asta - proclameremo il lutto cittadino. Inoltre,
allestiremo una camera ardente nella chiesa di Santa Maria della Consolazione, per dare modo a tutti i cittadini di
rendere omaggio al nostro Roberto''. Commozione e dolore anche tra i commilitoni di Marchini dell'ottavo
reggimento guastatori di Legnago, in provincia di Verona, dove il giovane era in servizio dal 2 agosto 2005. ''Una
persona eccellente. Un ragazzo d'oro sempre allegro, legato alla divisa e attaccato al dovere'' hanno detto suoi
colleghi. Sul piano professionale Marchini è ricordato come un ''eccellente guastatore, che faceva parte di un team
specializzato nella ricognizione e individuazione di ordigni''. Attività che stava svolgendo quando è stato investito e
ucciso da un'esplosione. (ANSA 12 LUGLIO).
AFGHANISTAN:ABRATE,GRANDE IMPEGNO MILITARI ITALIANI PER PACE
Il capo di Stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, ha espresso al capo di Stato maggiore dell'Esercito, Giuseppe
Valotto, il ''proprio dolore e i sentimenti di vicinanza all'Esercito italiano per il lutto che l'ha colpito'' con la morte
del primo caporalmaggiore Roberto Marchini. A nome di tutte le Forze armate, il generale Abrate riconosce a ''tutti
i militari italiani impegnati in Afganistan di operare con grande passione e coraggio, infaticabile impegno e
professionalità per contribuire a rendere concreti i principi di pace, sicurezza e democrazia in Afganistan,
giungendo sino all'estremo sacrificio''. Il capo di Stato maggiore della Difesa ha inoltre espresso ai familiari di
Marchini, a nome suo personale e delle Forze armate, il ''profondo cordoglio per la morte del proprio congiunto a
seguito dell'esplosione che l'ha colpito nell'adempimento del proprio dovere''. In questo momento il suo pensiero
va ''a tutte le famiglie dei militari impegnati nelle aree di crisi per il fondamentale ruolo che esse hanno nell'essere
sempre vicine ai propri cari mentre svolgono il proprio delicato servizio lontano dall'Italia''. (ANSA 12 LUGLIO)
AFGHANISTAN: GIOVEDÌ IN ITALIA LA SALMA DEL CAPORAL MAGGIORE MARCHINI
Sarà trasferita in Italia nella giornata di giovedì la salma del primo caporal maggiore Roberto Marchini, morto oggi
nel distretto di Bakwa, in Afghanistan, in conseguenza dell'esplosione di una mina. Un aereo da trasporto C-130
decollerà da Herat per giungere a Ciampino nella giornata di dopodomani. (ADNKRONOS 12 LUGLIO)
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AFGHANISTAN: GENITORI TUCCILLO A REVINE PER MESSA RICORDO
"Ad una settimana dalla morte del nostro Gaetano vogliamo sentitamente ringraziare l'Esercito per esserci stato
vicino sin dagli istanti immediatamente successivi alla scomparsa di nostro figlio e per averci supportato in maniera
continua e puntuale in ogni nostra esigenza". E' il messaggio che i genitori del caporal maggiore scelto Gaetano
Tuccillo, morto in Afghanistan, hanno voluto rivolgere oggi, partecipando ad una messa di commemorazione nella
chiesa di S.Giorgio a Revine Lago, la località trevigiana dove il soldato del battaglione Ariete risiedeva con la
moglie olandese Evelyn. La famiglia di Tuccillo è giunta appositamente da Nola. "Ringraziamo inoltre le istituzioni
civili - hanno aggiunto -e tutti coloro che ci hanno manifestato in questo difficile momento la loro vicinanza." Alla
cerimonia religiosa hanno partecipato il prefetto di Treviso Aldo Adinolfi, il Procuratore capo Antonio Fojadelli,
l'assessore regionale Franco Manzato, il consigliere regionale Bruno e i parlamentari Maurizio Castro, Simonetta
Rubinato, Fabio Gava, Giancarlo Scotta e Antonio Cancian oltre al presidente della Provincia Leonardo Muraro. Alla
funzione, voluta espressamente dalla cittadinanza di Revine Lago, hanno preso parte anche il gen. Roberto
Bernardini, comandante del primo Fod e il gen. Gaetano Zauner, neo comandante della 132/a Brigata corazzata
Ariete. Numerosissimi i commilitoni del Battaglione logistico "Ariete" presenti alla celebrazione, che hanno voluto
manifestato la loro vicinanza alla famiglia Tuccillo. (ANSA 10 LUGLIO).
COSTRUIRE LA PACE (DI PIU’)
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AFGHANISTAN, LA BATTAGLIA DELLE DONNE: "IN TV PER RICONQUISTARE I NOSTRI DIRITTI"
"Cinema, programmi televisivi, soap opera in cui poter diventare protagoniste e documentare la loro vita. Per la
prima volta, le donne afghane si raccontano e combattono per la propria libertà attraverso i mezzi d’informazione.
Ma la loro battaglia resta difficile, in un paese in cui i casi di violenza sono in aumento e i diritti economici restano
inesistenti.“I segreti di questa casa” è la prima soap della tv afghana, prodotta per Tolo Tv. Una scommessa del
fondatore dell’emittente, Saad Mohseni, noto come il “Murdoch di Kabul”, per promuovere la necessità di un
cambiamento culturale nel suo paese: per questo, senza mezzi termini, qualche anno fa aveva accusato il
presidente Karzai di voler vietare le soap opere indiane, a causa degli eccessivi idoli indù e delle donne troppo
svestite. La risposta di Mohseni non si era fatta attendere: via le statue e le attrici seminude, ma la
programmazione non si tocca. Anzi, visto che in Afghanistan l’80% di chi possiede un televisore guarda le soap
indiane, perché non realizzarne una afghana? Attraverso i personaggi de I segreti di questa casa, Kabul parla a se
stessa e di se stessa, cercando di far riflettere sulla reale possibilità di rinnovamento: speranza ancora maggiore,
dato che secondo la Altai consulting di Kabul, il 50% circa degli afghani guarda la tv e Tolo Tv raggiungerebbe il
45% di quel pubblico.La lotta per i propri diritti acquista visibilità grazie ai media. Una battaglia portata avanti, nei
mesi scorsi, anche con la trasmissione “Niqab”: nello studio televisivo solo una donna (spesso sotto i 18 anni) col
volto coperto da una maschera e un intervistatore. Così, le storie più tragiche passano per il piccolo schermo,
arrivano nelle case, come il racconto di una 13enne, venduta dalla sua famiglia per 1000 dollari e poi torturata dal
marito e dai parenti. “Usiamo queste vite come esempio - spiega la 28enne Sami Mahdi, ideatrice del programma
-: sono sicura che, così, qualcosa può cambiare nella vita delle altre donne e nella mentalità degli uomini
afghani”.Lo scorso aprile, le donne afghane si sono raccontate in cinque documentari all’Oberdan, in una
minirassegna organizzata dalla Cineteca e dall’associazione Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne
afghane). Tra i titoli, “Sguardo da un granello di sabbia”, girato tra il 2002 e il 2006 da Meena Nanji e premiato in
vari festival: le storie di tre donne, un medico, un’insegnante e un’attivista per i diritti umani, tra Kabul e i campi
profughi del Pakistan.Qualche tempo fa, due giovani registe afghane, Roya e Alka Sadat, avevano lanciato
un’importante sfida: la fondazione di “un’associazione al femminile, attraverso cui proiettare documentari e
raccogliere testimonianze di donne da tutto il mondo che lottano per i propri diritti, cercando di proporre un
modello per le donne in Afghanistan”. Qui, molte torture non vengono alla luce, come ha spiegato Roya, “perché la
maggior parte della popolazione non può accedere neanche ai giornali. Per questo, il cinema è il mezzo ideale per
informare”. Dai cinema di Kabul però le donne continuano a essere escluse, ammesse solo come attrici di soap
opera: per questo motivo, le due registe hanno pensato alla realizzazione di una vera e propria “Casa della
Cultura”, in cui le donne possano essere dietro la macchina da presa e documentare la propria vita.I mezzi
d’informazione diventano l’unico strumento per far conoscere le violenze subite, in continuo aumento. Secondo i
dati dell’AIHRC (Afghanistan Independent Human Rights Commission) l’anno scorso ci sono state 2765
segnalazioni di casi di violenza contro donne e ragazze: tra questi, 144 auto-immolazioni, 261 tentativi di suicidio,
237 matrimoni forzati, 538 episodi di percosse e 45 omicidi. I sociologi evidenziano che le auto-immolazioni sono
più frequenti tra le donne profughe tornate a Herat, dopo essere state in Iran, dove le condizioni di vita sono
decisamente migliori. Il commissario dell’AIHRC Nader Naderi ritiene che l’inadeguato accesso alla giustizia sia la
causa principale dell’aumento della violenza: “finché non verranno applicate le leggi fondamentali, questo flagello
non potrà essere eliminato. È necessario che anche nelle scuole religiose si insegni il rispetto per le donne”.
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L’organizzazione non governativa Women and Children Legal Research Foundation dichiara che il 59% dei
matrimoni sono forzati: di questi, il 30% è composto da quelli di “scambio”, in cui gli uomini barattano le proprie
figlie e le altre ragazze della famiglia come “merce da matrimonio”. Secondo un sondaggio della Thomson Reuters
Foundation, l’Afghanistan è al primo posto tra i paesi in cui le donne corrono maggiori rischi, dallo scarso accesso
alle strutture sanitarie e dalla mancanza di diritti economici agli stupri, tratta di esseri umani e violenze in
generale. (DIRITTO DI CRITICA.COM 13 LUGLIO DI MARIA CHIARA CUGUSI)
AFGHANISTAN: LA FAUNA SELVATICA SOPRAVVIVE ALLA GUERRA
Una indagine condotta dagli scienziati del Wildlife Conservation Society (WCS), e sostenuto dalla US Agency for
International Development (USAID), e pubblicata sul Sciencie Daily, rivela come i grandi mammiferi Afghanistan,
tra cui orsi bruni asiatici, lupi grigi, capre del Markhor, leopardi e gatti selvatici siano sopravvissuti in parti del
paese dopo anni di conflitto. Il team di ricerca ha utilizzato telecamere nascoste e analisi del DNA per identificare
la presenza di fauna selvatica nella tormentata provincia orientale di Nuristan, in seguito al dopo il conflitto armato
che si protrae ormai dal 1977. Le indagini, condotte tra il 2006 e il 2009, coprono una superficie di 1.100
chilometri quadrati, e hanno confermato la presenza di numerose specie importanti tra le foreste montane
latifoglie e conifere. Tra queste, l'avvistamento dello zibetto palma comune in Afghanistan. I risultati specchio studi
in altre parti dell'Afghanistan indicando che la fauna selvatica continua a sopravvivere nonostante la
deforestazione, il degrado dell'habitat, e decenni con l'assenza di stato di diritto. Lo studio è stato pubblicato dalla
rivista Oryx. "Il lavoro avviato in Afghanistan dalla Wildlife Conservation Society, dell'USAID, garantisce la
protezione della fauna selvatica ed apporta benefici di lungo termine sulle comunità locali - spiega Steven
Sanderson, del WCS. "Le indagini confermano la presenza nella zona di specie di importanza globale, nonostante
le indicazioni della perdita di habitat e la caccia incontrollata. Questo dimostra la necessità di programmi di
conservazione mirati a proteggere le risorse forestali, tra cui la fauna selvatica, e che forniscono mezzi di
sostentamento per le comunità locali, nella gestione sostenibile delle risorse naturali". Il WCS è presente in
Afghanistan dal 2006 e continua ad essere la sola conservazione delle ONG che operano lì. (SALVALEFORESTE.IT
12 LUGLIO)
CERCANDO LA RAGAZZA AFGHANA
Ci sono fotografie che, da sole, riescono a raccontare un’epoca storica. Una è senza dubbio quella scattata nel
1985 dal fotogiornalista americano Steve McCurry ad una ragazza afgana, immortalata in un campo profughi
pakistano. I suoi spaventati occhi verdi finirono sulle pagine del National Geographic e da lì fecero il giro del
mondo, rimanendo impressi nella memoria di chiunque li abbia visti. Per 17 anni l’identità della ragazza è rimasta
sconosciuta, finchè nel 2002, dopo l’invasione americana in Afghanistan, il National Geographic avviò una ricerca
nel paese per dare un nome a quel volto. E ci riuscì. Questa ricerca è il tema del documentario “Search for the
afghan girl”, che Steve McCurry presenta a Massa Marittima nell’ambito del Toscana Foto Festival. Il ritratto
dell’allora giovanissima Sharbat Gula rappresenta senza dubbio l’apice della notorietà per uno dei più grandi
fotografi contemporanei, che ha raccontato attraverso le immagini i conflitti in India e Cambogia, Pakistan e in
Afghanistan, facendosi cucire i rullini sui vestiti prima di imbarcarsi sugli aerei di ritorno per non essere scoperto.
