Il segno di Excalibut - Almagesto dello Smeraldo

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Il segno di Excalibut - Almagesto dello Smeraldo
Artù è ormai giunto al termine del suo
apprendistato e, con la spada ricevuta in dono da
Merlino, si accinge ad affrontare la sua prima
campagna militare in difesa della Cambria. Ma la
furia di Peter Ironhair, nemico giurato dei
Pendragon, non è il solo ostacolo sul cammino
del giovane Artù, costretto a districarsi in una fitta
maglia di congiure e intrighi.
Merlino è vittima di una terribile imboscata che lo
segnerà per sempre, trasformandolo nel
personaggio di innumerevoli leggende: il terribile
stregone. Solo lui saprà liberare le terre a ovest di
Camelot dal deforme e gigantesco mostro
Carthac, solo lui sarà in grado di far estrarre ad
Artù
la
mitica
Excalibur
dalla
roccia,
consacrandolo così Alto Re di tutta la Britannia.
Ma dure prove attendono il giovane sovrano,
che, alla testa di tutte le tribù celtiche, dovrà
opporsi alla più grande invasione che abbia mai
minacciato l'isola.
www.edizpiemme.it
VOLUME DLB 149
Jack Whyte è poeta, regista cinematografico e romanziere.
Nato in Scozia, vive da molti anni in Canada. Ha raggiunto
uno straordinario successo con Le Cronache di Camelot,
ormai considerate un bestseller in tutto il mondo. A questo
ciclo appartengono anche i titoli La pietra del cielo, La spada
che canta, La stirpe dell'aquila, Il sogno di Merlino, Il forte
sul fiume, Le porte di Camelot e La donna di Avalon.
L'autore sta lavorando a una nuova appassionante serie
dedicata a Lancillotto, di cui sono già disponibili in Italia i
primi due titoli: Il cavaliere di Artù e II marchio di Merlino.
Della serie Le Cronache di Camelot hanno detto:
«Sono i romanzi storici più belli che abbia mai letto. E
credetemi, ne ho letti tanti!»
Marion Zimmer Bradley
«Uno splendido mix di realtà storica e leggenda.»
La Stampa
In sovraccoperta:
Illustrazione di Silvia Fusetti
Titolo originale dell'opera: The Sorcerer: Metamorphosis
© 1999 by Jack Whyte
© 2006 - Edizioni Piemme Economica
© 2002 - EDIZIONI PIEMME Spa
15033 Casale Monferrato (AL) - Via Galeotto del Carretto, 10
Tel. 0142/3361 - Fax 0142/74223
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A mia moglie, Beverly,
e a mio nipote, David Michael Johns,
finalmente abbastanza grande da leggere i libri del nonno.
La leggenda della pietra caduta dal
cielo
Dal cielo notturno cadrà una pietra
che cela una fanciulla nata da profondità tenebrose,
una fanciulla i cui femminili misteri, nutriti dal fuoco,
daranno vita a una spada scintillante, baluginante.
Una spada fiammeggiante e splendente la cui potenza
genera guerrieri. Ma quest'arma conterrà anche
le astuzie di una donna e traccerà terribili fatti di uomini;
darà il nome a un'epoca; incoronerà un re,
che prenderà il nome da un popolo della montagna,
che crede di essere stato generato dal seme di un drago;
uomini vigorosi e feroci, eroici, prodi e forti,
e nelle loro anime vi è grandezza.
Questo re, questo monarca, potente oltre l'immaginabile,
forgiato nella gloria, cantando un canto di spade,
confondendo i mortali con magica follia,
darà vita a una leggenda, e tuttavia non lascerà nessuno
a condurre al trionfo il suo esercito dopo di lui.
Ma la morte non svilirà mai il suo destino che,
non morendo, vivrà per sempre, per essere ricordato.
Nomi geografici
La terra che i Romani chiamavano Britannia era soltanto la terra
che noi oggi chiamiamo Inghilterra. La Scozia, l'Irlanda e il Galles
erano separate e venivano chiamate rispettivamente Caledonia,
Ibernia e Cambria. Esse non erano considerate parte della provincia
della Britannia. Le antiche città della Britannia romana esistono
ancora, ma oggi hanno nomi inglesi.
Londinium
Verulamium
Galava
Glevum
Aquae Sulis
Lindinis
La Colonia (Camulod)
Deva
Lindum
Mamucium
Mediobogdum
Corinium
Venta Silurum
Isca Silurum
Nidum
Moridunum
Cicutio
Glannaventa
Manx
Brocavum
Londra
St. Albans
Ambleside
Gloucester
Bath
Ilchester
Camelot
Chester
Lincoln
Manchester
Il Forte
Cirencester
Caerwent
Caerleon
Neath
Carmarthen
Y Gear
Ravenglass
Isola di Man
Brougham
Introduzione
Pesanti minacce alla vita del giovane Artù Pendragon hanno
costretto Caio Merlino Britannico a portar via il ragazzo da Camelot.
Con un piccolo gruppo di fedelissimi Merlino raggiunge il porto di
Ravenglass, nella parte nordoccidentale della Britannia, sperando di
trovarvi rifugio.
In cambio della promessa di aiuto militare, il re Derek di
Ravenglass gli consente di stabilirsi con la sua gente in un forte
romano da tempo abbandonato, noto con il nome di
Mediobogdum (che vuol dire "sull'ansa del fiume"), un luogo isolato
su un altipiano tra le montagne. Per non dare nell'occhio, Merlino
rinuncia alla sua identità di capo della piccola comunità, e per gli
estranei diventa semplicemente "mastro Cay", un contadino che si
prende cura del suo giovane pupillo, Artù. Con l'aiuto degli amici
più cari e dei compagni più fidati, Merlino si occupa dell'educazione
di Artù istruendolo su temi quali la giustizia, l'onore, la fede cristiana
e le responsabilità di governo.
Artù comincia ben presto a dar prova di quelle doti - saggezza,
equilibrio e senso della giustizia - che un giorno lo renderanno
leggendario e Merlino vede avvicinarsi il momento in cui il ragazzo
dovrà cingere la spada regale, Excalibur. Infine, Artù apprende le
tecniche che gli consentiranno di combattere con la nuova spada.
Intanto, i fabbri di Camelot, nel più rigoroso segreto, forgiano due
nuove spade con ciò che resta della Pietra del Cielo, due armi che
dovranno essere identiche a Excalibur in tutto tranne che nel suo
magnifico aspetto.
A Mediobogdum Merlino trascorre anni sereni, godendosi
l'amore di Tressa, una giovane donna incontrata a Ravenglass, e
occupandosi dell'educazione di Artù che, insieme agli amici di
sempre - Gwin, Ghilleadh e Bedwyr - si avvia a diventare un uomo.
Connor Mac Athol, la cui flotta ha trasportato gli Scoti di re Athol
ad Alba, nelle loro nuove terre sulle isole nordoccidentali, si reca
spesso a Ravenglass e riporta quanto avviene nell'Eire, mentre
Ambrogio, il fratellastro di Merlino, viene a trovare quando può la
piccola comunità, portando confortanti notizie sulla fiorente
Camelot. A tormentare Merlino c'è però una preoccupante macchia
che da qualche tempo gli è apparsa sul petto; c'è il timore che possa
essere lebbra, finché il medico Lucano ha la possibilità di consultare i
suoi autorevoli testi medici e di dichiarare che la macchia non è
dovuta a lebbra, tranquillizzando finalmente Merlino.
Ma al di fuori del loro pacifico isolamento, forze violente sono in
subbuglio e minacciano di porre fine alla precaria pace di Camelot.
Un giorno Ambrogio fa sapere che in Northumbria, la terra del re
Vortigern, sono scoppiati gravi disordini. L'alleato danese di
Vortigern, Hengist, è morto e la fragile pace che aveva retto fino a
quel momento è ora minacciata dalle pretese del figlio di Hengist,
Horsa, violento e impulsivo, e dei suoi guerrieri, scontenti e privi di
terre. Ma c'è qualcosa di ancora più pressante: le possenti forze di
Peter Ironhair, il vecchio nemico di Merlino, si stanno radunando in
Cornovaglia, mentre in Cambria, Dergyll ap Griffyd, che dopo la
morte di Uther si era messo a capo del popolo di Pendragon, è stato
ucciso dall'alleato di Ironhair, il mostruoso Carthac, che avanza
pretese sul regno di Cambria. In seguito Merlino viene a sapere che,
quando ancora erano insieme a Camelot, un suo vecchio compagno,
Owain delle Grotte, potrebbe essere stato una spia al servizio di
Ironhair. Ironhair sa dove si nasconde Artù? E cercherà di far
uccidere il ragazzo, poiché crede che le pretese di Artù sulla Cambria
costituiscano un grave ostacolo alle sue ambizioni.
Temendo per la vita di Artù e rendendosi conto che nel remoto
rifugio di Mediobogdum l'educazione del futuro re non può
procedere oltre, Merlino comprende che è giunto il momento di
partire: in primavera farà ritorno a Camelot con i suoi fedelissimi e si
preparerà a scontrarsi in battaglia con Peter Ironhair.
PARTE PRIMA
CAMELOT
I.
Nella vita di un uomo non c'è giorno più importante di quello in
cui per la prima volta impugna ufficialmente una spada. In quel
momento fatidico e tanto atteso in cui un giovane, in presenza degli
adulti e dei suoi coetanei, per la prima volta allunga la mano e
afferra l'impugnatura della spada che gli apparterrà, la sua vita e il
suo mondo cambiano per sempre.
Agli occhi della collettività è diventato un uomo: la sua infanzia è
pubblicamente e irrevocabilmente abbandonata, un po' come la
pelle del serpente quando avviene la muta. Molto più importante e
traumatico del primo incontro con una donna, impugnare la spada
costituisce l'ultimo e più significativo rito di superamento di
quell'ampio golfo che divide la fanciullezza dalla piena virilità.
La transizione di Artù Pendragon e il rituale che comportò furono,
almeno per me, motivo di gioia, di stupore, di grande soddisfazione
e di un immenso, profondo orgoglio. Condensare tutto questo in
semplici parole è stato estremamente difficile. Infinite volte mi sono
messo all'opera con l'intenzione di descriverlo e ho finito con il
ritrovarmi con le dita sporche di inchiostro, con un foglio di papiro
macchiato e cancellato più e più volte e una penna rovinata, con
l'estremità rosicchiata, arruffata e imbevuta della saliva della mia
stessa bocca.
Solo di recente, e dopo molti tentativi, sono riuscito a mettere
insieme un racconto coerente dell'occasione e degli eventi che
l'hanno preceduta, partendo da innumerevoli scarabocchi, da
brandelli e annotazioni senza fine. Anche così, però, temo che
assomigli a un'antologia di avvenimenti e di impressioni più che a
una vera cronologia. Ciò nondimeno tutti questi fatti, nessuno
escluso, ebbero un impatto diretto sul modo in cui Artù giunse alle
soglie della virilità.
È forse mai esistito un golfo più ampio di quello che separa un
ragazzo dall'uomo che diventerà?
Non c'è dubbio che per un uomo nel pieno della propria virilità,
poche cose possono rivelarsi più difficili o fastidiose del tentativo di
ricordare che cosa provava, o come si sentiva, quando era ancora
ragazzo. Sono due periodi della vita in cui si parlano lingue
completamente diverse. Un ragazzo nel pieno della sua fanciullezza,
nell'età compresa tra gli otto e i dodici anni, è ancora ignaro della
sessualità; in lui sono presenti altre forme, non meno importanti, di
curiosità, mentre il suo interesse è rivolto a imparare e a scoprire
tutto ciò che c'è da sapere sull'essere maschi e forti, potenti e
vincitori. Al contrario, quando è nel fiore degli anni, un uomo può
non cessare di essere curioso, ma tutta la sua curiosità è inficiata dalla
sessualità, poiché per la massa degli uomini, tutte le azioni sono
dominate dall'urgenza di soddisfare i propri bisogni sessuali.
Grazie ai rapporti davvero unici che mi hanno legato ad Artù
Pendragon nel corso di tutta la sua vita, ho avuto la possibilità di
osservarlo da vicino nel periodo in cui avveniva la transizione da
uno stadio all'altro; tuttavia, per quanto mi sforzi di ricordare, non
riesco a individuare nessun momento determinante che abbia
segnato il passaggio dalla fanciullezza all'età adulta in quel giovane
uomo che avevo finito con il considerare un figlio. Il fatto esteriore,
il momento pubblico appartiene alla storia, ma a tutt'oggi non sono
in grado di dire quando il ragazzo divenne un uomo nel proprio
intimo. So soltanto che fui grato, e ancora lo sono, per il semplice
fatto che ciò che più amavo nel ragazzo rimase immutato e vibrante
nell'uomo. E da adulto la sua sensualità, per quanto spesso sia
apparsa travolgente, non si spinse mai oltre i limiti imposti dalla sua
natura generosa e dal suo fiero, fanciullesco senso della giustizia e
della correttezza.
Negli anni intercorsi tra la distruzione della flotta dei Figli di
Condran, a Ravenglass nel corso di una furiosa tempesta, al giorno
in cui Artù Pendragon cinse la spada, molte delle mete che avevo
posto a me stesso erano state raggiunte; al contrario, svariati progetti
erano ancora in corso e numerosi avvenimenti previsti non si erano
verificati affatto. Per esempio, non avevo avuto occasione di
allontanarmi da Mediobogdum e di viaggiare con Artù, come invece
sarebbe stata mia intenzione. Da ultimo, il timore di mettere a
rischio la sua incolumità e una minaccia alla sicurezza della nostra
Colonia su due fronti, in Cambria e nelle terre di Vortigern, a nordest, avevano reso indispensabile il nostro ritorno a Camelot quella
primavera stessa. Così era giunto il nostro ultimo inverno a
Mediobogdum, un inverno che passò con una velocità che mai avrei
creduto possibile.
Connor arrivò in febbraio, oltre un mese prima di quanto fosse
ragionevole aspettarsi di vederlo spuntare. Infatti, sebbene una
nevicata decisamente fuori stagione avesse distrutto gran parte dei
nostri raccolti, facendoci temere un inverno difficile, la stagione
seguente si era poi rivelata talmente mite da non poter essere
definita inverno. In realtà, a Mediobogdum, gli scuri mesi invernali
che trascorsero tra quella prematura nevicata e i primi timidi annunci
di primavera portarono semplicemente una pioggia quasi incessante
e una pesante cortina di nuvole che si diradava raramente. Soltanto
le alte vette delle Fells mostravano il consueto candore. Infine, anche
le violente burrasche invernali, che normalmente infuriano sulle zone
costiere, quell'anno non ci furono affatto: sembrava proprio che
tutta la Britannia godesse di un tepore e di una quiete senza
precedenti.
Connor, che non era certo il tipo d'uomo da restare in ozio
quando c'erano cose che potevano richiedere la sua attenzione,
aveva approfittato dell'inverno mite per tenere in acqua tutto l'anno
gran parte della sua flotta, ed era la prima volta che, a memoria
d'uomo, avveniva qualcosa di simile. Normalmente le sue
imbarcazioni venivano tirate in secco all'inizio dell'inverno per la
consueta raschiatura annuale delle chiglie; quell'anno invece,
sfidando gli dèi del mare e della tempesta, Connor le aveva
impegnate nel pattugliare in lungo e in largo le centinaia di miglia di
costa dei nuovi territori settentrionali di suo padre; le galee
venivano tirate in secco a rotazione, per la raschiatura e la
manutenzione delle chiglie, ogniqualvolta lui stesso o i suoi
comandanti trovavano un tratto di spiaggia adatto.
Arrivò dunque a Ravenglass senza alcun preavviso e il giorno
seguente comparve sotto le nostre mura, accompagnato da un
sorridente Derek, sfilando baldanzosamente sul suo imponente carro
alla testa della consueta pattuglia. E naturalmente, come sempre
accadeva, anche quella volta la sua venuta portò un'allegra
confusione, causata dalla vulcanica presenza di Connor e
dall'eccitazione per l'arrivo imprevisto, oltre che dal comportamento
dei suoi vivaci compagni.
Come al solito arrivò carico di regali: per me aveva portato un
coltello a serramanico, fatto di bronzo e ferro, con il manico
rivestito di lucide placche di corno d'ariete montate in argento. Me
lo lanciò non appena mi precipitai a dargli il benvenuto, quasi
correndo nella fretta di salutarlo prima di chiunque altro. Non era
ancora sceso dal carro e per lanciarmi il regalo si era fermato a
mezz'aria, con la gamba di legno a penzoloni. Per un attimo,
proprio dietro le sue spalle intravidi un viso sconosciuto, eppure
stranamente familiare. Tuttavia gli diedi soltanto un rapido sguardo,
concentrato com'ero ad afferrare il magnifico coltello; non riuscivo a
smettere di ammirarlo, premendo la leva di bronzo per liberare la
lama di ferro dal manico, poi muovendo rapidamente il polso per
permettere alla lama di aprirsi.
Connor si fece subito avanti con quella curiosa andatura
ondeggiante impostagli dalla gamba di legno e con un gran sorriso
mi gettò le braccia al collo proprio mentre stavo alzando la testa per
ringraziarlo del dono. Mentre lo abbracciavo cercai con gli occhi il
viso sconosciuto che avevo intravisto alle sue spalle e vidi Donuil
accogliere affettuosamente lo straniero: l'aria di famiglia era
inconfondibile.
«Benvenuto, vecchio amico» mormorai all'orecchio di Connor,
mentre lo stringevo con forza. «Vedo che hai portato con te un altro
dei tuoi fratelli. Che fratello è?»
«Quello è Brander.» Mi lasciò andare e si voltò per guardare
Donuil e Brander che chiacchieravano, osservandosi l'un l'altro nel
modo inconfondibile con cui si scrutano le persone che si rivedono
dopo molti anni. «Brander! Su, vieni a conoscere un uomo che
avresti dovuto incontrare già molto tempo fa.»
Brander e Donuil si avvicinarono a noi, continuando a parlottare
tra di loro come se Donuil dovesse finire di dire qualcosa di
importante al fratello maggiore. Brander rise e poi mi guardò dritto
negli occhi, allungando le mani verso di me.
«Merlino Britannico, finalmente! Era ora, mi sento come se
fossimo amici da anni.»
Strinsi le sue mani, provando un'immediata simpatia nei suoi
confronti.
«Brander Mac Athol, ammiraglio dei Mari Settentrionali, sei il
benvenuto qui, a Mediobogdum, come lo sarai a Camelot se un
giorno deciderai di andare da quelle parti. I tuoi fratelli, e
certamente anche tuo padre quando ho avuto occasione di
incontrarlo, mi hanno detto un gran bene di te, e quanto hai fatto
per la tua gente non può che garantirti un posto d'onore in mezzo a
noi.»
Brander inclinò leggermente la testa e sorrise.
«Hanno proprio ragione, i miei fratelli. Mi avevano detto che hai
una lingua di miele e più fascino di quanto te ne serva per
nascondere il ferro che c'è in te. Grazie, comunque, per la tua
gentilezza.» Si fermò, con la testa leggermente piegata di lato.
«Merlino, sembri... perplesso. C'è qualcosa che non va?»
«No, assolutamente no! Perdonami, ma quello che hai visto è più
curiosità che stupore.» Mi voltai verso Connor, poi tornai a guardare
Brander, scrollando le spalle. «Il fatto è che non avrei mai pensato di
vedere tutti e due gli ammiragli di re Athol nello stesso posto e senza
le rispettive flotte. Chi avete lasciato al comando, lassù nel nord?»
I due uomini scoppiarono a ridere; tuttavia per un attimo, ma
solo per un attimo, mi parve di percepire uno sprazzo, poco più di
una fuggevole impressione, di qualcosa di non detto, di una qualche
tensione, sia pur minima, che li dividesse.
«Oh, la flotta è in buone mani» mi rispose Brander. «Ho sempre
pensato che la cosa migliore che i Romani hanno lasciato a uomini
come me e mio fratello fosse un'unica parola: delegare. Ovvero
l'autorità del comandante viene direttamente trasmessa agli inferiori;
è questo quello che significa, non è vero?»
«Già, è così.» Dovetti reprimere un sorriso. «Devo ammettere,
ammiraglio, di non aver udito questa parola da parecchi anni e di
non aver mai pensato di sentirla in bocca a uno che appartiene al
popolo degli Ersi.»
«Non appartengo al popolo degli Ersi, Merlino Britannico, io
faccio parte del popolo dei Gaeli». Lo disse senza rimprovero, come
se avesse voluto ricordare il nome del paese che si estende dall'altra
parte del Mare Meridionale, la Gallia. «Tutti noi, un tempo, siamo
arrivati dalla Gallia. Non lo sapevi? Giulio Cesare lo sapeva bene!
Così abbiamo ricominciato a chiamarci con l'antico nome, per
distinguere noi e i nostri discendenti da gente come i Figli di
Condran o i Figli di Gar, che sono a malapena umani, e che restano,
come potete notare, nell'Eire mentre noi ci trasferiamo in una nuova
terra. Dunque, da questo momento in poi noi ci chiameremo Gaeli.»
«Perché non Scoti?»
Mi guardò corrugando la fronte, come se stesse meditando sulle
mie parole, poi annuì. «È un nome romano, ma suona bene.»
Attesi, anche se era chiaro che, dal suo punto di vista, l'argomento
era chiuso.
«Allora,» guardai i due ammiragli, prima uno e poi l'altro, «che
cosa vi ha portati qui?»
«La libidine» disse Connor, ridendo rumorosamente tanto che tutti
si girarono verso di noi. «Finalmente anche a Brander è toccato il
destino comune a tutti gli uomini: si è sposato.»
«È vero» ammise Brander. «Fino a ora non avevo mai preso
moglie. Mai avuto tempo di cercarne una. Ma adesso la guerra ci
concede una tregua. Negli ultimi tre anni i Figli di Condran e gli altri
che vivono nell'Eire non hanno avuto il coraggio di farsi vedere, e si
guarderanno bene dal farlo anche in seguito, almeno questa è la mia
opinione. Così ho avuto del tempo da trascorrere a riva, e ho
incontrato...» si interruppe, guardandosi attorno e suo fratello tagliò
corto.
«...la bella Salina! Merlino, purtroppo ho dovuto assistere alla
triste rovina di quest'uomo, di questo guerriero intrepido, fin dal
primo momento in cui ha posato gli occhi sulla donna che ora è sua
moglie!»
«Salina? E un nome romano. È dunque...?»
«No, appartiene al popolo dei Pitti e proviene dalla terraferma,
da quella che voi chiamate Caledonia» rispose Connor.
«A dire la verità, non è esattamente così.» Brander si stava
guardando attorno, in cerca della moglie, ma a quel punto si voltò
verso di me. «Appartiene alle Genti Dipinte, come li chiamano loro,
ma non della terraferma. Mia moglie proviene da una delle isole più
lontane, su nel nord, oltre il continente, un posto chiamato Orcenay.
Ah, eccola là, con le altre donne. Vado subito a chiamarla.»
Quando tornò era accompagnato da due donne, la più giovane
era alta e appariva meravigliosamente bella anche da lontano; la più
matura, riccamente vestita, stava leggermente dietro di loro, con la
testa abbassata come se fosse intenta a guardare qualcosa che teneva
tra le mani.
«È stupenda» proruppe Donuil. «E così giovane!»
Connor sbuffò. «Giovane? Ma quella è Morag, la nipote. Pensi
forse che tuo fratello sia un vecchio caprone? Salina è quella che sta
dietro.»
Quando furono più vicini, Salina alzò la testa e affrettò il passo
per raggiungere il marito, e io osservai il modo in cui Brander le
prendeva la mano e la faceva avanzare, appena davanti a sé, per
presentarcela. Forse a causa della radiosa giovinezza della sua
compagna, rimasi stupito che la novella sposa fosse così matura:
"vecchia" era una parola che nessun uomo che avesse sangue nelle
vene si sarebbe mai sognato di attribuire a una donna come lei. Era
nel fiore degli anni, bella, con gli zigomi alti e una bocca piena e
sensuale; i suoi occhi profondi erano di un azzurro così intenso da
illuminarle l'intero volto. Portava un cappuccio, di una foggia che
non saprei definire, che le copriva i capelli e si muoveva con grande
disinvoltura e dignità. La osservai con curiosità mentre salutava il
cognato, Donuil, prendendogli entrambe le mani tra le proprie e
sorridendogli radiosa. Era chiaro che doveva aver sentito parlare
molto di lui ed era ugualmente chiaro, dal rossore che gli si diffuse
sulle guance, che Donuil era rimasto colpito dall'inatteso calore del
suo saluto: sembrava confuso e agitato mentre si scusava per
l'assenza della moglie che, poco dopo l'alba, si era allontanata a
cavallo per raggiungere le colline e mettersi in contatto con i suoi dèi
nel giorno dell'anniversario della propria nascita.
Poi la donna più giovane, Morag, si fece avanti a sua volta per
essere presentata a Donuil, e a quel punto mi dimenticai
completamente della zia. Sentivo gli occhi di Salina fissi su di me, ma
ero troppo affascinato dalla bellezza della nipote per volgere ancora
lo sguardo verso di lei. Tuttavia, da vicino, Morag appariva diversa:
quando, da una certa distanza, avevo posato gli occhi su di lei mi era
sembrata una giovane donna di circa diciott'anni, mentre ora si
rivelava una bella bambina, slanciata, snella e dalle forme
incantevoli; ma se il seno, alto e turgido, faceva pensare a una
donna nel pieno fulgore, il viso conservava ancora tutta l'innocenza
dell'adolescenza. Era un volto incredibilmente bello, con grandi
occhi grigi e una bocca ridente incastonata tra due guance vellutate
che, quando sorrideva, mettevano in mostra deliziose fossette.
Osservandola, potei valutarne l'età: doveva essere più giovane di
Artù, a malapena tredicenne, pensai.
A quel punto toccava a me essere presentato a Salina, ma mentre
mi voltavo per salutarla vidi che Tress si stava avvicinando: si
metteva a posto in gran fretta i capelli e sembrava agitata. Infatti,
non appena aveva appreso che avevamo visitatori il suo pensiero
era andato alle stanze degli ospiti, che non erano pronte, ed era
corsa a farle preparare. Rivolsi un sorriso a Salina, alzando una mano
come per chiederle silenziosamente di concederci la sua indulgenza,
poi mi allontanai leggermente e tesi la mano per stringere quella di
Tress che intanto era sopraggiunta.
«Signora» dissi allora, dedicando finalmente tutta la mia
attenzione alle mie ospiti e inchinandomi leggermente prima di
guardare Salina negli occhi per la prima volta. «Voi e i vostri siete i
benvenuti qui a Mediobogdum. La nostra dimora è la vostra, e tutto
ciò che possediamo, per quanto modesto, è a vostra disposizione. Il
vostro arrivo mi riempie di gioia, ancora più grande poiché
assolutamente inattesa. Su vostro marito mi sono state riferite molte
cose meravigliose, ma nessuno aveva mai fatto parola del suo buon
gusto né del suo senso estetico.» Poi mi rivolsi anche a Brander.
«Spero che il vostro matrimonio sia felice, vi auguro ogni bene e
pregherò perché vi siano concessi molti anni di felicità.» Infine, spinsi
avanti Tress, tenendo stretta la sua mano nella mia. «Posso
presentarvi la donna che amo, la mia Tress? Anche noi ci sposeremo
presto.» Sorrisi a Tressa, che era tesa e con gli occhi spalancati per
l'emozione. «Tress, certamente hai sentito parlare più volte del
grande Brander, ammiraglio dei Mari Settentrionali e fratello di
Donuil e Connor. Eccolo qui, e questa è la sua sposa, Salina.»
Mentre Tressa salutava i nuovi arrivati, cercai con lo sguardo la
giovane Morag con l'intenzione di includere anche lei nel mio
benvenuto, ma la fanciulla era immobile, con gli occhi spalancati,
dimentica di tutto e di tutti, assorta nella contemplazione di qualcosa
che stava alle mie spalle. Incuriosito, mi voltai e vidi Artù che, come
paralizzato, ricambiava il suo sguardo.
A quel punto, se avessi avuto tempo, avrei magari detto qualcosa
ad Artù, anche se dubito che le mie parole avrebbero potuto influire
in qualche modo su quanto era già accaduto. Ricordo di aver
pensato di presentarlo alla giovane Morag, ma quando alzai la
mano per farlo, l'espressione rapita del suo sguardo mi fece
comprendere che Artù non mi vedeva nemmeno. In quel preciso
istante, con la coda dell'occhio scorsi un movimento rapido e vidi
Connor che sollevava Tress in un forte abbraccio: da quel momento
il benvenuto formale e compassato lasciò il posto a un allegro
scambio di saluti tra vecchi amici.
Connor aveva portato altri regali, tra cui una cotta di maglia di
ferro foderata di cuoio e orlata di pelliccia per Artù e un
assortimento di armi, attrezzi e abiti per gli altri ragazzi. Quanto a
Tress, era rimasta senza parole per il dono ricevuto ed era evidente
che nulla avrebbe potuto farle più piacere. Si trattava di una cassetta
di scuro legno di quercia, antica ed elegantemente scolpita, piena
fino all'orlo di centinaia di gomitoli di filato di lana e di cotone dai
colori vivaci - giallo, rosso, blu, verde, nero, bianco e grigio - che
erano stati tinti, sosteneva Connor, nelle montuose regioni
settentrionali non lontane dalle isole dove si erano ormai stabiliti lui
stesso e il popolo di suo padre. Incapace di trovare le parole adatte
per ringraziarlo, Tress si limitò a sorridergli tra le lacrime e ad
accarezzargli affettuosamente la guancia prima di portare il suo
tesoro, con il pronto aiuto di parecchie mani volenterose, nelle sue
stanze per poterselo contemplare a proprio agio.
Mentre accompagnavamo Connor, Brander e il loro seguito negli
alloggiamenti che avrebbero occupato durante il loro soggiorno a
Mediobogdum, appresi che la venuta di Brander era, almeno in
apparenza, una visita breve e tardiva al fratello Donuil, dovuta
semplicemente a una serie di circostanze favorevoli. Senza una
guerra che lo assorbisse completamente, Brander si era ritrovato con
un po' di tempo da dedicare alla novella sposa e come dono di
nozze aveva deciso di accompagnarla a far visita alla sorella, che
aveva sposato il re di quei Pitti stanziatisi nella penisola nota come
Gallowa, in Caledonia, a soli due giorni di navigazione da
Ravenglass. Morag aveva preso il posto della madre, che non aveva
potuto assistere alle nozze della sorella, e ora gli sposi stavano
semplicemente riaccompagnando a casa la damigella d'onore della
sposa, a Gallowa. Naturalmente, dal momento che il caso lo aveva
condotto così vicino a Donuil, che non vedeva da vent'anni, Brander
aveva pensato di unire un piacere all'altro e di salutare finalmente
non solo Donuil e sua moglie, ma anche me. Infatti, quando, anni
prima, era scoppiata la guerra con l'Eire, solo qualche ora aveva
impedito il nostro incontro poiché Brander era arrivato con la flotta
del padre subito dopo la nostra partenza per far ritorno a Camelot.
Mi resi conto immediatamente che le conseguenze politiche di una
visita dell'ammiraglio delle Isole degli Scoti a un re dei Pitti, in
Caledonia, soprattutto considerando che le mogli di entrambi erano
sorelle, erano troppo ovvie perché valesse la pena di parlarne
mentre si facevano pochi passi. Decisi dunque di rimandare la
conversazione a un momento più adatto.
Gli alloggiamenti assegnati a Brander e alla sua gente erano i
migliori di cui potessimo disporre. Non appena vi entrammo, il
gruppo di addetti alle pulizie si affrettò ad andarsene, facendo ala al
nostro passaggio. Nonostante gli alloggi fossero stati preparati in
tutta fretta, notai compiaciuto che i letti erano stati rifatti con
coperte pulite e asciutte, il pavimento era stato spazzato e cosparso
di paglia fresca ed era stato acceso il fuoco nei bracieri sistemati sulle
lastre di pietra presenti in tutte le stanze. Ringraziai Ascoridoro, il
responsabile di quegli alloggiamenti, che se ne andò per ultimo. Mi
sorrise e annuì, dando soltanto un rapido sguardo ai miei compagni
e indirizzando un muto cenno di saluto a Connor, l'unica persona
che avesse riconosciuto.
Chiusi la porta alle mie spalle e diedi uno sguardo alla stanza: le
imposte erano state aperte e rettangoli luminosi si stagliavano sul
pavimento coperto di paglia.
«Bene» dissi. «Brander, l'intera ala è completamente a tua
disposizione. Sistema la tua gente come meglio credi; tuttavia, se
posso darti un consiglio, sarebbe forse il caso che a te e tua moglie
riservassi proprio queste stanze, all'estremità dell'edificio, dal
momento che sono le più spaziose. Connor di solito si sistema
all'estremità opposta, in stanze che per altro hanno le stesse
dimensioni. Tieni comunque presente che tra le due estremità ci sono
otto alloggiamenti e che ciascuno può ospitare comodamente
quattro persone, all'occorrenza anche sei.»
Brander si era avvicinato al braciere per scaldarsi le mani al fuoco
appena acceso, e intanto guardava la moglie, sorridendo. Era
evidente che Salina trovava di suo gusto la spaziosità e la luminosità
della stanza mentre Donuil indugiava accanto alla finestra,
appoggiandosi alle imposte aperte.
Vicino a me Connor si tolse dalle spalle il pesante mantello da
viaggio e lo ripiegò sul braccio.
«Bene,» borbottò, «non so gli altri, ma io ho una gran voglia di
togliermi questa dannata gamba di legno e di allungarmi
comodamente nella tua piscina calda, amico mio. Ho avuto un
lungo inverno e niente acqua calda, e la prospettiva di crogiolarmi
nelle tue terme mi ha rincuorato fin da quando siamo partiti, quasi
una settimana fa.»
Sorrisi e mi inchinai di nuovo davanti a Salina.
«Adesso vi lasciamo riposare dalle fatiche del viaggio; intanto
darò ordine che vi venga portata immediatamente dell'acqua calda.»
Vidi che all'idea le brillavano gli occhi. «Qui starete comodi, credo:
questi alloggi sarebbero riservati a re Athol in persona, se mai venisse
a farci una visita.» Diedi uno sguardo a Brander. «A proposito, come
sta il re? Spero sia in buona salute!»
Non appena ebbi posto la domanda, calò il silenzio e il mio cuore
fece un balzo. Notai subito il modo in cui Brander guardava Connor,
i cui occhi si volsero verso Donuil, che a sua volta si irrigidì,
allarmato quanto me dal gelo che improvvisamente si era diffuso
nella stanza. Infine, Connor e Brander si voltarono e mi guardarono.
«Naturalmente,» disse Connor, «sapevo che sarebbe stata una
delle tue prime domande, tuttavia avevo sperato che tardasse
ancora un po'.» Si volse verso Donuil. «Nostro padre è morto,
Donuil. È morto l'estate scorsa, mentre io ero in mare diretto verso
sud, per la mia ultima visita a tuo suocero Liam, nella Cambria
meridionale. Quando sono arrivato qui, durante il viaggio di
ritorno, era già morto e sepolto. L'ho scoperto non appena sono
tornato nella sua residenza.»
Il viso di Donuil aveva perso ogni colore. Si eresse in tutta la sua
altezza, inspirò profondamente, poi si allontanò dalla finestra e, per
reggersi in piedi, dovette appoggiarsi al tavolo. I miei occhi
andavano dall'uno all'altro dei tre fratelli, cercando... che cosa? Non
sarei stato capace di rispondere neppure se da quella risposta fosse
dipesa la mia vita. Ciò nondimeno continuavo a osservarli
attentamente. Per alcuni, interminabili istanti, nessuno di noi si
mosse: sentivo le dita nervose di Tressa artigliarmi il braccio.
Finalmente Donuil parlò, ma la sua voce era incerta.
«Che cosa...» tossì, schiarendosi la voce. «Che cosa è accaduto?
Come è morto?»
Connor guardò Brander, invitandolo a parlare, e anche il fratello
maggiore dovette schiarirsi la voce.
«È caduto, Donuil, è caduto mentre saliva sulla mia galea. È
avvenuto tutto in pochi istanti, mentre dalla passerella scendeva sul
ponte: un attacco di vertigini, una nausea improvvisa, nessuno di noi
sa che cosa possa essere stato, sappiamo solo che ha portato le mani
alla testa, barcollando, e poi di colpo è caduto all'indietro. Io ero lì,
e sono corso in suo aiuto, ma lui è scivolato dalla passerella ed è
precipitato. Cadendo si è rotto la schiena.» Ci fu qualche istante di
silenzio, finché Brander parlò di nuovo. «Lo abbiamo tirato fuori
dall'acqua, ma aveva perso i sensi, tanto che pensavamo che fosse
morto, e lo abbiamo portato a casa. Invece sopravvisse.»
«Si è rotto la schiena?»
«Purtroppo. Rimase completamente paralizzato, nell'assoluta
impossibilità di muoversi, anche se per alcuni giorni riuscì a muovere
le mani e le braccia. Il quinto giorno morì. Abbiamo fatto tutto ciò
che abbiamo potuto, ma non c'era modo di alleviargli il dolore.»
«È riuscito... era ancora in grado di parlare?»
«Sì. Per la maggior parte del tempo era fuori di sé dal dolore,
però c'erano momenti in cui riusciva a parlare, soprattutto a me, ma
di tanto in tanto anche ad altri. Salina rimase con noi per tutto il
tempo. Talvolta restavo ore accanto a lui, e i miei polsi diventavano
blu per la stretta delle sue mani mentre cercava di lottare contro il
dolore che lo attanagliava. Quando morì, ringraziai gli dèi per
averlo liberato da quel tormento... Ero addirittura arrivato al punto
di prendere in considerazione l'idea di ucciderlo io stesso, tanto
terribile e incessante era il suo strazio. Non riuscivo a sopportarlo,
non ce la facevo più a starmene lì a guardarlo, senza poter far nulla.»
Donuil si voltò dall'altra parte e rimase a fissare fuori dalla
finestra, prostrato, le braccia inerti e le spalle massicce incurvate.
«Ha parlato molto di te,» gli disse Brander, «anche perché credo
che tra tutti noi tu fossi il suo orgoglio più grande. Ed è a me che ha
confidato gran parte di ciò che voleva tu sapessi. Capisco benissimo
che non vorrai sentirlo adesso, ma sarò pronto a dirti tutto quando
te la sentirai di ascoltarmi.»
Donuil tornò a guardare verso di noi. Il suo viso sembrava senza
vita mentre con gli occhi cercava Salina.
«Che cosa ci facevi nella residenza di mio padre?»
«Era lì per discutere i termini di un'alleanza» rispose Brander per
lei, ma Donuil lo interruppe.
«Lascia parlare lei» disse in tono monotono.
Salina guardò prima lui, poi il marito.
«Ero lì per discutere con vostro padre i termini di un trattato»
cominciò.
«Un trattato? Una donna che discute i termini di un trattato? Le
donne non si occupano di cose simili.»
«Nell’Eire può darsi che sia così, ma nel mio paese è diverso. Tra
la nostra gente, nel lontano nord-est, le donne combattono a fianco
degli uomini, e spesso contro gli uomini. Per il mio popolo io sono
un capo, e sono anche un guerriero; sappi che nella mia terra sono
un re tanto quanto tuo padre lo era nella sua.
Voi ci chiamate Pitti, una parola romana che deriva dalla nostra
tradizione di andare in battaglia con il corpo dipinto dei colori dei
nostri antichi dèi.
Vostro padre cercava possedimenti sicuri nelle terre settentrionali
di Tod di Gallowa e in cambio era disposto a offrire alcune
concessioni. Da parte sua, Tod riteneva che una simile alleanza
potesse essere vantaggiosa, ma non poteva trattare apertamente con
Athol per vari motivi, non ultimo il fatto che tutti i suoi vicini si
sarebbero gettati su di lui se avessero sospettato che intendeva
allearsi con un re forestiero. Al contrario, come inviata di Tod, io
potevo trattare liberamente con Athol, proprio perché le
popolazioni meridionali sono convinte, esattamente come te, che le
donne non si occupino di queste faccende e dunque non prendono
neppure in considerazione l'idea che un uomo come Tod possa
servirsi di una donna come ambasciatrice. Per questo mi sono recata
da re Athol. E mentre mi trovavo presso di lui, re Athol è caduto.»
«E quando è caduto, il trattato era già stato definito?» Donuil
sembrava ben poco convinto.
«No.»
«Allora non c'è alcun trattato.»
«No, il trattato c'è.»
A quel punto Donuil aggrottò la fronte, palesemente perplesso.
«Fatto da chi?»
«Dal re degli Scoti.»
«Ma...»
Connor tagliò corto.
«Donuil, il re adesso è Brander.»
Cominciai a sentire il sangue che mi pulsava nelle orecchie mentre
osservavo Brander in una luce completamente nuova.
«Re? Brander è re?» Donuil sembrava divertito ma continuava a
tenere lo sguardo fisso a terra. «Naturalmente» disse poi
sommessamente. «Ora che nostro padre è morto, deve essere così.»
Guardò di nuovo Brander, poi annuì ancora una volta, in segno di
assenso, prima di voltarsi e di dirigersi verso la porta. Nessuno pensò
di trattenerlo, ma non appena fu uscito Salina si rivolse al marito.
«Amor mio, forse dovresti andare con lui. La notizia lo ha colpito
troppo duramente.»
Brander annuì e seguì il fratello minore; non appena fu uscito
sentii Connor sospirare rumorosamente. E quando mi voltai verso di
lui, stava scuotendo la testa.
«So quanto duramente ha colpito me, non appena l'ho saputo»
disse poi. «Ma Donuil amava il vecchio forse ancora più di noi.
Me lo aspettavo.» Si fermò, poi riprese: «Mio padre Athol ci
manca molto, ma anche così, le cose sono andate avanti in fretta.
Merlino, tu e io dobbiamo parlare. So che hai centinaia di domande
da farmi, e io ho una marea di cose da discutere con te, ma...» si
fermò e si voltò verso le due donne come per scusarsi, «...ma
dobbiamo essere soli. Vi prego di perdonare quella che potrebbe
apparire scortesia, Salina e Tress, ma per il momento quanto devo
dire a Merlino è soltanto per le orecchie di Merlino. Quello che poi
deciderà di fare con queste informazioni sarà affar suo, ma io devo
riferirgliele in privato. Volete scusarci? Merlino?» si rivolse di nuovo a
me. «Accompagnami al mio alloggio, se non ti dispiace.»
Ci volle un bel po' di tempo prima che Connor e io fossimo
veramente soli. Quando arrivammo nei suoi alloggiamenti, quattro
dei suoi uomini stavano già sistemando vicino alla porta casse e
cassette che erano state provvisoriamente accatastate sulla strada.
Mentre aspettavamo che finissero di mettere in ordine i bagagli e
se ne andassero, Connor appese il suo mantello a un gancio poi
posò l'elmo sulla tavola che era sistemata non lontano dalla finestra
e cominciò a togliersi l'armatura. Lo aiutai ad aprire le fibbie più
difficili da raggiungere, quindi spostai due sedie accanto al braciere
che ormai diffondeva un piacevole tepore.
Sulla tavola su cui Connor aveva posato l'elmo c'era una brocca
piena dell'idromele di Shelagh e io ne versai un po' per entrambi. La
notizia della morte di re Athol mi aveva scosso e avrei voluto bere
forte, ma mi trattenni, ben comprendendo che avrei avuto bisogno
di tutta la mia lucidità. Intuivo infatti che gran parte di ciò che stavo
per udire sarebbe stato sorprendente: potevo solo sperare che non
fosse anche spiacevole.
Non appena andai a sedermi, portando con me i due boccali, gli
uomini di Connor si avviarono verso l'uscita, mentre lo stesso
Connor teneva loro aperta la porta e li ringraziava per i loro servizi.
Quando se ne furono andati, richiuse accuratamente la porta e si
lasciò cadere pesantemente sulla sedia accanto alla mia; si mise a
grattarsi un'ascella, immerso nei suoi pensieri, poi prese l'idromele
che gli offrivo, allungò le gambe verso il braciere e per qualche
tempo rimase a fissare le fiamme, portando di tanto in tanto il
boccale alle labbra.
«Bene,» grugnì dopo un po', voltandosi finalmente verso di me,
«immagino che tu abbia la testa in subbuglio. Chiedimi tutto ciò che
vuoi.»
«No, per il momento è meglio che io ascolti, credo. Sei tu ad
avere tutte le notizie. Non c'è dubbio che anche da parte mia ci sono
questioni che voglio discutere con te, ma è probabile che anche
queste dipendano in qualche modo da quanto tu stesso hai da dirmi.
Su, allora, che cosa c'è di tanto grave che dobbiamo parlarne da
soli?» Attesi, senza dir nulla, dandogli tempo di riflettere.
«Cambiamento... o cambiamenti...» Era evidente che più che
rivolgersi a me stava pensando ad alta voce; tuttavia ben presto si
lanciò in un discorso torrenziale come mai mi era accaduto di
sentirgli fare. «Sono passati, quanto, dieci anni da quando ci siamo
incontrati per la prima volta? Forse di più, anche se mi sembrano
ancor meno. In questi anni ho visto tanti cambiamenti, più di quanti
avessi creduto possibile. Abbiamo lasciato l'Eire, abbandonando le
nostre terre; poi abbiamo trasferito tutto il nostro popolo nel nord,
e con successo per giunta. A dire il vero con tanto successo che
coloro che hanno scelto di restare lassù adesso si definiscono Isolani,
e ne sono orgogliosi...» Tacque per qualche istante, poi sbottò con
disgusto: «Vorrei poter trascorrere tutta la mia vita in mare, Merlino,
poiché non fa per me trattare con gente testarda, stupida e scontenta
che cambia idea continuamente, ma da quando mio padre è morto
sembra proprio che io non debba fare che questo. Talvolta vorrei
persino essere un contadino, senz'altra preoccupazione che non sia
un buon pasto, una bella zuffa o magari accoppiarmi con qualche
femmina prosperosa e disponibile...».
Si interruppe, fissando il fuoco e tirandosi nervosamente i lunghi
baffi. «Ma sono nato figlio di mio padre, come tutti del resto, e
questo significa che devo sobbarcarmi il fardello di mio padre...
Pensa a che cosa ha comportato trasferire tutta la nostra gente
dall'Eire, Merlino! È stata un'impresa tremenda, che ha richiesto uno
sforzo di anni, di tutta una vita, ed è stato mio padre ad averla
realizzata. Oh, certo, tutti noi vi abbiamo preso parte, ma l'idea è
stata sua. È stato lui che ha dovuto affrontare la sua gente e
convincerla che la loro terra non era più in grado di nutrire né loro
né i loro vicini, e che guerre e carestie sarebbero state inevitabili a
meno che loro stessi, il suo popolo, facessero qualcosa che mai
avevano fatto prima.
E poi, come se questo non fosse stato abbastanza difficile, aveva
dovuto persuaderli che avrebbero potuto vivere una vita migliore
altrove, lontano dai campi che i loro padri avevano strappato alla
foresta, lontano dalle case in cui avevano sempre vissuto, lontano
dall'Eire, in una terra remota che nessuno di loro aveva mai visto.
Te lo dico sinceramente, amico mio, se fosse toccato a me, non
sarei mai riuscito a fare una cosa simile. Ma Athol Mac Iain c'è
riuscito; così, dopo aver acceso nei loro cuori la fiamma della
speranza, li ha portati lassù sani e salvi, nonostante una guerra
sanguinosa contro nemici ben più numerosi delle forze di cui poteva
disporre.
E poi? Dopo tutto quello che era stato fatto, quando si erano già
sistemati, molti ingrati, addirittura centinaia, si sono guardati
attorno, hanno guardato le isole che ormai erano diventate la loro
patria e hanno deciso che trasferirli era stata un'idea sbagliata! Che lì
non potevano vivere! Gridavano di voler tornare indietro, ben
sapendo che la vecchia patria per loro era perduta e non avrebbero
più potuto viverci. Proprio così!»
«E vogliono ancora tornare, ancora adesso?»
«Ma no, se ne sono già andati, e da un bel po'... alla fine dello
scorso anno ne sono partiti cinquecento, senza contare i bambini...»
«Ma come? Sono stati semplicemente sbarcati e lasciati a morire
nella loro vecchia patria?»
Mi guardò rapidamente, scuro in volto. «Per chi ci hai presi? No,
sono stati sbarcati sulla costa settentrionale e si sono stabiliti lì.»
«E Condran e i suoi come l'hanno presa? Quello è il loro
territorio, non è forse così?»
«Era il loro territorio.» La sua voce era assolutamente piatta e
incolore, ma il modo in cui pronunciò quelle parole, e poi si
interruppe, mi fece accapponare la pelle. Per fortuna la pausa fu
breve, perché quando riprese a parlare mi accorsi che avevo
trattenuto il respiro.
«Anche i Figli di Condran hanno visto dei cambiamenti, anche
loro; perché l'ultimo viaggio di Brander ha messo la parola fine alle
loro velleità. In piena estate, Brander è entrato direttamente nel loro
porto e li ha colti di sorpresa. La sua azione è stata un notevole
azzardo; ha rischiato il tutto per tutto per coglierli impreparati, ma
c'è riuscito. Ha pianificato l'attacco con estrema cura: ha fatto uscire
il grosso della loro flotta attirandola nell'inseguimento di parte della
sua, e non appena erano scomparsi oltre l'orizzonte li ha colpiti nel
loro insediamento principale, che si trova nell'interno, lontano dal
mare, più o meno come la nostra vecchia base nel sud.
Nelle prime fasi della battaglia lo stesso Condran è stato ucciso,
insieme a tre dei suoi figli naturali. E questo ha tolto ogni volontà di
resistenza agli altri difensori.
Poi Brander ha distrutto sistematicamente i loro cantieri navali,
riuscendo anche a impadronirsi di una decina di galee senza
equipaggio. Non solo, ma ha voluto essere certo che tutti i loro
carpentieri e maestri d'ascia fossero stati uccisi o catturati - conosceva
i loro nomi e per farsi rivelare i loro spostamenti ha pagato quelli
che in città erano disposti a tradirli - infine si è premurato di
identificare il cadavere di ogni caduto in combattimento. Voleva
avere la certezza assoluta che in futuro non avrebbero più avuto la
possibilità di costruire nuove galee. Da ultimo ha incendiato tutto ciò
che poteva essere bruciato, e cioè l'intera città. Fatto questo, ha
lasciato parte dei nostri uomini nei punti di vedetta nelle vicinanze
della foce del fiume, in modo che, al loro ritorno, le galee nemiche
non potessero sospettare che fosse successo qualcosa, dopodiché si è
ritirato ancora più a sud, in attesa della flotta. L'ha attaccata alla foce
del fiume e l'ha distrutta appiccando il fuoco a tutte le galee
catturate in precedenza e poi spingendole contro le navi nemiche. La
vittoria è stata schiacciante, completa e definitiva: i Figli di Condran
non usciranno più dalle loro tane.»
«Che cosa è accaduto al resto della flotta di Brander, a quelle
poche navi che si erano fatte inseguire dal grosso della flotta
nemica?»
«Nulla. Brander le aveva avviate lungo una rotta meridionale che
passasse al largo, in modo che potessero superare la base di Condran
senza essere viste. Una volta arrivate, avevano immediatamente
fatto dietrofront e poi, ben nascoste in una piccola insenatura,
avevano atteso che si presentasse una mattinata nebbiosa. Il resto
della flotta di Brander puntava intanto verso nord. Quando
finalmente la nebbia era arrivata, le navi erano uscite dall'insenatura
e si erano dirette anch'esse verso nord, come se fossero state di
ritorno da una razzia e si fossero perse nella nebbia, finendo con il
farsi scoprire. A quel punto si erano date alla fuga, inseguite dagli
uomini di Condran. Le nostre galee però avevano il doppio di
equipaggio ed erano sempre in testa, abbastanza vicine da essere
raggiungibili, ma, grazie al maggior numero di rematori, sempre
troppo lontane per essere attaccate. In questo modo sono riuscite a
tenere occupato il grosso della flotta per parecchi giorni, e intanto gli
incendi appiccati sulla riva hanno avuto modo di divampare e poi di
esaurirsi. Infine, quando la flotta di Condran ha desistito
dall'inseguimento ed è tornata alla base, è stata distrutta anch'essa.»
«Dio mio» mormorai. «Sembra proprio una soluzione definitiva,
quasi come se si trattasse di una vendetta romana.»
«Già, invece si è trattato di una vendetta dei Gaeli» disse. «Questo
però è accaduto lo scorso anno. Da allora abbiamo ripopolato la
costa settentrionale insediandovi alcuni dei nostri, come ti ho
appena detto. Hanno le loro galee e possono difendersi da soli; in
ogni caso noi non siamo lontani, qualora avessero comunque
bisogno di aiuto.»
«Cambiamenti, non c'è alcun dubbio. Ma
terraferma, di quel trattato cui accennava Brander.»
parlami
della
«Beh, quello è un cambiamento di tutt'altro genere.» Connor
bevve un altro sorso di idromele. «Il trattato era necessario, e io
spero che sia stato soltanto il primo di altri a venire. Sarà così, lo so.
Mio fratello Brander potrebbe avere tutte le opportunità per
diventare un re ancora più grande di Athol Mac Iain.»
«Che cosa è cambiato?»
«Tanto per cominciare, negli ultimi dieci anni siamo diventati un
popolo di pescatori. Quello, sì, è un cambiamento che trasforma
radicalmente ogni aspetto della nostra vita. Abbiamo sempre
pescato, è ovvio, visto che vivevamo vicino al mare, ma ora
viviamo in mezzo al mare, dunque la maggior parte del nostro cibo
proviene dall'acqua. Mangiamo pesce, molluschi e carne di foca,
talvolta mangiamo persino carne di balena. Ci nutriamo di volatili
che sanno di pesce. La maggior parte delle nostre terre sono rocciose
e non coltivabili. Le isole più grandi hanno terra buona, è vero, ma
sono interamente ricoperte da foreste e fino a quando non le
avremo disboscate non vi potremo seminare nulla. Coltiviamo
qualche cereale, e abbiamo persino un ortaggio, il cavolo verde, che
cresce bene anche in terreni poco fertili, addirittura durante
l'inverno, se non fa troppo freddo. Non è la cosa più gustosa che si
possa mangiare, ma è abbastanza nutriente e sano.
Abbiamo centinaia di isole dove è possibile vivere, sebbene molte
siano troppo piccole per ospitare insediamenti umani. Ciò non toglie
che negli ultimi anni la nostra gente vi si sia stabilita e che ci resterà.
Tuttavia avevamo bisogno di terra coltivabile, il che significa che
dovevamo mettere piede sulla terraferma; quanto meno per avere
un avamposto nell'interno, non soltanto sulla costa che per di più è
rocciosa. E infatti, subito dopo il nostro arrivo e non appena la
nostra gente si fu sparpagliata qua e là, questa necessità si rivelò
troppo impellente perché mio padre e i suoi consiglieri potessero
ignorarla. Allora le nostre barche da pesca erano poche, troppo
poche. Così abbiamo mandato degli... esploratori? Qual è la parola
che usi tu? Insomma, degli inviati che andassero alla ricerca di
opportunità per trattare pacificamente con altri re...»
«Emissari.»
Mi lanciò uno sguardo tra l'interrogativo e il canzonatorio.
«Se lo dici tu. Emissari. Fa un certo effetto. Bene, allora, inviammo
i nostri emissari lungo la costa perché si mettessero in contatto con i
re della terraferma: erano disarmati, e recavano doni, e molti
tornarono indietro vivi. Uno dei primi drappelli di emissari venne in
contatto con un re della regione chiamata Gallowa, un po' più a
nord, un uomo di nome Tod, che si dimostrò interessato a stringere
un'alleanza: era disposto a darci della terra nei suoi possedimenti
settentrionali purché le nostre galee proteggessero le sue coste
meridionali. Si scoprì poi che i Figli di Condran lo avevano
molestato per anni. Questo re ha un grande esercito, ma un esercito
non serve praticamente a nulla contro una flotta, a meno che non si
venga a sapere in anticipo dove la flotta intende colpire.»
Annuii. «Lo so. I Romani avevano lo stesso problema.»
Improvvisamente mi venne in mente un nome. «Conosci un re che si
chiama Crandal?»
«No. Dovrei conoscerlo?»
«Hmm. È un re dei Pitti. Credevo che, quanto meno, ne avessi
sentito parlare. Mi risulta che abbia radunato un esercito e che ora
stia marciando verso sud, direttamente nella Britannia, su a nordest.»
Connor scosse la testa.
«Non abbiamo fatto grandi tentativi di penetrare così nell'interno.
Tutta l'area interna è un miscuglio di tribù diverse, in guerra le une
contro le altre, e divise da catene montuose. Qualsiasi tentativo di
andarvi è una follia, persino per i Pitti, dal momento che vuol dire
scontrarsi con sempre nuovi nemici, a ogni pie’ sospinto. Peggio che
nell'Eire.
Abbiamo sentito parlare di una grande valle che divide tutto il
territorio da un mare all'altro, con montagne sia a nord sia a sud, ma
ci risulta che sia densamente abitata e che le tribù siano bellicose.»
«Allora, se le cose stanno così...» mi interruppi, perplesso. «Se la
situazione è confusa come dici, con continue guerre...»
«Razzie» Connor mi interruppe. «Sono più razzie che guerre.
Nessun grande esercito, nessuna campagna militare, soltanto una
razzia dopo l'altra, senza interruzione.»
«Ma se le cose stanno così, come hanno fatto Salina e la sorella a
essere in rapporti con quel re, quel Tod di cui mi parlavi? Hai detto
che viene da Orcenay - era questo il nome? - nell'estremo nord-est.»
«Certo, ma lei è come noi, è un'isolana. La sua gente ha barche,
delle specie di galee, e si sposta via mare.»
«Parlami di questa gente. Che cosa sai di loro?»
Si strinse nelle spalle.
«Non molto, ma so che non sono della stessa razza di coloro che
abitano sulla terraferma. Anzi, sono molto diversi. Stando a quanto
ci ha detto Salina, non sono neppure molto numerosi, in cambio
però sono fieri e bellicosi.» Anticipò quello che stavo per chiedergli.
«E Salina è un capo; comanda su uno dei due arcipelaghi in cui si
sono stabiliti. Suo fratello Lot è il re dell'intero territorio, ma sulle
sue isole è Salina che di fatto esercita il potere.»
«Lot? Hai detto Lot? Spero proprio che non sia parente del tuo ex
cognato della Cornovaglia.»
Connor scoppiò in una risata fragorosa.
«Sai che me ne ero quasi dimenticato? No, nessuna parentela. A
dire la verità, non si chiama neppure Lot. Quello è il nome che
usano quando hanno a che fare con gli stranieri; il suo nome vero è
impronunciabile, una sorta di grugnito, una serie di suoni simili a
scoppi di tosse che nessuna lingua umana riesce a emettere. Ogni
volta che sento qualcuno pronunciare quel nome, ho l'impressione
che sia stato colto da conati di vomito e mi avvolgo nel mantello
per non rischiare di venire lordato. Anche il nome di Salina è
qualcosa del genere; ma lei si è scelta un nome romano per trattare
con quelli che lei chiama "stranieri", e cioè noi.
Comunque sia, qualche anno fa la sorella di Salina ha sposato Tod
di Gallowa e tra i due regni è in atto una sorta di commercio. Per lo
più lana di pecora; almeno questo è quello che mandano i sudditi di
Lot, che cosa ricevano in cambio dalla gente di Gallowa non lo so.
Quando i nostri emissarii sono arrivati per la prima volta nel
regno di Tod, Salina era appena giunta con quattro delle sue navi.
Prese parte alle trattative e quando fu chiaro che Tod aveva dei
problemi con alcuni dei suoi capi, che non sapevano nulla di noi e
pertanto non si fidavano, si offrì di accompagnarci, per trattare con
nostro padre per conto del cognato.
Quella prima visita portò a un viaggio di nostro padre sulla
terraferma, verso la fine di quello stesso anno, per incontrarsi con
Tod e con i suoi capi e consiglieri. Gli incontri ebbero successo, ma ci
vollero più di due anni prima che il trattato fosse siglato.» Si
interruppe, ricordando.
«È stato messo a punto la primavera scorsa, proprio quando la
flotta di Condran stava conducendo pesanti incursioni contro le
coste di Tod. Improvvisamente Tod e i suoi dovettero rendersi
conto che sistemare la faccenda poteva essere un'idea eccellente.
E non appena fu concluso l'accordo, Brander partì per farla finita
una volta per tutte con Condran.
Naturalmente all'epoca non avevamo fatto parola dell'effettiva
portata della distruzione già inflitta a Condran: sarebbe stato folle
annunciare l'eliminazione del motivo principale dell'alleanza. Tra
parentesi, la distruzione delle forze di Condran non cambia
significativamente la sostanza dell'accordo che promette la
protezione della nostra flotta in cambio del diritto di coltivare le
terre a nord dei possedimenti di Tod, terre che per altro sono incolte
e non utilizzate.»
Volevo fargli ancora una domanda: «Hai detto che ti aspetti altri
trattati di questo tipo?».
«Sì, abbiamo bisogno di nuovi territori sulla terraferma. Adesso
Brander sta trattando con altri quattro re, che regnano ancora più a
nord, sebbene loro stessi si definiscano soltanto dei capi, e credo
proprio che avrà successo; se la cava molto bene con quel genere di
trattative. Poi, una volta che avremo sistemato i nostri in un
territorio fertile, potremo lasciare che la loro prosperità dipenda dal
tempo e dalla natura umana. Tutto lascia pensare che possiamo
davvero sperare di avere successo. Adesso che abbiamo sterminato
Condran, per la prima volta dopo molti anni siamo finalmente in
pace. È questo il motivo per cui Brander ha deciso di sposarsi e poi
di mettersi in viaggio con Salina e con la ragazza. Quando partiremo
di qui, loro andranno a far visita a Tod.»
«E tu, dove andrai?»
«A pattugliare. Adesso che Brander è re, è costretto a restare a
terra. L'unico ammiraglio adesso sono io.»
A quel punto gli parlai della mia decisione di tornare a sud, a
Camelot, prima della fine del mese, e di abbandonare la nostra
dimora provvisoria qui a Mediobogdum; gli chiesi anche se fosse
disposto a prenderci ancora una volta a bordo delle sue navi per
portarci a sud.
Mi ascoltò in silenzio, senza interrompermi, ma quando ebbi
finito di parlare fece una smorfia.
«In circostanze normali avrei detto sì, ma ora mi hai fatto venire
in mente quello che stavo per dirti quando mi hai distratto con tutti
quei discorsi di trattati e alleanze. Ti ricordi della grande nave che
vedesti in quella città sulla costa, la prima volta che incontrasti
Feargus?»
«Certo che lo ricordo, la bireme romana che i Berberi avevano
fatto arrivare per portar via i marmi dagli edifici di Glevum. Che
c'entra?»
«Liam il Gobbo è arrivato nelle isole poco prima che partissimo
per venire qui. Ha fatto il viaggio durante l'inverno, e con soli tre
compagni, preferendo correre il rischio di imbattersi in qualche
burrasca e di naufragare piuttosto che restare dov'era, sulla costa tra
Camelot e la Cambria. Lui sostiene che gli invasori che vengono dalla
Cornovaglia di quelle navi ne hanno due e che se ne servono per
facilitare gli spostamenti delle truppe. Navi gigantesche, dice Liam,
con svariati ordini di remi e vele enormi. Dice anche che hanno torri
di legno a più piani, a poppa e a prua, su cui combattono soldati e
arcieri; una avrebbe persino delle macchine da guerra sistemate a
poppa... catapulte, l'avresti mai creduto? E hanno lunghi rostri di
metallo che spuntano dalla prua, subito sotto la linea di
galleggiamento, per affondare le navi nemiche. Al confronto le
nostre galee sembrano barchette, sostiene Liam.»
«Ironhair possiede questa roba?»
«No, non ho detto questo. Di Ironhair, Liam il Gobbo non sa
nulla. Ha semplicemente detto che le truppe che stanno invadendo
la Cambria hanno due di queste navi incredibili e che se ne servono
per fare da supporto al loro esercito.»
«Già, il che vuol dire che sono di Ironhair.» Mi resi conto di aver
parlato con indifferenza. In realtà le sue parole mi avevano
sbalordito, ma lo stupore era stato immediatamente seguito dalla
sgradevole consapevolezza che ciò che aveva detto era la pura
verità. Già in passato Ironhair aveva dimostrato di non essere uno
sciocco e di sapere bene, proprio come il suo predecessore Lot di
Cornovaglia, quanto fosse importante il denaro piazzato al
momento giusto e con larghezza. Già il fatto stesso che avesse
seguito l'esempio di Lot e si fosse procurato un esercito di mercenari
promettendo loro un buon bottino lo confermava, ma a questo
punto era evidente che nel suo piano di alleanze era andato ben
oltre e che con quelle due biremi si era assicurato una notevole
superiorità, almeno sul mare.
Guardai Connor con più attenzione.
«Sei in partenza per il sud, non è così?»
«Ho preso in considerazione l'idea.» Il suo tono voleva dire: «Sì,
sto partendo per il sud».
«Allora ci prenderai con te?»
«No. Questa volta no. È troppo pericoloso; avete donne e
bambini, tra l'altro uno di loro è mio nipote, Artù. Anche soltanto la
sua presenza a bordo renderebbe questo viaggio troppo pericoloso.»
«Ma...»
Mi zittì con una gran pacca sulla spalla. «Siediti, Merlino, e pensa
che cosa c'è in ballo adesso!»
Ero furioso, offeso per quel secco rifiuto. Parole dure e sprezzanti
mi venivano alle labbra, e riuscivo a trattenermi a stento. Eppure
sapevo che lui aveva ragione e io avevo torto. Finalmente riuscii a
dominarmi e mi sedetti, rendendomi conto che Connor aveva molte
altre cose da dirmi e ben sapendo che in mare era lui a comandare,
non io. Mi guardava con gli occhi socchiusi e quando mi fui seduto
riprese il discorso, parlando francamente e con grande calma.
«Merlino, non ho la più pallida idea di che cosa troveremo
quando arriveremo laggiù, ma l'ultima cosa al mondo di cui potrei
aver bisogno sarebbe di avere passeggeri a bordo, peggio ancora
donne e bambini. Potrei doppiare un promontorio e di colpo
trovarmi costretto a combattere. Stiamo andando a sud, dritti nel bel
mezzo di una guerra e, te lo dico francamente, non ho alcun piano,
alcuno stratagemma da mettere in atto per affrontare questi...
aggeggi, queste biremi. Potrei essere costretto a fare marcia indietro
e tagliare la corda. Magari potrei non incontrarle affatto. Oppure
potrei non avere la possibilità di avvicinarmi alla costa, per non
parlare poi di trovare il posto adatto e il tempo sufficiente per
sbarcare te e i tuoi. E a quel punto che cosa fareste? Sareste bloccati a
bordo della mia nave, in navigazione verso nord-ovest, senza alcun
modo di tornare a Camelot. Molto meglio che torniate per via terra,
insieme alla vostra guarnigione. In quel modo la tua gente viaggerà
sicura e ben protetta, e tu potrai vedere un territorio che ancora non
conosci.» Storse la bocca in un breve, ironico sorriso. «È probabile
che arriviate a Camelot ben prima di quanto potrei portarvici io,
visto che le rotte saranno assai affollate.»
Rimasi a guardarlo, confuso e perplesso, con la spiacevole
sensazione che qualcosa mi sfuggisse. Finalmente mi resi conto di
cosa fosse: e per giunta era anche preoccupante. Se queste biremi
spaventavano a tal punto Liam il Gobbo da averlo spinto ad
affrontare i non trascurabili rischi di una navigazione invernale su di
una piccola barca, era ovvio che rappresentavano una minaccia
anche per Camelot, che si trovava a soli due giorni di marcia dalla
fattoria di Liam.
«Liam ti ha detto se ha avuto la possibilità di avvisare Camelot
della presenza di queste biremi?» chiesi.
«Non è stato necessario. Con Liam c'era qualcuno dei vostri
quando, durante un normale pattugliamento, hanno visto questi
aggeggi avvicinarsi alla costa. Avrebbero voluto che Liam andasse
con loro mentre tornavano di gran carriera a Camelot per mettere in
guardia la Colonia, ma per qualche ragione lui ha preferito partire
per il nord e affrontare i rischi delle burrasche invernali. In ogni caso
a Camelot sanno. Immagino anzi che ormai abbiano già ultimato
tutti i preparativi di difesa.»
A quel punto compresi finalmente che cosa, nelle parole di
Connor, mi avesse lasciato perplesso.
«Ma Liam era l'ultimo dei vostri a essere rimasto laggiù, non è
così?» Annuì. «E allora perché vuoi tornarci? Adesso non hai più
alcun interesse da quelle parti.»
Storse la bocca in un sorriso forzato.
«Che ne è della gratitudine nei confronti dei tuoi, di te e della
gente della Cambria che ci ha permesso di usare la loro terra?»
«Ammirevole, ma non necessaria. Che cosa avrebbe da
guadagnare la tua gente da un simile viaggio? Dio sa che avresti
molto da perdere se ti scontrassi con queste navi.»
«Voglio catturarne una.»
Parlò con voce così bassa che udii appena le sue parole e non fui
sicuro di aver capito bene.
«Vuoi che cosa?»
«Mi hai sentito benissimo. Voglio una di quelle due biremi,
almeno una. Tutte e due, se ci riesco.»
«Sei diventato matto? Tu non hai mai visto roba del genere, ma io
sì. Probabilmente due di loro potrebbero sconfiggere tutta la tua
flotta, soltanto unendo la loro potenza e la loro distruttività. Le tue
galee finirebbero distrutte e affondate prima ancora di riuscire ad
avvicinarsi. Le catapulte di cui parlavi servono per gettare olio
bollente contro le vele e il sartiame delle navi nemiche. Tu sai bene,
Connor, che cosa fa il fuoco alle navi: sei stato proprio tu ad
avermelo descritto, sulle mura di Ravengkss; e mi hai appena parlato
di come Brander abbia distrutto la flotta di Condran usando proprio
questa tecnica. In ogni caso, anche senza fuoco, i rostri di prua
sfascerebbero facilmente persino la più grande delle tue galee subito
sotto la linea di galleggiamento, dopodiché il peso della parte
anteriore della nave, con la spinta di centinaia di remi, si
abbatterebbe sulla tua galea schiacciandola come un uovo. Gli arcieri
provvederebbero infine a massacrare quelli dei tuoi uomini che non
fossero già annegati. No, Connor, se ti sta a cuore il bene dei tuoi
uomini e la salvezza delle tue navi, togliti dalla testa di attaccare una
di queste macchine da guerra. Sono state costruite dai Romani,
amico mio, e progettate dai Romani per essere invincibili nel loro
elemento.»
«Già, Liam mi ha detto qualcosa del genere, anche se, a differenza
di te, non sapeva esattamente come funzionassero. Ma tu come fai a
saperlo?»
«L'ho imparato dai libri. L'ho semplicemente letto. La flotta
romana è stata padrona dei mari per centinaia di anni, e l'idea
geniale dei Romani è stata proprio quella di portare anche sui mari
la loro invincibile fanteria. Le loro navi da guerra sono state
progettate come piattaforme galleggianti sulle quali i soldati
potessero combattere come sulla terraferma...»
Alzò una mano come per impedirmi di dire altro.
«Sono lucido quanto te, Merlino. Non ho alcuna intenzione di
andare incontro alla morte né di udire il fragore delle mie galee
mentre vengono distrutte.»
«E allora?»
«Aspetterò. Devono pure attraccare, una volta o l'altra, queste
bestiacce. Navigano come tutte le altre navi, e vengono utilizzate
per inviare i rifornimenti alle truppe che combattono sulla
terraferma. Coloro che abitano nella Cambria di Pendragon non
hanno flotta, pertanto queste navi non devono fronteggiare nessuna
resistenza. Tutto lascia pensare che siano utilizzate più o meno come
scorta alle galee più piccole della flotta, facendo la spola tra i porti
meridionali e la loro base nella Cambria; quando poi arrivano a
destinazione attraccano per essere scaricate. Ed è a quel punto che le
prenderemo.»
Mi misi a ridere fragorosamente, per manifestare la mia
incredulità.
«Così avresti intenzione di salire a bordo e prendere una nave
come questa? Non pensi che sarà ben custodita?»
«Sarà certamente custodita, caro cognato, ma custodita quanto?
Pensaci un attimo. Queste biremi non hanno eguali sul mare, per
essere manovrate come si deve richiedono una esperienza non
indifferente, e quando attraccano vengono ormeggiate in mezzo ad
altre navi della loro stessa flotta. Saranno custodite, certamente, ma
tra gli uomini dell'equipaggio, chi mai potrebbe farsi venire in mente
che possa esserci qualcuno tanto matto da pensare di rubare una di
queste navi mentre è agli ormeggi nel suo porto?»
«Come pensi di riuscire ad avvicinarti?»
«Come fossimo mercenari, Merlino. Saremo in mezzo a loro, nel
loro stesso accampamento. Perché dovrebbero sospettare qualcosa?
Noi non siamo loro nemici. A dire la verità, loro non sapranno né
chi siamo né da dove veniamo. Saremo semplicemente dei mercenari
come tutti gli altri.»
«Dolce Gesù! Che cosa succederà se riuscite davvero a salire a
bordo, superando le guardie? Come farete a portare fuori la
bireme?»
«Oh, bella, la porteremo al largo con la forza dei remi! Se
possiamo essere mercenari sulla terraferma, perché non potremmo
esserlo anche in mare?»
Soltanto a quel punto mi resi conto che Connor stava
improvvisando, mettendo a punto il piano a mano a mano che
parlava.
«Chi potrà mai sapere che non siamo dei loro? Sono convinti di
non avere nemici sul mare, o per lo meno, io credo che siano
convinti di non averne.» Aveva le sopracciglia aggrottate per la
velocità e la concentrazione dei suoi pensieri. «Un piccolo numero di
galee, con un equipaggio superiore alla norma, il cui arrivo
coinciderà con il nostro attacco... Ma galee che siano di ritorno...
galee che abbiano lasciato quello stesso porto il giorno precedente...
a nessuno verrà in mente di chiedere loro perché sono arrivate, se
penseranno che siano semplicemente di ritorno. E quando sarà il
momento giusto, colpiremo. Prendiamo la nave e vi facciamo salire
l'equipaggio delle galee passando dal lato che guarda verso il mare.
Funzionerà, Merlino, deve funzionare!» Si batté le mani sulle
ginocchia e si alzò, improvvisamente deciso e pronto ad agire.
«Quando partirai?» Quasi quasi mi aspettavo che partisse in quello
stesso istante.
«Tra una settimana o giù di lì, non di più.»
Si diresse zoppicando verso la finestra, con la gamba di legno che
a ogni passo spostava la paglia che ricopriva il pavimento, e aprì
completamente le imposte, allungando il collo per guardare fuori e
poi in su, verso il cielo. Fui sorpreso di vedere che il sole era ancora
alto. A dire la verità avevo l'impressione che fossimo rimasti chiusi lì
dentro per ore.
«C'è niente da mangiare da queste parti?» chiese. «Sto morendo di
fame.»
Non potei fare a meno di sorridere. «Nelle cucine troveremo
qualcosa di freddo, ma fino al momento della cena di caldo non
potrai avere nulla.»
«Vada per qualcosa di freddo, purché sia subito.»
Mentre ci dirigevamo verso le cucine, nell'ala adibita a refettorio,
la mia mente cercava di tener dietro a tutto quello che avevamo
appena discusso e avevo la sensazione che gran parte della settimana
seguente sarebbe stata dedicata a mettere a punto lo stratagemma
con cui l'ammiraglio sperava di ingrandire la sua flotta.
II.
Verso la fine della settimana le giornate si erano fatte calde quasi
come in estate e in cielo non c'era una nuvola. L'erba nuova
spuntava dovunque e i primi fiori di montagna, che in circostanze
normali non sarebbero comparsi per almeno un altro mese, fecero
capolino in fretta e sbocciarono in una piena fioritura tanto che
tutt'attorno alle nostre mura i fianchi delle colline furono ben presto
punteggiati di piccole macchie dai colori brillanti: giallo, blu e
bianco. Ai lati della strada, sotto gli alberi al limite della foresta,
spuntarono fitte chiazze di vegetazione che finirono per ricoprire di
un verde intenso tutti gli spazi liberi: nel giro di poche settimane dal
forte sottostante l'intera collina apparve come velata da una nuvola
purpurea di campanule che inondavano l'aria con il loro profumo.
All'interno del forte la vita continuava febbrile, con una vivacità
resa ancora più intensa dalla mitezza del clima. La partenza, che
Connor aveva previsto per la settimana seguente, fu posticipata di
altri sette giorni e intanto venivano messi a punto piani e preparativi
in vista dell'imminente viaggio verso sud. L'ammiraglio trascorreva la
maggior parte del suo tempo lavorando insieme a Feargus e al
grosso Logan, i suoi capitani più fidati; tuttavia ai loro conciliaboli
partecipava spesso anche Brander desideroso di mettere a
disposizione la propria esperienza con un entusiasmo che appariva
ancora più trascinante, ammesso che fosse possibile, di quello dello
stesso Connor. Certo, Brander era ormai diventato re degli Scoti, e
come tale doveva essere legato alla terraferma, ma dentro di sé si
sentiva ancora e sempre l'ammiraglio Brander, a tal punto che i suoi
occhi brillavano all'idea di impossessarsi di una bireme romana, o
magari due, da aggiungere alla propria flotta.
Spesso mi univo a loro, ascoltando le loro discussioni, e parecchie
volte dovetti sforzarmi di restare in silenzio e di mettere a tacere le
mie perplessità, ricordando a me stesso che i due fratelli sapevano
benissimo quanto il successo di tutta l'impresa dipendesse dalla
disposizione della flotta nemica nel preciso momento in cui Connor
sarebbe arrivato nelle acque della Cambria. Entrambi accettavano i
rischi, l'alto grado di imprevedibilità della sorte e l'evidente
impossibilità di condizionare il fato e gli dèi della guerra; e in questa
loro accettazione si sforzavano di prevedere tutta la gamma di
probabilità cui potevano trovarsi di fronte e nel contempo di
mettere a punto la strategia più semplice e flessibile di cui fossero
capaci.
Mentre i marinai erano impegnati nel definire i dettagli della loro
grande impresa, anch'io avevo molto da fare. Avevamo deciso di
tornare a Camelot in primavera, e, a quel punto, la partenza non
poteva più essere rimandata. La primavera era arrivata, ed era
arrivata in anticipo, e nonostante i lunghi mesi di sistematici
preparativi, non eravamo ancora pronti.
Lavoravo quasi tutti i giorni, per tutto il giorno e spesso anche per
parte della notte, obbligando ciascuno di noi a rivedere e
ricontrollare più e più volte le migliaia di cose che erano già state
riviste e ricontrollate, impacchettate, caricate e preparate per la
partenza.
In tutti questi preparativi Rufio fu tra coloro che mi diedero
l'aiuto più grande. Lavorava ancora più di me. La guarigione dalle
spaventose ferite inflittegli dall'orso era infatti stata più rapida e
completa di quanto avessimo osato sperare. Ma Rufio non avrebbe
mai più potuto combattere. Le terribili incisioni, sulla spalla e sul
braccio, procurate dagli artigli della belva avevano fatto infezione e,
se prima di morire il nostro abile medico e chirurgo Lucano era
riuscito a impedire che il veleno mortale dalle ferite si diffondesse in
tutto il corpo, il danno arrecato al braccio sinistro era stato
irreversibile, tanto che l'arto sembrava ora un ramo rinsecchito
piuttosto che un braccio umano. Il suo morale tuttavia non si era
lasciato abbattere e nel giro di due mesi le sue gambe erano
abbastanza salde da consentirgli di camminare quasi senza zoppicare.
La prima richiesta di Rufio era stata che gli fossero affidati compiti
che potesse portare a termine da solo, senza bisogno di aiuto. Fu a
quel punto che mi venne l'idea di far sparire tutte le tracce visibili
della nostra permanenza al forte. Mediobogdum era rimasto
disabitato per duecento anni, o almeno così credevamo. Se fossimo
riusciti a fare in modo che nessuno si accorgesse che dopo duecento
anni era stato nuovamente abitato, era probabile che a nessuno
venisse in mente di occuparlo ancora. In questo caso, qualora in un
futuro più o meno lontano avessimo deciso di tornarvi, avremmo
potuto farlo senza rischiare di trovarvi altri.
Rufio pensò che si trattasse di un'ottima idea, e prese molto sul
serio l'incarico che gli avevo affidato, tanto che, nelle settimane e nei
mesi seguenti, una volta o l'altra tutti al forte dovettero lavorare ai
suoi ordini facendo sparire qualsiasi traccia di una presenza umana
recente. Per esempio, chiudemmo le terme, sistemando delle assi
davanti alle porte - era così che si presentavano quando eravamo
arrivati - poi bloccammo con cura l'ingresso delle fornaci
proteggendole come meglio potemmo per evitare che potessero
essere danneggiate e finire con l'andare completamente in rovina.