Le sue immagini mostrano soprattutto le conseguenze delle guerre sui volti delle persone. Per la sua attività di
fotoreporter ha ricevuto i riconoscimenti più prestigiosi, tra cui il Magazine Photographer, ricevuto dall'associazione
nazionale dei fotografi per la stampa, e ben quattro primi premi al World Press Photo. Le sue opere più importanti
sono raccolte in una mostra dal titolo “L’Istante rubato”, allestita al Palazzo dell’Abbondanza di Massa Marittima,
dove resteranno fino al 31 luglio. Per maggiori informazioni: www.toscanafotofestival.com, tel 0566 901526.
(CORRIERE FIORENTINO.IT 11 LUGLIO)
AFGHANISTAN:ENORMI PROBLEMI,POLIZIA NON DECOLLA
Non hanno equipaggiamento, munizioni, sono quasi tutti analfabeti, nonché corrotti; vivono e lavorano
ammucchiati in pochi metri quadrati. E' lo stato in cui versa la polizia afghana, l'Anp (Afghan National Police), che
insieme all'Ana (Afghan National Army) è tra le principali forze di sicurezza del Paese. Sono loro la chiave per far sì
che il processo di transizione raggiunga i risultati sperati: ma lo scenario che si prospetta è tutt'altro che
promettente. E' la solita mattina incandescente dell'estate afghana. Gli uomini della Task Force Spartan, 10/ma
Divisione della Montagna di Fort Drum New York, decidono di far visita ad una stazione della polizia distante pochi
chilometri -'clic', come dicono in gergo - dalla base avanzata Pasab. Sono solo 2 chilometri, ma la strada è a dir
poco accidentata e all'interno dei Cougar, gli Mrap, i mezzi resistenti alle mine, si percepisce un movimento
ondulatorio e sussultorio. Ci si impiega circa mezzora a percorrere una distanza così irrisoria. La stazione si trova in
un'area totalmente scoperta e uno dei soldati americani ci esorta a non indugiare troppo con le foto, perché
potrebbero arrivare i colpi dei cecchini. E' la desolazione quelle che ci si prospetta non appena superata la soglia
della stazione di polizia. Per terra, grosse chiazze di sangue: il capo della polizia dice che la notte scorsa si sono
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fatti vivi i talebani. Hanno ferito un uomo e hanno cercato di abbattere la torretta di controllo. Gli americani
chiedono informazioni sulle condizioni dell'agente ferito, ma sembra sia scomparso nel nulla. Tutti gli agenti delle
stazioni registrate sono schedati per cercare di limitare le infiltrazioni. Apparentemente ci sono nuovi arrivi, così la
prima operazione degli americani è quella di fotografare con il nome le nuove reclute. La stazione ha in forza una
quindicina di uomini, ma metà di loro al momento e' via, probabilmente per un licenza. Le condizioni igieniche
sono catastrofiche. In pochi metri quadrati, si mangia, si dorme, si lavora e si fanno i propri bisogni. Non c'è acqua
corrente, non ci sono frigoriferi; il cibo è lasciato all'aria aperta e al sole rovente per giorni, finché non arriva il
prossimo rifornimento. ''Cerchiamo di farli riposare in un dormitorio non lontano da qui - ci dice il maggiore
Matthew Graham, a capo della Stability Transition Team - ma sembra un'impresa impossibile. Cerchiamo anche di
equipaggiarli con scarponi e uniformi, ma alla fine li troviamo sempre in pantofole. La maggior parte delle volte,
vendono il loro equipaggiamento per arrotondare''. In verità non hanno nemmeno il carburante per riempire le
taniche: probabilmente hanno venduto anche quello, quindi per loro è molto più conveniente vivere nella stazione.
Non che ci sia un vero letto o una brandina: il massimo che si può usare è una coperta buttata per terra tra i
rifiuti. ''Abbiamo le armi, ci dicono, ma non abbiamo le munizioni. Come facciamo ad usarle? Oggi sono sobri continua il maggiore Graham - è un buon risultato''. In realtà sembrano appena risvegliati da un sonno profondo o
in uno stato di 'assenza'. Sono palesemente sottopeso, quasi non si reggono in piedi e i loro sguardi sembrano
persi. Chissà se la loro mente tratterrà qualcosa della veloce lezione che i soldati americani hanno tenuto su come
impugnare un fucile e come rispondere, in caso di attacco. La mattinata con l'Anp passa presto e sulla strada del
ritorno il maggiore Graham si lascia andare in un'esternazione: ''Forse ci vorranno generazioni, prima che le cose
possano cambiare''. (ANSA 10 LUGLIO DI GINA DEL MEO).
CANCRO AL SENO, ITALIA DÀ SPERANZA ALLE DONNE AFGHANE
Ammalarsi di cancro al seno in Afghanistan vuol dire dover partire verso l'Iran o il Pakistan, un lungo viaggio
riservato soltanto a chi ha i mezzi per farlo. Dare una speranza alle donne del Paese asiatico è la missione della
Fondazione Umberto Veronesi, che ha avviato un programma di diagnosi del tumore alla mammella che punta a
realizzare, nei prossimi mesi, un centro diagnostico all'avanguardia presso l'ospedale "Medical aid for afghan
women" di Herat. Il progetto, partito lo scorso novembre, ha recentemente consentito a dieci dottoresse afghane
di seguire un convegno internazionale di senologia a Istanbul, a cui ha partecipato anche il professor Umberto
Veronesi. Un'iniziativa preziosa, sottolineano fonti della Cooperazione italiana in Afghanistan, che ha assistito la
partenza delle dottoresse, in un Paese dove non esistono strumenti per la diagnosi e le cure e dove la ricerca
oncologica e' del tutto assente. Proprio una delle dieci dottoresse, spiega la coordinatrice del progetto, Monica
Ramaioli, potrebbe gestire il nuovo centro diagnostico che sorgerà presso l'ospedale di Herat, sotto la guida del
dottor Mahdi Rezai. "Entro novembre - sottolinea la Ramaioli - contiamo di terminare la messa a punto dei locali, e
intanto proseguiamo con la formazione del personale medico locale". I risultati del progetto verranno presentati a
Milano presso l'università Bocconi il 18 e 19 novembre, nel corso della terza conferenza mondiale Science for
Peace, il programma della Fondazione di cui il progetto fa parte. (AGI-PEI NEWS 7 LUGLIO)
COMMENTI (DI Più)_______________________________________________________________
ITALIA IN LINEA CON GLI ALLEATI EUROPEI
Il dibattito in corso nel governo sul rifinanziamento delle missioni all'estero ha ridestato l'attenzione su una delle
principali e più efficaci direttrici della politica estera italiana. Negli ultimi anni, infatti, l’Italia ha ricoperto un ruolo
di primo piano nelle missioni internazionali, sia per la presenza cospicua di personale civile e militare sia per i ruoli
ricoperti in diversi teatri. La partecipazione italiana è del tutto in linea, per utilità e qualità, con i contributi dei
principali paesi europei.
Non solo: le missioni all’estero costituiscono un’eccezione nel quadro di una politica estera che presenta molti
limiti, carenze e anomalie. Negli ultimi 15 anni, infatti, le missioni italiane hanno testimoniato una rara capacità di
cambiamento sia della classe politica sia delle forze armate; hanno raccolto un altrettanto raro consenso bipartisan
e consolidato la credibilità dell’Italia nel concordare e mantenere gli impegni internazionali.
Riduzioni selettive
Dal 2009, le missioni italiane all’estero sono costate circa 1-1,2 miliardi di euro l’anno e, anche a fronte dei tagli
annunciati per il secondo semestre del 2011, i costi aumenteranno nell’anno in corso (nel primo semestre 2011
sono stati spesi 810 milioni di euro e se ne prevedono altri 700 per il secondo). Si tratta di circa 30 missioni (30
nel 2009, 33 nel 2010 e 29 attualmente), in teatri molto eterogenei e distanti tra loro: i Balcani, il Caucaso, l’Asia
centrale, il Medio Oriente, l’Africa, il Mediterraneo e l’Oceano Indiano.
Le principali aree di crisi in cui è stata impegnata l’Italia negli ultimi anni sono fondamentalmente tre: Balcani,
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Libano e Afghanistan, a cui si è aggiunta la più recente partecipazione italiana alla missione in Libia. Secondo
quanto annunciato dal ministro Ignazio La Russa, su alcuni di questi teatri si concentrerà il ritiro di circa 2.000
uomini. Dal Libano e dal Kosovo, in particolare, verranno ritirati rispettivamente 680 e 300 soldati (a cui si
aggiungono la chiusura delle missioni in Georgia e Congo e una ridotta partecipazione alla missione Active
Endeavour nel Mediterraneo).
Risultati importanti
Nei Balcani, il principale contributo italiano si è registrato nella missione in Kosovo, che ricopre il terzo posto fra le
missioni italiane più costose (132 milioni di euro nel 2010). All’avvio della missione, nel 2000, l’Italia ha offerto uno
dei maggiori contributi (oltre 6.000 uomini), ridottisi nel decennio successivo nel quadro del progressivo
disimpegno internazionale, fino alle attuali 533 unità.
Un altro dei contributi italiani più significativi si è registrato nella missione Unifil, rafforzata nel 2006 a seguito della
guerra fra Israele e Libano. Nel periodo 2007-2009, l’Italia non solo ha contribuito con il contingente più numeroso
(oltre 2000 uomini), ma ha guidato la missione, il cui comando è stato affidato al generale Claudio Graziano. Negli
ultimi tre anni, non a caso, il contributo italiano a Unifil è stato il secondo più costoso a livello nazionale (260
milioni di euro nel 2010).
In Afghanistan, di nuovo, l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano: ha assunto il ruolo di lead nation per la
ricostruzione del sistema giudiziario, uno dei cinque pilastri della strategia di riforma del settore sicurezza; è alla
guida del Regional Command West con sede a Herat; offre attualmente il quinto maggior contributo di uomini
nella missione. La missione italiana in Afghanistan è la più impegnativa della storia repubblicana, per cui l’Italia ha
sostenuto i maggiori costi, tanto sul piano umano, con la perdita di 40 militari, quanto su quello economico (681
milioni di euro nel 2010).
Infine, in Libia, benché la partecipazione italiana all’intervento internazionale sia stata più incerta e graduale,
l’Italia ha messo a disposizione 7 basi aeree sul territorio nazionale e contribuisce alla missione Nato Unified
Protector con 14 velivoli (Tornado, Eurofighter 2000, F16 Falcon) e due navi impegnate nelle operazioni di
embargo navale (una delle quali verrà ritirata nel secondo semestre 2011).
Livelli europei
Questo quadro segnala un impegno italiano nelle missioni internazionali sostanzialmente simile - e senza alcun
dubbio comparabile - a quello dei maggiori partner europei. Fra le varie carenze e anomalie che distinguono l’Italia
nel contesto europeo e internazionale, forse, proprio le missioni rappresentano un’eccezione. Uno di quei capitoli
della politica estera su cui, a differenza di molti altri, l’Italia non si presenta né carente né inadeguata, tanto meno
superflua. Al contrario, forse, proprio il contributo significativo alle missioni internazionali ha concorso, negli ultimi
anni, a garantire al paese un certo prestigio internazionale, sicuramente all’interno della Nato e, più generale, nel
contesto europeo.
Nella partecipazione alle missioni internazionali l’Italia ha, anzitutto, mostrato una buona capacità di adattamento
al nuovo sistema internazionale. Con la fine della guerra fredda, le minacce internazionali sono profondamente
cambiate. Il centro della sicurezza nazionale si è spostato dalla difesa territoriale alla gestione e stabilizzazione
delle aree di crisi. In questa prospettiva, le politiche di sicurezza prevedono nuove forme di intervento, anche in
paesi molto lontani dal territorio nazionale. Questa evoluzione è stata ampiamente recepita sia dalla classe politica
sia dalle forze armate, con una capacità di cambiamento rara in molte altre forze politiche e istituzioni italiane.
In secondo luogo, va sottolineato che le missioni all’estero hanno beneficiato di un consenso bipartisan di fondo,
anche in questo caso, raro nella vita politica italiana. Per quanto possano riempire le prime pagine dei giornali i
dissensi di alcune parti politiche - da sinistra nei governi Prodi e dalla Lega Nord più di recente - i rifinanziamenti
alle missioni hanno sempre raccolto maggioranze parlamentari ampie e trasversali. Sulle missioni, la dialettica fra
maggioranza e opposizione ha riguardato quasi sempre gli aspetti tattici e di gestione delle operazioni, raramente
la scelta di parteciparvi.
Percezione nazionale
Infine, anche su altri aspetti riguardanti l’impegno e la volontà di ritiro da parte italiana da alcuni teatri come il
Kosovo e l’Afghanistan, l’anomalia italiana, se c’è, sta quasi tutta nella percezione nazionale del problema. Il
disimpegno italiano dal Kosovo negli ultimi due anni è avvenuto nel quadro più generale dell’evoluzione della
missione, in linea con gli altri contributi europei e concordato in sede Nato. Similmente, il rientro graduale dei
militari italiani dall’Afghanistan, annunciato dal ministro La Russa, non è affatto un ritiro unilaterale.
Gli Stati Uniti ritireranno diecimila soldati entro fine anno e 23 mila entro settembre 2011. Il presidente francese
Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron hanno annunciato piani di ritiro simili e proporzionati a
quelli americani. Il disimpegno è stato di fatto concordato al vertice della Nato di Lisbona alla fine del 2010: entro
il 2014 avverrà il graduale ritiro internazionale e il passaggio di consegne nella gestione del paese alle forze di
sicurezza afgane. Anche sui piani di ritiro, dunque, l’Italia non ha assunto alcun atteggiamento unilaterale né preso
decisioni frettolose.
Le missioni all’estero sono servite all’Italia per preservare il proprio ruolo e prestigio internazionale. Non sono certo
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prive di difetti; anzi, sotto vari profili, sono suscettibili di miglioramento, ma, nel quadro di una politica estera con
molti limiti e anomalie, rappresentano un indubbio elemento di forza della proiezione internazionale del nostro
paese. (AFARINTERNAZIONALI 13 LUGLIO DI ANDREA CARATI)
PERCHÈ SIAMO IN AFGHANISTAN
I militari italiani vengono mandati al macello in Afghanistan mentre gli americani trattano l'uscita con gli emissari
del mullah Omar. Ieri è morto il quarantesimo soldato, Roberto Marchini, di 28 anni, geniere-paracadutista della
Folgore, ucciso da un ordigno. Frattini, l'happy hour fatta ministro, ha detto "È una nuova tragedia che ovviamente
non diminuisce l'impegno dell'Italia". Quale impegno? Contro chi combattiamo? Contro il popolo afgano? I talebani
hanno il controllo dell'80% del Paese e il favore della popolazione. Gli afgani, come spiega Massimo Fini nel suo
libro "Il mullah Omar", vogliono una cosa sola, che gli Stati Uniti e i suoi alleati Nato se ne vadano. I
bombardamenti degli Alleati hanno causato 60.000 morti civili. La guerra iniziò quando Omar si rifiutò di
consegnare agli americani Bin Laden in mancanza di prove, questa fu la scusa, in realtà, come spiega Fini,
l'attacco era previsto da prima delle Torri Gemelle. I talebani avevano cancellato il traffico di droga che è rifiorito
dopo l'occupazione militare. Dobbiamo tornare a casa, non c'è una sola ragione per rimanere. Ogni nuovo morto è
un morto di Stato.Intervista a Massimo Fini, giornalista e autore :Una guerra inutile Blog: Perchè siamo in
Afghanistan?Massimo Fini: Siamo in Afghanistan per la semplice ragione che siamo servi degli americani, ma la
cosa curiosa è che neanche gli americani hanno più un vero interesse a stare in Afghanistan perché non si può
sostenere che in Afghanistan si sta combattendo il terrorismo, perché terroristi internazionali non ci sono in
Afghanistan. la stessa Cia ha calcolato che su 50 mila combattenti solo 359 sono stranieri e sono ceceni, turchi,
non quelli che hanno in testa la Jihad universale.La guerra e la droga (espandi | comprimi)Blog: Il Mullah Omar
riesce a proibire la coltivazione di oppio in Afghanistan, poi arrivano gli americani...cosa succede?Massimo Fini:
Quando il Mullah proibisce la coltivazione del papavero, la produzione oppio cade quasi a zero, dopo è successo
che sono ritornate le grandi organizzazioni internazionali, criminali di trafficanti di stupefacenti che sono a loro
volta collegate con insospettabili classi dirigenti di paesi altrettanto insospettabili. Quindi oggi l’Afghanistan
produce il 93% dell’oppio mondiale. Per capire la storia afgana, e anche la storia talebana, bisogna fare un piccolo
passo indietro e cioè capire perché i talebani si sono fermati. Quando si sono fermati, perché quando l’Unione
Sovietica si ritira, rimane un vuoto di potere e i grandi comandanti militari che avevano sconfitto il colosso
sovietico, Il Mullah Omar ha già vinto la guerra (espandi | comprimi)Blog: Perchè gli americani hanno dichiarato
guerra all' Afghanistan e l'hanno occupato?Massimo Fini: I progetti di occupare l’Afghanistan e l'Iraq per la verità,
queste sono rivelazioni del Washington Post e del New York Times, c’erano già prima delle Torri Gemelle. Le Torri
Gemelle hanno dato naturalmente una spinta. In Afghanistan c’era Bin Laden sulla cui figura sospendo il giudizio,
non si sa bene chi sia Bin Laden e questo gli ha dato il permesso di invadere l’Afghanistan che volevano
conquistare soprattutto oltre che per ragioni geopolitiche solite che poi sono quelle che hanno sempre messo in
mezzo questo paese. (BLOG DI BEPPE GRILLO 13 LUGLIO).
LA VIOLENZA OSCURA IL MITO OBAMIANO DELLA RICONCILIAZIONE CON I TALEBANI
La violenza oscura il mito obamiano della riconciliazione con i talebani New York. L'assassinio di Ahmed Wali
Karzai, fratellastro del presidente afghano Hamid, è soltanto l'ultimo segno del fatto che l'Amministrazione
americana è in mezzo a un guado strategico in Afghanistan; il rischio di trovarsi con l'acqua alla gola senza più le
forze per raggiungere l'altra sponda o tornare indietro è alto. Il presidente americano, Barack Obama, ha iniziato a
ritirare i trentamila soldati del surge nella convinzione che la loro missione fosse compiuta: con un surplus di forze
siamo riusciti a creare una situazione di relativa stabilità nel sud del paese, la culla dei talebani, e dunque
possiamo permetterci di iniziare il processo di transizione della sicurezza all'esercito afghano, ragionava il
presidente. Wali, fulcro dell'equilibrio precario della regione, è stato ucciso a Kandahar, nel cuore del surge; nei
mesi scorsi è stato ucciso il capo della polizia della città, così come il governatore della provincia di Takhar, nel
nord, e il comandante della sicurezza del settore settentrionale. Un anno fa il vicesindaco di Kandahar è stato
ucciso durante la preghiera del venerdì; al suo predecessore era toccata la stessa fine nell'apparente sicurezza
della sua casa. La notte del 28 giugno un gruppo di terroristi suicidi è entrato nell'hotel Intercontinental di Kabul e
ha ucciso undici civili e due guardie giusto qualche ora prima che i governatori delle province si riunissero
nell'albergo, rifugio apparentemente sicuro per i visitatori internazionali e vip locali. L'ultima volta che i talebani si
erano arrischiati ad assaltare un luogo così esposto era nel gennaio 2008, quando un commando con vestiti rituali
e cinture esplosive ha fatto irruzione nella palestra del lussuoso hotel Serena. Fra le otto vittime c'era anche un
cittadino americano. Abbracciare con un solo sguardo la striscia di violenza e il progressivo ritiro delle forze
americane dall'Afghanistan è un'operazione destabilizzante per gli uomini della sicurezza di Obama che negli ultimi
anni hanno insistito sulla strategia della "reconciliation" con i talebani: come ci si riconcilia con chi torna alla carica
ogni volta che il presidente spiega al mondo che la pressione militare ha una data di scadenza? "Innanzitutto
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bisogna dire che la riconciliazione non è un happy ending in cui si approva una Costituzione, una legge eletto- rale
e alla fine americani e talebani si prendono per mano", dice al Foglio Brian Katulis, analista del Center for
American Progress, think tank vicino all'Amministrazione Obama. "Una strategia credibile per stabilizzare la regione
deve almeno riconoscere che i nodi del potere talebano, specialmente nel sud, sono intimamente collegati al
crimine. Vogliamo la riconciliazione? Bene, per farlo bisogna trattare con chi controlla le armi e i soldi. Il denaro in
Afghanistan lo gestisce chi controlla la mafia e i traffici di droga, quindi qualunque strategia realistica deve tenere
conto che il processo di riconciliazione è una cosa sporca, non una magica conversione di terroristi che odiano
l'occidente", dice Katulis. Come nota anche Steve Walt, professo- re di Relazioni internazionali ad Harvard,
Washington non può pensare di avviare un negoziato senza avere i partner giusti all'interno del delicato scenario
afghano. "Due anni fa - continua Katulis - Holbrooke ha lanciato una grande campagna contro i trafficanti di droga
in Afghanistan. L'obiettivo era seguire il flusso del denaro per capire il funzionamento del potere locale e sfruttare
questi snodi a nostro vantaggio. Questo sforzo ora è stato totalmente dimenticato. L'altro giorno ne parlavo con
l'ambasciatore della Nato in Afghanistan, e nemmeno lui ne sapeva nulla". Alcuni ufficiali di Obama già da tempo
hanno mostrato scampoli di scetticismo fra le pieghe della strategia ufficiale. Leon Panetta, da poco nominato
segretario della Difesa, una anno fa diceva che "non abbiamo prove che i talebani siano davvero interessati alla
riconciliazione, che davvero vogliano alzare le braccia, che davvero vogliano denunciare i membri di al Qaida e
abbiano intenzione di far parte di una società diversa. Finché non saranno davvero convinti che gli Stati Uniti
possono sconfiggerli, non credo che accetteranno un serio processo di riconciliazione". Parole che si
sovrappongono perfettamente a quelle pronunciate qualche mese fa dal suo predecessore al Pentagono, Bob
Gates, che nei corridoi di Washington ha spesso raffreddato l'entusiasmo trattativista dei suoi colleghi: "I talebani
devono sentire la nostra pressione militare; devono essere certi di non potere in nessun modo vincere questa
guerra per accostarsi in modo credibile a una trattativa". Nel guado dell'Amministrazione, l'inizio del ritiro delle
truppe è una sveglia per i talebani, che dimostrano di essere capaci di colpire un asset strategico degli Stati Uniti
come il fratellastro di Karzai proprio nell'area su cui Obama ha lavorato per 18 mesi; e in più il nemico è tornato a
mettere sotto pressione le forze della coalizione nell'ovest del paese. A Washington lo chiamano "whack-a-mole", il
gioco del luna park in cui bisogna martellare tempestivamente la sagoma di cartone che spunta ora da un buco,
ora da un altro. In Afghanistan il nemico sta dimostrando che la strategia della riconciliazione è un finale
romantico che piace ai politici in campagna elettorale e ai tagliatori di spesa che sono tentati da un baratto
pericoloso: la sconfitta in Afghanistan in cambio di qualche miliardo. (IL FOGLIO 13 LUGLIO DI MATTIA
FERRARESI)
DUE COLPI IN TESTA AL FRATELLO DI KARZAI E ALLE TRATTATIVE CON I TALEBANI - COME FINIRE
LA GUERRA
Le trattative coni talebani decisamente non sono ancora a buon punto se ieri il fratellastro giovane del presidente
Ha-mid Karzai, Ahmed Wali Karzai, è stato abbattuto nel suo ufficio con due colpi di pistola alla testa da una
guardia del corpo e i guerriglieri hanno rivendicato l'uccisione. A parte le considerazioni sul disastro-sicurezza - e
se la guardia del corpo avesse aspettato un incontro tra i due parenti e avesse ucciso con due colpi in più anche il
presidente dell'Afghanistan? - e il fatto, centrale nella saga afghana, che Ahmed Wali era il signore e padrone del
sud, l'uomo più importante e influente di Kandahar, a uscire indebolita è più in generale l'idea che i tale-bani siano
impegnati in trattative concrete con gli americani per trovare una soluzione politica alla guerra in Afghanistan. Ieri
il presidente afghano, che poi è corso giù a Kandahar con una coda di collaboratori e dignitari, ha incontrato il
presidente francese Nicolas Sarkozy che, parlando del prossimo ritiro del contingente di soldati mandato da Parigi
e della possibilità di una soluzione negoziata al conflitto, ha detto: "Bisogna sapere finire una guerra". Poi la parola
è passata a Karzai, che però ha guardato mesto i giornalisti e ha soltanto detto: "Non ho nulla da aggiungere alle
parole di Sarkozy, ogni famiglia in Afghanistan ha conosciuto la sua quota di dolore". E' stata una rappresentazione
dolorosa della direzione che sta imboccando la guerra. Il francese che annuncia ritiro militare e riconciliazione
politica e il presidente a cui hanno appena detto che il fratello è stato ucciso da un infiltrato, verosimilmente
appartenente alla controparte dei "negoziati". Chi lascia il paese e chi è costretto a restare. A chi toccherà dopo?