Poi arrivò finalmente il giorno in cui compresi che eravamo pronti
e che potevamo fissare la data della partenza. Tuttavia i nostri ospiti
erano ancora immersi fino al collo nella loro pianificazione
dell'attacco e questo mi poneva di fronte a un dilemma: dovevo far
loro sapere che da parte nostra eravamo pronti a lasciare
Mediobogdum e che saremmo dovuti partire immediatamente? Le
leggi dell'ospitalità imponevano che non facessi nulla che potesse
essere interpretato come un invito ad andarsene, eppure mi rendevo
pienamente conto dell'urgenza di raggiungere Camelot, dove
Ambrogio attendeva con ansia il nostro arrivo. Fortunatamente, né
Connor né suo fratello erano così ciechi come avevo cominciato a
temere che fossero. Infatti, quello stesso pomeriggio, quando li
raggiunsi negli alloggiamenti di Brander, mi stavano aspettando per
dirmi che sarebbero partiti per Ravenglass quando noi avessimo
fissato la data della nostra partenza per Camelot. Dichiarai che
saremmo partiti dopo tre giorni:
speravo così di lasciare loro ancora un po' di tempo per
concludere le loro faccende a Mediobogdum.
Quello stesso pomeriggio, sul tardi, mentre me ne stavo nelle mie
stanze impegnato a controllare un'ultima volta di non aver
dimenticato nulla e a esaminare il lungo elenco che era stato
preparato da Hector e dai suoi segretari, chiamai Donuil e gli chiesi
se poteva andare a cercare Artù per dirgli di venire da me. Andò
subito e io tornai al mio lavoro, immergendomi di nuovo nei miei
elenchi e apportandovi annotazioni, finché mi resi conto che la
stanza si stava facendo buia e che Artù non era ancora arrivato.
Quando avevo chiesto a Donuil di andarlo a cercare era tardo
pomeriggio, ma dalla mia finestra giungeva ancora abbastanza luce
da consentirmi di leggere: ora invece era quasi buio. Preoccupato, mi
alzai dal mio tavolo di lavoro e uscii proprio mentre Donuil stava
tornando. Aveva cercato per tutto il forte senza trovare Artù, mi
disse, e così aveva incaricato Gwin, Bedwyr e Ghilly di vedere se era
uscito fuori dalle mura e di fargli sapere che doveva rientrare subito.
Era meglio, aveva pensato, se mandava direttamente i ragazzi, che
conoscevano bene i loro rifugi preferiti. Ma tutto questo era
accaduto un'ora prima e da allora non li aveva più visti.
Che avesse dovuto mandare i ragazzi già di per sé era una
rivelazione inquietante che mi fece rabbrividire: per anni i quattro
erano stati indivisibili; dove c'era uno, si poteva essere certi di
trovare anche gli altri poco lontano, e questa era sempre stata una
delle più ovvie realtà della vita. Fino a oggi, però. In nome di Cristo,
mi chiedevo, che cosa stava facendo Artù? Dove mai poteva essersi
andato a cacciare, da solo, senza i suoi inseparabili amici? E la mia
mente non faceva che passare in rassegna spiacevoli eventualità. Si
era forse fatto male? Era in pericolo, si era perso o giaceva ferito in
qualche zona impervia al di fuori delle mura? Improvvisamente il
ricordo di Rufio, sanguinante dopo essere stato aggredito dall'orso
nella foresta, mi fece gelare il sangue. Ma mentre questi spaventosi
pensieri mi turbinavano nella mente, vidi Artù correre verso di me,
dopo aver svoltato l'angolo della strada che tagliava a metà il forte.
Era rosso in faccia e senza fiato. Mi limitai a guardarlo con palese
disapprovazione mentre si avvicinava, ansando come se avesse corso
per miglia.
«Mi dispiace, Cay» ansimò. «Non ti avrei fatto aspettare se avessi
saputo che mi stavi cercando. Sono venuto non appena Bedwyr mi
ha trovato.» Non dissi nulla e il suo viso si fece ancora più rosso.
«Ero fuori sulla collina, subito sotto le mura. Non pensavo che
potessi avere bisogno di me.»
«Non pensavi proprio a nulla, questo è evidente.» Mi rendevo
conto di quanto tale comportamento fosse insolito per lui, eppure
non potevo permettere che la passasse liscia, senza almeno una
reprimenda. «Sai bene che non devi sparire senza informare
qualcuno di dove intendi andare. Ti sei dimenticato così presto di
quello che è capitato a Rufio, e dei guai che ha passato?» A quel
punto abbassò la testa, pieno di vergogna e senza tentare di
difendersi. «Allora? Non hai nient'altro da dire?»
Inspirò profondamente, poi scosse la testa, continuando a tenere
gli occhi bassi: «No, nient'altro, se non che mi dispiace».
Da parte mia, mi restava ben poco da dire. Il ragazzo non aveva
fatto niente di grave. Non si era neppure comportato male; tutto
quello che aveva fatto era stato uscire dal forte da solo. Non era
dunque il caso di punirlo ulteriormente, dal momento che di una
cosa mi rendevo conto benissimo: il suo viso arrossato e la sua aria
colpevole lasciavano chiaramente capire che considerava quelle
domande una sorta di castigo. Ringraziai Donuil, che nel frattempo
era rimasto al mio fianco, e lo congedai prima di accompagnare il
ragazzo nei miei alloggiamenti. Una volta entrati, rimase in mezzo
alla stanza finché non gli feci cenno di sedersi, poi mi sedetti anch'io,
proprio davanti a lui.
«So che è raro che io ti cerchi a quest'ora del pomeriggio, dunque
non c'era ragione perché ti sentissi in dovere di essere reperibile,
assolutamente nessuna. Mi sono preoccupato quando ho scoperto
che eri andato fuori da solo e non si riusciva a trovarti, questo è
tutto. Se ci pensi ti renderai conto anche tu che è del tutto insolito,
oltre che terribilmente pericoloso e sciocco, dal momento che i
boschi e le colline sono pieni di animali feroci che ci considerano
degli intrusi nel loro territorio. Che cosa stavi facendo?» Non appena
ebbi rivolto la domanda gli feci subito cenno di tacere, avendo visto
l'allarme che traspariva dai suoi grandi occhi dorati. «Non è il caso
che tu mi risponda. In realtà non è cosa che mi riguardi, ma pura e
semplice curiosità.»
Invece rispose.
«Ero qui vicino, Cay, proprio sotto le mura. Ero semplicemente...
in un posto diverso. Bed mi ha trovato per caso, mentre andava a
raggiungere Gwin e Ghilly. Non appena mi ha detto che mi stavi
cercando sono corso subito qui. Ma non sono mai stato in pericolo e
mai a una distanza che non fosse a portata di voce rispetto alle
guardie che sorvegliano le mura.»
«Hmm» borbottai. «Bene, questo mi consola un po', se non altro.
Ora ascoltami: ho deciso che tra tre giorni partiremo per Camelot.
Viaggeremo per via terra, insieme alla guarnigione che torna
indietro, poiché Connor ha altri impegni e ritiene che andare con le
sue galee sia troppo pericoloso di questi tempi, con le armate di
Ironhair che cercano di invadere la Cambria dal mare e dunque
incrociano avanti e indietro lungo l'unica rotta che possiamo
percorrere.» Mi interruppi per vedere se mi seguiva attentamente. I
suoi occhi erano fissi sulle mie labbra, in attesa che riprendessi il
discorso. «Dunque,» continuai «finalmente adesso è tutto pronto,
anche se stavo cominciando a temere che non lo sarebbe stato mai!
Voglio inoltre che tu vada a Ravenglass, per portare un mio
messaggio a Derek. Partirai domani mattina, non appena avrai fatto
colazione. Puoi portare gli altri con te, se vuoi, ma lungo la strada
non avrete tempo per giocare. Ho bisogno che tu arrivi a Ravenglass
il più presto possibile, che trovi Derek e che poi gli riferisca il mio
messaggio in privato, senza che nessuno senta. È chiaro?»
«Sì. Che cosa devo dirgli?»
«Semplici notizie, per la maggior parte. Gli dirai che Connor e i
suoi partiranno domani, in tarda mattinata, per Ravenglass e che noi
lasceremo Mediobogdum per tornare a Camelot il giorno dopo...
Che cosa c'è che non va? Non ti senti bene?»
Di colpo il suo viso si era fatto cinereo, ma quando gli chiesi se si
sentiva male si raddrizzò e scosse la testa, stringendo i denti.
«No! Sono...» A quel punto batté le palpebre, spalancando gli
occhi, poi le batté ancora e scosse la testa come quando ci si sveglia
da un sogno. «Non è nulla, Cay.» La sua voce, leggermente
appannata, dava l'impressione che fosse intontito. Mi alzai,
spaventato, ma Artù mi fermò alzando una mano e scuotendo la
testa. «È stato... un capogiro improvviso, nient'altro.» Rabbrividì, poi
si raddrizzò, facendo sforzi evidenti per riprendersi. «Forse è stata la
corsa» continuò con voce più normale.
Lo osservai in silenzio per parecchi minuti, poi pensai di offrirgli
qualcosa da bere. Rifiutò decisamente, anche se non in malo modo,
e la voce tornò a essere normale. Notai che anche le guance stavano
riprendendo un po' di colore. «No, Cay, grazie, ora mi sento
abbastanza bene. È stato un malessere momentaneo, ma adesso è
passato. Mi stavi parlando del messaggio per Derek. Continua per
favore. Perché dovrebbe essere tanto segreto? Niente di quanto hai
detto lo farebbe sembrare necessario.»
Rassicurato dal suo tono calmo e tranquillo, annuii. «In
apparenza, può sembrare così, ma credo comunque che sia il caso
quanto meno di usare molta circospezione. Quando ho parlato per
la prima volta con Derek della nostra decisione di partire di qui e di
tornare a casa, ha detto che sarebbe venuto anche lui e avrebbe
lasciato il suo regno al figlio maggiore, Owen. Allora è sembrato
decisamente intenzionato, ma poi non ne ha più fatto parola. Non
so se ha cambiato idea e ha deciso di restare a Ravenglass, o se sta
semplicemente aspettando che gli dica di unirsi a noi. Comunque sia,
domani tu gli porterai il messaggio, semplicemente e senza
aggiungere altro, ma lo comunicherai a lui soltanto, in privato,
perché, anche se hai intenzione di partire con noi, è pur sempre il re
di Ravenglass. È a lui solo che tocca annunciare la partenza. Se
invece ha cambiato idea, potrebbe non aver piacere che si sappia
che aveva preso in considerazione l'idea di partire. Capisci?» Il
ragazzo annuì. «Bene. Artù, come ti senti adesso?»
Annuì di nuovo, aggrottando leggermente le ciglia.
«Sto benissimo. È tutto a posto. Posso andare adesso?»
«Sì, naturalmente. Partirai domani mattina, non appena sarà
giorno, e conto che tu sia di ritorno prima di notte.» Si alzò e fece
per uscire, ma lo fermai prima che avesse raggiunto la porta.
«Porterai con te Bedwyr e gli altri?»
«Non so.» Esitò, con la mano sul chiavistello. «Potrei fermarmi a
Ravenglass domani sera, e tornare a casa il mattino seguente?»
«No, Artù, non questa volta. È il giorno prima della partenza ed è
necessario che tu sia qui. Ci sarà bisogno di tutti, tutte le braccia
disponibili dovranno essere impiegate a imballare e caricare. Il
giorno dopo ancora, dobbiamo non solo essere fuori di qui ma è
indispensabile che abbiamo superato il passo un bel po' prima di
mezzogiorno se vogliamo arrivare oltre Galava prima di notte.»
Il cipiglio si fece più pronunciato, facendo intuire un'aria di sfida
che mi lasciò perplesso. Le sue parole, poi, mi tolsero ogni dubbio.
«Ma che farà re Derek? Se deve venire con noi, arriverà il giorno
seguente. Non potrei tornare indietro con lui?»
Mi voltai lentamente per guardarlo dritto negli occhi, ed era la
prima volta che sentivo il bisogno di imporre la disciplina al ragazzo.
«Che cosa?» dissi, mantenendo un tono freddo e distaccato ma con
una punta di asprezza. «E lasciare che il lavoro che toccherebbe a te
sia fatto da altri mentre tu te la spassi a Ravenglass? Mi sorprende
che tu possa anche soltanto pensare di chiedere una cosa del genere.
No, tornerai domani pomeriggio, seguirai le mie istruzioni e arriverai
prima di notte. È abbastanza chiaro?»
Annuì, ma sul suo viso si leggeva chiaramente il disappunto, quasi
la sfida, così inasprii il tono. «Bene, allora ci siamo capiti
perfettamente. Per altro, vedrai che se re Derek ha deciso di venire
con noi, sarà pronto in fretta e verrà qui con te domani. Sono mesi
che conosce la nostra intenzione di partire non appena possibile. Al
contrario, se invece ha intenzione di restare, verrà lo stesso con te
per salutarci. Dunque la risposta alle due domande, in verità
inopportune, è no e sì. No, non puoi fermarti a Ravenglass; e sì,
puoi tornare indietro con Derek. Chiaro? Bene. È tutto, ragazzo.
Adesso puoi andare.»
Rimase sulla porta, palesemente arrabbiato e alla ricerca delle
parole adatte per controbattere, poi però abbassò la testa,
mordendosi il labbro. Alla fine annuì, sempre a testa bassa, e uscì
senza più guardarmi, chiudendo la porta con garbo.
Ebbi la chiara sensazione che volesse sbatterla, così socchiusi
leggermente la porta e lo guardai allontanarsi nella penombra che si
stava addensando: stringeva i pugni e tutto il suo portamento
dimostrava chiaramente rabbia e frustrazione. Poi udii la voce di
Tressa che lo chiamava dalla strada alla mia destra e chiusi la porta,
mentre Artù si voltava per andare verso di lei.
Qualche istante dopo Tressa aprì la porta ed entrò, togliendosi la
lunga stola che si era avvolta attorno alle spalle.
«Cay, che diavolo hai detto ad Artù? Non l'ho mai visto così
sconvolto. Riusciva a stento a parlare e potrei giurare che era sul
punto di piangere. Avete litigato?»
«No, amore mio,» dissi con un sospiro, «non abbiamo litigato.» Le
andai vicino e l'abbracciai, tenendola stretta e baciandola a lungo
prima di tornare accanto al mio tavolo da lavoro. Mi sedetti e le
raccontai che cosa ci eravamo detti, senza far alcun tentativo di
nascondere la mia perplessità di fronte allo strano comportamento
del ragazzo.
Quando ebbi finito, alzando le braccia e dichiarando apertamente
la mia esasperazione, lei si limitò a sorridere e a scuotere la testa.
«Ribellione, era quella la parola che stavi per pronunciare un
momento fa?» Non attese la mia risposta, perché mi aveva udito
benissimo.
«Artù non è ribelle, Cay, lo sai anche tu. È il ragazzo migliore del
mondo, con un gran bel carattere, e quanto mi hai appena
raccontato non fa che confermarlo. Ma quando lascia trasparire
qualcosa dei suoi sentimenti le prime parole che ti vengono alla
bocca sono "scontroso" ed "egoista". Tu non hai la minima idea di
che cosa sia quello che non va, non è così?»
Posai entrambe le mani sul tavolo e la guardai alzando le
sopracciglia, rendendomi conto che stavo per scoprire qualcosa.
«Non sono stato abbastanza chiaro? Se avessi capito che cosa gli
sta accadendo, non mi sentirei così frustrato, non ti pare?»
«Il ragazzo è innamorato, uomo ottuso, sciocco e insensibile che
non sei altro!» Il suo sorriso imbarazzato, ma pieno di dolcezza e di
comprensione, toglieva qualsiasi durezza alle sue parole, e dal suo
tono di voce capii che quello che intendeva dire era semplicemente
questo: Che cosa posso farci, se hai la testa così dura? «Ma non
capisci proprio nulla, non hai occhi? Non hai un briciolo di
sensibilità? È cambiato, Cay, è cambiato per sempre; l'Artù a cui eri
abituato non esiste più, sparito. Qual era quella parola difficile che
hai usato quando con Derek parlavi delle farfalle? Meta...»
«Metamorfosi.»
«Sì, è proprio così. Bene, questo è quanto è successo al ragazzo. Si
è metamorfosizzato.»
Non potei fare a meno di sorridere, tanto appariva convinta e
concentrata.
«Ha subito una metamorfosi, si dice così.»
«Mah! Puoi dire come vuoi, è una parola troppo grande per me,
non riesco neppure a pronunciarla. Ma è cambiato completamente,
questo è quello che è accaduto, mettila come vuoi. L'Artù che hai
sempre conosciuto non c'è più, Cay. L'amore lo ha trasformato, per
la prima volta nella sua vita ha conosciuto l'amore e tutto quello che
sa è che quell'amore sta per finire e lui non può far niente per
impedirlo. Perché tu gli hai appena detto che lo farai finire domani,
all'alba, separandolo dalla sua amata, mandando lei a casa sua e
portando lui con te a Camelot.»
«Amore?» Rimasi seduto a guardarla, alle prese con quanto mi
aveva appena detto. «Artù sarebbe innamorato? Ma non ha senso. E
di chi?»
Nel momento in cui pronunciavo quelle parole, di colpo
compresi, mentre la mia mente mi faceva rivedere ciò che nelle
ultime due settimane avevo avuto costantemente davanti agli occhi
e avevo deciso di ignorare: Artù che durante la cena fissava estasiato,
con occhi da pesce lesso, la bella fanciulla che sedeva riservata e
composta tra lo zio e la zia, voltando di tanto in tanto la testa nella
sua direzione per inviargli un sorriso; Bedwyr e Gwin che
sogghignando si davano gomitate e intanto osservavano Artù
immerso nella contemplazione della sua bella; le due ragazzine di
Ravenglass, Stella e Rena, i cui visi sembravano il ritratto del disgusto
e dell'aperta ostilità mentre guardavano in cagnesco Artù che
conversava da solo con Morag tra i contrafforti dei magazzini di
granaglie, con i due ragazzi inondati da un torrente di luce solare che
illuminava l'intero muro occidentale; e infine, la scena più
significativa, il ricordo di quel momento in cui Li avevo visti
guardarsi con occhi rapiti il giorno stesso dell'arrivo di lei, ciascuno
dei due totalmente, immediatamente, ciecamente immerso nell'altro.
Folgorato. La parola mi si affacciò alla mente, turbandomi con
ricordi dolci e amari ormai lontani, dimenticati da trent'anni;
folgorato era la parola che avevamo usato da ragazzi per indicare la
paralizzante rapidità con cui l'amore può colpire. Anch'io ero stato
folgorato una volta, e avevo perso il mio amore, una fanciulla di
dodici anni dal viso luminoso il cui padre era stato bandito per aver
commesso qualche crimine ai danni della Colonia, e ora ecco
ritornare quel miscuglio di sentimenti che mi aveva riempito il petto
- la gioia incredula e la meraviglia di dividere il mondo con lei - e
per quanto irreale, la semplice, fuggevole ombra di un ricordo, la cui
dolorosa dolcezza mi faceva tornare alla mente che cosa avesse
significato vivere posseduto da un simile amore: terrore e sgomento,
cui si contrapponeva una gioia folle e sconvolgente unita
all'incredulità di essere benedetti da una così grande fortuna; follia
spensierata alimentata da un'esaltazione insopportabile; crescente
euforia accompagnata da una sconvolgente purezza di pensieri e di
propositi e la volontà di porre il mondo intero ai piedi dell'amata.
Il suo nome era Lueth, e ora, nel fuggevole istante in cui il suo
viso mi tornò alla mente, mi chiesi che cosa ne fosse stato di lei.
Pensai anche a Publio Varro e al modo in cui, a sua volta, era
stato folgorato da una ragazza, una ragazza il cui vero nome poteva
essere o non essere affatto quello che gli aveva rivelato in
quell'unico, lontano, pomeriggio d'estate che avevano trascorso
insieme.
L'aveva persa quando l'aveva trovata, proprio in quell'unico
pomeriggio, e aveva dedicato anni a cercare il suo viso per tutto
l'impero.
Tress venne a sedersi sul pavimento, accanto ai miei piedi, e mi si
appoggiò al ginocchio; mi aveva posato un braccio sulla coscia e mi
guardava sorreggendosi il viso con il palmo della mano.
«Che c'è, Cay? A che cosa stai pensando?»
Mi piegai per accarezzarle i capelli, poi la guardai sentendomi di
colpo molto vecchio.
«Al primo amore, e a quello che provoca in noi. Ci sconvolge, la
prima volta in cui scopriamo che nel nostro mondo maschile esiste
un'altra specie, una specie della cui esistenza non ci eravamo mai
accorti: la specie divina. Il primo amore, la folgorazione, è la perdita
dell'innocenza.» Mi fermai: sentivo un nodo alla gola, come non mi
accadeva da anni. Poi, vedendo che Tressa mi fissava, guardandomi
con occhi spalancati e assorti, feci scorrere il pollice sulla sua guancia
vellutata e le dissi che cosa mi turbinava in mente.
«Semplicemente finora non ci avevo ancora pensato, e anche così,
se mai mi fosse venuto in mente, non avrei immaginato che avrei
potuto... che sarei stato proprio io a causare un dolore simile a un
ragazzo, peggio ancora a un ragazzo che per me significa così tanto.
Eppure non c'è nulla che io possa fare per cambiare le cose,
purtroppo non posso proprio cambiare nulla. Dobbiamo lasciare
questo posto adesso, e lo stesso vale per la piccola Morag. Per tutti
noi è venuto il momento di andare, e il mondo degli adulti non può
fermarsi per riguardo all'amore di due ragazzi o poco più.»
La malinconia che provavo in quel momento mi sembrava quasi
insopportabile, ma ancora una volta Tress mi venne in aiuto.
«Invece puoi fare molto per aiutarlo» mi disse, con un tono che
faceva sembrare immotivata la mia pena. Ignorando le mie
elucubrazioni filosofiche, aveva colto immediatamente il nodo della
questione. «Certo che puoi aiutarlo a superare la sua disperazione:
puoi dargli la speranza.»
«E come?» adesso la stavo guardando con grande interesse.
«Perdonami, Tress, ma non capisco a che cosa alludi. Speranza di
che? Di incontrare un'altra dea? Non accadrà mai. Non avrà mai un
altro primo amore.»
«No, ovviamente no! Ma puoi dargli la speranza di rivedere
Morag, sciocco. Suo padre è un re, non è così? Bene, anche il padre
di Artù lo era. I figli dei re sposano le figlie di altri re, sì o no? Suo
zio, sposato alla sua amata zia Salina, è anche zio di Artù, ed è
anch'egli re, a buon diritto, re degli Scoti. Non hai in mente di
invitarlo a Camelot un giorno o l'altro? Bene, se quando viene tu
inviti anche la ragazza e conduci bene il gioco, non potrebbe
accadere che una volta o l'altra re Brander e sua moglie portino
anche la bella Morag come damigella di compagnia della zia? Con i
tuoi amici parlate di politica, e non è forse politica parlare della
possibilità di unire regni e di stringere alleanze? Fallo presente ad
Artù e vedi come reagisce. Ma fallo subito, prima di domani mattina,
quando dovrà partire con tutto il mondo che gli crolla addosso.»
Trovai Artù nella sala da pranzo, dove per altro erano già state
preparate le tavole per la cena. Se ne stava da solo in un angolo,
rimuginando; davanti a sé aveva un boccale, ma dal modo in cui,
non appena mi vide, si affrettò a spingerlo furtivamente di lato
sospettai che potesse essere pieno di birra o di vino puro,
tassativamente vietato ai ragazzi. Non mi avvicinai a lui; mi limitai a
fargli un cenno con un dito, poi mi voltai per uscire, senza aspettare
di vedere che cosa avrebbe fatto. Ora che conoscevo il motivo della
sua pena, comprendevo anche la sua rabbia e la sua frustrazione, e
non avevo la minima intenzione di provocare un'eventuale
discussione in un luogo tanto pubblico.
Mi avviai dunque lungo la strada lastricata, lentamente e
tranquillamente, posando con circospezione i miei stivali chiodati
per ridurre il rumore, e intanto tendevo l'orecchio per sentire se mi
seguiva. In effetti era lì, proprio dietro di me, così rallentai
ulteriormente il passo per dargli il tempo di raggiungermi. Poi però
sentii Connor che mi chiamava e non potei fare a meno di imprecare
sommessamente, anche se mi voltai per salutarlo e rivolgergli due
parole. Lui e Brander e qualche altro si sarebbero ritrovati dopo la
cena, mi disse, per scambiarsi saluti e addii davanti a un boccale di
birra o a una brocca di idromele, e sperava che mi sarei unito a loro.
Non appena Artù mi ebbe raggiunto, allungai un braccio per
afferrarlo affettuosamente alla nuca, poi dissi a Connor che sarei
stato lieto di passare la serata con loro e che forse anche Artù
avrebbe avuto piacere di essere dei nostri. Ora però dovevamo
discutere di una commissione che Artù avrebbe dovuto fare per me
l'indomani mattina, dissi, ma ci saremmo ritrovati tutti a cena e poi
avremmo trascorso insieme il resto della serata.
Quando arrivammo nelle mie stanze, Tressa non c'era, ma prima
di uscire aveva acceso il braciere ed era evidente che se ne era
andata soltanto pochi attimi prima. Feci cenno ad Artù di sedersi e
mi diressi immediatamente verso la cassapanca scolpita in cui tenevo
il mio idromele.
«Ti va di bere un po' di idromele con me?»
Mi guardò come se temesse che fossi improvvisamente uscito di
senno. In effetti, se era possibile che avesse già assaggiato l'idromele
anche prima di quella sera, di certo non lo aveva mai fatto in mia
compagnia. La regola era semplice e tassativa: l'idromele era per gli
adulti, e lo stesso valeva per il vino. I ragazzi potevano bere birra una tazza, non di più a cena. Per il resto dovevano bere acqua,
talvolta mescolata con un po' di vino, tanto per darle un po' di
sapore, e occasionalmente bevevano latte e succo di frutta quando
era la stagione. Ora però io gli stavo offrendo dell'idromele, nelle
mie stanze, ed ero certo che il significato del mio gesto non gli
sarebbe sfuggito a lungo.
Finalmente annuì, molto lentamente e compostamente; era
evidente che temeva di mostrarsi troppo impaziente. Versai per lui la
stessa quantità che avevo versato per me, e gli porsi la coppa. La
prese e mi osservò con una certa diffidenza mentre mi sedevo
proprio di fronte a lui e alzavo la mia, rendendo omaggio a Bacco
alla vecchia maniera. Artù portò la sua coppa alle labbra e assaggiò il
liquore con cautela, come se avesse paura di quello che poteva
succedergli. Forse mi ero sbagliato, pensai. Forse anche con
l'idromele, come con Morag, era la prima volta.
«Beh, che ne pensi? L'ha preparato tua zia Shelagh.» Da quando lo
avevo trovato nella sala da pranzo, non aveva ancora detto una sola
parola e sarei stato pronto a scommettere che non aveva più aperto
bocca dal momento in cui aveva incontrato Tressa per strada, più di
un'ora prima. A quel punto annuì ancora gustando l'idromele.
«È molto dolce» disse finalmente, a voce bassa. «Ma è forte, ti
prende la gola e ti fa venir voglia di tossire.»
«Sì, ma se lo sorseggi scoprirai che puoi sopportarlo benissimo e
che la voglia di tossire ti passa subito.» Guardai nella mia coppa. «Se
bevi troppo in fretta, o se ne bevi troppo, ti verrà voglia di
vomitare, e quella sì è una voglia che non si riesce a controllare.
Dopodiché, a seconda di quanto ne avrai bevuto, ti sembrerà di
essere sul punto di morire, e se ne hai davvero bevuto troppo
talvolta potresti persino desiderare di poter morire.» Parlavo
lentamente, mettendo un'enfasi eccessiva su alcune parole, nella
speranza che quel tocco di umorismo potesse farlo sorridere, ma era
troppo depresso, troppo immerso nella sua disperazione. Decisi
allora di affrontare la questione in modo diretto.
«Parlami di Morag.»
Indietreggiò come se lo avessi colpito.
«Cosa? Chi?»
Sospirai in modo teatrale, indicando la mia coppa.
«Artù, questo è idromele. È una bevanda da uomini, e io te l'ho
offerta, come si fa con un uomo. Ora, credimi, dobbiamo parlare da uomini - della fanciulla Morag e della separazione che ti ho
annunciato oggi. So che tu e lei siete innamorati...»
«Come puoi saperlo?» La sua aria di sfida si fece più decisa e si
mantenne sulla difensiva.
Alzai le sopracciglia. «Me lo ha detto Tress.»
«E come fa lei a sapere una cosa del genere?»
«Perché, mio caro giovane cugino, perché lei è una donna. Le
donne sanno questo genere di cose. Nessun uomo può illudersi di
ingannarle, non a lungo, quanto meno.»
Mi fermai di colpo. I suoi occhi erano terrorizzati, pieni di panico
e di vergogna, fissi verso un punto imprecisato alle mie spalle, e
tutto il suo corpo era teso come se fosse sul punto di scattare in piedi
e correre fuori nella notte. Provai compassione per lui, per la sua
inutile agonia.
«Artù» dissi, infine, a bassa voce. «Guardami. Guardami negli
occhi, Artù.»
Le mie parole giunsero a segno e mi guardò dritto negli occhi,
pallido in viso, mentre le nocche della mano con cui teneva la coppa
erano bianche, tanto forte e convulsa si era fatta la stretta. Feci un
cenno verso la sua mano. «Quella coppa è di argilla indurita dal
fuoco, ma finirai per romperla.» Sul suo viso si diffuse l'ombra del
dubbio, abbassò lo sguardo per fissarsi la mano, e poi, dopo un
attimo, allentò la stretta e cominciò a chinarsi per posare la coppa
sul pavimento.
«No, non fare così» dissi. «Prendine un altro sorso.»
Lo fece, e io osservai i suoi occhi, fissi nei miei, sopra l'orlo della
coppa. Poi l'abbassò, in preda all'agitazione, lottando contro la
voglia di tossire, ma nei suoi occhi il panico era scomparso.
«Bene. Ora dimmi perché ti sembra tanto spaventoso che Tressa
conosca i tuoi sentimenti nei confronti di Morag.»
Rabbrividì, forse per via dell'idromele. «Io... io non credevo che
fosse così evidente. Non immaginavo che lo sapessero tutti.»
«Non lo sapevano tutti. Io, almeno, non lo sapevo di certo,
perché se lo avessi saputo me ne sarei fatto carico e ti avrei avvisato
di quanto stava per accadere, dando la possibilità sia a te sia alla
fanciulla di prepararvi a questa separazione. Spero che tu questo lo
capisca. Non avevo la più pallida idea dei tuoi sentimenti verso
Morag fino a quando Tress non mi ha rimproverato la mia cecità. E
dire che ti ho sottocchio in continuazione! Dunque, se non me ne
sono accorto io, puoi essere certo che tra gli uomini non se n'è
accorto nessuno. Se non fosse così, sicuramente me lo avrebbero
fatto sapere, magari tra il serio e il faceto. Le donne lo sapevano, è
vero, ma le donne non scherzano mai su cose come dolci fanciulle e
baldi giovani in amore... a meno che non siano gelose, in quel caso
però è puro e semplice rancore. Perciò sta in pace...» Prima di
continuare gli diedi il tempo di farselo entrare bene in testa.
«D'altronde, perché dovresti vergognarti? Per un uomo l'amore è ciò
che ha più caro, sia che sia rivolto a una donna che a una nobile
causa o a un grande ideale, e l'amore per una donna degna di questo
nome è tutte e tre le cose. Che vergogna può esserci in tutto ciò, nel
far conoscere questo amore, nel sentirsene appagato? L'amore
corrisposto è motivo di orgoglio, Artù. Trasforma gli uomini comuni
in giganti, e i giganti in divinità. Hai ascoltato almeno una parola di
quanto ti ho detto?»
Ora si era seduto e annuiva, con il viso trasfigurato, e questa volta
quando alzò gli occhi verso di me sorrise, anche se fugacemente;
subito dopo però il suo sguardo tornò a essere triste, come se
temesse di lasciarsi sfuggire il sapore amaro della disperazione.
«E adesso, che cos'altro c'è che non va? Suvvia, bevi un altro sorso
e sputa quello che hai in mente. Qui siamo soli.»
Questa volta tracannò il suo idromele e io mi tenni pronto a
saltare su e dargli una pacca sulla schiena, ma il forte liquore andò
giù senza provocargli niente di peggio che un rapido brivido. Poi
sospirò e mi guardò negli occhi.
«È la mia anima a essere malata, Cay, terrorizzata all'idea di
perderla. Quando lei sarà tornata a casa e noi partiremo per
Camelot, non la rivedrò mai più. Morag abita a Gallava... in
Caledonia!»
«Un paese lontano, certo. Ma per il resto ti sbagli, ragazzo. La
rivedrai, e presto, e ti dirò come e perché. Ma prima dobbiamo
chiarire alcune cose, tu e io. Per me sono importanti - a dire la verità
dovrebbero essere importanti per entrambi - dunque parliamone
subito e poi torneremo a occuparci di Morag. Vuoi ascoltarmi?»
Annuì, bevendo ancora dalla sua coppa, questa volta però con
più moderazione, e io mi chiesi quanto ci sarebbe voluto prima che
si facessero sentire gli effetti dell'idromele. In realtà, la quantità che
avevo versato a lui e a me era decisamente modesta, ma Artù non
era abituato.
«Bene, questo è il nodo della questione, dunque ascoltami
attentamente.»
Mi alzai e mi allontanai da lui, continuando a parlare mentre
passeggiavo avanti e indietro per la stanza. «La prima cosa che
desidero tu sappia è che se mi fossi reso conto dei tuoi sentimenti
per la giovane Morag oggi non ti avrei comunicato la partenza così
bruscamente e con così poca delicatezza. Ciò non toglie che ti avrei
dato le stesse istruzioni e gli ordini sarebbero stati esattamente gli
stessi. Domani mattina devi assolutamente andare da Derek e
domani sera devi assolutamente essere di ritorno. Da quando ti ho
dato questi ordini non è accaduto nulla che ne giustifichi un qualsiasi
cambiamento. Qui tu hai dei doveri da compiere e, in tutta
franchezza, tutti devono vedere che li compi davvero. In futuro
dovrai essere un capo e comandare i tuoi uomini, e dunque bisogna
che tutti comprendano che non pretendi privilegi che i tuoi stessi
uomini non possono avere. Un capo veramente grande è un capo
che divide con i suoi inferiori le fatiche di ogni giorno. Loro non
possono prendere il suo posto quando è il momento delle decisioni
importanti, ma lui non esita a condividere le loro tribolazioni e poi,
quando arriva la crisi, è pronto a farsi carico del proprio fardello,
senza aiuti. A questo punto saranno disposti a seguirlo e a
combattere per la sua causa, a morire per i suoi obiettivi e per
ubbidire ai suoi ordini, per amore di lui e di quanto lui rappresenta: i
loro stessi interessi. Questo vuol dire essere un capo, Artù, ed è un
traguardo quasi impossibile da raggiungere, sebbene molti,
moltissimi, ci provino. E una delle difficoltà più difficili da superare
sta proprio nelle situazioni simili a quelle che oggi stesso hai dovuto
affrontare: la tentazione di anteporre i tuoi desideri, di soddisfare le
tue esigenze, a scapito di coloro che dipendono da te e si fidano di
te. Cedi una sola volta a questa tentazione, e lo farai ancora, e come
è certo che l'acqua erode la roccia, è altrettanto certo che
distruggerai la tua supremazia, il tuo diritto a esercitare il potere.»
Smisi di andare avanti e indietro e mi piazzai davanti a lui, stando
dietro la mia sedia, con le mani appoggiate sulla spalliera. «Questo è
quanto volevo dirti. Ti pare giusto?»
«Sì» disse. La sua voce era poco più di un rauco brontolio. «È
perfettamente giusto.»
«Bene, sono lieto che la pensi così. Ora, tra gli ordini che ti ho
dato oggi pomeriggio c'era che tu partissi domani e tornassi in
giornata, il che significa che lungo la strada supererai Morag e i suoi
compagni di viaggio. Ma da quando ne abbiamo parlato per la
prima volta, sono cambiate molte cose, e ora posso proporti
qualcosa di nuovo.» Girai attorno alla sedia e gli presi la mano,
portando la sua coppa verso di me. In fondo c'era ancora un po' di
idromele. «Vuoi finirlo?»
«No, direi di no.»
Presi la sua coppa e versai nella mia il poco idromele che ancora
conteneva.
«Hai sentito che cosa ha detto Connor mentre stavamo venendo
qui? Gli uomini si ritroveranno dopo cena, per bere idromele e
scambiarsi addii e saluti. Ci sarà una festa, probabilmente lunga e
rumorosa. Ci saranno anche le donne, naturalmente, si berrà molto
e non mancheranno musica e canzoni. Ti ho invitato a venire con
me - con gli uomini, intendo - e Connor non ha fatto obiezioni.»
Bevvi un sorso. «Ora però mi viene in mente che potresti non avere
voglia di passare la serata con me. Tress, lo so, ha parlato di venire
qui, subito dopo cena, per mostrare i suoi lavori di cucito alla
piccola Morag. Se ti interessa, sono certo che Tress sarebbe lieta e
orgogliosa di mostrarli anche a te. Che ne dici?» La gioia che brillò
immediatamente sul suo viso era la ricompensa in cui avevo sperato.
«Benissimo, allora, vedrò di portare le tue scuse facendo notare
come la tua assenza sia giustificata dal momento che devi alzarti
presto e correre a Ravenglass di buon mattino. Ma non ho ancora
finito, c'è dell'altro e riguarda il futuro. Morag è figlia di re, e tu sei
figlio di re...»
A quel punto, facendo ricorso ai ragionamenti di Tressa e usando
le sue stesse parole, gli descrissi con abbondanza di particolari il
modo in cui in futuro avrebbe potuto incontrare di nuovo Morag,
purché lui e io riuscissimo vincitori dalle guerre che avremmo
dovuto affrontare. Quando ebbi finito, si era ormai trasformato in
un guerriero, i suoi occhi mandavano scintille e sapevo che
l'indomani sarebbe corso a Ravenglass con la mente piena di sogni e
di speranze.
Posai le nostre coppe vuote sul tavolo e insieme ci avviammo
verso la sala da pranzo; gli tenevo un braccio sulle spalle e il cuore
mi si riempì di soddisfazione nel sentirlo parlare normalmente, pieno
di eccitazione e di esuberanza.
Non nominò Morag neppure una volta, ma tutto il suo fuoco,
tutta la sua passione e il suo entusiasmo erano per lei e per il futuro
che vedeva davanti a sé.
III.
Nei miei viaggi da un capo all'altro della Britannia, ho sempre
trovato il tempo e le occasioni per stupirmi dell'influenza dei
conquistatori romani, un'influenza che hanno continuato a esercitare
ancora per molti decenni dopo la fine dell'impero.
Probabilmente non ci si dovrebbe aspettare nulla di meno; dopo
tutto la Britannia è stata provincia romana per quasi cinque secoli e
dunque quasi genuinamente romana in tutte le manifestazioni frutto
dell'influenza civilizzatrice di Roma.
Tuttavia, in Britannia gli onnipresenti Romani erano
prevalentemente urbanizzati; raramente infatti si avventuravano
lontano dai centri abitati che si formavano attorno ai loro forti,
alimentando loro stessi e la loro civiltà. In effetti, al di fuori di queste
città, il territorio conosceva un altro tipo di vita, dava sostentamento
ad altre popolazioni che vi si erano stabilite molto tempo prima che
Giulio Cesare volgesse il suo avido sguardo verso questi lidi e che
pertanto avevano continuato a vivere secondo le loro antiche
usanze.
Questi erano i veri Britanni, i veri abitanti della Britannia, ed
erano un popolo suddiviso in tribù, forse un miscuglio di razze
mescolatesi in un passato lontano e dimenticato. I Romani, con la
loro passione per l'organizzazione, avevano dato un nome a
ciascuno di questi clan basandosi sui territori occupati dalle varie
tribù, romanizzando i suoni ostici delle denominazioni con cui le
federazioni locali chiamavano se stesse ed etichettandole come
Trinovantes, Belgae, Iceni, Dobunni e simili, nomi che per lo più
sono ormai da tempo in disuso.
L'intero settore nordoccidentale, che quella primavera
attraversammo subito all'inizio del nostro viaggio, era il territorio
occupato tradizionalmente dai Brigantes, il clan da cui avevano
avuto origine Derek e la sua gente, e si estendeva attraverso la
Britannia fino al Mare Orientale, nell'area che, a memoria d'uomo,
Vortigern aveva preteso come propria e cioè la Northumbria.
Avevamo lasciato Ravenglass per spingerci verso l'interno, prima a
est e poi a nord seguendo la strada romana, il Decimum iter, fino a
una località che era stata nota come Brocavum e che ormai era
vuota e abbandonata, troppo vicina alle terre dei Pitti, oltre il Vallo,
perché fosse consigliabile abitarvi. Di lì avevamo poi piegato verso
sud, seguendo la strada fino a un altro forte, abbandonato e in
rovina, tanto piccolo e dimenticato da così lungo tempo che il suo
nome è andato perduto sebbene si trovasse vicino a un bivio.
Avevamo trascorso piacevolmente un pomeriggio e una notte al
riparo delle sue mure malandate, poi ci eravamo diretti a ovest,
prendendo la strada che andava verso destra e seguendola per
alcune miglia, prima di svoltare di nuovo verso sud, laddove c'è un
ponte senza nome sul fiume che attraversa la piana. Dopo aver
viaggiato per una cinquantina di miglia, avevamo raggiunto la
biforcazione che punta verso occidente e che ci avrebbe portato a
Deva, la grande città fortificata della Legio Vicesima Valerla Victrix.
Scoprimmo che, da quando era stata abbandonata dalla sua
celebre guarnigione, ben poco era cambiato. La grande fortezza che
per tanti decenni era stata inviolabile non aveva ancora cominciato a
piegarsi alle ingiurie del tempo e ospitava una popolazione forte e
autosufficiente che non tollerava le visite di gruppi armati, neppure
di quelli che venivano in pace. Questa gente, presumibilmente
discendente dei Cornovii che anticamente avevano occupato questo
territorio, chiamava la città fortificata in cui si era stabilita Chester,
un'alterazione del vocabolo latino castra che significa
"accampamento". Pur non mostrando un'aperta ostilità, si ritirarono
dentro quelle mura poderose, sbarrandoci le porte in faccia e
rifiutando le nostre profferte di pace e amicizia. Dispiaciuti, li
lasciammo al loro volontario isolamento e continuammo in
direzione sud, iniziando un viaggio di oltre duecento miglia su strade
che si inoltravano attraverso una foresta, altrimenti impenetrabile,
verso la città che i Romani chiamavano Corinium, e che per secoli e
secoli era stata la sede più importante dei Dobunni. Da Corinium
sarebbero state sufficienti una cinquantina di miglia per arrivare ad
Aquae Sulis, e di lì, dopo esserci accampati un'altra notte, saremmo
arrivati nei pressi di Camelot.
Soltanto nelle vicinanze delle città fortificate, dove un tempo si
erano stabilite le guarnigioni romane e coloro che le rifornivano di
vettovaglie, avevamo visto i segni di coltivazioni agricole
organizzate, anche se limitate: terre disboscate, campi ben delimitati
con linee di demarcazione e confini.
Tuttavia, a mano a mano che ci avvicinavamo a Corinium, la
foresta si allontanava fino a scomparire tanto che a un tratto ci
trovammo a percorrere quella che un tempo doveva essere stata
terra fertile, senza alberi, ma con vasti prati e persino campi coltivati,
alcuni dei quali, pur essendo stati abbandonati per decenni,
mostravano ancora chiaramente le linee di confine che li
distinguevano dal campo vicino.
Per alcune miglia non vedemmo i segni di coltivazioni recenti;
quelli che un tempo dovevano essere stati terreni agricoli ora erano
infestati di erbacce e cardi selvatici, arbusti disordinati e distese di
alberelli rigogliosi. Alla fine raggiungemmo un'area dove piccoli
appezzamenti di terreno erano stati arati e coltivati di recente. In un
primo momento erano pochi e molto distanziati, ma non appena
fummo vicini al territorio che circonda Corinium, le aree coltivate
divennero più ampie e più numerose. Certo, meno di un quarto
della terra disponibile era stata arata o seminata, ma ogni campo,
anche quelli abbandonati e incolti, mostravano inequivocabilmente
di dovere la propria origine all'organizzazione romana.
«I campi si fanno più grandi e più numerosi a mano a mano che ci
avviciniamo alla città, ma non c'è traccia dei contadini.»
Le parole, pronunciate vicino all'orecchio, mi strapparono alla
mia meditazione e mi fecero voltare verso Filippo, il comandante
della nostra colonna di cavalleria, che da più di un miglio cavalcava
al mio fianco in silenzio. Evidentemente mi aveva osservato mentre
contemplavo i campi coltivati e mi aveva letto nel pensiero; così,
mentre riflettevo su quanto aveva appena detto, per un attimo
pensai anche a quella sua capacità di comprendere i pensieri dei
compagni con cui aveva rapporti più stretti. In effetti, Filippo e io
avevamo trascorso molto tempo insieme, come amici e come
compagni d'arme. Insieme eravamo stati semplici soldati di cavalleria
e poi giovani ufficiali. Filippo era stato uno dei compagni più fedeli
al punto che era venuto con me quando mi ero recato nell'Eire per
pretendere la restituzione del piccolo Artù che gli Scoti tenevano in
ostaggio, per garantirsi il ritorno del loro principe, Donuil Mac
Athol.
C'era poco da stupirsi, pensai a quel punto, che leggesse così bene
nei miei pensieri. Filippo, che da più di un miglio cavalcava al mio
fianco, doveva avermi osservato mentre guardavo i campi e aver
capito a che cosa stessi pensando. Con una smorfia spostai le mie
natiche doloranti, gemendo involontariamente e maledicendo in
silenzio l'inesorabile durezza della sella che me le aveva ridotte così
male.
«Avevo notato che sembrano timidi» borbottai. «Ma perché non
se ne vede neppure la più pallida traccia?»
Prima di rispondere Filippo fece una smorfia, guardando
rapidamente la mia sella.
«È perché hanno imparato a stare lontano dai possibili obiettivi.
Le coltivazioni, e cioè cibo fresco, attraggono i predatori a due
zampe; così spariscono nei boschi non appena vedono comparire
qualche faccia sconosciuta. I contadini oggi sono gente strana. Da
quando le legioni se ne sono andate, hanno sempre più paura degli
stranieri: chi potrebbe dare loro torto?»
Colto da un crampo improvviso mi spostai di nuovo, spingendo
sulle staffe e cercando invano di far finta di nulla quando il
movimento mi procurò una nuova fitta che mi trapassò
dolorosamente le natiche. Di fronte al mio evidente disagio, il
sogghigno di Filippo si fece ancora più evidente. «Hai passato troppo
tempo a piedi, negli ultimi anni, comandante Merlino!»
«Sì,» ammisi seccamente, «ma siamo in sella da quattordici giorni
filati. A questo punto, il mio sedere dovrebbe essersi di nuovo
irrobustito.»
Filippo rise e scosse la testa. «È stata una giornata lunga e faticosa.
Anche a me la schiena fa talmente male da non farmi pensare ad
altro che a saltare giù di sella. Comunque, già nel viaggio di andata
ci eravamo accampati da queste parti, un vecchio campo mobile
sulla destra, a circa due miglia da qui, vicino a un corso d'acqua
pura. Attualmente quel che resta è ben poco, tanto che si vede a
malapena dove erano state costruite le vecchie mura di fango, ma è
un buon posto ed è ancora facilmente difendibile, qualora se ne
presentasse la necessità.»
«Ottimo. Allora spero proprio che lo utilizzeremo presto.» Mi
chinai e spinsi la punta delle dita nella natica destra, ma le tolsi
subito, sobbalzando per il dolore.
«Parlami ancora dei contadini locali. Qualche tempo fa, Ambrogio
mi aveva detto che avevano ripreso a concentrarsi non lontano dalle
vecchie città romane, senza però andare ad abitare dentro le antiche
mura. Ma allora, dove diavolo abitano?»
Filippo si strinse nelle spalle, sollevandosi sulle staffe e voltandosi
per controllare la colonna che si allungava dietro di noi. Soddisfatto
perché tutto andava come doveva, si sedette di nuovo sulla sella e
alleggerì il peso dell'elmo che gli gravava sulla fronte, allentando il
sottogola e spingendo verso l'alto il bordo della visiera.
«Ovunque riescano a trovare un posto che offra loro qualche
protezione. E, come hai detto tu stesso, evitano le città.» Si raschiò la
gola e sputò, chinandosi in avanti e allontanandosi da me. «Sembra
strano, me ne rendo conto,» continuò, raddrizzandosi e riprendendo
il controllo del cavallo che aveva fatto uno scarto quando aveva
sentito il rumore dello sputo che gli passava accanto all'orecchio «ma
è come deve essere. Le città attraggono la sgradita attenzione dei
visitatori, e le mura che le circondano spesso rappresentano una
prigione più ancora che una difesa. Inoltre i contadini tendono
anche a evitare di raggrupparsi; raramente ci sono più famiglie che
vivono vicine, e questo mi giunge nuovo, sebbene mi renda conto
che ha una certa logica. Ci fu un tempo in cui l'essere numerosi era
fonte di sicurezza, ma non è più così, poiché la minaccia alla propria
sicurezza proviene da gruppi ancora più numerosi, meglio armati e
allenati a combattere uniti. In queste condizioni, la salvezza sta nella
fuga e, se si è soli, o quanto meno in gruppi molto piccoli, fuggire è
più agevole.
«Oggi i contadini tendono a isolarsi in piccole, ristrette unità
familiari. Ciascuna famiglia si prende cura dei propri campi abitando
però a una certa distanza, e andando avanti e indietro ogni giorno.
È ragionevole, se poi si considerano i rischi legati alla coltivazione. Se
una famiglia decide di affrontare questi rischi - e in effetti non può
farne a meno - coltiverà almeno due campi, ma più spesso tre o
anche più, e farà in modo che si trovino alla massima distanza
possibile l'uno dall'altro. Infine, una volta che le messi sono giunte a
maturazione ed è arrivato il momento del raccolto, fanno di tutto
per mieterlo e portarlo al sicuro senza dare nell'occhio, un campo
per volta. Se poi per qualche motivo un raccolto va perduto se,
tanto per dire, viene sequestrato da banditi che obbligano la gente
del posto a fare il lavoro per loro, allora a ogni famiglia non resta
che sperare che gli altri campi non siano toccati e che sia ancora
possibile sopravvivere con quanto resta. Nel frattempo abitano in
una capanna o in rifugi di fortuna al limite del bosco. Qualora si
sentano minacciati anche lì, non possono far altro che fuggire nella
foresta, e se la capanna viene bruciata o abbattuta, riescono
facilmente a costruirne un'altra in un giorno o poco più.»
Mentre ascoltavo le parole di Filippo, mi rendevo conto, non
senza una punta di vergogna, che non mi ero mai occupato
dettagliatamente delle condizioni di vita della gente comune che
viveva abbandonata nelle campagne, senza godere dei benefici e
della protezione di una colonia o di una città fortificata. Mentre
avevo sognato del futuro della Britannia nella tranquilla sicurezza del
mio forte isolato tra le colline, con la protezione delle truppe di
Camelot e avendo a disposizione tutte le comodità della civiltà
romana, questa gente - questa stessa gente che avrebbe dovuto
vivere in quel sogno e portarlo a compimento - viveva una vita
dura, pericolosa e piena di paura. Mi accorsi che stavo fissando
Filippo, inorridito tanto per le implicazioni delle sue parole quanto
per il modo indifferente con cui le pronunciava. Ero talmente
sconvolto che dovetti sforzarmi non poco per reprimere l'ingiusto
bisogno di prendermela con lui. Mi costrinsi dunque a starmene
seduto tranquillo e a guardarmi attorno fino a quando non fossi
riuscito a mettere sotto controllo quelle emozioni improvvise e
turbolente.
«Così,» dissi alla fine, «non te l'ho sentito dire, ma ho l'impressione
che tu sia convinto che questa gente meriti la propria sorte, non è
vero?»
Filippo si voltò verso di me e ora era lui che mi guardava come se
stessi pronunciando parole agghiaccianti, poi aggrottò le sopracciglia
e annuì, con un leggero cenno di assenso. «Vivono l'unico tipo di
vita che conoscono, comandante, ed è la loro sorte, senza che noi
possiamo fare nulla per cambiarla o influenzarla.» Notai che usava il
titolo che mi spettava, invece di chiamarmi per nome come era
autorizzato a fare, essendo un vecchio amico. «Tutto quello che
possiamo fare è ringraziare Dio che la nostra vita non sia come la
loro. A parte trasferire una guarnigione a Corinium, il che sarebbe
impossibile, non riesco a farmi venire in mente qualcosa che
potremmo fare per migliorare la loro condizione.»
Borbottai una qualche risposta, poi spronai il cavallo al trotto,
lasciando indietro Filippo. Non cercò di raggiungermi e per la
mezz'ora seguente cavalcai da solo, rimuginando su quanto mi aveva
detto.
Stavo ancora pensando alle sue parole quando raggiungemmo il
punto stabilito per accamparci e la nostra gente cominciò a darsi da
fare montando le tende e sistemando i cavalli per la notte. Quanto a
me, mi mantenni in disparte, persino a cena, prendendo il mio cibo
e andando a sedermi da solo, immerso nei miei pensieri.
Ovviamente Tress sapeva che c'era qualcosa che mi preoccupava
o mi infastidiva, ma era abbastanza intelligente e abbastanza discreta
da tenersi a distanza e lasciarmi cuocere nel mio brodo quanto
volevo, ben sapendo che poco dopo sarei andato da lei. Le ero
grato per questo e sapevo inoltre che mi avrebbe tenuto lontano gli
altri.
Filippo e i suoi commilitoni potevano tranquillamente pensare
che questi contadini fossero una razza a parte, ma io mi rendevo
conto che una posizione del genere non avrebbe portato a nulla. La
maggior parte dei soldati di Camelot e molti dei nostri coloni più
capaci provenivano da questa regione e dalle fila di questa stessa
gente, tanto che eravamo stati costretti a chiudere le nostre porte in
faccia agli altri, isolandoci e fortificandoci esclusivamente per la
nostra sicurezza e il nostro benessere di fronte all'impossibilità di
nutrire e di difendere tutti gli abitanti della Britannia. Era qualcosa
che avevo sempre saputo e accettato, fin da quando ero ragazzo.
Perché allora, mi chiedevo, adesso avrei dovuto sentirmi colpevole e
in collera con me stesso?
Continuavo a rimuginare questi pensieri sconfortanti anche
mentre mi avviavo alla mia tenda, ma sembrava proprio che quella
notte fossi destinato a dormire ben poco.
Avevo a malapena cominciato a slacciarmi l'armatura quando udii
un leggero trambusto provenire dall'esterno. Richiusi le fibbie e uscii,
avviandomi verso i fuochi che illuminavano il campo e chiedendomi
che cosa stesse succedendo. Dapprima non vidi nulla, anche se il
suono sempre più forte di alcune voci e il rumore di passi che si
avvicinavano mi dicevano che ben presto avrei scoperto di che si
trattava.
Mi avviai verso il centro del campo e vidi un piccolo
assembramento: almeno una decina di uomini armati di lancia e,
all'apparenza molto risoluti. Filippo era spuntato dalla tenda
riservata ai comandanti e stava andando verso di loro, ma proprio
mentre mi stavo avvicinando al fuoco che brillava al centro
dell'accampamento, mi sentii chiamare per nome a bassa voce e vidi
Dedalo che veniva verso di me. Alzò le mani, facendomi cenno di
tacere, prima ancora che avessi avuto modo di aprir bocca e
prendendomi per un braccio mi allontanò dal fuoco.
«Abbiamo un prigioniero.»
«Un prigioniero? Ma se non siamo in guerra!»
«Bene, allora diciamo che abbiamo un "ospite forzato".»
«Chi è?»
«Non lo so. Uno del posto, suppongo. Gli uomini di Falvo lo
hanno scovato mentre erano di pattuglia. Era solo e armato. Ha
cercato di fuggire e lo hanno circondato, ma non sapevano che
farsene e così se lo sono portato dietro.»
«Molto bene, ma che cosa aveva di particolare quest'uomo perché
Falvo decidesse di portarlo con sé? Presumo che costui non sia un
contadino qualunque, altrimenti, conoscendo Falvo, lo avrebbe
colpito alla testa e lo avrebbe lasciato, completamente stordito, nel
punto in cui lo avevano trovato. Eppure hai detto che quel tale è
uno del posto.»
«Beh, questo è quello che penso io, ma non appartiene ai Celti
della zona. Di questo sono sicuro. È un romano, o io sono un
barbaro. E a giudicare dai suoi abiti e dalle armi, deve essere ricco.»
«Che cosa intendi con romano?»
La risposta fu preceduta da un gesto di impazienza.
«Che cosa dovrei intendere? È piccolo, tarchiato, arrogante, ha gli
occhi neri, è rasato, e ha un naso a becco come quello di un'aquila. È
romano tanto quanto me.»
Sospirai. «Hmm, romano, ben vestito, ben armato e ricco. Beh,
direi che di tipi del genere non se ne sono visti molti da queste parti.
Andiamolo a vedere, allora.» Mi fermai, guardandomi attorno e
oltre il fuoco, per vedere la pattuglia di Falvo. «Prima però è forse
meglio che tu mi dica esattamente che cosa è successo.»
Il gruppetto di uomini che circondava il nuovo arrivato non era
lontano più di dieci passi dal punto in cui ci trovavamo io e Dedalo,
e sulla punta delle loro lance potevo vedere riflessi i bagliori del
fuoco. Filippo, che era un ufficiale della guardia, era là insieme a
Falvo, leggermente in disparte rispetto al gruppo, con la testa
abbassata come se stesse ascoltando. Guardai da quella parte,
sperando di poter dare uno sguardo allo straniero, ma riuscii a
vedere soltanto i miei uomini. Dedalo, nel frattempo, si era lanciato
nel suo racconto.
«Falvo e i suoi uomini avevano raggiunto il punto più lontano
della loro perlustrazione, circa dieci miglia da qui...»
«Dieci miglia? Per l'Ade, che cosa stavano facendo così lontano?»
Dedalo si strinse nelle spalle.
«Facevano esattamente quello che dovevano fare, perlustravano.
E avevano anche delle buone ragioni per essere da quelle parti.
Falvo ti farà personalmente un resoconto dettagliato, ma penso che
sia opportuno che tu sia messo al corrente di come sono andate le
cose prima di parlare con il nostro prig..., con il nostro "ospite". Si
erano allontanati di circa cinque miglia, per un normale
pattugliamento, quando uno degli uomini di Falvo notò che i campi
che stavano attraversando erano molto diversi da quelli che avevano
visto in precedenza. Erano molto più grandi e ben coltivati. Falvo si
rese conto che il soldato aveva ragione e che più andavano avanti
più campi coltivati vedevano, ma non c'era l'ombra di fattorie, di
case o di persone. Era incuriosito, e così decise di continuare la
cavalcata. Dopo poche miglia si ritrovarono ad attraversare il
terreno più fertile e ben coltivato che Falvo avesse mai visto, tanto
da dargli l'impressione che qualcuno avesse organizzato dei
possedimenti agricoli grandi almeno quanto quelli della nostra
Colonia.
Falvo e i suoi si stavano muovendo in una sorta di arco,
dirigendosi verso est e seguendo una vallata attraversata da un
fiume, in cerca di eventuali segni di presenza umana, ma per il
momento non ne avevano visto alcuno. Era quasi mezzogiorno, e
Falvo mi disse che cominciava ad aver voglia di andarsene, non
perché avesse paura, ma poiché sapeva di essersi spinto ben oltre
l'area in cui avrebbe dovuto trovarsi, troppo lontano per essere in
contatto con noi. Chiunque avesse incontrato da quelle parti
avrebbe potuto essere ostile: infatti avrebbe certamente pensato che
lui e i suoi uomini non avessero buone intenzioni. E cominciava
anche a temere che se ci fossero stati dei problemi, non sarebbero
stati di poco conto: centinaia di campi coltivati volevano dire
centinaia di persone arrabbiate.
Falvo decise dunque di terminare subito la perlustrazione
piegando verso est. Proprio lì, infatti, c'è una strada che porta
direttamente a sud, per congiungersi poi con questa nelle vicinanze
di Corinium.
A quel punto scoprì che tra i campi e la strada c'era una striscia di
foresta larga un miglio, evidentemente una sorta di schermo per
scoraggiare i visitatori. Ma mentre si avvicinavano al limite degli
alberi, cavalcando fianco a fianco in formazione serrata, uno dei suoi
uomini, un certo Samuele Catone, scovò il nostro "ospite", per puro
caso.
Sul fatto che questo tale sia un guerriero, non c'è alcun dubbio.
Infatti, non appena fu scoperto, pur essendo a piedi, attaccò
immediatamente Catone, puntando direttamente contro di lui
sebbene fosse armato soltanto di una corta spada. Avrebbe dovuto
finire ucciso subito, invece riuscì a spaventare il cavallo di Catone e a
disarcionare il cavaliere. Poi corse via, senza far alcun tentativo di
ferire Catone, che era finito a terra; tuttavia prima che potesse
andarsene i nostri soldati lo circondarono e vedendo come era
vestito lo fecero incespicare gettandogli una lancia tra i piedi. A
quanto sembra perse i sensi, e quando si fu ripreso lo avevano già
fatto prigioniero.»
«Che cosa indossava?»
«Una corazza, una corazza romana.»
«Hmm, una decisione tempestiva quella del soldato che l'ha fatto
incespicare. Dovrebbe essere elogiato. Catone si è fatto molto male?»
«Soltanto nell'orgoglio. In futuro starà più attento. In ogni caso,
non appena ebbe notato l'aspetto dello sconosciuto, Falvo pensò
che tu potessi essere interessato a parlare con lui, così lo ha portato
qui sotto buona scorta, anche se gli ha permesso di tenersi le armi.
L'uomo era a piedi, e aveva soltanto una corta spada e un pugnale,
ma sembrava rispettabile. Questo almeno è quanto ha dichiarato
Falvo, e detto da lui mi ha fatto una certa impressione. Comunque
sia, Falvo gli ha parlato in latino, gli ha detto che a rigore non era
prigioniero, ma che doveva venire con noi, e in cambio della
possibilità di cavalcare con uno dei nostri uomini gli ha chiesto di
dargli la sua parola che non avrebbe cercato di fuggire. Li ho
incontrati un paio di miglia da qui, là dove la strada si biforca, e... il
resto lo sai già. Se però mi chiedi quale sia la mia opinione sul da
farsi, ti dico subito che non ho proprio alcuna opinione.»
Sorrisi. «Non abbiamo idea di chi possa essere?»
«No, e neppure da dove venga. L'unica cosa che sappiamo è che
doveva essere solo, oppure gli amici che erano con lui dovevano
essere dei gran vigliacchi.»
«Hmm» borbottai di nuovo, e intanto
galoppavano. «Bene, andiamo a vedere.»
i
miei
pensieri
Non appena ci fummo avvicinati al gruppetto che si trovava
dall'altra parte del fuoco, vidi che lo sconosciuto mi aveva notato e
stava fissando su di me la sua attenzione.
Gli altri indietreggiarono e Dedalo si tenne alcuni passi in disparte.
Ben presto dunque ci trovammo di fronte, pronti a studiarci
reciprocamente.
Dedalo aveva ragione: quell'uomo era un guerriero, il suo
comportamento ne era un chiaro segno. E sulla sua ascendenza
romana non ci sarebbe stato alcun dubbio anche se non avesse
indossato la famosa corazza; la romanità traspariva dal suo viso e da
tutto il suo aspetto, come fosse stata scritta a chiare lettere. Il suo
atteggiamento poi dimostrava apertamente che era abituato a essere
rispettato e ubbidito; più che un semplice guerriero, pareva uno
abituato a occupare una posizione di comando, e il fatto che io
torreggiassi su di lui con tutta la testa e magari qualcosa di più non
cambiava per nulla la mia valutazione. Anni prima, Publio Varro
aveva descritto il reggente dell'imperatore Onorio, Flavio Stilicone,
come un falco, nato e cresciuto tra il popolo dei Vandali; l'uomo che
mi stava di fronte era della stessa stoffa ed emanava aggressività,
sicurezza e assoluta competenza. Era giovane, poco più che
trentenne, e il suo fisico muscoloso mostrava il vigore di un uomo
nel fiore degli anni. Zigomi alti e sporgenti delineavano un viso
magro, con una bocca larga, labbra sottili e occhi scuri,
profondamente incassati ai lati di un naso aquilino, imperioso e dai
contorni ben definiti. L'ampiezza della sua alta fronte era
sottolineata dal folto ciuf fo di capelli, che per un attimo mi fece
ricordare Lucano, e attirò la mia attenzione sull'espressione dura del
volto sottostante. Era accuratamente sbarbato e i capelli erano
tagliati corti, secondo la moda romana.
Dalle sue spalle ampie e forti pendeva un mantello rosso scuro,
agganciato alle fibulae della corazza metallica che indossava. Portava
una tunica di lana bianca, trapuntata, lunga fino alle ginocchia, e
attorno alla vita una fascia di pesanti scaglie metalliche, come quelle
degli ufficiali. Il mantello rosso era stato accuratamente rammendato
in molti punti mentre le rosette e le incisioni che decoravano la
corazza erano consumate da anni di lucidature, tanto da essere quasi
lisce. La stessa cura traspariva dalle volute consumate dei foderi di
bronzo della spada e del pugnale, che portava appesi alla cintura.
Tornai a rivolgere la mia attenzione ai suoi occhi, che
nell’osservarmi non tradivano minimamente i suoi pensieri. Annuii,
mantenendo uno sguardo benevolo, senza sbilanciarmi.
«Benvenuto,» dissi con calma, «sebbene mi renda conto che a
questo punto potresti dubitare della sincerità delle mie parole. Posso
sapere il tuo nome?»
Si mordicchiò il labbro mentre mi guardava socchiudendo gli
occhi, meditando la risposta. «Chiamami Abductus*» disse infine; la
sua voce non tradiva alcuna emozione.
[*In latino "abductus", dal verbo abducere, significa letteralmente
"portato via", e quindi "catturato"]
Annuii, cercando di nascondere un sorriso di ammirazione. «Non
troppo adatto,» risposi pacatamente, «perché, in realtà, non sei stato
catturato, e neppure preso prigioniero. Sei stato semplicemente
invitato...»
«Forzatamente invitato...»
Annuii ancora. «Forzatamente, e immagino anche tacitamente, ma
ciò nondimeno invitato a venire qui perché potessimo incontrarci.
Hai ancora le tue armi, non è forse così? È raro che ai prigionieri e a
chi viene catturato sia permesso tenerle.»
I suoi occhi neri erano privi di espressione ed enigmatici.
«Chi sei e che cosa vuoi da me?»
«Parleremo anche di questo, ma prima di tutto devo chiederti
perché stavi spiando i miei uomini.»
«Cosa?» Sembrava al colmo dell'incredulità, non solo, ma dovette
lottare con la propria rabbia prima di essere in grado di riacquistare
il controllo di sé e di mostrare nuovamente un viso impenetrabile.
Quando riprese a parlare, il suo tono era di nuovo calmo. «I tuoi
uomini erano sulle mie terre, tra le mie messi, ma non basta: erano
penetrati nei miei possedimenti e si stavano avvicinando alla mia
casa.»
«Capisco. Vivi solo e tutti questi campi li coltivi da solo?»
Lo vidi aggrottare le ciglia, tuttavia i miei occhi tornarono al
fodero consumato della corta spada che gli pendeva dal fianco.
Sapevo che era sciocco da parte mia lasciarmi distrarre da quella
spada, indipendentemente da quello che poteva essere il motivo
della mia distrazione.
«Ti sorprende che io coltivi i miei campi?»
Una risposta pronta a una domanda inattesa, ma continuai
ugualmente. «Vestito come sei, sì. Non sei un contadino. La tua
armatura indica chiaramente che sei un bugiardo.»
Guardò prima se stesso, poi di nuovo me. «Di questi tempi la
indosso di rado. Sono un contadino, innanzitutto e soprattutto un
contadino, come lo erano i soldati di Roma nel tempo antico.
Impugno la spada soltanto quando è necessario; è stata proprio la
presenza dei tuoi uomini che me lo ha fatto ritenere necessario. E
come soldato ti ho dato tutte le informazioni che riceverai da me.»
«Molto bene.» Potevo avvertire lo sguardo dei presenti fisso su di
me. «Rispetterò il tuo desiderio di tacere. Ma ti dispiacerebbe
mostrarmi la tua spada? Sono certo che avrai capito,» aggiunsi,
vedendo improvvisamente diffondersi il sospetto nei suoi occhi, «che
se avessimo voluto farti del male, a quest'ora saresti morto da un
pezzo. Posso vederla?»
Tesi la mano, ed egli esitò, ma soltanto un attimo, prima di
togliersi la corta spada e di porgermela. La osservai da vicino ed
esaminai il fodero, poi la estrassi parzialmente. Esattamente come mi
ero aspettato, in cima alla lama, proprio sotto l'impugnatura, c'era
una minuscola "V".
«Come l'hai avuta?»
Aggrottò di nuovo la fronte: chiaramente si stava chiedendo
quale importanza potesse avere; poi batté le palpebre e si strinse
nelle spalle.
«Era di mio padre, e prima di essere sua era stata di suo padre.»
«Dunque apparteneva a tuo nonno. Sai da chi l'ha avuta?»
Sembrava proprio che avesse deciso di assecondarmi, eppure
quando riprese a parlare la sua voce lasciava trasparire il disprezzo.
«Come posso saperlo? Quando sono nato era già un vecchio.
Accade sempre che i nonni siano vecchi, non lo sai?»
«Sì, lo so.» Ignorai completamente la scortesia della sua risposta.
«Tuttavia avevo delle buone ragioni per farti la domanda. Questa
spada è stata forgiata dal mio prozio. Il suo nome era Varro.
Forgiava spade, ma su alcune di esse, su alcune soltanto, le più belle,
le più preziose, incideva il suo marchio personale, la "V" di Varro. E
queste spade le dava soltanto ai suoi amici. Questa è una di quelle
spade, dunque tuo nonno e il mio prozio devono essersi conosciuti.
Guarda tu stesso.»
Gli lanciai la spada ed egli l'afferrò con destrezza, poi estrasse
parte della lama e guardò il marchio, dopo averla girata verso il
fuoco per avere più luce. Rimase a guardarlo per qualche istante,
infine si raddrizzò, infilò la spada completamente nel fodero e se la
appese di nuovo alla cintura prima di voltarsi ancora verso di me.
«Non so che cosa tu abbia in mente» disse. «Ma non ti credo. Non
credo alle coincidenze, non a quelle di questo tipo. Prima hai visto il
marchio e poi ti sei inventato tutto il resto.»
Mi ero aspettato una reazione di questo tipo e avevo appena
preso in mano il mio pugnale.
«Non si tratta di coincidenze; ho semplicemente riconosciuto la
mano del mio prozio. Guarda le decorazioni del fodero e poi guarda
la "V".» Mentre parlavo gli gettai il mio pugnale.
Fece come gli avevo detto, poi me lo restituì. Infine si schiarì la
gola e per la prima volta la sua espressione indicava una qualche
incertezza.
«Il mio nome è Caio Britannico e nella tenda del quartier generale
ho dell'eccellente idromele. Posso offrirtene un po'? Credo che noi
due abbiamo parecchie cose da dirci. Grazie,» dissi poi rivolto ai miei
uomini «ora potete andare.»
Mi voltai e mi avviai direttamente verso l'unica grande tenda che
si innalzava in mezzo al nostro accampamento; sapevo, anche senza
guardare, che il nostro visitatore mi stava seguendo e cercavo di
immaginare a che cosa stesse pensando.
La tenda era ben illuminata e per il momento era vuota, ma non
mi aspettavo che sarebbe rimasta tale a lungo. Filippo, come ufficiale
della guardia sarebbe stato di ritorno in breve tempo e avrebbe
avuto bisogno del tavolo e delle luci.
Versai il liquido ambrato, una coppa per me e una per il mio
"ospite", dalla fiasca di idromele che l'ufficiale della guardia custodiva
in una cassa e riservava alle occasioni speciali.
Prese la coppa che gli offrivo, quindi si accomodò sulla sedia che
gli avevo indicato, muovendosi lentamente e senza staccarmi gli
occhi di dosso. Poi sospirò sommessamente e bevve un sorso di
liquore. Soltanto dopo averlo assaporato, tenendolo a lungo sulla
lingua, si sentì in dovere di rilassarsi, appoggiandosi allo schienale.
Mi sedetti di fronte a lui e attesi.
«Dunque,» disse infine «tu sei Caio Britannico. Io sono Appio
Niger.» Alzò la sua coppa in un rapido e ironico gesto di saluto.
«I miei ringraziamenti per il benvenuto. E adesso che cosa
dobbiamo fare?»
Sorrisi. «Parlare.»
«A che scopo?»
«Per mettere fine alle ostilità, oserei pensare. Noi due abbiamo
molto in comune.»
Contrasse le labbra e i suoi occhi si spostarono dalla mia persona
alla tenda in cui sedevamo e al suo arredamento. La tenda era
quadrata - ciascun lato era lungo sei passi - ed era alta e spaziosa.
Aveva una copertura a due punte sorretta da pali e tiranti, ed era
fatta di strati e strati di pannelli di soffice cuoio, accuratamente cuciti
insieme con filo robusto e incerato, in modo da renderla resistente
all'acqua e al vento. Poteva contenere comodamente una ventina di
persone ed era una tenda militare sotto tutti gli aspetti; era evidente
inoltre che si trattava della tenda riservata al comando durante una
spedizione.
A suo credito, devo dire che il mio ospite non fece alcun
commento in proposito; forse non voleva fornire nessuna
informazione, anche semplicemente paragonando ciò che noi
avevamo con ciò che probabilmente lui non aveva affatto. Al
contrario, si limitò a commentare quanto io stesso avevo già detto.
«I nostri nomi sono entrambi romani, ma i Romani se ne sono
andati da tempo. Oltre a questo, trovo che in comune abbiamo ben
poco.»
«Bene, allora,» suggerii «lasciami fare una constatazione. Entrambi
siamo di origine romana, come hai detto anche tu, ed entrambi
viviamo in Britannia. Questo significa che entrambi abbiamo
imparato a vivere in pace con i Celti di qui; tuttavia ci pone
entrambi contro i nuovi arrivati che hanno invaso la Britannia dopo
la partenza delle legioni.»
Rimase seduto, senza fare alcun movimento, ancora per parecchi
minuti, poi sbuffò. «I nuovi venuti. Vorresti dire i Pitti, le Genti
Dipinte oltre il Vallo, su nel nord?»
«In parte sì, sebbene sia improbabile che scendano così a sud in
modo organizzato. Ma intendevo alludere anche ai Danesi e ai
Sassoni.»
«Nessuno di loro ci ha mai creato problemi. Ovviamente ne
abbiamo sentito parlare, quanto meno dei Sassoni, ma sono soltanto
nomi, nomi da incubo con cui spaventare i bambini.»
Scrollai le spalle. «Nomi da incubo, forse, ma voi dovete essere
stati eccezionalmente fortunati se siete vissuti fino a ora senza
incontrare né gli uni né gli altri. Soltanto pochi anni fa, non molto
più a sud di qui, a Glevum, abbiamo incontrato dei Berberi
provenienti dal Mare Centrale. Corsari, venuti qui a razziare a bordo
di una imponente bireme romana. Stavano portando via i marmi
dagli edifici pubblici di quella città, presumibilmente per venderli
oltremare; e torneranno. Quando avranno portato via dalle città
della costa tutto ciò che abbia un certo valore, si spingeranno più
nell'interno. Per il momento i Sassoni e i Danesi si accontentano di
restare nelle aree orientali del paese, ma non ci resteranno per
sempre, soprattutto quando qui, a ovest, ci sono delle terre ricche e
fertili da sfruttare. Ti inganni da solo se ti illudi di non incontrarli
mai.»
Appio Niger bevve un altro po' di idromele, dimostrando
palesemente di apprezzarne l'ottima qualità, poi mi guardò negli
occhi e fece un cenno di assenso. «Non dubito che tu abbia ragione.
Ma fino a ora la nostra maggiore preoccupazione sono stati i
vagabondi, gente proveniente da altre parti del paese che gira qua e
là per derubare le persone come me dei loro raccolti e del loro
bestiame.» Si fermò, poi aggiunse: «Gente come voi».
«No.» Il mio diniego fu istantaneo, ma non ostile. «Con noi non
avete avuto alcun problema, e non ne avrete.» Continuai
speditamente, ignorando il suo tentativo di interrompermi con
qualche commento sarcastico sull'essere stato rapito. Non alzai la
voce, ma mi limitai a parlare senza badare alle sue obiezioni. «Non
abbiamo alcun interesse né per i vostri raccolti né per le vostre terre,
se non per prendere nota della loro esistenza, dal momento che non
ci aspettavamo di trovare terreni coltivati da queste parti. Quando
hanno incontrato te, le nostre pattuglie di esploratori erano di
ritorno da una ricognizione e avendo notato i tuoi abiti e la tua
armatura, il comandante ha deciso di portarti qui, da me.»
«E tu sei Caio Britannico. Dovrei sentirmi impressionato?»
La sua sfrontatezza mi divertiva. Mi accorsi di trovarlo simpatico,
a dispetto del suo atteggiamento sprezzante e provocatorio.
«No» replicai. «Ma sono conosciuto anche come Merlino di
Camelot.»
L'espressione del suo viso cambiò immediatamente, anche se non
avrei saputo come definirla. È certo comunque che si raddrizzò di
colpo ed ebbi modo di avvertire una tensione improvvisa e acuta.
La mia impressione fu che reagisse come un cerbiatto che, sempre
all'erta per natura, di colpo si sentiva in pericolo. Ma quando riprese
a parlare, nelle sue parole non c'era nulla di tutto questo.
«Quest'ultimo è un nome che ho già sentito» disse con voce
strascicata, mentre la sua voce e il suo viso erano completamente
privi di espressione.
«Bene, adesso hai anche un viso a cui associarlo. Che cosa hai
sentito dire di me?»
«Che disponi di un eccellente idromele.»
Vuotò la sua coppa e me la porse. «Potrei averne ancora?»
Quando ebbi finito di versarglielo ed ebbi riposto la fiasca, rimasi
accanto al tavolo su cui era posata la cassa e guardai verso di lui. «E
che altro?»
Scosse la testa e finalmente sembrò più a suo agio. «Che hai un
regno favoloso, molto a sud di qui, con un esercito invincibile,
messo a disposizione dall'impero.» Scoppiai a ridere. «Non vorrai
negarlo!» continuò. «Tutto quello che avete, tu e i tuoi uomini, non
fa che confermarlo.»
La sua uscita mi calmò, posai dunque rapidamente la mia coppa
sul tavolo e feci un passo avanti per avvicinarmi di più a lui.
«Non posso credere che tu sia stato così stupido da credere a
simili sciocchezze, Niger. I Romani se ne sono andati da generazioni
e non torneranno più.»
Si voltò verso di me, senza che il suo viso tradisse la minima
emozione, ma non cercò affatto di rispondere.
Per alcuni interminabili momenti rimasi in piedi accanto a lui,
sovrastandolo con tutta la mia statura, poi mi allontanai, ripresi la
mia coppa e mi sedetti di nuovo. A quel punto cominciai a parlargli
di Camelot.
Gli dissi che portavamo armature romane per via della loro
superiorità e poiché grazie all'eredità, tanto di mezzi che di
conoscenze, lasciateci da coloro che avevano fondato la nostra
colonia, Publio Varro primo tra tutti, eravamo ancora in grado di
forgiarne. Continuai parlandogli di mio nonno, Caio Britannico, e
del suo sogno di fondare una comunità difendibile che fosse in grado
di sopravvivere alla partenza delle legioni e da ultimo sottolineai il
ruolo di mio padre, Pico, che aveva organizzato la nostra quasi
invincibile cavalleria.
«Hai visto tu stesso i miei uomini e i loro cavalli» conclusi. «Eppure
siamo soltanto un piccolo distaccamento, una semplice pattuglia in
esplorazione. Ti assicuro che il mondo non ha mai visto nulla di
simile alla cavalleria di Camelot dai tempi di Alessandro il
Macedone, colui che veniva chiamato Alessandro il Grande poiché
aveva usato la cavalleria per conquistare il mondo.»
Appio mi ascoltava attentamente, con un viso rapito, e dunque
continuai.
«Adesso io comando l'esercito di Camelot insieme a mio fratello,
Ambrogio. La cavalleria è mia, completamente ai miei ordini. La
fanteria è sua, allo stesso modo. La Colonia tuttavia è governata da
un Consiglio di Anziani. È un posto in cui si vive bene. Non abbiamo
schiavi, non ci sono né povertà né privazioni. Siamo autosufficienti
sia per il cibo sia per le altre risorse, e siamo abbastanza forti da far
fronte ai pericoli che possono provenire dall'esterno, o almeno, lo
siamo stati fino a ora.» Mi fermai un istante, poi ripresi. «E adesso,
che cos'hai da dirmi di te e dei tuoi?»
Ancora una volta la mia domanda cadde nel silenzio, accolta da
un volto privo di emozioni, ma ormai la mia pazienza era al
termine.
«Appio Niger, pensa a quanto ti ho appena detto. Se la mia gente
e io avessimo volontà di conquista, staremmo già facendo piani per
cacciarvi e occupare le vostre terre. Sei stato tu stesso a parlare del
nostro esercito "romano". Credimi, quando ti dico che è forte. Per
noi non ci sarebbe nulla di più facile che raggiungere Camelot - che,
tra parentesi, si trova a soli quattro giorni di viaggio da qui — e
tornare alla testa di truppe che potrebbero agevolmente sconfiggere
le forze che voi potreste mettere in campo, qualunque fossero. Vi
troveremmo: non si può nascondere un insediamento, come non si
possono nascondere i campi. Dunque sii ragionevole. Credimi
quando ti dico che non abbiamo la minima intenzione di
conquistarvi, di ridurvi in schiavitù o di portar via i vostri averi. E
poi sii ancora più ragionevole e chiedimi che cosa ho in mente per
te.»