Wali Karzai si fidava della propria guardia del corpo, Sardar Mohammed. Era un uomo vicino alla famiglia da
almeno vent'anni, da quando il padre dei Karzai - leader carismatico e riverito, anche lui ucciso dai talebani - era
ancora vivo, poi è diventato comandante del posto di polizia che sorveglia la strada che dalla villa fortificata del
signorotto di Kandahar porta alla villa di un altro fratello Karzai e infine è stato preso come guardia personale, anzi
di più, come confidente, negli ultimi sette L'ex capo dei servizi segreti afghani non crede ai negoziati "Uccideranno
i leader uno a uno" anni. Non si è capito con certezza perché ieri mattina, mentre nella villa aspettavano sessanta
tra postulanti e capi locali - tutti afghani che vivono questo tempo di guerra "seduti sulla staccionata", in attesa di
vedere chi è il più forte nella lotta tra governo centrale, occidentali e talebani - ha chiesto al capo un incontro
faccia a faccia nel suo ufficio privato e lo ha ammazzato a pistolettate. C'è chi tira in ballo i traffici del Karzai
minore, signore del traffico di droga e capo i quel "cartello Karzai" che - ha scritto il mes di Londra - grazie ai
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contratti con gli occidentali per le costruzioni, i rifornimenti e la protezione dei convogli destinati alle truppe Nato
riesce a incassare un miliardo di dollari ogni anno. Ma questa versione non torna. Sardar è stato subito ucciso dalle
altre guardie del corpo, il suo corpo trascinato per le strade legato con una corda dietro a un pickup e poi appeso
alla balconata del secondo piano. Non poteva non sapere a che cosa stava andando incontro. Per questo non pare
un omicidio collegato alla mafia degli affari militari afghani o al suo parente pure tollerato, il traffico di droga. Il
motivo dell'o- perazione suicida sembra piuttosto più ideologico e legato - come accade con frequenza sempre
maggiore - all'incessante serie di attacchi da dentro, a tradimento, contro le istituzioni afghane e le forze
occidentali. I talebani confermano: "Avevamo chiesto da tempo a Sardar di uccidere il fratello di Karzai, e oggi
(ieri) c'è riuscito. Per adesso è l'operazione di maggior successo della nostra campagna Badr", ha detto un
portavoce riferendosi all'offensiva di primavera. I guerriglieri tentano di disarticolare i vertici locali del governo. La
lista degli assassinati include il vicesindaco di Kandahar, il vicegovernatore della pro- vincia, il capo provinciale
della polizia, il capo distrettuale di Arghandab (uno dei distretti più contesi tra governo e talebani). Del resto,
fanno notare alcuni analisti, perché attribuire ai talebani tutta questa voglia di negoziare? Non lo hanno fatto
quando erano a pezzi nel 2002, cacciati dal paese e dispersi sotto i bombardamenti americani e davanti
all'avanzata degli sto- rici nemici dell'Alleanza del nord. Perché dovrebbero trattare ora che si sentono a un passo
dalla vittoria? Sono gli stessi talebani a negare che ci siano trattative in corso, anche se potrebbe trattarsi di un
espediente per non demoralizzare le truppe -nessuno vuole essere l'ultimo a morire in una guerra. E, ancora, sono
gli stessi talebani a dire che i loro padrini politici dentro l'establishment militare pachistano insistono a voler
protrarre il conflitto, come se dieci anni da sommare alle precedenti guerre civili non fossero abbastanza. E' difficile
negoziare con una parte che non ne ha voglia e che si sente in vantaggio e che potrebbe sfruttare i negoziati
come paravento per coprire l'obiettivo forale e mai dimenticato, la riconquista totale del paese, la supremazia dei
pashtun sulle altre etnie e la tanto sospirata vendetta contro l'Alleanza del nord. I riferimenti alla tattica legittimata
dal Corano della "taqqiya", la dissimulazione, che consentirebbe ai talebani di fingersi disposti a negoziare per poi
tradire il patto subito dopo (in questo caso, subito dopo il ritiro già calendarizzato dei soldati occidentali), si
sprecano. L'assassinio di Ahmed Wali Karzai ha un peso pari all'uccisione del capo dell'Alleanza, Ahmad Shah
Massoud, nel settembre 2001 - anche se il primo era un boss corrotto sopportato dagli americani soltanto per
l'influenza che sapeva esercitare, e l'altro era invece il leone del Panshjir, un capo nobile della resistenza
antisovietica. Entrambi hanno aperto un vuoto di potere che anticipa l'arrivo di lotte violente e di turbolenze. Ieri il
comandante uscente dei soldati in Afghanistan, il generale David H. Petraeus, ha parlato con accenti ottimistici di
una stabilizzazione "fattibile" e del rallentamento del numero di attacchi degli insorti. Ma questa volta è ancora
troppo presto, non si può parlare di una replica del successo in Iraq. Amrullah Saleh è invece stato capo dei servizi
segreti dell'Afghanistan per otto anni, prima di essere cacciato dal presidente Hamid Karzai perché è contrario ai
negoziati con i talebani. Ieri ha detto: "I talebani e i loro alleati di al Qaida e i pachistani non avranno nessuna
pietà per gli afghani, uccideranno tutti i loro leader uno a uno". Nel 2005 aveva azzeccato la reale posizione del
nascondiglio di Osama bin Laden con una precisione di 25 chilometri. (IL FOGLIO 13 LUGLIO DI DANIELE
RAINERI)
QUEL CUSCINO D'INDIFFERENZA CHE CI SEPARA DAI NOSTRI SOLDATI
Il quarantesimo militare italiano è caduto in Afghanistan. Non so spiegarmi bene il motivo, ma le cifre tonde fanno
sempre più impressione. Forse perché detengono il valore simbolico della quantità. O perché inaugurano una
nuova serie. In ogni caso costringono a un bilancio, a guardarsi indietro, per decide-re se 4o è un numero grande
o piccolo, se il prezzo è ancora un prezzo adeguato. Gli organi d'informazione hanno dato notizia del decesso con
la compostezza propria di questi casi: generalità, circostanze vaghe da non approfondire ulteriormente (a che
scopo, poi?), quindi il lunghissimo elenco del cordoglio istituzionale. Il presidente del Consiglio rinuncia al raduno
della sua squadra di calcio. Roberto Marchini aveva la mia stessa età, 28 anni. Gaetano Thccillo, ucciso dieci giorni
prima, ne aveva 29. Ecco un'altra cosa che m'impressiona. La guerra in Afghanistan è quella della mia
generazione, a quanto pare. C'è dell' altro. Il dicembre scorso ci sono stato in visita, dieci giorni per scrivere un
reportage per Vanity Fair, e mi trovavo proprio lì, nella regione di Farah, dove le giornate sono tutte spietatamente
soleggiate, una dopo l'altra, e al suolo è ammucchiata così tanta polvere che te la senti nei polmoni, dentro il
sangue. Coincidenze. E strano e un po' triste come una serie di dettagli sia in grado di avvicinare più o meno un
fatto alla nostra sensibilità: un numero seriale, un dato anagrafico, l'aver visto un luogo con i propri occhi, e ecco
che quello improvvisamente ci riguarda, quando in altri casi ci saremmo passati sopra sbrigativamente. Siamo
davvero così limitati nella nostra capacità di compassione. Sembra quasi, poi, che riguardo ai soldati di oggi esista
una volontà esplicita di arginare la partecipazione. La professionalizza-zione dell'Esercito, la parsimonia con cui le
notizie vengono divulgate, tutto quanto contribuisce a creare un morbido cuscino d'indifferenza fra noi civili e gli
esperti di armi, a eludere la verità sostanziale che la loro presenza laggiù equivale alla nostra volontà che si trovino
laggiù. « E un lavoro, e come ogni lavoro contempla dei rischi» è la risposta preconfezionata che viene
dall'Esercito e noi l'accettiamo, con un discreto sollievo. Be', in giorni come questo non è proprio soddisfacente.
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Anche il mio mestiere contempla dei rischi, ma non quello che mi esploda una bomba in faccia in un pomeriggio di
luglio. Se un ragazzo decide che il suo compito è quello di disinnescare ordigni, dev'esserci dell'altro. Di sicuro la
necessità — non è un caso la sproporzione fra uomini del Nord e del Sud nei reparti delle forze armate —, ma non
solo quella. Cos'altro allora? Per indovinare le motivazioni profonde di qualcuno, in ogni circostanza, io non
conosco altro modo che cercarne una traccia timida in me. Ci ho pensato stamattina. A cosa mi spingerebbe a
avvicinarmi a una tanica di nitroglicerina e mettermi a trafficare con i fili. Nulla, probabilmente. Però una volta, da
ragazzino, trovai uno di quei residuati della Seconda Guerra. Passeggiavo con i miei genitori in montagna, in val
Thu-ras, e il fianco curvo e arrugginito della bomba spuntava appena dal sentiero. Nessuno di noi osò toccarla
eppure io le rimasi vicino, per osservarla. Mi accovacciai. L'eccitazione che provavo era diversa da quella
sperimentata fino allora, questa era eroica, aveva a che fare con un rischio reale, non simulato come in tutti gli
altri divertimenti da bambino. C'entrava con l'ignoto. Desideravo con tutto me stesso assistere all'esplosione. I
carabinieri arrivarono dopo un paio d'ore, con disinvoltura estrassero l'ordigno — era solo un involucro vuoto —,
quindi ci diedero un passaggio fino all'imbocco della valle, perché era quasi buio. Forse non c'entra nulla e il mio è
solo il tentativo di distrarre l'attenzione dalla morte violenta e inaccettabile di un mio coetaneo. Può darsi che
quello dei nostri militari sia davvero un lavoro e basta, con i suoi rischi, statisticamente più elevati che in altre
occupazioni. Che 4o sia soltanto un numero, freddo e indifferente come gli altri numeri, e vada preso come tale:
maggiore di 39 e minore di 41. Io preferisco lasciarmi sommergere dal suo potere simbolico, però. E preferisco
pensare che il caporalmaggiore Roberto Marchini, mentre si avvicinava all'ordigno l'ultimo giorno di missione prima
della licenza, stesse sfidando qualcosa di più grande di un aggeggio mortale fabbricato con pochi dollari: che
volesse disinnescare una paura, la sua e la stessa che appartiene a me. Nel mio pensiero lo trasporto, dalla
pianura torrida del distretto di Farah fino a quella valle di montagna, dove a luglio i prati sono in fiore. (CORRIERE
DELLA SERA 13 LUGLIO DI PAOLO GIORDANO)
KANDAHAR, IL FRATELLO DI KARZAI UCCISO DA UNA DELLE SUE GUARDIE
È stato ammazzato nella sua casa di Kandahar, freddato da due proiettili sparati da poca distanza. Ad uccidere
Ahmad Wali Karzai, fratello del presidente Hamid Karzai e uno degli uomini più potenti (e più discussi) dell
´Afghanistan, è stato un uomo di cui si fidava, un abituale frequentatore della sua casa-fortezza nel centro della
seconda città del paese. Sardar Mohammed, l´omicida, era il comandante di un posto di sicurezza, uno che per
mestiere combatteva (o almeno avrebbe dovuto) i ribelli Taliban, un soldato che Ahmad definiva "un caro amico",
sicuramente da anni un suo stretto collaboratore. Nell´Afghanistan dei signori della guerra e dell´oppio, anche
fidarsi di un "caro amico" può essere però un errore mortale. Soprattutto se di cognome ti chiami Karzai, se sei
fratellastro (la madre è diversa) del presidente, se vivi a Kandahar - culla del movimento Taliban - e se in dieci
anni ti sei fatto molti nemici, dentro e fuori dell´Afghanistan. Grazie alla sua parentela, ma grazie anche alla sua
capacità di sfruttarla nel difficile e oscuro mondo politico ed economico di un paese che da decenni conosce solo la
guerra e la cui economia si basa sull´oppio, Ahmad Wali aveva accumulato una fortuna seconda (forse) solo a
quella del fratello e un potere fatto di relazioni e ricatti che coinvolgevano in modo trasversale le varie etnie dell
´Afghanistan. Nel suo paese, abbandonato insieme alla famiglia nel 1979 (anno dell´invasione sovietica), era
tornato dopo l´11 settembre, quando gli aerei americani avevano spazzato in poche settimane le resistenze dei
Taliban e dei terroristi di Al Qaeda che in Afghanistan avevano trovato (Osama Bin Laden in testa) il loro santuario.
Come al fratello, gli anni trascorsi in America (aveva un ristorante a Chicago) erano serviti ad Ahmad - la famiglia
Karzai era una delle più potenti della etnia Pashtun - per prepararsi al ritorno in patria. Aveva lasciato gli Stati Uniti
a metà degli anni Novanta, trasferendosi, insieme ad Hamid a Quetta (Pakistan), altra città oggi cara ai Taliban di
qua e di là del confine. Da anni il potere economico e politico di Ahmad era sotto la lente dell´intelligence Usa. Per
i servizi segreti americani era lui a gestire, attraverso suoi uomini, la prima industria del paese, quel mercato dell
´oppio che serve anche ad alimentare il mercato delle armi. Ed anche in quest´ultimo più volte le intelligence
occidentali avevano intravisto la mano del "fratellastro" del presidente. Negli Stati Uniti molte voci si erano levate
contro di lui, da ambienti del Pentagono le pressioni sul fratello presidente perché si liberasse di lui si erano fatte
quasi quotidiane, la stessa ricandidatura a presidente di Hamid Karzai era stata in bilico anche per via di quel
fratello così controverso. In uno dei file rivelati da WikiLeaks l´inviato del governo Usa Frank Ruggiero lo
descriveva (settembre 2009) come «un corrotto e trafficante di stupefacenti». Due anni fa il New York Times
aveva però rivelato che Ahmad era stato per otto anni a libro paga della Cia (si sarebbe occupato del reclutamento
delle milizie paramilitari per combattere i Taliban). La sua morte è stata prontamente rivendicata dai Taliban, ma
restano forti dubbi che ad ucciderlo siano stati proprio loro. Perché Ahmad si era fatto troppi nemici. Quel che è
certo è che la con la sua scomparsa si apre un vuoto di potere a Kandahar. Proprio la città (e la circostante
regione) dove il regime di Kabul subisce di più l´offensiva dei ribelli e dove si sono maggiormente concentrati gli
sforzi americani. La Casa Bianca, intanto, ha ieri condannato, attraverso il suo portavoce Jay Carney, «nei termini
più forti» l´assassinio di Wali Karzai. (LA REPUBBLICA 13 LUGLIO DI ALBERTO FLORES D´ARCAIS)
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"I MIEI ITALIANI, SOLDATI E FIGLI ECCEZIONALI"
Il generale Masiello è comandante della Brigata Paracadutisti Folgore, da tre mesi nuovamente in Afghanistan per
comandare il settore Ovest di Isaf, con base a Herat. Iniziamo purtroppo dall`attentato i cui ha perso la vita il
caporalmaggiore Gaetano Tuccillo: è la prima volta che un uomo sotto il suo comando perde la vita?
Si è la prima volta che uno dei miei uomini perde la vita durante una operazione.
Che cosa prova un comandante in situazioni come queste?
Dolore ed un senso di impotenza. Ciò detto gli uomini sotto il mio comando sono professionisti eccezionali e
svolgono il loro lavoro spesso ben oltre il senso del dovere. Molti di loro, per età, potrebbero essere i miei figli per
cui, come comandante e prima di tutto come padre posso solo dire che sono fiero di loro. Vorrei rivolgere un
pensiero di gratitudine e stima a tutte le famiglie dei nostri militari ed in particolar modo a quelle dei nostri caduti.
Quanti uomini ha sotto il suo comando?
Circa 8.000, metà dei quali italiani. Poi ci sono circa 2.000 americani e 2.000 spagnoli, oltre a contingenti più
piccoli provenienti da altri Paesi.
Qui nella base di Herat le condizioni di vita sembrano spartane ma confortevoli, avete ristoranti, una palestra. Ma
come sono le condizioni di vita delle basi avanzate?
Molto diverse. Abbiamo basi avanzate nelle quali si trovano raggruppamenti più piccoli, fino a una squadra di una
decina di elementi. Vivono in condizioni dure e operano in situazioni ambientali molto aspre. Devono pattugliare il
territorio e cercare di impedire che gli insorgenti possano tentare di farvi ritorno.
Quanto tempo vi restano? Sei mesi, ininterrotti.
Parliamo delle forze afghane.
Com`è il loro livello di efficienza? Intanto i numeri sono significativi.
Nel mio settore operano già 9.000 soldati e 7.000 poliziotti afghani. Dal punto di vista qualitativo, poi, dopo aver
sviluppato la componente della fanteria, stiamo provvedendo a formare artiglierie genieri, così da rendere le loro
unità sempre meno dipendenti dal sostegno Isaf.
E in termini operativi? Nessuna operazione militare è condotta senza il coinvolgimento massiccio di truppe
afghane. Ormai l`Ana (l`esercito afghano) dispone di un numero significativo e crescente di forze speciali di
ottimo livello.
Che tipo di operazioni svolgete?
Quello su cui ci concentriamo è tenere aperte le vie di comunicazioni intorno alla higway numero 1 (l`anello, che
collega tutto il Paese), la zona della città di Herat con l`aeroporto e le vie di comunicazione verso Iran e
Turkmenistan. E oggi, qui, assistiamo soprattutto ad attacchi mordi e fuggi, suicidi o con bombe sulla strada.
(AVVENIRE 12 LUGLIO DI VITTORIO E. PARSI)
KABUL CHE VERRÀ
Comprehensive approach e anaconda strategy. Sta in queste due espressioni il segreto della transizione, cioè del
progressivo passaggio alle autorità afghane della responsabilità complessiva nel mantenimento della sicurezza
interna. Un approccio complessivo, quello deciso da Isaf (International Security and Assistance Force), ai cui vertici
siedono il generale americano David Petraeus (in procinto di passare alla direzione della Cia) e i Paesi occidentali
ripensano il loro ruolo nel Paese: via i militari, solo sostegno civile ed economico. La sicurezza il nodo più intricato
l'ambasciatore britannico Gus. Sicurezza, ma anche sviluppo e governance, nella consapevolezza che senza decisi
progressi in questi due ultimi settori ogni passo avanti nel primo campo può comunque essere reversibile. La
"strategia dell'anaconda" prevede il progressivo soffocamento dell'insorgenza talebana, privandola degli elementi
che ne forniscono il necessario nutrimento; la fornitura di armi e il reclutamento di miliziani, innanzitutto, ma
anche il sostegno economico (spesso estorto con le minacce nei territori ancora controllati) e quello politico,
derivante dalla capacità di "fare giustizia" in maniera tanto brutale quanto rapida nei tanti contenziosi che possono
nascere nella società civile dal campo del diritto privato a quello del diritto di famiglia. Isaf però si occupa
direttamente solo della sicurezza, lasciando alle autorità afghane di decidere come e quando implementare le
componenti civili della strategia. Certo i Prt (Provincial Reconstuction Team) collaborano in prima persona alla
gestione e alla canalizzazione degli aiuti internazionali. Quello di Herat (nel settore Ovest del Paese, sotto la
responsabilità italiana) ha scelto di svolgere un lavoro di regia, coordinando le ong che collaborano con Isaf e
garantendo comunque un tavolo di reciproca informazione e consultazione a tutte quelle che hanno invece
preferito mantenere una totale autonomia rispetto alla Nato. Decidendo poi di impiegare sempre e soltanto
aziende locali e manodopera afghana la realizzazione delle opere finanziate dalla comunità internazionale, questo
Prt sta effettivamente contribuendo allo sviluppo dell'imprenditoria locale e offrendo pro-spettive di occupazione a
migliaia di persone. Si tratta di un modo importante di dare effettiva attuazione a un approccio che fa della
sicurezza solo uno degli elementi di soluzione del puzzle afghano. Il quadro complessivo della sicurezza nel Paese
è intanto migliorato sensibilmente rispetto all'anno passato, con una sostanziale riduzione delle aree tenute sotto
controllo dagli insorgenti e con una maggiore capacità operativa delle forze di sicurezza (esercito e polizia). Le
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perdite civili sono sempre più contenute e per l'85% causate dagli attentati degli insorgenti. Da tempo, la quasi
totalità delle operazioni è svolta in maniera congiunta tra alleati e afghani e sempre più spesso agli afghani è
delegata la pianificazione e la leadership delle missioni. Proprio per consentire all'Ana (Afghanistan National Army)
e al1'Anp (Afghanistan National Poli-ce) di prendere in mano la gestione della sicurezza dopo il 2014 - quando la
transizione sarò completata e non resteranno più truppe combattenti Isaf sul suolo afghano - è previsto che anche
dopo quella data restino consiglieri militari e istruttori della Nato. L'impegno è quello di non abbandonare il Paese,
ma di continuare a fornirgli l'assistenza necessaria: non solo militare, evidentemente, ma anche economica.
Difficile altrimenti immaginare come potrebbe il quinto Paese più povero del mondo a permettersi quell'apparato di
sicurezza di 350.000 uomini giudicato appena sufficiente a mantenere l'ordine. Ma dal punto di vista politico, quale
Afghanistan potremmo immaginarci dopo i12014? «Di sicuro non la Svizzera - come ammettono schiettamente
figure di altissimo livello dentro Isaf dietro garanzia dell'anonimato -, ma un Paese che non ritorni al disastro
economico, civile e sociale dei tempi dei taleban o della guerra civile». Del resto non uno dei vicini regionali, alcuni
dei quali (Pakistan, Iran) molti afghani ritengono corresponsabili della situazione in cui versa il loro Paese,
possiede le caratteristiche di una perfetta democrazia o di un illuminato modello sociale. Non sorprende, così, che i
settori più avanzati della società afghana nutrano timori per il "dopo-transizione". Così come perplessità esistono
sulla capacità del governo centrale di Kabul di trasferire fondi e sostenere progetti anche lontano dalla capitale, di
lottare con efficacia contro la corruzione e di articolare un efficace sistema giudiziario in un Paese in cui un giudice
o un procuratore guadagnano la metà di un poliziotto o di un soldato. Tutte incognite, e scommesse, che gravano
pesantemente sul futuro di un Paese da quasi 40 anni teatro ininterrotto di conflitti interni e internazionali.
(AVVENIRE 12 LUGLIO DI VITTORIO E. PARSI)
IMPENSABILE UN'ITALIA CHIUSA IN CASA
La revisione delle decine di missioni militari a cui l'Italia partecipa nel mondo era dovuta da tempo. È stata
sollecitata dalla Lega per le ragioni sbagliate - populismo e provincialismo - che Vittorio Emanuele Parsi ha
denunciato nel suo editoriale di alcuni giorni fa. Ma ciò non toglie che fosse giusto verificare gli impegni
complessivi dell'Italia, che ha per anni schierato all'estero quasi 10.000 soldati. Esistono infatti, al di là delle ragioni
strumentali, motivi razionali per una riflessione sulle missioni internazionali. Il primo è che alcune di queste
missioni stanno esaurendo la loro funzione (Kosovo) o non stanno raggiungendo gli obiettivi iniziali (Afghanistan,
dove peraltro non sono state decise riduzioni immediate): in linea di principio, è giusto che le missioni
internazionali siano regolarmente riviste. Secondo motivo: nessuna politica estera seria pub continuare a fondarsi
sull'uso - improprio - delle missioni internazionali come unico strumento per difendere il rango dell'Italia nel
mondo. Un meccanismo del genere è utile? Non lo è. Le missioni internazionali hanno finito per diventare un
surrogato di quello che non c'è ma dovrebbe esserci: una visione chiara e selettiva delle nostre priorità nel mondo
e dei vari strumenti per difenderle. Terzo motivo: nell'epoca dell'austerità, il costo delle missioni internazionali non
è trascurabile anche perché penalizza altri aspetti della politica estera. Si impongono delle scelte su come
distribuire risorse scarse. Facciamo un esempio: per il rango dell'Italia nel mondo è più importante mantenere
seicento soldati in più in Libano o pagare gli impegni economici assunti al G-8? In realtà, quei seicento soldati
avremmo dovuto ritirarli da tempo, visto che facevano parte di un ruolo di comando passato dall'Italia alla Spagna.