Allungò la mano per prendere la coppa e bere ancora, ma si
fermò prima di averla portata alla bocca, poi si chinò e la posò
delicatamente sul pavimento, accanto ai piedi, facendo attenzione a
non versarne il contenuto. Finalmente si voltò verso di me, e ancora
una volta, ben sapendo quale dovesse essere il turbinio dei suoi
pensieri, non potei fare a meno di ammirare il suo autocontrollo.
«Molto bene, allora, che cosa hai in mente per me?»
«So che fai parte di un insediamento, semplicemente per via della
vastità e della ricchezza dei tuoi campi, e sempre per lo stesso
motivo so anche che deve essere ben difeso... ragionevolmente ben
difeso, se non altro. Quello che ho in mente è che potrei consigliarti
il modo di difenderlo ancora meglio. Non sono un mago, ma la
logica, quando viene applicata opportunamente, può ottenere
risultati che sembrano prodigiosi, e io mi vanto di essere logico.»
«Hmm.» Non si mosse, e per alcuni, lunghi istanti continuò a
guardare la parete di fronte, poi strinse le labbra e inspirò
profondamente.
Aveva finalmente deciso.
«La mia famiglia mi chiama Nerone» disse. «Non chiedermene il
perché, dal momento che nessuno lo sa più, ma questo è il mio
nome.» Si chinò per prendere la sua coppa di idromele, ne bevve un
sorso e apparve nuovamente assorto nei suoi pensieri: era evidente
che cercava di mettervi ordine. Poi, quando finalmente si sentì
soddisfatto, cominciò a parlare, e io rimasi ad ascoltarlo per un buon
quarto d'ora.
La storia che mi raccontò era molto simile a quella della nostra
colonia di Camelot, ma c'erano molte e significative differenze.
Proveniva da una ricca famiglia romano-britannica, la gens Appia,
detta Niger per il colore dei capelli e degli occhi e il colorito
olivastro della carnagione. Quanto a lui personalmente, era il
primogenito della quinta generazione cresciuta in Britannia.
Nonostante la giovane età, attualmente era pater familias, poiché,
dopo la recente morte del padre, era lui il più vecchio della gens
Appia. Suo nonno, mi disse, era morto da vent'anni.
Più di un secolo prima, in questa fertile regione a nord e a est di
Corinium la gens Appia possedeva delle tenute immense. I terreni di
famiglia, che non avevano una propria denominazione, si
estendevano vicino a Corinium in modo che la città fosse
contemporaneamente la fonte dei rifornimenti e la destinazione dei
raccolti di cui era prevista la vendita; allo stesso tempo erano
sufficientemente lontani dalla città, perché questa attività
commerciale richiedesse una programmazione ben precisa dei
movimenti delle merci. Infine, aggiunse con un certo orgoglio, la
lontananza dalla città era tale da permettere alla sua famiglia di
avere il pieno controllo di una comunità che non veniva per nulla
influenzata dagli abitanti di Corinium.
Poi però, con la partenza delle legioni, quarant'anni prima o poco
più, erano avvenuti enormi cambiamenti.
Nel giro di tre anni i mercati erano scomparsi poiché le flotte che
avevano trasportato il loro grano e la loro avena non navigavano
più nelle pericolose acque della Britannia, per timore dei pirati che
avevano iniziato a dilagare ovunque, anche prima che la flotta
militare romana se ne fosse andata.
Le stesse città costiere erano state ben presto abbandonate dalle
popolazioni, ormai indifese, che le avevano invece abitate per secoli,
protette dalla presenza romana.
Dall'oggi al domani il commercio era cessato. Il denaro aveva
perso qualsiasi valore. La fame si era diffusa tra coloro che non
avevano né la capacità né i mezzi per produrre essi stessi il proprio
cibo, mentre saccheggi e razzie andavano diffondendosi in una
regione che per secoli aveva conosciuto soltanto scambi pacifici e
condizioni di vita assolutamente tranquille.
La comunità che faceva capo alla famiglia Niger non aveva avuto
un lungimirante Caio Britannico che l'avesse preparata in tempo per
una simile catastrofe, né un Publio Varro che avesse fornito alla sua
gente gli attrezzi indispensabili a sopravvivere in tempi sempre più
difficili.
Nonostante ciò, tuttavia, era riuscita ad adattarsi molto
velocemente alle nuove circostanze. C'era abbondanza di soldati e di
abili dirigenti, dal momento che la famiglia Niger aveva
onorevolmente servito l'impero per secoli. Il nonno di Nerone,
valutando accuratamente la portata e le implicazioni dei recenti
cambiamenti - una drastica diminuzione della quantità di grano
seminato e coltivato e, parallelamente, il radicale aumento delle
forze necessarie per proteggere i raccolti dalle razzie - aveva
immediatamente indirizzato i suoi contadini, ormai senza lavoro, al
recupero e alla fortificazione di un vecchio accampamento romano
non lontano dalle loro fattorie.
L'accampamento, un'area di sosta temporanea da tempo in
disuso, era situato a oltre un miglio dalla strada più vicina ed era
rimasto abbandonato per un secolo o più probabilmente per due,
ma la sua pianta era quella classica ed era ancora chiaramente
delineata. Era ampio, tanto che a suo tempo doveva essere stato in
grado di alloggiare, sia pure spartanamente, una coorte di passaggio,
formata da ben cinquecento uomini. I contadini di Appio, lieti di
avere nuovamente uno scopo e un obiettivo ben definiti, in un anno
avevano dunque ricostruito e adeguatamente fortificato l'antico
accampamento.
Infine, comprendendo quanto fosse importante la protezione e la
sicurezza offerte dal vecchio forte, si erano trasferiti con le famiglie e
i servi tra le mura appena restaurate e avevano ridefinito le terre
arabili, facendo in modo che tutti i campi da loro coltivati fossero
difendibili e facilmente raggiungibili. Il che li aveva costretti ad
abbandonare molti terreni fuori mano - come in un primo momento
avevamo dovuto fare anche a noi a Camelot - e a strappare nuove
terre alla foresta che circondava il loro nuovo forte; in questo modo
tutte le fattorie formavano una sorta di ampio, sebbene irregolare,
cerchio la cui estensione era determinata dalla distanza che una
colonna di uomini in marcia poteva coprire in mezza giornata,
qualora dovesse correre in loro difesa.
Anche questo mi richiamò alla mente molti ricordi, poiché, fino a
quando non eravamo stati in grado di disporre di un'efficiente
cavalleria, anche a Camelot eravamo stati legati dalle stesse
limitazioni.
Da quel momento in poi, tutta la loro comunità si era
progressivamente adattata, facendo continui aggiustamenti e
trovando le soluzioni più consone a una miriade di situazioni ed
eventi. Mentre prima ogni uomo era stato un semplice contadino,
adesso tutti erano stati costretti a diventare anche soldati, o quanto
meno combattenti in grado di difendersi individualmente e di unirsi
in modo da formare un fronte unico e compatto qualora se ne fosse
presentata la necessità.
Non si esercitavano regolarmente, e cioè ogni giorno, come
fanno i veri soldati, mi disse Nerone, ma rispettavano la disciplina e
conoscevano le tecniche adeguate alle armi di cui disponevano, quel
tanto che bastava a far sì che fossero in grado di combattere insieme.
Lo interruppi per chiedergli quanti uomini avesse al momento
sotto le armi. Mi rispose che il nerbo del loro esercito era formato
da cento uomini, e che facevano ogni sforzo perché non
diminuissero. Costoro erano strettamente irregimentati, disciplinati e
le loro prestazioni erano molto vicine a quelle di soldati di
professione, almeno stando a quanto affermava il soldato più
anziano, un veterano di una settantina d'anni che aveva fatto parte
delle legioni. Il padre di Nerone aveva comandato questo
contingente fino a quando era morto. Ora il compito spettava a
Nerone stesso.
Oltre a quel centinaio, mi disse, potevano disporre di un
contingente aggiuntivo di una sessantina di uomini - ma il loro
numero non era fisso - che si allenavano di tanto in tanto e
individualmente, e che nominalmente venivano considerate truppe
di riserva, dal momento che il loro compito principale doveva essere
portato a termine sui campi di grano, piuttosto che sui campi di
battaglia. Dal suo leggero sorriso potei dedurre che Nerone era assai
compiaciuto dell'analogia che gli era venuta in mente.
Annuii, in attesa che continuasse, ma evidentemente aveva detto
tutto quello che intendeva dire.
«Con quale frequenza vi capita di dover combattere?»
«Non molto di frequente, grazie a Dio. Già da parecchio tempo
abbiamo scoperto che un'adeguata esibizione di forza spesso è un
deterrente sufficiente. Questo è il motivo per cui manteniamo i
nostri cento soldati ben allenati e disciplinati. Dieci pattuglie da dieci
uomini ciascuna fanno una certa impressione quando si schierano in
formazione da combattimento e dimostrano di sapere il fatto loro.
Nove volte su dieci gli avversari si limitano a squagliarsela,
preferendo andare alla ricerca di un obiettivo più facile.»
«Allora non posso fare a meno di chiederti questo: come mai eri
solo quando i miei uomini ti hanno trovato?»
Nerone si strinse nelle spalle. «Puro caso. Stavo cacciando, e
quando ho visto i tuoi uomini, mi sono nascosto, più per curiosità
che per paura. Uomini a cavallo e in uniforme erano qualcosa che
non avevo mai visto prima.»
«Mi stai dicendo che vai a caccia con l'armatura? In nome di Dio,
ma che cosa stavi cacciando?»
Questa volta scoppiò a ridere.
«No, no! A dire la verità, questa mattina avevo litigato con mia
moglie ed ero uscito di casa su tutte le furie, senza pensare
esattamente dove stessi andando. Avevo indosso l'armatura perché
avevo appena preso parte alle esercitazioni insieme ai miei uomini,
ed ero armato di arco e frecce semplicemente perché le avevo con
me quando ero arrivato a casa. Ma Denalda era fuori si sé ed era
arrabbiatissima con me per qualcosa che in realtà non avevo fatto:
sei sposato?»
Scossi la testa: «Non ancora».
«Allora non sposarti, mai. In ogni caso, ero furibondo - le mogli
riescono molto meglio di qualsiasi nemico a ridurre un uomo
nell'impossibilità di parlare - e camminai senza meta per miglia,
finché il peso dell'armatura non mi fece capire che ero stanco e che
mi ero comportato da stupido. Mi sedetti sotto un albero - doveva
essere passato da poco mezzogiorno - e mentre ero seduto vidi in
lontananza un cervo che entrava nel bosco. Abbastanza contento, mi
tolsi l'armatura, presi arco e frecce, e me ne andai a caccia.
Circa un'ora dopo, magari anche di più, vidi l'avanguardia dei
tuoi uomini che cavalcava attraverso i miei campi. Come ti ho già
detto, mi sono incuriosito e sono rimasto a guardarli per un po',
cercando di scoprire se avevano intenzioni ostili. Il buon senso mi
diceva che doveva essere così, tuttavia il loro comportamento, il
semplice modo in cui stavano cavalcando, indicava altrimenti. Dopo
un po', mi diressi verso il punto in cui avevo lasciato la mia armatura
e l'indossai di nuovo, pensando di tornare a casa e allertare la mia
gente.
Erano passati appena pochi istanti e i tuoi uomini hanno cambiato
direzione, puntando dritto verso di me. Ho cercato di nascondermi.
Il resto lo sai già.»
«Hmm. Dunque tu avresti, quante? Cinquecento persone, una più
una meno, che vivono nel vostro forte?»
«Di più. Attualmente siamo quasi un migliaio, contando le donne
e i bambini. Da più di dieci anni abbiamo superato la capienza del
forte, e ora molte persone vivono e lavorano fuori dalle mura. Era
inevitabile. Non c'era abbastanza spazio per tutti i locali di cui
avevamo bisogno: la bottega del vasaio, del bottaio e del ciabattino,
il laboratorio di chi fa le tegole, la taverna e il panificio, per non
parlare dei recinti del bestiame e dei magazzini in cui custodire le
provviste. Certamente li avete anche a Camelot, non è così?»
«Sì, li abbiamo, ma il nostro forte sorge sulla sommità di una
collina. Avete allargato la cerchia delle vostre mura per proteggere il
vicus, il vostro nuovo borgo?»
«No. Ne abbiamo parlato per anni e tutti sono d'accordo che è
indispensabile fare qualcosa. È il nostro punto debole, è lì che siamo
più vulnerabili. Sappiamo che la nostra situazione attuale è
pericolosa. Qualche giorno qualcuno marcerà, o cavalcherà, contro
di noi e, se saremo ancora impreparati come lo siamo oggi, ne
subiremo tutti le conseguenze. La verità tuttavia, per quanto sembri
incredibile quando se ne discute come facciamo ora, è che non
appena arriva il momento di impegnarsi seriamente per quello che si
rivela un compito lungo e difficile, si ha sempre l'impressione che ci
siano necessità più impellenti, e l'ampliamento delle mura viene
rimandato ancora una volta.» Si fermò, meditabondo, poi aggiunse:
«La gente è pigra quando non si sente minacciata... o quando manca
un capo risoluto e deciso che imponga l'ubbidienza».
«Tu non sei risoluto e deciso?»
Mi guardò, mentre sulle labbra gli aleggiava ancora quel sorrisetto
ironico.
«Lo sono, ma sono anche giovane ed è troppo poco che ho
assunto il comando. Troppi interessi, consolidati da tempo, finiscono
con l'avere la precedenza.»
«Allora devi cambiare le cose.»
«Questo lo so anch'io. Quello che non so è come.»
Sorrisi.
«Adesso vuoi ascoltare la mia idea? Per ora è soltanto abbozzata,
ma lavorandoci insieme possiamo definirla meglio.»
«Credo proprio che questo sia il momento» disse, annuendo.
«Poiché anch'io ho appena avuto un'idea.»
«Bene. Per ora, basta idromele. Vieni, andiamo insieme a
incontrare alcuni dei miei uomini e intanto ti faccio vedere come
opera un accampamento di cavalleria.»
IV.
Trovare un accordo fu molto facile e Nerone Niger si gettò a
capofitto nella proficua collaborazione che, fin dall'inizio, mi parve
possibile instaurare tra di noi. Entrambi avevamo avuto la stessa
intuizione: che la nostra presenza nel suo territorio, se
opportunamente sfruttata, avrebbe potuto convincere i suoi della
necessità di migliorare immediatamente le proprie difese. Tuttavia le
nostre discussioni andarono molto oltre, indirizzandosi verso un
piano che avrebbe fatto impallidire al confronto la lezione che
intendeva dare alla sua gente.
Come spesso accade nelle questioni veramente importanti, le parti
interessate in un primo momento procedettero in modo lento e
graduale, ma ben presto si fusero, combaciando perfettamente in un
crescendo di intuizioni e di soluzioni brillanti. Ricordo perfettamente
il mio genuino stupore quando, verso la fine delle nostre discussioni,
scoprii che il problema che mi ero posto nei confronti di coloro che
abitavano nelle terre fuori dai confini di Camelot era strettamente
legato agli obiettivi della Colonia originaria fondata da Caio
Britannico e Publio Varro: la capacità di adattarsi e di sopravvivere
di fronte all'inimmaginabile. Nelle settimane seguenti, il mio
inatteso, ma intenso coinvolgimento con Nerone Niger e le difficoltà
del suo clan mi permise di vedere le cose con una prospettiva
diversa, priva di remore. Avevo finalmente trovato il cammino che
da tanto tempo stavo cercando.
Avrei voluto descrivere quello che accadde in quelle settimane
come un inizio, anche se, in effetti, non sarebbe stato esatto: il vero
inizio era avvenuto decenni prima. Publio Varro aveva visto la
fondazione della nostra Colonia nella sua notte di nozze, prima
della nascita di mia madre, e l'aveva descritta come un'alba, come il
sorgere della potenziale indipendenza e autosufficienza della
Britannia. La partenza delle legioni romane nei primi anni del nuovo
secolo era stato un altro inizio: quello della vulnerabilità e
dell'incertezza in terre che per centinaia di anni erano state un
avamposto dell'impero, forti e piene di vitalità; il tragico inizio delle
invasioni che ora minacciavano l'esistenza stessa delle persone che
per due secoli avevano definito patria questo paese. Tuttavia, ciò
che accadde in quelle poche settimane trascorse con Nerone Niger fu
molto vicino all'inizio di una nuova fase di progresso.
La fine della prima fase, me ne resi conto molto tempo dopo, era
iniziata anni addietro, quando il primo distaccamento della
cavalleria di Camelot, forte di oltre cento effettivi, era stato inviato a
portare aiuto a Dergyll ap Griffyd, che stava combattendo in
Cambria. Quel contingente era rimasto sul campo per quasi due
anni, senza essere impegnato se non marginalmente nei diversi
combattimenti e vivendo per tutto il periodo negli accampamenti.
Poiché i suoi movimenti erano stati costanti e avevano interessato
tutta la Cambria meridionale, a nessuno sarebbe mai venuto in
mente di considerare quel contingente un presidio, ma di fatto lo
era, sebbene il suo ruolo fosse stato diplomatico più che militare in
senso stretto: una presenza mobile, di supporto, il cui potenziale
aveva impedito al nemico di scendere dalle colline prima che Dergyll
fosse sufficientemente forte da sconfiggerlo. Questa spedizione, che
aveva segnato la prima volta in cui un reparto della nostra cavalleria
si era allontanato dalla base, operando in maniera indipendente da
Camelot, era stata la prova dell'abilità della nostra Colonia di
influenzare gli eventi, intervenendo su altri gruppi alleati.
Analogamente,
l'insediamento
di
una
guarnigione
a
Mediobogdum, regolarmente rifornita di rimpiazzi, di rinforzi, di
personale, di armi e di cavalli inviati da Camelot, aveva dimostrato
che la Colonia era ormai abbastanza forte da potersi permettere di
mantenere sia le proprie truppe sia un altro esercito, per quanto
piccolo, a centinaia di miglia di distanza, e soprattutto senza eccessivi
inconvenienti. Il fatto che stessimo tornando a casa, dopo aver
abbandonato l'avamposto che per qualche tempo era stato la nostra
base nel nord-ovest, non sminuiva per nulla il successo della
guarnigione. Ciò che era veramente importante, ciò che contava di
più, era che avessimo vissuto lì per oltre cinque anni, e che per tutto
quel tempo la guarnigione che vi avevamo insediato avesse
funzionato benissimo, integrandosi perfettamente nel territorio,
coesistendo con la gente del posto in armonia e con reciproco
vantaggio.
La logica indicava dunque che una guarnigione di Camelot era
assolutamente in grado di prosperare in qualsiasi area della
Britannia.
Fu questa constatazione a spingermi a occuparmi delle difficoltà
del clan di Nerone, del loro piccolo esercito e delle loro mura
insufficienti.
Così, per quanto semplice, la soluzione da me individuata per
ovviare al loro problema fu motivo di progresso.
Già sul finire di quella prima notte avevamo deciso che Nerone
sarebbe tornato a casa l'indomani e non avrebbe fatto parola con
nessuno del suo incontro con la nostra cavalleria. Il giorno
successivo, avremmo inscenato un finto attacco al suo insediamento
per spaventare i suoi, spingendoli così a comprendere come in futuro
un attacco del genere potesse essere reale e quanto fosse
indispensabile che vi si preparassero adeguatamente. Il piano,
apparentemente semplice, richiese tuttavia un'attenta preparazione a
cui presero parte tutti gli ufficiali presenti; poi toccò all'intero
contingente essere messo al corrente delle modalità dell'attacco.
L'ultima cosa al mondo che potevamo desiderare era che nel corso
di quella messa in scena fosse sparsa anche una sola goccia di sangue.
Pertanto il mattino seguente radunai gli ufficiali e poi tutti i nostri
effettivi per un ulteriore aggiornamento, illustrando gli obiettivi
dell'esercitazione per quanto era di loro competenza e
approfittandone per presentarli a Nerone Niger.
Non appena l'assemblea fu sciolta Nerone si mise in marcia per
tornare a casa e Dedalo e io stesso l'accompagnammo fino al limite
del nostro accampamento. Sulla strada del ritorno, Dedalo era
insolitamente silenzioso, tanto che non potei fare a meno di
chiedergli che cosa avesse in mente. Fece ancora qualche passo senza
rispondermi, poi mi guardò aggrottando la fronte.
«Vuoi a tutti i costi che questo finto attacco funzioni, non è così?
Questo l'ho capito benissimo, ma non mi piace affatto. È pericoloso
come una baldracca con i denti affilati. Perché correre il rischio che
qualcuno di questi sprovveduti si lasci prendere dal panico e metta a
segno una o due frecce, colpendo qualcuno dei nostri prima che
abbiamo modo di dire loro che è tutta una finta, un'esercitazione in
vista di pericoli futuri? La morte anche di uno solo dei nostri uomini
sarebbe un prezzo troppo alto da pagare, almeno così sembra a me,
qualunque possa essere il risultato di questa azione. Cosa ci importa
se costoro sono pronti o non lo sono affatto? Non sono abbastanza
numerosi perché cambi qualcosa. Quanti uomini hanno, un
centinaio? Non è una guarnigione, al massimo è un caposaldo, e per
giunta ridotto all'osso.»
Non tentai neppure di rispondergli fino a quando non fummo di
ritorno al centro dell'accampamento; poi feci un cenno in direzione
della tenda destinata al comando e suggerii di riprendere lì la nostra
conversazione. Mi seguì senza dire una parola e si sedette sull'unica
sedia comoda, accanto alla tavola destinata all'ufficiale della guardia.
Quindi si appoggiò allo schienale e incrociò le braccia sul petto,
appoggiandole sulla corazza, in attesa che io parlassi. Tra tutti noi,
Dedalo era quello che aveva la lingua più affilata e forse
l'intelligenza più vivace. In passato mi aveva colpito così tante volte
con il suo intuito e la sua capacità di cogliere al volo il punto debole
di ogni situazione che da lui non mi aspettavo niente di meno. Mi
appoggiai dunque sul bordo del tavolo, proprio davanti a lui.
«Hai ragione, Ded» ammisi. «È pericoloso. Ma ho considerato il
rischio, e credo che ne valga la pena. Se riusciremo a convincere
questa gente a rafforzare le proprie difese, avremo creato un'isola
ben armata proprio al centro di questa regione. Sono d'accordo con
te che cento uomini non fanno una guarnigione, ma potrebbero
costituirne l'inizio. Sai benissimo che un tempo anche Camelot non
aveva più di un centinaio di uomini d'armi e guarda qual è oggi la
nostra forza!»
«Sì, ma quanto c'è voluto? Sessantacinque anni? Sessantacinque
anni per arrivare a essere forti. Ma queste persone non hanno tutto
questo tempo a disposizione. E perché poi vorresti creare un'isola
sicura da queste parti? Che differenza può fare? Questa gente
potrebbe essere spazzata via domani, o la prossima settimana.»
«È vero, ma forse potrebbe non essere così, se fosse aiutata.»
Si irrigidì leggermente e i suoi occhi si spalancarono in modo quasi
impercettibile. «Aiutata da chi, da Camelot?»
«Perché no?»
Distolse lo sguardo, come mi ero aspettato che facesse, mentre il
suo viso si faceva sempre più scuro a mano a mano che inseguiva i
pensieri che gli frullavano per la testa. Finalmente mi guardò di
nuovo negli occhi.
«Stai prendendo in considerazione l'idea di trattenere i nostri
uomini qui, per aiutare questa gente?»
«No, assolutamente no.»
«Bene, che Cristo sia lodato per questo! I nostri soldati non
vedono l'ora di andare a casa, e se lo sono davvero guadagnato.»
«Certamente. Ma quello che ho in mente è di inviare un altro
contingente, una volta che saremo arrivati a casa, che faccia
esattamente quello che hai detto. Forse un centinaio di uomini.»
«Ma è un lusso che non possiamo permetterci, Merlino, non
abbiamo un centinaio di uomini da sprecare così. Stiamo per entrare
in guerra, quanto meno in Cambria, e forse anche contro i Danesi
della Northumbria.»
«Non è un lusso, Ded, è una necessità. Un giorno o l'altro,
avremo bisogno dell'aiuto di gente come il clan di Appio Niger e
temo che non passerà molto tempo. Ma allora dovranno esserci
decine e decine, forse centinaia, di insediamenti simili, sparsi su tutto
il territorio. Pensaci: anche soltanto un paio di decine, che possano
mettere in campo un centinaio di uomini ciascuna, ci procurerebbero
una forza di duemila uomini.»
«No, Merlino, usa la testa! Che ne è della tua logica? Una decina
di insediamenti di questo tipo non ci procurerebbe ma ci priverebbe
di un migliaio di uomini, sparpagliati in dieci diverse guarnigioni,
piccole e inutili.»
Mi caddero le braccia mentre dovevo ammettere l'indiscutibile
verità di quanto aveva appena detto, eppure...
«Dannazione, Ded, so di avere ragione. Hai letto anche tu l'ultima
lettera di Ambrogio, quando parlava dei problemi che devono
affrontare a Camelot. Pur con gran parte delle nostre truppe
attualmente acquartierate a Dchester e con i campi che abbiamo
aggiunto a quelli che già avevamo, siamo quasi al punto di avere
troppe bocche da sfamare e troppe teste a cui dare un tetto. Questo
potrebbe essere un modo per alleggerire l'affollamento, almeno
temporaneamente, e per nutrire tutti meglio!
Guarda quanti campi fertili ci sono qui intorno che, restando
inutilizzati, finiranno per andare in malora e dimmi perché deve
essere così! Da queste parti c'è una gran quantità di manodopera che
continua a rimanere in ozio, e non sto parlando solo di combattenti.
Sto pensando soprattutto ai contadini, gente senza casa che vive ai
margini della foresta, gente che ha trovato riparo in capanne di
fortuna nei dintorni di città ormai in rovina, migliaia di derelitti che
sopravvivono come possono, vivendo isolati perché temono che
raggruppandosi in insediamenti più grandi attirerebbero i razziatori.
Se di questi infelici ce ne sono abbastanza da queste parti, e se
possono essere radunati e portati a vivere insieme per il loro stesso
bene, per la loro protezione e il loro benessere, se in qualche modo
si riesce a insegnare loro a credere alla semplice possibilità di tutto
ciò, allora saranno invincibili tanto saranno numerosi.
Tuttavia, so anche che tu hai ragione. Da un punto di vista
logistico sarebbe quasi impossibile, e su questo c'è poco da fare. Non
possiamo insediare guarnigioni in tutti i centri che ci chiedono aiuto.
Non disponiamo di forze sufficienti, anche se siamo forti. Da parte
mia si è trattato soltanto di un pio desiderio, nient'altro. Perdonami
per averti costretto ad ascoltarmi.»
Dedalo rimase in silenzio ancora per un po', mordendosi il
labbro; quel suo atteggiamento tanto insolito mi sorprese non poco:
conoscendolo mi sarei infatti aspettato che scattasse in piedi e si
congratulasse con me per aver dato ascolto alle sue obiezioni.
«Bene,» disse infine pensieroso «dopo quello che mi hai appena
detto, se considero tutta la faccenda da un punto di vista
leggermente diverso non mi riesce più di capire quanto tu sia
davvero fuori strada. Forse vale la pena di pensarci su. Tutto
sommato nella tua idea c'è un bel po' di buon senso. Hmm...» Attesi
mentre la sua voce si perdeva in un lungo silenzio. Poi riprese
borbottando. «Non so. A dire la verità penso che l'unica cosa che
non va sia la realizzazione.»
«Che cosa vuoi dire?»
Sbuffò, ma era quasi una risata.
«Tu sei mezzo romano. Fallo per metà alla maniera romana, ma
questa metà completala.»
Lo guardai pieno di stupore. «Non ho idea di che cosa tu stia
parlando.»
«Sì che ce l'hai, se solo ci pensi un attimo. In che modo i Romani
hanno creato i loro possedimenti, al tempo della repubblica e poi
dell'impero?»
Lo fissai, consapevole di un barlume di eccitazione che cominciava
a farsi strada nel mio petto. «Trasformando i popoli conquistati in
alleati, utilizzandoli come truppe ausiliarie e insegnando loro a
combattere con la tecnica romana.»
«Giusto. Ma Camelot non ha alcun bisogno di conquistare le
persone di cui stavi parlando, dunque in questa fase non ci sarà
spargimento di sangue. Tutto quello che devi fare è convincerli che
hanno bisogno di aiuto e che tu sei disposto a darglielo. Non
dovrebbe essere difficile. Devi ridare loro la speranza che hanno
perso. Nulla di più facile, in fondo.
Manda pattuglie, inviale con scadenza regolare, e ciascuna sia
formata da una coorte. Ordina a ciascuna coorte di fermarsi due
giorni in ogni località che deve visitare. Non appena vi sarà giunta,
vi costruirà un accampamento fortificato e quando poi se ne andrà,
lo lascerà, intatto, a uso della gente del posto. In ogni caso, non
mancano certo gli alberi con cui costruire palizzate. Muri fatti di
tronchi d'albero e robusti parapetti di terra danno una concreta
sicurezza. Una volta ultimati gli accampamenti, i locali potranno
costruire all'interno delle mura e fare loro stessi da guarnigione,
mentre Camelot potrà fornire l'addestramento di base di cui hanno
assoluto bisogno. Non sarà necessaria una base permanente di un
migliaio di effettivi, ma se per fare questo designerai quattro diverse
coorti e le terrai occupate, alternandole due a due in continui
pattugliamenti, alleggeriremo l'affollamento nella nostra Colonia,
impegnando in modo proficuo un migliaio di uomini e soprattutto
tenendoli lontani da Camelot a tempo pieno. Ma il bello è che
saranno anche facilmente raggiungibili, qualora ci trovassimo in
difficoltà. Venti uomini per ogni accampamento, in un primo
momento, un drappello di cavalleria e uno di fanteria, dovrebbero
raggiungere il risultato che vuoi. Infine, ottieni il sostegno dei capi
locali, degli anziani e dei maggiorenti, e il loro entusiasmo
infiammerà gli altri. Non appena avranno visto che possono
difendersi da soli, il nostro compito sarà quasi completato. Oltre a
questo, tutto ciò che resterà ancora da fare sarà inviare regolarmente
delle pattuglie che passino a controllare secondo una scadenza ben
precisa e offrano la speranza di un aiuto qualora si verifichi
un'invasione o un attacco. Nient'altro. Poi, se la guerra arriverà nella
regione, avremo delle truppe locali con cui combattere.»
Si fermò, lasciandomi il tempo di digerire quanto aveva detto,
quindi aggiunse: «Funzionerà, Merlino. La tua idea era giusta, era il
modo in cui intendevi realizzarla che non andava bene. Non
ringraziarmi per le mie intuizioni. È terribilmente noioso dover
ascoltare in continuazione espressioni di gratitudine...».
Rimasi a sedere, sbalordito, meditando sui possibili sviluppi della
situazione che aveva appena prospettato. Dedalo, quando fu certo
di avermi dato elementi sufficienti su cui riflettere, sbadigliò, si
stiracchiò, e poi scattò in piedi borbottando qualcosa sul bisogno di
farsi un sonnellino, dal momento che era stato in servizio tutta la
notte.
Mi accorsi a mala pena che stava uscendo.
Così, semplicemente e in apparenza del tutto casualmente, ebbe
inizio il processo che avrebbe cambiato la terra di Britannia e
trasformato il destino di Artù da quello di comandante legato delle
forze di Camelot in Riothamus, sommo re della Britannia
Occidentale. Che tutto questo sia potuto accadere fu strabiliante; che
sia accaduto così rapidamente fu pressoché miracoloso; il fatto è che
il momento e le condizioni erano adeguate alle necessità, e il lievito
che ispirò il cambiamento fu la speranza.
Il nostro "attacco" all'insediamento di Nerone fu un vero successo.
Nonostante il terrore che provocò alla sua gente, il sollievo
prodotto dalla rivelazione che si era trattato semplicemente di un
espediente architettato dal loro comandante fu tale da far superare
l'eventuale risentimento di alcuni membri della comunità,
soprattutto dei più anziani. Durante l'incursione nessuno fu ferito, e
questo era già di per sé un segno della perfetta riuscita dell'attacco e
del livello di impreparazione e di inefficienza degli uomini di
Nerone. Ad azione compiuta, quando Nerone ebbe spiegato
all'assemblea generale della sua gente a che cosa mirassimo un'alleanza tra la loro comunità e Camelot, alleanza che nella fase
iniziale sarebbe stata pesantemente sbilanciata a loro favore - fu
rapidamente presa la decisione di dare inizio immediatamente ai
lavori di fortificazione. Il che portò ben presto all'identificazione del
vero motivo per cui fino a quel momento non si era fatto nulla:
quello che mancava non era la volontà di intraprendere il lavoro,
ma la capacità, dal momento che tra la gente di Nerone non c'era
nessuno che disponesse delle conoscenze indispensabili per innalzare
quelle mura così terribilmente necessarie. Persino il soldato più
anziano, un autentico veterano delle legioni romane, non aveva mai
partecipato alla costruzione di un accampamento fortificato. In
parole povere, non aveva mai prestato servizio sotto Caio
Britannico e Publio Varro.
Mentre assistevamo alla crescente costernazione della gente di
Nerone, diedi uno sguardo a Dedalo, che dapprima guardò
Benedetto e Filippo, poi si consultò con loro, parlottando a bassa
voce. Qualche istante dopo, si voltò e mi fece un cenno.
«Due giorni» disse. «In due giorni possiamo tracciare la pianta,
indicare quali alberi tagliare e come innalzare la palizzata, e infine
aiutarli a iniziare lo scavo.» Si fermò, guardandomi dritto negli occhi.
«Non vorrai che i miei uomini facciano lo scavo per loro, non è
così?»
Gli sorrisi. «Come può venirti anche soltanto in mente di fare una
domanda simile?»
Il terzo giorno riprendemmo il nostro viaggio verso casa, dopo
aver lasciato la gente di Nerone impegnata nelle opere di
fortificazione. Avevo promesso di inviare un'altra spedizione che
controllasse i progressi del loro lavoro non appena fossimo arrivati a
casa e avessimo presentato la nuova alleanza al Consiglio di
Camelot. Se il Consiglio avesse dato la sua approvazione, promisi
che la nuova spedizione avrebbe portato aiuti e rifornimenti sotto
forma di armi e armature. Ci sarebbero stati anche degli istruttori che
avrebbero lavorato con la guarnigione di Appio, addestrando nuove
reclute e insegnando loro non solo a maneggiare le armi ma anche le
più elementari tecniche di combattimento. Nel contempo, queste
truppe avrebbero lavorato con Nerone e i veterani per mettere a
punto le strategie necessarie per organizzare la difesa della loro
comunità. Il nostro taciturno Benedetto si era subito offerto di
guidare la spedizione successiva e, già di per sé, questo lasciava ben
sperare.
Durante gran parte dei cinque anni seguenti Camelot andò in
guerra senza coinvolgere minimamente nessuno dei suoi nuovi
alleati, e lo fece su due fronti distinti, il che normalmente viene
considerato suicida dagli esperti di strategia militare. Eppure il
cambiamento radicale che ho appena descritto continuò senza alcun
impedimento, in grandissima parte agevolato dai costanti sforzi e dai
continui incoraggiamenti degli uomini di Camelot.
In qualsiasi altro momento e in qualsiasi altro luogo, quanto
fecero i nostri eserciti in quei cinque anni sarebbe stato giudicato
impossibile. Che una comunità - perché questo eravamo, una
semplice comunità, non uno stato e neppure una città - potesse
dedicare se stessa e tutte le proprie risorse a due guerre, su due fronti
e per di più contemporaneamente, sarebbe sembrato assurdo agli
occhi di persone civili e sane di mente. Nonostante tutto, fu proprio
questo ciò che facemmo, e il motivo per cui ci riuscimmo, se
dichiarato senza tanti giri di parole, potrebbe apparire banale: era il
nostro momento.
Camelot, la giovane, vigorosa Colonia in cui si realizzava il sogno
dei suoi due fondatori, stava entrando nel periodo di massimo
splendore. Da quando era stata creata erano passati più di
sessantanni, gran parte dei quali erano stati dedicati diligentemente e
incessantemente a prepararsi per far fronte alla catastrofe e per
sopravvivere alle sue conseguenze. Avevamo un esercito ben
disciplinato, forte di novemila uomini, oltre la metà dei quali
costituita da una ben addestrata cavalleria pesante, comandati da
ufficiali di prim'ordine, con comportamenti e principi modellati sugli
ideali della Roma repubblicana. Avevamo costituito tre armate,
piccole ma efficaci, ciascuna delle quali aveva un numero di uomini
pari alla metà di una legione romana tradizionale, poiché
comprendeva millecinquecento fanti e altrettanti cavalieri; anche se
le dimensioni erano la metà di quelle di una legione, ciascuna armata
aveva un'efficienza più che doppia di quella mai raggiunta da
qualsiasi altra. La loro potenza e la loro terribile forza d'urto erano il
risultato della mobilità e della versatilità della nostra cavalleria: una
cavalleria pesante di mille uomini e un contingente più veloce e
armato in modo leggero - un'innovazione pensata e messa a punto
da mio fratello nei cinque anni da me trascorsi a Ravenglass - per
ciascuna delle tre armate. L'associazione di un armamento superiore,
di una disciplina ferrea e di uno stato maggiore efficiente diedero a
Camelot la supremazia in Britannia, ma ciascuno di questi tre
elementi dipendeva strettamente dagli altri due.
V.
Sebbene fossi nato e cresciuto a Camelot e, dalla morte di mio
padre, ne fossi stato il comandante legato, quanto trovai al mio
ritorno mi prese alla sprovvista e mi commosse fin quasi alle lacrime.
Avevo lasciato una Colonia prospera, ma che, malgrado l'aspetto
militare delle fortificazioni, era essenzialmente una comunità
agricola, sia pure di notevoli dimensioni, dominata da una fortezza
appollaiata sulla sommità di una collina. Ciò che trovai dopo i
cinque anni di assenza era talmente diverso che mi riusciva difficile
cogliere appieno i cambiamenti.
Tutto cominciò non appena arrivammo al punto in cui la strada
secondaria che porta a Camelot si congiunge con la strada principale
che va a sud, verso Isca. Questa strada secondaria, pur essendo
molto usata, non era altro che una semplice pista, due solchi di
ruote, ampi e paralleli, divisi da una striscia centrale di terreno non
spianato ed erboso, larga quanto un assale di carro. Ora invece era
diventata una strada, larga il doppio di prima e perfettamente
livellata, priva di tracce di erba o di solchi lasciati dalle ruote dei
carri sulla sua superficie inghiaiata. Invece di puntare direttamente
verso la strada principale, in modo da formare una T, la nuova
strada piegava verso destra proprio all'altezza dell'incrocio, per poi
confluire nella grande via romana, puntando verso sud, verso
Ilchester e la nuova guarnigione, come capii più tardi.
A una cinquantina di passi dalla strada principale c'era un nuovo
edificio destinato al distaccamento di guardia; era una costruzione di
pietra, con un tetto di spesse tegole, grande abbastanza da alloggiare
una ventina di uomini e dotata di stalle per dieci cavalli.
Le sentinelle uscirono immediatamente e si misero in riga non
appena Dedalo, Filippo e io, che cavalcavamo alla testa del nostro
gruppo, arrivammo all'incrocio. Ogni movimento era militarmente
perfetto, la disciplina del distaccamento esemplare. Il comandante
della guardia, un decurione a me sconosciuto, si fece avanti per dare
formalmente il benvenuto a Filippo e Dedalo, poi permise a tutti noi
di passare. A dire la verità aveva guardato anche me, ma senza
riconoscermi; ne rimasi sorpreso e avvilito: ero a Camelot, a casa
mia e non mi avevano riconosciuto! Poi mi ricordai che, subito dopo
la mia partenza, avevo fatto di tutto per cambiare il mio aspetto il
più radicalmente possibile, dal colore dei capelli al tipo di
abbigliamento; avevo persino cercato di mutare il portamento.
Avevo voluto diventare, ed ero diventato, mastro Cay, un semplice
contadino quanto più diverso possibile dal comandante Merlino di
Camelot. E in effetti il comandante della guardia che mi aveva
guardato aveva visto soltanto un contadino a cavallo, vestito
modestamente, che cavalcava a fianco dei capi di una spedizione
militare di ritorno alla base.
Comunque, lo smarrimento scomparve in fretta e la cosa
cominciò a divertirmi.
Rimasi indietro, fermo accanto al posto di guardia, in paziente
attesa che i miei compagni d'arme proseguissero, lasciando che gli
squadroni che avevo comandato mi sfilassero davanti finché fui
raggiunto dai carri. Shelagh e Donuil e tutte le loro masserizie
riempivano il primo, poi veniva Tressa, seduta a cassetta sul nostro,
accanto a Derek che lo guidava. La sua cavalcatura, uno dei cavalli di
Camelot che io stesso gli avevo regalato, era legata al fondo del
carro e avanzava con tranquillità. Mentre passavano feci loro un
cenno, poi sollevai una gamba, facendola passare sulla schiena del
mio cavallo, e dalla staffa saltai direttamente sul retro del carro,
legando le redini accanto a quelle del cavallo di Derek, prima di
infilarmi nell'interno per cercare di raggiungere Tress e Derek;
avanzavo con cautela e a un certo punto fui costretto persino ad
arrampicarmi su casse e cassette. Mi sistemai alle loro spalle,
inginocchiandomi su di un sacco e infilando la testa in mezzo a loro
dopo aver dato un bacio sulla guancia a Tress.
Derek si voltò a guardarmi.
«A che cosa dobbiamo un simile onore? Noi siamo dei semplici
visitatori. Per te invece questo è un ritorno a casa: dovresti essere là
davanti, alla testa dei tuoi uomini.»
Risi, ma si trattò di una risata amara quanto bastava perché Derek
si voltasse di nuovo per guardarmi più attentamente; a quel punto
dissi loro che cosa avevo appena scoperto circa il mio attuale
aspetto. Dopo qualche istante Tress mi chiese perplessa: «Ma eri
davvero così diverso allora?».
Naturalmente Tress non mi aveva mai visto senza travestimento e
dunque non sapeva come fosse l'uomo che Connor chiamava Testa
Gialla. Fin dal primo momento in cui ci eravamo conosciuti ero
sempre stato Cay dai capelli castani e dagli abiti semplici del
contadino. Avevo appena ricominciato a ridere quando la
consapevolezza della realtà mi fece morire la risata sulle labbra.
«Bene,» borbottò Derek «Merlino di Camelot non esiste fuori dalla
sua armatura. È forse importante in questo momento? Non credo
proprio, visto che l'armatura non può fare nulla senza l'uomo che la
indossa. Il fatto che non ti abbiano riconosciuto significa
semplicemente che nessuno si accorgerà che sei tornato a casa finché
tu stesso non deciderai di farti riconoscere; il che vuol anche dire
che, per il momento, sei libero di sederti qui con noi e di spiegarci
tutto quello che vediamo lungo la strada.»
Feci scivolare il braccio destro attorno alla vita snella e morbida di
Tress e appoggiai la mano sinistra sulla spalla di Derek.
«Potrei non essere neppure in grado di fare questo, amico mio,
dal momento che già ora sono assai perplesso. Quando sono partito,
il posto di guardia non c'era e la strada su cui stiamo viaggiando era
soltanto una vecchia pista erbosa. Per ora sono le uniche due cose
che mi dovrebbero essere familiari, invece sono cambiate tanto da
essere irriconoscibili. Cercherò comunque di mostrarvi quello che
posso. Però dovete farmi posto: Tress, spostati verso il centro così mi
potrò sedere accanto a te, dalla parte della strada.»
Da quel momento in poi, lungo tutto il tragitto per arrivare a
Camelot vidi novità ovunque e feci del mio meglio, almeno per
qualche tempo, per mostrarle loro. Da entrambi i lati della strada,
gran parte degli alberi, che un tempo erano stati tanto fitti da
formare una sorta di muro, era stata tagliata e sradicata; il loro
legno, lo scoprii in seguito, era stato utilizzato per costruire case e
mobili, e inoltre nuovi acquartieramenti a Ilchester. L'abbattimento
degli alberi aveva anche permesso di creare nuovi campi, che ora
apparivano sempre più vasti e numerosi ai due lati della strada.
Dovunque guardassi, vedevo case, tutte di legno, anche se alcune
più robuste e meglio costruite di altre. Infine, laddove un tempo non
c'erano che conigli, scoiattoli, cervi e orsi che si muovevano
silenziosamente nel folto della vegetazione, ora una miriade di
persone erano impegnate nelle loro attività quotidiane.
A mano a mano che avanzavamo, notai intorno a me dei
cambiamenti così numerosi e radicali che la mia mente faceva fatica
a prenderne atto, tanto che non mi restò che proseguire in silenzio,
cercando di non vedere. E i miei compagni mi lasciarono stare.
Quando fummo ormai vicini al termine della strada - la fortezza
di Camelot distava qualche centinaio di passi sebbene fosse ancora
nascosta alla nostra vista da una fitta cortina di alberi - il risuonare di
voci infantili che si facevano sempre più forti mi strappò ai miei
pensieri. Eravamo arrivati in un punto in cui, a destra della strada,
rimanevano solo pochi alberi giganteschi.
Artù, Bedwyr, Gwin e Ghilly, in groppa ai loro cavalli, erano
fermi sul ciglio della strada e guardavano in silenzio il prato che si
estendeva davanti a loro. Mentre ci avvicinavamo lentamente con il
nostro carro, Artù si voltò verso di me, alzando le sopracciglia in una
muta domanda.
Le voci dei bambini, impegnati nei loro giochi allegri e chiassosi,
erano talmente squillanti da coprire lo scricchiolio dei carri e il
crepitio delle pietre del selciato schiacciate dalle ruote cerchiate di
metallo.
Sembrava che in quel prato ci fossero centinaia di bambini di tutte
le età. Davano l'impressione di spuntare da ogni parte, davanti e
attorno a un edificio lungo e basso, fatto di tronchi d'albero e con il
tetto di paglia; nella parte superiore i muri presentavano ampie
aperture, anche se si poteva chiaramente vedere il punto in cui era
possibile posizionare delle imposte nei giorni con condizioni
climatiche meno favorevoli. Avrei voluto fermarmi e dare uno
sguardo, ma avrei dovuto costringere a una sosta tutto il convoglio
che ci seguiva; così mi accontentai di allungare il collo per vedere il
più possibile strada facendo. Artù fece voltare il suo cavallo e lo
affiancò al nostro carro, con la palese intenzione di farmi una
domanda, ma fu Derek a parlare per primo.
«Che cosa diavolo succede da quella parte? Non ho mai visto
tanti marmocchi riuniti nello stesso posto. È un accampamento? Un
accampamento per bambini?»
Scossi la testa guardando Artù, che, lo sapevo, stava ascoltando
con attenzione.
«No, non credo proprio. Non è un accampamento. Credo che sia
una scuola.»
Il viso di Derek era del tutto inespressivo.
«Una che cosa? Che roba è una scuola?»
«Un luogo in cui i bambini imparano le loro lezioni, a leggere e
scrivere, innanzi tutto. Più o meno come facevano Artù e gli altri
ragazzi a Mediobogdum. Anche noi avevamo una scuola lassù, solo
che i bambini erano pochi. Questa sembra molto meglio
organizzata.» Mi rivolsi ad Artù. «Perché hai una faccia così scura?»
Allontanò leggermente il cavallo dal carro in modo da potermi
guardare in faccia senza dover alzare troppo la testa. «Dovrò andare
in quella scuola lì?» La prospettiva non sembrava piacergli troppo.
Gli sorrisi. «Ne dubito proprio. La tua prossima scuola sarà un
accampamento militare, se starà a me decidere. Per inciso, il più
grande di quei ragazzini avrà sì e no dodici anni. Quell'età tu
dovresti averla superata, non è così?»
Aggrottò leggermente le sopracciglia, finché si accorse che lo stavo
prendendo in giro; allora sorrise e tirò le redini, lasciandosi superare
mentre faceva dietro front per raggiungere i suoi compagni. Ben
presto davanti a noi risuonò il primo penetrante squillo di tromba,
subito seguito da altri che gli facevano eco in lontananza, a mano a
mano che si diffondeva la notizia dell'arrivo dei visitatori.
Qualche istante dopo superammo l'ultima curva, ed ecco davanti
a noi Camelot, imponente sulla sommità della collina. Potei udire
che Tress tratteneva il respiro, mentre Derek si lasciava sfuggire un
leggero fischio.
«Dunque, quella è Camelot» mormorò, più a se stesso che a
qualcuno in particolare.
«Sì, quella è Camelot. Siamo a casa, Tress. Che te ne pare?»
«È... meraviglioso» mormorò, e io risi ancora, sentendo l'orgoglio
crescere dentro di me.
«Non più di quanto lo sei tu, ragazza, ed è tuo, tutto tuo.»
Si voltò verso di me, credendo che la stessi prendendo in giro.
«Perché dici questo, Cay?»
«Perché dico cosa? Che è tuo? Ma lo è! Per lo meno, è tuo tanto
quanto è mio, in altre parole, tutto e niente. Le famiglie da cui
provengo, quella di Britannico e quella di Varro, hanno fondato ed
edificato questo luogo Tress, e da allora noi lo abbiamo difeso e
governato. È stato costruito sulle terre di Britannico, ma non
abbiamo mai pensato di esserne i padroni. I discendenti di Britannico
sono i custodi di questo luogo, lo hanno semplicemente in consegna,
ma comunque sia è affidato a loro. E come mia moglie, tu ne sarai la
castellana.»
«E Ludmilla?»
Il gelo, del tutto inatteso, della sua voce mi lasciò sconcertato.
«Ludmilla? Tu e lei...»
«Ludmilla è la padrona di casa, qui a Camelot, Cay - la castellana,
come dici tu - e lo è stata fin da quando tu te ne sei andato, forse
anche da prima che tu te ne andassi. È la moglie di tuo fratello e lui è
stato l'unico a comandare qui negli ultimi sei, quasi sette anni, il che
significa che anche lei ha comandato qui. Ti aspetti forse che oggi ti
sia sufficiente entrare e mandarla via, mettendo me al suo posto?»
«No, ma...»
«No, ma cosa? Pensi che Ludmilla si accontenterà di ritirarsi e di
rinunciare a quanto ha fatto per mandare avanti questo...» Cominciò
a farfugliare, cercando la parola più adatta per completare la frase.
«... questa città? Credi proprio che mi sarà grata perché io, una
semplice serva di Ravenglass, sono entrata nel suo mondo e l'ho
mandata via?»
«Tressa!»
«Tressa! Tressa! Cay, sono assolutamente seria.» Sebbene parlasse
con un tono pacato, la sua disapprovazione sembrava farsi sempre
più profonda a mano a mano che andava avanti. «Hai mai pensato,
poco o tanto, a quella che sarà la mia situazione qui? Non sono tua
moglie, non ancora. In questo posto io non ho alcun diritto, e non ti
permetterò di parlare o di comportarti come se ne avessi, o dovessi
averne, o potessi desiderare di averne. Io sono la tua... compagna,
niente più, la tua convivente, anche se la maggior parte della gente
qui dirà semplicemente che sono la tua amante, il che è la verità. Ma
non voglio essere considerata una presuntuosa o una piantagrane, e
non voglio che qualcuno mi faccia passare per quello che non sono,
soprattutto contro la mia volontà. Mi hai sentito?»
«Sì, Tress, ti ho sentito benissimo. E deve averti sentita anche
Shelagh, nel carro davanti al nostro, ne sono certo.» Ero veramente
sbalordito dalla reazione provocata da quelle che, a mio parere,
erano semplici osservazioni, assolutamente veritiere.
Le mie parole la convinsero a controllarsi di più, e a guardarsi
rapidamente attorno.
«Parlavo ad alta voce? Non mi sembra di averlo fatto.»
«Beh, forse non ad alta voce, ma con veemenza.»
La sua voce tornò ad avere un timbro normale. «Veemenza?
Vorrebbe dire che mi sono espressa con forza, che ti sono sembrata
decisa? Se è questo che significa, allora è così che mi sento. Non
voglio essere... com'era quella parola... la castellana, qui. Il solo
pensarci mi fa paura, Cay. Non so proprio come si faccia.»
Le feci scivolare un braccio attorno alle spalle.
«Lo so, Tress, lo so. Ma puoi imparare, e lo farai, nel modo che
vorrai. Ludmilla ti insegnerà, vedrai. Non è il caso che cominci oggi
o domani, e neppure la settimana prossima, amore mio. Nessuno te
lo chiederà. Vivrai con me, nella mia casa, e ci sposeremo. Come
mia moglie, imparerai a tempo debito come mandare avanti la casa,
con calma e con il sincero aiuto di Ludmilla. Ora però calmati, c'è già
qualcuno che si sta avvicinando per darci il benvenuto.»
Davanti a noi, in lontananza, avevo visto colori vivaci e del
movimento; un gruppo di persone era appena uscito dalla porta
principale del forte e si era messo in cammino verso di noi per darci
il benvenuto.
Tressa guardò in quella direzione, poi si alzò immediatamente,
salì con garbo sulla panca su cui era stata seduta e sparì nell'interno
del carro, sotto la copertura di cuoio. Sapevo che avrebbe avuto
tutto il tempo per fare quello che riteneva di dover fare, e cioè per
rendersi presentabile, in base ai suoi criteri, se non altro. Infatti era
evidente che la delegazione di benvenuto non ci avrebbe raggiunto
ancora per un po'.
Mi sistemai più comodamente sulla panca, accanto a Derek, che
stava guardando sulla destra verso l'ampia spianata destinata alle
esercitazioni: proprio nel momento in cui uscivamo dalla foresta
diversi distaccamenti di cavalleria stavano galoppando ed eseguendo
manovre. Ora però erano tutti immobili, con gli occhi fissi su di noi.
Non appena mi accorsi che si erano fermati, in lontananza
risuonò una voce forte e perentoria, e tutti si misero in movimento,
riprendendo la manovra appena interrotta.
«Quello è il luogo destinato alle esercitazioni, Derek, è lì che si
allenano i nostri soldati, ed esiste da quando abbiamo iniziato a
costruire il forte sulla collina.
Né erbacce, né fiori, neppure un filo d'erba ha mai fatto in tempo
a mettere radici prima che lo zoccolo di qualche cavallo non lo
avesse calpestato o sradicato. In piena estate neanche la polvere
riesce a depositarsi. Il forte è il centro delle difese di Camelot, ma la
spianata in cui si esercitano le truppe è il cuore della nostra forza.»
Derek non mi rispose direttamente. Mormorò semplicemente: «È
davvero grande.».
«Sì, è così. È molto più grande di quanto fosse quando sono
partito per Ravenglass, sei anni fa. Quello è Ambrogio, alla testa dei
suoi soldati. Non c'è pericolo di sbagliarsi, ti pare?»
La pattuglia che veniva a darci il benvenuto aveva ormai
raggiunto la testa del lungo convoglio e stava scambiando saluti con
Filippo, Falvo e Dominic che cavalcavano davanti a tutti. Potei
vedere mio fratello che costringeva il suo cavallo a voltarsi mentre
mi cercava tra i carri, e poi galoppava verso di noi, salutando di
tanto in tanto quando gli capitava di scorgere visi che gli erano noti.
Non appena raggiunse il primo carro, dove a cassetta sedevano
Donuil e Shelagh, fermò addirittura il cavallo per scambiare qualche
parola.
Mentre parlavano, Artù arrivò di gran carriera con i suoi tre
amici, poi si fermò, improvvisamente intimidito, in attesa che lo zio
Ambrogio lo riconoscesse. Ambrogio salutò con effusione tutti e
quattro i ragazzi, poi si sporse in avanti sulla sella, mormorò
qualcosa all'orecchio di Artù, infine diede una pacca sulla groppa del
suo cavallo, e i quattro ragazzi partirono al galoppo verso il forte
ancora lontano. Rimase a osservarli mentre si allontanavano, disse
ancora qualcosa a Donuil o a Shelagh, poi saltò giù da cavallo e con
il viso illuminato da un gran sorriso corse verso di noi che lo
stavamo aspettando. Saltai giù anch'io per salutarlo e ci gettammo le
braccia l'uno al collo dell'altro.
Infine mi scostò, afferrandomi con forza le spalle, e mi fissò negli
occhi. «Bentornato a Camelot, fratello» disse affettuosamente. «La tua
casa ti attende e tutto è pronto per il tuo ritorno.» Il suo sorriso si
trasformò in un sogghigno. «I tuoi abiti, i tuoi veri abiti, sono stati
lavati e asciugati e ora sono pronti per essere indossati, e la tua
armatura è più lucida di quanto sia mai stata. Finalmente è arrivato il
momento di lavare via la tintura dai tuoi capelli e di riprendere la
posizione che ti spetta. Non c'è posto qui per il contadino Cay.
Questa è la casa di Merlino.» Guardò verso l'alto, scrutando il
vagone. «Dov'è Tressa?» Ma poi di colpo spalancò gli occhi per la
sorpresa. «Derek di Ravenglass! Benvenuto a Camelot.»
A quel punto Tress spuntò dall'interno del carro e si fermò,
tenendosi al bordo della panca e sorridendo ad Ambrogio, con gli
occhi spalancati e uno sguardo timido. Ambrogio si fece avanti e
appoggiò un piede sul mozzo della ruota anteriore, poi saltò su per
prenderle la mano e darle un bacio sulla guancia. «Benvenuta anche
tu, cara Tressa. Non vedevamo l'ora che tu arrivassi. Benvenuta.
Ludmilla era preoccupata, poiché temeva che strada facendo potesse
esserti successo qualcosa, ma, se avessimo saputo che con te c'era re
Derek, le sue preoccupazioni sarebbero svanite.» Derek arrossì e
sorrise all'udire quelle parole.
Ambrogio si sistemò sull'estremità della panca e si rivolse a me,
continuando a tenere la mano di Tress. «Hai visto dei cambiamenti,
eh, fratello? Ti prometto che ne vedrai ancora di più. Ma di questo
parleremo in seguito; per il momento dobbiamo portarvi a casa e
darvi da mangiare. Dovete essere affamati e pronti per un bel bagno
caldo e un energico massaggio. Dopo ci sarà tempo per rilassarsi,
magari per bere un po' di idromele e fare quattro chiacchiere al
caldo e comodamente. Domani sera si terrà una gran festa in vostro
onore, e sarà davvero in grande stile, dal momento che tutti
vogliono parteciparvi. Dovremo utilizzare la spianata per le
esercitazioni perché è l'unico posto in cui ci potremo stare tutti, ma
per ultimare i preparativi ci vorrà tutto il giorno.»
Si rivolse di nuovo a Tressa, sempre tenendole la mano.
«Ci spiace farvi attendere un intero giorno mentre dovremmo
festeggiarvi questa sera stessa, mia cara Tressa, ma non abbiamo altra
scelta. La spianata viene usata quotidianamente per le manovre. Per
domani abbiamo deciso un giorno di vacanza, e l'intera giornata sarà
dedicata ai preparativi. Bisogna tirare su tende, sistemare sedie e
tavoli, accendere fuochi e cucinare.
Abbiamo messo da parte una grande quantità di cibo. Pensa che
ogni giorno, per una settimana e più, c'è stato chi è andato a caccia e
a pesca, così nessuno resterà a pancia vuota. Possiamo offrirvi
salmoni pescati nei torrenti di montagna, trote di fiume e pesce
d'acqua salata, nonché abbondanza di cacciagione: cinghiale e maiale
ben ingrassato, carne di capra per coloro a cui piace - a me proprio
no - e un intero bue, allevato e ingrassato a grano appositamente
per questa occasione. Che cosa ho dimenticato? Ah sì, gli uccelli
dell'aria! Abbiamo oche, cigni e anatre, pernici, fagiani e una gran
quantità di volatili più piccoli. E per rallegrare il tutto non
mancheranno musici, mimi, acrobati e lottatori, e anche cavallerizzi
espertissimi che non vedono l'ora di esibirsi.
Nel frattempo, questo pomeriggio, dopo che avrete fatto un
buon bagno e vi sarete riposati un po', vi mostreremo la nostra
Colonia, o quanto meno, quel tanto che ve ne possiamo mostrare
senza stancarvi. Dopodiché, il tuo uomo e io dobbiamo parlare,
ampiamente e seriamente di molte cose, ti chiedo dunque di aver
pazienza se te lo porterò via per un bel po'.»
Tressa chinò la testa in un grazioso cenno di assenso.
«Il mio uomo, come lo chiami tu, è tornato per assolvere il suo
dovere di servire questa Colonia, non per far contenta me. Da parte
mia, mi fa piacere essere qui con lui e non dubito che troverò modo
di trovarmi un'occupazione mentre lui sarà impegnato con te.»
Non potevo fare a meno di sorridere, orgoglioso della
padronanza di sé di cui dava prova Tressa e compiaciuto, anche se
nel contempo piuttosto divertito, della cerimoniosa accoglienza di
Ambrogio.
«Ci sono davvero così tante cose di cui discutere, Ambrogio?»
«Oh sì, fratello, temo proprio di sì, e soltanto poche sono
piacevoli. Nessuna però è tanto urgente da non poter attendere fino
a questa sera. Sono questioni che si sono venute formando col
passare del tempo, ma tu sei stato via quasi sette anni e dunque
qualche ora in più non farà una gran differenza. Su, muoviamoci
dunque e raggiungiamo il forte. Merlino, tu prendi il mio cavallo e
ordina a chi è alla guida dei carri di seguirci. Io intanto resto qui a
chiacchierare con questa bella donna e a godermi la soddisfazione di
farmi scorrazzare da un re. Derek, se non ti spiace, accosta sulla
destra e prendi quest'altra strada che ci porterà oltre il posto di
blocco. I carri raggiungeranno il forte separatamente. Non appena
saranno messi in libertà, sarà qui che i soldati a cavallo romperanno
le righe e non c'è alcun bisogno di aspettarli.»
Derek incitò il cavallo di testa per far muovere il carro e io salii in
sella al cavallo di mio fratello, pensando che nel pomeriggio avrei
trovato un po' di tempo per affrontare almeno alcune delle
questioni che lui aveva rimandato con tanta leggerezza. Udii
Ambrogio chiamare Donuil, che guidava il carro davanti al nostro,
dicendogli di lasciarci passare e di seguirci. Quanto a me, mentre
cavalcavo avanti e indietro, incolonnando i carri del nostro
convoglio, mi accorsi che la gente di Camelot cominciava a
riconoscermi, se non altro perché montavo lo splendido cavallo di
mio fratello: bastava questo per dire a tutti chi ero.
Il resto della giornata fu frenetico. Il nostro ritorno, come avrei
dovuto aspettarmi, era considerato motivo di grandi festeggiamenti
in un periodo in cui, per il resto, da festeggiare c'era ben poco. Nel
corso della giornata e di quella seguente incontrai e salutai tutti
coloro che conoscevo e anche un gran numero di persone che mi
erano completamente sconosciute. Molte di queste ultime erano
nuovi ufficiali, scelti tra i ranghi delle reclute arruolate dopo la mia
partenza, e per la maggior parte mi sembrarono curiosamente
giovani.
Comunque, le prime ore dopo l'arrivo le trascorsi, come parecchi
dei miei compagni di viaggio, godendomi le delizie delle terme di
Camelot e dei suoi massaggiatori.
Poi, abbigliato in abiti sontuosi per la prima volta dopo molti
anni e sentendomi un altro uomo, ebbi il tempo di gustare un pasto
leggero prima che mi fossero presentati i nuovi ufficiali,
singolarmente e con grande solennità, in una cerimonia organizzata
in precedenza da mio fratello e che si tenne nel Tribunale degli
ufficiali. Di per sé il Tribunale era una novità: si trattava di una
nuova costruzione eretta a ridosso delle mura posteriori del forte,
con il doppio scopo di servire da tribunale, qualora fosse necessario,
e di accogliere gli ufficiali della guarnigione nelle loro ore di libertà.
Accettai il suggerimento di Ambrogio e per tutta la durata della
cerimonia mi sforzai di mantenere un'aria di solenne gravità. Come
mio fratello mi aveva fatto notare, sebbene io non conoscessi gli
ufficiali che stavo per incontrare, a loro io ero ben noto, di fama
ovviamente. Presto mi accorsi che la mia reputazione doveva essere
cresciuta oltre quanto ritenevo possibile, e sulle prime ebbi non poca
difficoltà ad adattarmi, soprattutto quando ebbi imparato a
distinguere - e poi ad accettare - il timore reverenziale di cui tutti,
senza alcuna eccezione, davano prova al momento della
presentazione.
Dovetti far forza su me stesso perché all'inizio pensai che il loro
atteggiamento, così uniformemente improntato a una estrema
deferenza mista a timore, fosse il risultato delle storie sul mio conto,
sicuramente esagerate, che i veterani avevano raccontato alle reclute
e agli ultimi arrivati. Il mio primo impulso sarebbe stato quello di
sfidare un simile atteggiamento, respingendolo con decisione. Una
deferenza tanto immeritata, tale era ai miei occhi, non faceva che
mettermi in imbarazzo.
Giungevano alla mia presenza con la massima serietà, in gruppi
rigidamente costituiti, marciando in formazione perfetta sotto lo
sguardo attento, e pieno di disapprovazione, di Terzio Lucca, il
nostro primus pilus, ovvero il soldato più anziano.
Erano suddivisi in base alla designazione delle varie coorti: Primo
Cavalleria, Primo Esploratori, Primo Fanteria e così via, fino al Terzo
Cavalleria. Fu soltanto in seguito, dopo essere stato presentato
individualmente al primo gruppo di nove di questi disciplinati e
coscienziosi giovani militari, che compresi come Ambrogio avesse
visto giusto.
Ero stato lontano da Camelot per molto tempo e nel mio
desiderio di essere nuovamente accettato, avrei potuto facilmente
esagerare nell'ingraziarmi questi uomini giovani, inesperti e
impressionabili. Stando così le cose, dovetti mantenere un
atteggiamento distante e pieno di severa dignità, parlando
brevemente ma cordialmente con ciascuno e informandomi con
sollecitudine sul rango e la posizione. Svolsi così bene il mio compito
che, quando anche l'ultimo gruppo si fu congedato dopo un formale
saluto, Ambrogio mi sorrise.
«Bene, direi proprio che si è trattato di una presentazione
formale, del tutto degna di un legato imperiale. Ben fatto, fratello. A
questo punto non ti resta che incontrare i nuovi consiglieri, ce ne
sono alcuni che ancora non conosci, e qualche esponente di maggior
prestigio dei nuovi membri della Colonia, molto pochi, in effetti. È
difficile essere nuovo, preminente e di successo nella nostra Colonia.
Comunque le presentazioni non avverranno prima di domani,
durante i festeggiamenti ufficiali. Questa sera ceneremo in privato, in
modo più o meno informale, con i familiari e gli amici più stretti.
Qualche tempo fa LudmIlla e io abbiamo deciso, permettendoci di
dare per scontata la tua approvazione, che sarebbe bene riunirci a
villa Britannico. È molto più adatta alle esigenze di una cena come
quella di stasera, anche perché le cucine sono più grandi e meglio
attrezzate. Per di più, attualmente la vecchia dimora non viene
utilizzata abbastanza. Voglio dire, la usiamo spesso ma solo come
edificio accessorio, se comprendi cosa intendo. Adesso i lavori sono
terminati, è stata completamente restaurata, sai, dopo i
danneggiamenti causati dall'attacco di Lot, undici anni fa, ed è
esattamente com'era prima che la famiglia la lasciasse per andare a
vivere nel forte. Ludmilla vorrebbe trasferirvisi immediatamente, ma
a me sembra che il mio posto sia quassù, al centro di tutto.» Si
fermò, guardandomi con una certa esitazione. «A dir la verità, mi è
appena venuto in mente che a te e Tress potrebbe far piacere abitare
nella villa, se non altro per qualche tempo. Che te ne pare?»
L'idea di Ambrogio mi piaceva molto. Sebbene fossi nato a villa
Britannico, e avessi sempre amato l'antica e sontuosa dimora, non ci
avevo mai abitato. Mio nonno era morto in quella casa, brutalmente
assassinato, e così pure mia madre, eppure quei tragici eventi non mi
avevano mai impedito di amare quella che per generazioni era stata
la residenza della nostra famiglia. Distava meno di un miglio dal
forte, non una gran distanza, e ora, ricordando quanto aveva detto
Tressa quel pomeriggio, mi venne da pensare che per lei potesse
essere il posto ideale in cui imparare a mandare avanti una casa di
notevoli dimensioni, senza temere di andare contro i desideri di
Ludmilla.
«Potrebbe essere un'idea splendida, Ambrogio, e a me non
sarebbe mai venuta in mente. Tuttavia sarebbe meglio che fosse una
decisione di Tressa. Anche soltanto le dimensioni potrebbero
spaventarla; non solo Tress non ha mai abitato in una casa del
genere, ma non ne ha mai neppure vista una. La casa di Derek è la
più bella di Ravenglass e al confronto di villa Britannico non è che
una capanna. Comunque sia, lascia che gliene parli dopo che stasera
l'avrà vista e si sarà fatta un'idea di come viene gestita. A che ora è
previsto che ci andiamo?»
«A dire la verità, manca ancora molto all'ora di cena, il che però
ci darà il tempo di fare un giro nella proprietà e di ammirarla come
merita. Negli interni i nostri carpentieri hanno fatto meraviglie, e lo
stesso si dica per i muratori, dentro e fuori le mura perimetrali. Sono
persino riusciti a restaurare alcuni degli antichi mosaici. Ti prometto
che resterai a bocca aperta. Adesso però andiamo a cercare Derek,
Donuil e le donne, così possiamo scendere tutti in uno dei carri più
grandi.»
Nelle rare occasioni in cui quel pomeriggio mi ero trovato da solo
con Ambrogio avevo cercato di interrogarlo sugli avvenimenti della
Cambria e della Northumbria, ma non ne aveva voluto sapere. Feci
un ultimo tentativo quando stavamo per andare alla villa, e anche
questa volta mi fermò, alzando il palmo della mano prima ancora
che avessi davvero cominciato. Mi fece notare che non ci sarebbe
stato il tempo di discutere a fondo le questioni che invece era
indispensabile risolvere: attorno a noi ci sarebbe stata gente che
andava e veniva, e saremmo stati continuamente interrotti, a meno
di essere molto scortesi con i nostri nuovi ospiti e di appartarci per
immergerci in discorsi che potevano benissimo aspettare dopo cena.
Aveva ragione, naturalmente, così misi da parte l'impazienza e mi
rassegnai a sfruttare al meglio l'attesa.
Ambrogio ordinò a un soldato di recarsi nelle stalle e di far
preparare e mettere a nostra disposizione uno dei grandi carri con
molti posti a sedere, poi ci recammo direttamente in quella che era
stata la dimora di Varro, dove trovammo i nostri amici di ritorno da
una passeggiata al sole del tramonto. Vedendo che si avvicinavano
dalla parte del cortile centrale, mi fermai accanto alle tre grandi
lastre di ardesia collocate al centro del cortile stesso e attesi che ci
raggiungessero. Così potei mostrare a Tress e Derek le tombe di Caio
Britannico, Publio Varro e Luceia Varro, e di mio padre, Pico
Britannico. Erano stati loro, spiegai, i fondatori di Camelot, ed era
grazie a loro se oggi la Colonia esisteva e prosperava. Non mi venne
in mente nient'altro, ma ero certo che avrebbero capito quanto
fossero importanti queste persone non solo per la mia vita, ma
anche per il futuro che insieme avremmo condiviso. Derek si limitò
ad annuire e per qualche istante rimase silenzioso: tenne gli occhi
bassi, osservando le tre pietre tombali, poi si raddrizzò e annuì
ancora. Mi voltai e accompagnai gli ospiti verso le stalle e il carro
che ci stava attendendo.
Durante quella prima escursione, soltanto nove di noi si recarono
a villa Britannico: i nuovi venuti e coloro che mancavano da tempo.
Io sedetti a cassetta, accanto al guidatore, mentre gli altri, Tressa e
Derek, Donuil e Shelagh, Rufio e Turga, e infine Ambrogio e
Ludmilla nella loro qualità di padroni di casa, si sistemarono sui sedili
alle nostre spalle.
Ambrogio spiegò che i restauri erano cominciati quattro anni
prima, inizialmente come un progetto estivo che mirava a inculcare
la disciplina nei ragazzi della Colonia non ancora abbastanza grandi
da prendere parte alle attività degli adulti. Quella prima estate era
stata infatti dedicata alla semplice ripulitura del terreno e alla
rimozione delle macerie causate dall'ultima, grave incursione,
quando i soldati di Lot avevano fatto irruzione nella villa nell'attacco
sferrato a tradimento la notte in cui mio padre era stato assassinato
nel suo letto.
Molti degli edifici più esterni, che avevano subito i danni
maggiori, erano stati riparati subito dopo la guerra, ma poiché la
guerra stessa aveva fatto sì che molte delle attività della Colonia
fossero state spostate nella fortezza sulla sommità della collina, i
lavori di restauro si erano rivelati meno urgenti e non erano stati
portati a termine con l'impegno necessario. Per esempio, erano stati
ricostruiti muri e talvolta interi edifici, ma le macerie delle vecchie
costruzioni erano state lasciate accatastate in grandi cumuli sparsi qua
e là all'interno delle mura perimetrali. Pertanto, quando erano ripresi
i lavori, squadre di ragazzini, accuratamente guidati e sorvegliati da
adulti, avevano portato via i calcinacci e li avevano sepolti in aperta
campagna.
Tuttavia, poiché la Colonia aveva continuato a ingrandirsi e il
ritmo di crescita si era fatto più rapido, era parso inevitabile
impegnarsi sempre di più in quello che, negli anni seguenti, aveva
finito con l'essere chiamato "lavoro alla villa". Camelot sembrava
crescere letteralmente a vista d'occhio, e nessuno aveva ancora
pensato di creare un secondo presidio.
Così, da un compito di puro e semplice abbellimento, il "lavoro
alla villa" aveva visto crescere la sua importanza fino a diventare un
impegno prioritario; ogni possibile risorsa a disposizione della
Colonia doveva essere sfruttata al massimo, e la villa era una delle
maggiori. Per altro, all'interno dei confini dell'insediamento c'erano
anche altre ville, quattordici in tutto, e ciascuna era già utilizzata
appieno.
Invece villa Britannico, la più vicina alla fortezza e la dimora più
antica dell'intera Colonia, era diventata un'anomalia: una casa
grande e lussuosa, completamente abbandonata.
Nei due anni seguenti, la villa era dunque stata restaurata e
riportata a gran parte dell'antica bellezza. Poi per qualche tempo era
stata usata per alloggiare gli ufficiali della guarnigione insieme alle
loro mogli e così le sue mura erano tornate a essere piene di vita.
Quello stesso anno, tuttavia, era stato fondato il presidio di Ilchester
e l'esodo di più di un migliaio di persone, che da Camelot si erano
trasferite nel nuovo insediamento, aveva diminuito l'affollamento
della Colonia, permettendo di avere di nuovo più spazio e più
tempo per riflettere. A quel punto Ambrogio e Ludmilla si erano
rivolti al Consiglio perché facesse in modo che i lavori di
ricostruzione della villa fossero portati a termine in modo adeguato.
Il Consiglio aveva dato la propria approvazione ed erano iniziati i
restauri veri e propri; così villa Britannico, come faceva notare
Ambrogio, era stata restituita all'antico splendore.
Ambrogio non aveva affatto esagerato: villa Britannico sembrava
più bella di quanto me la ricordassi ed ero veramente orgoglioso di
farla visitare ai miei ospiti. Mio zio Varro, nei suoi scritti, aveva
descritto l'ammirazione che aveva provato al vederla la prima volta,
quando Luceia Britannico, la sua futura sposa, gliel'aveva mostrata,
proprio come stavo facendo io adesso.
La pianta della casa aveva la forma di un'enorme "H" allineata su
un asse est-ovest e le stanze riservate alla famiglia erano disposte
all'estremità occidentale, in modo da formare un quadrilatero. Tutti i
quattro lati dell'edificio che si affacciava sul cortile interno a questo
quadrilatero, feci notare, erano costituiti da locali di servizio nei
quali, in origine, alloggiavano i domestici; vi erano sistemati i bagni,
la lavanderia, le cucine, il panificio e le cantine. Sulla barra
trasversale della "H" si apriva un portico sorretto da pilastri, che dava
su un secondo cortile all'estremità orientale. Nell'ala nord e in quella
sud c'erano le stalle, i recinti per il bestiame, i locali più freschi in cui
riporre i cibi che dovevano essere conservati a lungo, una grande
falegnameria con annesso il laboratorio del bottaio, un locale per la
produzione di ceramiche, una tintoria e una grande fucina con
numerose forge e un grande magazzino di granaglie.
Tutta la villa era a due piani, e i muri che a pianterreno
circondavano il cortile interno, la parte più antica della casa, erano
eccezionalmente robusti e costruiti con ciottoli di duro granito,
lisciati e sagomati lungo i bordi in modo da incastrarsi gli uni negli
altri, e uniti con cemento. Al piano superiore, la tecnica costruttiva
era simile, ma i muri erano meno spessi e i ciottoli di granito più
piccoli; le pareti esterne, a intervalli regolari, erano interrotte dalle
aperture delle finestre, dotate di imposte, delle camere da letto, una
caratteristica tipica di questa casa che non avevo mai visto altrove.
Oltre il portico, all'estremità opposta, i lunghi muri che
fiancheggiavano il cortile esterno avevano una struttura di legno e
gesso impastato con ghiaia di silice.
Mi compiacqui nel far notare come in tutti gli edifici che
fiancheggiavano il cortile interno si poteva accedere dal cortile
stesso, mentre tutti quelli che si trovavano lungo quello esterno si
aprivano sui campi intorno alla villa. Da questi edifici, solo quattro
porticine permettevano un accesso pedonale al cortile esterno.
Si trattava di un'innovazione voluta personalmente da Luceia
Britannico quando, molto tempo prima di incontrare Publio Varro,
aveva deciso di rendere più bello l'accesso alla casa. Aveva fatto
chiudere tutti gli ingressi negli edifici che circondavano il cortile
esterno e fatto aprire nuovi accessi in quelli che prima erano i muri
posteriori, poi aveva fatto costruire una grande strada semicircolare,
che serpeggiava attorno e in mezzo ai dodici grandi alberi che si
innalzavano in quel punto: quattro querce, tre olmi e cinque grandi
faggi rossi. Aveva poi fatto seminare l'erba in tutto il cortile e
quando era cresciuta rigogliosa aveva voluto che tra gli alberi fossero
create vere e proprie aiuole piene di fiori: rose, violette, viole del
pensiero e papaveri.
Non appena ebbi condotto i miei ospiti all'interno della villa,
l'ammirazione cedette il posto alla meraviglia.
Devo ammettere che anch'io rimasi sbalordito dall'opulenza che
avevamo davanti agli occhi. Quando ero ragazzo, quella era
semplicemente la casa di mio nonno, la casa in cui ero nato e in cui
praticamente non abitava più nessuno. Oggi invece la vedevo
attraverso gli occhi dei miei ospiti e la confrontavo con tutte le altre
case che avevo avuto occasione di vedere. Ma non c'era paragone.
A pianterreno, le stanze riservate alla famiglia, da cui
cominciammo la visita, erano state descritte dallo zio Varro e
giustamente definite sontuose. Ogni stanza aveva un pavimento
diverso. I pavimenti delle stanze principali erano ricoperte da
mosaici multicolori che raffiguravano scene tratte dalla mitologia
greca: Europa e il Toro, Teseo e il Minotauro di Creta, Leda e il
Cigno. In quello stesso piano i pavimenti delle stanze meno
importanti erano invece lavorati a intaglio, con lastre di marmo
disposte secondo disegni geometrici che colpivano per la brillantezza
e la vivacità dei colori.
Il triclinio, la grande sala da pranzo dove avremmo cenato quella
sera, era pavimentata con grandi lastre quadrate di marmo verde
alternate ad altre di un bianco immacolato, su cui era sistemato un
assortimento di tavole da pranzo di quercia, poste a ferro di cavallo,
a cui potevano trovare posto comodamente una sessantina di
persone.
Le pareti erano rivestite di pannelli di marmo gialli e verde
pallido talmente lucidi che ci si poteva specchiare. Contro le pareti
erano allineati uno accanto all'altro dei mobiletti a ripiani, alcuni
aperti, altri chiusi da ante, dove venivano riposte le stoviglie e il
vasellame più prezioso della famiglia. C'erano vassoi, grandi ciotole
e piatti da portata, utensili d'oro, d'argento, di rame, di stagno e di
bronzo, preziosa ceramica antica proveniente da Samo, lucida e
riccamente decorata, coppe, bicchieri e vasi di vetro e due enormi
coppe di corno di uro, lucidate e brillanti, rese lisce dal tempo e
riccamente ornate, con montature d'oro finemente lavorato.
Evidentemente Ludmilla aveva deciso di ricollocare tutti questi
oggetti laddove erano sempre stati: in un certo senso anche questo
aveva fatto parte del piano di restauro. Subito, però, non potei fare
a meno di chiedermi se, stando così le cose, il fatto che Tress e io ci
sistemassimo nella villa non le facesse rimpiangere di aver preso
quella decisione. Forse aveva avuto intenzione di trasferirvisi lei
stessa e noi venivamo a interferire nei suoi progetti? E se era così,
avrebbe desiderato farsi restituire il vasellame e gli oggetti
decorativi?