Mentre è da tempo che Roma non paga la sua quota di un Fondo globale contro le malattie proposto proprio
dall'Italia al G8 di Genova. Per le tesi leghiste, rispettare questo tipo di impegni è ancora più assurdo,
probabilmente, che restare in Afghanistan. Per chi si preoccupa della credibilità internazionale dell'Italia - non in
astratto ma come strumento essenziale per difenderne gli interessi - è una cattiva scelta. Partirei quindi di qui: che
l'Italia riesamini le missioni internazionali in cui è impegnata da anni è giusto. Almeno in teoria. Nei fatti, come ha
sottolineato il Capo dello Stato, è giusto se l'Italia prenderà le decisioni operative che ne conseguono all'interno
delle coalizioni internazionali di cui fa parte. Perché se invece decidesse in modo unilaterale, vanificherebbe gli
sforzi degli ultimi due decenni, incluso il sacrificio di giovani vite umane. Questo ragionamento vale anche per gli
altri Paesi europei. Parlando all'Aspen Institute la settimana scorsa, il ministro degli esteri della Polonia, Radek
Sikorski, ha spiegato in che modo una capitale super-atlantica come Varsavia intende rivedere nei prossimi mesi,
in accordo con Washington e la Nato, i suoi impegni in Afghanistan. Una traiettoria di progressivo disimpegno
occidentale è cominciata in Asia centrale. In Kosovo, la missione internazionale sta arrivando - dopo oltre un
decennio - alla sua faticosa conclusione. In Libano, il ruolo dell'Italia, che è stato di primo piano nella fase iniziale,
pub essere un poco ridimensionato. L'Occidente nel suo insieme, a dieci anni dall'Il settembre, vive una fase di
parziale ripiegamento. Sia perché esistono, anche per gli Stati Uniti, vincoli economici più rilevanti di prima; sia
perché i risultati dell'interventismo democratico sono fino ad oggi deludenti. Il problema è che tutto ciò non venga
scambiato, in Italia, con l'illusione di potersi finalmente disinteressare della sicurezza internazionale. Più di altri
Paesi, l'Italia resta vulnerabile ed esposta sul piano geopolitico: un'opzione «Svizzera» (per usare un'immagine
stereotipata) non esiste per noi. Non solo: la riduzione della presenza americana in Europa ci obbligherà a fare di
più perla stabilità regionale. Comunque vada a finire la strana guerra di Libia. La previsione è semplice: nell'arco
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dei prossimi due anni, taglieremo i costi dell'Afghanistan ma dovremo aumentarli nel Mediterraneo. Mentre si
ripensano le vecchie missioni internazionali, è bene esserne consapevoli. La concentrazione degli impegni nelle
aree vicine all'Europa potrebbe diventare la scelta: una risposta razionale ai vincoli economici. Ma quali ne
sarebbero i costi politici? Riducendo i suoi impegni militari globali, l'Italia perderà anche rango? Non è detto. Nel
sistema internazionale di oggi, il rango di un Paese non dipende tanto o soltanto dagli impegni militari globali.
Usando il linguaggio degli economisti, questi impegni offrono benefici marginali più bassi che in passato. Mentre
aumenta il peso della credibilità economica di un Paese, sia interna sia nel gioco globale. Questo dato,
naturalmente, costringe i governi occidentali a concentrarsi sulla solidità fiscale: perfino per l'America, il debito
pubblico è diventata una questione di sicurezza nazionale. Tanto più lo è per l'Italia: non esiste fattore altrettanto
importante per il rango del nostro Paese. Come si è appena visto, tuttavia, neanche l'Italia può permettersi un
ripiegamento domestico. Dovrà quindi trovare un nuovo equilibrio fra priorità economiche e sicurezza. Un equilibrio
possibile solo attraverso una divisione degli oneri. Ossia, una politica di alleanze. Anche per questa ragione, l'Italia
deve restare un partner credibile: per gli europei e per gli Stati Uniti. Un partner che, insieme agli altri, pub anche
ridurre impegni internazionali ereditati dal passato; ma non potrà sottrarsi ai nuovi impegni che si profilano,
economici e militari. Che l'Italia possa chiudersi in casa è quanto di più lontano ci sia dalla realtà del XXI secolo.
(LA STAMPA 11 LUGLIO DI MARTA DASSÙ)
AFGHANISTAN, TRATTATIVE PER LA PACE. USA E ONU DIALOGANO CON I TALEBANI
I delegati delle tre parti si sono incontrati recentemente in Malesia. Per la terza volta. Un'apertura
dall'amministrazione statunitense che potrebbe portare a un riconoscimento politico dei ribelli e farli così entrare
nel governo di Kabul. Ma il percorso è ancora lungo e le incognite di Washington sono molte Stati Uniti, Onu, e gli
invitati imbarazzanti: i Talebani. Chi se lo sarebbe immaginato un menage a trois simile, ai tempi di George W.
Bush? E invece così è stato: i delegati delle tre parti si sono incontrati recentemente in Malesia, anche se non ci
sono ben pochi dettagli a riguardo. L’amministrazione di Barack Obama lo ripete da tempo: con i guerriglieri
islamici bisogna trattare, a patto che rinuncino alla violenza e ai legami con Al Qaida. Wahid Mujda, che era al
governo quando i Talebani erano al potere, ha confermato che “i negoziati sono cominciati, e c’è interesse” da
parte dei “nemici”. In passato i guerriglieri islamici “avevano detto che non avrebbero mai partecipato ai negoziati
se gli Usa non lasciavano l’Afghanistan, ma ora sembra che il problema sia risolto, e che quella importante
condizione sia stata messa da parte”. In effetti quello in Malesia non è stato il primo incontro tra americani e
Taleban. Le notizie sono frammentarie, ma ci sono stati almeno altri tre vertici promossi dall’amministrazione
americana, di cui uno in Qatar e uno in Germania. Il delegato dei guerriglieri islamici era Mohammed Tayeb Agha,
un aiutante del famigerato Mullah Omar. Dal lato americano c’era Jeff Hayes, il numero due di Marc Grossman,
l’inviato speciale per l’Afghanistan che ha preso il posto di Richard Holbrooke. La comunità internazionale, d’altra
parte, ha già cominciato a tendere la mano ai “nemici”, togliendo alcuni dei loro nomi dalle liste nere delle Nazioni
Unite, e sollevandoli così da pesanti sanzioni. C’è poi una richiesta da parte dei Taleban che potrebbe essere
esaudita: la creazione di un ufficio politico. Sarebbe un modo per legittimarli, e un primo passo per farli entrare nel
governo di Kabul. Ci sono state trattative per aprire questo ufficio all’estero: in Turchia, oppure in Qatar. Da lì si
potrebbero fare passi avanti, anche se le incertezze sono parecchie. A Washington c’è molta cautela riguardo
l’iniziativa di avvicinamento ai Talebani, citata da Obama nel suo recente discorso sul ritiro dall’Afghanistan, anche
se il presidente non ha snocciolato promesse o impegni precisi. La realtà è che alcuni esperti dell’area afghana,
come Harun Mir, ritengono che il ritiro potrebbe rafforzare i ribelli, i quali potrebbero rovesciare il tavolo delle
trattative. “L’obiettivo dei Talebani è prendere il controllo del Sud del Paese – sottolinea Mir – e quindi molto
dipende da quello che succede da qui alla fine dell’anno: se i Talebani tornano a Kandahar e Helman,
riprenderanno lo slancio che, fino ad ora, tutti dicono essere stato spezzato”. (IL FATTO QUOTIDIANO 10 LUGLIO
DI MATTEO BOSCO BORTOLASO )
GENERALE MASIELLO: "RESTIAMO E MUORIAMO IN AFGHANISTAN, LE SCELTE POLITICHE
SPETTANO A ROMA"
L’operazione è in corso: caccia a capi Taliban. Non si può dire dove fino a quando non sarà finita. "È imponente",
assicura il generale Carmine Masiello, comandante della Brigata Paracadutisti Folgore e da marzo della regione
occidentale dell’Afghanistan. Fino alle due e mezza di notte è rimasto con i suoi uomini a pianificare l’intervento.
Una serata piena per la base di Herat, con 4 colpi di mortaio che esplodono vicino e le sirene che invitano a
scendere nei bunker stretti nei propri giubbetti antiproiettile in attesa che l’allarme cessi. "Quanti sono i militanti?
Centinaia. È’ abbastanza difficile avere un quadro preciso. Si muovono velocemente per non essere individuati.
Cercano di andare, dove noi non siamo", dice il generale promettendo che il mese di luglio ci saranno molte
operazioni. Sono giorni decisivi a Herat, manca poco alla consegna ufficiale della responsabilità della sicurezza dai
militari italiani a quelli afghani. Forse questa settimana, forse la prossima. Per paura di attentati le autorità
afghane non dicono neanche il giorno esatto. "Siamo velatamente preoccupati e occupati a evitare che qualcosa
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possa accadere. Un attentato terroristico nel giorno della transizione avrebbe una visibilità elevatissima. L’attività di
prevenzione è fatta dalla polizia afghana e dai servizi d’intelligence". Qui e in altri sei posti in Afghanistan inizia la
transizione che terminerà nel 2014 con il ritiro delle truppe straniere. Tutto dipende dalla preparazione dell’esercito
e della polizia afghana: "La polizia si sta rendendo sempre più autonoma. Conducono da soli operazioni anche di
notevole spessore. Tra addestramento e mentoring sono cresciuti, anche se nella logistica sono un po’ carenti. Ma
hanno le capacità di base. Durante le operazioni ci chiedono quello che ancora non hanno: l’evacuazione medica, il
supporto aereo, l’intervento sugli ordigni". Ottimista il generale, forse gli afgani ce la faranno, intanto in Italia si è
votato il rifinanziamento delle missioni all’Estero, quella in Afghanistan non è stata toccata, ma il ministro della
Difesa La Russa sostiene che potrebbero rientrare dei militari: "È una decisione politica. E a questo ci adeguiamo.
Con la transizione in corso, man mano che vengono passate porzioni di territorio alle autorità afghane si potranno
fare delle valutazioni, però sarà la situazione del momento a stabilire se sia possibile diminuire il livello di forze. In
questo momento per noi è adeguato, non si risolve il problema con più militari della Nato, sono gli afgani il centro
di gravità, noi siamo in supporto a loro. Nel Gullistan e a Baqwa (sud) li stiamo raddoppiando". Sicurezza, sviluppo
e governance, sono le parole magiche per un Afghanistan stabile. La strategia operativa di Masiello è cominciata
quando ancora era in Italia, lo ha portato a concentrare lo sforzo a nord. "L’operazione è andata a buon fine, i
risultati sono ottimi, sono già in contatto con il mio successore, e toccherà a lui decidere come continuare. Su
questo influiscono diversi fattori, tra i quali quello climatico, nel nord d’inverno è complicato". Il ricordo della morte
del caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo, rimasto ucciso una settimana fa su un ordigno, è ancora fresco nella
base di Herat, e infastidisce che ogni volta che un soldato muore si gridi al ritiro. “Un militare viene qui perché è
mandato. La maggioranza degli italiani ci sostiene. Il comandante di compagnia che ha accompagnato la salma di
Gaetano, che tra l’altro è l’unico comandante di compagnia donna di tutta la brigata paracadutisti, doveva tornare
a Baqwa, una zona dura, le ho detto di prendersi un paio di giorni, mi ha risposto: ‘Non ci penso proprio, devo
tornare, perché è lì che sono i miei uomini’. Ogni giorno mi confronto con i soldati e hanno una serenità e una
tranquillità incredibile. Perché è importante restare? Perché ci sono 39 morti a cui rispondere, per loro bisogna
portare a termine questa missione, lo dobbiamo a loro". (IL FATTO QUOTIDIANO 9 LUGLIO DI BARBARA
SCHIAVULLI)
L’INFERNO E IL PARADISO DELLE DONNE ASSASSINE
Lo sguardo di Farida resta fisso sulla moquette, non ha mosso un muscolo raccontando la sua vita precedente
quando era una moglie e una mamma afghana. Ma la risposta all’ultima domanda le sale dallo stomaco alle labbra
come un pugno. I suoi occhi si solevano e ti guardano: lo rifaresti? “No ma solo perché ho dei figli”. Farida, 26
anni, una sera di due anni fa, ha aspettato che il marito si addormentasse nel letto e poi lo ha accoltellato a
morte. Subito dopo ha chiamato la polizia. E ora sconta una pena di vent’annoi nel carcere femminile di Herat. “La
mia vita era un inferno. Mio marito si drogava, mi picchiava tanto forte che ogni volta credevo mi avrebbe ucciso.
Così ho dovuto farlo io. Si trattava della sua vita o della mia”. Data in sposta a 16 anni a un ragazzo più grande di
lei di 10, fin dall’inizio ci sono stati problemi. Ma erano soprattutto le botte che non riusciva a sopportare. Poi un
giorno non ce l’ha fatto più. “Quel giorno avevamo litigato e le ho prese per l’ultima volta”, racconta Farida senza
emozione. Il viso incorniciato nel velo, con una lunga veste blu. Accanto l’ascolta il generale Sadiq, il direttore del
carcere femminile di Herat: 2500 detenuti tra i quali 150 donne e 80 bambini, figli di detenute. I reati delle donne
sono sempre legati agli uomini. Chi li uccide, chi scappa, chi si droga e chi si prostituisce. Farida se non vivesse
con il dolore di non poter stare con i suoi figli, due in orfanotrofio e uno con sua madre, si direbbe serena. Il
carcere le piace. È un’oasi di pace che protegge le donne dalla violenza che ha dominato le loro vite non perché
cattive, ma perché donne. Non è una soluzione, ma per molte le sbarre sono meno pesanti del matrimonio.
Realizzato ed equipaggiato dal team italiano di ricostruzione provinciale (prt), 330 mila euro tra Ue e un 20% della
Difesa italiana, ha tutto che le donne afgane desiderano: un ambiente pulito, niente botte e la possibilità di
imparare. Ci sono corsi d’informatica, d’inglese, alfabetizzazione, sartoria e parrucchiera; una biblioteca, un campo
di pallavolo, un asilo, una mensa, laboratori per tessere tappeti e vestiti tradizionali, il cui ricavato delle vendite va
a loro. Marzia è un’altra ragazza che non vuole andarsene. Non ha avuto un processo, non è stata neanche
accusata di niente. Il generale non sa che fare. È scappata di casa 9 giorni fa perché suo marito la picchiava. Ha
19 anni sposata da quando ne aveva 13, ora è incinta. “Sono una schiava non una moglie, vorrei divorziare ma lui
non vuole, i miei genitori non mi aiutano e così sono fuggita”. Il generale scuote la testa, le dice che chiamerà il
marito, che gli parlerà lui, ma che lei deve tornare, perché le buone mogli non scappano. Marzia annuisce ma non
concorda. È bella Marzia ed è forte. “Vorrei studiare, andare a lavorare, vorrei essere un po’ felice. Lasciatemi stare
qui un altro giorno, poi tornerò a casa, solo un altro giorno”. il generale solleva le braccia rassegnato. Le ragazze
intorno a lei sanno di cosa parla. Sono tutte colpevoli di essere donne. E la vita è dura soprattutto nelle campagne
non c’è nessuno da cui andare, non ci sono centri antiviolenza come nelle città, si finisce in carcere per cercare
salvezza o nel tunnel della droga. Molte spengono il loro inferno col fuoco. La percentuale di suicidi in Afghanistan
è altissima. “Non ho una famiglia tranne una sorella piccola da mantenere. Non trovavo lavoro mi sono prostituita
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per 6 mesi per darle da mangiare”, racconta Sakin che con i suoi tratti orientali ci dice che viene dalla lontana
provincia di Bamyan. Le hanno dato un anno, ha già fatto sette mesi e ha imparato bene l’inglese. !Quando esco
non sarò costretta a rifarlo, mia sorella che ora ha 14 anni si è sposata non voglio più sapere degli uomini. Sono
cattivi, lo sono tutti. Qui si sta bene imparo cose nuove, posso leggere, non sapevo nulla dei libri prima di venire
qui, è come viaggiare senza neanche doversi muovere. Dica grazie Italia per questo”. (IL FATTO QUOTIDIANO 8
LUGLIO DI BARBARA SCHIAVULLI)
TAGLI ALLE MISSIONI ALL’ESTERO: TANTO RUMORE PER NULLA
Ancora polemiche sulle missioni militari all’estero dopo che il Consiglio dei ministri ne ha approvato il
rifinanziamento messo in discussione alla vigilia dalla minaccia della Lega Nord che voleva una ridefinizione
dell’impegno militare oltremare. In realtà la decisione di ridurre uomini e costi è in buona parte di facciata e non
altera il costo complessivo delle operazioni che quest’anno supererà di poco il miliardo e mezzo di euro, cifra già
stanziata l’anno scorso. Per accontentare, almeno nella forma, i leghisti, si è provveduto a contare tra i militari
impiegati oltremare anche i circa 2 mila soldati coinvolti nelle operazioni sulla Libia che in realtà operano da basi
italiane o a bordo di navi italiane. Un escamotage che consente di gonfiare il numero di soldati impegnati
portandolo a 9.250. Secondo il documento consultabile nel sito internet della Difesa, che infatti non computa
anche le operazioni contro Gheddafi, sono autorizzati a operare all’estero 7.280 militari dei quali 7.224 sono
presenti effettivamente all’estero nell’ambito di 29 missioni in atto in 28 Paesi. Le riduzioni approvate, pari a 2.070
militari e 120 milioni di euro, riguardano perlopiù proprio la campagna libica ma vengono ottenute semplicemente
facendo rientrare in porto la portaerei Garibaldi con i suoi 890 marinai di equipaggio. Anche i costi finanziari
verranno in buona parte ridotti tagliando la guerra a Gheddafi (sulla quale il governo continua da 100 giorni a non
fornire nessuna informazione circa le nostre operazioni belliche) dai 142 milioni spesi nei primi tre mesi a 58
previsti da luglio a settembre. Cifre peraltro poco credibili così come pare dubbio che la sola portaerei Garibaldi
assorba oltre la metà dei costi vivi della missione. Da precisare poi se il ritiro dei quattro jet imbarcati sulla nave
verrà compensato con l’impiego di altrettanti jet dell’Aeronautica o se verrà di fatto ridotto di un terzo il contributo
italiano allo sforzo bellico alleato La Lega Nord ha espresso soddisfazione per il risultato raggiunto e Bossi ha
persino azzardato che “grazie alla Lega qualche migliaio di ragazzi torneranno a casa, saranno contenti i genitori”
(come se i militari fossero scolaretti alla prima gita scolastica). In realtà anche il rientro di 700 dei 1.600 militari
presenti in dal Libano e 400 dei 550 schierati in Kosovo, approvato dal Consiglio dei ministri, non è una
concessione ai leghisti ma era da tempo già pianificato e comunicato ai comandi Onu e Nato. Così come gli altri
risparmi ricavati ritirando contingenti di 3/7 militari dalle missioni della Ue (1,5 milioni), chiudendo qualche
infrastruttura e riducendo i trasporti resi superflui dalla riduzione degli effettivi (15 milioni) o richiamando una nave
dalla flotta della Nato nel Mediterraneo Orientale (6 milioni) non rappresentano decisioni strategiche che alterano
la natura delle missioni italiane oltremare il cui focus resta concentrato sulla Libia e sull’Afghanistan. In
quest’ultimo teatro operativo l’Italia non ritirerà un soldato fino almeno alla fine dell’anno e spenderà qualche
decine di milioni in più rispetto ai 750 stanziati l’anno scorso. La Lega, che sulle missioni aveva promesso sfracelli,
alla fine si è accontentata di una manfrina e di una buona dose di aria fritta. (PANORAMA BLOG 7 LUGLIO DI
GIANANDREA GAIANI)
“KILL TO TALK”: COSTRINGERE I TALIBAN A NEGOZIARE CON LA FORZA FUNZIONERÀ?
Qualche tempo fa, l’analista Thomas Ruttig titolava nel suo blog: “It needs two to talk”, a proposito dei supposti
colloqui tra americani e Taliban. Giunti all’ultima puntata dello speciale di Mri dedicato alle prospettive di una
soluzione politica alla guerra in Afghanistan, rilanciata dal discorso di Obama di fine giugno, si può ricordare una
verità quasi banale: “It needs two to end a war”. Se il negoziato dipende dall’esistenza di uno stallo soprattutto
nelle menti dei combattenti, è logico chiedersi: esiste nei Taliban la percezione che il conflitto è in uno stallo
militare irrisolvibile? Il giornalista Gareth Porter suggerisce che “both the Taliban and the Pakistani military appear
to believe that the Taliban has a stronger bargaining position at this point than Obama”. E i Taliban non paiono
intenzionati a fermarsi qui, anzi ad ampliare questa posizione di vantaggio percepito. “Badr”, l’offensiva di
primavera annunciata lo scorso primo di maggio, sembra avere due direzioni. La prima è essenzialmente
mediatica, la seconda punta invece a conquistare territorio. Nessuna delle due sembra rinunciare all’idea di
sconfiggere il nemico. IL DOMINIO DELL’ETERE - La prima direzione mira ad attaccare i centri della transizione
annunciata da Karzai nel discorso del nuovo anno afghano, il 21 marzo scorso. Si tratta delle province di Kabul
(distretto di Sorubi escluso), Panjshir, Bamyan, Helmand, Balkh, Laghman e della città di Herat. L’obiettivo: gettare
fango sulla narrativa positiva della guerra fissata dagli americani e da Karzai stesso. Gli insorti intendono mostrare
che quei luoghi ritenuti tanto pacifici la cui sicurezza viene in questi giorni affidata alle forze armate afghane sono
in realtà vulnerabili. E vulnerabile, per questa via, è la stessa exit strategy architettata da Obama per compiacere
in primo luogo un’opinione pubblica sempre più insofferente della guerra in Afghanistan. La mossa è mediatica ma
di importanza strategica, in una guerra che, come disse il generale McChrystal, “is all about perception”. A fine
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maggio, è stato attaccata la base italiana nel centro di Herat. Le circostanze diverse rispetto alle solite modalità
degli insorti, definibili come “terroristiche”, dimostrano come il coordinamento e la logistica del nemico siano
aumentati. Si è trattato di un vero e proprio attacco, con combattenti suicidi contro la base, insorti armati che
sparavano verso la breccia creata nel muro di cinta della sede della ricostruzione italiana e altri disordini creati
nell’affollato centro cittadino. Nella notte del 28 giugno, invece, è stato attaccato l’Inter-Continental Hotel di Kabul,
dove 21 persone (di cui nove attentatori) hanno perso la vita. Dopo sei ore di combattimento, solo l’intervento di
un elicottero della Nato ha chiuso gli scontri, dimostrando come ancora le forze di sicurezza afghane non siano
così efficienti nel rispondere agli attacchi. A preoccupare, non è tanto il settimo attentato di larga scala dall’inizio
dell’anno, quanto le modalità dell’operazione che ricordano gli attentati di Mumbai del 2008, suggerendo una
sempre maggiore connessione tra i Taliban e i gruppi terroristici transnazionali. ESPANSIONE TERRITORIALE - La
seconda direzione dell’offensiva di primavera punta a est. Questa direttrice potrà anche avere un impatto meno
dirompente sulla narrativa della guerra ma – andasse in porto – avrebbe un risvolto tattico non meno
destabilizzante. Come riporta Julius Cavendish su Time, i Taliban hanno un nuovo piano e lo stanno attuando
nell’est. Primo, infiltrarsi nel distretto di Waygal, abbandonato tre anni fa dalla Nato; secondo, conquistare il
Nuristan; terzo, da lì effettuare raid sulla vicina Asadabad, capitale della provincia di Kunar e complicare i piani
Nato nella provincia di Laghman; quarto, minacciare la sicurezza di Kabul. Queste province dell’est hanno un
valore strategico rilevante in quanto confinanti con le province del Pakistan più infestate di islamismo militante e
dove Al-Qaida e soci hanno trovato rifugio dopo la cacciata del 2001. Dovessero conquistare posizioni nell’est, i
Taliban guadagnerebbero linee di rifornimento ininterrotte con i loro santuari in Pakistan. La questione dei
rifornimenti è uno degli indicatori che mostra come, nel tempo, l’assetto logistico delle forze alleate è peggiorato,
invece che migliorare, rispetto a quello degli insorti, che hanno impedito alla Nato di rifornirsi dalla città pakistana
di Peshawar. Il comandante regionale talebano Qari Ziaur Rahman in un’intervista del 2008 lanciava una profezia:
“Chiunque sia stato sconfitto in Afghanistan, ha cominciato a perdere da Kunar”. Il contagio dell’insurrezione non
si limita all’est. Nelle sette province centrali attorno a Kabul, i Taliban controllano e governano 35 distretti su 62.