Mentre questi pensieri mi frullavano per la testa e vedendo la mia
cara Tress guardare con occhi spalancati quei tesori, di colpo il
ricordo della tanto amata Cassandra mi tornò alla mente e per un
attimo sentii che l'antico rimorso si agitava dentro di me. Che cosa
poteva pensare di tutto questo, mi chiedevo, se in quel momento mi
stava guardando, e quali potevano essere i suoi sentimenti,
considerando la presenza della giovane donna che divideva ora la
mia vita e le mie proprietà? Poi però mi giunse la risposta, chiara
come se la stessa Cassandra me l'avesse sussurrata all'orecchio. Come
Ludmilla, anche Cassandra sarebbe stata felice per me, felice che
avessi trovato una donna che desse luce e calore alla mia vita.
Lasciata alle mie sole cure, questa villa avrebbe continuato a
decadere come era avvenuto negli ultimi quarant'anni; le sue molte
ferite si sarebbero aggravate, la polvere si sarebbe accumulata negli
angoli. Ora, invece, grazie a Tressa, la mia esistenza era cambiata:
Tressa aveva rinnovato la mia vita, esattamente come Ludmilla
aveva ridato nuova vita a villa Britannico.
Dopo aver mostrato loro il pianterreno, guidai i miei amici lungo
la doppia rampa della grande scala di marmo che portava alle
camere da letto dei padroni di casa. L'intero primo piano aveva
pavimenti in legno, solide assi di pino, variamente congiunte, rese
lustre da centinaia di anni di attente cure.
Ognuna delle dieci camere da letto aveva la propria finestra e a
quest'ora del pomeriggio era inondata dai raggi del sole primaverile.
Le finestre erano piccole, coperte da imposte di legno sia all'interno
sia all'esterno; quelle interne erano provviste di strisce di legno
mobili che potevano essere chiuse completamente o angolate in
modo da permettere alla luce e all'aria di entrare liberamente. L'aria
che circolava per la villa, lo feci notare a uso e consumo di Tressa,
era uniformemente tiepida, grazie agli ipocausti, condotti in cui
veniva
immessa
l'aria
riscaldata
dalla
fornace
accesa
ininterrottamente sotto le terme e rifornita di combustibile due volte
al giorno. La casa aveva inoltre due serie di bagni, per la famiglia e
per la servitù, interamente rivestiti di piccole mattonelle bianche e
lucide, importate da lontani paesi d'oltremare quando la casa era
stata costruita.
Completammo il nostro giro con una visita alle strutture di
servizio, poste attorno al cortile interno, sebbene il frenetico
affaccendarsi di cuochi e panettieri fosse un chiaro invito a non
interromperli nella preparazione della cena. Marco, il capocuoco
delle cucine di Camelot, che conoscevo fin da quando, trent'anni
prima, era stato apprendista di Ludo, mi salutò affettuosamente e si
mostrò lieto di conoscere Tressa. Anche Marco, come già il suo
maestro Ludo, era apertamente e irriducibilmente omosessuale. Era
molto abile nella preparazione di manicaretti di qualsiasi tipo,
tuttavia la sua specialità erano torte e pasticcini vari. Quel
pomeriggio ebbe la delicatezza di rendere un onore del tutto
particolare a Tressa, permettendole di assaggiare una delle sue salse,
e roteò gli occhi lusingato quando lei espresse il proprio sincero
apprezzamento. Poi, con garbo, ci accompagnò fuori dalla cucina,
dopo averci raccomandato di ammirare la bellezza del cortile
interno e del pomeriggio di primavera.
Nel cortile c'era un giardino: forse sarebbe stato meglio definirlo
un frutteto, dal momento che non mancavano meli, peri, ciliegi e
susini, e anche verdure ed erbe aromatiche. In alcune aiuole la terra
era stata appena rivoltata, e gli avanzi della stagione invernale erano
stati rimossi e ordinatamente ammonticchiati ai margini dei terreni
incolti.
Una volta ammirato tutto quello che c'era da ammirare,
riaccompagnai nel soggiorno l'intera comitiva, ormai in gran parte
silenziosa e affascinata dall'opulenza della villa. L'idea lanciata in
precedenza da Ambrogio di berci una coppa di idromele e di sederci
comodamente attorno a un braciere ci sembrò ora eccellente, e
mentre aspettavamo che arrivasse l'ora della cena ci intrattenemmo
piacevolmente, chiacchierando del più e del meno, ma soprattutto
esprimendo tutta la nostra sincera ammirazione per la villa e i lavori
di recupero e restauro effettuati sotto la supervisione di mio fratello
e di sua moglie.
Ero davvero lieto di vedere che Tress sembrava a suo agio con
Ambrogio e Ludmilla. Se ne stava seduta accanto a loro e li ascoltava
attentamente; quando poi Ludmilla le chiese qualcosa a proposito
dei tessuti delle pareti e delle sedie, Tressa si illuminò e si lanciò in
una animata risposta che, a dire la verità, non mi interessava affatto
e che rapidamente mi fece smarrire in un mare di dettagli e di
complicazioni tipicamente femminili. Tuttavia, vedendo come si
intendevano bene, ebbi la soddisfazione di constatare che avevo
avuto ragione: le due donne sarebbero diventate buone amiche.
A mano a mano che si avvicinava l'ora della cena, cominciarono
ad arrivare gli altri commensali, alcuni sui carri e altri, soprattutto gli
ufficiali della guarnigione che era stata con noi a Mediobogdum, a
cavallo. Avevamo deciso che, in quella prima sera in cui
festeggiavamo il ritorno a casa, i ragazzi e gli altri bambini sarebbero
stati sistemati altrove, per permettere ai loro genitori l'insolito lusso
di essere se stessi, almeno per una volta, senza timore di venire uditi
o disturbati durante la cena. Così, tutti i bambini, ivi compresi i
quattro ragazzi che si sarebbero certamente sentiti terribilmente
mortificati a essere definiti tali, erano stati affidati alle cure del
personale di stanza al forte. Non appena giungevano i nuovi ospiti,
Ludmilla e Ambrogio davano loro il benvenuto e Platone offriva
loro vino, birra o idromele; subito dopo venivano coinvolti nella
conversazione che proseguiva animatamente.
A un certo punto Shelagh mi si avvicinò e mi prese per mano,
sorridendo a Benedetto con cui fino a quel momento ero stato
impegnato a discutere qualcosa di poca importanza, e mi condusse
in un angolo, accanto alla parete, dove era possibile parlare a
quattrocchi.
Ero davvero curioso di scoprire che cosa l'avesse spinta a quella
mossa, ma per un po' di tempo Shelagh continuò a parlare di ciò che
avevamo fatto nel pomeriggio e dei cambiamenti che Ambrogio e
Ludmilla avevano operato nella vecchia casa. Finalmente, spinto
dalla sua evidente riluttanza a dire quello che aveva effettivamente
in mente, le chiesi senza mezzi termini perché mi avesse preso da
parte. Tacque, poi mi sorrise.
«Perché ti viene in mente di chiedermelo? Non pensi che sia
semplicemente possibile che abbia sentito il desiderio di trascorrere
qualche istante da sola con te, così da ringraziarti personalmente per
il piacevole pomeriggio? Su questo posto, oggi mi hai insegnato
molto più di quanto avessi mai saputo.»
Le ricambiai il sorriso.
«Sì, certo, mia cara Shelagh, è proprio così. Dopo tanti anni che ci
conosciamo, con l'attrazione che ci lega ma a cui non abbiamo mai
ceduto, hai scelto proprio questa serata per dichiararmi il tuo amore,
davanti a Tress, a tuo marito e a tutti i nostri amici. Suvvia, dimmi la
verità, che cosa c'è che non va? Che cosa ti turba?»
«No, non sono turbata, solo che... la notte scorsa ho fatto un
sogno, uno di quegli strani sogni, il primo dopo anni.»
Sentii che il cuore accelerava i suoi battiti e che il respiro si faceva
affannoso.
«Che cosa? Di che cosa si trattava?»
Scosse la testa.
«Ho visto te e Ambrogio, fianco a fianco, in un posto strano e
pieno di fumo. Lui era in piedi, a testa nuda, la luce... una luce che
proveniva non so da dove... illuminava i suoi capelli. Tu eri seduto
ai suoi piedi, i tuoi capelli erano castano scuro, come lo sono ora, e
tenevi le spalle curve. Ma a un tratto sei scattato in piedi andando
verso di lui, poi siete diventati un'unica persona, luminosa e
circondata da volute di fumo...»
«Cosa? Sono scattato contro di lui, hai detto. L'ho buttato a
terra?»
«No, sei andato... dentro di lui. Ti sei immerso in lui e lui in te.
Siete diventati un'unica persona.»
«Oh! E poi che cosa è accaduto?»
Scosse la testa. «Nulla. Mi sono svegliata. Questo è tutto.»
Mi voltai a guardare mio fratello che stava ridendo insieme a
Mark, il nostro carpentiere, e poi tornai a guardare Shelagh, che
continuava a osservarmi con un'espressione che non riuscivo a
definire.
«Shelagh, questo a me non dice nulla. Per te ha qualche
significato?»
Si strinse nelle spalle.
«No, ma quando mai questi sogni hanno un significato? So solo
che quando capitano, li riconosco per quello che sono, una sorta di
messaggio. Tuttavia la cosa che mi ha colpito di più è stato il colore
dei tuoi capelli. Tornerai a essere biondo, ora che sei di nuovo a
casa?»
«Penso di sì. Mi limiterò semplicemente a smettere di ricorrere a
quelle bacche il cui succo me li scurisce. Pensi che abbia importanza,
voglio dire il colore dei miei capelli?»
«Come faccio a saperlo? Cambia il tuo aspetto, ma ormai mi ci
sono abituata, sono anni che li hai così. In ogni modo, staresti bene
anche se fossi completamente calvo.»
«Ah, davvero? Dovrei forse sentirmi di troppo tra voi due?»
Mentre stavamo parlando, Donuil si era avvicinato
silenziosamente per portare a Shelagh un bicchiere colmo di non so
quale bevanda.
Mi voltai verso di lui, ridendo, e gli dissi che stavamo parlando
del colore dei miei capelli e di che cosa avrei dovuto fare ora che
ero tornato a casa. Li guardò, poi annuì con finta serietà, infine mi
consigliò di accettare il suggerimento di sua moglie e di tagliarli a
zero.
Dopodiché raggiungemmo gli altri e per un po' dimenticai il
sogno di Shelagh, completamente preso dalla conversazione che si
era fatta animata in tutta la sala. In diverse occasioni, alcuni degli
altri uomini, soprattutto coloro che facevano parte del nostro
presidio, cercarono di portare la conversazione sulla situazione
politica nei territori aldilà della nostra Colonia, ma Ambrogio non
ne volle sapere e disse apertamente che tutti sarebbero stati
adeguatamente informati soltanto dopo che lui e io, in quanto
comandanti supremi, avessimo avuto l'opportunità di incontrarci e di
discutere con calma. Nessuno osò contraddirlo e la conversazione
tornò a occuparsi di argomenti più innocui.
Quando Platone ci comunicò che la cena era pronta, nel triclinio
eravamo in trenta: tutti coloro che sei anni prima avevano lasciato
Camelot, a eccezione di uno, e dodici forestieri provenienti da
Ravenglass, più Ambrogio e Ludmilla. E non appena ci fummo tutti
riuniti attorno alle tavole che Platone aveva disposto per noi, prima
ancora che venisse servita la cena, bevemmo alla memoria dell'unico
assente, il nostro caro amico Lucano, la cui morte, avvenuta di
recente e tanto inattesa nonostante l'età, aveva lasciato in ognuno di
noi un vuoto incolmabile.
VI.
«Dunque, eccoci soli, finalmente!»
Ambrogio si lasciò cadere su una poltrona, sorridendo, poi si
premette le mani sul viso, dapprima strofinandosi gli occhi, quindi
facendole scorrere sulle guance: la pressione delle dita lasciò dei
segni bianchi che scomparvero rapidamente. Infine spalancò gli occhi
e sbadigliò. «Te la senti di parlare di cose serie? Io veramente no. La
cena è stata troppo abbondante, e forse ho anche bevuto troppo
vino. Mi sento pieno come uno dei polli farciti che Marco ha fatto
rosolare infilzati sugli spiedi.» Si stiracchiò con forza. «A essere sinceri,
avevo sperato di arrivare a questo punto con un'ora di anticipo,
anche perché abbiamo molte cose da discutere.»
«Sì, oggi pomeriggio, quando siamo arrivati, hai detto proprio
così.» Mi sistemai comodamente sulla mia poltrona, accanto al
braciere. «Sinceramente però, non saprei dirti se le mie condizioni
sono molto più adatte delle tue ad andare avanti a parlare fino nel
cuore della notte. Mi sembra che siano giorni che non dormo, e
dall'ultima volta che mi sono sdraiato su un letto sono passate due
settimane. Non immagini quanto mi attiri l'idea di un letto. Ciò non
toglie che è meglio sfruttare al massimo la nottata, anche perché è
possibile che non si ripresenti un'occasione migliore per discutere
dell'infinità di cose di cui dobbiamo occuparci.»
Ambrogio mi lanciò uno sguardo interrogativo.
«Anche tu hai delle cose che vuoi discutere con me?»
«Proprio così, e forse è meglio che ce ne occupiamo subito.
Quello che devo dirti è meno urgente di quanto devi dirmi tu,
immagino, tuttavia penso che sia importante. In ogni modo,
cercherò di essere breve.» A quel punto mi lanciai nel racconto del
modo in cui mi ero intromesso nelle faccende di Nerone Niger e del
suo clan, quindi gli esposi le mie considerazioni sul modo in cui
avremmo potuto sviluppare una rete di utili alleanze con la gente
comune che viveva nelle vicinanze di luoghi come Corinium.
Ambrogio mi ascoltava attentamente e quando ebbi finito di
parlare annuì, con un'espressione pensierosa. Poi cominciò un fuoco
di fila di domande, tutte finalizzate alla definizione, oltre che al
miglioramento, del mio tutt'altro che lucido piano e dei metodi più
adatti per metterlo in pratica. Tuttavia, avevo le soluzioni, per
quanto incomplete e provvisorie, sulla punta della lingua, e
Ambrogio le soppesò con grande attenzione, apportandovi dei
miglioramenti o riaggiustando il tiro, ma senza mai scartarle.
In un tempo incredibilmente breve, lavorando in totale armonia,
avevamo trasformato le mie ottimistiche intuizioni in un progetto
concreto e fattibile. Lo avremmo presentato al Consiglio nel corso
della prima riunione, dopodiché lo avremmo realizzato il più
rapidamente possibile.
«Bene» disse infine Ambrogio, dopo che per un po' entrambi
eravamo rimasti in silenzio, soddisfatti del risultato raggiunto.
«Nient'altro?»
Scossi la testa.
«No, questo è tutto quello che avevo da dirti. Adesso parla tu:
che cosa sta succedendo in Cambria? Hai notizie di Vortigern?»
«No, di Vortigern nessuna notizia, e troppe notizie della Cambria.
Stiamo per partire, lo sai, vero? Non appena sarai pronto, entro la
prossima settimana, se possibile.»
«Per la Cambria? E con quante truppe?»
«Un terzo. La Prima Legione: suona bene, non è così? Ma in che
altro modo potremmo chiamare le nostre truppe? Purtroppo, però,
sono sono la metà di una legione romana...»
«Lo so, ma probabilmente hanno una potenza tripla. So tutto, me
lo hanno raccontato Benedetto e gli altri. Ma parlami di questo
nuovo reparto di esploratori che hai creato.»
Per molto tempo Ambrogio era stato preoccupato a causa
dell'inefficienza con cui venivano sfruttate le risorse militari di
Camelot.
Nella Colonia, tutto ruotava intorno all'allevamento dei cavalli
destinati alla nostra cavalleria e queste robuste cavalcature erano il
nostro orgoglio maggiore. Ma dell'enorme numero di cavalli che
allevavamo, non tutti erano sufficientemente grandi e forti da avere
i requisiti adatti all'impiego militare. La cavalleria di Camelot era una
cavalleria pesante, l'unica forza del genere in Britannia e forse nel
mondo, e soltanto gli animali più grandi erano sufficientemente forti
da reggere il peso dei nostri cavalieri armati pesantemente. Il che
aveva fatto sì che nel corso degli anni si creasse una cospicua riserva
di animali più piccoli, ma per il resto magnifici, che non sapevamo
come utilizzare se non impiegandoli nel lavoro dei campi; purtroppo
però gli esemplari migliori, ed era ciò che mio fratello pensava da
tempo, finivano con l'essere sprecati.
Ambrogio si rendeva perfettamente conto della scarsa
considerazione in cui da sempre a Camelot veniva tenuta la
cavalleria leggera, proprio quella che i Romani avevano usato
durante tutta la loro storia. La cavalleria romana, costituita
prevalentemente di cavalieri armati di archi piccoli e corti, ai nostri
occhi era perfettamente inutile, a eccezione del ruolo per cui era
stata creata: costituire uno scudo, estremamente mobile, per le
grandi e ingombranti legioni nel momento in cui si disponevano in
ordine di combattimento. Ma Ambrogio non era né nato né
cresciuto a Camelot, e dunque non condivideva il nostro disprezzo.
Al contrario, era abbastanza lungimirante da intuire come in
determinate condizioni, per esempio su terreno molto inzuppato
dalla pioggia e fangoso, una cavalleria meno pesante - e dunque più
veloce - potesse essere estremamente efficiente. Mise dunque in
pratica le sue intuizioni e creò un nuovo corpo di cavalleria, su
cavalli più piccoli, con selle munite di staffe e con in dotazione armi
e armature più leggere - e lo chiamò "reparto di esploratori",
evitando così di definirlo "cavalleria leggera", con tutte le
implicazioni negative che ciò comportava.
«I loro risultati sono molto brillanti, Cay, sono in grado di colpire
duramente e sono incredibilmente mobili. Ma soprattutto sono
veloci, e possono andare dove la cavalleria pesante non riesce ad
arrivare. Per combattere al meglio, i cavalieri armati pesantemente
hanno bisogno di terreno pianeggiante, ampio e asciutto. Quando
possono disporre di queste condizioni, lo sai anche tu, sono
invincibili e terrificanti, ma sfortunatamente accade di rado che si
verifichino tutte e tre contemporaneamente. Gli esploratori, invece,
possono andare ovunque. Possono combattere su terreno
pianeggiante e possono attaccare sia in salita sia in discesa poiché i
loro cavalli sono più leggeri sotto tutti gli aspetti. Sono in grado di
percorrere distanze maggiori e di farlo più velocemente, mentre da
un punto di vista tattico, quando combattono in formazione, fanno
paura quasi quanto la cavalleria pesante.»
«Sembrano risultati eccellenti. Li hai organizzati allo stesso modo
delle normali truppe di cavalleria, presumo.»
«Naturalmente. L'unica differenza è il peso dei cavalli e, in
proporzione, il peso del cavaliere e delle sue armi. L'arma principale
è comunque la lancia leggera che abbiamo disegnato copiandola da
quella che il tuo amico dell'Eire ha inviato dal regno di Athol.»
Anni prima, mentre ero in visita presso Athol Mac Iain, nell’Eire,
avevo lavorato insieme a un fabbro di nome Maddan alla
progettazione di una nuova lancia per la cavalleria, un'arma che
ricordava le lunghe lance usate dagli Scoti per cacciare i cinghiali.
Molto tempo dopo, quando ritenne di averla perfezionata
adeguatamente, Maddan me ne aveva mandata una in regalo,
utilizzando una delle navi di Connor, e poiché io non c'ero era stato
Ambrogio ad appropriarsene.
Grazie alla particolare costruzione dell'asta, era più leggera e
meno ingombrante di quanto forma e dimensioni avrebbero lasciato
immaginare. Questa lancia aveva una punta metallica, stretta e
letale, saldata a una piccola barra di ferro lunga quanto tutta l'arma,
mentre l'asta era costruita attorno a questa barra. Si trattava di un
rivestimento costituito da lamine di canne - dure, secche, leggere
come una piuma, dello stesso tipo di quelle usate nell'Eire nella
costruzione delle case e dai Sassoni nella fabbricazione degli scudi saldamente legato per tutta la sua lunghezza mediante strisce di pelle
di cervo che venivano avvolte strettamente ancora bagnate e che,
una volta asciutte, diventavano dure come il ferro. Il risultato era
una lancia leggera, quasi flessibile e incredibilmente robusta: un'arma
perfetta per un soldato a cavallo.
A quel punto mi venne in mente che non avevo ancora riferito ad
Ambrogio la triste notizia portataci da Connor e nel comunicargliela
lo osservai attentamente.
«Probabilmente non sai ancora che re Athol è morto, non è vero?
Brander è il nuovo re.»
Era evidente che non sapeva nulla.
«Strano» mormorò. «La notizia dovrebbe esserci arrivata da un
pezzo, se è morto parecchio tempo fa. La morte di un re è una
notizia importante, di cui si parla molto.»
«Sì, ma i nuovi territori di Athol sono molto a nord di qui, e sono
stati conquistati da poco. Per di più si tratta di isole, e c'è stato di
mezzo l'inverno a bloccare le comunicazioni. In realtà, non c'era
alcuna possibilità che la notizia arrivasse a Mediobogdum e neppure
a Ravenglass.»
Continuai chiedendogli se sapeva qualcosa delle biremi che si
diceva fossero usate dalle armate di Ironhair. Ambrogio annuì, con
uno sguardo tetro. «Sì, proprio così; di quelle figlie di puttana ne ha
ben due. Non le ho mai viste, ma ne ho sentito un gran parlare e so
tutto. Sono le navi più grandi che mai siano comparse in questi mari,
mi è stato detto, e trasportano una moltitudine di uomini e una
grande quantità di merci. Biremi della flotta romana, qui in
Britannia, che combattono per Ironhair! Hanno un esercito di
rematori, ma su ciascuna trova posto anche un esercito di guerrieri! E
poi, come se non bastasse, nei loro enormi ventri trasportano anche
truppe per Ironhair. A quanto sembra hanno pure delle stive
immense, all'interno della nave stessa, e trasportano persino le gru
che servono per caricare e scaricare.»
«Sì, ma in questo non c'è nulla di eccezionale, le gru, voglio dire.
Le galee di Connor hanno gli stessi marchingegni, anche se
probabilmente molto più piccoli. Da dove sono arrivate, queste
navi?»
Ambrogio si strinse nelle spalle.
«Non ne ho idea. La nave che mi avevi descritto, quella che avevi
visto mentre stavi andando nell'Eire, è l'unica di quel tipo di cui
abbia mai sentito parlare, e non sono mai riuscito a immaginare a
che cosa possa assomigliare. Pensare che ce ne siano due, o magari
anche di più, e in possesso di Ironhair, mi lascia senza parole. Solo
Dio sa dove Ironhair le abbia scovate.»
«Beh, fratello, dovunque le abbia scovate, dovevano essere in
vendita oppure in affitto, e ora che sono qui, trasportano la sua
marmaglia in Cambria. Ma che ne è stato di Carthac, è ancora vivo?»
Il pensiero di Carthac gli fece fare una smorfia di disgusto.
«Sì, lo è, è ancora vivo e ancora pazzo. Comincio a temere che
resterà per sempre entrambe le cose: sembra invulnerabile. Dio sa se
non ci hanno provato in tanti ad ammazzarlo. Ho sentito raccontare
che per ben due volte le frecce di Pendragon che gli erano state
scagliate da distanza ravvicinata non sono riuscite a trapassare la sua
armatura.»
«Non ci credo. Chi te lo ha detto?»
Scrollò le spalle.
«Due persone. Due resoconti diversi, due incidenti diversi.»
«Quanto da vicino erano state scagliate le frecce? Hai parlato con
gli arcieri?»
«No, l'ho solo udito raccontare.»
«Allora sono solo voci. Chiacchiere di soldati. Questi archi sono
precisi da un quarto di miglio. Se ben mirata, una freccia scagliata da
distanza ravvicinata da un arco di Pendragon è in grado di trapassare
qualsiasi armatura. Sono più che certo che se fosse stato colpito da
una di queste frecce, a quest'ora sarebbe già morto. Non metto in
dubbio che possa essere formidabile nel combattimento corpo a
corpo - da quanto ho sentito raccontare è abbastanza grande e
grosso da essere imbattibile - ma immortale non lo è di certo.
Invece, hai detto che di Vortigern non ci sono notizie?»
«Non una parola. Da nord-est il silenzio è assoluto.»
«Ma Hengist è morto, ne sei proprio sicuro?» Annuì. «Bene, anni
fa tu e io avevamo dubbi sul fatto che quando Hengist fosse morto
Vortigern avrebbe avuto delle difficoltà con Horsa. Per quanto ne
sappiamo, adesso Vortigern potrebbe essere in guerra con Horsa o
potrebbe essere morto da tempo. Se invece sta combattendo,
potrebbe certamente apprezzare un aiuto, per spiazzare Horsa. Al
contrario, se è morto, allora Horsa ha avuto la meglio ed è al
potere. Penso che dovremmo cercare di scoprire che cosa sta
succedendo da quelle parti, sei d'accordo?»
Ambrogio si immerse nei suoi pensieri e intanto si sporse in avanti
per ravvivare il fuoco con un attizzatoio di ferro che si trovava
accanto al braciere.
«Sì, lo sono» mormorò infine. «Ma come? Da qui a là c'è un sacco
di strada, e la logica vuole che rischieremmo solo di metterci nei guai
da soli andando a ficcarci in situazioni pericolose che probabilmente
non ci toccherebbero affatto.»
«Stupidaggini, Ambrogio! Neppure tu ci credi, non più di quanto
ci creda io. La logica vuole che tutto quello che può andare storto
andrà storto se decidi di lasciare in qualche modo il tuo destino nelle
mani di una testa calda come Horsa. Una volta, sei stato tu stesso a
dirmi che Vortigern pensava a se stesso come al sommo re di tutta la
Britannia, ricordi? Bene, qui non ha mai comandato, dunque le sue
erano semplicemente delle fantasie. Ma se di queste fantasie ne
avesse discusso con altri? Tutto quello che Horsa potrebbe averne
ricavato sarebbe il fatto che in Britannia ci sono altri insediamenti
pronti per essere conquistati, e dunque dovremmo aspettarci di
vedercelo arrivare qui, alla testa delle sue orde. Non credo che
possiamo permetterci il lusso di starcene qui ad aspettarlo; temo
proprio che non possiamo fare a meno di andare a vedere che cosa
succede in Northumbria e ritengo che dovremmo andarci passando
per la costa sassone, ma ora, immediatamente.»
«Cosa? Vuoi dire
significherebbe...»
una
spedizione
in
forze?
Ma
questo
«Sì, lo so che cosa significherebbe. Significherebbe dividere le
nostre forze quando già dobbiamo fare i conti con una guerra che
siamo costretti a combattere qui. So benissimo che in questo
momento non è possibile fare le cose come andrebbero fatte, ma ciò
nondimeno penso che sia una follia non andare, quanto meno per
dare uno sguardo. Sta pur certo che il pensiero di un esercito di
Danesi di Horsa che potrebbe piombare tra capo e collo mentre
siamo alle prese con Ironhair non mi piace affatto.»
«Neanche a me - e lo so da mesi - ma non me la sono sentita di
impegnare le truppe in una impresa del genere finché tu eri via, su
nel nord. Mi è bastato preoccuparmi all'idea di lasciare Camelot in
mano ad altri qualora dovessi andare in Cambria.» Si alzò dalla sedia
e si mise accanto al fuoco, in piedi, strofinandosi le mani al calore
che si sprigionava dai carboni ardenti. «Detto ad alta voce suona
diversamente dall'impressione che mi aveva fatto quando mi ero
limitato a pensarlo, dunque ti prego di non fraintendermi. La
situazione è questa: qui abbiamo degli uomini capaci; uno qualsiasi
dei nostri veterani è più che in grado di mandare avanti le cose
durante la mia assenza, di comandare la guarnigione e di occuparsi
delle faccende quotidiane. Da un punto di vista tattico, sono tutti
bravissimi. Ma in termini di abilità strategica, non so, Cay. Non c'è
un solo uomo a cui affiderei volentieri - o forse, sarebbe meglio dire
a cui oserei affidare - la responsabilità di prendere decisioni
immediate e decisive qualora se ne presentasse la necessità.» Alzò
una mano come per bloccare le mie obiezioni, ma non ne avevo
alcuna poiché sapevo benissimo che cosa avesse in mente. Vedendo
che non tentavo minimamente di parlare, continuò.
«Lo so, dovrei essere in grado di delegare l'autorità suprema
quando è necessario che mi assenti. Non è questo che mi preoccupa.
Il mio problema, per dirla in parole semplici, è che nessuno dei miei
comandanti di secondo livello si è mai trovato nella necessità di fare
nulla del genere. Non c'è nessuno di loro che non accetterebbe i miei
ordini o che rifiuterebbe di prendere su di sé la responsabilità del
comando, su questo non ho il minimo dubbio. Ma sarebbe poi
capace di agire con decisione qualora se ne presentasse la necessità?
Impegnerebbe tutte le risorse a sua disposizione rischiando il tutto
per tutto su di un nuovo fronte, qui, in casa, sotto la propria
responsabilità, oppure esiterebbe restando in attesa di una sorta di
avvallo da parte mia? Semplicemente, non lo so. Buona volontà e
adesione formale non sono sufficienti, non quando la posta in gioco
è tanto alta e finché non avrò visto con i miei occhi che chiunque io
abbia scelto è capace di assumere su di sé il comando assoluto: il che
però è impossibile, perché dovrei essere qui quando lui si trovasse in
una simile necessità, e la mia presenza renderebbe inesistente la
necessità stessa. Ah!, non riesco a venirne fuori!»
Mi schiarii la gola e mi sporsi in avanti.
«So che ti aspettavi che ti interrompessi, ma il fatto è che hai
pienamente ragione. Il problema è reale e preoccupante, e me lo
sono posto già molto tempo fa. In sostanza, suppongo che voglia
semplicemente dire che gli eserciti hanno bisogno della guerra, non
solo di disciplina e di allenamenti, per mostrare la loro forza
effettiva, e questa è una constatazione poco allegra.»
«Vuoi dire che è un problema che ti eri già posto? Come?
Quando?»
«Oh, pochi anni fa, prima di partire per Ravenglass. A dire la
verità già allora avevo intenzione di parlartene, ma poi non se ne è
mai presentata l'occasione. Mi è venuto in mente una notte, mentre
riflettevo sull'ambizione e su quello che comporta. Tutto è
cominciato con Peter Ironhair: mi sono reso conto che nessuno dei
nostri ufficiali più esperti sembra possedere la sua ambizione
sfrenata, quella bramosia che è indispensabile per diventare
veramente grandi. Sono uomini onesti e capaci, in tutto e per tutto,
ma sono dei gregari. E così ho cominciato a interrogarmi su quali
potessero esserne i motivi.»
«E ne hai scoperto qualcuno?»
«Certo, ho scoperto il migliore dei motivi: non hanno un altro
posto dove andare.»
«Non ti seguo.»
«Pensaci solo un minuto. Qui, noi abbiamo il miglior esercito di
tutta la Britannia, almeno per quel che ne so. Non è forse così?»
Annuì lentamente, mostrandosi divertito. «Bene, e a che cosa
possono aspirare i nostri ufficiali in termini di comando supremo? Tu
sei qui, io sono qui, ed entrambi siamo abbastanza giovani da avere
davanti qualche decennio, a meno che non intervengano malattie o
incidenti. Non siamo in guerra, o quanto meno non lo eravamo in
quel periodo, dunque il rischio che uno di noi muoia sul campo di
battaglia è trascurabile. Stando così le cose, per loro l'unica via per
arrivare al potere sarebbe fomentare un ammutinamento qui a
Camelot: e chi li seguirebbe, se mai venisse loro in mente di
provarci? Come potrebbe qualsiasi malcontento portare a un
ammutinamento generale? Qual è l'ultima volta che abbiamo
giustiziato un soldato? Da noi, la più grave pena prevista è
l'espulsione, ed è un deterrente che, da solo, basta a mantenere
l'ordine tra le nostre file, poiché significa la perdizione: dove
potrebbe andare un uomo che fosse stato espulso? Resterebbe in
attesa fuori dai nostri confini, vivendo di quanto riuscirebbe a
cacciare o a prendere con le trappole, nella speranza di essere
raggiunto da altri per poi poterci attaccare? Non lo penso proprio.
Dunque i nostri soldati si rendono perfettamente conto dei
vantaggi di cui godono qui, e lo stesso vale per gli ufficiali, anche per
quelli di grado più elevato: di fatto hanno ormai raggiunto il
massimo cui possono aspirare, e sembrano esserne contenti. Soltanto
tu e io dobbiamo convivere con gli svantaggi di un simile sistema,
svantaggi che per altro si presentano solo in momenti come questi.
Quando un uomo, qualsiasi uomo, ha raggiunto i limiti della propria
camera, tende ad accettarli e a sentirsi a proprio agio. Questo è il
problema.»
«Hmm...» Mentre parlavo Ambrogio aveva continuato a
camminare avanti e indietro, ora però tornò a sedersi di fronte a me.
«Hai assolutamente ragione. Ma ora che ci troviamo nuovamente a
dover affrontare una guerra, tutto questo cambierà. Il dilemma si
risolverà da solo nel momento stesso in cui i vari comandanti
dovranno mostrarsi all'altezza delle sfide che saranno costretti ad
affrontare.»
«Sì, e nel caso in cui non ci riuscissero, saranno sostituiti.
Comunque vada, ben presto non ci mancheranno dei comandanti
esperti. Ma torniamo al punto di partenza, e cioè alla minaccia che ci
viene da nord-est, dai Danesi di Horsa. Finora hai avuto le mani
legate perché non sapevi a chi lasciare il comando supremo, qui a
Camelot, in considerazione del rischio di un attacco da quella parte.
Adesso non è più così. Io sono qui, e c'è anche Dedalo, che, a parte
noi due, è l'ufficiale migliore di cui disponiamo, il più adatto ad
assumere il comando supremo sia per disponibilità sia per attitudine.
Hai detto che pensi di lasciare qui due legioni e di andare in Cambria
portando con te la Prima. Perché? Non sarebbe meglio che in
Cambria te ne portassi due?»
Alzò entrambe le mani.
«Per via del pericolo che ci minaccia da nord-est, precisamente
quello di cui mi parlavi poco fa. Avevo deciso che con te nel nord,
se fosse successo qualcosa mentre io ero in Cambria, e se le truppe
lasciate a difesa di Camelot fossero state prive di guida sicura,
dovessero almeno avere forze sufficienti per tirare avanti e
sopravvivere fino a quando non fossimo stati nuovamente in grado
di prendere in mano la situazione. Il che voleva dire due legioni,
quel che basta per difendere la Colonia e pattugliare i confini.»
«Giusto. Ma adesso tutto è cambiato. Penso che sarebbe il caso
che in Cambria portassi due legioni, meno un decimo.»
«Perché, sarei io che dovrei portarcele? Vorresti dire che tu hai
deciso di non venire? E che cosa intenderesti fare con il decimo che
resta, ammesso che non lo sappia già?»
Annuii.
«Una spedizione in forze nel cuore della Northumbria. Tu avrai
seimila uomini, meno i miei seicento. Questo ti consentirà di vincere
in Cambria, sbaragliando Ironhair, e permetterà a me di entrare in
Northumbria con relativa tranquillità. Avrò duecento cavalieri
armati pesantemente, un centinaio dei tuoi esploratori e trecento
fanti. Il che dovrebbe scoraggiare eventuali attacchi.»
«Sì, dovrebbe, ma dovrai anche percorrere oltre duecento miglia,
in un senso e nell'altro, in gran parte su un terreno accidentato.
Spostarsi lungo le strade non varrebbe il rischio: la gente tende a
radunarsi lungo le strade facilmente percorribili.»
«No, in questo ti sbagli, Ambrogio. Le strade offrono i vantaggi
più grandi per un avanzamento rapido, sia all'andata sia al ritorno.
Certo, è possibile che ci sia gente da una parte e dall'altra della
strada, magari per tutto il percorso, ma ci sposteremo molto
velocemente, a tappe forzate.»
«Sarai condizionato dalla velocità della tua fanteria. Le strade
sono indubbiamente il percorso più veloce per la cavalleria e la
fanteria, ma presentano anche infinite possibilità di restare
intrappolati. La notizia del vostro arrivo vi precederà, alla velocità
consentita dalle staffette che la trasmetteranno man mano. In questo
modo, i vostri spostamenti e il vostro arrivo nelle varie località
saranno perfettamente previsti. Il che potrebbe significare che,
dovendo percorrere centinaia di miglia, potresti perdere tutti i tuoi
uomini, una freccia alla volta.»
«Abbastanza plausibile, suppongo, se guardi soltanto l'aspetto
peggiore.»
«Certo, ma dovresti farlo anche tu. È responsabilità nostra. È la
responsabilità di chi comanda.»
«D'accordo. Dunque mi stai dicendo che dovrei restare qui,
aspettando di vedere che cosa può venirci da nord?»
«No, assolutamente no. Sto pensando alla Cambria, il mio campo
di battaglia. È quasi tutto montuoso, a eccezione delle zone costiere,
e dunque sostanzialmente poco adatto alla cavalleria. È una cosa che
so da tempo, così ho messo a punto quella che ritengo possa essere
la strategia migliore per usare la nostra fanteria sulle colline,
coadiuvata dalla cavalleria che opererà dal campo base nella vallata
sottostante.
Quello che intendo fare è snidare le truppe di Ironhair
esattamente come i ragazzi snidano la selvaggina che poi i cacciatori
uccidono. Una collina per volta, intendo farli uscire allo scoperto,
fuori dalle alture, per spingerli verso le valli sottostanti, dritto contro
la nostra cavalleria. Possiamo contare anche sui soldati e sugli arcieri
di Pendragon che si uniranno a noi; oltre tutto ne abbiamo allenato
noi stessi un numero sufficiente per sperare che, quanto meno, siano
in grado di operare in sintonia con le nostre truppe. La nostra
disciplina ci farà vincere battaglie e guerre, vedrai. Non solo, ma i
nostri esploratori dovrebbero cavarsela bene anche su terreno molto
accidentato, seppure in squadroni non troppo numerosi, e questo è
un punto di forza.»
«Benissimo, adesso tocca a me restare senza parole.»
Sorrise.
«Allora, considera bene quello che sto per dirti. Ho bisogno di
tutti i soldati di fanteria di cui possiamo disporre. E ho anche
bisogno di ogni singola unità di cavalleria pesante. Inizialmente
intendo dividere le mie forze e impedire alla flotta di Ironhair di
usare i porti di cui si è impadronito. Per farlo, mi occorre sia la
cavalleria sia la fanteria, in modo da bloccare ogni porto da terra e
poi buttare in mare i difensori.
Una legione dovrebbe essere sufficiente, quanto meno nelle fasi
iniziali, poi, una volta che abbiamo occupato i porti, sarà possibile
ridurre il numero.
Nel frattempo, non avrò alcun bisogno dell'intero reparto di
esploratori, mentre a te dovrebbe far comodo. Ti suggerirei di
scambiare il tuo contingente di seicento soldati provenienti da corpi
diversi con cinquecento esploratori. Questo ti permetterà di
muoverti il più rapidamente possibile e di scegliere la strada che
intendi percorrere mano a mano che procedi. Direi che così sarai
anche inattaccabile, fino a quando tu stesso non deciderai di fermarti
e di combattere.
Nessuno che non possieda un esercito proprio si sognerebbe mai
di attaccare un drappello di cinquecento uomini ben disciplinati,
armati e a cavallo. Fuori dai confini di Camelot non si è mai visto
nulla del genere, credimi, Cay.»
Mentre parlava il mio cuore aveva cominciato a battere
all'impazzata e ora la mia eccitazione era quasi insopportabile, così
mi alzai e mi misi a passeggiare avanti e indietro per la stanza. Con
la coda dell'occhio vidi che la fiamma di una delle lucerne oscillava,
per poi spegnersi, e capii che si era fatto molto tardi. Ambrogio mi
stava osservando, senza far alcun tentativo di mettermi fretta. Mi
costrinsi dunque a fermarmi e a guardarlo in faccia.
«Il tuo piano non fa una piega, fratello. Ma sei proprio sicuro di
non aver bisogno dei tuoi esploratori?»
«Certo che ne avrò bisogno, ma ne abbiamo un migliaio, e a me
ne bastano la metà. Avrò a disposizione duemila cavalieri armati
pesantemente e tremila fanti di rinforzo, ricordatelo. Tu no, ma
avrai comunque il vantaggio della sorpresa. Sulla strada della
Northumbria nessuno se la sentirà di attaccarti.»
«Come stiamo a cavalli di riserva? Ne abbiamo abbastanza?»
Ambrogio rise di cuore.
«Abbastanza? In questa colonia ci sono più cavalli che persone,
Caio. Quanti te ne servono?»
«Uno di riserva per ciascuno dei miei uomini. Dovrebbe bastare.»
«Bene, allora prendine un altro cinquanta per cento in più, di
scorta. Quando sei sul campo, non puoi sostituire una cavalcatura se
non ne hai un'altra a mano.»
Di colpo mi balenò in mente lo spettacolo della mia spedizione in
marcia: più di milleduecento cavalli!
«Dio mio!» dissi. «I problemi logistici saranno spaventosi!»
«Allora delegali, fratello. Il personale logistico non scarseggia
affatto. Avrai bisogno di carri o di animali da soma per trasportare le
granaglie e gli altri rifornimenti. I carri andrebbero meglio, però ti
costringerebbero a non abbandonare le strade. I cavalli di scorta
possono trasportare le vettovaglie e i tuoi esploratori si prenderanno
cura dei proprii animali, dunque non ci sarà alcun bisogno di una
schiera di attendenti che soddisfino le vostre necessità.»
«Però saremo costretti a muoverci lentamente.»
Mi guardò con stupore.
«Che vorresti dire? Il tuo "lentamente" sarà sempre "più
velocemente" di come possa spostarsi la cavalleria pesante o la
fanteria. Certamente non galopperete per tutta la strada, ma non c'è
dubbio che vi muoverete abbastanza agevolmente. Allora, siamo
d'accordo su questo punto? Io in Cambria con due legioni, e tu
nell'estremo nord-est con cinquecento esploratori?»
Annuii.
«Lo siamo. Quando cominciamo?»
«Abbiamo già cominciato, fratello. Tutto quello che ci resta da
fare è mettere in pratica il nostro accordo. Prima della fine della
settimana, saremo partiti entrambi, e Camelot sarà al sicuro nelle
abili mani di Dedalo. Hai già deciso che strada prenderai? E per
quanto pensi di stare via?»
«Sono due domande, ma sono strettamente legate» mi fermai per
un attimo, riflettendo su entrambe. «Credo che la strada migliore sia
quella che abbiamo preso insieme l'ultima volta. Se non altro, la
conosco bene. Inizialmente andremo a est finché non raggiungeremo
i territori occupati dai Sassoni, poi abbandoneremo le strade e ci
dirigeremo a nord, tagliando per campi e boschi; probabilmente
arriveremo più in fretta dell'altra volta, visto che le zone occupate
ormai devono essere più vaste. Perché sorridi?»
Il suo sorriso si fece ancora più divertito.
«Mi viene in mente la nostra "magia", il giorno in cui ci siamo
mostrati vestiti allo stesso modo, identici in tutto e per tutto, e
abbiamo terrorizzato quei razziatori, attaccandoli a turno da punti in
cui non avremmo potuto essere se si fosse trattato di uno solo di
noi... ma loro erano convinti che ce ne fosse davvero uno solo.
Come si chiamava quell'anglo grande e grosso, quel contadino che
abbiamo salvato, te lo ricordi?»
Ci pensai un attimo, ricordando quel fatto curioso che risaliva
ormai a otto, o forse nove, anni prima.
«Qualcosa di quasi impronunciabile. Guth? Guth-qualcosa.»
«Guthilrod, non era così? C'era uno strano "thlr" non celtico, da
qualche parte.»
«Gethelrud! Ci sono, era Gethelrud!»
«Andrai a trovarlo, che ne dici?»
«Andare a trovarlo? Pensi che io sia diventato matto? Presentarmi
con cinquecento uomini e il triplo di cavalli? Posso immaginare la
sua faccia, se mi vedesse arrivare nella sua fattoria! L'altra volta,
quando eravamo soli, non potevamo parlarci, non riuscivamo
neanche a capirci.»
Mio fratello continuava a sorridere.
«Nel frattempo potrebbe aver imparato la nostra lingua.»
«Il latino? Oh, sì, sono sicuro che deve averlo imparato, quasi
certamente. Probabilmente ha anche intrapreso una regolare
corrispondenza con l'imperatore di Costantinopoli! No, fratello, non
farò visite di sorta. Mi muoverò più in fretta possibile. Quanto al
tempo di cui avrò bisogno prima di essere di ritorno, tu quanto
pensi di dover restare in Cambria? Tornerò non appena possibile,
ma non prima di aver fatto tutto quello che devo fare. Tre mesi
potrebbero essere il minimo indispensabile, suppongo.»
«Sì, è esattamente quello che pensavo. A quel punto è possibile
che dobbiate venirmi a recuperare in Cambria.»
Le sue parole mi fecero sorridere.
«Lo farò, se sarà necessario e porterò con me la Terza Legione, dal
momento che a quel punto la minaccia che incombe da nord non
esisterà più.» Guardai mio fratello provando una grande
soddisfazione e un grande sollievo di fronte alla sua sicurezza, per
non parlare dell'ardore con cui stava per affrontare il compito non
facile che lo aspettava. «Ti ho mai detto quanto sia felice per la tua
presenza qui?» Mi guardò sorpreso e io gli sorrisi. «Non stupirti, è
esattamente quello che penso. All'idea di che cosa sarebbe la mia
vita se tu e io non ci fossimo incontrati, mi vengono i brividi. Avrei
perso la parte migliore di me e avrei dovuto vivere con metà
cervello. Spesso ringrazio Dio per il semplice fatto che tu esisti, che
siamo parenti e che è accaduto il miracolo di averti incontrato.»
«Parenti? Brav'uomo! Ma se siamo praticamente gemelli!»
«Lo so, e questo richiede che ci beviamo su.» Mi guardai attorno.
«Immagino che siano andati tutti a letto da un pezzo. Siamo rimasti
qui a chiacchierare tanto a lungo da aver esaurito tutte le lucerne, il
fuoco poi è quasi spento.»
Ambrogio si raddrizzò e borbottò.
«Sì, bene, io rifornirò il fuoco e cercherò dell'olio da mettere nelle
lucerne, tu intanto vedi di trovare dell'idromele. Dovrebbe essercene
ancora negli scaffali del triclinio.»
Quando fui di ritorno, con una brocca di idromele e due coppe di
vetro, Ambrogio aveva riattizzato il fuoco ed era intento a versare
l'olio in una delle lucerne che si stavano spegnendo. Mi sedetti e
versai l'idromele per entrambi, poi attesi che tornasse a sedersi e
prendesse la sua coppa.
«Sai, mentre cercavo l'idromele mi è venuta in mente una cosa:
nel nostro piano c'è un punto debole. È l'unico, ma è enorme.»
Bevve il suo idromele, e intanto osservavo la sua espressione
mentre cercava di capire che cosa stessi dicendo.
«Allora devi essere molto più perspicace di me, perché io non
riesco proprio a vederlo. Di che si tratta?»
«Tutto il piano è alla rovescia.»
Corrugò la fronte, cercando di raccapezzarsi.
«Non ti seguo. Che cosa è alla rovescia?»
«Il nostro piano. Io dovrei andare in Cambria e tu dovresti
dirigerti verso la Northumbria, visto che io non parlo le lingue in uso
da quelle parti e tu sì.»
A quel punto sembrò ancora più perplesso.
«Ma questo non ha senso, e per tre motivi. Primo, Vortigern parla
il latino...»
«D'accordo, ma Vortigern e la sua gente potrebbero essere morti,
e tu parli la lingua dei Danesi...»
«Solo un poco, malamente, e poi non conosco neanche una
parola delle altre lingue: quella degli Angli e quell'accozzaglia di
suoni inarticolati che masticano gli Juti.»
«Ma a preoccuparci sono i Danesi di Horsa. La lingua che ci
interessa è la loro, quanto meno per capire che cosa si dicono. Non
dobbiamo mica farci conversazione, ma solo ascoltarli mentre
parlano tra di loro, sentire cosa vanno dicendo e capirlo.
In Northumbria io non servo proprio a nulla. Sei tu che dovresti
andare.»
«No, non sono d'accordo. Ed ecco qual è la mia seconda
obiezione. Se ci vado e trovo che Vortigern è ancora vivo, potrei
avere delle difficoltà a ripartire.»
Questo mi colse del tutto impreparato.
«Che vorresti dire? Vuoi dirmi che potrebbe venirti in mente di
restare là?»
«Naturalmente no! È solo che...»
Esitò, cercando le parole giuste. «Se Vortigern è vivo e mi vede
tornare nei suoi territori alla testa di un migliaio di cavalieri,
potrebbe provare il desiderio di... cercare di trattenermi, di fare in
modo che non riparta più. Il mio contingente gli procurerebbe degli
enormi vantaggi.»
«Pensi che potrebbe ricorrere alla forza?»
«No, assolutamente no. È più probabile che cerchi di scoraggiarmi,
di convincermi a non partire... Non dimenticare che un tempo sono
stato uno dei suoi comandanti più esperti e fidati. Fino a quando
non ti ho incontrato e non ho deciso di venire a sud per stare con la
mia gente, Vortigern ha potuto contare sulla mia assoluta lealtà. In
ogni caso, cercherebbe certamente di trovare il modo di persuadermi
a usare le mie truppe per dargli man forte.»
«Non ci sarebbe nessuna differenza se a capo di queste truppe ci
fossi io.»
«Invece sì che ci sarebbe. Quando arrivasse il momento tu
partiresti, e lui non avrebbe alcuna possibilità di fermarti, mentre
potrebbe convincersi che io gli devo ancora la mia lealtà. Potrebbe
rendermi la partenza molto... difficile. Se fosse necessario, lo sfiderei,
non c'è dubbio, ma non mi piacerebbe affatto, e il solo pensiero di
dover guidare i miei uomini contro i suoi, mi fa venire i sudori
freddi.»
Per un attimo rimasi senza parole. Avevo quasi dimenticato
quanto fossero stati profondi i legami che un tempo avevano unito
Ambrogio a Vortigern. Poi però, riconsiderando quanto aveva detto,
proseguii.
«Avevi detto che la mia idea era insensata per tre motivi. Per il
momento me ne hai elencati due: qual è il terzo?»
«Ah sì, non sai nulla dei miei piani di attacco in Cambria né della
strategia che ho messo a punto.»
«È una questione che possiamo risolvere in pochi giorni. Conosci
molto bene la Cambria?»
«No, per nulla.»
«E ne parli bene la lingua? E quella della Cornovaglia?»
Scosse la testa.
«Io invece sì. Parlo entrambe le lingue e conosco bene il territorio.
È sufficiente che mi illustri la strategia che hai in mente e io la
metterò in pratica. Quanto al fatto che Vortigern possa essere
tentato di obbligarti a restare, dubito che sia probabile. Non credo
che se la senta di rischiare di inimicarsi te e i tuoi uomini. Di nemici
veri e pericolosi ne ha già abbastanza. Dunque: io realizzerò quello
che tu avevi progettato di fare e tu agirai come avrei agito io se fossi
andato in Northumbria. Ricordati che siamo quasi identici, che
vedendo uno di noi due da lontano nessuno sarebbe in grado di dire
se si tratta di Merlino o di Ambrogio. L'unica cosa ragionevole è che
ciascuno di noi faccia quello che sa fare meglio. Non sei d'accordo?»
«Parzialmente.» In realtà era tutt'altro che convinto. «Io ho sempre
comandato la fanteria, Cay, non la cavalleria.»
«Sciocchezze. Gli esploratori sono ai tuoi ordini, sei tu che li hai
creati; ti seguirebbero fin nell'Ade.»
Mi fermai, quindi proseguii con più calma. «Ascolta, Ambrogio, è
una questione troppo importante perché possiamo deciderla
stanotte, in fretta e furia. Perché non dormirci su? Poi, domani
mattina, se sei ancora riluttante, faremo come era già stato deciso. In
realtà, ciascuno di noi può andare indifferentemente tanto in
Cambria quanto in Northumbria. Semplicemente, mi sembra
ragionevole sfruttare al meglio i mezzi di cui disponiamo, il che
significa utilizzare le tue competenze nel nord-est e le mie nell'ovest,
dove ciascuno di noi conosce bene lingue e luoghi. Non ti sembra?»
Sorrise. «Non c'è alcun bisogno di pensarci su. È ovvio che hai
ragione e che quanto hai detto fila perfettamente, in ogni minimo
dettaglio. Faremo come hai proposto tu. Ma c'è un prezzo da pagare
per avermi convinto tanto facilmente ad accettare il tuo piano e a
farmi rinunciare al mio.»
«E quale sarebbe?»
«Voglio prendere con me il giovane Artù, vorrei che la seconda
fase della sua educazione fosse affidata a me. In tutti questi anni sei
stato tu a crescerlo e a istruirlo, esclusivamente tu. Penso che ora
cambiare maestro potrebbe essergli utile, non solo, ma a questo
punto, potrebbe anche essere più sicuro.
In Cambria, andrai a ficcarti dritto dritto in una guerra, sarai
costretto a combattere, con tutti i rischi che comporta. Io invece
potrei non incontrare alcuna ostilità, nel nord-est. Che cosa mi
rispondi?»
Non era neppure il caso di esitare o di pensarci su. Era indubbio
che in Cambria avrei dovuto combattere, e che avrei corso dei rischi,
ma se avessi accettato il piano di mio fratello, e avessi lasciato
andare lui, il rischio più grande sarebbe stato quello di mancare
l'appuntamento con Ironhair. Ora, cercando di immaginare il
cadavere di Ironhair disteso ai miei piedi, annuii immediatamente,
ansioso di partire e di sistemare una volta per tutte la faccenda.
«Penso che il giovane Artù ne sarà estasiato, e poi hai
perfettamente ragione quanto ai rischi. Bene, pagherò il prezzo, e
prenderò con me il giovane Bedwyr. La tua osservazione però mi ha
fatto venire in mente un'altra cosa di cui ti volevo parlare. Nella
piana, oggi ho visto una scuola, non è così? È davvero una scuola?»
«Sì, lo è. Quattro anni fa, uno dei consiglieri di Ludmilla, una
donna, ha avuto l'idea, ma la nostra scuola è entrata in funzione
soltanto verso la fine dell'estate di due anni fa. Ne sei stupito?»
«Parlami dei preti che ho visto da quella parte.»
Parve sorpreso. «Che cosa vuoi sapere?»
«Chi sono e da dove vengono. Se sono stati invitati a venire qui, e
se sì, per quale motivo. Mi sembrano monaci.»
Ambrogio mosse appena le labbra, ma non si trattava di un vero
e proprio sorriso. «Monaci? Ci sono ben pochi monaci in Britannia,
Cay, almeno a quanto ne so io.» Fece una pausa. «Il monachesimo è
uno stile di vita e di preghiera che dalle nostre parti non è ancora
arrivato. Gli uomini di cui parli tu, vivono isolati, in comunità
tagliate fuori dal mondo... ma non sono monaci nel senso che
intendi tu, almeno questa è la mia impressione... o meglio, non sono
monaci del tipo di quelli che vivono oltremare.»
«Fratello, mi sembra che parli di cose senza senso.»
Bevve un sorso di idromele e lo trattenne per un po' in bocca,
prima di inghiottirlo.
«Hanno senso, eccome, Cay, e sarai d'accordo anche tu appena
avrai capito di che cosa sto parlando. Quelli che hai visto oggi,
sebbene non siano preti, provengono dall'antica comunità cristiana
di Glastonbury, a meno di venti miglia da qui. Sono seguaci del tuo
buon amico Germano che, se ben ricordi, a Verulamium ha stabilito
che debbano essere create delle scuole dove venga insegnata la
parola di Dio ai giovani di questa regione.»
Questo mi diede modo di riflettere. Glastonbury era il più antico
insediamento cristiano di tutta la Britannia, e vi si era stabilita una
comunità di anacoreti fin quasi dal tempo di Cristo. Anzi, c'era
persino chi diceva che Cristo stesso vi si fosse recato. L'avevo sentito
raccontare un'infinità di volte, ma non vi avevo mai prestato fede.
A dire la verità, l'idea che il falegname di Galilea avesse viaggiato
fin nelle contrade più remote della Britannia occidentale mi era
sempre sembrata ridicola, e della mia stessa opinione era anche la
stragrande maggioranza. Ciò nondimeno, da quelle parti c'era
sempre stata una comunità religiosa che si era stabilita in un gruppo
di casupole di pietra ammassate sul fianco della collina sopra le
paludi, proprio alla base del torrione di roccia che ha dato il nome
alla località, sopravvivendo esclusivamente grazie all'elemosina della
gente del posto. Capii immediatamente che cosa intendesse
Ambrogio quando li aveva definiti monaci. Tra i religiosi
d'oltremare, era venuto di moda riunirsi in comunità ristrette,
vivendo in povertà e nel sudiciume, nella contemplazione di Dio e
delle sue opere, fuggendo le tentazioni del demonio, del mondo e
della carne. Gli anacoreti di Glastonbury avevano vissuto così per
centinaia di anni, tranquillamente e senza che nessuno si occupasse di
loro.
«Non sono mai stato da quelle parti» dissi. «Certamente ne ho
sentito parlare, ma mai in un modo che mi abbia fatto venire in
mente di andarci. Come sono arrivati qui questi preti?»
Ambrogio sorrise. «Li ho invitati io, quando andai da loro.»
Lo guardai stupito.
«Davvero? E perché ci sei andato? È un posto in cui non c'è nulla,
a eccezione del torrione di roccia.»
«E della comunità monastica. Abbiamo avuto un visitatore, qui,
nell'estate di quattro anni fa, un uomo di chiesa di nome Ludovico,
che veniva dalla Gallia, per conto di Germano, e si stava avviando
verso Glastonbury. La sua nave era finita fuori rotta e aveva fatto
naufragio sulla costa settentrionale della Cornovaglia; quanto a lui,
aveva avuto la fortuna di essere trascinato a riva aggrappato a un
relitto. Dalla costa era poi arrivato a piedi fino a noi.
Le nostre guardie lo avevano trovato ai margini dei nostri confini
e lo avevano portato da me. Trascorse una settimana con noi, poi lo
accompagnai io stesso a Glastonbury. È lì che incontrai il mio
omonimo, Ambrogio, che è il capo di quella congregazione.
Germano aveva inviato Ludovico da Ambrogio per invitarlo a
mandare la sua gente a fondare scuole. Si trattava di una fortunata
coincidenza, dal momento che avevamo appena saputo che il
Consiglio delle donne della nostra Colonia aveva espresso l'auspicio
che si creasse una scuola qui a Camelot. Mi parve un segno del
destino, così invitai la gente di Ambrogio a venire da noi l'anno
seguente, una volta che avessimo costruito la nostra scuola, e a
cominciare a insegnare.»
«Insegnare che cosa?»
«Religione cristiana, soprattutto, i suoi principi e le verità della
fede. Tieni presente che non tutti i monaci sono dei letterati: in
effetti, soltanto pochissimi lo sono. Ambrogio insegna a leggere e
scrivere, e lo stesso fa Tommaso. Baloric, il più anziano del gruppo,
insegna aritmetica e geometria euclidea, il che vuol dire che sono
suoi allievi soltanto i ragazzi più dotati. Questi monaci si
autodefiniscono Confraternita di Giuseppe, e la loro vita è fatta di
lavoro e preghiera. Trascorrono l'autunno e l'inverno con noi, una
volta che le messi sono state raccolte e messe al sicuro, ma ritornano
alla loro comunità in primavera e vi rimangono fino alla fine
dell'estate, mentre i nostri bambini lavorano nei campi insieme ai
genitori.»
«Hmm. E sei dell'opinione che la loro presenza qui, nella nostra
Colonia, sia un bene?»
«Decisamente sì.»
«Perfetto, allora non parliamone più; soltanto non aspettarti che
vada anch'io a fare una visita a Glastonbury. La mia religiosità non
arriva a tanto.»
Mi rispose con un sorriso sulle labbra: «Ciascuno di noi manifesta
le proprie convinzioni a suo modo».
«Che vorrebbe dire?»
«Tutto quello che puoi desiderare che significhi. Alcuni di noi
mantengono chiuso nel proprio cuore ciò in cui credono, altri lo
mostrano più apertamente. Questo è tutto.»
«Sì, bene...» Guardai verso il fuoco, che stava di nuovo per
spegnersi, ridotto a poche braci rosseggianti sul fondo del braciere.
«È tardi, però dobbiamo ancora parlare di Artù.»
«Artù si è fatto alto. Non c'è dubbio che sia uno di noi. E si sta
irrobustendo parecchio.»
«Sì, e si è anche innamorato.»
Gli raccontai brevemente del colpo di fulmine di Artù; insieme ne
ridemmo affettuosamente prima che Ambrogio mi chiedesse: «Pensi
sia giunto il momento che impari ad andare in guerra?».
«Sì, e gli ho anche promesso che lui e i suoi amici, Bedwyr, Gwin
e Ghilly potranno cavalcare con noi. Ormai ne hanno l'età. Però
dobbiamo separarli. Impareranno meglio se non stanno insieme.
Porterai Artù con te, nel nord-est, per la sua prima sortita. Quando
sarete di ritorno, insieme gli faremo da maestri. Sa che deve
cominciare come semplice servitore e portaordini. Si occuperà delle
nostre armi, luciderà le nostre armature, striglierà i nostri cavalli,
porterà i nostri messaggi e imparerà a cavarsela da solo e a fare
affidamento sul proprio giudizio. Nel frattempo porterò Bedwyr con
me in Cambria, e forse anche Ghilly, sebbene abbia un anno di
meno. In fin dei conti, Ghilly durante la campagna, potrebbe
prestare servizio con Filippo, dal momento che è rimasto molto
colpito dal modo in cui ha comandato la nostra guarnigione.»
«Non ho nulla da obiettare. E dell'altro ragazzo, Gwin, che ne
facciamo?»
«Lo lasceremo qui, a Camelot, agli ordini di Dedalo. In un primo
momento, non ne sarà affatto contento, anzi, proverà un gran
dispiacere a non partire con gli altri, ma non potrà avere un maestro
migliore di Ded. Poi, quando saremo tornati, i ragazzi cambieranno
superiori, e toccherà a Gwin partire per la prossima spedizione. Pensi
che funzionerà?»
«A questo punto, penso che ci siano solo tre cose più sicure.»
«E quali sarebbero?»
«Che è molto tardi, che ho finito il mio idromele e che sto per
andare a letto. Dormi bene, fratello, perché domani sarà una
giornata lunga. Sarà certamente un giorno di festa, ma alla fine non
vedrai l'ora di andare a dormire. Spegni le lucerne quando esci di
qui, e non essere tanto egoista da svegliare Tress quando ti infili nel
letto.»
Sbadigliai, e lo seguii verso le scale che portavano al piano
superiore, e intanto spensi le ultime due lucerne.
Il giorno seguente fu lungo proprio come aveva previsto
Ambrogio, ma paradossalmente volò via in un soffio, da quando
all'alba suonarono le trombe con cui venne ordinato alla
guarnigione di andar a preparare la spianata per i festeggiamenti,
fino agli ultimi assembramenti accanto ai falò, quando a tarda notte i
canti e i suoni degli strumenti a corda finivano col diventare un
insieme indistinto di suoni.
Di quella giornata due ricordi sono rimasti impressi maggiormente
nella mia mente. Uno fu il constatare, subito dopo lo spuntare del
giorno, che in effetti a Camelot avevamo migliaia di soldati. Era
stato decretato un giorno di festa e l'intera guarnigione era stata
esonerata dal servizio, a eccezione di un contingente ridotto al
minimo che rimanesse di guardia durante la giornata. I soldati a
cavallo furono ancor meno impegnati, anche se toccò a loro il
compito di preparare la spianata per la festa del pomeriggio e la
possibilità di spassarsela fu strettamente limitata dal divieto di bere
prima del tramonto.
Li guardavo dall'alto, da una curva della strada che si inerpicava
su per la collina, mentre si sparpagliavano per la vasta spianata
sottostante, trasformandola in poche ore da una distesa spoglia e
polverosa in una vasta tendopoli punteggiata da grandi fuochi, che
aspettavano solo di essere accesi. Erano stati sistemati in cavità poco
profonde attorno alle quali erano stati collocate tavoli e panche,
delle semplici assi di legno, in modo da formare cerchi concentrici.
Al centro della spianata avevano lasciato uno spazio rettangolare, di
sessanta passi per quaranta, in cui verso la fine della giornata si
sarebbero tenuti gli spettacoli più importanti. La notte precedente
alcuni di loro avevano scavato delle buche in cui accendere i fuochi
per cucinare, a lato della tendopoli principale, vicino alla fila di
alberi che delimitava il lato meridionale.
Il lavoro per arrostire allo spiedo gli animali più grandi era
iniziato molto prima dell'alba, sotto lo sguardo attento di Marco e
della sua squadra di cuochi.
L'intera area meridionale, lungo le distese erbose che
fiancheggiavano la vera e propria spianata delle esercitazioni, era
stata delimitata da steccati, e delle guardie tenevano lontano i
curiosi, impedendo loro di avvicinarsi al luogo in cui si preparavano
i cibi. Il numero delle persone che si davano da fare dentro la
staccionata era notevole, ma quello di chi si trovava nella spianata
era addirittura inimmaginabile. Prima di allora, non avevo mai visto
tanti soldati lavorare nello stesso posto.
Il secondo ricordo furono le gare di equitazione e di abilità
nell'uso delle armi che si tennero nel pomeriggio. Poi, per la prima
volta, ebbi modo di vedere che cosa potesse fare un contingente di
uomini a cavallo, i nostri esploratori, con le nuove lance leggere.
Uno squadrone dopo l'altro si fecero avanti i cavalieri, coperti da
armature di cuoio indurito e, galoppando a tutta velocità,
eseguivano acrobazie impensate: si sporgevano dalle selle, tenendosi
soltanto con le redini e le staffe, e riuscivano a raccogliere da terra
con la punta delle loro lance dei bersagli colorati a cui erano stati
fissati nastri multicolori. Poi altri squadroni sopraggiunsero a ondate,
galoppando anch'essi a tutta velocità verso una fila di scudi appesi a
dei pali conficcati nel terreno; poi facevano impennare i cavalli
simultaneamente e invertivano la direzione mentre i cavalieri,
aggrappati alle redini scagliavano le lance oltre gli scudi, come
dovessero colpire gli uomini che, sul campo di battaglia, li avrebbero
usati come riparo. Dopo lo "scontro" galoppavano via, evitando
abilmente i cavalieri che a loro volta sopraggiungevano in ondate
successive. Ogni cavaliere brandiva una nuova lancia, presa da una
sorta di grande faretra che gli pendeva dietro la sella. Osservando
quelle manovre sapevo di assistere a una nuova forma di tecnica
militare.
Durante tutta l'esibizione, Dedalo era rimasto accanto a me, e così
pure Rufio, e ora, dopo che l'ultimo squadrone si fu allontanato
accompagnato dallo scrosciare degli applausi, Rufio disse: «Vedete
che cosa hanno imparato i nostri compagni mentre noi eravamo
lontani, rintanati tra i monti? Le loro evoluzioni vi fanno sentire
inadeguati, non è così?».
Dedalo lo guardò di traverso, sorridendo.
«Rufio, se tu non avessi incontrato quel dannatissimo orso,
avremmo potuto dare una dimostrazione di come si maneggia la
spada, facendo loro vedere la nostra tecnica di combattimento con i
due bastoni e allora sì che li avremmo lasciati senza parole.»
Mentre Rufio annuiva e sputava sconsolato, Ded si voltò verso di
me.
«I ragazzi però potrebbero farlo, non ti pare? Non con due
bastoni, non ne sono ancora in grado, ma se la cavano più che bene
con un bastone di noce ciascuno, almeno quanto basta per sbigottire
tutta questa gente. Che ne pensi, Cay?»
A dire la verità, era venuto in mente anche a me, ma avevo
scartato l'idea.
«No, Ded, non penso che sia il caso. Innanzitutto, potrebbe essere
interpretato male: potrebbe dare l'impressione che ci sentiamo
inferiori e cerchiamo di non darlo a vedere mettendoci in mostra. In
secondo luogo, non credo che per i ragazzi sarebbe bene essere
costretti a esibirsi. Meglio non fare nulla che richiami l'attenzione su
Artù.»
Ded si strinse nelle spalle e annuì.
«Come credi, il comandante sei tu.»
Alzò la testa e annusò.
«Dio mio, la carne ha un profumino delizioso. Sto morendo di
fame. Andiamo a vedere se sono quasi pronti a servire.»
Insieme ci avviammo verso l'area destinata alla preparazione dei
cibi e questo costituisce l'ultimo ricordo preciso di quella memorabile
giornata. So che Tress si divertì moltissimo, poiché mi è rimasto
impresso nella memoria il suo viso arrossato e ridente, gli occhi
luminosi, il respiro leggermente affannato per aver danzato a lungo
con uno dei giovani ufficiali; so che il cibo fu vario ed eccellente,
perché non ho dimenticato che Marco fu portato in trionfo da una
rumorosa schiera di soldati e cuochi; e so anche che nel corso della
giornata incontrai molti visi nuovi, ma non ne ricordo nessuno in
dettaglio così come non riesco a ricordare di essere poi andato a
letto quella notte.
Il giorno seguente fu dedicato a cancellare le tracce dei
festeggiamenti e ancora una volta furono i soldati a cavallo a
invadere la grande spianata. Verso sera, nel breve crepuscolo
primaverile, era ormai sparita ogni traccia della tendopoli del giorno
precedente; persino i cerchi scuri lasciati dai fuochi erano stati
cancellati dagli erpici, mentre il suolo era stato nuovamente spianato
e le ceneri seppellite o disperse.
Il giorno dopo ancora, quando sorse il sole, l'enorme spianata era
tornata alla normalità e l'intera superficie era quasi completamente
coperta da formazioni perfettamente allineate di uomini immobili: la
metà posteriore era costituita da squadroni di cavalleria pesante, sui
fianchi erano schierate piccole unità di esploratori mentre le fila
anteriori e centrali erano composte interamente di fanti.
Stavo attraversando la porta anteriore del forte in compagnia di
Ambrogio - eravamo diretti verso la spianata per passare in rassegna
le truppe - quando fermai di colpo il cavallo. Anche Ambrogio si
fermò lanciandomi uno sguardo interrogativo.
«Che c'è?»
«Sono tutte marroni.»
Si voltò subito per osservare l'esercito schierato nella spianata,
cercando di capire che cosa intendessi, poi guardò di nuovo verso di
me.
«Le armature, è questo che vuoi dire?»
«Sì, osservandole tutte insieme, come un blocco unico, mi ha
colpito notare che c'è poco metallo.»
«È proprio così, di metallo ne abbiamo poco, non abbastanza per
armare migliaia di soldati. Anche se, a dire il vero, non c'è un
effettivo bisogno di armature metalliche. I Romani hanno
conquistato il mondo con armature di cuoio, non lo sai?» Sorrise.
«Tre strati di cuoio ben indurito e rafforzato da borchie di metallo
sono in grado di resistere alla maggior parte degli assalti.
Inoltre tutte le nostre armi sono di ferro e sono le migliori della
Britannia, forgiate nelle nostre fucine. Se poi guardi meglio, vedrai
che i nostri ufficiali hanno armature di metallo. Loro ne hanno più
bisogno, dal momento che sono maggiormente esposti agli attacchi
del nemico. Adesso possiamo andare?»
«Aspetta un momento!» Aveva già cominciato a spronare il
cavallo, ma si fermò di nuovo. «Il ferro, dove lo prendiamo
attualmente?»
«Dove lo abbiamo sempre preso, ovunque riusciamo a trovarlo.
Carol ha degli aiutanti che non fanno che perlustrare il paese, da un
capo all'altro. I giacimenti di minerale grezzo sono soprattutto nel
sud della Cambria, subito a nord di Glevum, e lungo la costa
sudorientale. Ma attualmente sono pochi coloro che lo estraggono
e, naturalmente, le coste sudorientali sono state invase dai Sassoni.
Pertanto la maggior parte del ferro grezzo proviene dal paese di
Pendragon...»
Tacque, pensieroso, poi sospirò. «Nei suoi scritti Publio Varro
sosteneva che un giorno il ferro sarebbe diventato più prezioso
dell'oro. Come vorrei che si fosse sbagliato!» Anch'io lo avrei voluto,
ma purtroppo l'accuratezza delle previsioni del mio prozio era ormai
una realtà, e da molti anni per giunta. Carol era l'armaiolo più
anziano di Camelot, uno dei tre figli, ormai di mezz'età, di Equo,
amico di vecchia data di Publio Varro e suo socio in affari; sapevo
bene come gran parte del suo tempo venisse dedicata alla ricerca
sempre più infruttuosa di ferro di prima fusione e persino di
minerale grezzo.
«In fatto di metalli, Publio Varro si sbagliava raramente. Ma
parlando di Carol mi è venuto in mente che tra i miei bagagli ho
qualcosa per te. Non si tratta di un regalo, poiché è tanto tuo
quanto mio, ma sono certo che ti farà piacere. Non appena avremo
finito l'ispezione, se vieni via con me potrò dartelo. Per ora, le
nostre truppe hanno un aspetto magnifico, esattamente come
devono... Adesso però è proprio ora che le raggiungiamo, le
abbiamo fatte aspettare anche troppo a lungo.»
Scendemmo verso la pianura e a mano a mano che ci
avvicinavamo alla massa compatta delle nostre truppe, arrivando
finalmente abbastanza vicino da distinguere i diversi visi, seri e
concentrati, sotto file e file di elmi da guerra perfettamente identici,
mi venne da pensare che nei giorni e nei mesi seguenti avrei avuto
ben poche occasioni di vedere morbidi visi femminili. Ci vollero più
di due ore per ispezionare i vari reparti, ma fu un compito piacevole
e gratificante nel tiepido sole primaverile. I nostri uomini erano
risoluti e pronti per la guerra, e tra di loro serpeggiava un crescente
senso di anticipazione, sebbene si mantenessero perfettamente
immobili e silenziosi mentre procedevamo tra i ranghi, osservando
con occhio critico armi e armature, animali e selle.
I veterani della guerra di Lot, che si era combattuta anni addietro,
si distinguevano senza ombra di dubbio grazie alle decorazioni che si
erano conquistate sul campo di battaglia.
Soltanto loro avevano il diritto di esibire sugli elmi da parata un
cimiero rigido e biancastro, fatto di setole di cinghiale, in
commemorazione della vittoria riportata su Gulrhys Lot, il cui
emblema era stato per l'appunto il cinghiale di Cornovaglia. Tutti gli
altri soldati a cavallo avevano cimieri scuri di crine di cavallo.
Oltre ai cimieri, molti dei nostri veterani esibivano
orgogliosamente anelli al merito: in questo mio nonno Caio si era
ispirato a una tradizione militare romana per la quale i soldati che si
erano distinti durante il combattimento venivano premiati con degli
anelli di misure e metalli diversi - oro, argento, bronzo e ferro - che
venivano poi fissati alle loro corazze. Alcuni di questi anelli erano
decorati, altri erano lisci, ma ciascuno aveva un significato
particolare.
Il più grande, grande quanto il palmo di una mano,
simboleggiava la corona che nei tempi antichi poteva essere portata
da soldati che si erano distinti per imprese eroiche, per esempio per
aver catturato un caposaldo nemico.
Sulla sua corazza, Terzio Lucca, il nostro primus pilus, sfoggiava
ben tre file di questi anelli, che in pratica gli coprivano l'intero petto.
Dei vari anelli, due erano di oro liscio, e indicavano atti di
ineguagliabile valore, mentre due erano di argento lavorato in
modo da sembrare una corda, e stavano a indicare che aveva
comandato due diverse compagnie nel corso di due campagne
vittoriose; altri due erano invece di argento liscio e i tre fissati più in
basso erano di bronzo: ciascuno di essi testimoniava che da solo
aveva salvato la vita di un compagno durante la battaglia.
Portava anche delle spalline di ferro lucido, che ricoprivano la
giunzione tra la parte anteriore e posteriore della corazza, su cui
erano fissati altri dodici anelli più piccoli, saldati a strati uno sopra
all'altro. Sulla sommità dell'elmo, dotato di piastre che gli coprivano
interamente il viso a eccezione degli occhi, sfoggiava un enorme e
vistoso cimiero rigido, fatto di crine di cavallo, che ondeggiava da
una spalla all'altra, come quello dei centurioni.
Terzio Lucca, nel fiore degli anni, era veramente imponente nella
sua armatura da parata, e a conclusione della nostra formale
ispezione dei suoi uomini lo ringraziammo cerimoniosamente prima
di rimettere nelle sue mani il controllo del reparto, dopo un ultimo
saluto al podio dove erano allineati gli stendardi delle nostre
formazioni. Mentre Ambrogio e io ci allontanavamo, fianco a fianco
e seguiti, nella nostra qualità di comandanti, dai nostri ufficiali,
udimmo la possente voce di Lucca, che si rivolgeva un'ultima volta
alle truppe ordinando loro di prepararsi a rompere le righe in buon
ordine.
Una volta rientrati al forte, ringraziai gli altri ufficiali e li congedai
prima di accompagnare Ambrogio nella stanza in cui erano
accatastate tutte le casse e le ceste che non avevo ancora vuotato.
Trovai subito quella che cercavo, e mi affrettai a sollevare il
coperchio che proteggeva la custodia di Excalibur, accuratamente
sistemata tra trucioli di legno e le due copie realizzate con quanto
restava della Pietra del Cielo. Ne presi una e la lanciai ad Ambrogio.
L'afferrò prontamente e la sollevò verso la luce, osservandola
attentamente.
«Ci ho ripensato la notte scorsa, quando mi hai fatto tornare in
mente il giorno in cui, in territorio sassone, ci siamo mostrati identici
per sbalordire i nemici. Ti ricordi come eri preoccupato perché i
nostri archi erano diversi, come se coloro che stavamo attaccando
potessero notare una cosa simile da un centinaio di passi di
distanza?»
Sorrise e portò l'elsa ancora più vicino agli occhi.
«Bene, almeno d'ora in poi le nostre spade saranno identiche.»
Tirai fuori anche l'altra, perché potesse rendersi conto di quanto
fossero identiche in tutto e per tutto, dal pomo all'estremità del
fodero.
«Chi ha fatto i foderi?»
Impugnai la mia spada ed estrassi la lama.
«Li ha fatti Joseph, usando le stesse tecniche dello zio Varro. Sono
di pelle di pecora, come puoi vedere, ripiegata e cucita, con il vello
all'interno, ma rasato in modo da lasciargli soltanto una leggera
lanugine che pulisce e lucida la lama ogni volta che la si ripone o la si
sguaina. La parte alta è rinforzata con un rivestimento di metallo che
li mantiene rigidi e compressi attorno all'estremità superiore della
lama, e fa da supporto al gancio lungo e diritto fissato sul retro.
C'era bisogno di qualcosa che ci permettesse di portare queste spade
e il gancio è quello che Joseph ha escogitato.
La lama è troppo lunga perché la si possa sguainare con il braccio
teso, sia che penda dalla spalla o dal fianco, ed è troppo lunga anche
perché si riesca a camminare portandola appesa alla cintura.
L'unica alternativa sarebbe tenerla in mano per tutto il tempo, il
che ovviamente è ridicolo. Pertanto, il lungo gancio sul retro del
fodero si infila nell'anello fissato tra le spalle, in modo che il fodero
penda lungo la schiena con l'elsa che spunta sopra le spalle. Fin qui
nulla di nuovo. La novità arriva quando è il momento di brandire la
spada. Vedi?»
Mentre parlavo gli avevo dato una dimostrazione dei vari
movimenti.
«Afferri l'elsa, porti la mano libera dietro la schiena, in basso, e
spingi verso l'alto il fodero finché il gancio si sfila dall'anello che hai
sulle spalle, poi mandi avanti la lama, sopra la spalla, in modo da
poterla afferrare di nuovo con la mano libera.
Sguaini la spada, così, e fai scivolare il gancio del fodero nella
cintura, per non perderlo. Il fodero rimane appeso, flessibile e
innocuo, e tu hai in mano un'arma nuda e micidiale. Sei d'accordo?»
«Hmm, sì. Molto ingegnoso. È stato Joseph a escogitarlo?»
Ambrogio armeggiava dietro la propria schiena, cercando di
inserire il lungo gancio del fodero nell'anello che aveva tra le spalle,
dove normalmente stava appesa la spatha, in dotazione alla
cavalleria, la cui lunga lama veniva fatta passare direttamente
attraverso l'anello.
«Proprio lui. Non preoccuparti, ti ci abituerai. Per i primi giorni
anch'io ho avuto delle difficoltà, ma è solo questione di pratica,
come in tutte le cose per altro, equilibrio e sensibilità. Ormai ho
imparato a fissare il gancio senza neanche pensarci, e sono in grado
di afferrare la spada e di averla nuda tra le mani prima che chiunque
possa contare fino a tre.»
Alla fine riuscì a sistemare il fodero e poi cercò di sguainare la
spada, ma i suoi movimenti erano lenti e impacciati. Li ripetei io
stesso, con scioltezza e disinvoltura, dando un colpo alla lama
ancora inguauiata contro la mia spalla destra per facilitare
l'operazione, poi girando il polso verso l'interno e portando infine la
lama trasversalmente rispetto al mio petto dove con la sinistra potei
afferrare il fodero proprio sotto l'elsa; tirando con entrambe le mani
in direzione opposta sguainai la spada, pronto a colpire. Il fodero
ormai vuoto pendeva dalla mano sinistra, e lo feci scivolare nel
gancio della cintura.
«Come ti ho detto, farai in fretta a imparare il trucco, e la cosa più
bella è che a cavallo funziona ancora meglio che a piedi.»
Ambrogio stava esaminando la lama della sua spada, tenendola
accanto al viso e muovendola in modo che la luce si riflettesse su
tutta la sua lunghezza.
«Sì» disse infine, distrattamente. «Sono sicuro che sarà così.
Quest'arma appare persino più bella - voglio dire, guardandola così
da vicino - di qualsiasi altra spada mi sia mai capitato di vedere. Il
ferro ha un motivo ondeggiante, molto più pronunciato di quello
che si può notare sulle altre spade. So che deriva dal modo in cui il
fabbro ha piegato e attorcigliato le barre con cui ha forgiato la
spada, quando le ha riscaldate e poi martellate per appiattirle,
tuttavia sembra diverso.»
«Certo che è diverso. È il metallo a essere diverso: questo è
metallo della Pietra del Cielo, non è semplice ferro.»
Si voltò verso di me e raddrizzò le spalle prima di far scivolare
con grande cura la lama della nuova spada nella sua custodia di
cuoio.
«Dov'è adesso Excalibur?»
Feci un cenno verso la grande cassa ancora aperta. «È lì.»
«Posso darle un'occhiata?»
Presi la cassetta di legno lucido, soffiando via qualche truciolo che
era rimasto attaccato alla sua superficie brillante, poi la aprii e tirai
fuori Excalibur, afferrandola direttamente per la lama protetta dal
drappo di seta e porgendo l'elsa a mio fratello.
Ambrogio la contemplò in un silenzio pieno di meraviglia, senza
fare alcun movimento per afferrarla, poi rapidamente sguainò di
nuovo la spada che teneva ancora in mano, lasciando cadere sul
tavolo il fodero vuoto e spostandone l'elsa nella mano sinistra prima
di prendere Excalibur con la destra. Rimase poi a osservare le due
spade, tenendole davanti a sé, una accanto all'altra.
«È molto più... elaborata» mormorò.
«Sì, certo. È un'arma da parata oltre che da difesa e offesa,
un'arma da re. Al confronto l'altra è un semplice strumento da
lavoro, la spada di un guerriero.»
Alzò la testa per guardarmi in faccia, con un mezzo sorriso sulle
labbra.
«Vorresti dire che un re potrebbe non essere anche un guerriero?»
«Lo sai benissimo, fratello. Ma spesso si da il caso che un grande
guerriero non possa mai diventare re.»
«No, e che non lo voglia neppure diventare.» Era tornato a
osservare le due spade. «Guarda come luccica la lama! Non è mai
esistito nulla di simile.»
«No, ti sbagli, Ambrogio. Ce ne sono altre due, esattamente
uguali, e tu ne hai una in mano. Le loro lame sembrano più opache,
indubbiamente, ma è solo perché Excalibur è brunita. Sono repliche,
perfettamente identiche, l'unica differenza è che queste due sono
semplici e disadorne, mentre l'originale è più appariscente.»
«Più appariscente... è una parola sgradevole, Cay. Fa pensare a
qualcosa di falso. Questa è Excalibur! E non ha nulla di falso! Artù
l'ha già vista?»
«No, non ne conosce l'esistenza. È ancora troppo giovane. Presto
sarà sua, ma prima devo essere assolutamente convinto che sia
abbastanza grande da capire perché fino a ora gliel'ho tenuta
nascosta.»
Ambrogio mi guardò aggrottando le sopracciglia, poi dopo
avermi indirizzato un sorrisetto sardonico, modificò il modo in cui
fino a quel momento aveva tenuto la spada: la impugnò per la
guardia a croce e porse l'elsa a me.
«Direi proprio che la tua affermazione era contorta,» disse
lentamente, «ma penso di aver capito che cosa intendessi dire.»
«Ottimo. Allora sentiamo se sei in grado di ripeterlo.»
«Il ragazzo è troppo giovane, e non sarà abbastanza grande per
sapere finché non sarà grande abbastanza da sapere che è troppo
giovane. Non è forse questo che intendevi?»
Risi e chiusi il coperchio della lucida cassetta di legno, poi rimisi la
gloriosa spada nel cassone in cui veniva custodita.
«Esattamente. Fratello! È precisamente quello che ho detto.»
PARTE SECONDA
CAMBRIA
VII.
«Merlino, guarda Bedwyr.»
Le parole di Donuil mi strapparono ai miei pensieri e mi fecero
voltare la testa per guardare verso il punto che mi indicava.
Immediatamente vidi il giovane Bedwyr che scendeva al gran
galoppo lungo il leggero pendio della collina che si innalzava di
fronte a noi, evitando con cura gli spuntoni di roccia che
punteggiavano il terreno erboso e scegliendo la via più breve e
agevole per raggiungere l'altura da cui lo stavamo osservando.
«Cavalca come un centauro, non ti pare?»
«Sì, proprio così» risposi. «Ma quello di cui abbiamo bisogno è di
guerrieri che possano volare come aquile.»
Sempre restando in sella mi voltai per controllare le mie truppe
sparpagliate per oltre un miglio, lungo l'ampia striscia pianeggiante
che si snodava lungo la costa. Dietro di loro, il sole del mattino si
rifletteva con luminosità abbagliante sulle onde che increspavano la
superficie del mare: era ancora agitato, nonostante il cielo
completamente privo di nuvole, per i postumi del violento
temporale estivo che la notte precedente si era abbattuto sulla zona.
La pianura costiera, lungo il limite più occidentale della Cambria
meridionale, era ampia, e non avevo alcun timore di restare
intrappolato, nonostante il mio esercito se ne stesse sparpagliato
intorno e i soldati si stessero riposando al sole dalle fatiche della
marcia. Ben presto però udii la voce roca di Rufio che borbottava
una risposta alla mia osservazione.
«Non so a quanto servirebbero, Merlino. Siamo in Cambria, te Lo
sei dimenticato? Anche un'aquila che voli alta nel cielo può essere
abbattuta da una freccia di Pendragon se ben mirata.»
Sorridendo mi voltai per guardarlo in faccia. Accanto a lui, in
piedi con una mano appoggiata sul collo del cavallo di Rufio, il suo
amico Huw Fortebraccio, il massiccio capo dei guerrieri di
Pendragon che si erano alleati con noi, mi stava osservando
scuotendo la testa con una certa bonomia di fronte al commento di
Rufio. Il suo arco lungo gli pendeva da una spalla e dietro la testa
spuntava una faretra piena di frecce. Ammiccai verso di lui e ribattei
voltandomi verso Rufio.
«Vero Rufio, ma tutti gli archi lunghi di Pendragon sono dalla
nostra parte, dunque quello che hai detto vale poco.»
«Hmm, puah!» proruppe pieno di disgusto. «La maggior parte,
comandante, solo la maggior parte, non dimenticarlo. Per i miei
gusti, con Ironhair ci sono troppi voltagabbana, troppi figli di
puttana!»
Si riferiva a Owain delle Grotte, lo sapevo bene. Annuii, poi mi
rivolsi a Benedetto, il cui cavallo era talmente vicino al mio, sulla
sinistra, che le nostre ginocchia si toccavano.
«Bene, adesso sapremo che cosa ha scoperto Filippo
nell'entroterra. A giudicare dalla velocità con cui galoppa Bedwyr
dovrebbe essere qualcosa di importante.»
Benedetto sorrise.
«Sì, a meno che stia semplicemente cercando di far scoppiare il
cavallo poiché ha visto che lo stiamo guardando.»
Dietro di me, udii Derek ridere rumorosamente alla battuta di
Benedetto.
Il re di Ravenglass cavalcava un cavallo grande quanto il mio
Germanico. Era cambiato molto da quando era arrivato a Camelot.
La sua decisione di smettere di combattere aveva cominciato a venir
meno a mano a mano che si era convinto della necessità di farla
finita, subito e una volta per tutte, con Ironhair e il suo folle alleato
Carthac. Infatti, essendo anch'egli un re, Derek di Ravenglass aveva
un senso della giustizia che non poteva tollerare l'esistenza degli
usurpatori. In quel momento indossava un'uniforme che al tempo
della dominazione romana lo avrebbe qualificato come un tribuno,
con tanto di mantello scarlatto, elmo piumato e una corazza di
cuoio riccamente lavorata.
Guardai prima Derek e poi Benedetto, scuotendo la testa con
finto disappunto.
«Cinici! Sono circondato da cinici e pessimisti. Stando così le cose,
c'è poco da stupirsi che ce la caviamo tutt'altro che bene qui in
Cambria!»
Spronai leggermente il mio cavallo e mi spostai un po' più avanti,
sia per vedere distintamente Bedwyr sia per far sì che potesse notare
che lo stavo aspettando.
Rimasi immobile mentre il ragazzo si avviava su per il pendio e
dopo qualche minuto raggiungeva la sommità, ansando quasi
quanto il suo cavallo.
Nei mesi che avevamo trascorso insieme in Cambria era cresciuto
molto e si era notevolmente irrobustito; osservandolo mi accorsi di
pensare ad Artù e non potei fare a meno di chiedermi se anche lui
avesse fatto progressi analoghi, ovunque si trovasse laggiù nel nordest.
Bedwyr fece fermare il cavallo e saltò a terra. Poi mi si avvicinò, si
mise sull'attenti in un rigido saluto, portando il pugno destro contro
la spalla sinistra, e con occhi spalancati alzò lo sguardo verso di me
che lo fissavo dall'alto del mio cavallo.
«Comandante legato Merlino!»
Annuii, reprimendo a fatica un sorriso di fronte alla sua accigliata
compostezza.
«Riposo, soldato, e procedi con il tuo rapporto.»
Respirò profondamente e si tenne ancora più rigido, con i gomiti
leggermente piegati e contratti per mantenere il corpo
completamente immobile, mentre i pugni serrati poggiavano appena
sui fianchi. Poi, con voce secca e con un tono formale molto diverso
da quello consueto, snocciolò il suo messaggio.
«Comandante legato Merlino, il legato Filippo desidera
comunicarti di non essere riuscito a stabilire alcun contatto
significativo con le forze nemiche. Negli ultimi sei giorni è penetrato
nei territori che gli sono stati assegnati per questa ricognizione, come
stabilito e secondo le istruzioni ricevute, e non ha incontrato alcuna
resistenza. Desidera riferire che il territorio e le colline compresi tra la
sua posizione presente, quindici miglia a nord di qui, e la tua
presente posizione, inclusa tutta la regione costiera, sono privi di
formazioni nemiche. Le sue coorti di fanti hanno esplorato le cime e
i pendii più elevati senza incidenti, e le truppe a cavallo, agli ordini
dei tribuni Falvo e Tessio, hanno completato il pattugliamento delle
valli e della parte bassa delle alture, da entrambi i lati della catena di
colline loro assegnate. Si sono ricongiunti due giorni fa, senza aver
incontrato alcun impedimento nella loro marcia di avvicinamento
verso il punto di incontro.
Il legato ha raggiunto gli obiettivi che gli erano stati assegnati, e
ora mantiene le proprie posizioni, secondo gli ordini ricevuti.
Attende ulteriori istruzioni, ma rispettosamente ti informa che ieri
nella zona più settentrionale le sue sentinelle hanno avvistato il
passaggio di una flotta che, pur tenendosi in alto mare, si dirigeva
velocemente in direzione sud, con la possibilità di un cambiamento
di rotta verso la tua attuale posizione. La tempesta della notte
scorsa, ipotizza il legato, potrebbe averla dispersa o affondata,
tuttavia alle prime luci dell'alba mi ha inviato a tutta velocità a
riferirti le notizie. La flotta è costituita da una grande bireme,
accompagnata da un numero imprecisato di galee, che si tenevano
troppo al largo per poter essere contate con sicurezza, ma il cui
numero è stimato non inferiore a quindici imbarcazioni.
Comandante legato!»
La formula finale di congedo era accompagnata da un rigido
saluto militare, a indicare che il rapporto era terminato. Respirai
profondamente, poi mi rivolsi a lui.
«Grazie, soldato. Un rapporto eccellente e succinto. Nessuna
domanda. Riferisci ora a Terzio Lucca, se lo desideri, e fatti assegnare
un posto in cui mangiare e dormire, dopo esserti preso cura del tuo
cavallo. Quando ti sarai riposato, potrai tornare da me per ulteriori
istruzioni.»
Bedwyr mi salutò nuovamente, poi si voltò e se ne andò. Lo
osservai mentre montava a cavallo e galoppava via, quindi mi rivolsi
ai miei compagni.
«Stessa storia, ma questa volta c'è anche una flotta. Probabilmente
passeranno al largo, tuttavia è meglio tenersi pronti, nel caso in cui
Ironhair avesse deciso di darci fastidio.» Guardai verso il cielo,
ancora chiaro e senza nuvole. «Radunate i comandanti della
cavalleria, se non vi dispiace. Ci incontreremo nella tenda del
comando tra mezz'ora. Grazie.»
Non appena ebbero cominciato a disperdersi, Donuil colse il mio
sguardo e si indicò il petto, alzando un sopracciglio, come per
chiedermi se desideravo che rimanesse. Scossi la testa, facendogli
cenno che poteva andare.
Pochi istanti dopo, ero solo.
Mi guardai attorno per essere certo che nessuno mi prestasse
attenzione, poi spronai Germanico e scesi lungo il fianco della
collina, dalla parte opposta rispetto al mare, verso una stretta nicchia
che si apriva nel versante sovrastante la valle che Bedwyr aveva
attraversato poco tempo prima. Avevo scoperto, e utilizzato, quel
rifugio il giorno precedente quando, come in quel momento, avevo
avuto bisogno di solitudine. Una volta lì, sapevo di essere nascosto
agli occhi di tutti.
Scesi da cavallo e mi tolsi il pesante elmo, asciugandomi la fronte
e l'interno della visiera con uno dei morbidi fazzoletti ricamati che
Tress mi aveva confezionato proprio per quell'uso. Poi mi stirai con
forza, sollevandomi sulla punta dei piedi, e sbadigliai, cercando di
alleviare l'indolenzimento delle natiche.
Frugai nella sacca da sella alla ricerca della pietra per affilare che
portavo sempre con me, sganciai e sguainai la spada, poi mi sedetti
comodamente su uno spuntone di roccia che costituiva una sorta di
sedile naturale.
A quel punto cominciai ad affilare la spada, mentre i miei pensieri
andavano avanti e indietro seguendo il movimento ritmico della
pietra che strisciava contro il bordo della lama. Bedwyr manteneva
in perfetta efficienza le mie armi - faceva parte del suo
addestramento - ma le abitudini di una vita sono difficili da cambiare
e affilare personalmente le mie lame almeno una volta al giorno mi
dava sicurezza. Poi, mentre la mia mente si lasciava cullare dalla
monotonia e dalla meccanicità dei miei movimenti, anche i miei
pensieri presero a fluire più agevolmente.
Erano passati quattro mesi dall'ultima volta che avevo parlato con
Ambrogio e più di tre da quando ero arrivato in Cambria alla testa
delle due legioni di Camelot. Da quel momento in poi eravamo stati
impegnati in una finta guerra, marciando avanti e indietro, in lungo
e in largo, da un capo all'altro della Cambria, cercando di venire in
contatto con un nemico sfuggente, effimero e inconsistente come le
nuvole e le nebbie che di buon mattino avvolgevano le montagne.
Eppure i nemici c'erano davvero, erano reali e per giunta numerosi.
Li vedevamo di frequente, in lontananza, davanti a noi, ma per la
maggior parte del tempo si tenevano alla larga, per poi sparire nel
nulla non appena ci avvicinavamo.
Nei primi giorni accadeva talvolta che un gruppo di temerari,
frustrati quanto noi dalla forzata inattività, cercasse di coglierci di
sorpresa, nascondendosi tra le felci mentre avanzavamo per poi
sbucare improvvisamente dai loro nascondigli e saltarci addosso,
prendendoci alle spalle.
La nostra strategia mirava proprio a incoraggiare attacchi di
questo tipo, e a rispondere a simili incursioni rapidamente e
spietatamente, accerchiando gli attaccanti e massacrandoli. E ben
presto nessuno osò più cercare lo scontro.
In verità, all'inizio della campagna avevamo avuto anche troppo
successo. Il fatto è che il nostro arrivo aveva suscitato grande
preoccupazione ed era stato radunato in gran fretta un vasto
esercito, forte di parecchie migliaia di uomini, pronto ad attaccarci e
cacciarci fuori dalla Cambria.
Ignaro dell'imminenza dello scontro, pochi giorni prima avevo
diviso le mie forze, mandando verso sud e a ovest, lungo la pianura
costiera, metà delle mie truppe - per la maggior parte fanteria,
accompagnata da cinquecento esploratori e sotto il comando di
Terzio Lucca - con il compito di catturare i porti di Cardiff e
Caerwent, cacciarne gli invasori provenienti dalla Cornovaglia e
impedirne l'accesso alle navi cariche di rifornimenti. Pertanto, le
truppe che avevo ai miei ordini quando avvenne lo scontro con
l'esercito di Ironhair erano costituite prevalentemente da soldati a
cavallo. Dei miei tremila fanti, me ne restavano meno di mille,
insieme a duemila cavalieri.
Soltanto con leggero anticipo ero stato avvisato che, col favore
delle tenebre, si sarebbe improvvisamente materializzato un esercito,
in attesa a tre miglia di distanza in un'ampia vallata di cui aveva
occupato la parte alta. Così ero stato costretto a prendere le
contromisure in gran fretta e ad assumermi un rischio maggiore di
quello che avrei voluto. Ciò non toglie che mi sentissi rincuorato
dalla ferma convinzione che le probabilità fossero in nostro favore
qualora si rivelasse corretta la mia ipotesi fondamentale: che agli
occhi dei mercenari di Ironhair la nostra cavalleria pesante era un
fattore sconosciuto.
Senza concedermi il lusso di esitare, anche perché non ne avevo il
tempo, suddivisi la fanteria in due coorti di cinquecento uomini
ciascuna e le mandai avanti in formazione, marciando in file di dieci,
in modo che ogni divisione formasse un blocco di cinquanta file,
mentre gli alfieri che portavano gli stendardi della coorte
marciavano tra i due blocchi. Davanti e dietro, come avanguardia e
retroguardia, schierai due reparti di cavalleria pesante, ognuno
formato da duecento cavalieri, che cavalcavano in venti file di dieci
cavalieri ciascuno, mentre l'intera colonna era fiancheggiata su
entrambi i lati da un'unità mobile di cinquanta soldati a cavallo,
schierati come supporto e difesa. Il risultato era una lunghissima
colonna, apparentemente vulnerabile, che speravo potesse invitare a
un attacco improvviso da entrambi i lati.
Suddivisi la restante cavalleria, millecinquecento unità in tutto, in
tre gruppi eguali. Due vennero mandati ai lati della strada che
sarebbe stata percorsa dal grosso delle truppe, con l'ordine di
trovare il modo più rapido e veloce per aggirare il nemico e, subito
dopo, di tenersi pronti ad attaccare su entrambi i fianchi non appena
io stesso avessi dato il segnale. Il terzo gruppo lo tenni accanto a me:
restammo molto indietro rispetto agli altri, avanzando lentamente in
cinque lunghe linee parallele.
Come ho già detto, il mio piano, per quanto improvvisato,
funzionò anche troppo bene. L'esercito che ci trovammo di fronte
era quasi senza capi, privo di generale e i vari contingenti non
disponevano di uno stratega che impartisse loro gli ordini. Ironhair
era molto lontano, lo scoprimmo in seguito, e Carthac era con lui.
Ci battemmo dunque contro un esercito che era un'accozzaglia
delle truppe che ancora restavano nella Cambria meridionale, messo
insieme alla meno peggio e composto di diversi corpi di mercenari.
Se mancava un generale in capo, al contrario c'era abbondanza di
ufficiali di grado inferiore, anche troppi, ma nessuno aveva l'autorità
di dare ordini a un reparto che non fosse il proprio, e nessuno aveva
pensato di mandare avanti degli esploratori a verificare l'entità delle
nostre forze. Per questo motivo, i due reparti di cavalieri a cui avevo
ordinato di aggirare il nemico, riuscirono a occupare i punti più
elevati in fondo alla valle senza che nessuno li vedesse e tantomeno
li contrastasse. Inoltre il nemico stupidamente sprecò l'unico
vantaggio di cui disponeva, abbandonando subito la posizione
favorevole occupata fino a quel momento e precipitandosi giù dalla
collina per caricare, con ululati di gioia, la colonna lunga e stretta
che si snodava sul fondo della vallata.
Non appena le orde urlanti diedero inizio all'attacco, il
contingente di cavalleria che si trovava davanti, alla testa della
nostra colonna, finse di ripiegare e fuggire, indietreggiando da
entrambi i lati, galoppando via a tutta velocità e lasciando le lunghe
file di fanti esposti all'attacco nemico.
Era del tutto evidente che nessuno degli attaccanti aveva mai
sperimentato la tattica romana. Infatti nessuno di loro notò che la
cavalleria, apparentemente in fuga, si raggruppava immediatamente
da entrambi i lati della falange della retroguardia, che all'inizio
dell'attacco si era invece fermata ed era rimasta immobile. Nessuno
vide - o se lo vide, era ormai troppo tardi - che la fanteria era
pronta a disporsi per fronteggiare l'attacco, sistemandosi in modo da
costituire due quadrati, ciascuno dei quali formava sui quattro lati
una muraglia impenetrabile, dello spessore di tre uomini, prima che
le schiere nemiche potessero arrivare a tiro.
Non appena la prima ondata di attaccanti si fu precipitata
inutilmente e con furia suicida contro ciascun quadrato, io stesso
giunsi nella valle alla testa dei miei cinquecento uomini e li schierai
alla destra della retroguardia.
Nessuno cercò di bloccarci. Il combattimento era limitato ai
quadrati della fanteria, che non avevano alcuna difficoltà a resistere
al nemico. Guardai in fondo alla valle, dove gli altri mille cavalieri
erano in attesa, a meno di un miglio di distanza, agli ordini di Tessio.
A quel punto mi accorsi di dover impartire ancora un comando
prima di dar loro il segnale di attacco. Chiamai dunque Bedwyr e lo
mandai di gran carriera, scortato da sei cavalieri, a ordinare a Tessio
di caricare verso ovest, scendendo lungo la linea dei quadrati alla
mia sinistra. Doveva caricare immediatamente, subito dopo aver
ricevuto il mio ordine; io mi sarei mosso nello stesso istante,
guidando le mie truppe verso est, sulla destra dei quadrati. Da un
lato e dall'altro avremmo schiacciato il nemico sotto gli zoccoli dei
nostri cavalli, pur restando abbastanza lontani dai quadrati stessi per
non rischiare di costituire un pericolo per la nostra fanteria. Osservai
Bedwyr mentre galoppava via con la sua scorta e rimasi in attesa che
attraversasse il campo di battaglia. Per un comandante niente è più
difficile del restare in attesa, mentre davanti a lui i suoi uomini
vengono uccisi.
Tuttavia anche nel breve tempo che occorse a Bedwyr per
attraversare il fondovalle, cominciò a essere evidente che stavamo
per riportare una grande vittoria.
I nemici erano fieri e assetati di sangue, feroci e indisciplinati, ma
non erano stupidi. Avevano ormai compreso quanto fosse stato folle
gettarsi contro quel muro impenetrabile di scudi e lance, e ora molti
di loro cominciavano a fermarsi con le armi in mano, guardandosi
attorno a est e a ovest, scrutando verso la nostra cavalleria, che
restava immobile ma minacciosa.
Vidi molti uomini correre qua e là, esortando altri, aggrappandosi
ad armi e vesti, e poi cominciò a notarsi del movimento, dapprima
appena percettibile, in un luogo lontano dalla battaglia, nel
momento in cui gruppi di soldati iniziarono a disimpegnarsi e
allontanarsi.
Giunse poi il suono penetrante delle trombe di Tessio e la lunga
fila dei suoi uomini si mise in movimento. Immediatamente
suonarono anche le mie trombe e io sguainai la spada dando di
sprone a Germanico, che partì al galoppo.
Fu una carneficina: niente di meno. Attraversammo il campo di
battaglia, da ovest a est, e a fronteggiarci non rimase neppure un
essere vivente. Sembra che fossero molto più numerosi di noi, quasi
un migliaio in più, ma le nostre perdite ammontarono a meno di
una ventina di fanti e in cambio catturammo una cinquantina dei
loro uomini.
Gli altri, quasi quattromila, giacevano morti. Parecchie decine
riuscirono a fuggire, ma non cercammo di inseguirli.
Abbandonammo i morti a marcire dove erano caduti, dal momento
che non avevamo né il tempo né i mezzi per seppellirli, e lasciammo
che di quel luogo spaventoso ne parlassero i nostri nemici; a poco a
poco gli uccelli, le belve e gli insetti, insieme all'azione purificatrice
del tempo, avrebbero sgombrato il campo di battaglia.
Da quel giorno in poi, il nemico non si fece più vedere e il
rapporto inviatomi da Filippo tramite Bedwyr era ormai diventato
quotidianità. In Cambria non c'era più nessuno che osasse
combattere contro di noi, sebbene le terre di Pendragon fossero
ancora invase dai mercenari di Ironhair e ogni giorno venisse
combattuta una guerra di invasione. Il nemico era vicino, ma sempre
fuori dalla nostra portata. Eppure avevamo fatto di tutto, ed
eravamo arrivati vicino alla vittoria: due volte eravamo riusciti a
snidare il nemico, spingendolo davanti a noi come si fa con le
pernici e obbligandolo ad andare verso la costa, ma tutte e due le
volte, grazie a qualche sistema di comunicazione o di segnalazione
che qualcuno potrebbe essere stato tentato di definire magia, una
flotta di galee era sempre stata in attesa poco lontano, pronta a
portarli in salvo prima che avessimo potuto chiudere la partita.
Bisognava trovare qualcosa di nuovo, ma per il momento non
ero stato in grado di mettere a punto una strategia alternativa che
potesse offrire qualche speranza di successo.
D'altro lato, la nostra campagna lungo la costa meridionale, dove
i nostri obiettivi erano città e porti ben precisi, aveva avuto un
successo incoraggiante, e la nostra vittoria era stata completa.
Attualmente in tutta la parte meridionale della Cambria non c'era
luogo in cui Ironhair potesse far approdare le sue navi senza paura di
essere attaccato e di perdere il carico. Ormai le sue flotte
bordeggiavano a nord e a sud, mantenendosi a distanza di sicurezza
dalla riva, e quelle poche truppe fresche che venivano trasportate
dai suoi vascelli dovevano approdare molto a nord, e poi aprirsi la
strada verso sud attraverso un terreno inospitale, infestato da nemici
ostinati e pericolosi.
I miei pensieri furono interrotti dal rumore di una pietra che
rotolava, e poco dopo mi giunse la voce di Donuil che dall'alto mi
chiamava per dirmi che i miei ufficiali mi attendevano riuniti in
assemblea. Sospirai e mi alzai in piedi, poi riposi nella sacca la pietra
per affilare e rimisi la spada nel fodero prima di riprendere l'elmo e
di salire in groppa a Germanico, che si diresse verso il punto da cui
proveniva la voce di Donuil senza neppure bisogno di essere
spronato. Il gigantesco celta mi stava aspettando, e quando lo ebbi
raggiunto diede di sprone al suo cavallo e cavalcò al mio fianco.
«Guarda laggiù» mi disse. Mi voltai e guardai verso la costa alla
mia destra, proteggendomi gli occhi dal riverbero accecante del sole
sulla superficie dell'acqua.
«Cosa c'è? Non riesco a vedere nulla.»
Anche Donuil teneva gli occhi socchiusi.
«Neanch'io, adesso» mormorò. «Ma la grande bireme è laggiù,
anche se sembra solo un puntino contro l'orizzonte. Derek l'ha vista
per primo e ha subito dato l'allarme.»
Guardai con più attenzione, socchiudendo gli occhi e cercando di
fissare la superficie del mare, ma non si vedeva nulla eccetto strisce
scintillanti di una luminosità accecante.
«E le galee che l'accompagnano? Quante sono?»
Ormai stavamo scendendo lungo il versante della collina, verso la
tenda del comando che era stata montata sullo spiazzo erboso che
sovrastava la spiaggia.
«Sono troppo lontane per vederle, non parliamo poi di contarle»
disse Donuil. «Però dovresti riuscire a scorgere qualcosa di più, non
appena saremo scesi. In basso l'angolatura è migliore e i riflessi sono
meno forti.»
Era proprio così. Infatti, non appena fummo arrivati a livello della
spiaggia, il riverbero del sole sulle onde era decisamente più blando
tanto che potei distinguere l'enorme sagoma della bireme,
chiaramente accompagnata da una flottiglia di navi più piccole.
Raggiunsi la tenda del comando dove trovai tutti rivolti verso il
mare; stavano chiacchierando tra di loro, cosicché nessuno si accorse
del mio arrivo.
Scesi da cavallo e mi avviai verso la tavola sistemata su di una
piattaforma fuori dalla tenda. «Bene» dissi. «Qualcuno di voi è in
grado di avanzare qualche ipotesi sulle intenzioni di questa flotta?
Pensate che verrà direttamente contro di noi? O sta semplicemente
passando al largo per dirigersi verso qualche porto a est di qui?»
Huw Fortebraccio si voltò per guardarmi in faccia e mi si
avvicinò.
«Non verranno verso di noi.»
«Perché no, Huw?»
«Innanzitutto non hanno altro posto in cui attraccare a eccezione
di questa spiaggia, ma la pendenza è eccessiva per permettere loro di
portarsi molto vicino a noi. Prima che siano sbarcati e siano arrivati
qui, con l'acqua fino alla cintola, saranno tutti morti e noi avremo
finito le frecce.»
Annuii.
«Giusto. Non verranno qui. Tuttavia ci hanno individuati, su
questo non c'è alcun dubbio. Pensate che per noi possa essere uno
svantaggio?»
Intanto anche gli altri ufficiali, una quarantina, si erano avvicinati
a noi e ascoltavano quello che stavamo dicendo. L'imponente
capitano di Pendragon si strinse nelle spalle: evidentemente non
aveva altro da aggiungere, e io cambiai discorso.
«Quanto tempo ti ci vuole, Huw, per fare in modo che mi possa
incontrare con Uderic?» Finsi di non udire l'improvviso brusio da cui
fu accolto il nome dell'uomo che aveva preso il posto del defunto
Dergyll ap Griffyd come capo dei Celti di Pendragon. Sollevai una
mano per mettere tutti a tacere, mentre, nel frattempo, Huw
meditava sulla mia sorprendente richiesta.
«Uderic?» scosse la testa grigia. «Chi lo sa? Mi ci potrebbe volere
un mese per scoprire dove si trova; lui non si fida di me e io non mi
fido di lui. Comunque, una volta che l'avrò scovato, se riuscirò a
trattenerlo abbastanza a lungo da fargli sentire quello che ho da
dirgli, dovrebbe essere facile organizzare un incontro con te. Perché
vuoi parlare con Uderic?»
«Perché avrei dovuto parlargli già mesi fa. Allora rifiutò di
incontrarmi per ragioni sue, ma nel frattempo noi abbiamo
accumulato un bel po' di vittorie, e questo è andato a suo vantaggio.
Lui e io abbiamo bisogno l'uno dell'altro, nonostante la sua
riluttanza a condividere qualsiasi cosa con me. In fondo, attualmente
è Uderic colui che ha più diritto a essere proclamato re e capo
supremo di Pendragon. Sembra anche che sia l'unico uomo in
Cambria in grado di agire rapidamente e incisivamente per
contrastare le manovre di Ironhair e convincere altri a unirsi alle
proprie truppe.»
Vidi crescere la protesta negli occhi di Huw e ripresi rapidamente
a parlare per prevenire la sua reazione. «Lo so che non è proprio
così, e che ci sono altri che a ragione potrebbero vantare diritti
anche più fondati a farsi proclamare re. So pure che molti di loro
sono capi in gamba, certo. Ma non si può negare che tra di loro
Uderic sia il più dinamico, o che abbia la lealtà dei suoi uomini e
anche di parte di quelli che sono legati ad altri comandanti. Di fatto
però, tra i capi di Pendragon è l'unico che non abbia ancora
incontrato e mi sembra sia arrivato il momento di farlo. Vuoi
andarmelo a cercare?»
«Sì, ma prova avversione nei tuoi confronti, ancor più di quanto
diffidi di me.» Nel dire queste cose, Huw appariva palesemente a
disagio.
«No, Huw, lui crede di provare avversione nei miei confronti, ma
non mi ha mai incontrato. Può provare avversione per l'idea stessa
della mia esistenza, e può anche darsi che diffidi di me: questo posso
capirlo, dal momento che vede in me una minaccia alle sue
ambizioni. Avendo conquistato il suo nuovo regno, essendosene
impadronito con la forza, non si sente sicuro, e poi sa che io sono
imparentato con Uther. Ma spero che sia abbastanza intelligente da
vedere i vantaggi di avere me - di avere tutti noi - come suoi alleati.
Uderic deve combattere una guerra e deve vincerla, ed è lo stesso
anche per noi, per ragioni nostre. Agendo insieme potremmo
vincerla in fretta, salvando migliaia di vite.»
«La grande nave si sta dirigendo verso di noi!»
Il grido proveniente dalla spiaggia fece voltare tutti verso il mare.
Mi aprii la strada tra i miei ufficiali per vedere meglio che cosa stesse
accadendo, con Derek e Donuil che mi stavano a fianco. Non c'era
dubbio: l'imponente bireme si era avvicinata e ben presto sarebbe
stata proprio davanti a noi, forse non più lontana di un miglio dalla
costa. Le galee che la accompagnavano, a colpo d'occhio potei
contarne una decina, si avvicinavano a riva, tenendoci d'occhio, ma
sempre fuori dalla portata degli archi di Pendragon.
«Non penso che si avvicineranno di più, ma si comportano in
modo curioso.» Mi voltai verso Donuil. «Fai esporre i nostri
stendardi, Donuil. E che i trombettieri suonino la nostra sfida.
Sistema anche un buon numero di arcieri sulle rocce più alte, nella
speranza che qualcuno si avvicini troppo.» Non appena si fu
allontanato per far eseguire i miei ordini, mi voltai verso Huw, che
era rimasto in piedi accanto a me. «Dunque, Huw, quanti uomini
pensi di prendere con te e quanto ti ci vorrà per prepararti? Mi
piacerebbe vederti partire oggi stesso.»
«Allora sarà così. Prenderò i miei cinquanta uomini, con i miei
arcieri di Pendragon mi sento sicuro contro quei maledetti stranieri,
non importa quanti possano essere. Con l'aiuto degli dèi, troverò
Uderic entro la fine della settimana, a meno che non sia morto e
sepolto, e prima che siano passati tre giorni sarò di ritorno. Dove
vuoi che avvenga l'incontro tra te e Uderic?»
«Onestamente non ho idea» gli dissi. «Scegli tu il posto,
possibilmente a metà strada tra dove siamo ora e dove troverai
Uderic. Fai in modo però di avere il tempo sufficiente a tornare qui
e ad accompagnarmi nel posto fissato per l'incontro prima del
giorno stabilito.»
Annuì con un sogghigno.
«Devo andare ora? Sono pronto.»
«Allora va', e accetta i miei ringraziamenti.»
Si voltò e se ne andò, ma mentre lo osservavo allontanarsi udii un
altro grido proveniente dalla spiaggia.
«Dite al comandante Merlino che uno di loro sta venendo verso
di noi!»
Mi mossi immediatamente prima ancora che la notizia mi fosse
trasmessa, ma non appena ebbi raggiunto la spiaggia vidi Donuil che
galoppava verso di me lungo la striscia di sabbia al limite dell'acqua.
«È Feargus, Merlino!» gridava.
Non c'era alcun dubbio: riconobbi immediatamente la galea che
veniva verso di noi grazie al rosso della sua vela. E non appena
guardai di nuovo verso la maestosa bireme che solcava le acque
davanti alla sua scorta, rimasi davvero di stucco.
«Connor Mac Athol!» ruggii nell'improvviso silenzio. «Incosciente,
sfrenato, pazzo uomo con una gamba sola!»
La galea di Feargus si avvicinava rapidamente puntando dritta
verso la spiaggia, mentre i suoi remi grondanti brillavano sotto i
raggi del sole. Raggiunsi il limite dell'acqua, alzando le braccia in
segno di benvenuto e solo con fatica riuscii a trattenermi dal correre.
Donuil, lo sapevo, era smontato da cavallo ed era alle mie spalle,
esattamente come gli altri.
La galea veniva verso di me finché, all'ultimo momento, i
rematori sollevarono i remi all'unisono e lo scafo, lungo e liscio,
scivolò in avanti senza bisogno di spinta: la sua velocità diminuì
rapidamente finché si fermò sul fondo basso e sabbioso, a meno di
venti passi da dove ero io. Solo allora il piccolo uomo che
comandava quell'agile imbarcazione si precipitò a prua per
rivolgermi un saluto formale.
«Merlino di Camelot! L'ammiraglio dei mari di re Brander ti
manda i suoi saluti! Vorresti avere la cortesia di salire a bordo della
sua bireme!?»
«Ne sarei lieto» gridai. «Ma non so camminare sull'acqua e non
posso nuotare con indosso l'armatura.»
Mentre parlavo, tuttavia, vidi che la piccola imbarcazione veniva
avanti per prendermi a bordo; mi volsi allora verso Donuil.
«Tuo fratello non smette mai di stupirmi. L'ultima volta che ci
siamo parlati mi ha detto che aveva intenzione di rubare una delle
biremi di Ironhair. Me lo sarei dovuto aspettare! Vieni con me.»
Mi voltai verso Derek, Benedetto e Rufio che ci guardavano
sogghignando.
«Staremo via poco. Le mie scuse agli altri per aver interrotto la
riunione, ma questo imprevisto potrebbe aver cambiato ogni cosa.
Chissà che Connor Mac Athol non abbia vinto la guerra per noi?»
A bordo della sua nuova e magnifica nave Connor ci fece
un'accoglienza regale e non appena furono conclusi i convenevoli e
ci fummo scambiate le notizie personali, ci descrisse il modo in cui se
l'era procurata, intrufolandosi senza farsi notare, e con più di un
centinaio di uomini, nell'accampamento che costituiva il suo porto di
riferimento sulla costa settentrionale della Cornovaglia.
Il suo piano aveva funzionato senza intoppi. Lui stesso, i suoi
uomini e le sue navi erano stati accolti bene dalla gente della
Cornovaglia: nessuno aveva sospettato di nulla, dal momento che
erano stati scambiati per mercenari non dissimili dalle centinaia di
altri che andavano continuamente avanti e indietro. Per sei giorni
Connor aveva aspettato l'occasione buona facendosi passare per uno
di loro. Poi, il settimo giorno, era arrivata la bireme e il bottino
catturato nel corso delle razzie messe a segno in Cambria nel mese
precedente era stato scaricato e sistemato su carri per essere
trasportato dove Ironhair era solito immagazzinare il frutto delle sue
scorrerie. Connor aveva scoperto che il giorno seguente sarebbero
state imbarcate nuove truppe per essere trasportate in Cambria e
pertanto si era trovato di fronte a due possibilità: imbarcare i suoi
uomini il giorno seguente, per poi catturare la nave una volta in alto
mare, oppure prendere l'iniziativa immediatamente e impadronirsi
della nave quella stessa notte. Aveva scelto la seconda, poiché le
stive che i suoi uomini avrebbero dovuto occupare durante la
navigazione erano profonde ed era possibile che non potessero
lasciarle prima della fine del viaggio. Più volte aveva sentito
raccontare di mercenari confinati nelle stive, sotto boccaporti
bloccati, per tutta la durata del viaggio, soprattutto con il cattivo
tempo. Per di più, una volta in alto mare la nave sarebbe stata difesa
dagli armati che aveva a bordo.
Connor aveva dato gli ordini, e i suoi uomini erano saliti a bordo
della nave nel cuore della notte, dopo aver sopraffatto senza
difficoltà le poche guardie che la custodivano. Una volta a bordo, il
resto era stato facile, e la bireme era scivolata via dagli ormeggi,
sotto un nuovo comando, e senza che nessuno si fosse accorto di
nulla.
Due cose tuttavia avevano sconvolto lui e i suoi uomini: il fetore
terribile, che proveniva dai banchi in cui erano incatenati i rematori
e che aleggiava per tutta la nave e la scoperta che i rematori erano
schiavi.
Connor non se l'era affatto aspettato. Quando se ne era reso
conto, era stato sul punto di rinunciare a tutta l'operazione, sapendo
che i rematori sarebbero stati incatenati ai loro remi e consapevoli di
quanto stava accadendo.
Tuttavia, le dimensioni della nave, la sua enorme massa e la
superiorità che offriva lo avevano convinto dell'assurdità di
rinunciare al suo progetto semplicemente per il timore delle reazioni
di un equipaggio di schiavi. Certo, aveva pensato, avrebbero potuto
ribellarsi e dare l'allarme non appena avessero scoperto il furto, nel
qual caso Connor e i suoi si sarebbero trovati nei guai; oppure
avrebbero potuto rifiutarsi di remare, il che non sarebbe stato
granché meglio.
Connor tuttavia aveva preferito pensare che avrebbero scelto la
libertà, e dunque l'aveva offerta loro, superando le difficoltà di
linguaggio con il semplice espediente di gettare in mare un
gigantesco sorvegliante, insieme alla sua frusta, di togliere le catene
ai rematori e di mettere alcuni dei suoi uomini a faticare insieme a
loro mentre la nave veniva fatta uscire dal porto. Il suo messaggio di
speranza si era diffuso rapidamente e con tutta probabilità gli schiavi
avevano remato anche più velocemente di quanto avessero mai
fatto, senza bisogno di essere incitati. All'alba la bireme navigava
tranquillamente al largo, circondata dalle nostre galee, senza alcuna
minaccia di inseguimento.
A quel punto lo interruppi per chiedergli che cosa ne avesse poi
fatto degli schiavi, e Connor mi rispose sorridendo.
«Quasi la metà sono tuttora a bordo, quelli che erano abbastanza
in forze da sentirsela di combattere.»
«E gli altri?»
«Sono nel nord, nelle varie isole. Alcuni sono morti, ma molto
pochi. Gli altri sono... in via di guarigione.»
«Quando è accaduto tutto questo?»
Il suo sorriso si fece ancora più aperto.
«Quando è stato, tre mesi fa? No, quattro. Dopo avervi lasciati,
sono andato direttamente a sud, e la nave l'abbiamo presa poco
tempo dopo... forse un paio di settimane. Il mio piano era corretto,
come vedi. Non era il caso di respingerlo senza tanti complimenti.»
«E poi siete tornati a casa, puntando direttamente a nord?»
Rise.
«Non è stato possibile fare diversamente, amico! Non potevamo
restare dove eravamo. Sono sicuro che non hai mai sentito un fetore
come quello che c'era a bordo. I rematori erano incatenati ai loro
remi e non venivano mai liberati, per nessun motivo, e dunque
erano costretti a vivere in mezzo ai loro escrementi. I miei uomini
non facevano che vomitare per la puzza. Non era possibile mangiare
e tenere il cibo nello stomaco! Siamo stati costretti a pulire tutta la
nave, da cima a fondo. L'abbiamo tirata in secco, a nord di qui, non
appena siamo stati certi di non essere inseguiti, e l'abbiamo lavata,
ma il fetore era penetrato profondamente nel legname e non era
facile eliminarlo.»
Annuii.
«Puzza ancora» dissi, ma Connor respinse sdegnosamente il mio
commento.
«Oh, adesso è niente, al confronto, e continua a diminuire. Come
ti ho già detto, all'inizio era insopportabile. Quando siamo arrivati a
casa, nelle nostre isole, non ce la siamo sentita di portarla dove vive
la nostra gente, così l'abbiamo di nuovo tirata in secco e abbiamo
passato due mesi a raschiare lo scafo e a sfregare i rivestimenti interni
in legno con sapone e liscivia per cercare di togliere il fetore. Ma
anche così, era duro da sopportare. Poi l'abbiamo rimessa in acqua e
per due settimane abbiamo acceso dei piccoli fuochi di torba lungo i
ponti, dentro dei bracieri, lasciando che il fumo impregnasse le
pareti; questo ha migliorato un po' la situazione. Dopodiché,
abbiamo riempito gli spazi tra un ponte e l'altro con fieno appena
falciato. Presto accenderemo di nuovo fuochi di torba, e questo
dovrebbe bastare. Puoi star certo che adesso nessuno piscia o caga
tra i banchi, sotto pena di essere frustato.
Ma che nave, Merlino! Che nave! Adesso ho a bordo quasi
cinquecento uomini. Cinquecento uomini! Ci stanno stretti, non si
può negarlo, ma cinquecento uomini su una sola nave!» Si fermò,
poi scosse la testa. «Pensa, sono tanti se mai affondasse sotto di noi.»
Si alzò e si mise a passeggiare per la sua cabina, ma sulla sua testa
il soffitto era abbastanza alto da permettergli di farlo senza doversi
chinare. Picchiettò contro la parete ricurva. «Non c'è pericolo che
accada, comunque. Solida, ecco cos'è, e dura come il ferro, anche se
non riesco a immaginare con quale legno sia stata fatta.»
«Che ne è dell'altra?»
«Dell'altra uguale a questa? Non ne ho idea, e non l'ho mai vista.
Se naviga ancora tra queste acque, un giorno o l'altro la troverò.»
«E poi? Che cosa farai?»
«La brucerò o la catturerò.»
«Pensi di ingaggiare un combattimento, nave contro nave?»
Il suo sogghigno era feroce.
«Perché no? Il vantaggio sarebbe tutto dalla mia parte. La loro
nave ha un equipaggio di schiavi, la mia di uomini liberi. Saremo più
forti di loro, ai remi, alle vele e in combattimento.»
Diedi uno sguardo a Donuil, per vedere come la prendeva e vidi
che anche lui sogghignava guardando suo fratello.
«E così sia» dissi. «Dove siete diretti, e come mai siete capitati qui?»
Connor scrollò le sue larghe spalle.
«Sapevo che eravate in Cambria, ma non sapevo dove. Durante la
tempesta della notte scorsa ci siamo messi in salvo in una piccola
baia a due ore da qui, e ora stiamo navigando per ricongiungere le
nostre forze con quelle di Logan. Andrò lungo la costa, fino a
quando non avrò raggiunto la foce del fiume, poi svolterò verso sud
e mi dirigerò di nuovo verso ovest lungo la costa settentrionale della
Cornovaglia. Logan punterà a est, dall'estremità della Cornovaglia,
per unirsi a me e andare a fare una visita al porto di Ironhair, quello
in cui abbiamo trovato questa bellezza. È difeso da un forte,
costruito sulla scogliera, ma come tutti i forti, è stato eretto in modo
da guardare verso terra, e dunque per noi non è una gran minaccia.
È per questo che l'altra volta siamo riusciti ad andarcene tanto
facilmente. Questa volta però vi entreremo, ma naturalmente ora
sanno che siamo nemici, prima ancora che attracchiamo.
Riconosceranno immediatamente questa bellezza. È possibile che
quando arriviamo anche sua sorella sia in porto, nel qual caso ce la
prenderemo, se ci riusciamo, oppure la distruggeremo se non
possiamo fare diversamente. In un caso e nell'altro, intendo rendere
la vita difficile ai soldati che sono lungo la costa, fuori dal forte e nei
pressi della città.» Si interruppe per un attimo. «Hai uno sguardo,
Merlino Britannico, uno sguardo che conoscevo molto bene quando
avevi la testa gialla, la prima volta, intendo. Che cos'hai in mente?»
Scossi la testa.
«In realtà, proprio niente. Come si chiama questo forte? Per caso
è Tintagel?»
Connor annuì.
«Sì, il nome è proprio questo. Lo conosci?»
«Certo che lo conosco. Il padre di Lot di Cornovaglia ne ha
iniziato la costruzione, e poi Lot ha portato avanti i lavori. È fatto di
pietra?»
«Parzialmente, alcune parti sono effettivamente di pietra. Ci sono
stati muratori che vi hanno lavorato per anni, ma è tutt'altro che
completo. Per la maggior parte però è fatto di legno: palizzate di
tronchi. Vuoi venire con me a dargli un'occhiata?»
Toccò a me rispondere con un sogghigno.
«Mi piacerebbe moltissimo, ma i miei cavalieri si sentirebbero
abbandonati vedendomi partire così. Penso sia meglio che resti qui,
nel caso in cui si cominciasse a combattere.»
«Bene, allora lascia che ti mostri la mia nave, prima che debba
ripartire. Nel sud Logan ha con sé meno di dieci galee, perciò non
voglio proprio lasciarlo in attesa del mio arrivo. Vieni.»
Rimasi colpito dalla spaziosità della sua nuova nave. Vista
dall'esterno sembrava enorme, ma camminando tra i suoi ponti, fu
possibile coglierne le reali dimensioni in tutta la loro spaventosa
grandiosità.
Come aveva detto Connor era lunga ottanta passi, da poppa a
prua, mentre l'ampiezza del ponte principale era di venticinque
passi. I boccaporti erano allineati in una lunga fila nel mezzo della
nave e davano accesso alle stive vere e proprie tre ponti più in
basso.
Le doppie file di remi erano azionate da rematori che sedevano su
un ponte a gradini al centro della nave, dove le due schiere
lavoravano una sopra all'altra separate da un'altezza pari a metà
della statura di un uomo. I segni della recente presenza di schiavi
erano ancora evidenti: anelli di ferro fissati al pavimento e
scanalature nel legno del ponte dove strisciavano le catene a cui
erano stati legati i rematori.
All'estremità posteriore del ponte dei rematori, direttamente ai
piedi della scala di boccaporto che portava al ponte di comando,
c'era un massiccio tamburo sistemato su di un tripode. Questo,
spiegò Connor, era il posto del caporematore, colui che dava il
ritmo ai grandi movimenti dei remi che mandavano avanti la nave.
Dalla sua posizione, subito sotto il comandante, costui poteva udire
facilmente i comandi che gli venivano trasmessi e i colpi cadenzati
delle mazze sul tamburo stabilivano il ritmo che dovevano tenere i
rematori.
Sotto il ponte occupato dai rematori ce n'era un altro destinato al
carico, mentre su un ponte superiore venivano sistemati i guerrieri.
In origine le biremi romane erano state nient'altro che delle
piattaforme galleggianti su cui truppe terrestri potevano combattere
come se si fossero trovate su un campo di battaglia e questa
caratteristica era cambiata poco nel corso dei secoli. Davanti e
dietro, sul ponte principale si innalzavano grandi torri, che davano
alla nave un aspetto sgraziato quando veniva vista di lato; queste
torri erano molto utili come piattaforme per le catapulte e altre
macchine da guerra, e inoltre costituivano gli alloggiamenti degli
ufficiali e dei comandanti.
A ciascuna delle due estremità del ponte c'erano due alti ponti
levatoi. Mossi per mezzo di pulegge, quando la nave si trovava in
porto venivano usati per collegarla alla terraferma, ma durante la
battaglia erano utilizzati per agganciarsi al fianco delle navi,
permettendo ai soldati di fare irruzione sul ponte delle imbarcazioni
nemiche.
Connor, lo sapevo, aveva buoni motivi per essere fiero della sua
fortezza galleggiante, ma la sua più grande fonte di orgoglio era
l'enorme ariete di solido legno, rivestito di rame e più largo delle
mie braccia aperte nel punto in cui formava la prua della nave.
Sporgeva di sei lunghi passi dalla prua della bireme ed era rastremato
in modo da formare una punta aguzza sotto la linea d'acqua. "Il cielo
aiuti l'imbarcazione che debba trovarselo di fronte" pensai quando
me lo mostrò.
Connor ci riportò a riva, promettendoci di tornare per la via più
breve dopo aver saccheggiato il porto di Ironhair in Cornovaglia.
Calcolava che gli servisse meno di una settimana per raggiungerlo,
fare quello che doveva fare e tornare.
Gli promisi che saremmo stati ancora là quando fosse tornato,
purché la sua stima fosse precisa, dal momento che dovevo
assolutamente attendere il ritorno di Huw Fortebraccio, il che
avrebbe richiesto non meno di una settimana. Dopodiché, però,
sarei partito non appena fosse necessario, per incontrarmi con
Uderic Pendragon.
Camminò con me e Donuil fino alla murata, poi si appoggiò con
la sua gamba di legno contro il parapetto prima di sporgersi in
avanti, afferrandosi a una corda, per osservarci con un sogghigno
divertito mentre scendevamo nervosamente giù per una stretta scala
di legno legata lungo il fianco della grande nave. Di colpo ci
rendemmo conto di quanto fosse stato facile salire a bordo di quel
mostro dalla piccola barca che ora ondeggiava spaventosamente,
sballottata senza sosta dalle onde, leggermente oltre la nostra
portata.
Aggrappati alla scaletta, in bilico sulle onde che si infrangevano
contro il fianco della nave, cercammo di calcolare il tempo e la
distanza e saltammo dove mani volenterose furono pronte ad
afferrarci e a impedirci di rovesciare la barca, che entrambi
raggiungemmo sani e salvi, anche se con assai poca dignità.
Il mio stomaco era ancora penosamente sottosopra quando il
fondo della barca strisciò sulla sabbia e io saltai fuori, sguazzando
nell'acqua che mi arrivava alle caviglie verso la rassicurante solidità
della spiaggia asciutta, evitando con cura lo sguardo dei presenti.
Per il resto di quella giornata la priorità fu una sola.
Radunai nuovamente i miei ufficiali e mi scusai per l'interruzione
della nostra riunione, dopodiché li incaricai di stendere turni di
servizio che tenessero utilmente occupate le nostre truppe per tutto
il tempo in cui avremmo dovuto attendere il ritorno di Huw. Fatto
questo, passai il comando a Donuil, in qualità di aiutante in campo,
e mi ritirai nella tenda per aggiornare il mio diario.
Le parole delle prime due frasi scritte quel giorno mi sono rimaste
impresse nella memoria, poiché si da il caso che siano state talmente
inadeguate, talmente al di sotto della verità, che, nel rileggerle, risi di
cuore di fronte alla capacità che talvolta abbiamo di sorprendere noi
stessi con la nostra inettitudine.
«Connor è tornato inaspettatamente,» avevo scritto, «ed è in
possesso di una delle biremi di Irhonhair. Ora, dopo mesi di
inattività, sembra che le cose possano cominciare a cambiare.» Bene,
cambiarono davvero.
Tutto cominciò il giorno seguente, subito prima di mezzogiorno,
quando uno squadrone di cavalieri arrivò da Camelot. Non mi
aspettavo di ricevere notizie da casa e mentre mi avviavo loro
incontro sentii l'ansia attanagliarmi dal momento che, sospettavo, le
notizie non potevano essere buone. La mia preoccupazione si
trasformò poi in paura quando scoprii che l'ufficiale al comando era
uno dei giovani tribuni che avevo visto partire con Ambrogio,
diretto verso nord.
«Dovresti essere con mio fratello» apostrofai bruscamente
l'ufficiale non appena si fu messo sull'attenti davanti a me. «Perché sei
qui, e dov'è Ambrogio?»
«Il comandante legato Ambrogio sta bene e si trova in
Northumbria insieme a re Vortigern, comandante Merlino. Mi ha
mandato da te subito dopo il suo arrivo per rassicurarti sulla sua
situazione, dal momento che ritiene possibile di doversi trattenere in
Northumbria un po' più a lungo di quanto originariamente previsto.
Sono venuto a tutta velocità, fermandomi solo brevemente a
Camelot per procurarmi cavalli freschi. Devo consegnarti dei
dispacci. Questo è da parte del comandante legato, mentre il più
piccolo è del legato Dedalo, e proviene da Camelot.»
Presi le due custodie che il giovane Sulla mi porgeva e lo ringraziai
cortesemente, sentendomi un po' in colpa per la freddezza con cui lo
avevo accolto inizialmente. Poi lo salutai, ed egli si allontanò
insieme a Donuil e ai suoi uomini; quindi congedai anche gli altri e
mi ritirai nella mia tenda.
Una volta certo di non essere disturbato, mi ritrovai a posporre il
momento in cui avrei aperto la sacca di cuoio che conteneva le
lettere di Ambrogio. Mi versai una tazza di birra e mi sedetti
comodamente sulla mia sedia pieghevole, inclinandola in modo da
farla appoggiare solo sulle gambe posteriori e sistemando i piedi sul
tavolo da campo, vecchio e rigato, che era stato di mio padre e
prima ancora del padre di mio padre, e presi a strofinare il pollice
sul robusto cuoio della borsa. Alla fine, però, dovetti ammettere con
me stesso che stavo semplicemente rimandando l'inevitabile, e mi
decisi a sciogliere i lacci che tenevano chiusa la sacca.
Nell'interno c'erano due rotoli, uno molto più pesante dell'altro, e
fin dal primo sguardo capii che non erano entrambi di mio fratello.
Il messaggio di Ambrogio portava il suo sigillo, un emblema
floreale i cui petali ricordavano una margherita, con al centro il suo
stemma, una testa d'aquila.
L'altro aveva un comune sigillo di cera, fermato semplicemente
con la punta di un coltello. Sorrisi mentre rompevo il sigillo e
srotolavo un unico foglio di papiro, coperto di caratteri fitti e
minuti. Era di Artù - la prima lettera che mai avessi ricevuto da lui - e
le numerose correzioni e cancellature mostravano chiaramente gli
sforzi che ne aveva richiesto la stesura:
«Al comandante legato
Caio Merlino Britannico, saluti
Cugino:
ti scrivo questa lettera per ordine del comandante legato
Ambrogio, che ha deciso che devo imparare a conoscere il potere
delle parole scritte sul papiro. Tra i compiti che mi sono stati
assegnati ogni giorno c'è la stesura di un rapporto che ogni mattina
devo sottoporre al suo controllo e alla sua approvazione. Di per sé
la stesura del rapporto non è una cosa difficile, ma scegliere le parole
adatte, descrivere gli eventi senza essere troppo con precisione,
senza sprecare tempo e spazio, porta via molto tempo.
Siamo giunti sani e salvi a Lindum, dove re Vortigern tiene ora le
sue truppe, dopo averle trasferite a sud dal precedente caposaldo di
Eboracum, tre anni fa. Siamo acquartierati proprio nell'antico forte
romano di Lindum, che di recente è stato rimesso a nuovo e
rafforzato, con mura di pietra erette sulle antiche mura di fango.
Lungo la strada non abbiamo avuto alcun problema, a eccezione di
un incidente che purtroppo mi sono perso, quando una piccola
pattuglia di esploratori è stata attaccata da una banda di briganti, il
cui numero era decisamente superiore, con un rapporto di cinque a
uno. I briganti non avevano mai combattuto contro uomini a
cavallo, e se la cavarono molto male. Avrei voluto esserci anch'io.
I nostri soldati a cavallo hanno suscitato l'ammirazione della gente
di Lindum. Da queste parti non si era mai visto niente del genere. Re
Vortigern sarebbe lieto che ci fermassimo qui, ma Ambrogio gli ha
detto che dobbiamo tornare. Ambrogio, io credo, era tanto
dispiaciuto di doverglielo dire quanto il re di ascoltarlo. Credo che in
passato sia stato molto legato a Vortigern. Prima di partire faremo
un rapido giro di ricognizione nei possedimenti principali del re, e lo
faremo in sua compagnia.
Ambrogio pensa di addentrarsi nelle grandi foreste a sud e a est,
per dare una dimostrazione della nostra forza ai Danesi e ai Sassoni
che vìvono da quelle parti. Vorrei proprio Purtroppo Ambrogio dice
che non combatteremo, ma che dovremo mostrarci pronti a
combattere. Re Vortigern non ha mai cavalcato su una sella con
staffe, ma poiché sostiene di essere ormai troppo vecchio per
imparare, continuerà a cavalcare come ha sempre fatto.
Ambrogio dice che non appena avremo completato questa lunga
ricognizione ci dirigeremo immediatamente verso casa, io però mi
auguro che ci porti direttamente in Cambria e che arriviamo quando
la guerra non è ancora finita.
Spero di rivederti presto. Saluta Bedwyrper me. Mi chiedo se ha
già insanguinato la sua spada.
Artù
Rilessi la lettera tre volte, e a ogni rilettura il mio sorriso si faceva
più divertito nell'immaginare gli sforzi che la sua stesura doveva
essere costata al ragazzo. Mi sentivo ancora più vicino a lui poiché
ricordavo distintamente la fatica con cui, anche a un'età maggiore
della sua, mettevo per iscritto i miei pensieri. Mi divertirono in
particolar modo le parole cancellate e le poche macchie che
comparivano sul foglio, poiché indicavano che Artù non si era
ancora fatto abbastanza esperto da capire che una lettera poteva
essere scritta in brutta, a fatica e disordinatamente, e poi ricopiata
interamente con cura. "Bene," pensai, "presto imparerà tutto questo,
così come imparerà anche a non desiderare la violenza e il sangue
della guerra." Questo pensiero, con tutte le sue implicazioni, mi tolse
la voglia di sorridere; presi dunque la lettera di Ambrogio.
«Lindum
Ambrogio Britannico
a Caio Merlino Britannico;
Salve, fratello!
Mi chiedo quale di queste due lettere aprirai per prima. Il mio
intuito mi dice che, nonostante il desiderio di conoscere da me quale
sia la situazione qui, nel nord-est, avrai certamente deciso di leggere
prima che cosa ha da dirti Artù. Devo ricordarmi di domandartelo la
prima volta che ci vediamo.
Vortigern sta bene e con mia grande soddisfazione risiede a
Lindum, il che mi ha permesso di trascorrere un po' di tempo con i
miei genitori adottivi, Jacob e Gwilla. Tu non hai mai incontrato
Gwilla, la sorella di mia madre, tuttavia lei mi ha incaricato di
trasmetterti i suoi saluti, e così pure Jacob che invece si ricorda bene
di te dopo il vostro primo, e ultimo, incontro a Verulamium,
quando accompagnò Vortigern al Grande Dibattito, quello in cui tu
e io ci siamo incontrati, tanti anni fa.
Il re è in buona salute e ambizioso come sempre, e scoprirlo è
stata una piacevole sorpresa. A essere sinceri, mi ero aspettato che
fosse già morto e che i suoi territori fossero dilaniati dalla guerra
civile, invece non è affatto così. Ciò nondimeno ha dei grossi
problemi, tutti causati dal figlio di Hengist, Horsa, anche se fino a
questo momento non sono ancora arrivati allo scontro aperto. Sono
comunque convinto che la situazione non rimarrà tale ancora per
molto. Horsa, da quanto ho sentito, sono ormai parecchi anni che si
sta preparando seriamente alla guerra e ha radunato un forte
esercito - da cinque a diecimila guerrieri, a seconda di chi si ascolta
— che per il momento tiene acquartierati molto a sud e a est di qui,
tra i grandi acquitrini delle paludi costiere. Di lì, tradizionalmente
non hanno mai fatto altro che compiere incursioni verso sud, contro
i nuovi venuti sassoni che si sono stabiliti nella zona, e questo onora
l'accordo stretto inizialmente con Vortigern - di tenere lontani dal
suo regno gli invasori sassoni - e ha portato a quella pace, ostile e
precaria, che ormai dura da anni.
Come ho già detto, mi aspetto che le cose cambino molto presto.
La mia analisi mi fa sospettare che, per quanto riguarda l'esercito di
Horsa di cui tanto si parla, la stima di diecimila uomini potrebbe
essere esatta, anzi, forse inferiore alla realtà.
Mi sento di affermarlo sulla base della mia valutazione delle forze
di cui ha bisogno, tenendo in considerazione la vastità del territorio
che deve controllare: l'area che chiamiamo Costa Sassone,
direttamente a sud della sua base. Notizie recenti e affidabili raccolte
da Vortigern indicano che nel sud i Sassoni diventano più forti e più
numerosi di anno in anno. Le flotte che arrivano con scadenza
annuale sono sempre più grandi, e portano orde di stranieri affamati
di terre a ingrossare la massa che già si trova qui, ma ci sono anche
nuove flotte, provenienti da nuove direzioni, dal momento che tra
le tribù dei territori germanici dominati tanto a lungo dai Romani si
è sparsa la voce dell'esistenza di terre che si possono occupare. Ora
che i Romani se ne sono andati, non c'è più nulla che li tenga a
freno, e dunque ogni anno dilagano in Britannia a migliaia e
migliaia, occupando terre, dissodandole ed espandendosi oltre i
confini dell'anno precedente.
Gran parte di questa espansione attualmente è diretta verso nord,
per restare in vista della costa, dal momento che si tratta di tribù di
navigatori; il che significa che per il momento Horsa è impegnato a
respingere queste incursioni e non ha né il tempo né le risorse per
occuparsi del regno di Vortigern. Ma i nemici si rinnovano e sono
continuamente riforniti, perciò credo che presto Horsa dovrà
ripiegare contro i territori di Vortigern, per stabilire una nuova linea
che sia in grado di difendere dalle incursioni che provengono da sud.
A questo punto, è possibile che nel nord iproblemi finiscano, ma
l'espansione cercherà altri sbocchi, e nel frattempo l'esercito di Horsa
si troverà faccia a faccia con quello di Vortigern.
Temo proprio che nella nostra Colonia abbiamo finito con il
sentirci troppo sicuri, cullandoci in una falsa sicurezza,
semplicemente perché essendo tanto a ovest non vediamo né
sentiamo quello che sta accadendo altrove. Migrazioni della portata
di quelle che si stanno abbattendo sui territori orientali non saranno
contenibili a lungo, poiché, per quanto a noi la Costa Sassone possa
sembrare vasta, non potrà sostenere ancora per molto il massiccio
affollamento che si sta verificando attualmente e arriverà presto il
momento in cui questa crescita incontrollabile investirà altre regioni
della Britannia. La logica conseguenza sarà che lo sconfinamento
avverrà verso ovest, e cioè verso di noi.
Mi chiedo come stia procedendo la campagna di Cambria. È
sempre nei miei pensieri, poiché adesso temo che la guerra contro
Ironhair e Carthac sia di gran lunga il minore dei nostri problemi:
una scaramuccia locale in confronto al pericolo che si fa sempre più
preoccupante qui, dall'altro lato della Britannia. Poiché ritengo che
da queste parti la situazione sia molto grave, ho deciso di andare a
vedere di persona, e questo vuol dire dover prolungare la mia
permanenza qui almeno di un mese, il minimo indispensabile per
un'ampia e veloce ricognizione dei territori meridionali. Durante
tutta l'operazione non intendo attardarmi in nessun luogo e tanto
meno cercare lo scontro. Il mio scopo è semplicemente mostrare la
nostra presenza e le forze di cui disponiamo come alleati di
Vortigem, e nel contempo farmi un'idea più precisa e di prima mano
delle truppe che potrebbero essere schierate contro di noi in futuro.
Nel frattempo, ti invio questo messaggio per mano di Paolo Sulla,
così da tenerti informato.
Come avevamo previsto, Vortigern vorrebbe che io mi trattenessi
qui, nel nord, per molto tempo, ma gli ho già detto che devo
assolutamente far ritorno a Camelot quanto prima. Gli ho
comunque promesso di tornare il prossimo anno, con un
contingente ancora maggiore. Sono convinto che questa sia la
strategia migliore da adottare, e sono altrettanto convinto che anche
tu sarai d'accordo non appena avrai compreso la gravità di quanto
ho scoperto.
Quanto al prossimo anno, è mia opinione che abbiamo di fronte
due alternative: se in Cambria la guerra sarà finita, tu e io verremo
qui insieme; se invece continuerà a trascinarsi, allora assumerò io il
comando e tu verrai qui, nel nord, per farti tu stesso un'opinione di
come vanno le cose da queste parti. Reputo tassativo che tu venga
qui di persona per valutare la situazione. Da parte mia, ritengo che
qui il pericolo sia enorme, che ci sia il rischio di un conflitto aspro e
di grandi proporzioni, e questo mi ha anche costretto a riconsiderare
gran parte delle tue posizioni che finora non condividevo, quando ti
accusavo di immotivata xenofobia. Ironhair e Carthac e i loro simili
potranno essere litigiosi e intrattabili, ma adesso mi rendo conto che
sono celti come noi, in ultima analisi appartengono alla nostra stessa
gente. Al contrario, il pericolo rappresentato dalle orde minacciose
che stanno dilagando nei territori nordorientali potrebbe culminare
nell'annientamento del nostro popolo e del nostro stesso stile di vita,
qui in Britannia, se non prenderemo prontamente le misure
necessarie per passare al contrattacco.
Tornerò a Camelot non appena mi sarà possibile. Se tu sarai
ancora in Cambria, ti raggiungerò lì. In un caso e nell'altro, disporrò
di molte più informazioni di quante ne abbia ora.
Arrivederci, e possano gli dèi della guerra essere favorevoli al tuo
esercito.
Ambrogio»
Dopo la prima lettura di quella lettera lunga e sorprendente,
rimasi a sedere immobile, lasciando che il tono e le notizie si
sedimentassero nella mia mente e senza fare alcun tentativo di
analizzare quanto Ambrogio aveva scritto. Sapevo che qualsiasi altro
comportamento, qualsiasi reazione mi fossi permesso in quel
momento sarebbero stati sbagliati. Desideravo rileggere più volte la
lettera e poi riconsiderare dettagliatamente l'intera situazione prima
di parlarne con chiunque altro, E dunque, sapendo come opera la
mia mente, tornai alla missiva di Dedalo, certo che avrei lavorato
sulle informazioni di Ambrogio mentre leggevo quelle di Dedalo.
Aprii il cilindro e ruppi il semplice sigillo che chiudeva il
documento. Come potevo aspettarmi, Dedalo non aveva perso
tempo in saluti e preliminari, ma era giunto subito al punto.
«Caio,
oggi è arrivato il giovane Paolo Sulla, che è in viaggio per recarsi
da te e consegnarti alcuni dispacci di Ambrogio, pertanto gli affido
anche questa lettera. Si sta preparando per partire al più presto, così
ho poco tempo. Non ho assolutamente idea di quello che Ambrogio
può aver scritto nei suoi dispacci, ma da quel poco che sono riuscito
a farmi dire dal giovane Sulla ho dedotto che non sarà di ritorno così
presto come aveva previsto e che in Northumbria le cose si stiano
muovendo più di quanto avessimo potuto sospettare. Se non altro,
comunque, Vortigern è ancora vivo e Sulla non mi ha parlato di
guerra.
Per quanto invece riguarda il tuo piano per raccogliere nuovi
alleati al di fuori di Camelot, posso comunicarti che la spedizione
nelle terre di Nerone Niger e a Corinium è stata effettuata con un
centinaio di uomini prima che fosse trascorsa una settimana dalla
vostra partenza, esattamente come avevamo pianificato, e che ha
avuto un grande successo.
Oggi Corinium è tornata a vivere, ci sono persone che vivono
dentro le sue mura e dispone di un primo nucleo di una guarnigione
che si sta allenando insieme ai nostri uomini. I primi rapporti
sembrano incoraggianti, sebbene io continui a nutrire dubbi sulla
possibilità di trasformare contadini in soldati. Si tratta comunque di
dubbi strettamente personali, e sono pronto a farmi convincere
dell'errore.
Da allora sono partite altre due spedizioni analoghe, una per la
città più vicina a nord di Corinium. Non aveva nome, o comunque
anche se lo aveva è stato da tempo dimenticato. Adesso la nostra
gente la chiama Secunda.
La terza spedizione è stata diretta a Tertia - come ben potevi
immaginare - un altro accampamento fortificato, e senza nome, a
sud di Camelot, una ventina di miglia a ovest di Lindinis. Questa non
era prevista, ma grazie al successo della spedizione di Corinium un
giorno è arrivata una delegazione. Accadde infatti che qualcuno
dell'area di Tertia, che era stato da quelle parti e aveva parlato con
Nerone Niger, fosse poi tornato a casa entusiasta. A quanto sembra
Tertia dispone di fertile terreno agricolo ed è molto popolata. Ho
esposto la cosa in Consiglio ed è stata approvata, pertanto la
spedizione a Tertia ha avuto inizio e mi è stato riferito che in meno
di due mesi hanno fatto progressi quanto la gente di Corinium in
quattro.
Attualmente sono in preparazione altre due spedizioni, entrambe
dirette verso luoghi simili, che non hanno nome, ma in cui si
trovano i resti di antiche mura romane e nelle cui vicinanze c'è
abbondanza di fertili campi.
In questa regione il tuo piano funziona bene, amico mio, non
importa quante frustrazioni tu sia costretto ad affrontare dove ti
trovi adesso. So che saperlo può farti piacere.
Qui tutto va come dovrebbe, sebbene non mi piaccia affatto
lavorare con il Consiglio: troppe discussioni, poche decisioni. La
guarnigione va avanti bene, e occuparmene mi piace. Vedo spesso la
tua Tressa di solito in compagnia della moglie di tuo fratello,
Ludmilla. È chiaro che sono diventate buone amiche, dunque togliti
dalla testa che senza di te sia triste e sconsolata. A dire la verità, qui
a Camelot sembra così a suo agio che nessuno crederebbe che sia
arrivata solo da poco. Avrei voluto chiederle se voleva che ti
comunicassi qualcosa da parte sua, ma non mi è stato possibile
poiché Sulla è ansioso dipartire al più presto ed è impaziente che
finisca la mia lettera.
Falla finita alla svelta con Ironhair e Carthac, ma fallo con la
massima durezza. La decapitazione andrebbe bene.
Dedalo»
Decapitazione! Sorrisi tra me e me, scuotendo la testa mentre
posavo la lettera di Ded e lasciavo che si arrotolasse nuovamente su
se stessa.
Le notizie riguardanti gli insediamenti esterni erano decisamente
buone e mi sentii grato, e persino un po' sorpreso, per il fatto che
avesse pensato di mandarmele. Le sue riserve sulla qualità delle
guarnigioni che stavamo organizzando nei nuovi insediamenti non
erano comunque una novità: Ded era un soldato di professione e
semplicemente non poteva credere che persone che avevano
occupazioni diverse potessero diventare buoni soldati.
Le notizie migliori, tuttavia, erano quelle riguardanti Tress e
Ludmilla. Mi era bastato veder nominare Tressa per sentirmi pieno di
tenerezza e di nostalgia, e a quel punto mi concessi il lusso di
pensare a lei a lungo, ricordando il suo profumo, la dolcezza e
l'allegria dei suoi occhi, il suono della sua voce, confessando a me
stesso che mi mancava terribilmente. Poi, rendendomi conto del
rischio di esagerare, riposi la lettera di Ded nel suo cilindro e ripresi il
lungo messaggio di Ambrogio.
Avevo appena finito di leggerlo per la seconda volta che udii la
voce di Donuil che mi chiamava. Passò qualche istante e Donuil
sollevò un lembo della tenda ed entrò, seguito da Derek. Aveva
un'espressione strana, e immediatamente mi colpì un vociare confuso
proveniente dall'esterno.
«Che cosa c'è che non va?»
Donuil scosse la testa mostrando una certa perplessità.
«Non riesco a capire; Connor è andato verso est: ti aspettavi che
tornasse indietro da quella parte?»
«Sì, oppure direttamente da sud. Di che cosa stai parlando?»
«Bene, o sta tornando indietro da ovest oppure c'è un'altra
grande bireme che viene a trovarci.»
«Proveniente da ovest? Fammi vedere.»
Mi costrinsi a non mostrare inquietudine o impazienza,
arrotolando lentamente e accuratamente la lettera di mio fratello
prima di farla scivolare di nuovo nel suo cilindro. Fatto questo mi
diressi verso l'ingresso, tenendolo aperto finché Donuil non mi fu
passato davanti. Non c'era alcun bisogno di spostarsi più in avanti; la
grande sagoma scura della bireme in avvicinamento era
inconfondibile.
«Bene, quello non è Connor» dissi senza alzare la voce, dopo
averle dato uno sguardo. «Dunque, chiunque possa essere, è stato
mandato da Ironhair e non è qui per caso. Dubito che sia tanto folle
da tentare un attacco di qualsiasi genere in questo posto, e per di più
non ha altre imbarcazioni: pertanto devo supporre che abbiamo un
visitatore che desidera parlare con noi.»
Donuil era vicino a me e mentre parlavo mi stava osservando
attentamente; sapevo comunque che i suoi non erano gli unici occhi
puntati verso di me.
«Vediamo di mostrarci disciplinati. Donuil, raduna la nostra gente
sulla spiaggia e schierala in ordine di combattimento. Penso che ci
vorrà ancora mezz'ora prima che ci raggiungano, a meno che non
cambino rotta e se ne vadano altrove. Ordina ai comandanti di
grado superiore di indossare l'armatura da parata, se non ti dispiace,
e mandami immediatamente il mio attendente che mi aiuti a
mettermi in pompa magna. Non c'è tempo da perdere.»
VIII.
Donuil tornò nella mia tenda proprio mentre mi stavo togliendo
il pesante mantello militare: faceva troppo caldo e inoltre mi ero
reso conto di essermelo messo sulle spalle troppo presto. Anche
Donuil comunque si era cambiato: aveva indossato l'armatura da
parata e sotto il braccio sinistro portava il suo elmo lavorato a
sbalzo e ornato da un maestoso cimiero. Lo squadrai dalla testa ai
piedi e non potei che approvare.
«Sono arrivati, Merlino» disse calmo. «Sono a non più di
cinquanta o sessanta passi dalla spiaggia, dove l'acqua è ancora
profonda. Ma non hanno minimamente accennato ad alcun saluto.
Come dobbiamo comportarci?»
«Hanno lasciato capire quali sono le loro intenzioni?»
«No, ma non sembrano ostili. Sono arrivati al punto in cui si
trovano ora muovendosi lentamente e non riesco a vedere armi o
spade sguainate, da nessuna parte.»
«Non hanno messo in acqua una barca?»
«No, nulla. Non hanno fatto proprio nulla. C'è un gruppetto di
uomini che sembrerebbero ufficiali...»
«Solo gli eserciti hanno ufficiali, Donuil, e una gerarchia ben
precisa. È possibile che siano dei capi, ma non sono di certo degli
ufficiali.»
«D'accordo, c'è un gruppo di loro sulla prua della nave, proprio di
fronte a noi, e sta guardando in questa direzione.»
«E noi guardiamo verso di loro?»
«Penso di sì» rispose con un certo stupore. «Sono proprio di fronte
a noi, e non c'è nient'altro da guardare.»
«Ti sbagli, Donuil. Là fuori ci sono centinaia di altre cose da
guardare, e sono tutte più interessanti di quelle persone.»
Aprii la porta della mia tenda e guardai fuori, dove parecchi dei
miei ufficiali erano in attesa di ordini.
«Signori, volete venire qui?»
Non appena furono entrati, mi volsi verso Donuil.
«Donuil mi dice che il nemico ci sta guardando - o meglio,
osservando - e che è possibile che noi lo osserviamo a nostra volta.
Esigo che non avvenga. Per favore, voi andrete nei vostri reparti,
immediatamente, e ordinerete ai vostri soldati di ignorare queste
persone. Devono fissare lo sguardo dritto verso l'orizzonte che sta
loro di fronte. Possono guardare il mare, le onde, le nuvole in cielo
o la nuca di chi hanno davanti, ma non devono assolutamente
guardare la nave nemica o i membri dell'equipaggio, è chiaro?»
Li fissai uno a uno, e tutti annuirono.
«Bene. Grazie a tutti. Tra un attimo vi chiederò di raggiungere i
vostri uomini, cominciando da quelli che sono più vicino alla nave
nemica. Ma prima che andiate, voglio dirvi come ci comporteremo,
e continueremo a comportarci, durante tutto l'incontro.
La loro pretesa di essere nostri pari è offensiva, assolutamente
inaccettabile, ed esigo che sia ben chiaro. Non tratterò con Ironhair,
o qualcuno dei suoi scagnozzi, in alcun modo che possa lasciar
intendere, sia pur minimamente, una condizione di parità. Non ho
alcun desiderio di dare la falsa impressione che potrei avere il benché
minimo interesse ad ascoltare quello che eventualmente avessero da
dirmi.»
Di nuovo li fissai negli occhi uno a uno, e di nuovo tutti
annuirono con molta serietà.
«Bene. Donuil sarà l'unico a trattare o anche semplicemente a
parlare con loro. Ve lo chiedo ancora una volta: avete ben
compreso che cosa vi ho detto?»
Tutti annuirono, con un coro di «Sì, comandante» e a quel punto
li congedai perché potessero far eseguire immediatamente i miei
ordini. Non appena furono usciti, mi volsi verso Donuil:
«Indubbiamente queste persone avranno la sfrontatezza di aspettarsi
che io vada loro incontro. Ma non lo farò. Ironhair non è su quella
nave. Non è tanto incosciente da affrontare un rischio simile.
Pertanto, chiunque ci sia a capo di questa spedizione, si tratta di un
suo delegato, e dunque conferirà con te che sei il mio delegato.
Adesso non parlano né si muovono, ma prima o poi dovranno
parlare, o gridare, e poi venire da noi. Nessuno dei nostri si recherà
da loro, per alcun motivo. Se vogliono parlare con noi, devono
venire a riva, e quando lo avranno fatto, dovranno parlare con te e
soltanto con te. Quando li avrai ascoltati, se ritieni che anch'io debba
sentire quello che hanno da dire, li condurrai da me, e poi
aspetteranno che io abbia tempo per riceverli. Me ne porterai non
più di tre o quattro, ancor meno se possibile, e sotto scorta, sotto
scorta armata. Non dovrà esserci nulla che possa illuderli che
intendiamo rendere loro onore: nessuna cerimonia, nessuna
deferenza, nessuna cortesia, tranne lo stretto necessario per evitare la
violenza. Dovranno essere trattati come una banda di briganti sotto
la protezione di una tregua temporanea e indesiderata. Briganti,
Donuil, non guerrieri, non uomini onesti».