Nonostante a inizio anno il Generale Petraeus avesse auspicato l’espansione della bolla di sicurezza di Kabul, il
collare di 25 checkpoints intorno alla capitale non è servito ad arginare la violenza in città: tra il 12 novembre 2010
e il 28 giugno 2011, almeno dieci attentati di medio-alta scala hanno interessato Kabul, portando alla morte di
oltre 160 persone. La provincia di Ghazni è stata recentemente declassata dagli analisti militari di Isaf da “sicura” a
“volatile”, diventando la terza più pericolosa dopo Helmand e Kandahar. Anche il nord è coinvolto dall’avanzata
talebana. A fine maggio, un attentato a Taloqan ha ucciso due generali afghani e due militari tedeschi, ferendo il
generale Kneip, il più alto ufficiale straniero ferito dal 2001 a oggi. L’attentato ha un alto valore simbolico: infrange
il mito dell’immunità del nord afghano dal virus dell’insurrezione. Sino a pochi mesi fa, si credeva che i Taliban non
attecchissero al nord perché capaci di reclutare solo su base etnica (Pashtun, segnatamente, in minoranza al
nord). Alcuni recenti rapporti, però, segnalano come l’infiltrazione talebana nel nord ha avuto successo, anche
grazie alla corruzione del governo afghano e all’incompetenza delle forze armate nazionali nel colmare il vuoto di
legalità e sicurezza. Oggi, secondo fonti militari afghane, circa tremila insorti hanno costruito un fronte nel
distretto di Balkh. Da questi sviluppi si può trarre una lezione: se è vero che a ogni azione corrisponde una
reazione uguale e contraria, la pressione militare esercitata dal generale Petraeus nelle province del sud ha sì
diminuito l’inerzia degli insorti a Kandahar e nell’Helmand ma li ha fatti riapparire altrove. IL PARADOSSO DELLA
STRATEGIA “KILL-TO-TALK” – Non solo il surge ordinato da Obama nel dicembre 2009 avrebbe avuto finalità
“cosmetiche”, ossia segnare qualche successo tattico nel sud per imprimere nell’opinione pubblica mondiale la
percezione che gli Usa stiano ribaltando l’inerzia della guerra afghana. L’aumento di truppe non avrebbe nemmeno
diminuito il potenziale di violenza degli insorti. Il numero dei caduti della coalizione tra marzo e maggio 2011 è
stato di 147 morti, il più alto dall’inizio del conflitto. A giugno, però, le vittime sono state quasi la metà, rispetto al
giugno 2010. Le perdite del 2011 sono così inferiori rispetto alle perdite fino a giugno 2010: 281 ad oggi, 323 lo
scorso anno. A non diminuire è il numero degli attacchi degli insorti, mai così alto nei primi quattro mesi dell’anno
(circa 3750 nel 2011 contro i 2650 del 2010). Se si guarda alla distribuzione provinciale degli attacchi nei primi sei
mesi del 2011, si nota che il surge di truppe ordinato da Obama a fine 2009 e concentrato nell’Helmand e a
Kandahar ha sortito pochi effetti. Nella prima provincia, 1430 attacchi sono stati lanciati dagli insorti in questo
2011; 1408 ne erano stati lanciati in tutto il 2010 (la proiezione dice raddoppiamento della violenza). A Kandahar,
la situazione è rimasta invariata nei primi tre mesi dell’anno: 228 attacchi nel 2010, 249 nel 2011. Tra gennaio e
marzo, più violente sono diventate le province dell’est di Paktya (da 14 attacchi a 140), Khost (da 147 a 326) e
Nangarhar (da 76 a 128). La provincia più colpita è Ghazni, che segnala 200 attacchi nel solo mese di giugno. Per
di più, i comandati militari americani sono passati alle mani, nell’ultimo anno, con le operazioni “kill and capture”
condotte dai reparti speciali con raid notturni contro comandanti di medio-alto livello tra gli insorti. Nel trimestre
maggio-agosto 2010, sono stati uccisi o catturati 350 comandanti di medio livello. Nel solo nord, le Special
Operations Forces fra dicembre 2009 e ottobre 2010 hanno ucciso almeno diciassette comandanti talebani e
dozzine di combattenti. Se l’impatto sul breve periodo è l’indebolimento della capacità militare talebana, l’effetto di
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lungo termine può essere una radicalizzazione del conflitto. I capi militari uccisi sono stati sostituiti a partire da
maggio 2010 da una terza generazione di talebani senza radici nel territorio e la cui unica legittimazione è un
brutale jihad. Gli Usa stanno bastonando gli stessi con cui vorrebbero negoziare il futuro dell’Afghanistan. La
strategia può avere effetti perversi, specie se abbinata alla rapida uscita dal magma afghano che Obama ha di
recente esposto. Secondo la narrativa ufficiale, la strategia è concepita in modo consequenziale: picchiamo più
forte i Taliban per diminuire il loro potenziale e costringerli al tavolo delle trattative. Tuttavia, un ex ambasciatore
americano a colloquio con Mri ha detto che in realtà “forza militare e sforzo diplomatico sono sullo stesso piano ma
separati: gli Usa cercano di capire quale delle due strategie paghi meglio”. Eppure, in Afghanistan, tanta più forza
applichi tanta più violenza generi. Un principio quasi fisico. Più che ammansirla, la strategia americana rischia di
radicare l’insurrezione. E di compromettere la soluzione politica a un conflitto la cui soluzione militare è, di fatto,
impossibile. (MERIDIANI RELAZIONI INTERNAZIONALI 7 LUGLIO DI FEDERICO PETRONI)
CHIAMATEMI MANGUSTA
Pamela ha gli occhi verdi e un bottone rosso sulla cloche del suo elicottero Mangusta. Vorrebbe non spingerlo mai
quel bottone ma qualche volta l’ha fatto. Pamela Sabato, 27 anni, da Squinzano in provincia di Lecce, è la prima (e
unica per ora) pilota donna dei temibili elicotteri d’assaklto Aw 129. E’ alla sua seconda missione in Afghanistan sta
per lasciare il paese proprio mentre il 2 luglio l’uccisione del caporal maggiore Gaetano Tuccillo ha portato a 39 il
numero dei morti italiani. Nell’hangar dell’aeroporto di Herat la sua creatura metallica, ancorché parcheggiata,
incute timore e sgomento. Il sorriso di Pamela invece rassicura e compensa quell’uccello scuro, fiore all’occhiello
dell’aviazione dell’Esercito.
Il bottone rosso l’ha mai premuto, qui in Afghanistan?
Sì mi è successo: era necessario.
Quella raffica colpì qualcuno?
Non colpì nessuno. Era necessario sparare ma non uccidere.
Perché tendete sempre a smorzare l’aspetto bellico? Non credo che se vi tirano un razzo gli mandate un mazzo di
Margherite.
In un teatro di possibile scontro a fuoco la gestione d’arma è molto importante. Non voglio dire però né che mi
appassiona né che mi esalta. Non sono la mitragliera assatanata dei film americani. Usare il cannone o i missili è
una extrema ratio nel senso che quando arriviamo a non utilizzare il sistema d’arma è di fatto un successo. Deve
pensare che questo elicottero è una specie di mostro che incute terrore solo a vederlo. A volte basta un passaggio
a volo radente o una manovra più accentuata e quelli si spaventano. Arrivi e la situazione, quasi miracolosamente,
si placa perché il potere deterrente è enorme. E per me è sempre una bella soddisfazione uscire e non sparare.
Vedendo i colleghi feriti per terra o peggio, morti, non le è mai venuta voglia di premere il bottone rosso e fare
piazza pulita?
Mandare tutto a quel paese no perché il lavoro che facciamo qui è importante e serve. Noi proteggiamo dall’alto.
Onestamente quando salgo sull’elicottero cerco di essere più razionale possibile e non do spazio all’emotività, non
puoi permettertelo.
Ha paura quando sale a bordo?
Mentre Sali non hai paura. Quando veniamo allertati non sappiamo esattamente cosa troviamo. Qualche notizia, si
decolla e la situazione la capisci solo quando arrivi sul posto. Dovere gestire per ogni missione tante cose ti porta a
essere molto razionale, a pensare a tutto quello che devi fare, iniziando con la tutela del tuo ‘coppio’. Dopo quando
scendi si ci pensi e può arrivare la paura. Insomma, la paura c’è sempre ma ci pensi dopo. La mia reazione è
quella di farmi una lunga doccia sentire l’acqua calda che lava via il sudore. Lì rivivi tutta la missione mandi via
l’adrenalina. Ti asciughi, ti butti sul letto, chiudi gli occhi e dormi.
Scusi ha detto ‘coppio’?
Sì dai sarebbe il tuo compagno sul Mangusta si sta in due. Uno dietro e più in alto, pilota il mezzo e pensa solo al
volo, l’altro avanti e più in basso si occupa dei sistema di navigazione e d’arma. Ma poi siamo intercambiabili e
anche chi è davanti può, se necessario, pilotare l’elicottero.
Da piccola giocava con i soldatini anziché con le bambole?
Infanzia felice normalissima a Squinzano. Datemi un pezzo di mare e mi fate felice. Mia madre è tedesca 32 anni
fa è venuta in vacanza nel Salento e si è innamorata prima del mare e poi di un salentino. Vita normale, le amiche
il corso, mia sorella. Liceo scientifico e poi dovevo fare il medico.
E invece?
E invece fu un caso. Ero con una mia amica che si voleva arruolare, passeggiando per Lecce c’era lo stand
dell’esercito dove ci diedero un volantino in cui parlava di un concorso. Lei oggi fa il medico e io sono qua.
Si arruolò come soldato?
Sì poi ho fatto il concorso per entrare in accademia sono uscita sottotenente tre anni alla Taurinense negli alpini e
poi un nuovo esame per diventare pilota. Siamo passate in due: la mia collega vola sui Dornier e io sui Mangusta.
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Le piace un mezzo così offensivo?
Mi piace l’impiego della macchina che è meno statica rispetto a un elicottero normale da trasporto. Posso passare
dalla scorta alla ricognizione dalla sorveglianza all’assalto. Mi piace la versatilità del mezzo. Magari quando sarà
vecchia potrò fare qualcosa di più comodo.
L’essere donna non fa differenza?
All’inizio c’era diffidenza tra i maschi. Ma è una cosa norma, poi passa tutto.
Mai successo che un collega maschio abbia storto il naso sapendo che c’era lei come copilota?
No gli equipaggi sono ben pianificati ci si conosce tutti
Carattere?
Mi ritengo solare quando posso cerco di portare sorrisi.
Presuntuosa?
Un po’ sennò non riuscirei a fare questo lavoro.
Difetti?
Parlo troppo sono una donna fastidiosa precisa pignola un po’ tanto rompicoglioni. Lo sono con tutti. Testa dura
capocciona, però so riconoscere i miei errori.
L’errore più ricorrente?
Non tenermi le cose quando dovrei. Faccio sempre presente il mio punto di vista e ogni tanto tenere la bocca
chiusa sarebbe meglio. Però in volo aiuta, se qualcosa non va lo dico e magari questo ti salva la vita.
Altre passioni oltre al volo?
Sono una grande nuotatrice. Vado e parto per chilometri, mi rilassa. Poi mi piace cantare, dal coro in chiesa alle
canzonette: Madonna, Elisa e Negramaro su tutti.
Molto religiosa?
Quanto basta. Lassù aiuta avere un appoggio su cui contare. Prego vado a messa. La nostra protettrice è la
Madonna di Loreto. Magari qualche volta una mano me l’ha data.
Passionale o fredda?
Passionale e femmina. Fuori dall’elicottero mi lascio andare. E appena dico il lavoro che faccio non ci crede
nessuno.
Di chi si fida di più?
Ora del mio ragazzo.
Chi è?
Si chiama Matteo e fa il pilota di Mangusta come me ma in un altro reparto, lui è a Casarsa e io a Rimini. Mai in
missione insieme, non lo vorrei.
Progetti con lui?
L’anno prossimo ci sposiamo. Poi ma con calma, un figlio. Certo, dovremo fare i turni alla pari, uno starà a casa
con il bambino l’altro sul Mangusta in qualche missione nel mondo…
E di chi si fida meno?
Magari di qualche collega.
C’è invidia dei maschi nei suoi confronti?
Forse un po’ sì. Questa è una elite ed è normale che ci sia invidia.
Cosa la disturba di più?
Quando mettono in dubbio le mie capacità. E poi l’ipocrisia che vedi galleggiare qua e là.
Il pilota d’assalto piange mai?
Oh sì. Nei momenti felici quasi sempre. Per mio nipote di sette anni che mi saluta prima di partire per la missione
ho pianto un lago di lacrime.
Dolori, tristezze?
Stare quaggiù lontano da tutti mi pesa un po’. E poi la povertà che c’è qui mi colpisce.
Cosa legge?
Dan Brown. I romanzi storici. I gialli no.
Renato Schifani ha detto che voi soldati siete la bella Italia. C’è molta brutta Italia?
Parto dal presupposto che da quando ho fatto questa scelta di vita ho fatto un giuramento. Indipendentemente da
quello che succede in Italia io servo il mio paese.
Risposta diplomatica…
Quello che vedo io è il mio piccolo. Se quel poco che faccio serve a costruire qualcosa di importante per l’Italia,
ben venga. Ciò che mi piace è che dalle piccole cose che facciamo qui si ottiene un risultato grande per la nostra
patria. E a me basta. (PANORAMA 7 LUGLIO DI FABRIZIO PALADINI)
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