Donuil mi fissava con la massima attenzione, memorizzando ogni
parola, poi annuì.
«Mi accerterò personalmente che non possa essere messa in
dubbio la considerazione in cui li teniamo.»
«Bene, ma cerca di capire appieno quanto ho appena detto. Tu
solo valuterai l'importanza delle loro parole e deciderai se è
opportuno o meno che li ascolti anch'io. Se deciderai che non ne
vale la pena, li accompagnerai fino a riva e attenderai che se ne
siano andati.» A questo punto lo vidi aggrottare la fronte. «È proprio
quello che intendevo dire, Donuil. È un confronto che spetta a te, e
che condurrai come riterrai opportuno. Sei il mio aiutante, e hai la
piena discrezionalità di decidere se questa faccenda merita che io le
dedichi il mio tempo. Non metterò in discussione la tua decisione.
Adesso va' fino al limite dell'acqua e aspetta che ti chiamino, ma non
incoraggiarli. Non mostrarti incuriosito, e per nessun motivo non
essere il primo a parlare o ad agire. Limitati a guardarli come se
fossero qualche sorta di oggetto dannoso e sgradevole che galleggia.
Quando avranno capito che non hai alcuna intenzione di muoverti,
vedrai che si muoveranno loro.»
Annuì, mi fece il saluto militare, si rimise l'elmo e se ne andò,
lasciandomi solo e in attesa.
Per un po' passeggiai avanti e indietro nella mia tenda, cercando
di capire che cosa stesse accadendo all'esterno, ma il silenzio era
stupefacente. Di tanto in tanto potevo sentire qualche frase
mormorata a bassa voce, o l'ordine di qualche ufficiale, talvolta
persino lo scricchiolio della sabbia mista a sassi quando il cavallo di
qualcuno scivolava e faceva uno scarto, e poco più. Avrei voluto
uscire fuori, o quanto meno sollevare un lembo della tenda per
poter vedere qualcosa, ma non intendevo mostrare il benché
minimo interesse.
Alla fine, udii in lontananza qualcuno chiamare a voce alta, ma
non potei udire che cosa avesse detto. Non ci fu alcuna risposta, e io
cominciai a contare, lentamente. Quando ero arrivato a quindici, il
grido fu ripetuto, ma era ancora troppo attutito dalla distanza
perché potessi capirne il senso; questa volta però Donuil rispose.
«Se avete qualcosa da dire, venite qui e ditelo da uomini, non
muggendo come tori. Nessuno vi farà del male.»
Seguì un lungo momento di silenzio, poi avvertii il suono di passi
che si avvicinavano, e il giovane Bedwyr sollevò un lembo della
tenda.
«Comandante Merlino? Devo informarti che c'è una barca che si
sta avvicinando, con cinque uomini a bordo, oltre a quattro
rematori.»
«Grazie, Bedwyr» risposi. «Ora resta dove sei e voltati. Puoi
vedere che cosa sta accadendo?»
«Sì, comandante. La barca si sta avvicinando alla riva.»
«Bene. Adesso chiudi la tenda, e rimani all'esterno. Guarda verso
la spiaggia e riferiscimi semplicemente tutto quello che vedi. Ti sento
perfettamente senza che tu debba alzare la voce.»
«Sì, signore.» Poi un lungo silenzio. «Adesso hanno smesso di
remare, comandante. Ora i rematori sono in acqua e tirano la barca
sulla spiaggia... Gli altri sono saltati fuori e si stanno avvicinando al
tribuno Donuil. Non gradiscono gli arcieri.»
«Quali arcieri?»
«Il tribuno Donuil ha ordinato a due squadroni di arcieri di
Pendragon di schierarsi alla sua destra e alla sua sinistra, con la
freccia incoccata e rivolta verso il limite dell'acqua, in una
formazione a imbuto. I nuovi venuti camminano in mezzo agli
arcieri e si stanno avvicinando al tribuno.»
«Bene, e che sta facendo Donuil?»
«Nulla, signore. Attende, in piedi davanti a loro, con le mani
dietro la schiena. Adesso stanno parlando, ma non riesco a sentirli...
L'aiutante ora li sta accompagnando verso la tenda del furiere... Si
siede al tavolo del furiere, davanti alla tenda, di fronte a loro, e sta
dicendo qualcosa... Mi dispiace, signore, ma mi volta la schiena.
Non mi riesce di sentire che cosa dice.»
«Va bene così, Bedwyr. Che sta accadendo
dell'accampamento? Che cosa fanno gli altri soldati?»
nel
resto
«Nulla, signore. Nessuno si è mosso.»
«Grazie. Rimani dove sei e avvisami quando qualcuno si muove.»
Mi costrinsi a tornare al mio tavolo da lavoro e a sedermi, e poi a
estrarre la lettera di Ambrogio dal suo contenitore e a leggerla di
nuovo. Non saprei dire quante volte iniziai a leggere soltanto per
rendermi conto di aver dimenticato quello che avevo appena letto
ed essere costretto a tornare al punto di partenza, ricominciando dai
saluti.
Alla fine, dopo quella che mi era sembrata un'eternità, Bedwyr
riprese a parlare.
«Il tribuno Donuil si è alzato, signore. Ora sta venendo da questa
parte.»
«Bene. Vieni dentro.»
«Signore!» entrò e rimase sull'attenti proprio all'ingresso.
Il rumore dei passi di Donuil si avvicinava e la sua ombra
cominciava a profilarsi. Quando entrò, io gli stavo di fronte. Diede
uno sguardo a Bedwyr, poi si voltò verso di me.
«Penso che dovresti incontrarli, Merlino.»
«A che proposito? Qual è la loro proposta?»
«Non lo so, ma ne hanno una. La potrai valutare tu stesso, molto
meglio di me. Il loro capo si chiama Retorix, e comanda le truppe
che Ironhair ha raccolto in Cornovaglia. È uno spaccone arrogante e
dall'atteggiamento minaccioso, ma si esprime con più chiarezza degli
altri. È a lui che Ironhair ha affidato l'incarico di parlare con te. Il che
significa che non ha alcuna intenzione di dire a me quello che gli è
stato ordinato di dire a te, tanto che sono stato tentato di rispedirlo
a calci sulla sua nave, ma qualcosa mi dice che non convenga farlo.
Penso proprio che dovresti incontrarlo.»
«Molto bene, allora, portalo qui, ma lascia gli altri ad aspettarmi
sulla spiaggia.»
Donuil annuì e cominciò ad avviarsi, tuttavia sembrava esitante;
era evidente che voleva aggiungere qualcosa.
«Pensi che sia saggio lasciarli fuori tutti e quattro, Merlino? Voglio
dire, se devi dirgli qualcosa, parole dure o altro, non pensi che
sarebbe meglio che ci fossero dei testimoni? Se gli parli da solo, senza
nessuno che senta, potrà riferire a Ironhair quello che gli pare, senza
che nessuno possa smentirlo. Se sono presenti anche gli altri, a me
sembra che sarà costretto a dire la verità o quanto meno qualcosa
che non se ne discosti troppo.»
«Hai ragione, amico mio. Portali tutti qui, ma falli fermare davanti
alla mia tenda, dentro non li voglio.»
Attesi di sentirli avvicinarsi, e poi rimasi ad ascoltare soddisfatto il
tintinnio metallico delle armi e delle armature nel momento in cui le
guardie che li circondavano rispondevano ai comandi del loro
ufficiale. Qualche istante dopo, Donuil mi si avvicinò e mi comunicò
che la delegazione della Cornovaglia mi attendeva.
Rimasi seduto al mio tavolo e per l'ennesima volta mi costrinsi a
rileggere interamente la lettera di Ambrogio. Poi mi alzai e mi gettai
sulle spalle il mantello da cerimonia, drappeggiandolo con cura in
modo che il prezioso ricamo che faceva bella mostra nella parte
centrale — un grosso orso ricamato con filo d'argento - venisse a
trovarsi esattamente al centro della mia schiena. Dopo aver ordinato
a Bedwyr di seguirmi, presi l'elmo da parata e uscii accostandomi al
luogo in cui i nuovi arrivati attendevano, in gruppo, sotto lo
sguardo vigile di un intero squadrone di guardie che li circondavano
da tre lati.
Non fu affatto difficile individuare Retorix, il loro capo. Superava
di mezza testa i suoi compagni, e i suoi abiti erano più ricchi e più
elaborati. Di per sé era un uomo prestante, con spalle larghe, vita
snella e gambe robuste, e poteva avere trentatré anni. Era rasato,
senza barba né baffi, e il modo in cui era armato era vagamente
romano: la corazza di bronzo gli riparava le spalle e il petto e
portava un elmo con una protezione che gli copriva il collo, ma non
arrivava a nascondere i folti riccioli della lunga chioma nera che gli
scendeva oltre le spalle. Dalla vita in giù non portava armatura.
Indossava una tunica imbottita che gli scendeva fino alle ginocchia e
da cui spuntavano calzoni di tessuto pesante, fatto in casa, fermati
da legature incrociate dalla caviglia al ginocchio. I suoi stivali erano
di cuoio spesso, e sembravano duri e scomodi. Un pesante mantello
grigio di lana dava un tocco di romanità al suo aspetto: lo portava
drappeggiato sulla spalla destra, con un'estremità tirata su fin sotto il
braccio sinistro, dove una grossa fibula d'argento, di foggia
barbarica, lo teneva a posto. Ignorai deliberatamente gli altri quattro
uomini e fissai lo sguardo soltanto su Retorix.
«Chi sei?»
«Gli altri mi chiamano Retorix.»
«Aria fritta?» Vidi che spalancava gli occhi. «Questo è quello che
significa "rhetoric" nella mia lingua: aria fritta e argomentazioni da
sbruffoni. "Rhetorics" dovrebbe essere un plurale: dunque una gran
quantità di aria fritta.» Potei vedere che le mie parole, se non il mio
tono, lo avevano sbalordito, e mi rimproverai da solo per essere
sceso a un tale livello. «Chi sono questi "altri" che ti chiamano
Retorix?»
«La mia gente.»
«Questo lo sapevo già, dal momento che presumo che soltanto la
tua gente si interessi a te. Qual è la tua gente? Questo è quello che ti
sto chiedendo.»
Si raddrizzò tutto, e il suo atteggiamento lasciava trasparire
l'oltraggio ricevuto.
«I Romani li chiamavano Belgae, e sono gli abitanti della
Cornovaglia.»
Lo fissai negli occhi.
«I Romani se ne sono andati da un pezzo. Il loro tempo è finito.
Noi siamo Britanni. Vuoi sapere come noi oggi chiamiamo la gente
della Cornovaglia, la gente che ubbidisce agli ordini di un individuo
come Peter Ironhair?»
Distolsi lo sguardo dalla sua persona, senza fare alcuno sforzo per
mascherare il disgusto, poi tornai a fissarlo.
«Il mio aiutante mi ha detto che hai un messaggio per me, io però
ho ben poco tempo per ascoltarti, dunque sputa in fretta quello che
hai da dire e vattene alla svelta.»
Potevo vedere che a ogni mia parola la sua collera non faceva che
aumentare, tuttavia riuscì a controllarsi e dopo aver inspirato
profondamente attraverso il naso più e più volte cominciò
finalmente a parlare.
«Tu sei Merlino di Camelot, non è così?»
«E allora?»
Vidi che i suoi occhi si spostavano rapidamente da me a Bedwyr,
che stava alle mie spalle, e non appena notai la grande attenzione
con cui lo fissava esaminandolo dalla testa ai piedi, compresi di
colpo che pensava che Bedwyr in realtà fosse Artù. Da quando ero
uscito, infatti, aveva guardato soltanto me. Ora tuttavia distolse
nuovamente lo sguardo per tornare a fissarmi e, per quanto mi
sforzassi, nei suoi occhi non potei notare alcun interesse per il
ragazzo.
«Porto i saluti del mio capo, Iron...»
«Allora te li puoi anche tenere, perché non mi interessano
affatto.»
Si interruppe di nuovo, sforzandosi palesemente di controllare la
propria ira.
«Mi è stato assegnato un incarico, mastro Merlino! Vuoi
permettermi di riferire il mio messaggio senza interrompermi a ogni
parola?»
Lo fissai, provando un'involontaria ammirazione per il suo
autocontrollo. Donuil lo aveva definito un "arrogante spaccone", ma
fino a quel momento non avevo visto nulla che lo facesse ritenere
tale.
«Molto bene, allora. Riferisci quello che devi riferirmi.»
«Ironhair ti manda i suoi saluti, come un capo che si rivolge a un
altro. Tu come comandante legato di Camelot, lui come
comandante supremo degli eserciti della Cornovaglia. Non intende
insultarti fingendo che tra di voi possa esistere amicizia, né
pretenderà che possiate negoziare sulla base di una reciproca stima.
Tuttavia ritiene che tu stesso ammetterai come entrambi, e coloro
che sono alleati con voi, abbiate molto da guadagnare dalla fine di
questa guerra.» Si interruppe, evidentemente si aspettava una
risposta; io invece continuai a fissarlo, senza che il mio viso lasciasse
intendere nulla.
Alla fine non poté far altro che continuare.
«La tua presenza in Cambria è un'intrusione - questa è la sua
opinione - mentre le sue attività sono legittime. Egli rappresenta il
tuo lontano parente, Carthac, il cui diritto a occupare il trono di
Pendragon, attualmente vuoto, è E più forte, poiché deriva da una
parentela diretta.»
Non poté resistere alla tentazione di volgere nuovamente lo
sguardo verso il giovane Bedwyr. Si trattò soltanto di un rapido
sguardo, un lampo, ma confermava quanto avevo già notato.
Sfortunatamente i suoi compagni non erano dotati del medesimo
autocontrollo, dal momento che fissavano il ragazzo tanto
insistentemente che persino l'interessato se ne accorse. Io invece, mi
resi conto che a quel punto Bedwyr stava cominciando a parlare,
così mi voltai di scatto per impedirglielo.
«Perché state...?»
«Sta' zitto, ragazzo!» Bedwyr spalancò gli occhi di fronte
all'asprezza del mio tono. Rimasi immobile, volgendo la schiena agli
altri, finché i suoi occhi si fissarono nei miei, e allora cercai di
ammiccare verso di lui prima di continuare nello stesso tono aspro.
«Sei diventato matto? Come osi far sentire la tua voce quando io ho
garantito che non ci sarebbe stata alcuna interruzione? Va’
immediatamente nella mia tenda e restaci finché non ti faccio
chiamare. Muoviti!»
Il povero ragazzo fece un passo indietro: era evidente che la
confusione e l'imbarazzo lo avevano portato sull'orlo delle lacrime;
cercò di ricomporsi, raddrizzò le spalle, si voltò rapidamente ed
entrò nella mia tenda.
Mi voltai, rivolgendomi di nuovo a Retorix.
«Puoi continuare e nessuno ti interromperà più. Stavi parlando di
Carthac.»
Posai lo sguardo sui miei uomini, senza cercare di nascondere la
mia collera.
In verità, a mandarmi su tutte le furie era l'intollerabile insolenza
di quanto stavo ascoltando. Quando il mio sguardo tornò su di lui,
notai che Retorix non aveva smesso di osservarmi, tenendo
continuamente gli occhi fissi sul mio viso, e io mi chiesi se fossi
davvero riuscito a non lasciar trasparire di essermi accorto del suo
interesse per Bedwyr, Artù, come credeva lui.
Infine annuì, si schiarì la gola e continuò a parlare.
«Il padre di Carthac era Mor, il fratello minore di Uric Pendragon,
padre di Uther. Carthac ha richiesto, e ottenuto, l'aiuto di Peter
Ironhair per far valere il suo diritto a essere proclamato re, e per
questo motivo Ironhair è venuto in Cambria. Al contrario, la vostra
presenza qui non è stata richiesta da nessuno. Dergyll ap Griffyd, con
cui un tempo avevate buoni rapporti, è morto, mentre il suo posto è
stato preso dall'usurpatore Uderic, che non è vostro amico. Pertanto
il vostro esercito è soltanto una forza di occupazione, cosa che è resa
ancora più evidente e pienamente confermata dal semplice fatto che
ben pochi degli uomini di Pendragon si sono uniti a voi. La realtà è
che non cercano per nulla il vostro aiuto per sistemare le loro
questioni. Anzi, sono del tutto convinti di essere perfettamente
capaci di risolvere da soli le loro divergenze senza alcun bisogno
della vostra interferenza.»
Si interruppe di nuovo, raccogliendo le idee prima di continuare;
nel frattempo mi sforzavo di rimuovere dalla mente il riferimento a
Uderic come a un usurpatore. Naturalmente Ironhair la pensava così,
ma Uderic si era conquistato il suo titolo in battaglia, mettendosi a
capo della sua gente quando si era battuta contro il tentativo di
usurpazione da parte di Carthac. Infine Retorix riprese a parlare.
«La proposta del mio comandante, che successivamente potrà
essere meglio definita con soddisfazione di entrambi, in sintesi è
questa: è suo convincimento che tu consideri la sua presenza in
Cambria una minaccia contro la tranquillità e la sicurezza della tua
Colonia di Camelot. Al contrario, Ironhair ritiene che tale minaccia
non esista affatto e che la sua presenza qui sia solo temporanea,
poiché mira esclusivamente a concludere rapidamente e con successo
la sua campagna a sostegno di Carthac Pendragon. Quando la guerra
sarà terminata, Ironhair tornerà in Cornovaglia con tutte le sue
truppe, lieto di avere un alleato forte in Cambria a nord e,
presumibilmente, un alleato di comodo a Camelot, a nord-est, vale a
dire, voi.
D'altro lato, tu otterrai il notevole beneficio di non doverti
immischiare nelle questioni della Cambria, il che ti permetterà di
dedicare tutta la tua attenzione al pericolo che dai territori dei
Sassoni si sta diffondendo a est e a nord rispetto a voi, e persino di
rafforzare la tua alleanza con re Vortigern, in Northumbria, qualora
ritenessi consigliabile proteggere i tuoi interessi in quel modo. Perché
tu non debba temere attacchi dalla Cambria, Ironhair sostiene che
per risolvere la questione esiste già un precedente: potrebbe essere
istituita e mantenuta una forza di pattugliamento costituita da
contingenti della tua cavalleria, molto simile a quella che un tempo
era giunta in aiuto di Dergyll ap Griffyd, come interposizione tra la
Cambria e Camelot. Questa forza sarebbe riconosciuta e potrebbe
liberamente agire senza alcuna interferenza.»
Mentre Retorix parlava, in diversi momenti avevo voltato la testa
da un'altra parte, sforzandomi di farlo in modo casuale e fingendo di
osservare il comportamento dei miei cavalieri, per altro
assolutamente immobili, semplicemente per controllare meglio
l'espressione del mio viso. La notizia che Ironhair sapeva dei nostri
rapporti con Vortigern e della minaccia che proveniva dalla Costa
Sassone mi giunse del tutto inattesa, sebbene mi fosse nota la
capacità di Ironhair di giungere molto lontano nel tessere le sue
trame. Le sue affermazioni a proposito di Uderic - che non poteva
essere considerato tra i miei amici - erano meno sorprendenti, dal
momento che Uderic non faceva mistero di nutrire sospetti sui
motivi che mi avevano spinto a venire in Cambria. Era la sua difesa
di Carthac quello che mi riusciva più difficile da accettare senza
ribellarmi, sebbene cercassi di dire a me stesso che stavo ascoltando
semplicemente delle parole, che miravano a mettermi a disagio e a
impedirmi di seguire un'altra linea di condotta. Era questo che mi
faceva arrabbiare, poiché era proprio la linea di condotta a non
essermi chiara. L'ipotesi che Ironhair potesse vedere più chiaro di me,
e che potesse agire contro di me per impedirmi di intraprendere una
strada che io neppure intravedevo, mi faceva infuriare.
C'era poi la faccenda di Artù. Ironhair sapeva di Artù, sapeva chi
era suo padre, conosceva il suo lignaggio e pertanto non poteva
ignorare che aveva diritto più di chiunque altro a sedere sul trono di
Cambria. Non per nulla, il nostro trasferimento a Mediobogdum era
stato reso necessario da un tentativo di assassinio ai danni del
ragazzo, avvenuto per istigazione di Ironhair in persona. Ora,
finalmente ricomparso dopo essere sparito per tanto tempo, era
presumibile che avrei tenuto il ragazzo con me. Per altro, Retorix e i
suoi compagni avevano certamente ricevuto ordine di osservare
bene il ragazzo che eventualmente fosse in mia compagnia, e la loro
reazione alla vista di Bedwyr indicava chiaramente che erano a
conoscenza dell'età di Artù, ma che non avevano idea del suo
aspetto.
Perché allora, mi chiedevo, Ironhair mi aveva propinato quella
panzana sui presunti diritti di Carthac? Doveva certamente sapere
che non mi sarei mai sognato di prenderla per buona, e allora che
cosa cercava di ottenere? In che modo avrei danneggiato la mia
causa e avvantaggiato la sua, rifiutando le sue proposte sulla base
della legittimità dei diritti di Artù? Era questo che mi lasciava
fortemente perplesso, perché mi rendevo conto che Ironhair doveva
conoscere la risposta. E improvvisamente compresi: la soluzione
giunse tanto inaspettata che quasi mi tolse il respiro, perché di colpo
eliminava quello che sembrava un vantaggio di Ironhair su di me.
Per nascondere la mia reazione di fronte a quella scoperta
improvvisa, feci qualche passo in avanti con studiata lentezza,
tenendo gli occhi bassi e mostrando di avere l'intenzione di andare a
sedermi sull'unica sedia che si trovava accanto al tavolo posto tra
Retorix e me. Mi appoggiai allo schienale e sistemai il braccio sinistro
di traverso sul petto, posando il gomito destro sul pugno sinistro, e
pizzicando il labbro inferiore tra il pollice e l'indice della mano
destra. Retorix mi osservava, socchiudendo gli occhi, pensando che
io stessi valutando le sue parole. In effetti, quello che stavo
considerando era il modo in cui avrei dovuto sfruttare quanto avevo
appena compreso, tanto che il mio più grande desiderio sarebbe
stato correre nella mia tenda per essere solo con i miei pensieri.
Avrei avuto bisogno di analizzare immediatamente la mia intuizione
per vedere quali potessero essere i punti deboli, ma sapevo che
Bedwyr mi aspettava e mi avrebbe impedito di concentrarmi; al
contrario, se fossi restato semplicemente dove mi trovavo, nessuno
avrebbe osato interrompere il filo dei miei pensieri.
Ironhair, ormai ne ero convinto, scommetteva sul fatto che non
avrei tollerato né la sua insolenza nel tentare questo approccio né la
spuria rispettabilità che cercava di attribuire a Carthac. Pienamente
consapevole della legittimità delle pretese di Artù, in quanto erede di
Uther, era certo che avrei reagito con sdegno alla sua offensiva
proposta e avrei cacciato i suoi mercenari dalla mia presenza. Il suo
ragionamento, e le sue speranze di successo, adesso erano ben chiare
nella mia mente e lui stesso mi aveva dato la chiave per trovare la
soluzione. Ma citando Uderic e la sua avversione nei miei confronti,
Ironhair aveva esagerato. Quando avessi rifiutato il suo invito a
ritirarmi alle sue condizioni, che partivano sostanzialmente dal modo
in cui aveva definito la mia presenza in Cambria - e cioè una forza di
occupazione - in questo conflitto mi sarei inevitabilmente presentato,
proprio in base a quella definizione, come una terza forza, nemica di
entrambi i contendenti. Forte della falsa legittimazione del suo
appoggio a Carthac, che era pur sempre un Pendragon, Ironhair
avrebbe potuto avvicinarsi a Uderic e fare causa comune con lui - sia
pure temporaneamente - per cacciare dalla Cambria l'esercito
invasore di Camelot.
Su Uderic non mi facevo alcuna illusione. La sua ambizione era
grande quanto quella di Ironhair, e i suoi occhi guardavano allo
stesso premio: il cerchio d'oro che avrebbe cinto la fronte di
chiunque fosse diventato re di Pendragon. Il fatto che molti, forse la
maggioranza, dei suoi stessi uomini rifiutassero di credere che
Camelot avesse delle mire sulla Cambria, influiva ben poco sui
progetti di Uderic. Si sarebbe alleato con Ironhair per cacciarci dal
territorio di Pendragon.
Poi, una volta che ce ne fossimo andati, schiacciati dagli eserciti
dei due alleati, si sarebbe sentito libero di occuparsi di Carthac e
Ironhair, sistemandoli a dovere. Uderic era un abile capo militare e il
successore naturale di Dergyll, ma gli mancava l'intelligenza e il
sostegno popolare che il defunto re aveva saputo conquistarsi senza
fatica. Quanto a me, avrei scommesso che Ironhair avrebbe vinto,
dieci volte su dieci, il confronto con Uderic. Ciò non toglie che tutto
questo non aveva nulla a che vedere con i miei problemi immediati:
per il momento dovevo fare i conti con quello che Ironhair aveva in
mente.
Quando ero un ragazzino di dieci, o forse undici anni, Publio
Varro mi aveva detto qualcosa che non avevo mai dimenticato. Un
giorno aveva scoperto che gli avevo mentito a proposito di una
scappatella da ragazzi, quando, cercando di evitare a Uther un non
ben specificato castigo, avevo sostenuto di non sapere dove si
trovasse mio cugino. A quel punto, lo zio Varro mi aveva costretto a
riflettere a lungo sulla menzogna, facendomi notare, e
sottolineandolo più e più volte, come il mentire avesse già in sé la
propria punizione, che si accresce e si alimenta da sola fino al punto
in cui il bugiardo perde ogni rispetto e credibilità.
Era tornato sull'argomento per settimane, tanto che non ne
potevo proprio più; poi però aveva concluso la lezione chiedendomi
se sapessi quale fosse la tragedia del bugiardo. Insistette perché
riflettessi sulla sua domanda e trovassi una risposta; dovetti dunque
pensarci e ripensarci, finché credetti di aver finalmente trovato la
risposta.
«Allora?» mi chiese lo zio Varro.
«Credo... che una volta che un uomo è diventato davvero un
gran bugiardo... un bugiardo abituale... allora la sua tragedia deve
essere che, qualunque cosa dica, nessuno riuscirà più a credergli.»
Mio zio annuì.
«È davvero spaventoso, non ti pare? Vorresti trovarti in una
situazione simile?»
«No.»
«No, e neanch'io lo vorrei. Vivere per tutta la vita sapendo che
nessuno potrà mai crederti in nulla deve essere davvero terribile.
Tuttavia, Cay, non è questa la vera tragedia del bugiardo. La
tragedia del bugiardo è molto, molto più terribile ancora.»
Lo guardai spalancando gli occhi.
«Come, zio? Che cosa potrebbe essere peggio di non essere
creduto?»
«Questo, Cay: la vera tragedia del bugiardo è che non potrà mai
credere a nessuno.»
La sua affermazione mi lasciò sconcertato poiché ero ancora
troppo giovane per comprenderne tutte le implicazioni, ma non l'ho
mai dimenticata, e non ho mai neppure smesso di pensarci; poi, una
volta diventato adulto cominciai a rendermi conto dell'effettiva
portata di una simile tragedia: se un uomo sa, nel profondo del
proprio cuore, di essere un bugiardo, un impostore e un ipocrita,
come potrà attribuire sincerità, onestà o integrità a chiunque altro?
Ora, Ironhair mi stava giudicando in base ai suoi parametri e si
sbagliava. Mi attribuiva le sue venali ambizioni, credendo che io
cercassi davvero di regnare in Cambria e aspirassi a diventare re con
lo stesso ardore con cui lo desiderava lui, dal momento che non
credevo affatto che Carthac sarebbe sopravvissuto all'accordo con
Ironhair quanto bastava perché potesse reclamare la corona. Ironhair
non avrebbe mai potuto credere la verità: che il mio scopo era
vendicare il tradimento che lui aveva portato a Camelot. Volevo la
sua morte, e quella di Carthac, semplicemente perché pensavo che il
mondo sarebbe stato un posto migliore se privato di entrambi. A
quel punto avrei potuto tornarmene a Camelot e viverci in pace
finché non fosse arrivato il momento in cui Artù poteva farsi avanti e
reclamare ciò che gli era dovuto.
Credevo di aver capito che cosa avesse in mente. Ma Ironhair non
sapeva che avevo appena mandato Huw Fortebraccio a contattare
Uderic. Quando Uderic e io ci saremmo incontrati faccia a faccia, gli
avrei rivelato quello che Ironhair aveva in mente, e avremmo
marciato insieme contro di lui, unendo i nostri eserciti. Uderic aveva
molti difetti, e fino a quando non avessi avuto modo di accertarmi
del contrario, ero pronto ad accettare che potesse anche essere
inaffidabile: ma almeno era sano di mente, a differenza di Carthac.
Con un sibilo, inspirai profondamente tenendo i denti stretti, poi
mi alzai. Retorix e i suoi compagni erano ritti di fronte a me,
attorniati dai miei cavalieri, e per un attimo provai una leggera
esitazione, chiedendomi se non stessi per compiere un grave errore.
In quel momento, Connor doveva essere in azione nelle acque di
fronte a Tintagel: non avrebbe avuto di che ringraziarmi se, per
colpa mia, mentre si stava dirigendo verso casa, gli uomini di
Ironhair gli fossero arrivati alle spalle quando meno se lo aspettava.
Parlai rivolgendomi direttamente a Retorix
attentamente i suoi occhi.
e osservando
«Quanto ti ci vorrà per portare la mia risposta a Ironhair?
Suppongo che se ne stia al sicuro a Tintagel!»
Per un attimo spalancò gli occhi, ma la sua risposta arrivò
immediatamente e con voce calma.
«Aspetta il nostro ritorno, ma non a Tintagel.»
«No, naturalmente no. Voi siete arrivati da ovest.»
Poi, sapendo di aver ragione, inasprii il tono e snocciolai quello
che avevo da dire, parlando con durezza e senza dargli la possibilità
di interrompere o di cavillare.
«Comunque, da qualsiasi parte siate arrivati, da sud o da ovest,
siete venuti qui senza che nessuno vi avesse invitati e vi ho ascoltati
con pazienza, sebbene controvoglia. Ora, avendo ascoltato quello
che avevate da dirmi, questa è la mia decisione...»
Passai dall'altra parte del tavolo, fermandomi a meno di due passi
da loro, senza che nulla ci dividesse.
«Lasciate che cominci dall'inizio. Io sono il comandante legato di
Camelot, e pertanto vi siete rivolti a me correttamente. Al contrario,
il vostro "comandante supremo", come voi lo chiamate, è un
impostore, un uomo che è stato esiliato da Camelot. È un bugiardo e
un assassino di donne, e sebbene cerchi di farlo da solo, non merita
che gli venga attribuita alcuna nobiltà, poiché ne è assolutamente
indegno.
Il suo amico Carthac, che lui afferma essere un mio lontano
parente, non ha alcun legame di parentela con me. È un demente
degenerato e assolutamente indegno persino di essere considerato
un essere umano. Quanto al suo cosiddetto diritto al trono di
Cambria, è semplicemente ridicolo anche solo ipotizzare che la gente
di Pendragon vorrà porsi spontaneamente sotto il suo tallone.
Il motivo per cui sono giunto qui in Cambria, accompagnato dal
mio esercito e senza essere stato invitato, è presto spiegato. Il mio
scopo è uno solo: causare la morte e la distruzione di Ironhair e di
tutto quello che rappresenta. Pertanto, tornate a bordo della vostra
nave e riferite quanto vi ho detto all'impostore che vi ha mandato. E
qualora foste tanto folli da tornare da queste parti, sappiate che
sarete ricevuti come meritate, proprio come avremmo dovuto
trattarvi oggi.» Mi voltai verso il comandante delle guardie: «Scorta
costoro fino a riva e fai in modo che spariscano dalla mia vista». Mi
voltai di scatto ed entrai nella mia tenda.
Trovai Bedwyr che mi stava aspettando: i suoi occhi erano sereni,
la sua espressione rassegnata, tutto il suo comportamento mostrava
la decisione di accettare virilmente il castigo che avessi deciso di
infliggergli. Lo guardai sorridendo.
«Hai capito che cosa è accaduto là fuori e perché me la sono presa
con te?»
Qualsiasi cosa si fosse aspettato di udire, non era certo quella, e i
suoi occhi erano velati di perplessità mentre si sforzava di capire che
cosa intendessi dire. Infine scosse la testa. «No, non l'ho proprio
capito.»
«Pensavano che tu fossi Artù. È per questo che ti fissavano tutti.
Non hanno fatto che parlare del diritto di Carthac di diventare re di
Pendragon, ma sanno bene che Artù può vantare diritti ben più
solidi, e sanno anche che Artù è affidato a me. Dunque, ritenevano
che tu fossi Artù. E io volevo che continuassero a pensarlo, così
quando hai cominciato a parlare, ti ho zittito immediatamente. Non
ero arrabbiato con te, non lo sono stato neppure per un attimo, ma
non volevo che dicessi qualcosa che potesse lasciar loro
comprendere che tu non sei Artù. Ora, fa' il bravo ragazzo e vammi
a cercare Donuil, giù sulla spiaggia. Digli di venire da me non appena
si sarà liberato.»
«È già qui, signore.»
Il ragazzo indicò l'ingresso della tenda e non appena mi voltai
vidi che Donuil si stava avvicinando insieme a Benedetto, Derek e
Rufio.
«Bene, in questo caso ho un altro compito da darti. Va' a vedere
se riesci a trovare qualcosa da mangiare, perché sono ore che non ti
vedo muovere le mascelle, e trovo che la cosa sia assolutamente
insolita e persino preoccupante.»
Arrossì, sorridendo, poiché erano mesi che veniva preso in giro
per il suo incredibile appetito. Stava per salutarmi, ma lo fermai.
«Dopodiché, quando avrai riacquistato le forze, voglio che ti
procuri in fretta una scorta di sei uomini, scegliendoli tra gli
esploratori; fatti consegnare le razioni dal furiere e poi torni
immediatamente dal legato Filippo. Non c'è alcun bisogno che
ammazzi il cavallo mentre corri da lui, ma non perdere neppure
tempo. Comunica al legato che ho inviato Huw Fortebraccio a
trattare con Uderic, e informalo anche di quanto è accaduto oggi.
Digli che ho bisogno di averlo qui, alla massima velocità a cui
possono muoversi le sue truppe. Quanto al ritorno, vale quel che ti
ho detto per l'andata. Di' con chiarezza a Filippo che non c'è alcuna
emergenza. Può tornare indietro a velocità di marcia di
addestramento, ma non è necessario che sfinisca uomini e cavalli.
Questo è tutto. Ma prima di andare, mangia. Bada bene che questo
è un ordine. Adesso va'; spero di vederti entro un paio di giorni o
poco più.»
Bedwyr mi salutò e si allontanò rapidamente, arrossendo di
nuovo, ma questa volta per la consapevolezza della propria
responsabilità. Mentre usciva incrociò Donuil e gli altri che stavano
entrando: li invitai a trovarsi un posto in cui mettersi a sedere.
Donuil si lasciò cadere sulla mia sedia e si tolse immediatamente
l'elmo, mentre Benedetto si sistemava sulla cassa di legno in cui
erano custodite le mappe. Rufio portò dentro la sedia che era
accanto al tavolo, all'esterno, e che io stesso avevo usato poco
prima. Derek rimase in piedi vicino all'ingresso della tenda, con le
mani strette attorno alla fibbia della cintura; la nuova corazza di
cuoio di foggia romana lo faceva sembrare ancora più imponente.
«Allora?» chiesi quando tutti si furono sistemati. «Ho preso la
decisione giusta?»
«Sono pronto a dare per certo che sia così.» Donuil pulì la visiera
dell'elmo con un lembo del mantello, poi si asciugò il sudore che gli
imperlava la fronte prima di sollevare la testa per lanciarmi
un'occhiata incerta. «Ma nessuno di noi ha la minima idea di quale
sia stata la tua decisione. Una cosa è sicura: per quel che riguarda i
loro padroni non possono avere alcun dubbio circa la tua opinione.»
«Bene, è esattamente quello che volevo. Da che parte si sono
diretti quando se ne sono andati?»
«A ovest, da dove erano arrivati, ma dopo aver dato una ventina
di colpi di remo per allontanarsi dalla spiaggia hanno cominciato a
muoversi molto velocemente. A quest'ora dovrebbero già volare
sulle onde. E adesso che cosa facciamo?»
Spostai lo sguardo su Benedetto e poi su Rufio.
«Speriamo che Huw Fortebraccio torni presto e nel frattempo
decidiamo che cosa intendiamo fare non appena sarà arrivato. Ho
ordinato al giovane Bedwyr di partire subito per richiamare Filippo
e i suoi dal pattugliamento in cui sono impegnati, dal momento che
da quelle parti non c'è più niente da pattugliare.» Feci una pausa.
«Ho capito qualcosa là fuori, mentre ascoltavo la diatriba di Retorix:
Ironhair non è così abile come crede di essere, e ha uno svantaggio
di cui non si rende conto.»
Rufio si strinse nelle spalle.
«Quale svantaggio?»
Esposi loro brevemente che cosa mi era tornato alla mente a
proposito della tragedia di chi è bugiardo. Poi, come mi aspettavo,
Donuil e Benedetto rimasero a sedere in silenzio, meditando su
quanto avevo detto, mentre Rufio scuoteva la testa.
«Che c'è che non va, Rufio? Non ti piace la mia storia?»
«La storia è bella, Cay, e di per sé non fa una piega, ma tratta i
bugiardi come se fossero tutti uguali, invece Ironhair non è un
bugiardo come gli altri. La tua teoria ti porta a ritenere che il
semplice fatto di essere incapace di credere la verità, e cioè che non
ti interessa diventare re della Cambria, lo indebolisca. E allora?
Potresti aver ragione, ma odio rischiare la vita su quel "potresti".»
«Pensi che le cose stiano diversamente?»
«Sì, proprio così. Che Ironhair ti creda o non ti creda, non fa
differenza: non cambierà quello che ha in mente di fare. Ironhair
vede le cose in modo diverso da noi. Dove noi vediamo bianco, lui
vede nero, e neppure se mille uomini giurassero che siamo noi ad
avere ragione si convincerebbe di avere torto. Crede alle sue bugie
perché nella sua mente contorta sono la verità, l'unica verità che mai
abbia conosciuto o che mai conoscerà. Non gliene importa un bel
niente di quello che è vero o di quello che è falso per gli altri. La sua
verità è tutto quello che conta per lui. Cercherà di ingannarti a ogni
pie’ sospinto - te e chiunque altro si metta sulla sua strada - e non
perderà certo il sonno per questo, dal momento che in fondo alla
sua anima è fermamente convinto di essere al centro dell'universo e
che al mondo tutto sia stato creato a suo uso e consumo. Nella sua
mente è lui il Signore del Creato e nessuno - né tu, né io, né nessun
altro - potrà fargli cambiare idea.»
Era forse il discorso più lungo che mai avessi udito da Rufio, e la
mancanza di imprecazioni mi colpì e mi lasciò perplesso ancor più
della sua insolita eloquenza. Inoltre, nei confronti di Ironhair, tradiva
un rispetto di gran lunga maggiore, per ambiguo che fosse, di quello
di cui lo avrei creduto capace.
Non feci alcun tentativo di controbattere.
«Come dici tu stesso, nessuno può influenzare le sue scelte, ma,
nella fattispecie, le sue scelte sono tutt'altro che perfette. Per
esempio, non sa che ci siamo già messi in contatto con Uderic, per
chiedergli di incontrarlo. Ora, quando ci incontreremo, e sarà prima
di quanto Ironhair possa immaginare, manderò all'aria tutti i suoi
piani. Saremo noi ad allearci con Uderic, e insieme butteremo in
mare Ironhair e Carthac.»
«Sì, se ci si può fidare di Uderic.»
«Perché ti viene in mente di dire una cosa del genere? Quello che
intendiamo proporgli sarà nel suo interesse. È ovvio che si
comporterà lealmente quando scoprirà che così otterrà quello che
vuole e come vuole.»
«Se ci crede e se si fida di te. Da quanto ho sentito dire sinora,
non è affatto così.»
Guardai gli altri, sperando in un appoggio da parte loro, ma tutti
continuarono a restare in silenzio.
Vedendo che per il momento non avevo altro da aggiungere,
Rufio riprese a parlare.
«Guarda, Caio, che non sto affatto cercando di dissuaderti. Mi
sembra soltanto che in questo caso la tua logica non sia abbastanza
rigorosa. Ho soltanto l'impressione che tu stia sottostimando la
tortuosità dei suoi ragionamenti.»
Le sue parole attirarono la mia attenzione.
«Che intendi dire?»
«Intendo dire che Ironhair è tutt'altro che stupido, e che in passato
ha dato prova di aver commesso ben pochi errori. Supponi solo per
un attimo, che ci abbia già pensato. Supponi che, avendo intuito
quale sia la strada da percorrere, abbia avuto l'intelligenza di
ipotizzare che potresti averla intuita anche tu. Un'alleanza con
Uderic. Rifletti.
Dunque, avendoci pensato, ed essendosi reso conto che potevi
averci pensato anche tu, che cosa avrà deciso di fare? Avvicinarti
facendoti un'offerta, come è effettivamente accaduto, pur sapendo
che tu, considerandola per quello che era, e cioè un insulto, l'avresti
respinta? E poi correre da Uderic alla ricerca di un'alleanza nel
momento stesso in cui tu la rifiuti?» Rufio fece una pausa,
guardandomi dritto negli occhi, per darmi il tempo di riflettere
prima di continuare.
«Oppure pensi che potrebbe prima mandare i suoi uomini da
Uderic, solo per parlare, proprio come ha fatto con te oggi, facendo
una proposta al nemico — una proposta che potrebbe suonare
ragionevole e moderata - offrendogli cioè di mettere da parte le
divergenze per il tempo necessario a distruggere il nemico comune,
cioè noi, ma soprattutto tu, Merlino di Camelot. Uderic potrebbe
prenderla in considerazione, non pensi? È da tempo che vede in te
una minaccia.» Si interruppe di nuovo, continuando a fissarmi con
insistenza.
«Ora, se la proposta di Ironhair fosse stata studiata con cura, e
prevedesse di parlare a Uderic della visita che avremmo ricevuto
oggi, Uderic potrebbe pensare che l'offerta di Ironhair sia per lui
doppiamente vantaggiosa: conterrebbe l'offerta di eliminare la
minaccia costituita da te, convincendoti a ritirarti pacificamente,
senza alcun rischio per lui.
In caso contrario, gli offrirebbe il modo per liberarsi
definitivamente di te, con il pretesto della tua ambizione e del tuo
arrogante rifiuto di ritirarti da una contesa che non ti riguarda. Se ti
ritiri adesso, Uderic non si sentirà più minacciato, senza aver perso
nulla.
Se invece resti, sarai dichiarato un nemico ed egli unirà le sue
armate con quelle della Cornovaglia per schiacciarti, riservandosi di
fare i conti con Ironhair in un secondo momento.»
«Dannazione, Rufio, mi fai sentire stupido!»
«Perché? Non ce n'è alcun motivo. Tu e Ironhair siete due persone
completamente diverse. Io non sono così legato alle tue idee di
onore e nobiltà, perciò posso sforzarmi di ragionare come Ironhair.
Ma potrei anche sbagliarmi.»
Lo fissai, cercando di leggergli nel pensiero.
«Sì, potresti, ma probabilmente hai ragione.»
«Forse.» Il suo viso non mostrava alcuna soddisfazione. «Non
abbiamo alcuna possibilità di sapere come stiano effettivamente le
cose...»
«Ma dovremmo fare i nostri piani in base a questo...»
Annuì.
«Abbiamo bisogno di un piano che possa funzionare in entrambi i
casi, e che sia flessibile quanto basta perché, all'occorrenza, possa
essere cambiato anche a metà strada.»
«Ma tu sei assolutamente convinto che non debba fidarmi di
Uderic?»
Rufio guardò prima Donuil e poi gli altri, scuotendo la testa;
infine si voltò verso di me con uno sguardo ironico.
«Non avevi certo bisogno che te lo dicessi io, amico mio. Non è
forse così? Ti saresti fidato di lui se io non avessi parlato?»
Scossi leggermente la testa.
«No, Rufio, non mi sarei fidato, perché di lui non mi sono mai
fidato. Non avevo scrutato così a fondo nelle pieghe dei suoi
possibili comportamenti, come invece mi hai costretto a fare tu, ma
non mi sarei precipitato alla cieca nelle grinfie di Uderic. Adesso
però parliamo di quello che potrebbe accadere qui. Credo che, dal
momento che Uderic ha sbandierato ai quattro venti quanto poco si
fidi di me, insisterà affinché il nostro incontro avvenga in un luogo
sicuro per lui, in modo da poter controllare agevolmente la
situazione. È anche quasi certo che insisterà perché porti con me
pochi uomini. Mi consentirà di avere una scorta, purché sia piccola.
Lo so...» Alzai una mano per prevenire le sue proteste. «Questo apre
la possibilità di un tradimento. Credo, ciò nondimeno, che le cose
andranno così.»
Benedetto si schiarì la gola.
«Quella nave si è diretta verso ovest a grande velocità. Non mi
intendo molto di queste cose, ma ho avuto l'impressione che i
rematori non avrebbero potuto mantenere un ritmo del genere per
molto tempo, dunque non dovevano essere diretti troppo lontano.»
Rufio lo stava osservando, aggrottando la fronte.
«Non ti seguo, Ben.»
Benedetto fece un sogghigno assai poco divertito.
«Sarebbe interessante vedere da quale direzione arriva Huw. Se
fosse da ovest, nelle prossime settimane sarei propenso a tenere
sempre la cotta di maglia sotto la corazza.»
Infine parlò Donuil, per la prima volta da quando si era seduto.
«C'è bisogno di formare due gruppi, Cay, uno a cavallo e uno a
piedi, armati di archi di Pendragon. Bisogna che ciascun gruppo sia
formato almeno da dieci uomini: il primo cavalcherà allo scoperto, il
secondo seguirà senza farsi vedere.»
Guardai Benedetto. Si strinse nelle spalle e chinò la testa,
premendo i palmi delle mani l'uno contro l'altro.
«Servono tutti gli uomini che possiamo portare, in entrambi i
gruppi, ma non meno di dieci a cavallo. Io cavalcherò con te, e sono
d'accordo con Rufio. Penso proprio che andremo incontro al
tradimento e all'inganno. Sarà dunque meglio che ci teniamo pronti.»
IX.
Il fianco della collina che si innalzava di fronte a noi era una vasta
distesa spoglia e grigiastra, interrotta qua e là da una leggera
spruzzata di verde nei rari punti in cui muschi, licheni e qualche
chiazza di erba nana riuscivano a fare debolmente presa sulla nuda
roccia.
Su questo sfondo monotono, un'unica e irregolare striscia di un
verde cupo si stagliava come una cicatrice, quasi a mascherare un
profondo burrone scavato dalle acque del torrente che, sgorgando
dalla sommità, andava poi a congiungersi con lo stretto fiume che
scorreva molto più in basso.
Da una parte e dall'altra dell'ampio letto del torrente,
profondamente scavato nella roccia nel corso dei millenni e protetto
dai venti che spazzavano furiosamente i fianchi della collina, alberi
indomabili avevano messo radici ed erano cresciuti fino a riempire
completamente la gola, con i loro tronchi antichi e i loro rami
contorti completamente rivestiti dello spesso strato di muschio che
rendeva il loro aspetto così terribilmente spettrale.
Poco oltre la metà del letto del fiume, i raggi luminosi del sole del
mattino si riflettevano su una cascatella che sbucava dagli alberi per
cadere lungo un breve strapiombo prima di sparire nuovamente
nella folta vegetazione sottostante.
Mentre osservavo la parete, improvvisamente vidi un uomo
sbucare tra il verde, mantenersi in equilibrio per qualche istante sul
bordo della cascata e calarsi con precauzione a forza di braccia prima
di scomparire di nuovo in mezzo agli alberi.
«Con questo fanno cinquanta, e ce ne sono altri in arrivo»
borbottò Huw.
Gli risposi senza neppure guardarlo: «Cinquantasette».
Poi, mentre ne sbucava un altro, impegnato nella stessa, difficile
manovra prima di scomparire tra la vegetazione: «E con questo
fanno cinquantotto».
Erano passati dieci giorni da quando erano giunti gli inviati di
Ironhair.
In quel momento ci trovavamo sulla sommità di una collina non
lontana dalla costa occidentale della Cambria, ben nascosti da una
folta distesa di cespugli, e osservavamo il realizzarsi delle profezie di
Rufio - profezie che avevano preannunciato tradimento e inganno mentre un'interminabile fila di uomini si calava con estrema cautela
lungo il fianco scosceso della collina, dal lato opposto della stretta
valle che ci separava da loro.
La notte precedente uno degli uomini di Huw Fortebraccio si era
intrufolato proprio tra coloro che in quel momento si stavano
calando lungo la gola e aveva avuto modo di scoprire molte cose.
Erano quasi tutti mercenari di Ironhair, guidati da pochi abitanti
della Cambria, e il loro piano prevedeva di risalire la collina dal lato
che dava sulla costa per poi calarsi lungo la profonda gola e infine
nascondersi sul fondo della valle. Lì avrebbero atteso che noi
attraversassimo lo stretto ponte che permetteva di superare la
corrente impetuosa del fiume; a quel punto ci avrebbero precluso
ogni via di scampo.
L'uomo di fiducia di Huw, che si chiamava Gwynn Occhio di
Sangue, si era poi dileguato silenziosamente per comunicarci in tutta
fretta quanto aveva scoperto, viaggiando per gran parte della notte
e raggiungendo il nostro accampamento proprio all'alba. Cosicché
quando il primo mercenario aveva cominciato a scalare la sommità
della collina che stava di fronte a noi, nel fondovalle non c'era più
alcun segno di vita e io me ne stavo ben nascosto con i miei uomini
sul fianco della collina, proprio di fronte a loro.
Sotto di noi, sul fondo della valle, c'era il fiume, con la stretta
striscia di foresta che lo delimitava su entrambi i lati, e il ponte di
pietra costruito quattrocento anni prima dalle legioni di Paulino, nel
corso della campagna con cui erano stati spazzati via i Druidi di
Cambria. Oltre il ponte, l'antica strada che un tempo veniva
percorsa dai legionari si dirigeva nuovamente verso nord, seguendo
il corso del fiume fino a sbucare in una piana formata dalla
convergenza di tre vallate. Altri mercenari, più di trecento, si erano
invece nascosti sulla piatta sommità della collina che divideva le due
vallate più settentrionali. Avevamo scoperto la loro presenza
proprio il giorno prima, anche questa volta grazie alle pattuglie di
Huw che, con grande abilità, avevano esplorato le alture.
Il piano era chiaro: saremmo dovuti arrivare nella piana seguendo
l'antica strada romana che ci avrebbe condotti proprio sotto i pendii
dove si nascondevano i nostri assalitori. Una volta che ci avessero
attaccati, a noi non sarebbe rimasto che combattere o fuggire, e
dovevano essersi messi in mente che avremmo fatto entrambe le
cose, dal momento che il loro numero sarebbe stato decisamente
superiore al nostro. Coloro che fossero rimasti a combattere,
sarebbero morti sul posto, mentre chi avesse preferito fuggire
avrebbe trovato la morte per mano del gruppo di rinforzo che era in
agguato vicino al ponte.
Il loro piano, però, aveva un punto debole: si aspettavano che a
cadere nella loro imboscata fossimo in venti o poco più, mentre
eravamo in cinquanta e alle nostre spalle erano pronti altri
millecinquecento uomini.
Devo ammettere che su di me i sospetti di Rufio avevano avuto
un effetto salutare. Dal preciso momento in cui aveva espresso con
tanta eloquenza i suoi timori e le sue preoccupazioni, tutti i nostri
piani erano stati messi a punto in modo da circoscrivere, e
possibilmente eliminare, i pericoli che ci aspettavamo di dover
affrontare.
Richiamato da Bedwyr, Filippo era tornato in fretta e si era
dimostrato pienamente d'accordo con l’interpretazione degli eventi
proposta da Rufio. Dopodiché, mano a mano che i nostri piani
prendevano forma e noi stessi ci familiarizzavamo con la tattica che
avevamo deciso di adottare, il nostro obiettivo si faceva più chiaro e
anche il modo di affrontare gli eventi diventava via via più incisivo,
più sicuro ed efficace.
Dopo tre giorni anche Connor era tornato, baldanzoso per il
successo della sua razzia ai danni della roccaforte di Ironhair, a
Tintagel. In pratica li aveva colti completamente di sorpresa e non
aveva incontrato alcuna resistenza, catturando agevolmente due
delle sei galee ancorate sotto le fortificazioni di Ironhair e
bruciandone altre quattro. Dopodiché, essendosi ormai assicurati il
controllo degli accessi al mare, i suoi uomini si erano spinti
profondamente nell'entroterra, dove si erano impossessati di grandi
quantità di cibo, di bevande e di merci di vario genere,
saccheggiando i rifornimenti accumulati nei magazzini della
Cornovaglia e destinati alle armate di Ironhair.
La sera del loro ritorno anche il nostro esercito, che da quattro
mesi andava avanti a razioni da campo, fece gran baldoria,
banchettando sulla spiaggia e abbuffandosi con il cibo, il vino,
l'idromele e la birra che la flotta di Connor aveva razziato.
Quella notte Connor aveva ascoltato il racconto dei nostri
sospetti su Ironhair e Uderic, e si era dichiarato pienamente
concorde con le nostre valutazioni e con i piani che avevamo
elaborato. L'unico suo commento era stato un semplice invito ad
agire con determinazione ancora maggiore. Era sua opinione che
dovessimo mettere in campo tutte le forze a nostra disposizione.
Sostenne che, se avessimo fatto ciò che era opportuno fare, e se lo
avessimo fatto con decisione e prontezza, avremmo potuto volgere
a nostro vantaggio la difficile situazione in cui ci eravamo venuti a
trovare.
Per illustrare meglio la sua posizione, impartì a tutti noi una
lezione di strategia navale, tracciando un piano di battaglia sulla
cenere, proprio accanto al fuoco, e mostrandoci come poteva
schierare le sue galee, sistemandole in fila di poppa o di prua, in
modo da concentrare il peso maggiore sul punto più debole della
formazione nemica.
Mentre parlava, osservavo il viso dei comandanti delle mie
truppe: una ventina di loro si era infatti avvicinata al fuoco per
ascoltare Connor. Tutti quanti, in piedi o seduti, si sporgevano in
avanti, attenti e concentrati.
Quando ebbe finito, Connor si voltò verso di me e a quel punto
gli occhi di tutti si spostarono sulla mia persona, in attesa di quello
che avrei risposto.
«Dunque, se non vado errato, in vista del possibile scontro mi
consigli di trasportare tutte le mie truppe sulle colline e ritieni
auspicabile che ci riesca senza farmi vedere? Ho capito bene?»
Guardò Derek, sollevando un sopracciglio, poi sogghignò,
divertito, con un ampio sorriso che mise in mostra tutta la dentatura.
«Perfettamente!»
«Magnifico, Connor. Ora dimmi, hai qualche idea circa il modo in
cui potrei fare una cosa del genere? So che tra i miei soldati si dice
che in gioventù sarei stato una specie di mago, che avrei avuto
poteri simili a quelli degli dèi. E so anche che Derek, tanto per
citarne uno, è convinto che io abbia facoltà occulte e sovrumane.
Purtroppo però, fino a questo momento almeno, non ho ancora
trovato il modo di trasportare mille uomini e cinquecento cavalieri
senza che nessuno se ne accorga. Tuttavia, a quanto sembra, è
proprio questo quello che vorreste che facessi. Ma come? Se tu o
Derek, con cui sembri condividere qualche idea molto divertente,
poteste suggerirmi un qualsiasi sistema per riuscirci, ve ne sarei
immensamente grato.»
«Domani» disse, continuando a sorridere.
«Domani. Perché proprio domani?»
«Huw Fortebraccio potrebbe essere di ritorno.»
«Sì, potrebbe, e allora? Il suo ritorno ha qualcosa a che vedere
con tutto questo? Come potrebbe aiutarmi a portare il mio esercito
attraverso monti e valli senza che nessuno lo veda?»
«Potrebbe dipendere dal luogo in cui intendi recarti.»
Connor si guardò attorno, ammiccando ancora una volta verso
Derek. Tuttavia, quando si voltò di nuovo verso di me, sul suo viso
non c'era più alcuna traccia di riso.
«Ascolta, Merlino, tu sospetti che Ironhair e Uderic si siano messi
d'accordo, non è così? Bene, per agire insieme è necessario che ti
affrontino in qualche punto non lontano dal mare, dal momento
che Ironhair non se la sentirà di allontanarsi troppo dalle sue navi e
dalla sua via di fuga, questo te lo posso assicurare. Quando si hanno
i nemici alle spalle, sulla terraferma, è terribilmente allettante sapere
che in qualsiasi momento c'è la possibilità di mettersi in salvo su una
nave pronta all'ancora!
Mi vengono in mente due eventualità. È possibile che si mettano
d'accordo per massacrarti, aspettandosi che ti rechi da Uderic nel
modo che lui stesso ha indicato, e cioè con pochi uomini fidati.
Oppure, può darsi che abbiano deciso di tenderti un'imboscata
strada facendo; in questo caso Ironhair ti attaccherà prima che tu
abbia raggiunto Uderic, che così potrà evitare di sporcarsi le mani.
Comunque sia, non faranno nulla lontano dalla costa. Una volta
spintisi in mezzo alle montagne, gole e colline potrebbero giocare
tanto a loro favore che a loro sfavore. E dunque cercheranno di fare
in modo che tu rimanga vicino alla costa, dove possono sfruttare il
terreno a loro vantaggio.
Non appena Huw sarà di ritorno sapremo dove e quando. A quel
punto potrò caricare i tuoi mille fanti sulle mie navi e sbarcarli sani e
salvi dove vorrai, e senza che nessuno se ne accorga, molto prima
che tu raggiunga il luogo fissato per l'appuntamento.
Era questa l'idea di Derek, e lui stesso verrà con noi, visto che si
sente più a suo agio su una galea che su un cavallo. Tu invece ti
sposterai via terra con l'intera pattuglia di esploratori, tutti i tuoi
cinquecento cavalieri; ma, attenzione! Dovrai andare avanti con
trenta o quaranta uomini, non di più, lasciando che gli altri ti
seguano al riparo da occhi indiscreti. Gli arcieri di Huw, quanti di
loro sono qui?»
«Circa duecento, contandoli tutti. Con sé ne ha presi soltanto un
centinaio, mentre gli altri sono qui con noi.»
«Allora i duecento arcieri di Pendragon, che sono nati e cresciuti
da queste parti, potranno stendere un ampio schermo davanti a voi,
facendo piazza pulita di qualsiasi sguardo indiscreto. Con loro
davanti, a sgombrarvi la strada per un paio di miglia sia di fronte sia
sui fianchi, nessuno dovrebbe riuscire ad arrivare tanto vicino a voi
da individuare l'armata che vi segue. Ricordati che si aspettano che
tu non sospetti di nulla. Secondo loro, ti stai semplicemente recando
a incontrare un potenziale alleato per convincerlo delle tue
intenzioni amichevoli, e dunque cavalcherai allo scoperto, sicuro del
salvacondotto che ti è stato offerto.»
Aveva ragione, naturalmente, e decidemmo di seguire i suoi
suggerimenti.
Huw arrivò il giorno seguente, e fin dal primo istante in cui vidi il
suo volto, compresi che non era affatto contento del risultato della
sua missione. Lo presi immediatamente da parte e gli chiesi di non
dire nulla fino a quando non avessi riunito Connor, Rufio,
Benedetto, Derek e Donuil.
La sua relazione fu breve e precisa: aveva trovato Uderic non
lontano dalla nostra attuale posizione, a ovest, dopo averlo invece
cercato a nord. Uderic lo aveva ricevuto con ostilità a mala pena
mascherata e aveva ascoltato il mio messaggio con ostentato
disprezzo, poi si era palesemente lasciato convincere che incontrarsi
con me avrebbe potuto essergli utile. Infine aveva fissato il tempo e
il luogo: esattamente dopo sette giorni, sul sito del forte romano di
Moridunum, ormai abbandonato.
Riconobbi il nome del forte per averlo letto nei diari di mio
nonno. Sapevo che si trovava a circa due miglia dal mare, su di un
fiume stretto, ma navigabile, e che nella Cambria meridionale era
stata la fortificazione romana più occidentale, una delle poche ad
aver conservato un'intera guarnigione fino a quando le legioni non
erano state ritirate dalla Britannia.
Dovevo incontrarmi con Uderic nei pressi dell'antico forte, con
una scorta non superiore ai trenta uomini, e Uderic avrebbe
provveduto a far sì che potessi attraversare senza pericolo i "suoi"
territori.
Di fatto, però, nell'accettare l'incontro, Uderic era sembrato a
disagio, tradendo un'ambiguità che a Huw era sembrata tanto più
preoccupante perché indecifrabile. Nulla di quanto aveva detto o
fatto era palesemente falso, eppure Huw aveva avuto la netta
impressione che nulla fosse come voleva sembrare.
Non appena Fortebraccio ebbe finito il suo rapporto, gli dissi
della visita di Retorix e di quanto era poi stato deciso. A quel punto
la sua preoccupazione scomparve immediatamente, sostituita come
per incanto dal sollievo con cui ascoltò quanto avevo da dirgli.
Infine si unì a tutti gli altri nel mettere a punto quello che sarebbe
stato il nostro comportamento nei giorni seguenti. Sì, disse a
Connor, tra i suoi uomini più fidati ce n'era una ventina originaria
della regione in cui sorgeva il vecchio forte di Moridunum; questi
sarebbero andati con la flotta per far da guida ai nostri fanti; gli altri
invece, un intero contingente di duecentoquaranta arcieri, avrebbero
protetto la nostra cavalleria mentre si dirigeva verso ovest,
attraverso la Cambria.
Il giorno dopo il ritorno di Huw, cavalcai alla testa dei nostri
cinquecento esploratori, accompagnato da Donuil e Filippo;
sarebbero stati loro a comandare il grosso della nostra cavalleria che
ci avrebbe seguito a un paio di miglia di distanza.
Huw e i suoi duecentoquaranta arcieri erano invece partiti
all'alba, tre ore prima di noi, per avere il tempo di sparpagliarsi e di
formare un ampio ventaglio protettivo che si aprisse a semicerchio
proprio davanti a noi. Benedetto e Rufio rimasero
nell'accampamento insieme alla nostra fanteria: sarebbero partiti il
mattino seguente a bordo della flotta di Connor e sarebbero stati
sbarcati a poche miglia dalla nostra destinazione, almeno un giorno
prima del nostro arrivo.
L'ultimo mercenario si calò lungo il burrone proprio di fronte a
noi. Quando fu scomparso dalla vista, rimasi in attesa contando fino
a cento prima di voltarmi verso Huw, che se ne stava appoggiato al
tronco di un albero.
«Credo che non ce ne siano più. In tutto ne ho contati
settantuno.»
Huw borbottò. «Allora devo aver perso il conto, poiché ne ho
visti soltanto sessantaquattro. Comunque sia, credo proprio che tu
abbia ragione e che siano scesi tutti. A questo punto, il primo deve
ormai aver raggiunto il fondo ed essersi nascosto tra gli alberi. Non li
vedremo più fino a quando non ci attaccheranno.»
«Bene, allora, diamogli qualcosa da attaccare. Quanto ti ci vuole
per raggiungere i tuoi uomini là in fondo?» Circa la metà degli arcieri
di Huw avevano infatti attraversato il fiume molto prima e ora
erano ben nascosti nella foresta che si estendeva a nord.
«Meno di mezz'ora per arrivare fin là senza farmi vedere. C'è un
burrone anche da questo lato, proprio oltre la collina, sulla destra.
Porta direttamente nel punto in cui ho detto ai miei uomini di
aspettarmi. A quest'ora dovrebbero avermi già teso una corda
attraverso il fiume.»
Annuii.
«Bene, allora, va' e buona fortuna. Quanto a me, avrò bisogno di
mezz'ora per raggiungere i miei uomini e di un'altra mezz'ora per
condurli lungo la strada che costeggia il fiume fino al ponte. Una
volta che lo avremo attraversato, gli uomini di Uderic si faranno
avanti per bloccare il ponte alle nostre spalle e sarà allora che i tuoi
arcieri potranno colpirli. Noi andremo avanti finché non avremo
raggiunto te e la tua avanguardia, poi attireremo il nemico dritto
nella tua trappola.»
Mi interruppi, vedendo il suo sguardo preoccupato. «Che cosa c'è
che non va?»
«E se invece fossero impazienti? Sono molto più numerosi di voi.
Che cosa accadrà se vi attaccano, invece di limitarsi a lasciarvi
passare per poi impedirvi qualsiasi ritirata?»
«Hmm.» Mi strinsi nelle spalle. «Dubito che lo facciano. Sono
mercenari. Alcuni hanno archi e frecce, ma la maggior parte è
costretta a combattere contro di noi corpo a corpo, con la non
piccola differenza che loro sono a piedi, e noi a cavallo e freschi di
forze. Non credo proprio che ci sia questa probabilità. Comunque,
se le cose andranno così, non ci resterà che sperare che i tuoi arcieri
siano abili come sempre e vengano prontamente in nostro aiuto.»
Alzai la mano per salutarlo, poi rimasi a osservarlo mentre
annuiva prima di voltarsi e scendere lungo la cresta della collina
puntando verso il burrone in cui si sarebbe calato. Quando fu
scomparso, mi voltai anch'io e mi diressi verso il fianco posteriore
della collina, là dove avevo lasciato Germanico, al sicuro oltre la
linea dell'orizzonte.
Lo scontro fu breve e violento.
Attraversai il ponte alla testa dei miei cinquanta cavalieri e
nessuno osò attaccarci.
Attorno a noi la fitta foresta, appena interrotta dalla gola in cui
scorrevano impetuose le acque del piccolo torrente, era silenziosa e
apparentemente priva di vita, sebbene sapessi che nascondeva gli
uomini di Ironhair e mi sforzassi di scoprirli. Nella fitta boscaglia che
si estendeva oltre i cespugli e gli arbusti che crescevano ai margini
della strada, nulla si muoveva, e non potei fare a meno di stupirmi
per l'abilità con cui quegli uomini riuscivano a mimetizzarsi tra la
vegetazione. La nostra cavalleria avanzava rumorosamente,
rassegnata all'impossibilità di attutire o di mascherare il rumore
metallico delle armi e i fruscii e i cigolii delle selle di cuoio. Al
contrario, gli uomini di Ironhair e quelli di Huw si muovevano
furtivamente, senza fare il minimo rumore.
Sapevo che mentre avanzavamo eravamo spiati da decine di
occhi, ma sapevo anche - ed era una consapevolezza molto
rassicurante - che coloro che ci spiavano erano del tutto ignari della
presenza di un centinaio di arcieri di Huw Fortebraccio, ben nascosti
alle loro spalle.
Una volta superato l'arco di pietra del ponte, muovendoci in
colonne di quattro, continuammo ad avanzare, cavalcando senza
forzare e seguendo la strada che piegava verso nord, alla nostra
destra, cosicché ben presto non fummo più visibili dal ponte e
proseguimmo la nostra cavalcata in mezzo agli alberi che crescevano
fitti ai due lati della strada.
Mancava meno di un miglio al punto in cui sarebbe avvenuta
l'imboscata.
Mentre ci avvicinavamo alla fine di quel tratto di strada, poco
prima di raggiungere il limite del bosco che impediva la vista della
valle che si estendeva davanti a noi, feci segno ai miei uomini di
rallentare. Avevo scorto del movimento tra la vegetazione prima di
fronte e poi sulla mia destra, e dopo qualche istante Huw
Fortebraccio comparve sul ciglio della strada. Nella sinistra
impugnava il suo arco lungo, e non appena mi fui fermato cominciò
a parlare.
«Nessun problema laggiù?»
«No, assolutamente nulla. I tuoi uomini sono pronti?»
«Sì, tutti ai loro posti. Saremo nelle vicinanze, nascosti soltanto dai
cespugli che crescono ai margini della strada. Quando vi
attaccheranno, fai indietreggiare i tuoi uomini, lungo la strada, così,
non appena vi sarete allontanati, ci faremo avanti noi e i vostri
assalitori riceveranno un benvenuto che non si aspettano di certo.»
«Bene, Huw. Al momento dell'attacco daremo l'impressione di
essere colti dal panico e tra le nostre file scoppierà una gran
confusione. Ogni uomo conosce bene la sua parte. In un primo
momento ci sparpaglieremo e sembreremo completamente
disorganizzati. Alcuni non indietreggeranno lungo la strada, ma ci
terremo tutti ben alla larga dalle vostre frecce. Avvisa, però, i tuoi
uomini che, non appena sentiranno il mio trombettiere, dovranno
fare molta attenzione, perché a quel punto torneremo tutti indietro
per darvi man forte: anche i miei uomini hanno bisogno di sporcarsi
di sangue.
Poi, quando qui sarà tutto tranquillo, faremo dietrofront e
torneremo al ponte. Nel frattempo gli altri tuoi uomini dovrebbero
essersi sistemati alle spalle dei mercenari di Ironhair e aver fatto
piazza pulita.» Osservai i miei cavalieri che, immobili sulle loro selle,
in silenzio tenevano gli occhi fissi su di me.
«Molto bene, allora, muoviamoci.»
Sollevai la mano e ordinai di riprendere la marcia.
Avanzammo in buon ordine, procedendo al piccolo galoppo
mentre entravamo nella distesa erbosa in cui convergevano le valli,
senza dare l'impressione a coloro che ci stavano spiando di stare
all'erta o di aspettarci guai di sorta. Proprio di fronte a noi, come a
bloccarci la strada, sorgeva la collina che ci era stata descritta da
Huw: la sommità piatta e i pendii apparivano deserti e senza vita.
Lentamente piegammo alla nostra destra, dirigendoci verso la valle
che si apriva a est. Passai parola di cavalcare in ordine sparso, per
dare ancor più l'impressione che non ci sentivamo minimamente in
pericolo, e continuai ad avanzare. Ma mentre passavamo sotto la
collina e il nostro fianco sinistro era pienamente esposto a qualsiasi
attacco proveniente dalle alture, nel mio petto potevo sentire
crescere la tensione.
Improvvisamente sulle alture spuntarono i primi nemici. In realtà
erano apparsi anzitempo; una comparsa prematura, dovuta
semplicemente a mancanza di disciplina, ma che, qualora non ci
fossimo aspettati l'imboscata e fossimo davvero caduti nella loro
trappola, ci avrebbe consentito un preavviso sufficiente a metterci in
salvo e a sfuggire all'attacco. In ogni caso, il loro entusiasmo mi
causò qualche problema, dal momento che a quel punto dovetti fare
di tutto per dare l'impressione di non cogliere l'opportunità di
fuggire. Feci dunque voltare Germanico e vidi che i miei uomini,
consapevoli quanto me dell'errore nemico, si erano messi a correre
all'impazzata facendo impennare i cavalli nel tentativo di inscenare
una convincente dimostrazione di panico e di indecisione.
Intanto, sulla sommità della collina, chiunque fosse al comando
ebbe modo di vedere che cosa stava accadendo e gli attaccanti
spuntarono ben presto da ogni parte: correvano precipitosamente
verso di noi, mentre gli ululati del loro grido di battaglia
sconvolgevano la quiete di quel pomeriggio d'estate.
Paolo Scorvo, uno dei comandanti più abili e pieni di iniziativa, si
staccò dal fondo della colonna, così come era stato deciso, e trascinò
dietro di sé un gruppetto di otto uomini, voltando il cavallo
leggermente verso monte, davanti alla linea degli attaccanti, e
tirandoseli dietro, in basso e a destra, nella direzione in cui stava
scappando.
Rufo Metello, un'altra delle giovani teste calde che Ambrogio
aveva promosso comandante di squadrone, stava galoppando verso
nord, guidando un branco disordinato di altri sedici soldati a cavallo
lontano dalla zona dell'attacco, verso il lato destro della strada, a
una velocità sufficiente a impedire qualsiasi inseguimento.
Diedi di sprone a Germanico e lo feci tornare indietro lungo la
strada da cui eravamo giunti, poi, gridando, mi precipitai in mezzo
ai miei soldati che si affrettarono a raggrupparsi a casaccio alle mie
spalle prima di lanciarsi in una fuga disordinata e precipitosa
simulando il panico più completo.
A quel punto, il grido di guerra che fino a quel momento aveva
rimbombato sulle nostre teste si trasformò in un urlo di esultanza
non appena i nostri inseguitori ci videro fuggire disordinatamente,
mentre la maggior parte di noi si dirigeva verso l'altra trappola che ci
era stata tesa poco oltre.
Mi rizzai sulle staffe, tenendomi facilmente in equilibrio ora che
Germanico aveva ritrovato la sua andatura, e mi volsi per guardarmi
alle spalle, scrutando la sommità della collina. Tutti i nostri assalitori
ci stavano inseguendo. Il grosso puntava direttamente verso di me,
mentre sia da una parte sia dall'altra un piccolo gruppo si era
staccato per inseguire i due contingenti minori guidati da Scorvo e
Metello.
Con la coda dell'occhio feci appena in tempo a intravedere uno
sfarfallio che una freccia cadde in mezzo in noi; subito dopo scorsi
anche l'arciere, fermo sul fianco della collina. Un rapido sguardo mi
fu sufficiente per vedere che il suo arco era corto, il tipo di arco
usato comunemente da tutti a eccezione degli arcieri di Pendragon.
Poi udii uno schianto e un duplice grido alle mie spalle mentre un
cavallo cadeva a terra. Feci voltare bruscamente Germanico a
sinistra, tirando brutalmente le redini mentre cercavo di vedere che
cosa fosse successo.
Uno dei nostri cavalieri giaceva a terra, con la schiena arcuata per
il dolore e gridava disperatamente: la sua bocca spalancata sembrava
un grande buco oscuro. L'uomo il cui cavallo, con il collo trapassato
da una freccia, era disteso poco lontano si sforzava disperatamente
di rialzarsi. Spronai Germanico e mi sporsi dalla sella tendendogli
una mano per aiutarlo a rimettersi in piedi, ma il malcapitato
continuava a gridare: i suoi occhi fissi e spalancati mi guardavano
senza vedermi. Dalle condizioni della sua schiena capii che per lui
non potevo fare più nulla.
Subito dopo avvertii un rapido avvicinarsi di passi. Allungai la
mano dietro le spalle e sganciai la spada, poi la snudai rapidamente
e appesi il fodero all'anello che pendeva dalla mia cintura. L'arma mi
fece un'impressione strana, mi sembrò leggera come una piuma e
quasi immateriale, ma sapevo che si trattava di una sensazione che
derivava semplicemente dal fatto di averla mai impugnata per
combattere contro un nemico vero. Poi udii un respiro affannoso e
un'imprecazione. Mi voltai alla mia sinistra, giusto in tempo per
scorgere un uomo gigantesco che si slanciava verso di me brandendo
la sua corta spada, pronto a uccidere. Non avendo tempo per fare
altro, alzai la spada e la lasciai cadere pesantemente su di lui,
puntando il piede nella staffa per fare più forza. La lama mancò la
testa dell'assalitore, ma raggiunse il suo braccio destro, sollevato per
vibrarmi il colpo mortale, e lo tranciò di netto con tanta facilità che
quasi non avvertii l'impatto, sebbene gli avessi trapassato l'osso.
Gridò e cadde a terra, afferrandosi il moncone prima ancora che il
sangue avesse cominciato a sgorgare; tirai le redini per far voltare
Germanico fino quasi a farlo impennare, poi diedi immediatamente
di sprone non appena i suoi zoccoli anteriori ebbero toccato terra di
nuovo. C'era soltanto un altro nemico abbastanza vicino da essere
pericoloso, ma Germanico lo travolse calpestandolo.
Non appena cominciai a prendere velocità, spingendomi avanti
lungo la leggera discesa, altri mercenari si slanciarono verso di me,
ma nessuno fu tanto veloce da arrivare a un contatto. Poi un coltello
da lancio colpì violentemente la visiera del mio elmo, facendomi
piegare la testa all'indietro e intontendomi con il rumore assordante
del colpo inatteso. Barcollai e per un attimo dovetti sforzarmi di
ritrovare l'equilibrio, lottando contro le mie reazioni istintive. Poi,
ripreso il controllo, superai l'ultimo cavaliere, e intravidi gli arcieri di
Huw che uscivano allo scoperto, abbandonando la folta macchia in
cui si erano nascosti, per schierarsi in ranghi compatti sull'erba bassa
che ricopriva il terreno tra la strada e il limite della foresta.
Rendendomi conto di aver superato anche l'ultimo arciere, mi fermai
immediatamente e mi voltai per osservare la scena.
I mercenari che dalla sommità della collina si erano precipitati
all'attacco si erano fermati di colpo, mentre coloro che erano in testa
si erano ritrovati a non più di dieci o venti passi dal formidabile
ostacolo che improvvisamente era apparso davanti a loro: gli arcieri
di Huw schierati su tre file, ciascuna formata da una trentina di
uomini. Prima ancora di aver avuto modo di rendermi conto
esattamente di quanto stava succedendo, la prima fila scagliò le
proprie frecce e poi si fece da parte: ogni uomo si spostò alla propria
destra. Quindi si fece avanti la seconda fila, con l'arco già teso, e
lasciò partire le proprie frecce. Subito dopo anch'essi
indietreggiarono per cedere il posto agli arcieri che stavano alle loro
spalle e riempire i vuoti lasciati dai compagni della prima fila, che si
erano già ritirati di un passo e ora incoccavano le frecce, pronti a
farsi di nuovo avanti. Quasi più velocemente di quanto possa
descriverlo, quattro nugoli di frecce erano andate a segno,
compiendo una vera e propria strage tra gli attaccanti. Poi fu la volta
di una quinta scarica che si alzò in volo prima ancora che gli
sbalorditi mercenari riuscissero a riprendersi quanto bastava per
cercare di mettersi in salvo.
In realtà, non avevano alcun posto in cui fuggire e furono
sbaragliati rapidamente. Ben presto il terreno fu ricoperto di feriti
che si contorcevano negli spasimi dell'agonia e l'aria si riempì di urla
e gemiti.
Tutti gli uomini che avevano fatto parte del contingente
principale erano ormai a terra e la battaglia era finita ovunque
tranne che in due punti lontani, alla mia destra e alla mia sinistra.
Qui, abbandonata da tempo la messinscena del panico, le tre
squadre - formate da otto uomini ciascuna - comandate da Scorvo e
Metello stavano impartendo una lezione pratica di arte militare ai
malcapitati inseguitori che avevano deciso di mettersi alle loro
calcagna.
Il trombettiere stava alla mia sinistra, in attesa di un mio segnale,
ma gli feci cenno di lasciar perdere: non c'era alcun bisogno dei miei
uomini. Pochi istanti dopo scorsi Paolo Scorvo fare cenno ai suoi di
dirigersi verso di me, e intanto, forse ancor prima di loro, anche
Rufo Metello e i suoi sedici cavalieri avevano preso a galoppare
nella mia direzione. A quel punto mi volsi verso Benedetto e gli
ordinai di mandare due uomini a cercare - e possibilmente portare
soccorso - al soldato che era caduto proprio dietro di me. Lo
trovarono in fretta, con la gola tagliata da un orecchio all'altro.
Nel frattempo gli uomini di Huw Fortebraccio si erano riuniti
davanti a me, ma i loro volti erano stranamente inespressivi, come
se la carneficina non avesse procurato loro alcun piacere. Quanto a
me, mi accingevo a ricondurre il nostro squadrone al ponte, quando
udii un certo trambusto alle mie spalle, mi voltai e vidi che altri tre
arcieri di Huw stavano arrivando di corsa: anche nei pressi del ponte
il combattimento era ormai finito, e le nostre perdite ammontavano
soltanto a quattro uomini. Al contrario, nessuno dei mercenari che si
erano calati nel burrone era sopravvissuto allo scontro con gli
uomini di Fortebraccio. Non mi restava dunque che ricondurre
l'intera compagnia nel punto in cui le due valli convergevano e
attendere il grosso delle mie truppe.
La prima ad arrivare fu la cavalleria, forte di quattrocentosessanta
uomini, lungo la strada che anche noi avevamo appena percorso.
Prima che fosse passata mezz'ora, il suono di una tromba annunciò
che la nostra fanteria si stava avvicinando, e ben presto comparve
anch'essa, marciando nel fondovalle in colonne di dieci, guidata
dagli esploratori di Huw Fortebraccio.
Secondo i piani prestabiliti, la fanteria proveniva dalla costa dove
era giunta a bordo delle galee di Connor. Quando si furono riuniti
tutti - cinquecento cavalieri, mille fanti e più di duecento arcieri di
Pendragon - salii su un roccione che sporgeva dal fianco della collina
e rivolsi loro un breve discorso, illustrando quello che ancora
dovevamo fare. Poi, a tappe forzate, li condussi a nord e a est verso
il luogo in cui avremmo dovuto incontrare Uderic Pendragon.
Quando giungemmo a Moridunum, il "re" non c'era. Era ovvio
che la notizia di quanto era accaduto doveva averci preceduto, e
dunque trovammo il vecchio forte romano silenzioso e vuoto,
sebbene i rifiuti sparsi un po' dovunque e il fumo di numerosi fuochi
indicassero chiaramente che un gran numero di uomini era stato lì
fino a non molto tempo prima. Senza scendere da cavallo, mandai
subito Benedetto e i nostri cinquecento esploratori all'inseguimento
di chiunque riuscissero a scovare, poi ordinai agli altri di accamparsi
per la notte.
Quanto a me, decisi di dare uno sguardo al forte. Era del tutto
simile a Mediobogdum, dove avevamo abitato negli ultimi anni,
tranne per il fatto che era situato in un fondovalle invece che su
un'altura. Per il resto, però, si trattava essenzialmente dello stesso
tipo di forte, costruito secondo il progetto classico degli edifici
destinati alle coorti, ed era in grado di alloggiare comodamente
seicento uomini.
Persino le terme, situate oltre le mura, erano paragonabili, anche
se non altrettanto confortevoli; le fornaci erano fredde e
abbandonate da tempo, con i condotti ostruiti dalla fuliggine e dai
detriti di decenni. Tuttavia, a differenza di Mediobogdum che, alto e
inaccessibile in mezzo alle montagne, era rimasto pressoché inviolato
per più di duecento anni, tutti gli edifici di Moridunum erano stati
usati da intrusi e malamente danneggiati tanto che, dopo soli
quarant'anni di abbandono, erano in rovina, senza tetto e con i muri
cadenti.
Terminai il giro accompagnato da Rufio e tornai all'ingresso
principale del forte, dove Donuil mi chiamò, invitandomi a dare uno
sguardo a qualcosa che aveva appena scoperto. Potei vedere il
giovane Bedwyr inginocchiato per terra, con il corpo parzialmente
nascosto dallo stipite di pietra, ma non appena mi alzai sulle staffe
per saltare giù dalla sella, udii un fischio mortale, inquietante e
rapido come il lampo, e con la coda dell'occhio scorsi qualcosa che si
muoveva. Quindi, senza che avessi il tempo di reagire, un violento
colpo in mezzo alle scapole mi fece volare sopra le orecchie del
cavallo e poi cadere a terra privo di sensi.
Rinvenni in uno degli edifici in rovina del forte, sotto quel che
restava di un tetto incurvato, che partendo dalla facciata si
estendeva per circa tre passi prima di lasciare spazio al cielo aperto.
Non appena aprii gli occhi per qualche istante la mia visione rimase
confusa e annebbiata, poi scorsi Donuil e Rufio, Derek di Ravenglass,
Benedetto, Filippo, Paolo Scorvo, Rufo Metello e molti altri, tra cui
Huw Fortebraccio. Stavano tutti guardando qualcuno che doveva
trovarsi alla mia sinistra, ma in quei primi istanti i loro visi
sembravano ondeggiare e dissolversi per poi riprendere forma
soltanto di quando in quando. I miei occhi si sforzavano di abituarsi
alla luce accecante che riempiva la stanza. Mentre continuavo a
restarmene sdraiato, ancora stordito e con le orecchie che mi
ronzavano, a poco a poco mi tornò in mente che cosa era accaduto:
il violento colpo alla schiena, il rimbombo di qualcosa che batteva
contro l'elmo e le orecchie del cavallo che improvvisamente mi
apparivano davanti al viso per poi passare oltre. Nessuno mi aveva
visto aprire gli occhi e ora udivo il suono delle loro voci, dapprima
confuse e impercettibili, poi sempre chiare.
Fu Donuil che per primo abbassò lo sguardo verso di me e vide
che avevo aperto gli occhi; la sua reazione, il modo in cui pronunciò
il mio nome, mise tutti a tacere e li fece avvicinare ancora di più.
Lentamente, confusamente, sollevai il braccio per allontanarli, ed essi
si scostarono, esitanti e preoccupati. Poi un nuovo volto si chinò su
di me, quello di Muzio Quinto, il nostro medico più esperto - e già
avanti negli anni — che dopo la morte di Lucano aveva preso il suo
posto. Mi appoggiò la mano sulla fronte, costringendomi a restare
sdraiato sul pagliericcio, e mi chiese se lo riconoscessi. Con stupore
mi accorsi che quando cercai di rispondergli la mia lingua sembrava
incapace di articolare qualsiasi parola, allora inghiottii, respirai
profondamente più volte e ci riprovai. Questa volta riuscii a parlare.
«Sto bene, Quinto» gracchiai, con una voce del tutto dissimile
dalla mia. «Che cosa è accaduto? Qualcosa deve avermi colpito.
Sono caduto?»
Annuì, mentre la preoccupazione sembrava sparire dal suo viso:
ormai era evidente che non mi trovavo più in punto di morte. «Sì»
rispose. «Sei caduto da cavallo battendo la testa. Sei stato colpito da
una freccia di Pendragon.»
«Una freccia di Pendragon?» Riflettei per qualche istante. «Allora
dovrei essere morto!»
«Sì, dovresti proprio esserlo.» Questa era la voce di Derek e potei
vedere la preoccupazione sulla sua rude faccia barbuta. «Dovresti
essere morto e per due motivi, ma la freccia ha colpito la lama della
spada che porti sulla schiena, che a quanto pare è ancora più dura
della tua testa.»
Scoprii che era stato Donuil a salvarmi la vita poiché, essendosi
accorto che c'era del grasso su uno dei cardini delle cerniere che
reggevano la grande porta e stupito che fosse ancora lì dopo più di
quarant'anni, mi aveva chiamato perché anch'io dessi uno sguardo.
Reggendomi sulle staffe per scendere da cavallo e andare da lui,
avevo dunque spostato il collo e il bersaglio cui l'arciere stava
mirando era stato sostituito dalla parte alta della spada che portavo
sulle spalle. Soltanto quella lama, fatta con il metallo della Pietra del
Cielo, avrebbe potuto reggere l'urto di una freccia di Pendragon.
Una semplice corazza ne sarebbe stata trapassata e io sarei morto
all'istante. Invece la freccia aveva colpito la lama esattamente nel
centro e nell'impatto era finita in mille pezzi; il colpo tuttavia aveva
fatto sì che l'impugnatura della spada andasse a sbattere contro il
mio elmo facendomi volare sopra le orecchie del cavallo, cosicché
ero caduto a testa avanti sulle pietre del selciato e per più di un'ora
ero rimasto privo di conoscenza. Tuttavia, la lama della spada,
quando più tardi ebbi modo di esaminarla, non mostrava neppure il
più piccolo graffio: soltanto il sottile rivestimento di ferro del fodero
appariva ammaccato e rovinato.
Un dolore lancinante alla spalla destra mi fece gemere e quando
cercai di mettermi a sedere ricaddi disteso, in preda alle vertigini.
Quinto si chinò immediatamente su di me, con il viso preoccupato,
allungando la mano per tastarmi la fronte, ma l'allontanai.
«Non occorre, Quinto, va tutto bene, è solo un capogiro. Aiutami
a tirarmi su.»
Mi sostenne con il braccio destro e io mi appoggiai a lui. Inspirai
profondamente e dopo un po' la stanza smise di girare e potei
vedere con chiarezza.
Cominciavo a sentirmi meglio e anche la nausea mi stava
passando. Dopo un po', mi sentii abbastanza forte da mettermi a
sedere reggendomi da solo, senza bisogno di appoggiarmi al braccio
di Quinto.
Inspirai ancora profondamente, poi guardai il piccolo gruppo che
si era raccolto attorno a me e mi osservava con palese
preoccupazione, una preoccupazione la cui intensità variava da uno
all'altro ma che era evidente sul volto di tutti.
«Non sono morto e non intendo morire, dunque qualcuno vuol
essere tanto gentile da dirmi chi mi ha colpito?»
Parecchie teste si voltarono verso Huw Fortebraccio, che fece un
passo avanti, arrossendo leggermente, poi lanciò verso il mio letto
un arco lungo di Pendragon che andò a finire proprio in mezzo alle
mie gambe.
«Owain» grugnì. «L'Uomo delle Grotte.»
Owain delle Grotte, il traditore che ci aveva lasciati per unirsi a
Ironhair, l'uomo che avevo sospettato di complicità nell'attentato
alla vita di Artù. Fissai Huw negli occhi, conoscendo la risposta alla
mia domanda prima ancora di averla formulata.
«Dov'è adesso?»
«È morto. Vorrei poter dire che l'ho ucciso io, ma la mia fu
soltanto una delle sette frecce da cui fu colpita la sua carcassa, e
Llewellyn gli aveva già tagliato la testa prima ancora che io mi fossi
avvicinato.»
Huw si interruppe e nessun altro pensò di approfittare della sua
esitazione per prendere la parola. «Si era nascosto qui, in una delle
torrette di guardia. Sperava di riuscire a colpirti e deve essersi
convinto che, pur di farcela, valesse la pena di sacrificare la sua vita,
dal momento che non poteva ignorare che una volta che si fosse
mostrato non sarebbe più uscito vivo di qui. Ti ha colpito da non
più di sessanta passi. Non so come possa averti mancato la prima
volta, ma il secondo tiro era diretto esattamente contro il bersaglio.
In ogni caso deve essere morto contento, pensando di averti ucciso.»
Quell'uomo aveva sacrificato la sua vita solo per uccidere me.
Perché? Poi mi tornò alla mente ciò che avevo visto subito prima
di essere colpito, e allora compresi.
«Dov'è Bedwyr?»
Fu Filippo a rispondermi.
«È fuori che cerca di riparare il rivestimento del fodero della tua
spada. Perché, vuoi che lo faccia chiamare?»
Mi lasciai ricadere sul letto, rendendomi conto soltanto in quel
momento di quanto mi fossi irrigidito per protestare contro quello
che la mia mente mi aveva suggerito.
«No, non disturbarlo.» Tornai a fissare Huw. «Non dava la caccia
soltanto a me, voleva anche il ragazzo. Era convinto che si trattasse
di Artù.»
Huw fu l'unico a non unirsi al brusio da cui furono accolte le mie
parole. Strizzò gli occhi, poi annuì.
«Sì» borbottò. «È ragionevole. Dunque, la prima volta non ti ha
affatto mancato. Da quella distanza Owain delle Grotte non avrebbe
mai sbagliato un bersaglio grande e facile come te. Il primo colpo
era per il ragazzo; ma il ragazzo era inginocchiato per terra, mezzo
nascosto dallo stipite, e intento a scrutare nella merda che riempiva
il buco, e poi tra lui e Owain c'era della gente che andava avanti e
indietro. Il primo colpo è dunque andato a vuoto e ha colpito lo
stipite. Ma il secondo è stato per la tua persona, sapendo che, se ti
avesse colpito, tutti sarebbero corsi da te e il ragazzo sarebbe
diventato un bersaglio scoperto e facile da centrare.
Tuttavia non aveva fatto i conti con Llewellyn che, neanche a
farlo apposta, guardava nel posto giusto al momento giusto. Un
figlio di puttana molto sospettoso, quel Llewellyn il Guercio, non si
fida di nessuno e non gli piacciono i posti strani. Non abbassa mai la
guardia e con un occhio solo vede molto di più di quanto riesca a
vedere la maggior parte della gente che di occhi ne ha due. Ha
scorto Owain armeggiare per scagliare la prima freccia, e quando la
seconda si era appena alzata in aria, Llewellyn aveva già incoccato la
sua, pronto a colpire. Brav'uomo, Llewellyn, per essere un
sospettoso, brutto figlio di puttana con un occhio solo.»
Sorrisi a Huw, sentendomi di colpo molto stanco. Cercai tuttavia
di scrollarmi di dosso la spossatezza, provai a posare i piedi a terra e
ad alzarmi in piedi, tenendomi alla sponda del letto. La stanza
riprese a ondeggiare, ma poi il capogiro finì e mi sforzai di inspirare
profondamente.
«Più tardi mandalo da me, ti dispiace? Vorrei ringraziarlo
personalmente per avermi salvato la vita.»
Huw Fortebraccio fece un fischio di diniego.
«Llewellyn? Scordatelo, Caio Merlino. Non ti sarà certo grato se
lo ringrazi, e non ti ringrazierà di certo se lo farai sentire in debito
nei tuoi confronti per avergli espresso la tua riconoscenza. In realtà,
non vorrà doverti ringraziare affatto, e il ringraziamento migliore
sarà stare lontano da lui e non dire un bel niente.»
Il mio sorriso si allargò in una sorta di sogghigno e scossi la testa.
«Questo non posso farlo, amico mio. Mandalo da me, troverò il
modo di ringraziarlo, un modo che piaccia anche a lui.» Mi
interruppi, chiedendomi come sarei poi riuscito a concretizzare la
mia ultima affermazione. «Ti piace, questo Llewellyn e ho anche
l'impressione che ti fidi parecchio di lui, o sbaglio?»
Huw annuì.
«Sì. Come ti ho già detto, l'aspetto non è un granché, è un
orrendo, spaventoso figlio di puttana, su questo non c'è alcun
dubbio, ma una delle mie sorelle lo ha sposato qualche anno fa,
riuscendo a vedere l'uomo che si nasconde sotto il suo viso sfigurato,
e ora pensa di essere stata prescelta dagli dèi e che il dio che l'ha
scelta sia proprio lui. È molto buono con lei - in tutto e per tutto - e
anche nei confronti di chiunque gli stia attorno. A parte la
mostruosità del suo viso, non ha un solo difetto. Nessuno è come
lui, credimi, è davvero il migliore.»
Quando Huw si voltò per andarsene, dopo aver ripreso con sé
l'arco di Owain, lo fermai con un gesto della mano. Si trattò di un
impulso, poi, altrettanto capricciosamente, cambiai idea. Scossi la
testa e lo congedai di nuovo, ma Huw esitava.
«Che c'è? Volevi dirmi qualcosa?»
«Sì, ma non ha importanza. Owain è morto. Volevo
semplicemente dirti che avrei voluto guardarlo un'ultima volta negli
occhi, prima che morisse.»
Huw annuì ancora, poi sogghignò malignamente.
«Beh, negli occhi puoi ancora guardarlo, ma non credo che
otterrai una gran risposta. Più tardi ti manderò Llewellyn.»
Lo osservai allontanarsi, chiedendomi che cosa avesse voluto dire,
poi non ci pensai più e mi rivolsi agli altri.
«Donuil, hai notizie di Connor?»
«Sta pattugliando la costa con la sua flotta, sperando di
intercettare Ironhair a bordo dell'altra grande bireme.»
«Filippo?»
Filippo interruppe la sua conversazione con Benedetto per
voltarsi verso di me e mentre così faceva gli tesi una mano. Mi
afferrò il polso e io mi alzai in piedi aggrappandomi a lui e usando la
sua robusta corporatura per evitare di finire poco decorosamente sul
letto. Non appena fui riuscito a ritrovare l'equilibrio, lasciai il suo
braccio.
Tuttavia ero costretto a tenere le gambe divaricate e faticavo a
reggermi in piedi, anche se a ogni istante sentivo che le forze mi
stavano tornando. Poi mi rivolsi a Benedetto, ricordando di avergli
dato ordine di partire di buon mattino per cercare di trovare
qualche traccia dell'esercito di Uderic.
«Benedetto, hai trovato niente?»
Borbottò una risposta negativa, e per rafforzarla scosse
energicamente la testa. «Abbiamo cercato le loro tracce per circa
un'ora, ma il terreno era troppo duro perché fosse possibile seguire
una traccia di qualsiasi genere. Una volta arrivati in fondo alla valle,
le strade che avrebbero potuto percorrere senza salire sulle colline
erano addirittura tre. Pensai che potessero essersi divisi ed essere
andati in tre diverse direzioni, ma non ho voluto suddividere le mie
forze sulla base di semplici sospetti, così ho deciso di riportare
indietro i miei uomini.»
Annuii, trovando corretta la sua decisione, e mi rivolsi a Filippo.
«Bene, che cosa hai da dirmi di Connor?»
Filippo scosse leggermente la testa.
«Nulla, in realtà. Non so nulla di più di quanto Donuil non ti
abbia già detto. Ma Connor mi ha raccomandato di farti sapere che
punterà dritto verso nord, facendo dietrofront di tanto in tanto per
assicurarsi che alle sue spalle le acque siano, per usare le sue parole,
completamente prive di rifiuti. Comunque si manterrà in prossimità
della costa e da ogni galea terranno d'occhio la terraferma. Se tu
desiderassi, o avessi bisogno, di incontrarti con lui, le sue vedette
staranno all'erta per scoprire tre fuochi uguali che brucino uno
accanto all'altro. Quello sarà il segnale per chiamare Connor.
Quattro fuochi saranno invece il richiamo per l'intera flotta. In ogni
caso, non appena vedranno uno dei due segnali, aspetteranno la
prima alta marea e poi toccheranno terra. Connor pensava infatti
che tu avessi intenzione di proseguire verso nord, mantenendoti
lungo la costa occidentale.»
«Bene, sia così.» A quel punto cominciai a tentare un primo,
esitante passo, poi riuscii a fare il giro della branda senza aver
bisogno di aiuto, mentre tutti mi stavano a guardare. Quando ebbi
completato il giro, mi voltai e lo rifeci un'altra volta.
«Sto bene» dissi infine. «Non ho nulla che un buon sonno non
possa guarire. Volete lasciarmi adesso? Svegliatemi se accade
qualcosa. Se arriva qualche messaggero, voglio sentire
immediatamente quel che ha da dire. Grazie, signori.»
Se ne andarono tutti, tranne Quinto che rimase a guardarmi
preoccupato mentre mi sdraiavo sul letto da campo e chiudevo gli
occhi. Sembrava che non avesse alcuna intenzione di lasciarmi solo.
«Che c'è, Quinto? Che cosa vuoi?»
Si schiarì la gola.
«Voglio che tu dorma, Caio. Se ti preparassi una pozione, saresti
disposto a berla?»
Aprii di nuovo gli occhi e lo guardai di traverso, chiedendomi se
potevo fidarmi che in lui il soldato prevalesse sul medico.
«Sì,» borbottai, «purché tu sia in grado di garantirmi che la tua
pozione non mi bloccherà a letto per giorni, e privo di sensi per
giunta. Ho bisogno di essere lucido tanto quanto ho bisogno di
dormire. Se i miei comandanti hanno necessità di svegliarmi, devo
poter essere subito vigile e in grado di fare tutto quello che sia
necessario. Puoi assicurarmelo?»
«Sì, penso proprio di sì. Un semplice sedativo, che ti aiuti a
dormire, è questo che voglio darti. Tre o quattro ore dovrebbero
essere sufficienti per smaltirne l'effetto. Dopodiché, dovresti essere di
nuovo perfettamente lucido.»
«Come sarebbe a dire "dovrei"? Non mi assicuri che sarò?»
Si strinse nelle spalle.
«Dovresti essere lucido, di più non posso dire. Sono un medico,
non un mago.»
«Hmm, facciamo così allora e va' a prepararmi la tua disgustosa
pozione.»
Uscì immediatamente, ma quando fu di ritorno dormivo già
profondamente e la pozione rimase inutilizzata sul tavolino
pieghevole accanto alla mia branda.
X.
La pozione di Quinto fu la prima cosa che vidi quando, dopo
parecchie ore di sonno profondo, mi svegliai da solo proprio prima
del tramonto, sentendomi ormai completamente ristabilito.
Qualcuno aveva sistemato una bacinella di cuoio su di un
cavalletto proprio accanto alla mia branda, così, non appena mi fui
alzato, potei sciacquarmi il viso con l'acqua fredda che versai da un
secchio che stava appeso a un treppiedi. Dopodiché uscii per vedere
che cosa stesse accadendo.
Il forte, affollato al limite della capienza, era in piena attività: i
soldati si affaccendavano qua e là, mentre nei prati circostanti erano
state rizzate decine e decine di tende di cuoio. Forse a causa
dell'incidente di cui ero stato vittima poco prima, il mio odorato
sembrava essersi fatto particolarmente acuto e per qualche tempo
rimasi con la testa rovesciata all'indietro per cercare di identificare i
diversi aromi che riempivano l'aria di quel tardo pomeriggio: l'odore
dei cavalli e del letame, che proveniva dall'enorme area sul retro del
forte dove erano stati sistemati gli animali; il fumo di centinaia di
fuochi di legna e poi il profumo delle carni arrostite e del pane cotto
sotto la cenere. Non lontano da me qualcuno stava friggendo del
prosciutto salato e affumicato, e da un'altra direzione giungeva di
tanto in tanto un gradevole odore di cipolle selvatiche e di aglio.
Non appena quella miscela di aromi inconfondibili mi fu entrata
nelle narici, mi venne l'acquolina in bocca e di colpo mi accorsi di
avere una fame tremenda.
Cominciai dunque a guardarmi attorno, cercando la sagoma
familiare della grande tenda dei cuochi che, durante le campagne,
fungeva da dispensa e cucina. Nel far questo scorsi qualcosa che non
avevo ancora notato e mi caddero le braccia per lo stupore non
appena mi resi conto che ero passato a pochi passi da quel macabro
trofeo senza accorgermi di nulla.
Il cadavere di Owain delle Grotte era stato decapitato e la sua
testa, conficcata su di una picca, era stata sistemata davanti
all'edificio in cui ero stato portato privo di sensi. Era questo quello
che aveva cercato di dirmi Huw nel suo modo enigmatico. Ora,
però, nel vedere quel viso cereo, con i lunghi baffi e i lisci capelli
scuri, la fame mi passò del tutto.
Mi avvicinai all'orribile trofeo, lottando con i miei stessi
sentimenti. Questa, lo sapevo, era la giustizia di Pendragon, un
esempio e un monito per gli altri, eppure quella vista spaventosa
provocò in me una forte indignazione.
Avrei voluto strappare dalla picca una presenza tanto disgustosa
per gettarla il più lontano possibile, ma sapevo anche che l'ultima
cosa al mondo che avrei voluto fare era toccarla. Mi immaginavo
mentre l'afferravo per i capelli e la facevo roteare sopra alla mia
testa prima di scagliarla lontano, spargendo gocce di sangue
rappreso. Mi pareva di sentire scivolare tra le dita le ciocche unte.
Invece mi limitai a rabbrividire per l'orrore; mi costrinsi non solo a
non allontanarmi, ma a osservarla, cercando di ricordare l'uomo cui
quella testa era appartenuta.
Era stato un guerriero fiero e valoroso, che aveva servito mio
cugino Uther onorevolmente e validamente, e durante la guerra di
Lot era stato uno dei suoi comandanti più fidati. Soltanto dopo la
morte di Uther, per ragioni che sarebbero rimaste per sempre
sconosciute, Owain aveva voltato le spalle alla sua carica, alla lealtà
che doveva a Pendragon e a Camelot, vendendosi a Ironhair; da
quel momento in poi aveva brigato per fare di quell'uomo venuto
dal nulla il capo di Pendragon. Per ottenere un simile risultato era
arrivato al punto di cospirare per uccidere il figlio di Uther e infine
aveva volontariamente dato la propria vita nel tentativo di
compiere quel gesto infame. Perché? Che genere di poteri aveva
Ironhair se era stato in grado di soggiogare un uomo forte come
Owain delle Grotte e indurlo a tradire le Persone cui era stato leale
per tutta la vita? Già centinaia di volte mi ero posto quelle domande
e non mi ero mai avvicinato alla risposta, proprio come mi accadeva
in quel momento. Stranamente, mentre osservavo quella testa senza
vita, chiedendomi inutilmente quali pensieri, quali sentimenti e quali
desideri avesse ospitato, scoprii che l'orrore stava rapidamente
svanendo. Infine, fissando lo sguardo in quegli occhi opachi e senza
vita, feci un cenno di saluto mormorando: «Adesso riposa e regola i
tuoi conti con Dio».
Quando mi voltai per andarmene, un uomo che fino a quel
momento era rimasto seduto accanto a uno dei fuochi improvvisati
per cucinare, si alzò e cominciò a fissarmi.
Il fumo denso mi impediva di vederlo distintamente, ma mi bastò
un rapido sguardo perché il suo aspetto insolito mi colpisse.
Chiunque fosse, pensai, il suo abbigliamento sembrava fatto apposta
per farsi notare. Era di statura media, e aveva un fisico
proporzionato e ben fatto, con la vita stretta e spalle ampie e
squadrate. Indossava una cappa corta e incredibilmente bella di
pelliccia di ermellino bianco, come si presenta durante l'inverno.
Un'estremità era gettata all'indietro sulla spalla sinistra, in modo che
le punte nere delle code che formavano il bordo esterno finivano
per costituire una sorta di lucida striscia nera che andava da un capo
all'altro del suo petto. I suoi colori erano il bianco e il nero, messi
ancora più in evidenza da vari pendagli e gioielli d'argento. Mi stavo
chiedendo chi potesse essere, ma non appena il fumo si diradò, potei
vedere il suo viso dai lineamenti orribilmente sfigurati e capii che si
trattava di Llewellyn il Guercio. Tagliai corto, guardando
direttamente nella sua direzione e sforzandomi di nascondere
qualsiasi reazione di fronte alle terribili condizioni del suo viso. Poi
voltai leggermente la testa per indicare il macabro trofeo che
campeggiava sulla picca, alzando la voce perché potesse sentirmi
distintamente.
«Questa è opera tua, Llewellyn?»
Venne verso di me, camminando lentamente e tenendo in mano
una gamba arrostita di non so quale uccello. Quando mi fu accanto,
guardò la testa sulla picca e addentò un grosso boccone di carne
prima di rispondermi. Vedendolo masticare, la fame tornò a farsi
sentire, più forte che mai. Osservò attentamente la testa, come se
non avesse mai visto nulla del genere.
«Sì» disse infine, parlando con la bocca piena. «È opera mia. Ti
dispiace?»
Mi accorsi che cominciavo a sorridere. «Tutt'altro, è esattamente
quello che si meritava e la tua freccia mi ha salvato la vita. Volevo
ringraziarti.»
Mi guardò storto, piegando curiosamente la testa per riuscire a
fissarmi con l'unico occhio, il destro.
«Stronzate» disse in tono sprezzante. «È la tua spada che ti ha
salvato la vita, e comunque la freccia seguente sarebbe stata per il
ragazzo. Quando ho scagliato la mia credevo che tu fossi già morto.
Per di più, l'ho colpito per mia soddisfazione. Era un maledetto figlio
di puttana quel traditore, una vergogna per il suo nome e la sua
gente.»
«Come, e per quale motivo? Forse perché combatteva per
Ironhair?»
Llewellyn si voltò in modo da guardarmi bene in faccia.
«No, perché si era venduto agli stranieri. Era di Pendragon, nato e
cresciuto nella terra di Pendragon, un figlio di queste montagne, e ha
tradito la sua nascita e la sua gente. Per questo doveva essere ucciso.
Non importa quale sia il nome dello straniero, quello che conta è
che non si trattava di un uomo di Pendragon.»
«Che cosa è capitato al tuo occhio?»
Mentre Llewellyn parlava, avevo osservato con attenzione,
l'orrore spaventoso del suo viso: la domanda mi era venuta alle
labbra prima ancora che mi rendessi conto di essere sul punto di
pronunciarla.
Si irrigidì di colpo, poi inclinò di nuovo la testa da un lato,
guardandomi con l'unico occhio buono e mettendo in evidenza il
lato più sfigurato del suo viso mostruoso.
«Un incidente» rispose con calma. «È successo quando ero un
ragazzo e imparavo il mestiere di fabbro. Stavo fondendo del ferro e
il metallo mi è schizzato addosso.» Il solo pensarci mi fece
rabbrividire, ma lui continuò come se non si fosse accorto di nulla.
«Mi raggiunse nell'occhio sinistro e poi colò sulla guancia e sul naso.
Il fabbro mi infilò la testa in una tinozza piena d'acqua pensando che
tanto sarei morto. Invece non morii. Così, quando le gocce di ferro
si furono raffreddate, me le tolse dal viso... Beh, qualcuna la dovette
tagliare via, mi è stato detto, poiché la carne vi si era attaccata,
arrostendo... Ma io avevo perso i sensi e dunque non ricordo nulla.
Se guardi bene da vicino puoi ancora vedere i punti in cui è schizzato
il ferro fuso.»
Improvvisamente mi si accostò, inclinando il viso perché potessi
esaminare meglio le cicatrici: sapevo che si aspettava che mi ritraessi
inorridito, invece guardai.
Non c'era che dire, le cicatrici erano chiaramente visibili. Una
grossa goccia, simile a una lacrima, era schizzata sullo zigomo sinistro
e si era poi estesa anche dentro l'occhio, accecandolo.
Il terribile calore, che aveva letteralmente bruciato il bulbo, aveva
scavato anche un profondo incavo nella palpebra inferiore. Nel
cicatrizzarsi, la tensione dei lembi della ferita aveva deformato la
pelle e la carne tirandole verso il basso così da mettere a nudo
l'orbita, creando sotto l'occhio un profondo solco che andava a
congiungersi con la goccia più grande.
Ma sul suo viso erano cadute anche altre tre gocce. La più piccola
era finita nell'incavo del naso, proprio sopra la narice sinistra,
un'altra aveva colpito la parte esterna del labbro superiore e la terza,
grande quasi quanto lo schizzo principale, lo aveva colto tra lo
zigomo e l'orecchio, dove aveva scavato un buco profondo prima di
colare lungo la mandibola.
In seguito, quando le ferite si erano rimarginate, la forma e la
profondità delle mutilazioni avevano trasformato il viso dell'uomo
in una maschera grottesca e spaventosa. L'intero lato sinistro del suo
volto sembrava fatto apposta per spaventare i bambini:
un'inquietante orbita vuota campeggiava sopra un intrico di cicatrici
che non lasciavano la minima traccia di connotati umani. Al di sopra
del contorno della bocca, come per sottolineare maggiormente la
spaventosa deformità del suo viso, un buco circolare grande quanto
un'unghia metteva allo scoperto il canino e la relativa gengiva.
Llewellyn mi osservava attentamente, aspettando che dicessi
qualcosa che tradisse la mia repulsione. Ma io non ne provavo
affatto.
«Sì, hai ragione. Le cicatrici sono ben visibili. Quattro gocce, due
piccole, due grandi... una addirittura enorme. Ma almeno ti sono
rimasti i denti.»
Mi guardò ancora per qualche istante, poi il suo viso si contorse
in un grande sogghigno.
Finì di masticare il cibo che aveva in bocca, prima di passarsi la
lingua su un dente, sul lato destro, e di pulirsi le labbra con il dorso
della mano.
«Huw mi ha detto che volevi parlarmi. Di che cosa si tratta?»
«Te l'ho già detto, volevo farti i miei ringraziamenti, ma Huw mi
ha messo in guardia sostenendo che non avresti accettato la mia
gratitudine. Lavori ancora il ferro, oppure...»
«...quello che mi è successo da ragazzo mi ha fatto cambiare
mestiere?» rise, con un unico, fragoroso, scoppio di ilarità. «No, non
è andata così e ora faccio il fabbro, tranne quando siamo in guerra.
Sono un uomo di Pendragon, prima di tutto e soprattutto, per
questo combatto.»
«Un fabbro.»
«Sì, si potrebbe dire che il ferro è parte di me» rise ancora. «Di
certo ha consumato parte di me, ma ora sto più attento, di gran
lunga più attento. Sai qualcosa del mestiere di fabbro?»
«Più o meno. Quando ero ragazzo, avevo uno zio, lo zio
prediletto, che era un maestro nell'arte del forgiare. Si chiamava
Publio Varro, e mi ha insegnato qualcosa su come si forgia e si
modella il ferro.»
Llewellyn si raddrizzò leggermente.
«Ne ho sentito parlare. Tu ora possiedi il suo grande arco, non è
così?»
«Sì, ma come fai a saperlo?»
«Huw mi ha parlato di te, e ho visto la fibbia che porta sempre
con sé, quella con i segni delle frecce.»
Annuii, ricordando con piacere la volta in cui Huw e io avevamo
fatto una gara tirando con l'arco. Entrambi avevamo scagliato le
nostre frecce, una accanto all'altra, nel minuscolo cerchio all'interno
della fibbia che sua moglie gli aveva regalato, centrandolo con tanta
precisione che le punte delle frecce avevano lasciato due segni
paralleli sul bordo superiore e inferiore dell'anello interno della
fibbia d'argento. Huw la portava con lo stesso orgoglio con cui un
centurione romano avrebbe esibito la corona sulla propria corazza.
Poi un altro pensiero mi passò per la mente.
«Dimmi, come facevi a sapere che la seconda freccia di Owain
delle Grotte sarebbe stata per il ragazzo?»
«Non lo sapevo, non ne avevo la minima idea fino a quando
Huw non mi ha raccontato che cosa avevi detto tu stesso.»
Allora mi misi a guardarlo fissamente, cercando di studiare l'uomo
e di valutarne il carattere.
«E ora hai qualche idea sul motivo per cui avrebbe cercato di
eliminare il ragazzo, ancor prima di uccidere me?»
«Sì, pensava che fosse qualcun altro: Artù Pendragon.»
«Hmm, e tu che ne sai di Artù Pendragon?»
Llewellyn torse la bocca in quello che avrebbe potuto essere un
sorriso, se non avesse messo in mostra il dente che stava sotto il
buco nella guancia.
«È il figlio di Uther, almeno così dicono. È il figlio che ha avuto
dalla moglie di Lot di Cornovaglia, di cui era diventato amante.»
Addentò di nuovo la zampa arrostita che teneva ancora in mano
e potei sentire distintamente la carne succosa staccarsi dall'osso.
«Non è rimasto niente dove hai preso quella zampa?»
«Sì, o almeno di carne ce n'era ancora quando mi sono
allontanato. Vieni.»
Mi accompagnò verso il fuoco, e quando ci accostammo i due
uomini che vi sedevano accanto si alzarono.
Con un cenno della mano Llewellyn fece le presentazioni.
«Gwynn Occhio di Sangue e Daffyd, Merlino di Camelot. Daffyd
è il nostro cuoco, migliore di tutti i cuochi che hai portato con te, ci
potrei scommettere. Gwynn Occhio di Sangue è qui perché in questo
posto è l'unico figlio di puttana ancora più brutto di me! Siediti.»
Feci un cenno verso i due uomini, poi mi sedetti su di una pietra,
guardando le carcasse ancora intere di due volatili che, infilzati su
uno spiedo, continuavano a rosolarsi sul fuoco, mentre il loro grasso
colava sui tizzoni, scoppiettando in una miriade di piccole scintille.
Su un piatto sistemato accanto ai piedi di Daffyd c'era un grosso
mucchio di ossa e una carcassa quasi del tutto spolpata pendeva da
un altro spiedo. Non appena mi fui seduto, l'uomo chiamato Gwynn
Occhio di Sangue, che in effetti aveva un occhio completamente
rosso - una massa informe in cui non era possibile distinguere l'iride
o la pupilla - si chinò e mi porse un piatto di legno simile a quello
che stava accanto ai piedi di Daffyd. Lo ringraziai e me lo sistemai
sulle ginocchia, mentre Llewellyn si accostava al fuoco, prendeva
rapidamente uno degli spiedi e faceva scivolare la carcassa del
volatile direttamente sul mio piatto.
«Mangia» disse. «È anatra, rosolata in grasso di maiale. Ti piacerà.
In quel vaso di terracotta c'è del sale.» Tornò ad addentare la sua
zampa mentre io cominciavo a mangiare la mia, incurante del calore
che mi scottava le dita. Addentai una coscia sgocciolante,
bruciandomi le labbra con il grasso bollente, ma quasi non ci feci
caso, intento com'ero a gustare il delizioso sapore della carne che mi
riempiva la bocca. Per qualche tempo attorno al fuoco la
conversazione cessò, almeno fino a quando non ebbi spolpato
interamente la carcassa del volatile. Quando ebbi finito e non
rimasero che le ossa, le gettai nel fuoco e Llewellyn mi tese uno
straccio per pulirmi le mani.
«Avevi proprio fame!»
«Sì, erano due giorni che non mangiavo davvero. Non mi ero
reso conto di quanto fossi affamato finché non sono uscito a dare
uno sguardo in giro e ho incontrato te con quella coscia in mano.»
«Tieni.» Si chinò e mi porse una brocca di terracotta piena di birra;
bevvi abbondantemente. Aveva un sapore assai diverso da qualsiasi
bevanda avessi mai avuto modo di assaggiare fino a quel momento.
Quando mi fui tolta la sete, posai la brocca e guardai Llewellyn.
«Credo proprio di non aver mai bevuto birra migliore in vita mia.
In nome di Dio, dove sei riuscito a scovarla?»
«Tu sei straniero da queste parti, Merlino di Camelot. Noi
abitiamo qui, e quella birra è stata fatta a non più di cinque delle tue
miglia romane da dove siamo ora.»
Mentre Llewellyn parlava, Gwynn Occhio di Sangue e Daffyd si
alzarono, mi fecero un cenno di saluto e si allontanarono in
direzioni diverse. Rimaneva un ultimo uccello ancora infilzato sullo
spiedo e Daffyd se lo portò via.
Mi voltai verso il mio ospite con uno sguardo interrogativo.
«Dove sono andati?»
«Chi lo sa? Hanno delle cose da fare e sanno che noi abbiamo
varie questioni di cui vogliamo discutere. Mi stavi parlando del
ragazzo, di Artù, prima che la tua fame facesse passare tutto in
secondo piano. Hai esaurito l'argomento?»
«No.» Ammiccai verso di lui, sorpreso del modo diretto in cui mi
aveva riportato alla conversazione precedente. «Avevi appena finito
di indicarmi chi sono i suoi genitori, un particolare che io credevo
fosse un segreto. Da dove ti giungono le informazioni?»
«Ti riferisci a Uther e alla sua amante? Ma è una cosa che sanno
tutti!»
«È davvero così, in nome di Cristo? Non lo immaginavo proprio.»
«Beh, diciamo che si tratta di voci. Pochi, o forse nessuno, sanno
esattamente come siano andate le cose. Quando i nostri uomini
sono tornati dalla Cornovaglia, dopo la morte di Uther, hanno
raccontato delle sue imprese e del suo amore per quella donna. E
hanno anche detto che lei aveva avuto un bambino, di questo erano
certi, che poi il padre fosse Uther o fosse Lot, beh, questo era difficile
da stabilire. E che fine avesse fatto, la maggior parte della gente lo
ignorava del tutto. Poi, però, qualche anno fa, si è ricominciato a
parlare del bambino. Qualcuno diceva che si trovava a Camelot, con
te, altri sostenevano che eri fuggito da Camelot portando via il
ragazzo e che eri andato a vivere in mezzo agli Scoti, dall'altra parte
del mare. C'era anche chi affermava che il ragazzo era morto, ucciso
nei primi anni di vita. A dire la verità, in quel periodo io non ne
sapevo nulla e me ne importava ancor meno, perché ne avevo
anche troppo dei guai miei perché mi restasse la voglia di occuparmi
di quelli degli altri.
Non avevo preso parte alle guerre di Uther poiché pensavo che le
sue guerre non fossero affar mio. La mia guerra la dovevo
combattere ogni giorno contro chi mi stava attorno, contro la mia
stessa gente che aveva paura di me a causa della mia faccia. Poi
però, otto o nove anni fa, ho incontrato mia moglie, Martha, e suo
fratello Huw e siamo diventati buoni amici. Da allora ho cominciato
a capire che le cose non erano proprio come avevo creduto e che
per la maggior parte si era trattato di stronzate, frutto di
autocommiserazione. Adesso guardo la vita con un occhio diverso, e
Huw rispetta me e le mie opinioni. Così, quando mi ha parlato di te
e del ragazzo di cui ti prendi cura, e mi ha rivelato la sua probabile
identità, ho cercato di trarre le logiche conclusioni. Il ragazzo è il
figlio di Uther, non ho forse ragione?»
«E se ce l'avessi?»
«Se davvero avessi ragione, allora cambierebbe tutto e questa
dannata guerra avrebbe uno scopo e un campione. Se ho visto
giusto, Artù Pendragon è il legittimo re, destinato a regnare sul trono
di suo padre e tutte queste scemenze - tanto Carthac che quell'idiota
di Uderic - non hanno nessun senso.»
«Perché sarebbero prive di senso?»
«Perché il vero re è con te, a Camelot. E gli altri sono semplici
impostori! Quello di cui abbiamo bisogno è sbarazzarci di questi falsi
pretendenti - di tutti quanti - e riconoscere come nostro re il figlio di
Uther Pendragon. È questo, no, il motivo per cui sei venuto in
Cambria? Per salvaguardare gli interessi del ragazzo!»
Mi schiarii la voce.
«Sì e no. Artù è ancora troppo giovane.» Avevo ormai deciso, e a
dire la verità, lo avevo deciso in quel preciso momento, di fidarmi
pienamente di Iiewellyn. «Ma c'è dell'altro. Come figlio di sua
madre, può accampare diritti anche sulla Cornovaglia. È questo il
motivo principale per cui Ironhair lo vuole morto. E non basta
ancora. Dal momento che sua madre era la figlia di Athol Mac Iain,
un tempo re degli Scoti dell'Eire, il giovane Artù può aspirare anche
a quel regno. Contemporaneamente però è l'erede di Camelot, bada
bene, l'erede, non il re, poiché Camelot non avrà mai un re. Ma
comunque sia, il bisnonno di Artù era Publio Varro, quello dell'arco,
e il prozio era Caio Britannico, il fondatore di Camelot.»
Non appena ebbi finito di parlare, Llewellyn scosse lentamente la
testa.
«Troppe cose, Merlino di Camelot, e troppo pericolose. Perché
hai raccontato tutto questo a me, uno straniero che fino a oggi non
avevi mai incontrato?»
«Perché Huw Fortebraccio si fida di te, e anch'io mi fido, ora che
ti ho parlato e so come la pensi. Ho capito che sei fermamente
convinto che il ragazzo abbia diritto al trono di Pendragon. Gli darai
il tuo aiuto?»
«Certamente. L'ho appena detto, non è forse così?»
«Gli darai il tuo aiuto, ora?»
Llewellyn aggrottò la fronte.
«Ora? Come posso farlo? Lui non è qui, e poi tu stesso hai detto
che è troppo giovane.»
«Non ho detto che è troppo giovane, ho detto solo che non è
ancora abbastanza grande. Ha sedici anni, o meglio il suo prossimo
compleanno sarà il sedicesimo. Ma in questo momento quello che gli
serve è un maestro, e credo che tu potresti insegnargli quanto ha
bisogno di imparare. Vuoi diventare il suo maestro?»
Si ritrasse, pieno di stupore. «Un maestro? Io? Al ragazzo basterà
vedere la mia faccia per spaventarsi e scappare via. E poi, non so
nulla che valga la pena di essere insegnato.»
«Tu non conosci il ragazzo, Llewellyn. Vedendoti non farà una
piega. E quanto al fatto che tu non conosca nulla che valga la pena
di essere insegnato, mi permetto di avere dei dubbi. Artù è un
Pendragon di Cambria, come te, ma non conosce nulla né del paese
né della sua gente. Parla la lingua di Pendragon, ma non sa nulla di
chi vi abita. Diventerà un guerriero valoroso, di questo non dubito,
tuttavia si intende soltanto di cavalleria e di cavalli, di spade, lance e
mazze. È un ragazzo forte e robusto, ma non è ancora un arciere, e
ignora come si combatte tra le montagne. Vorrei che potesse
imparare tutto questo. Qui nessuno conosce Artù, è questo il motivo
per cui Owain delle Grotte ha cercato di uccidere Bedwyr. Ma se a
portarlo da queste parti sono io, tutti sapranno esattamente chi è,
per il semplice motivo che sta con me. Al contrario, vorrei che tu
tornassi con me a Camelot, per incontrare il ragazzo e portarlo via
con te, perché possa vivere un anno tra la gente del tuo clan e
imparare a essere il Pendragon che deve diventare. Vuoi fare questo
per me? Per lui?»
«Per tutti noi.»
Poi rimase in silenzio, a lungo, e quando ricominciò a parlare lo
fece con enfasi.
«Sì, lo farò. Sarà il mio apprendista. Imparerà a lavorare i metalli,
ma farò anche in modo che la gente lo conosca. Gli insegnerò tutto
quello che deve sapere: cacciare, tirare con l'arco e vivere delle
risorse che il paese offre. Quando partiamo?»
Risi.
«Non prima di aver sistemato Ironhair, Carthac e persino Uderic.
Non possiamo partire anzitempo.»
Llewellyn borbottò. «Bah, per loro la fine è già cominciata, è
bastato semplicemente che tu arrivassi in Cambria. E poi quella
imboscata non resterà impunita. Non aveva nulla a che vedere né
con l'onore né con il coraggio, ed è la prova più lampante che
Uderic ha cominciato a mettersi d'accordo con gli invasori. Per altro,
anche in passato aveva fatto ben poco per rendersi gradito alla gente
di Pendragon, e negli ultimi quattro mesi la sua musica non è
piaciuta affatto. Quest'ultimo tradimento lo ucciderà, o quanto
meno ucciderà tutti i suoi progetti. Ascolta bene le mie parole,
Merlino di Camelot: entro un mese, avrai al tuo comando tanti
arcieri di Pendragon quanti sono ora i tuoi cavalieri, e questo
eliminerà una volta per tutte Carthac e l'immondizia che lo segue.
Ogni arrivo nel tuo accampamento di un nuovo arciere di
Pendragon sarà un passo avanti nell'unificazione di Pendragon sotto
un unico capo. Certo, quel capo non sarà di Pendragon - questo è
vero - dal momento che anche tu sei nominalmente uno straniero,
ma almeno seguiremo un capo a cui stanno a cuore gli interessi del
nostro popolo.»
«E Huw?»
Ancora una volta assunse quella curiosa immobilità che già avevo
notato in lui. Poi però mosse la testa per guardarmi con attenzione.
«Che cosa c'entra Huw?»
Non avevo una risposta, eppure sentivo che il mio ragionamento
era giusto e dunque continuai.
«Non so. Sto soltanto meditando ad alta voce. Come hai detto
giustamente, sono uno straniero, per di più non ho alcun desiderio
di diventare il capo di Pendragon. Eppure, perché possano unirsi, gli
uomini di Pendragon devono avere un capo. In questo momento mi
sta venendo in mente che Huw Fortebraccio potrebbe essere la
guida di cui hanno bisogno. Non è forse una specie di capo tra la
vostra gente? So che la sua famiglia era padrona di terre a sud di qui,
lungo la costa. È stato lui che ha affittato dei terreni a Liam il Gobbo
perché vi pascolasse i suoi animali, e ricordo che una volta mi disse
che la sua famiglia era Padrona di queste terre già molto prima
dell'arrivo dei Romani.»
Llewellyn sbuffò, poi annuì chinando leggermente la testa.
«Questo è vero. Huw è uno dei nostri capi più autorevoli, se
ragioni in termini di diritto a esercitare il comando. Come hai detto
tu stesso, i suoi antenati possono essere annoverati tra i nostri capi
ragguardevoli e più abili, fin da quando i Romani non erano ancora
comparsi. Ma Huw non aspira a diventare re. Tutto quello che gli sta
a cuore è la pace e la possibilità di vivere serenamente con la sua
famiglia.»
«Ma sono anni ormai che è in guerra! Qual è l'ultima volta che ha
trascorso un po' di tempo a casa?»
«Molti anni fa...» Llewellyn contorse di nuovo il viso, in quello
che avevo ormai imparato a riconoscere come un sorriso ironico.
«Che cosa intendi dire, Merlino di Camelot? Sputalo in fretta.»
«Intendo dire che per Huw Fortebraccio il modo più rapido per
tornarsene a casa e viverci in pace potrebbe essere assumersi il
fardello del comando, non sei d'accordo? Lui è un uomo d'onore...»
«Stronzate! Non puoi continuare a far conto sull'onore. È un
concetto romano, noi non ne abbiamo alcun bisogno. Tuttavia hai
ragione quando dici che Huw Fortebraccio gode di molta stima tra
la sua gente. Questo è certo, e non è una posizione facile da
raggiungere.»
«Bene, allora, dovremmo convincerlo che tocca a lui aiutarci a far
finire al più presto questa guerra. Se lui dovesse farsi avanti, la gente
lo seguirebbe?»
«Sì, ne sono certo. Ma lui vorrà farlo? Questo è quello che non
so...» si interruppe, riflettendo, poi continuò. «Facciamo un passo
indietro, torniamo a quello che stavamo dicendo poco fa a
proposito del giovane Pendragon, del tuo Artù.»
«A proposito di che?»
«Di suo padre, innanzitutto. Tra la nostra gente, Huw era il
miglior amico di Uther, lo sapevi?» mi limitai ad annuire e Llewellyn
riprese subito. «Bene, ma c'era anche qualcosa di più. Uther era il
legittimo re di Huw. L'uno e l'altro lo avevano ben chiaro in mente.
Huw era un uomo di Uther, fino alla morte, e lo era sempre stato.
Questo è il motivo per cui non ha mai avuto il minimo desiderio di
regnare su Pendragon: con la morte di Uther, è morta la regalità
stessa e, quanto a se stesso, Huw non ha mai pensato in termini di
regalità. Prima di tutto e soprattutto, lui sente di essere un uomo del
re, non un re: questo è quello che lui si sente. Se Uther gli avesse
affidato un compito, quel compito sarebbe diventato la vita stessa di
Huw, finché non lo avesse portato a termine.»
Tacque di nuovo, e io attesi. «Dunque, mi sembra che a questo
punto Huw potrebbe farsi avanti e combattere per sostenere il
ragazzo, il figlio del vero re. Che ne pensi?»
«Penso che dovremmo chiederglielo subito, finché vediamo le
cose con questa chiarezza. Dove potrebbe essere?»
«Ovunque sia, non sarà di certo lontano da qui.» Llewellyn si alzò.
«Andrò a cercarlo e lo porterò qui. Aspettami.»
Non appena quell'uomo enigmatico se ne fu andato, rimasi solo,
ripensando a tutto quello che era accaduto nell'ultima ora.
Cominciava a far buio, tanto che riuscivo a stento a vedere oltre il
fuoco; così gettai nuova legna sui tizzoni che ancora brillavano
nell'improvvisato focolare che mi stava davanti. Ma quando
Llewellyn fu di ritorno in compagnia di Huw Fortebraccio, quella
legna si era già consumata per una buona metà.
Dal viso di Huw, capii subito che Llewellyn non gli aveva detto il
motivo per cui lo aveva portato da me.
Mi ci volle più di un'ora per spiegarglielo, e in quel lasso di tempo
molti dei miei uomini vennero a cercarmi e furono invariabilmente
mandati via senza neppure essere ascoltati. Alla fine Huw aveva
accettato la mia proposta, appoggiata con fermezza e convinzione
da Llewellyn. Disse che sarebbe stato il punto di riferimento di quelli
tra la sua gente che avessero voluto raccogliersi attorno a lui sebbene la sua modestia fosse tale da fargli nutrire seri dubbi su una
simile eventualità - e avrebbe preparato la strada e la gente di
Cambria all'avvento del nuovo re, l'unico figlio di Uther: Artù
Pendragon.
Nel sentire quelle parole dovetti mordermi con forza il labbro,
perché improvvisamente mi tornò alla mente quanto mi aveva
riferito Ambrogio circa l'esistenza di un altro figlio di Uther, il
primogenito, nascosto non si sa dove ma pronto a farsi avanti al
momento giusto. Tuttavia cacciai quel pensiero e giurai a Huw che,
se fosse stato fedele a questa causa come lo era stato a Uther, da
parte mia avrei appoggiato il suo sforzo di porre fine a questa guerra
con tutte le truppe che Camelot poteva mettere in campo. Così fu
fatto l'accordo.
Alla metà del pomeriggio del giorno seguente, nel campo non
restava un solo celta di Pendragon. Infatti, Llewellyn e Huw si erano
immediatamente messi all'opera e per tutta la mattina gli uomini di
Pendragon non avevano fatto che riunirsi in piccoli gruppi qua e là
per il campo, per poi suddividersi, spargere la voce, e raggrupparsi di
nuovo in assembramenti più cospicui. Per mezzogiorno erano quasi
in trecento a essersi riuniti per manifestare rumorosamente il loro
appoggio a Huw Fortebraccio. Huw aveva allora pronunciato un
breve discorso, che era stato ascoltato anche da molti dei miei
cavalieri, incuriositi e attratti da tutto quel febbrile andirivieni. Poco
dopo il rumoroso e variopinto popolo celta aveva cominciato a
dividersi, sparpagliandosi in mille direzioni perché ogni villaggio e
ogni capanna dell'intero territorio di Pendragon sapessero della
perfidia di Uderic e della chiamata alle armi di Huw Fortebraccio.
Per quanto il loro numero fosse stato esiguo, la loro partenza
lasciò un certo vuoto nel nostro accampamento che divenne
improvvisamente assai più tranquillo e silenzioso. Per tenere
occupati i miei uomini e sfruttare le energie messe in moto dagli
avvenimenti del mattino, ordinai loro di riparare e rafforzare le
antiche mura.
Infatti, era ormai evidente che ci saremmo fermati in quel forte
per due settimane o magari anche più a lungo, in attesa del ritorno
di Huw e di Llewellyn, e c'era bisogno di molto lavoro per ovviare a
quarant'anni di abbandono e far sì che la postazione tornasse a
essere una roccaforte accettabile e difendibile.
Ai lavori di ripristino decisi di prendere parte anch'io e mi misi
all'opera indossando la sola tunica, lieto di quel rude esercizio fisico
che mi costringeva a sudare in mezzo ai miei uomini: passavo pesanti
blocchi di pietra dall'uomo che mi stava alle spalle a quello che si
trovava davanti, in una lunga catena che terminava dove un gruppo
di muratori era impegnato a riparare un tratto di mura. Quando
Derek e Benedetto vennero a chiamarmi stavo faticando da più di
un'ora e dunque non provai alcun rimorso ad abbandonare la catena
per seguirli, asciugandomi il sudore dalle spalle, dal collo e dal viso
con uno straccio ruvido.
Erano arrivati dei messaggeri, mi disse Benedetto, inviati da
Terzio Lucca, che era accampato presso i porti di Caerdyff e
Caerwent sulla costa meridionale della Cambria, alle nostre spalle e
verso est. Lucca mi informava che erano in arrivo cospicui
rifornimenti da Camelot: sarebbero giunti direttamente a lui, a
Caerdyff, da dove li avrebbe poi dirottati verso di noi.
Nelle ultime sei settimane le sue truppe non erano state
impegnate in nessuno scontro e Lucca era giunto alla conclusione che
i comandanti di Ironhair si fossero rassegnati alla perdita dei porti
sudorientali e non avessero più alcuna intenzione di cercare di
riprenderli.
Avevano imparato la lezione, affermava Lucca, solo dopo aver
subito pesanti perdite in tutta una serie di furiosi attacchi in cui non
erano mancati tentativi di sbarco, invariabilmente falliti, a est e a
ovest delle nostre posizioni, nella vana speranza di circondare la
nostra guarnigione.
Per questo motivo, aveva finito con il pensare che parte dei suoi
uomini sarebbero stati impiegati in modo più utile nel nostro campo,
invece di restare lì ad annoiarsi, bloccati in una guarnigione che non
si sentiva per nulla minacciata. Avrebbe potuto lasciare sul posto un
contingente, magari un terzo dei tremila uomini di cui disponeva al
momento, a occupare, pattugliare e difendere i porti della costa
sudorientale. I restanti duemila avrebbero potuto trasferirsi da noi,
viaggiando in compagnia del convoglio di rifornimenti. Se io fossi
stato d'accordo, aggiungeva, i rinforzi sarebbero arrivati in pochi
giorni.
Ringraziai i messaggeri e li congedai, prima ancora di consultarmi
con i miei comandanti. Tutti avevano delle riserve, e anch'io ne
avevo. La verità era che, data la nostra attuale situazione in cui da
mesi non avevamo avuto alcun contatto con il nemico, a eccezione
dell'imboscata tesaci dal nostro presunto alleato Uderic, non c'era
alcun bisogno di altri uomini.
Fino a quando non fossimo stati pronti a rimetterci in marcia,
eventuali rinforzi avrebbero semplicemente rappresentato altre
bocche da nutrire.
Benedetto, taciturno come sempre, fu l'unico a restarsene in
silenzio per tutta la discussione tanto che dovetti chiedergli a
bruciapelo che cosa avesse in mente. Mi rispose chiedendomi quali
fossero i miei piani in vista del ritorno di Huw e Llewellyn e quanti
uomini mi aspettassi che portassero con sé. Naturalmente aveva
messo il dito direttamente nella piaga, costringendomi ad ammettere
che non ero in grado di dare una risposta a nessuna delle sue
domande, dal momento che la prima dipendeva dalla seconda. Da
parte mia, feci notare che ero riluttante a impegnarmi e a mettere a
punto un piano d'azione, per il semplice motivo che lo stesso Huw
aveva forti dubbi sul fatto che la sua gente fosse disposta a seguirlo.
Le sue parole scatenarono vivaci commenti, ma fu lo stesso
Benedetto a metterli a tacere sollevando imperiosamente la mano.
Un gesto tanto insolito in lui richiamò immediatamente l'attenzione.
Benedetto si voltò allora verso di me, strizzando gli occhi per
ripararsi dalla luce del sole, poi si guardò attorno fissando uno a uno
tutti i presenti.
«Neanche a parlarne» disse, alzando la voce. «Semplicemente
assurdo.»
Alzò bellicosamente la mascella, come se si aspettasse di essere
sfidato.
«Mi conoscete tutti, e sapete che non mi piacciono le congetture e
non amo fare previsioni. Ma ne farò una adesso e se ci penserete
bene, dovrete ammettere che ho ragione.»
Si voltò di nuovo verso di me. «Prima della fine dell'anno, Huw
Fortebraccio sarà a capo di tutta la Cambria, e senza alcuna
opposizione. Per arrivare a questo, nessuno è più adatto di lui che,
per altro, è perfettamente all'altezza della situazione. Se Ironhair è
qui insieme a Carthac è perché fino a ora non c'è stata la volontà di
cacciarli ed è mancata l'organizzazione. Noi abbiamo
l'organizzazione, è vero, ma non possiamo raggiungere i suoi
conterranei in cima alle colline e tanto meno possiamo combattere
al loro posto. Per di più siamo stranieri né più e né meno di quei
due, e dunque sospetti. A Pendragon ci sono troppi capi, piccoli o
meno piccoli, ciascuno con la propria banda che si ritiene un
esercito; ciascuno combatte per sé, per il suo interesse, per la sua
piccola ambizione. Fortebraccio non è niente di tutto questo, e se si
fosse fatto avanti prima, adesso sarebbe già a capo di tutto il
territorio. Ma ora è arrivato il momento; adesso la gente di
Pendragon lo seguirà ovunque decida di condurla, ed egli la
condurrà alla vittoria prima di chiunque altro. Per questo sono certo
che tornerà, e presto, e che porterà con sé migliaia di uomini. E
dunque è meglio che ci prepariamo, in modo da essere pronti a
partire non appena sarà arrivato, facendo da piattaforma alla sua
catapulta. Questo è quanto avevo da dire.»
Mentre
rumoroso
boato di
Benedetto
piacere.
ancora stava parlando, Derek lo aveva interrotto con un
grugnito di approvazione che si era trasformato in un
acclamazioni non appena gli altri si unirono a lui.
si guardò attorno quasi minacciosamente, arrossendo di
Lo afferrai bonariamente per le spalle.
«Hai assolutamente ragione, Benedetto. Dobbiamo tenerci pronti
per il ritorno di Huw, in forma e pronti a metterci in marcia.» Mi
voltai verso Filippo. «Non appena i messaggeri di Lucca si saranno
riposati, ordina loro di ripartire immediatamente e di comunicare al
loro comandante la mia piena approvazione del suo piano. Dovrà
affidare il comando della guarnigione che presidierà i porti a un
subordinato di sua fiducia e portare qui personalmente gli altri
duemila uomini insieme al convoglio dei rifornimenti e a tutte le
razioni extra e le vettovaglie che riuscirà a trovare.» Mi alzai e
raddrizzai le spalle. «Bene allora, amici miei. Continueremo
esattamente come ora, dal momento che non possiamo fare molto
finché non saranno arrivati gli altri. Tuttavia, voglio che i nostri
uomini siano in gran forma quando ce ne andremo di qui. Potrà
passare una settimana o dovranno forse passarne ancora molte, ma
nel frattempo desidero che le truppe riprendano ad allenarsi
seriamente. Temo che i mesi di inattività ci abbiano impigriti tutti,
ma da questo momento in poi voglio che sia ben chiaro che non c'è
più posto per la pigrizia. Questo è tutto.»
Li lasciai e andai in cerca di acqua calda, rimpiangendo una volta
di più che le terme fossero irreparabili.
Terzio Lucca arrivò prima della fine della settimana, a capo di un
imponente convoglio di carri pieni fino a scoppiare di armi,
fornimenti e provviste di vario genere. Il giorno del suo arrivo fu
dedicato interamente alla sistemazione dei suoi duemila uomini e
l’inventario di quanto aveva portato con sé. Poi, il mattino seguente,
poco prima di mezzogiorno, dall'avamposto più settentrionale un
messaggero arrivò di gran carriera per avvisarci che una forza non
identificata, ma che superava i duemila uomini, stava puntando
verso di noi da nord e da ovest. Pur sperando che Huw avesse avuto
successo nel raccogliere la sua gente, mi sembrava troppo presto
perché gli fosse stato possibile mettere insieme un esercito di quelle
proporzioni, anche contando su tutta la sua determinazione. Feci
dunque suonare l'allarme generale. Ma prima ancora che le trombe
fossero tornate silenziose, giunse un secondo messaggero con la
notizia che l'armata in arrivo era stata identificata e che proveniva
da Pendragon.
Stupito, ma lieto, approfittai dell'agitazione suscitata dall'allarme e
cavalcai verso nord alla testa di cinquecento cavalieri per salutare
Huw in quel suo trionfale ritorno. Trovai invece Llewellyn, che
marciava alla testa dei suoi uomini nel suo nuovo ruolo di
comandante, e pur rallegrandomi di vederlo mi chiesi che fosse
accaduto a Huw.
Llewellyn venne direttamente verso di me e prese le briglie del
mio cavallo. Huw era ancora nel nord, mi disse, e in questo
momento si stava dirigendo verso le roccaforti di Pendragon, nell'est
e nel sud-est della Cambria, ingrossando di giorno in giorno le sue
fila. Aveva deciso di inviarmi quei primi duemila uomini perché
potessi cominciare a spostarmi verso nord, penetrando tra le
montagne al centro del paese, dove Carthac stava seminando il
panico con continue incursioni alla testa delle sue bande di
mercenari. Sperava che sarei stato disposto a usare le mie truppe,
schierandole come mura mobili sul fondo delle valli montane, in
modo da distruggere quel che restava dei mercenari di Ironhair,
obbligati a scendere dalle alture dagli arcieri di Pendragon.
Sorrisi, lieto di udire come il messaggio di Huw prevedesse lo
stesso stratagemma proposto da Benedetto una settimana prima.
Inoltre avevo modo di apprezzare i cambiamenti che la nuova
grande responsabilità aveva operato in Huw Fortebraccio: era
partito come un subordinato e un alleato, ora invece, dopo meno di
due settimane, si rivolgeva a me come a un suo pari, forse persino
come a un subalterno, passandomi tramite un suo comandante
ordini a malapena mascherati da richieste.
Ma questo non mi dispiaceva affatto. Huw mi aveva mandato
duemila uomini per dimostrarmi concretamente la sua buona fede e
ne stava raccogliendo altri. Era il loro numero a sorprendermi e
chiesi a Llewellyn quanti uomini potesse mettere in campo
Pendragon.
«In totale? Direi più di diecimila in età da combattere.»
«Buon Dio! Non credevo che potessero essere così tanti. Pensavo
che al massimo si potessero prevedere cinquemila uomini; mi sembra
proprio che mio cugino Uther ne comandasse cinquemila, non di
più.»
«Quando? Durante la guerra di Lot? Ma era molto tempo fa!
Siamo un popolo numeroso, Caio Merlino, e prima di tutto siamo
contadini. È vero che le nostre fattorie sono piccole, e non sono né
fertili né ricche quanto le vostre nel sud, ma richiedono cure
maggiori, proprio perché non sono altrettanto fertili. Cinquemila
uomini sono stati quelli messi in campo da tuo cugino negli ultimi
anni della guerra di Cornovaglia, ma non dimenticare che ne lasciò
sempre un numero cospicuo a coltivare i campi della Cambria.
Abbiamo perduto troppi uomini allora. L'ultima battaglia ci è costata
cara, ma ora ci siamo ripresi. E questa guerra si combatte qui, sulla
nostra terra e sui nostri campi. Questa volta vinceremo in fretta, con
Huw che ci guida e con il tuo aiuto, e ogni uomo di Cambria farà la
sua parte. Huw ci porterà altri cinquemila arcieri, suppongo, e altri
ancora verranno in seguito.»
Ero ancora allibito e per qualche istante rimasi in silenzio,
guardandomi attorno, prima di voltarmi di nuovo verso di lui.
«Torniamo all'accampamento. Cavalcherai con me, se ti procuro
un cavallo?»
Llewellyn mi guardò sogghignando.
«Sì, volentieri, ma farai scendere da cavallo uno dei tuoi uomini
per far montare in sella me?»
Mi voltai verso Bedwyr, che era rimasto in ascolto, e stava già
smontando. Una volta a terra, offrì le sue redini a Llewellyn che le
accettò con un cenno di ringraziamento prima di issarsi agevolmente
in groppa al cavallo. Bedwyr si aggrappò al braccio sano di Rufio e
salì in sella dietro di lui.
Mi stupii dell'abilità con cui Llewellyn era montato in sella, una
sorpresa che dovette leggere sul mio viso. Mi disse infatti: «Rufio mi
ha insegnato a cavalcare. Imparo in fretta io».
«Sembra proprio di sì.» Diedi di sprone a Germanico, mentre
Llewellyn cavalcava alla mia sinistra, per tornare con me
all'accampamento. E intanto ripresi la conversazione che avevamo
interrotto.
«Altri cinquemila? Mi chiedo proprio quale sarà la reazione di
Uderic!»
Llewellyn si voltò verso di me, ma senza guardarmi, continuando
anzi a tenere la testa bassa, con l'unico occhio fisso sulle orecchie di
Germanico, o almeno così mi sembrava.
«Uderic? Oh, non reagirà affatto. È morto.»
A quel punto mi guardò bene in faccia per godersi il mio stupore,
senza abbandonare il suo consueto sogghigno ironico.
«Uderic ha avuto delle grosse difficoltà non appena abbiamo
sparso la voce del suo accordo con Ironhair. Non gli è affatto
piaciuto sentirsi chiamare con il nome che meritava, e così ha sfidato
Huw. Avrebbe dovuto essere più saggio e limitarsi ad andarsene, ma
si sa che Uderic non è mai stato saggio. Si sono battuti, ed è stato un
combattimento rapido.»
«Allora adesso Huw è davvero re.»
«Oh, credevo che tu e lui aveste chiarito la questione una volta
per tutte! Huw Fortebraccio non ha alcun desiderio di diventare re.
Non ne abbiamo già parlato? Huw è il capo dei guerrieri di
Pendragon e non vuole essere nient'altro. Ritiene che il suo compito
sia preparare il terreno per il nuovo re, il figlio di re Uther. Bada
bene, hanno cercato di farlo re dopo che ebbe ucciso Uderic, ma lui
li ha derisi dicendo che era stato proprio quello il guaio, fin da
quando era morto Uther: troppi pretendenti, desiderosi di diventare
re, e nessuno in grado di farlo. E con questo ha chiuso loro la
bocca.»
Cavalcammo in silenzio e quando ricominciai a parlare fu per
rivolgergli la domanda che mi frullava in testa da parecchi giorni, fin
da quando Benedetto aveva fatto la sua previsione.
«Vorrei fare un regalo a Huw, in segno di rispetto e di stima per il
compito che si è assunto. Che cosa pensi che sarebbe degno del capo
dei guerrieri di Pendragon? Potrei donargli un'armatura o delle armi,
ma credo che non abbia bisogno né dell'una né delle altre,
certamente non di quelle che usiamo noi. Riesci a pensare a qualcosa
che potrebbe fargli piacere?»
«Sì, una di quelle.»
Eravamo arrivati al nostro accampamento e io mi sporsi per
vedere che cosa avesse individuato con tanta facilità, ma non notai
nulla di particolare.
Llewellyn scorse l'incomprensione sul mio viso e indicò dritto
davanti a sé.
«Una di quelle. Quella grossa tenda laggiù.»
«Che cosa? Vuoi dire la tenda del comando?»
«Proprio così; Huw non ce l'ha. In Cambria, non esiste niente di
simile. Quale miglior regalo da offrire al capo dei guerrieri di
Pendragon che un tale simbolo del suo potere? Una grande, spaziosa
tenda di cuoio, alta e comoda, dove riunire e incontrare tutti i suoi
comandanti, in tutte le stagioni, al caldo e all'asciutto anche quando
infuria la bufera. Sarebbe un dono da re, se fosse in tuo potere
farglielo. Hai un'altra tenda come quella?»
Feci una grande risata e, divertito, gli diedi una pacca sulla
schiena.
«Llewellyn, sei proprio un uomo in gamba. Certo, si tratta del
dono più adatto e Huw Fortebraccio lo avrà. Non solo ne ho
un'altra, ma ce l'ho bella e nuova, mai usata, con i pannelli di cuoio
che odorano ancora di fumo e di tintura, e con i pali e le corde
perfettamente puliti e senza traccia di fuliggine o di polvere. Terzio
Lucca me ne ha portata una proprio ieri, in uno dei suoi carri, un
dono inatteso da parte del Consiglio di Camelot, perché la usassi io.
Sarà invece di Huw, visto che, nonostante la lodevole sollecitudine
del Consiglio, la mia tenda è ancora in condizioni perfette. Ottimo,
Llewellyn, ottimo davvero. E ora dimmi: c'è qualcosa che tu
desidereresti avere?»
Mi rispose subito.
«Sì, certo che c'è. Vorrei possedere un cavallo mio e una sella.»
Adesso sorrideva proprio, e tutto il lato sinistro del suo viso era
completamente contorto. «Ho scoperto che cavalcare mi piace. Non
intendo servirmene quando sono con i miei uomini. Tuttavia
quando vengo con te, vorrei poter cavalcare a mio agio.»
«Sia così, amico mio. Va' nelle nostre scuderie e scegliti il cavallo
che più ti piace, poi di' a Filippo di procurarti una sella.
Lo sai, vero, che una volta diventato padrone di un cavallo
dovrai averne cura personalmente?»
«Certo, Merlino, lo so. Rufio è stato un buon maestro. È lui che
dovresti prendere come maestro per il giovane Artù, non me.»
Annuii sorridendo.
«Potrei anche essere d'accordo con te, ma Artù ha da tempo
imparato tutto quello che Rufio gli poteva insegnare. E ora è lui che
insegna a Rufio! È per questo che c'è bisogno di te: nuove tecniche,
nuovi trucchi, quelli della gente di Cambria, per non lasciare
impigrire il ragazzo.»
Il mattino seguente ci mettemmo in marcia. Avevo inviato
messaggeri a Camelot, per avvisare di aver ricevuto i rifornimenti e
nel contempo chiedere al Consiglio di far sapere ad Ambrogio,
qualora fosse tornato dalle terre di Vortigern, di attendere mie
notizie a Camelot, poiché non avevo idea di quanto tempo sarebbe
durata la guerra e per il momento non mi servivano rinforzi.
Mandai anche messaggeri a Huw Fortebraccio, per fargli avere il
mio dono — il giorno precedente i messaggeri avevano impiegato
ore e ore per imparare a montare e smontare la tenda di comando e tenerlo informato su quanto intendevamo fare una volta che
fossimo penetrati tra le montagne al centro della regione.
Avremmo marciato puntando a nord e a est, verso le antiche
miniere di Dolocauthi, dove sembrava più probabile che si
trovassero Ironhair e Carthac, alla ricerca di oro negli antichi
cunicoli.
Lo invitai dunque a inviarmi lì i suoi messaggi dal momento che,
qualora non avessimo scovato la nostra preda a Dolocauthi, ci
saremmo trovati di fronte a due possibili alternative. La prima, verso
nord ed est, era una fortificazione romana di cui non conoscevo il
nome originario, e che per Llewellyn era semplicemente la località
romana di Colen, al centro della Cambria. Ancora più a nord, a un
intero giorno di marcia piegando alquanto a ovest, c'era poi
Mediomanum, l'ultimo forte romano della Cambria centrale.
A sud-ovest di Dolocauthi, c'era invece il celebre forte di Cicutio,
che per molto tempo era stato una roccaforte della Legio Vicesima
Valeria Victrix. Se avessi potuto scegliere liberamente, avrei optato
per questa possibilità, tuttavia la destinazione finale sarebbe stata
decisa in base alle informazioni di Huw circa gli spostamenti del
nemico.
Quel mattino stesso, appena usciti da Moridunum, ci dirigemmo
velocemente verso le antiche miniere d'oro, inoltrandoci nelle valli
che si facevano sempre più profonde e scure mano a mano che le
montagne si innalzavano più alte verso il cielo.
Ma a partire da quel momento, non passò giorno senza che
gruppi più o meno numerosi di uomini di Pendragon scendessero
dalle alture per unirsi silenziosamente a noi, ingrossando le nostre
file, fino a farci toccare il tetto di novemila combattenti. I nostri
ranghi aumentavano tanto rapidamente e in modo tanto massiccio
che gli addetti agli approvvigionamenti cominciarono a preoccuparsi
per il numero eccessivo di bocche da sfamare. Per fortuna il cibo ci
giungeva senza che dovessimo cercarlo, inviato spontaneamente dai
villaggi e dai borghi, oltre che dalle fattorie solitarie che si trovavano
nelle vicinanze della nostra strada. A dire la verità, vedemmo ben
pochi centri abitati, poiché ci tenevamo lungo il fondovalle mentre
la maggior parte dei villaggi sorgeva sui fianchi delle colline, ben
nascosta nel folto degli alberi.
Un mattino, mentre sedevo su uno spuntone di roccia e
osservavo le truppe sfilare sotto di me, ai piedi della collina, notai
un reparto che era divenuto di giorno in giorno più numeroso.
Dedicai più attenzione ai Celti di Llewellyn che ai miei soldati a
cavallo. Cupi e silenziosi, austeri e riservati, i nuovi arrivati erano
diversi dai Celti di Pendragon che avevamo conosciuto fino a quel
momento. Questi montanari, il vero popolo di Pendragon, nati e
cresciuti tra la solitudine delle montagne, solo raramente erano
entrati in contatto con degli stranieri; si tenevano dunque in
disparte, con un orgoglio fiero, diffidente e consapevole. Pur senza
aprire bocca, facevano capire chiaramente che marciavano con noi
in risposta alla chiamata dei loro capi e della loro terra, ma non
dovevano alcuna lealtà a noi, a Camelot o a qualche altra potenza
straniera. Per lo più marciavano in completo silenzio ed esibivano
armi di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, sebbene prevalesse l'arco
lungo di Pendragon. Sembrava che ogni uomo avesse un arco la cui
lunghezza era pari alla sua statura e almeno una faretra piena di
lunghe frecce fatte con giovani rami di frassino e impennate con
piume d'oca.
La grande quantità di archi mi stupì, poiché avendo letto i diari di
Publio Varro e di mio nonno - per altro scritti solo alcuni decenni
prima - sapevo che un tempo queste armi erano rare e preziose, e
non superavano le poche centinaia. Ullic Pendragon, nonno di
Uther, aveva persino decretato che gli archi lunghi dovessero
appartenere alla comunità e che nessuno potesse possederne uno:
ogni uomo aveva temporaneamente in custodia un arco, ed era
responsabile della sua manutenzione; poi, dopo un anno, doveva
consegnarlo a qualcun altro. Molti degli archi che stavo vedendo
erano stati protetti da quella legge e ora avevano cinquanta o
sessantanni, qualcuno persino di più.
Sapevo anche che per decenni i Druidi avevano percorso quelle
terre alla ricerca di alberi di tasso, piantandone e coltivandone nuovi
boschetti ovunque trovassero un terreno adatto. E parallelamente
all'aumentare delle piante cresceva il numero di persone addette alla
fabbricazione di archi e di frecce, tanto che tra questi uomini fieri e
risoluti l'arte di costruire quelle preziose armi era diventata la più
apprezzata.
Poi osservai attentamente la forma degli archi e mi stupii
nuovamente. Tutti gli archi lunghi che avevo visto fino a quel
momento avevano una sezione rotonda, ed erano stati ricavati con
amorevole cura da un unico ramo di tasso, essiccato e trattato.
Invece, alcuni di quelli che ora passavano davanti a me avevano una
sezione rettangolare come l'enorme arco laminato che possedevo io
stesso, e che ormai aveva più di cent'anni ed era stato reso lucido da
decenni di cure e di attenta manutenzione. L'arco di Varro, come lo
chiamavo io, era di struttura composita con una forma doppia: di
fatto si trattava di due archi, uno sopra e uno sotto l'impugnatura
scolpita al centro. Era fatto con lamine piatte di qualche esotico
legno scuro, rinforzato da piastre d'osso e corde di tendini intrecciati,
incollati ed essiccati fino a diventare duri come il ferro; il tutto era
stato modellato, legato e ricotto con tecniche conosciute in terra
d'Africa, a opera di un abile scita ormai morto da tempo: una tecnica
difficile da copiare in Britannia.
Quando mi passò accanto Liewellyn, gli chiesi di questi nuovi
archi ed egli confermò quanto avevo sospettato. In effetti erano fatti
di lamine, anche se seguivano la forma ad arco singolo di quello
tradizionale di Pendragon. Per la maggior parte erano di frassino,
disse, sebbene ne esistesse ancora qualcuno fatto con l'assai più raro
legno di tasso. L'arco rotondo originario richiedeva un ramo che
avesse dimensioni e caratteristiche ben precise, in particolare lo
spessore e la forma diritta. Poiché non tutti gli alberelli crescono
diritti, la logica conseguenza era che non tutti fossero adatti a
diventare un arco. Tuttavia gli artigiani ricordavano che l'arco di
Varro, da cui erano stati copiati tutti i loro nuovi archi, era laminato.
Di conseguenza qualcuno aveva continuato a lavorare usando legno
meno adatto che, pur non avendo l'elasticità del tasso, aveva
comunque altre pregevoli qualità: densità, grana stretta e flessibilità.
Altri avevano poi scoperto che un ramo diritto di frassino della
lunghezza adeguata se segato, ben trattato e seccato al forno, poteva
essere diviso lateralmente con molta cura, poi riassemblato e trattato
con colla impermeabile; i pezzi andavano posizionati al contrario, di
modo che la venatura dell'uno fosse in direzione opposta a quella
dell'altro: in questo modo, l'insieme era più robusto. Fatto questo, il
legno così ottenuto poteva essere piallato a mano, lisciato e
rastremato per produrre un'arma formidabile, dotata di una potenza
inferiore rispetto a quella dell'arco lungo di tasso, ma pur sempre
efficace e mortale, in grado di trapassare un'armatura anche da
grande distanza.
Ringraziai gentilmente Llewellyn per la spiegazione e continuai da
solo, riflettendo sui progressi compiuti in Britannia dall'arte militare.
Lo stesso arco lungo era spuntato dal nulla in un centinaio di anni,
ispirato dall'enorme arco che ora viaggiava con i miei bagagli. La
cavalleria che in quel momento stava avanzando in formazione alla
mia destra, esisteva soltanto perché io stesso mi ero imbattuto nel
segreto delle staffe su cui ora poggiavano i piedi di ciascun cavaliere.
La lunga spada dall'elsa a croce che pendeva da un anello fissato in
mezzo alle mie spalle era anch'essa qualcosa di speciale: di spade così
al mondo ne esistevano soltanto tre. La palla di ferro che era appesa
alla mia sella, legata da una correggia al suo corto e robusto manico
di legno, e che veniva fatta roteare per mezzo di una catena, era
stata inventata da mio cugino Uther ed era ora ampiamente usata:
un flagello mortale che in combattimento quintuplicava la forza di
un uomo. E le lance, lunghe e sottili, leggere e quasi flessibili, eppure
indistruttibilmente robuste, in dotazione alla maggior parte dei miei
cavalieri, erano nate dalla necessità di avere un'arma che i nostri
uomini potessero usare con efficacia anche mentre stavano
cavalcando. Persino la nostra cavalleria, me ne rendevo conto ora,
aveva raddoppiato le proprie prestazioni grazie alla creazione del
reparto degli esploratori.
Profondamente immerso nei miei pensieri, riflettevo su quanto
fosse facile dare per scontato che tutti possedessero quelle armi e
quelle innovazioni. Naturalmente non era affatto così. Poche
persone, al di fuori di Camelot e della Cambria, avevano mai visto
nulla di simile; nessuno era dotato di armi che potessero reggere il
confronto, e nessuno aveva l'abilità, gli anni di addestramento e la
tecnica per poterle copiare. In quel preciso istante mi venne in
mente, con la forza di una rivelazione, che se avessimo sfruttato le
nostre forze e i nostri vantaggi in modo adeguato saremmo stati
invincibili.
Quella sera convocai una riunione per condividere quanto avevo
scoperto con i miei compagni, i miei subordinati e i miei alleati.
Gli intervenuti, tra i quali c'erano anche Llewellyn e parecchi dei
suoi comandanti, erano rimasti in silenzio a lungo, rimuginando su
quanto avevo appena esposto.
Sebbene conoscessero da tempo gran parte di quello che avevo
detto loro, nessuno aveva ancora compreso appieno che cosa
implicasse realmente. Tuttavia, l'importanza della mia scoperta si
manifestò in tutta la sua evidenza il giorno seguente, nella fiducia e
nel buon umore che si diffuse ovunque, grazie all'entusiasmo
comunicato dai comandanti ai propri uomini spesso con il semplice
atteggiamento.
La nostra avanzata verso nord proseguì senza sforzo e con pieno
successo, e le poche concentrazioni nemiche che incontrammo
furono sterminate senza pietà dai montanari che perlustravano le
alture sopra e di fronte a noi. Pochi poterono sfuggire alle loro
frecce, e coloro che vi riuscirono persero la vita poco dopo, quando,
costretti a scendere verso la vallata, finirono nella morsa dei miei
uomini.
Qualche giorno dopo la partenza da Moridunum, mi ero unito a
coloro che combattevano sulle alture, lasciando la cavalleria pesante
e la fanteria molto più in basso e conducendo con me gli esploratori.
La nostra presenza limitò i movimenti dei nemici alla sommità di
montagne e colline, dove gli arcieri di Llewellyn li trattavano come
fanno i contadini con gli insetti, intrappolandoli e schiacciandoli.
Ciò nondimeno, nonostante le lunghe cavalcate, quando
raggiungemmo le miniere d'oro abbandonate di Dolocauthi, avevo
insanguinato la spada una volta soltanto, in una rapida scaramuccia
con alcuni uomini di Cornovaglia che stavano fuggendo. Sapevo che
Huw Fortebraccio era arrivato prima di noi poiché, proprio il giorno
precedente, me lo avevano comunicato le pattuglie di Llewellyn. I
suoi arcieri si erano spinti in avanscoperta nelle vallate sottostanti ed
erano venuti in contatto con gli uomini di Huw, i quali si erano
invece sistemati tra le colline, a nord e a est della valle, vicino alle
vecchie miniere d'oro. Gli arcieri di Llewellyn avevano occupato i
pendii meridionali e occidentali, mantenendosi dietro le creste e
facendo di tutto perché le truppe della Cornovaglia e i mercenari
appostati nel fondovalle ignorassero la loro presenza fino a quando
non fossero sopraggiunte fanteria e cavalleria pesante a bloccare
tutte le vie di fuga. Confidando nell'abilità di Filippo di comandare il
grosso delle nostre truppe, mi tenni nella parte alta delle valli,
sperando di riuscire a portare i miei esploratori in un punto che ci
permettesse di caricare il nemico dall'alto.
Eravamo ormai in vista dell'ultima catena che ci separava dal
luogo in cui prevedevamo di batterci, quando udii un gran frastuono
e compresi che qualcuno non era stato capace di attendere il
momento adatto. Non scoprii mai chi o che cosa avesse causato
quell'attacco prematuro, ma la velocità con cui il rumore si faceva
sempre più assordante indicava chiaramente che la battaglia stava
sfuriando. Imprecando per la rabbia e la frustrazione, detti il segnale
ai miei uomini e li guidai all'attacco il più rapidamente possibile.
Sfortunatamente, il terreno su cui ci trovavamo rendeva
impossibile muoversi in formazione e acquistare velocità; così la
nostra avanzata non fu compatta, dato che uomini e cavalli furono
costretti ad aprirsi la strada tra macigni e burroni che ci sbarravano il
cammino. Mi fu dunque impartita una lezione pratica sul motivo per
cui la cavalleria sia inutilizzabile in un terreno montuoso. Spinsi
Germanico per un sentiero in salita che mi sembrò abbastanza ampio
e pareva una pista molto battuta dal bestiame; ma sebbene la sua
robusta mole ci guidasse su per la collina, gli uomini che mi stavano
a fianco dovettero restare indietro quando il sentiero si restrinse
bruscamente e infine terminò sull'orlo di un burrone. Tirai con forza
le redini e feci voltare Germanico a sinistra per scendere lungo il
fianco della collina, ma dovetti spostarmi indietro sulla sella, facendo
forza sulle staffe, mentre il massiccio animale si apriva la strada
seguendo l'orlo del burrone. Potevo sentire che qualcun altro stava
scendendo dietro di me, ma non mi voltai per vedere chi fosse; ero
troppo impegnato a osservare la confusione che regnava tra i miei
esploratori, sparpagliati lungo i fianchi delle colline e il fondovalle.
Alla fine trovai un punto dove attraversare il burrone, poi il
terreno migliorò leggermente e riuscii ad avanzare un po' più
velocemente verso la sommità della catena montuosa che mi
impediva la vista del campo di battaglia.
Proprio sotto la vetta, mi trovai di fronte un grande cumulo di
pietre e Germanico fu nuovamente costretto a rallentare prima di
trovare il modo di aggirarlo e raggiungere uno spiazzo che si
affacciava su un altro burrone, questa volta però abbastanza stretto
da poter essere superato con un salto. Fermai Germanico proprio
sull'orlo, gli feci fare dietrofront e lo feci retrocedere il più possibile
per consentirgli di muovere qualche passo prima di lanciarsi. Ma,
mentre si slanciava in avanti e si preparava a saltare, vidi un uomo
spuntare improvvisamente da una sporgenza al di sopra del punto in
cui avremmo toccato terra. Teneva in mano una lancia ed era
pronto a colpire; le dita della mano sinistra erano rivolte verso di
me mentre prendeva la mira e poi lanciava l'arma. Si trattava di una
lancia lunga e pesante, ma l'asta era storta cosicché mentre roteava
seguiva una traiettoria circolare. Vidi distintamente la lunga punta
affilata dirigersi verso di me, ma non c'era nulla che potessi fare:
Germanico era già sollevato da terra e si gettava in avanti.
Nell'attimo del salto, mentre eravamo sospesi in aria, la lancia mutò
leggermente direzione e cadde davanti a me. Avevo appena
cominciato a mormorare una preghiera di ringraziamento, quando
mi resi conto che il mio cavallo era stato colpito. Si trattò di un
rumore secco e lacerante: sentii il grande e forte animale sotto di me
bloccarsi a mezz'aria, rovesciando la testa all'indietro e rantolando,
in agonia. Poi, non appena le sue ginocchia ebbero toccato terra
dall'altro lato del precipizio, si accasciò al suolo, facendomi volare
sopra la sua testa.
Percepivo quanto stava accadendo in modo nitido e
angosciosamente dettagliato, come se il tempo avesse rallentato la
sua corsa, consentendomi di mantenere tutte le mie facoltà e di
reagire istantaneamente.
Non so come, ma toccai terra in piedi; ero fortemente sbilanciato
in avanti ma non caddi. Tenevo in mano la spada senza che mi fossi
neppure reso conto di averla sganciata. La sguainai e mi lanciai su
per il pendio, puntando direttamente verso il luogo in cui il mio
assalitore si era ora accucciato, con l'ascia in mano, in attesa.
Sapevo che Germanico, il fedele amico di tanti anni, era morto o
stava morendo alle mie spalle, ma non mi voltai. Raccolsi invece
tutte le forze per salire il ripido pendio che mi stava davanti. Non
appena raggiunsi la cima, il mio assalitore si scagliò in avanti per
farmi a pezzi come fossi un tronco. La lucidità quasi soprannaturale
di poco prima non mi aveva abbandonato e riuscii facilmente a
evitare il suo assalto mortale. Il fendente si abbatté e la lama
dell'enorme ascia colpì il terreno proprio nel punto in cui mi ero
trovato qualche istante prima, sprizzando scintille al contatto con le
pietre. La violenza del colpo vibrato aveva fatto perdere l'equilibrio
al mio assalitore; mentre barcollava la corta tunica di pelle di pecora
- unico indumento che indossava dalla vita in su - si sollevò,
mettendogli a nudo l'incavo della schiena. Balzai su di lui e lo colpii
dall'alto calando con entrambe le mani un fendente che lo colse di
taglio, penetrando profondamente attraverso la cintola; il colpo fu
così netto e profondo che, nell'estrarre la lama, gli trapassai le
viscere, tagliandolo in due. Forse era dovuto alla rabbia che
infuriava dentro di me, ma non ho mai colpito nessuno tanto
violentemente e selvaggiamente come quell'uomo. Il fendente
vibrato con la lama lunga e affilata della Pietra del Cielo fu così
rapido e distruttivo che l'uomo continuò a gridare anche quando la
metà inferiore del suo corpo era ormai separata da lui.
Feci un passo indietro ma non avvertivo né sorpresa né ripulsa.
Solo allora udii il rumore di qualcuno che si avvicinava correndo. Mi
voltai e scorsi tre dei suoi compagni che venivano verso di me, uno
armato di lancia e due di corte spade di foggia romana. Con un
gesto istintivo, colpii la lancia e facendo perno sul piede destro mi
girai, roteando la spada in un cerchio completo per decapitare
l'uomo che impugnava la lancia. Appena il corpo rotolò di lato,
abbassai E ginocchio destro e ritrassi la mano che impugnava la
spada fino a farla quasi strisciare sul terreno vicino alla mia caviglia.
Uno dei due assalitori rimasti si fece avanti, ma si mosse troppo
velocemente; si rese conto del suo errore, ma prima che potesse
rallentare lo colpii con un fendente che lo raggiunse sotto lo sterno.
Liberai la punta della spada, balzai di nuovo in piedi e mi lanciai
sul terzo uomo. Curvò le spalle, e, sollevando il piccolo scudo
rotondo che aveva con sé, venne verso di me. Non portava elmo e
io gli fracassai il cranio prima ancora che la sua corta spada potesse
avvicinarsi alla mia persona.
A quel punto ero rimasto solo sulla collinetta, ma fui costretto a
voltarmi di nuovo, colpito dal rumore di passi che smuovevano i
sassi del pendio. Non appena mi fui precipitato verso il punto da cui
proveniva il rumore, roteando la spada, scorsi la punta del cimiero
che ornava gli elmi dei miei uomini: subito dopo apparve il viso di
Donuil. Mi fermai e allungai la mano per aiutarlo a raggiungermi,
poi entrambi restammo immobili e in silenzio a guardare la
carneficina che stava avvenendo attorno a noi. Ovunque si
vedevano piccoli gruppi di uomini intenti a combattere, ma i nemici
si battevano con la forza della disperazione e morivano uno dopo
l'altro, sempre più numerosi, per la maggior parte abbattuti dalle
frecce mortali che venivano scagliate dalle rocce sovrastanti. Un
uomo gigantesco e con il ventre prominente, che brandiva una lama
lunga e piuttosto rozza, fu gettato in un burrone da una freccia che
lo colpì proprio sopra l'orecchio, sollevandolo da terra e facendolo
volare via come se fosse stato senza peso.
A quel punto mi resi conto che Donuil mi stava gridando
qualcosa. Il rumore era assordante ma fino a quel momento non me
ne ero accorto. Scossi la testa e mi sforzai di ascoltare. Donuil mi
stava chiedendo se fossi ferito o mi fossi fatto male; la domanda mi
stupì e capii perché Donuil me l'avesse fatta solo abbassando lo
sguardo: l'armatura, la tunica, le braccia, le mani e la spada che stavo
ancora stringendo grondavano letteralmente sangue, e per un attimo
fui preso dal panico pensando che potesse essere il mio.
In realtà me l'ero cavata senza un graffio.
Scossi ancora la testa e mi guardai di nuovo attorno, questa volta
osservando con più attenzione quanto avevo davanti agli occhi.
Il combattimento era cessato pressoché ovunque, a eccezioni di
pochi, violenti scontri che ancora infuriavano qua e là.
Quella che si stava compiendo era un'autentica carneficina: i
nemici gettavano le armi cercando di arrendersi, ma venivano uccisi
indiscriminatamente, soprattutto dalle frecce che piovevano dall'alto.
Inspirai profondamente e ordinai a Donuil di trovare il nostro
trombettiere e di far suonare l'adunata, ma mi accorsi che mi
tremava la voce. Donuil mi lanciò uno sguardo interrogativo poi,
senza pronunciare una sola parola, si voltò e scomparve.
Con le gambe intorpidite mi incamminai verso il lato opposto
della piccola altura.
Non ricordo di essere andato alla ricerca del mio cavallo, ma mi
ritrovai inginocchiato accanto alla sua testa, a osservare tra le lacrime
il suo muso nobile e il velo lattiginoso che cominciava a formarsi
sull'unico occhio che ero in grado di vedere.
La lancia lo aveva trafitto, conficcandosi profondamente nel suo
petto prima ancora che Germanico potesse appoggiare le zampe
posteriori al suolo e l'intero peso del suo corpo possente si
abbattesse su di essa, spingendo la punta nel suo grande cuore.
Per una ventina di anni quel magnifico animale mi aveva portato
in groppa fedelmente, offrendomi tutta la sua obbedienza e il suo
affetto in cambio delle mie poche attenzioni. Lo spettacolo della sua
nobile morte mi sconvolse profondamente; mi sedetti e piansi,
appoggiando la schiena contro la sua spalla e allungando il braccio
sinistro sul suo collo, forte e liscio come la seta. Tutto attorno a me,
sparsi tra le rocce e i precipizi di quel luogo inospitale, i corpi dei
morti e dei morenti giacevano come indumenti abbandonati, ma
non mi ispiravano alcun sentimento di dolore. La loro morte era
stata la conseguenza naturale di una vita di guerrieri e di mercenari.
Al contrario, la morte di Germanico, il mio nobile e generoso amico,
era un fatto esclusivamente personale che mi opprimeva con un
insopportabile senso di abbandono e di privazione.
Qualche tempo dopo, avvertii la mano di Donuil appoggiarsi
delicatamente sulla mia spalla; allora mi alzai, con gli occhi ormai
asciutti, e lo seguii dove mi attendeva un altro cavallo. Cavalcammo
in silenzio per andare a incontrare Huw Fortebraccio.
La vittoria, mi disse più tardi Huw, era stata molto più grande e
completa di quanto avessi immaginato.
Gli invasori si erano precipitati a Dolocauthi in numero
decisamente superiore alle nostre aspettative, attirati dalle miniere
d'oro. Colti di sorpresa contemporaneamente sia da nord sia da sud,
erano stati sconfitti e costretti alla fuga, mentre le loro fik venivano
decimate dagli arcieri di Pendragon appostati sulle colline
sovrastanti. I sopravvissuti, a migliaia nonostante le forti perdite,
erano ora in fuga verso ovest; tornavano di nuovo verso la costa,
ma questa volta erano incalzati e bersagliati senza sosta dai temibili
montanari in grado di uccidere un uomo scagliando le loro lunghe
frecce da una distanza di quasi mezzo miglio.
Huw era di ottimo umore, pieno di entusiasmo e di eccitazione, e
sembrava ancora più imponente di quanto ricordassi, decisamente
più regale.
Mi ci volle qualche istante per rendermi conto del cambiamento,
tanto che lo stesso Huw, accorgendosi dell'intensità con cui lo
osservavo, interruppe a metà quello che stava dicendo per
guardarmi sorpreso.
«Che c'è?» chiese. «Che ti succede? Sembri... C'è qualcosa che non
va, Merlino?»
«Il tuo elmo» replicai, scuotendo la testa. «Lo riconosco, anche se
non lo avevo mai visto prima d'ora. Apparteneva a Ullic Pendragon.
Ho letto la sua descrizione nei libri di mio zio. Ma deve avere più di
cent'anni, eppure sembra nuovo. Com'è possibile?»
I suoi occhi brillarono per la sorpresa, poi con entrambe le mani si
tolse l'elmo e me lo porse. La testa della grande aquila dorata
appollaiata sulla sommità sembrava viva, tanto fieri erano i suoi
occhi. Le ali enormi erano ripiegate a entrambi i lati e le penne della
coda, aperte a ventaglio, scendevano fino a coprire le spalle.
«Tieni» mi disse. «Guardalo bene. L'anno scorso questo uccello
volava ancora. L'elmo di Ullic era simile, ma questo è mio, ed è stato
appena fatto per me.»
Osservai attentamente gli occhi, fatti di vetro o di pietra lucida, e
il modo in cui le piume del collo erano state sistemate sulla visiera
dell'elmo.
«L'elmo con l'aquila è l'elmo cerimoniale del capo dei guerrieri di
Pendragon, Merlino, e ogni nuovo capo ha il suo. Uric e Uther
erano entrambi re, come lo era Dergyll ap Griffyd, ma solo Ullic era
sia re sia capo dei guerrieri, per questo aveva l'elmo. Da quando è
morto Ullic, io sono il primo a essere nuovamente capo dei guerrieri
di tutta Pendragon.»
Gli restituii l'elmo con tutta la deferenza che meritava.
Poi Huw ci accompagnò dove era stata eretta la sua nuova tenda;
qui si erano già riuniti comandanti e sottocapi, in attesa di ricevere
nuovi ordini. Mentre lo udivo esporre in dettaglio i suoi piani e
apprezzavo il modo in cui dava ascolto a ogni nuovo rapporto e
prontamente vi si adeguava, sentii rinascere l'entusiasmo e la forza di
accettare con rassegnato pragmatismo la dolorosa perdita di
Germanico.
Durante le tre settimane seguenti, prendemmo d'assalto i passi
montuosi e le valli della Cambria occidentale, lasciando una scia di
sangue al nostro passaggio.
Raggiungemmo poi la costa occidentale dove trovammo quel che
restava dei malridotti mercenari di Ironhair trincerati lungo la
spiaggia, pronti a fronteggiarci al riparo di fortificazioni improvvisate
e sommarie.
I loro piani di evacuazione erano falliti miseramente, mentre la
flotta, che avrebbe dovuto portarli in salvo, non si era ancora fatta
vedere, e non c'era alcun segno di un suo imminente arrivo. Inoltre,
rischiavano l'assedio, la fame e la sete, ammassati com'erano in uno
spazio angusto, privo di vegetazione a eccezione delle alghe portate
a riva dall'alta marea, e con il mare alle spalle. Eppure rifiutarono di
arrendersi, temendo, senza dubbio, l'assoluta mancanza di pietà che
gli uomini di Pendragon erano soliti dimostrare nei confronti dei
propri nemici.
Al termine della terza mattinata di assedio, erano ormai
completamente circondati e alla mercé della schiacciante superiorità
degli assedianti. Andai dunque a incontrare Huw Fortebraccio e gli
chiesi di approvare la mia decisione di tornare a Camelot con la mia
gente. Ai miei occhi e ai suoi, l'invasione di Ironhair era ormai finita.
Per quanto ne sapevamo, i due responsabili principali, lo stesso
Ironhair e Carthac Pendragon, erano sfuggiti incolumi, tuttavia il
loro tentativo di impadronirsi della Cambria era miseramente fallito.
Infine, esattamente come l'esercito di Ironhair si era aspettato di
essere messo in salvo dalla sua flotta, anch'io avevo pensato di
vedere qualche segno della presenza di Connor Mac Athol nelle
acque al largo della costa. Dal momento però che nessuna delle due
flotte si era fatta vedere, la mia ipotesi era che si fossero incontrate
in mare aperto e dunque l'una o l'altra, a seconda del risultato della
battaglia, sarebbe potuta spuntare all'orizzonte in qualsiasi
momento. Tuttavia, comunque fossero andate le cose, le forze con
cui Huw aveva stretto i nemici sulla spiaggia erano sufficienti a
consentirgli di dominare facilmente la situazione. Non aveva alcun
bisogno della nostra continua presenza o dell'aggravio di doverci
nutrire, quando invece potevamo essere più utili a casa nostra, a
Camelot.
Huw riteneva probabile che Ironhair e Carthac sarebbero
ricomparsi, ma certamente non si sarebbero fatti vivi prima di un
anno. A quel punto però la Cambria sarebbe stata saldamente sotto
il suo controllo, e dunque imprendibile. Tra gli uomini di Pendragon
la coscienza di far parte di un unico popolo era sconosciuta da
tempo - in pratica dalla morte di Uther - e il suo riemergere quasi
miracoloso diede loro una forza e un vigore eccezionali. Comunque,
se in futuro Ironhair avesse tentato nuovamente di invadere il paese,
Huw avrebbe chiesto ancora una volta il nostro aiuto, in cambio del
suo pieno appoggio alle rivendicazioni del giovane Artù e alla sua
aspirazione di diventare re della Cambria in quanto erede di Uther
Pendragon. Quando gli parlai del mio accordo con LleweUyn, che si
era preso l'impegno di portare il ragazzo in Cambria l'anno seguente,
Huw lo sollevò immediatamente dai compiti che gli aveva affidato,
perché potesse venire a Camelot con noi. Poi ci abbracciammo come
amici ed eguali, e poco dopo diedi ordine alle mie due mezze
legioni di mettersi in marcia per tornare a Camelot. Eravamo stati
lontani dalla nostra Colonia per un tempo che mi pareva infinito.
XI.
Quando, venendo da nord-est e procedendo senza incidenti da
Dolocauthi sulle colline centrali, calammo dall'altopiano per avviarci
a Camelot, l'autunno aveva già toccato gli alberi con il suo gelido
soffio. Avanzammo lungo la costa meridionale della Cambria, quindi
volgemmo a oriente, seguendo il litorale. Nel tragitto ci unimmo alle
nostre truppe provenienti da Caerwent e Cardiff. Poiché eravamo
sul finire dell'estate non fu un'impresa difficile attraversare durante la
bassa marea la foce del fiume a occidente di Glevum. Ci
addentrammo quindi verso sud-est, passammo accanto ad Aquae
Sulis e infine ci immettemmo sulla grande strada che proseguiva a
sud fino a Camelot.
Eravamo contenti di rivedere la patria, eppure stranamente
abbattuti; serpeggiava un'aria di scontentezza, alimentata dalla
conclusione ineluttabile, cui accennavamo appena, che erano stati i
Celti di Pendragon e non le forze di Camelot, a battere gli invasori.
Sapevamo di essere l'incudine sulla quale si era abbattuto con forza il
martello celtico debellando i nemici, intrappolati e schiacciati dal
nostro massiccio e irriducibile impatto. Lo stesso Llewellyn aveva
dato vita a questa immagine. Ma l'orgoglio alimentato in noi dalla
consapevolezza di essere cittadini di Camelot non era incline ad
accettare un ruolo di secondo piano. Ecco perché eravamo
insoddisfatti e inappagati, convinti di non avere conseguito nulla di
significativo.
Inutile dire che l'umore del nostro esercito migliorò mano a mano
che ci avvicinavamo a casa e alle gioie domestiche. Gli uomini non
vedevano l'ora di togliersi l'armatura e riposarsi per un po'; il
pensiero di fare l'amore con la moglie o la fidanzata era presente in
tutti, me compreso.
Il ritorno fu trionfale e nello stesso tempo caotico. Non era mai
accaduto che un esercito ritornasse lamentando così pochi caduti:
nella campagna durata tutta l'estate erano morti meno di cento
uomini e non più di trecento erano stati feriti.
Il caos derivava dal fatto che ci presentavamo come una
moltitudine di bocche affamate.
Sebbene la nostra venuta fosse attesa con animo impaziente e
lieto, l'apparizione improvvisa di un'immane schiera di uomini
provocò sgomento e costernazione tra i commissari militari della
Colonia: come mi aveva detto pochi giorni prima Publio Tetra, il
commissario anziano, una cosa è calcolare la presenza di seimila
legionari, che tornano alla propria comunità, un'altra era tenere
conto che al loro seguito, quale scorta, se ne muoveva un altro
migliaio; non era cosa da poco vedere settemila uomini in carne e
ossa che scendevano in massa sbirciando avidamente le provviste e i
granai.
Grazie alla lungimiranza di Tetra e dei suoi collaboratori, ci
eravamo preoccupati di attenuare, almeno da questo punto di vista,
l'impatto del nostro arrivo, e nei cinque giorni precedenti organizzai
gruppi di cacciatori che setacciassero la zona. Ci presentammo quindi
portando carri di carne fresca e di cereali, raccolti nei granai delle
nuove postazioni che avevamo superato nel tragitto. Infatti, i
contadini di tre comunità ci avevano dato di buon grado le scorte di
grano che erano loro avanzate alla fine dell'estate. Era un segno di
gratitudine per la presenza dei contingenti armati che vegliavano
sulla loro sicurezza in quelle zone distanti; inoltre il nuovo raccolto
prometteva di essere abbondante ed entro un mese sarebbe riaffluito
nei loro magazzini.
Un'altra imprevedibile causa del caos era rappresentata dal
numero degli ospiti che, con diversi livelli di impazienza, ci
aspettavano alla Colonia. Venni subito a sapere che a Camelot si
trovava Connor Mac Athol, sbarcato da qualche giorno appena, e
che vi aveva incontrato suo fratello Brander, anch'egli in attesa del
mio arrivo. Mio fratello e Artù, calati il mese prima dalla
Northumbria, erano sicuri di vedermi di ritorno dalla Cambria, e
Ambrogio si era portato dietro parecchi consiglieri anziani di
Vortigern. Erano venuti con il pretesto ufficiale di conferire con me
circa la spedizione che l'anno successivo avrei condotto nelle terre
nordorientali; in realtà l'intento di Ambrogio era di dimostrare a
quegli uomini potenti e, tramite loro, al re stesso, che Camelot, dove
non erano mai venuti in precedenza, era in realtà come avevamo
detto noi: una colonia prospera e florida, un potenziale alleato più
ricco dei cinquecento Scoti che Ambrogio aveva condotto.
Nell'attesa del mio arrivo, Ambrogio aveva fatto da anfitrione agli
ospiti, insieme a Brander, apparso con un seguito composto da sua
moglie Salina, sua nipote Morag e una ventina di capitani scozzesi in
veste di consiglieri.
E quasi non bastasse, era arrivata un'intera delegazione di undici
prelati guidata dall'anziano vescovo Enos, che aveva somministrato i
sacramenti alla mia prozia Luceia. Anche loro erano venuti a
cercarmi.
Tutto questo lo venni a sapere da Dedalo, che a capo di una
splendida guardia d'onore ci aspettava ai confini di Camelot sulla
grande strada che parte da sud e raggiunge le terre settentrionali.
Conclusa la cerimonia di benvenuto, io e Ded proseguimmo a
cavallo, fianco a fianco, mentre lui mi avvertiva che molti avrebbero
chiesto di conferire con me. Quando ebbe finito, mi venne da ridere
pensando che avevo ardentemente sperato di potermi appartare con
Tressa. Lo feci partecipe delle mie illusioni, e lui rise con me, un riso
traboccante di comprensione.
Dopo pochi minuti, superata l'ultima curva, si profilarono davanti
ai nostri occhi le mura di Camelot sulla sommità della collina, e
immediatamente fummo travolti da un turbine di saluti di
benvenuto.
Di tutto questo ho serbato solo una successione di immagini e
ricordi frammentari. So di avere incontrato e salutato Brander, sua
moglie Salina, il vescovo Enos, ma a fatica distinguo nella memoria i
diversi gruppi che li accompagnavano. Tutti quei volti, a me
sconosciuti, si sovrapponevano e si fondevano in una sconnessa serie
di saluti. Ricordo di avere pensato che poiché gli Scoti dell'Ibernia
erano riconoscibili per le loro vesti dai vivaci colori e gli uomini di
chiesa per le loro lunghe tonache di tessuto grezzo, gli altri
sconosciuti dovevano essere gli uomini della Northumbria, venuti
con Ambrogio.
Mio fratello fu il primo a venirmi vicino e, mentre lo abbracciavo,
stringendolo a me, con lo sguardo cercavo Artù: ricordo di avere
provato un senso di delusione non vedendolo in mezzo alla folla
che si era levata ad accogliermi quando ero smontato da cavallo. Poi
con aria timida avanzò Tressa, e il mio cuore ebbe un sussulto di
gioia. Mi staccai da Ambrogio e a braccia aperte mi volsi a lei. Era
bellissima. Indossava un abito verde, di una stoffa fine e morbida che
l'avvolgeva disegnando le curve del suo corpo. Sentii in gola un
groppo di amore e di desiderio. Si spense il brusio della folla,
scomparvero quanti mi circondavano: esisteva solo la splendida
donna che era venuta per condurmi a casa e accogliermi nel suo
letto. Mi si avvicinò, le gote arrossate, gli occhi luminosi, poi
all'improvviso si fermò e, tenendomi stretto, mi fissò con occhi velati
di lacrime. Quando mi ero chinato per cingerla alla vita con un
braccio, avevo avvertito la pienezza del suo corpo; la sollevai in
alto, quasi fosse una piuma leggera, per avvicinare la sua bocca alla
mia; intorno a me percepivo il suono stranamente distante delle risa
e di qualche applauso. Riposandola a terra e stringendole la mano,
la tenni al mio fianco mentre passavamo tra la folla osannante
assiepata nel cortile.
Le successive ore passarono veloci come un battito di ciglia,
scandite dalle suppliche di chi mi aspettava per dirmi che la sua
richiesta era più urgente di ogni altra.
A tutti sorridevo e promettevo di dare udienza alla prima
occasione, e dietro il sorriso mi chiedevo come e quando sarei
riuscito a trovare il tempo, visto che sentivo prepotente il desiderio
di rimanere con Tressa.
Venne alla fine il momento in cui noi tre fummo finalmente soli,
la prima volta da quando ero arrivato. Presi in disparte mio fratello
trattenendolo per un gomito e con l'altra mano stringendo Tressa
vicino a me, mentre chiedevo agli astanti di scusarci. Non appena
fummo soli, lasciai andare il braccio di Ambrogio e scostandomi di
un passo mi appoggiai alla parete, con Tressa al mio fianco.
Ambrogio mi fissava con occhi ridenti.
«Sono al tuo servizio» disse con un leggero inchino e uno sguardo
divertito. «Dimmi che cosa vuoi.»
«Voglio restare solo con Tressa. Ecco quello che mi sta a cuore
sopra ogni altra cosa. Mi sorprenderebbe che non l'avessi già capito.
Poi voglio sapere dove si trova Artù e perché non è qui. E anche
perché tanta gente vuole parlarmi. Voglio mettere un po' d'ordine
nelle richieste. Non posso accoglierli tutti insieme, ma sembra che
ciascuno consideri le proprie esigenze improrogabili. Connor è latore
di notizie che mi preme conoscere, e sarà il primo che incontrerò.
Ma finché non so di che cosa vogliono discutere gli altri, non posso
prendere una decisione. Che cosa sai?»
Il suo sorriso non si spense. «In ordine di importanza? Molto
bene. La tua prima cura sia per te stesso. Segui Tressa e non farti
vedere fino a stasera. Mi premurerò di scusarti adducendo la tua...
stanchezza. Il secondo pensiero sarà Artù. È innamorato. L'unica
ragione che l'ha tenuto lontano quando sei arrivato. A sua difesa
dirò che ignoravamo che sareste stati qui così presto. Girava voce
che non vi avremmo visti prima di domani, forse più tardi. Il tuo
messaggero ci ha raggiunti ieri avvertendoci che eravate in anticipo,
ma nel frattempo Artù si era allontanato con Shelagh e la giovane
Morag. Sono andati a caccia e rientreranno nel pomeriggio. Artù
sarà deluso di non essere stato presente al momento del tuo arrivo.
Ne parla da settimane. Vedrai com'è cambiato, non sei d'accordo,
Tressa?»
«Sì» sussurrò, annuendo con un sorriso.
«Potrai incontrare Connor non appena sarai di ritorno dalla villa»
proseguì Ambrogio. «Quanto agli altri, è Brander quello che aspetta
da più tempo. Partirà subito dopo averti parlato, ma le cose che
deve chiederti, preoccupanti per lui, non dovrebbero esserlo per te.
In realtà non è con te che vorrebbe conferire, ma con Huw
Fortebraccio. Vuole chiedergli il permesso di riportare nelle terre di
Pendragon Liam il Gobbo e le sue mandrie. Sembra che il clima della
loro isola non si presti all'allevamento. Gli ho promesso di inoltrare
la sua richiesta e gli ho detto che a mio avviso non vedevo
impedimento a che fosse accolta. Temendo che Fortebraccio sia
rimasto amareggiato dopo le vicende belliche, preferisce parlarti
personalmente. Ma il tuo arrivo si è fatto attendere e ora è di fretta,
desideroso di andarsene, ritornare ai suoi doveri...» Tacque,
riflettendo prima di proseguire. «I miei ospiti venuti dalla
Northumbria possono aspettare. Non hanno particolare urgenza di
rientrare in patria. Del vescovo Enos, invece, non so che dire. Non
ho idea di quale sia la sua missione e se il tempo gli sia tiranno.
Dovrai giudicare tu. Ecco tutto quello che posso dirti. Il consiglio che
ti do è di vedere Connor per primo, poi Brander, che è re, quindi
Enos, e infine gli uomini della Northumbria.»
«E così sia. Procederò nell'ordine da te indicato. E ora riesci a farci
uscire di qui senza che nessuno se ne avveda?»
Prima che Ambrogio rispondesse, Tressa, girandosi tra le mie
braccia e stringendosi a me, mi posò le dita sulle labbra, quasi
invitandomi a tacere. Voleva dirmi che non dovevamo essere egoisti,
nessuno dei due, né io né lei. Mi aveva aspettato per mezzo anno,
disse, arrossendo per essere così schietta alla presenza di Ambrogio,
un'altra mezza giornata sarebbe stata sopportabile. Tentai di
interromperla più volte, ma a ogni tentativo la pressione delle dita
sulle mie labbra mi tratteneva dal parlare e, ascoltandola, finii con
l'ammettere, seppur con riluttanza, l'assennatezza del suo
ragionamento. Ambrogio taceva, guardandoci intento. Alla fine
acconsentii. Tressa lesse l'accettazione nei miei occhi e allontanò la
mano dalle mie labbra. Mi chinai per baciarla, poi mi raddrizzai per
rivolgermi a mio fratello al di sopra della sua testa.
«Tanta abnegazione esige di essere rispettata. Dove possiamo
parlare con Connor?»
Incontrammo l'ammiraglio nel salone. Chiudemmo a chiave le
porte alle nostre spalle per essere sicuri di non venire disturbati.
Faceva quasi freddo, e si coglieva quel brivido annunciatore
dell'inverno che nelle corte giornate d'autunno spesso si infiltra nei
luoghi non toccati dal sole.
Ambrogio si inginocchiò per accendere la legna già pronta nel
caminetto, e nel frattempo io mi avvicinai allo stipo dove
conservava l'idromele, facendo segno a Tress che si sedesse e mi
concedesse di dedicarle qualche premura. Girandomi per porgere le
coppe a Connor e Tress, mi accorsi che avevano già cominciato a
parlare del nuovo insediamento di Scoti nelle isole nordoccidentali.
Quando Ambrogio si allontanò dal caminetto, togliendosi dalle
ginocchia la fuliggine che vi si era attaccata, gli porsi il bicchiere e
insieme facemmo un brindisi. Dopo essermi seduto, volsi uno
sguardo attento a Connor, che subito si accinse a farmi un resoconto,
metà storia, metà relazione.
Come sospettavo, aveva intercettato la flotta di Ironhair mentre
evacuava i mercenari della Cornovaglia. Era stato il caso a farli
incontrare subito dopo l'alba di una giornata senza vento, in un'ora
in cui sulla superficie del mare indugiava una nebbiolina inquieta.
Non appena si era dissolta la foschia, le due flotte si erano trovate
l'una di fronte all'altra in piena vista. Quella di Ironhair era in una
posizione di svantaggio, chiusa tra le navi di Connor e la costa
rocciosa della baia. Quanto a forza, i due schieramenti erano quasi
pari: Ironhair disponeva di venti galee, oltre alla sua bireme;
Connor, di una bireme e diciotto galee. Ma Ironhair poteva far
conto anche su innumerevoli imbarcazioni minori, per lo più
pescherecci e chiatte di basso pescaggio, adatte a raggiungere la riva
dove, secondo i suoi piani, avrebbe raccolto i soldati che affluivano
lì dall'entroterra e da Dolocauthi.
Ironhair aveva colto di sorpresa Connor attaccandolo senza
indugio. Lo scafo della sua massiccia bireme, sotto lo sforzo dei
rematori che vogavano con vigore, aveva solcato rapidamente il
tratto di mare staccandosi dalla costa e puntando sull'ammiraglia
nemica, e aveva raggiunto la massima velocità prima ancora che
Connor si fosse reso conto del pericolo. Ma l'ammiraglio di re
Brander, intuendone le intenzioni, aveva subito messo in atto una
manovra evasiva, girando la bireme verso destra e subito dopo
virando a sinistra, mentre l'avversario, abboccando alla finta,
avanzava cambiando di volta in volta direzione. Subito dopo, aveva
lanciato alla sua flotta il segnale di attacco, lasciando che le
imbarcazioni si avventassero contro l'assembramento nemico in
formazione sparsa lungo la costa, e riservando a sé il compito di
affrontare la bireme di Ironhair.
Per più di un'ora, raccontò, i due grandi vascelli si erano
fronteggiati in una sorta di danza compassata ma mortale, mentre
ciascun capitano cercava di aggirare l'avversario e di portarsi in
posizione di vantaggio. Fin dall'inizio Connor aveva capito che
Ironhair mirava a speronare la sua nave, sfondandone lo scafo sotto
la linea di galleggiamento con l'enorme rostro che sporgeva dalla
prua. Dal canto suo, Connor, che intendeva catturare la bireme
nemica, l'aveva costretta, mostrando di volerla affiancare, ad
adottare manovre difensive ed evasive. Aspettava che balzasse in
avanti, quindi scartava all'improvviso dalla propria rotta e si metteva
di lato per attraversare subito dopo la scia e posizionarsi alle spalle
in attesa del successivo attacco. Una tattica che aveva dato del filo
da torcere, ma l'intento di Connor era stato quello di catturare la
nave nemica, non di distruggerla, il che lo aveva esposto a un grave
rischio.
Ogni volta che i due imponenti vascelli si erano trovati vicini, dal
ponte posteriore della bireme di Ironhair le catapulte avevano
lanciato contro le vele di quella di Connor recipienti di olio bollente.
Sebbene molti proiettili fossero finiti in mare senza arrecare danno,
gli uomini avevano dovuto adoperarsi al limite delle forze per
spegnere le fiamme di ben tre di essi che, piombando sul ponte di
combattimento, avevano mandato in frantumi il legno stagionato e
impeciato, e sparso intorno l'olio bollente con il serio pericolo che il
fuoco incendiasse il sartiame e bruciasse tutto. Un compito duro
quello di molti combattenti che si erano visti esposti al duplice
rischio delle fiamme - non esiste nulla di peggio in mare - e delle
frecce. Da entrambe le parti gli arcieri scaricavano una pioggia di
dardi non appena i due vascelli si trovavano a breve distanza.
Connor mi disse che gli sarebbe piaciuto avere sulle sue navi un
contingente di uomini armati con gli archi di Pendragon, perché si
rendeva conto che nello scontro gli sarebbero state di grande
vantaggio la maggiore velocità e robustezza di quelle armi.
La strategia portante di Connor consisteva in una manovra alla
quale il suo equipaggio si esercitava da qualche tempo, e fino ad
allora tenuta in serbo in attesa del momento propizio. Dando a
vedere, anche a costo di apparire ridicoli e codardi, di voler evitare
il confronto diretto, Connor Mac Athol aveva giocato d'astuzia.
Inizialmente i suoi scarti laterali non avevano avuto uno scopo
preciso, salvo che, ogni volta che aveva evitato l'attacco nemico, si
era rapidamente portato alle sue spalle attraversando la scia e
ritirandosi a distanza di sicurezza. Ben presto, dopo numerose fughe,
i suoi uomini avevano cominciato a essere bersaglio di insulti da
parte degli avversari, non appena passavano loro vicino. Ma proprio
questo era stato l'intento: avevano fatto di tutto per meritarsi quegli
sberleffi così da mettere in atto la loro strategia, e a ogni manovra
evasiva avevano cercato di avvicinarsi lentamente alla costa. Da
ultimo un subitaneo attacco aveva portato la nave nemica entro i
confini della baia e direttamente verso le secche costiere. Questa
volta, non appena passata la bireme avversaria, Connor aveva dato
il segnale e immediatamente era cambiato il ritmo dei tamburi che
cadenzavano la manovra. I rematori sulla sinistra avevano levato i
remi, mentre quelli sulla destra li avevano abbassati, ruotando così la
pesante imbarcazione in modo che la prua fosse in linea con la
poppa avversaria a una distanza pari alla metà della gittata di una
freccia. I remi di sinistra erano quindi affondati nell'acqua, il rullo del
tamburo si era intensificato, la nave di Connor si era messa
all'inseguimento della bireme, che per la prima volta aveva dovuto
navigare in acque piene di secche, nel ruolo di preda.
A questo punto il capitano nemico si era trovato inerme.
Convinto di essere più abile del suo avversario, aveva allentato la
vigilanza e sottovalutato la minaccia. Un errore fatale. A ogni colpo
di remi, sotto la chiglia della sua imbarcazione l'acqua era diventata
sempre più bassa; d'altra parte il pericolo di venire speronato da
Connor gli aveva impedito di spostarsi lateralmente. Mostrando
grande coraggio e determinazione, aveva allora fermato la nave per
tentare di sottrarsi all'inevitabile. Nel breve arco di tempo necessario
ad affondare una sola volta i remi, i suoi uomini avevano
cominciato a remare all'indietro così subitaneamente che lo stesso
Connor era stato colto di sorpresa. Una manovra geniale, che lui
stesso non aveva potuto fare a meno di ammirare, sebbene si fosse
premurato di neutralizzarla, cambiando la rotta della propria bireme
in modo da affiancare il nemico invece di speronarlo direttamente a
poppa.
Mentre i due vascelli si accostavano, i vogatori di Ironhair
avevano cercato di ritirare i remi e ci sarebbero riusciti se la bireme
di Connor non fosse stata troppo vicina e i suoi uomini non avessero
reagito con immediatezza. Quelli che operavano sul fianco sinistro
avevano levato i remi verticalmente prima che quelli di destra del
vascello avversario tentassero di fare lo stesso. Scivolando lungo il
fianco destro dell'imbarcazione di Ironhair, la bireme di Connor ne
aveva spezzato i remi quasi fossero stati ghiaccioli, e facendo strage
anche degli uomini che, incatenati, erano stati colpiti da una pioggia
di schegge. I pochi che, seduti a prua, erano riusciti a ritirare i remi
erano stati travolti dalla confusione che era scoppiata alle loro
spalle.
Mentre i rematori di sinistra si erano trovati in posizione
sopraelevata sull'acqua, quelli della parte anteriore destra della nave
di Connor avevano dato fondo alle loro forze per portare la bireme
di fianco alla preda. Non appena erano stati sufficientemente vicini,
le due passerelle, a prua e a poppa, si erano abbassate artigliando il
ponte della nave nemica e creando un passaggio sul quale gli Scoti si
erano avventati come una marea urlante.
Ambrogio, Tress e io ascoltavamo a bocca aperta la descrizione
dello scontro. Il successivo combattimento corpo a corpo era stato
breve e decisivo; era stato un bene che nessuno dei suoi uomini fosse
incatenato ai remi, e che di conseguenza tutti avessero potuto
combattere. Connor si era impossessato della bireme e, salvo gli
schiavi e gli uomini del comando, aveva gettato l'equipaggio in
mare, lasciandolo libero di annegare o raggiungere la salvezza a
nuoto.
Soltanto in quel momento aveva prestato attenzione a quanto
succedeva alle altre imbarcazioni della sua flotta. L'intera costa era
ricoperta dei resti dei pescherecci e dei piccoli velieri che si erano
accodati alle navi da combattimento. Aveva saputo successivamente
che gli Scoti avevano ottenuto una vittoria strepitosa, infliggendo
pesanti perdite al nemico, affondando nove delle venti galee e
catturandone o danneggiandone gravemente altre cinque. Soltanto
sei erano riuscite a fuggire. Il prezzo della vittoria era stato di tre
galee affondate e due incendiate. Molti degli uomini di queste
cinque navi erano stati tratti in salvo.
Mi allietava la buona nuova della vittoria, ma ero impaziente di
sentire che ne fosse stato di Ironhair e Carthac. Le informazioni di
Connor al riguardo mi lasciarono penosamente sorpreso. Nessuno
dei due uomini si era trovato a bordo della bireme. Il capitano,
catturato, aveva riferito che Ironhair non era con la flotta e neppure
in Cambria con gli eserciti. Non si trovava neppure in Cornovaglia,
anzi da più di due mesi nessuno lo vedeva. Era lontano, insieme a
Carthac, impegnato a rafforzare l'esercito.
A quelle notizie Connor si era messo immediatamente sulle mie
tracce, dapprima navigando verso nord dove i contingenti di Huw
premevano sullo sfortunato nemico ormai ridotto a combattere su
una stretta lingua di terra, poi muovendo rapidamente a sud e a est
per intercettarmi a Cardiff. Essendovi giunto troppo tardi, si era di
nuovo spinto verso meridione dove aveva trovato la flotta di suo
fratello Brander ancorata nel punto della costa più vicino a Camelot.
Si era quindi mosso nell'entroterra, arrivando alla colonia prima di
noi.
Le notizie di Connor su Ironhair non mi giungevano affatto
gradite, perché avevo confidato che lo scontro si sarebbe concluso
con la cattura o la morte di quel mio irriducibile nemico. Sapere che
era ancora vivo, e quindi una minaccia, mi lasciò muto e sgomento.
Sentivo le dita di Tressa che si stringevano intorno alle mie e la
sua mano che premeva la mia, ma non sapevo se lo facesse per
darmi coraggio o condividere la mia angoscia. Ambrogio e Connor
sedevano in silenzio, con lo sguardo fisso su di me, in attesa che
parlassi. Ambrogio aveva la fronte aggrottata, perplesso.
«È ancora vivo» dissi alla fine. «Vivo e pericoloso. Non è quello
che speravo e che mi occorreva! Che sia maledetto!»
«Non sono buone nuove, fratello» intervenne Ambrogio ancora
più corrucciato in viso. «Ma voglio chiederti una cosa, e sappi che la
mia domanda deriva da ignoranza e curiosità. Perché quest'uomo
crea tanta ansia in te? Mi sembra che te la prenda troppo. So che
siete nemici, so anche che in passato lui ha cercato di corrompere
qualche persona che ti era vicina. L'hai cacciato da Camelot, ma lui
non ha mai tentato di tornare. Perché basta pronunciare il suo nome
per provocare la tua furia?
Peter Ironhair non ha mai costituito una minaccia diretta per
Camelot. Non ci ha mai attaccato direttamente. Ha invaso la
Cambria, certo, ma solo per venire in aiuto a Carthac Pendragon,
che, per quanto appaia grottesco, potrebbe aspirare al trono per via
dei suoi legami di sangue. Forse pretestuosamente Ironhair gli ha
dato un appoggio. Ma per le sue gesta in Cambria non crucciarti
troppo. Se mai muoverà contro Camelot, allora avrai tutte le ragioni
per volerlo morto. Nel frattempo credo che le tue ansie siano
eccessive e che tu faccia male a comportarti così.»
Lo fissavo mentre parlava, senza neppure tentare di nascondere il
mio stupore e, lo confesso, il mio disappunto. Per la prima volta
avevo manifestato le mie convinzioni e motivazioni. Sentirlo
esprimere il suo disaccordo in modo così netto, mi mandò il sangue
alla testa, e a fatica cercai di frenare la lingua e non ribattere con
asprezza. Mi sforzai di fare mie le parole di Ambrogio e, per quanto
mi era possibile, di valutare in modo imparziale il mio atteggiamento
e vedermi con i suoi occhi. Ma non ci riuscii: la rabbia esplose
sopraffacendo ogni pensiero razionale. Ambrogio capiva di avere
provocato quel mio sfogo. Ma aveva parlato con sincerità e senza
paura.
Il silenzio si protrasse. Seduto immobile, Connor pareva una
statua; Tress, lo intuivo, teneva gli occhi bassi. Risposi quando
finalmente fui sicuro di poter parlare con calma.
«Vediamo se riesco a soddisfare la tua curiosità. Conosci il vecchio
detto: "Il nemico del mio nemico è mio amico"?», e quando annuì,
proseguii: «Immagino che accetti questo principio, non è così?».
«Sì, credo di sì» assentì stringendosi nelle spalle.
«Che cosa ne dici del corollario: "Il nemico del mio amico è mio
nemico"? Sei d'accordo? Non rispondere ora, perché in questo
momento non è importante. È importante invece che io ci creda. Tu
e io non abbiamo ancora parlato delle ultime fasi della campagna in
Cambria, ma la svolta c'è stata quando Huw Fortebraccio divenne il
condottiero di tutta Pendragon. Huw non ha ambizioni per se
stesso: se ne avesse, da tempo si sarebbe messo in lotta per il trono.
Oggi è un signore della guerra. Ha giurato che si batterà per l'onore
e la libertà di Pendragon in Cambria, al servizio dell'uomo che
ritiene il vero re, l'erede del sovrano al quale fu fedele fino
all'ultimo, Uther Pendragon. Huw oggi regna, o regnerà, in Cambria
quale reggente di Artù, proprio come Flavio Stilicone governò a
Roma quale reggente del giovane imperatore Onorio.»
«Speriamo che faccia meglio di Stilicone» borbottò Ambrogio.
Non coglievo nulla di divertente in quella risposta. «Lo ritieni
improbabile?»
«No, naturalmente.» Scuotendo la testa, Ambrogio cercò di
Placarmi. «È stata una battuta infelice. Continua, per favore. Non
sapevo nulla delle vicende di Huw Fortebraccio. Ritieni davvero che
si schiererà a favore delle rivendicazioni di Artù?»
«Indubbiamente. Ho portato con me Llewellyn, il più fidato dei
capitani di Huw, fabbro e soldato. Condurrà Artù con sé in Cambria,
in incognito, perché stia tra la sua gente per un anno e ne apprenda i
costumi e i modi di vita. Il progetto mi rallegra perché sono
convinto che gli gioverà adattarsi a nuove abitudini, sottratto alla
tua e alla mia influenza. Ma ora che vengo a sapere che Ironhair è
vivo e vegeto, che sta raccogliendo un esercito da qualche parte, ne
sono preoccupato. Nel caso di una nuova invasione, il giovane Artù
sarebbe isolato, senza il nostro aiuto.»
«Qualora preparasse una nuova invasione, mentre Artù è in
Cambria, Ironhair sarebbe, in tali circostanze, una minaccia alla pace
e un pericolo per nostro nipote...»
«Anche mio nipote!» interloquì Connor.
«Sì, anche tuo nipote» proseguì Ambrogio. «In tal caso tutto
cambierebbe. Non ero al corrente del tuo progetto.»
Annuii, ammansito, e continuai. «Grazie per queste parole, ma
ascolta ancora. Ho avuto modo di conoscere Peter Ironhair, e so che
uomo è. Tu no. In diverse circostanze, di lui arriverei a dire che è
simpatico. Ha molte qualità - acuta intelligenza, grande forza,
notevole arguzia - e sa mostrarsi generoso con gli amici e con gli
alleati. Molti lo seguono istintivamente, perché ha le doti del capo.
Ma ha anche alcuni tratti detestabili. Qualcosa non va in quell'uomo,
qualcosa dentro di lui, e non si tratta di ambizione. L'ambizione la
tollererei. Si è dimostrato essenzialmente venale e traditore, un
essere infido e spregiudicato, capace di tutto per conseguire i propri
scopi. Esperto in intrighi, corrompe e seduce gli amici portandoli al
delitto. Una serpe. Lo ucciderei senza alcuno scrupolo come si uccide
una vipera, e poi ne sarei lieto, perché avrei eliminato un pericolo
dal mondo. Lo odio, ma soprattutto lo temo e ne diffido, non
l'uomo in sé, ma la sua malvagità. Mi sentirei meglio se sapessi che è
morto.»
«Comincio a capire» disse Ambrogio arricciando il naso.
«No, Ambrogio, sono sicuro di no. Non hai mai conosciuto Julia,
la moglie di Ettore e la madre di Bedwyr, una donna dolce e
amabile, che non ha mai fatto male a nessuno. Morì per mano dei
sicari che Ironhair mandò a Camelot con l'incarico di eliminare il
piccolo Artù. Se non altro per punirlo di quel delitto ho giurato che
un giorno lo avrei ucciso. Prima di allora, Camelot era un vero
paradiso terrestre. Ironhair ha distrutto l'innocenza e ci ha costretti
ad andarcene, impauriti e diffidenti.»
Intervenne Connor cambiando argomento. «Hai detto che sta
rafforzando il suo esercito. Come può farlo? So che usa truppe
mercenarie, ma da dove prende l'oro per pagarle? I mercenari sono
sanguisughe, avidi di denaro. Chi non li soddisfa lo fa a proprio
rischio e pericolo.»
«No, Connor, Ironhair non ha bisogno di soldi.» I miei compagni
mi guardarono aspettando che spiegassi la mia affermazione. «Ne ho
parlato più volte con Huw e Llewellyn. I mercenari di Ironhair non
sono della Britannia, molti vengono dalla Borgogna, dalla Gallia,
alcuni sono Franchi. I Borgognoni già davano fastidio ai Romani
molto prima che le legioni si ritirassero dalla Gallia; si è combattuto
aspramente nell'intera regione dall'altra parte del Mare Stretto. Sono
terre assai più popolate della Britannia, e vi domina l'anarchia. Vi
vivono migliaia di uomini diseredati, banditi e briganti. Sono le
truppe di Ironhair. Promette loro il bottino di cui si impadroniranno
in Britannia; promette loro abbondanza di cibo, di donne, di alcol;
promette loro una casa. Accorrono in gran numero ad arruolarsi
sotto le sue insegne perché combattono nel proprio interesse; sono
nemici crudeli e implacabili. La sua unica difficoltà è tenerli sotto
controllo, ma poiché li lascia scorazzare liberi di fare quello che
vogliono purché servano al suo scopo, si tratta di una difficoltà
irrilevante.»
Seguì una pausa e in quel momento qualcuno bussò alla porta.
Lanciai un'occhiata ad Ambrogio, che stringendosi irritato tra le
spalle chiese urlando chi fosse. Riconobbi immediatamente la voce
pacata di Artù, e lasciando la mano di Tressa, mi avviai a grandi
passi verso la porta. L'aprii atteggiando il viso a un sorriso che mi si
gelò sul viso non appena mi trovai davanti a un giovane alto come
me, che mi guardava negli occhi senza dover alzare il volto. Non
avrei mai immaginato che in quei pochi mesi fosse cresciuto tanto.
Lo avevo lasciato ragazzo sulla soglia di diventare adulto e lo
ritrovavo uomo fatto.
Indietreggiai di un passo, fissandolo. Percepivo la presenza di una
giovane donna alle sue spalle, ma la ignorai intento com'ero a
scrutare Artù Pendragon e a notare i cambiamenti che scorgevo in
lui. Esitava sulla soglia, sorridendo timidamente verso di me e
annuendo incerto in direzione di Ambrogio, Connor e Tressa quasi a
volersi scusare della sua intrusione. I suoi occhi tornarono a posarsi
su di me.
«Sii benvenuto, Merlino» disse con voce esitante. «Mi sarebbe
piaciuto accoglierti al tuo arrivo. Non ti aspettavamo fino a domani.
Ne sono dispiaciuto.»
Mi avvicinai a lui, allargando le braccia e stringendolo al petto
con vigore. Restituì l'abbraccio, quindi mi scostai per osservarlo
meglio.
«Sei cresciuto. Lo immaginavo, ma nessuno mi aveva avvertito che
eri diventato un uomo.» Sorrise, ma prima che potesse rispondere,
mi misi di lato per stringere la mano alla giovane Morag che se ne
stava timidamente alle sue spalle. «Entra, Morag, sono lieto di
rivederti. Com'è andata la caccia? Conosci già Ambrogio e Tress;
conosci anche Connor, lo zio di Artù?» Annuì lanciandogli un sorriso,
rivolse un lieve cenno del capo ad Ambrogio e Tressa, quindi tornò
a mettersi al fianco di Artù.
«Abbiamo ucciso un cervo» disse questi rispondendo per lei. «Un
bell'animale. Ma sono stato io a colpirlo, perché all'ultimo momento
Morag non se l'è sentita di farlo.» Si strinse nelle spalle sotto il mio
sguardo indagatore. «Lo avrei lasciato andare, ma Shelagh lo aveva
inseguito tutta la mattina. Non volevo sembrarle ingrato.»
«Hai deciso per il meglio» lo rassicurai sorridendo. «Naturalmente
stai bene...»
«Sì... Perdonatemi per avervi interrotto... Volevo vederti,
Merlino, e darti il benvenuto.»
«Non crucciarti... sono contento che tu sia venuto. Sei appena
tornato?»
«Non te lo dice l'odore del sudore? Sono venuto qui di corsa
senza neppure togliere la sella al cavallo.»
«Vergogna! A cosa ti sono serviti i miei insegnamenti? Corri dal
tuo cavallo. Quando sarai pronto, avremo finito anche noi, e allora
staremo insieme.»
Rimasi vicino alla porta, tenendola socchiusa mentre i due giovani
si allontanavano. Artù era alto e forte, stretto in vita e largo di
spalle, con gambe muscolose e lunghe. Indossava una tunica
imbottita di color verde, stretta da una cintura, che metteva in
risalto l'ampiezza delle spalle; i gambali erano infilati in un paio di
stivali di un cuoio morbido ed elastico. I capelli scuri gli ricadevano
sulle spalle. Quando furono a una decina di passi, Artù cingendo con
il braccio la vita di Morag richiamò la mia attenzione sulla figura
della giovane che, come notai, si era lasciata alle spalle le forme
infantili. Sentivo la presenza di Ambrogio dietro di me.
«Che ne dici? Non c'è ombra di dubbio che è della nostra stirpe,
eh?»
«No» gli detti ragione. «È uno di noi... per come è diventato alto e
forte e per come guarda una bella ragazza. Sono... cioè...»
«Vuoi sapere se fanno l'amore? No, a meno che non mettano in
atto qualche magia. Quella giovane donna è guardata a vista, non
meno di come fai tu con la tua spada. Re Brander osserva i suoi
doveri con grande senso della responsabilità. I due ragazzi sono
sempre insieme, ma non rimangono mai soli per il tempo che
sarebbe necessario a combinare qualcosa. Se Shelagh non li
accompagna, sono sotto gli occhi di Brander, o di Salina, o di Tress
oppure sotto il mio sguardo. Non hanno il tempo di macchinare
qualcosa. Non del genere amoroso per lo meno.»
Connor, che nel frattempo se ne era stato in silenzio, prese a
ridacchiare, quasi fosse stato a parte di un segreto.
Colsi il suo sguardo.
«Che hai da sogghignare, Connor?»
«Niente, niente!» protestò con aria innocente. «Sono
impressionato dall'efficienza delle misure di sicurezza in vigore a
Camelot, perché una cosa so per certo: se fossi mio nipote e fossimo
nelle nostre isole, niente, né in terra né in cielo, riuscirebbe a
impedirmi di infilarmi tra le gambe della mia bella.»
«Connor Mac Athol, sei un rubacuori» intervenne Tressa prima
che riuscissi a rispondere. «Nessuna donna potrebbe resisterti. Non è
quello che dici? Ma qui si tratta di una storia d'amore tra un
giovanotto squisito e una dolcissima fanciulla vegliata
continuamente. Sta' attento, perché un giorno voglio proprio sentire
da tua moglie come te la cavi.»
«Che linguaccia per essere così bella e giovane» ribatté Connor
con un sospiro profondo.
Tornai a guardare Ambrogio. «Non avrei mai creduto che potesse
crescere così in fretta. È un gigante. Come si è comportato durante il
viaggio? Ti ha dato seccature?»
«È stato impeccabile, meglio di come avrei creduto. Mi aspettavo
che gli ci volesse un po' di tempo per adattarsi a me dopo essere
stato così a lungo sotto la tua protezione, ma non ci sono state
difficoltà di sorta. Fin dal primo momento, quando ci siamo avviati
sui nostri cavalli, si è dimostrato disponibile a imparare, pronto ad
assorbire tutto quello che gli dicevo e adeguarsi prontamente ai miei
desideri e alle mie abitudini. L'ho tenuto sotto pressione
impegnandolo senza posa, ma ci sono state volte in cui ci siamo
scambiati idee e opinioni che sono servite a farci conoscere meglio. È
un giovane ammirevole; di lui hanno stima anche le mie truppe.
Una volta, durante il viaggio, quando non c'era più nulla da
temere da parte di Horsa, lo mandai in una missione di
pattugliamento con un gruppo di Scoti, quale osservatore e sotto la
costante sorveglianza dei miei comandanti. I rapporti che mi
vennero inoltrati su come si era comportato furono così eccellenti
che alla fine mi convinsi ad affidargli il comando di un'azione di
ricognizione. Non trascurai tuttavia di mettergli al fianco uno dei
miei decurioni anziani, tanto per essere sicuro che niente andasse
storto. Se la cavò magnificamente dimostrando di non avere bisogno
di tutela.»
«Lo sapeva di essere sotto sorveglianza?» chiesi ricordando che
mio padre e lo zio Varro avevano fatto lo stesso con me e Uther in
occasione della nostra prima spedizione ricognitiva.
«Non credo che abbia avuto sospetti» mormorò Ambrogio. «Se se
n'è accorto, l'ha nascosto benissimo.»
«Da quanto tempo è qui Morag?» domandai chiudendo la porta
perché ormai la coppia si era allontanata ed era uscita dal nostro
campo visivo.
Ambrogio fece un segno della testa verso Tressa. «Tre settimane,
Tressa?»
«Quasi quattro. È arrivata la settimana dopo che tu e Artù siete
tornati.» Mi si avvicinò e mi cinse alla vita con un braccio.
Per qualche tempo discutemmo della situazione nella Cambria e
alla fine decidemmo che per tutto l'imminente inverno avremmo
mandato spie in Cornovaglia per cercare di capire quello che aveva
in mente Ironhair.
Connor partecipava appena al dibattito, e gli chiesi quanto
contava di fermarsi. Alzatosi in piedi e stiracchiandosi, in precario
equilibrio su un piede e sulla gamba di legno, annunciò che sarebbe
partito la mattina dopo.
«E tuo fratello?»
«Brander? Che cosa vuoi sapere di lui?»
«Ha chiesto di conferire con me e, stando ad Ambrogio, non gli ci
vorrà molto tempo. Poi partirà. Ha varie faccende di cui occuparsi.
Potreste raggiungere insieme la costa, se entro stasera riesco a finire
con lui.»
«D'accordo» acconsentì Connor. «Andrò a dormire per un po'. Sto
invecchiando. Se non compaio a cena, manda qualcuno a
svegliarmi.»
Quella sera a cena sedetti vicino a Brander e a sua moglie. Fu
subito chiaro che non c'erano molte cose da dibattere: a Brander
stava a cuore assicurarsi che fossero rinnovati i contratti di affitto di
Liam il Gobbo sulle terre meridionali di Huw Fortebraccio per un
minimo di tre anni fino a un massimo di cinque. Si erano accorti che
le nuove razze di bovini non si adattavano all'asprezza degli inverni
nordici e avevano bisogno di pascoli in zone più miti.
Non c'era motivo di dubitare che Huw avrebbe acconsentito al
ritorno di Liam perché la convivenza era stata di reciproco vantaggio
e Liam si era ingraziato i Pendragon che vivevano a sud, i quali
sapevano essere assai poco cordiali, quando così a loro andava.
Dissi a Brander che Huw era sopravvissuto alla guerra in Cambria
e che non ci sarebbero state difficoltà a trovare un accordo.
Il nuovo re assentì con aria benevola, convinto ormai di
potersene tornare in patria con la certezza di un futuro di pace.
I due fratelli concordarono di partire insieme il giorno successivo.
Mentre li ascoltavo, cominciai a chiedermi quale sarebbe stata la
reazione di Artù. Guardandomi intorno nel refettorio, lo scorsi con i
suoi amici Bedwyr, Gwin, Ghilly, intenti tutti insieme ad ascoltare
Dedalo. Ded era solito intrattenere i convitati con storie di guerra, di
straordinari eventi o più di frequente con battute di umorismo nero.
Non avevo ancora finito di formulare questo pensiero che l'intera
tavolata scoppiò a ridere, i giovani con altrettanta allegria dei soldati
anziani. Sporgendomi in avanti sulla destra, scorsi Morag seduta
accanto a sua madre, con il viso rivolto alla vivace e rumorosa
brigata. Che Artù si sarebbe dispiaciuto per la partenza della giovane
era indubbio. La nuova avventura in Cambria sarebbe stata un
efficace rimedio. Con l'energia e la curiosità dei giovani avrebbe
saputo seppellire il dolore, distratto dalle difficoltà del nuovo
compito che gli si prospettava. Decisi sui due piedi di allontanarlo in
fretta.
Il gomito destro di Tressa mi si affondò nelle costole mentre la
sua mano sinistra si posava sulla mia. «Stai guardando un'altra
donna, Caio Merlino. Dovrei ingelosirmi?»
Mi volsi verso di lei e le accarezzai una guancia. «Perdonami,
amor mio. Non credevo che te ne saresti accorta.» Poi le sorrisi
scuotendo la testa. «Pensavo ad Artù. Che cosa farà quando Morag
partirà?»
«Sarà diverso stavolta» rispose lanciando uno sguardo ad Artù.
«Allora si conobbero e subito si separarono. Questa volta sono stati
insieme per settimane. Non si sono mai lasciati, ma sapevano che si
sarebbero di nuovo divisi non appena tu fossi tornato. Avranno
fatto qualche progetto per rivedersi. Vedrai, amor mio. Non ci sarà
rabbia questa volta: dispiacere ma non rabbia.»
Mi era vicinissima e io sentivo la fragranza dei suoi capelli puliti e
il profumo delle erbe aromatiche che portava in un piccolo portaprofumi sul petto. Pieno d'amore per lei, le posai una mano sulla
coscia, sotto il tavolo, ma la tolsi immediatamente dopo una breve
stretta. Dovevo in ogni modo tenere la mente lontana dai piaceri
che mi erano irresistibilmente vicino. Accorgendosi che avevo ritirato
la mano, mi sorrise.
«Sii paziente, amor mio. Quanto ancora dovrai fermarti a parlare
dopo cena?»
«Poco, spero» dissi con un profondo sospiro. «Forse dovrò
intrattenermi con il vescovo Enos per qualche tempo, ma soltanto
domani incontrerò i legati della Northumbria. Per prima cosa,
quindi, il vescovo Enos; subito dopo mi sentirò costretto a
sottoporre alla tua attenzione alcune questioni, questioni
urgentissime, che, spero, vorrai aiutarmi a risolvere rapidamente e
piacevolmente.»
«Rapidamente?» disse sorridendo. «Sì, tanto per cominciare.
Piacevolmente? Questo te lo prometto. Ma dovrai dedicarmi un bel
po' di tempo, comandante Merlino. Intendo intrattenerti a piacer
mio e tuo.»
Mi afferrò la mano inerte e lentamente ne baciò il dorso per farmi
sentire la pienezza delle sue labbra. Mi schiarii la gola e spinsi la
sedia all'indietro, chinandomi per carezzarle l'orecchio con la mia
bocca, e mi sentii pervadere dalla dolcezza del suo profumo.
«Non resisto più» le sussurrai. «È più di quanto sia capace di
sopportare. Se mi concedi licenza, vado subito dal vescovo sperando
che quanto avrà da dirmi mi lascerà tornare immediatamente da te.»
Chinò la testa sorridendo lievemente, e io mi accinsi a raggiungere
Enos che sedeva insieme ai suoi prelati.
Vedendomi, fece l'atto di levarsi, ma da lontano gli indicai di
restare seduto. Mi avvicinai a lui e gli posai una mano sulla spalla,
consapevole della curiosità di tutti gli altri vescovi che mi
squadrarono e subito distolsero lo sguardo fingendo di volerci
lasciare parlare in privato.
Il vecchio si piegò di lato e prese a fissarmi, il viso tranquillo e un
sorriso accattivante in attesa che cominciassi.
«Perdonatemi, eminenza, se vi ho trascurato finora. Non era mia
intenzione. So che avete qualche informazione da darmi...»
«Sono io che dovrei chiedervi venia, Caio Merlino» mi interruppe
levando la mano per arginare le mie parole mentre il sorriso gli si
allargava in viso. «Le notizie che porto sono destinate a voi, ma non
sono così urgenti da dover essere ascoltate subito. Mi dispiace di
avervi dato questa impressione. Siete appena tornato e vi aspettano
nuove responsabilità. Il tempo è prezioso per voi. Credetemi se vi
dico che non c'è fretta. Ci sono re e uomini di alto rango che
desiderano conferire con Caio Merlino: le loro esigenze vengono
indubbiamente prima delle mie. Sono qui per porgervi gli auguri di
un uomo che si è raccomandato che ve li esprimessi di persona.» Ero
sul punto di rispondere, ma con un lieve e aggraziato movimento
della mano mi invitò al silenzio. «Non vi dico che la semplice verità,
Caio. Vi porto soltanto dei voti augurali... non sono latore di
ambascerie che richiedono l'immediata attenzione, non porto notizie
di catastrofi o dolori.»
«Avete notizie di Germano?»
«Sì, dalla Gallia. Veniamo da lì con un incarico da parte sua. Vi
considera uno dei pochi amici stretti e fidati che abbia in Britannia.
Sarete felice di sapere che sta bene, sebbene sia oppresso dal lavoro
e abbia troppe preoccupazioni. Ho una sua lettera per voi.»
«Vi ringrazio. Mi avete incuriosito. Quali doveri può il vescovo di
Auxerre avere assegnato ai vescovi della Britannia? Certamente
agisce al di fuori della sua giurisdizione.»
«Sarebbe così se il nostro impegno fosse esclusivamente con il
mondo degli uomini, ma quando si tratta dell'anima immortale e del
rapporto con Dio, il concetto di giurisdizione terrena perde
significato.»
Quelle parole mi coglievano di sorpresa e, spinto dal desiderio di
saperne di più, chiesi al vescovo di spostarsi sulla panca perché
potessi sedermi vicino a lui. Ci furono sussurri intorno alla tavola
mentre i convitati si stringevano per farmi posto. Borbottai un
ringraziamento prima di tornare a dedicare tutta la mia attenzione al
prelato.
«Pelagio? Ancora? Pensavo che la controversia si fosse conclusa.»
«Ne eravamo convinti anche noi l'ultima volta che l'abbiamo
affrontata. Come ricorderete, il dibattito fu lungo. Non tutte le
conclusioni cui arrivammo allora furono di piena soddisfazione per
alcuni. Erano chiare e i precetti avevano efficacia assoluta: Pelagio fu
dichiarato eretico e blasfemi i suoi insegnamenti. Non ci sarebbero
state sanzioni e castighi per chi riconosceva l'errore e si adoperava
per porvi rimedio. Furono istituite alcune scuole nelle quali la parola
divina sarebbe stata insegnata con somma chiarezza secondo i
principi dei Padri della Chiesa. I vescovi che, trasgredendo queste
regole, continuavano per la strada additata da Pelagio erano
automaticamente scomunicati, allontanati dal consorzio della Chiesa.
Naturalmente non potevano né ricevere né amministrare i
sacramenti.»
Non tentai di nascondere la mia perplessità. «Lo ricordo; i vescovi
convocati avevano accettato questa linea di condotta. Forse alcuni
avrebbero dissentito, ma concordarono e si impegnarono ad
attenersi ai principi dei Padri. Ero presente. Può darsi che non abbia
capito tutti i punti, ma ricordo le conclusioni. Germano stesso me le
spiegò. Rappresentavano un punto fermo. Come mai ora insorgono
nuove difficoltà?»
Enos abbassò gli occhi sul piatto di legno davanti a lui sulla
tavola, e io seguii il suo sguardo. Il piatto era pulito e vuoto, salvo
che per l'ossicino di qualche volatile e alcune briciole di pane. Aveva
mangiato poco. Tese la mano e con un dito premette un paio di
briciole, portandosele alla bocca. Fu un gesto lento, pensoso.
Con un sospiro volse lo sguardo su di me.
«Vi ricordate di Agricola? Il vescovo, non il soldato.»
Corrugai la fronte cercando di rivangare nella memoria e di
lasciare da parte il ricordo di Giulio Agricola dell'antichità. «Il
vescovo Agricola? Sì, lo incontrai a Verulamium, credo,
nell'accampamento di Vortigern, se la memoria non mi tradisce.
Erano amici, anche se non stretti. Vi riferite a lui?»
«Sì, era e rimane il più illustre tra i maestri del credo di Pelagio.
Vortigern, che simpatizzava per quei principi sebbene non li abbia
mai adottati apertamente e non ne sia mai diventato un seguace,
accolse Agricola nelle sue terre e gli consentì di viverci. Aveva un
confidente e amico, Fastidius. Lo avete conosciuto?»
«No, credo di no. Perché?»
«Agricola e Fastidius erano in gioventù seguaci di Pelagio. Oggi
sono vecchi, ma ancora seguono le dottrine apprese nella giovinezza
e le insegnano contravvenendo alle leggi.»
«È terribile! Sono uomini di Dio e hanno accettato pubblicamente
di attenersi ai principi stabiliti a Verulamium. Se recedessero
dall'impegno assunto, si esporrebbero all'accusa di essere ipocriti e
infidi. Sarebbero certamente colpiti da scomunica.»
Sentivo che intorno a me gli altri vescovi ascoltavano
apertamente quello che dicevamo; lanciando uno sguardo a uno di
loro, seduto all'altro lato della tavola, Enos emise un sospiro e scosse
la testa. In quel momento, dalla parte anteriore del salone, giunse
un'esplosione di suoni: erano entrati alcuni dei musici di Connor e
stavano accordando gli strumenti in preparazione dello spettacolo.
Tendendo la mano, Enos mi afferrò il polso, mentre il volto gli si
velava di un'espressione che mi parve di rassegnazione. Annuendo
con la testa, indicò i musici.
«Mi avete portato lontano con il mio discorso, Caio, e ora io vi
accompagnerò per il resto della strada. Perché non usciamo? Tra
qualche istante non potremo più parlare.»
Mi alzai per seguirlo in cortile, lanciando nel passare uno sguardo
di intesa e un sorriso a Tressa, e facendole con la mano segno che mi
aspettasse.
Usciti dal rumoroso salone e avvolti nel silenzio fresco del cortile
vuoto, Enos mi condusse verso una panca lunga e bassa contro il
muro nord. Si sedette e intorno alle spalle si strinse il mantello per
ripararsi dall'aria autunnale già gelida.
«Dove eravamo rimasti?» chiese sistemandosi. «Ah, sì.
Discutevamo dell'atteggiamento assurdo di un uomo di Dio che sfida
i precetti della fede e si espone alla minaccia di essere scomunicato.»
«Sì, è ridicolo.»
«Certamente.» Mi guardò pensoso, la testa china da un lato.
«Spero che mi perdonerete, Caio Merlino, se vi sembrerà che sia
l'ignoranza a dettarmi le parole. Non ci conosciamo bene, noi due.
Sono stato il confessore di vostra zia Luceia e ho raccolto i suoi più
riposti pensieri, ma voi e io non ci siamo frequentati. So che avete
conosciuto Germano, mio santo fratello, sulla via che conduce a
Verulamium, e che lo avete aiutato a ottenere una clamorosa
vittoria contro le forze pagane avversarie, ma credo che conosciate
poco Pelagio e i suoi insegnamenti. Ho ragione?»
«Su Pelagio avete perfettamente ragione. Lo conosco poco. Ma
ancora meno so della clamorosa vittoria cui avete accennato. A che
cosa vi riferite? Conobbi Germano mentre con la sua gente era stato
intrappolato dai banditi in una fattoria abbandonata. Li salvammo
senza gravi perdite per noi. Ma era stata una scaramuccia, non una
battaglia con i suoi vincitori e i suoi vinti. In seguito non ci furono
altri combattimenti, tranne uno scontro irrilevante con aspiranti
banditi a Verulamium. A quale vittoria vi riferite?»
«La vittoria dell'Alleluia, come viene comunemente chiamata.»
«Cosa?»
«Lasciate che vi spieghi» disse Enos levando una mano. «Stando al
vescovo Germano, che mi riferì tutta la storia per protestare contro
la versione che ne era stata data, lui e i suoi uomini, ritenendo di
trovarsi in una zona priva di pericoli, avevano trascurato la solita
prudenza. Li accompagnavano, sì, alcuni soldati, ma altro non erano
che una guardia d'onore, quello che rimaneva della guarnigione
romana in Gallia, e avevano seguito Germano e gli altri ecclesiastici
di loro iniziativa. Germano, che era stato soldato, procedeva armato
di tutto punto per poter proteggere il corteo se mai si fosse profilata
qualche minaccia. Si comportavano, com'è naturale, da chierici, non
da militari. Passarono una notte in un casolare abbandonato e al
mattino, al risveglio, si trovarono circondati da una schiera armata di
Pitti e Sassoni. I prelati credevano che sarebbero morti tutti
quand'ecco che da un'altura si scatenò una pioggia di frecce. I
proiettili letali e precisi nella traiettoria seminarono il panico tra i
nemici che si videro costretti ad abbandonare il bersaglio e
fronteggiare i nuovi attaccanti. La ritirata consentì a Germano di
condurre i suoi uomini fuori della trappola. E quando i prelati
furono in salvo, si mise a capo dei pochi armati del suo seguito per
inseguire gli aggressori.
So che voi eravate uno degli arcieri appostati su quell'altura e che
con altri due avete distratto gli assedianti dal loro obiettivo. Nel
frattempo avete ordinato alla cavalleria di entrare nella valle da
settentrione e di percorrerla in direzione sud per soccorrere gli
assediati. Gli attaccanti, riconoscendosi vinti, si spaccarono in
gruppetti che furono facilmente schiacciati.»
Tacque e mi sorrise. «È una ricostruzione precisa di quanto
accadde quel giorno?»
«Precisa, salvo il fatto che io, dall'alto della collina, non avevo
capito che cosa avesse scatenato lo scontro.» Mi fermai stringendomi
nelle spalle. «Sì, si può parlare di vittoria, ma non fu clamorosa. Ci
capitò di trovarci nel luogo giusto al momento giusto con il giusto
contingente di uomini. I nemici erano una massa di sbandati. Il
risultato era inevitabile.» Esitai. «Come mai fu chiamata la vittoria
dell'Alleluia?»
Enos ridacchiò, un mormorio sommesso ed esitante. «I vescovi
sono uomini di Dio ma anche uomini come tutti gli altri. Per voi fu
una schermaglia, una delle tante, un piccolo incidente, avete detto,
che si concluse con perdite irrilevanti. Ma i vescovi, Caio Merlino, i
vescovi! Ai loro occhi quell'avvenimento fu di ben diversa natura.
Immaginatevi di vedere la scena con i loro occhi!
Avevano viaggiato molto più a lungo e si erano spinti molto più
lontano di quanto fossero mai stati soliti fare. Si erano accampati per
la notte in una piacevole vallata, al riparo di un muro in rovina.
Dopo avere pregato fino a tarda notte, si erano coricati per trovarsi,
al risveglio, a dover fronteggiare una morte crudele per mano di
selvaggi dal corpo dipinto e di Sassoni dagli elmi ornati di corna che
urlavano di volerli sterminare. Germano, loro guida spirituale e loro
condottiero, non era in grado di proteggerli. Non poteva
contrattaccare, c'era un'unica via d'uscita, e questa era sorvegliata dai
nemici. Gli uomini di Dio caddero in ginocchio e pregarono di avere
salva la vita. E mentre pregavano una pioggia di frecce prese a
cadere dal cielo uccidendo gli assedianti e mettendoli in fuga. Pochi
istanti dopo, Germano li portò in salvo al di là della cinta del
casolare nel quale si erano visti intrappolati. Li lasciò in luogo sicuro
sotto la protezione di una scorta e con gli uomini armati si mise a
inseguire il nemico. Prima di accingersi all'attacco gridò: "Alleluia, sia
lode a Dio.".
Non appena i vescovi in preda al terrore caddero in ginocchio per
rendere grazie al Cielo, sentirono il rumore di un'altra schiera che si
avvicinava e quando i nuovi salvatori, miracolosamente apparsi,
passarono loro accanto, i vescovi tornarono a gridare: "Alleluia!" e
l'invocazione fu ripetuta dai cavalieri al galoppo che si gettarono
nella mischia con quel grido sulle labbra...» Tacque e per qualche
tempo rimase a fissarmi prima di concludere.
«Come vedete, figlio mio, siete stati testimoni, voi e loro, dello
stesso avvenimento, ma lo avete vissuto in modi assai diversi. Per i
confratelli chierici, rincantucciati vicino a quel casolare abbandonato,
la salvezza fu opera miracolosa, un intervento divino che li soccorse
nell'estremo pericolo. Ne sono convinti. Voi dite di esservi trovati
per puro caso lì al momento giusto con il giusto contingente di
uomini. Loro credono che foste mandati dal cielo in loro difesa nel
momento del maggior bisogno. Se non fosse andata così, il vescovo
Germano sarebbe morto e non si sarebbe mai svolto il concilio di
Verulamium. Quale delle due versioni è la più attendibile? In quanto
cristiano, potete mettere in dubbio la loro e negare che Dio sapesse
che eravate nei pressi quel giorno?»
«Ma... la portata dell'avvenimento, Enos! Si trattò di una
scaramuccia!»
«Ah!» Un'esclamazione sbrigativa e secca. «Le conseguenze furono
di poco conto? Il concilio di Verulamium? Il vostro intervento quel
mattino salvò la vita del vescovo e il Grande Dibattito sulla fede.
Rafforzò le fondamenta stesse della Chiesa e significò il naufragio di
un'eresia. Sono fattori, Caio Merlino, che ai miei occhi di vecchio, e
agli occhi di molti altri, trasformano una scaramuccia in una grande
vittoria. Che ne dite se lasciamo le cose come stanno? Se la modestia
vi impedisce di riconoscere quello che avvenne in realtà, così sia!
Immagino che sarete lieto di ascoltare quello che ne derivò.» Il
sorriso si fece più ampio inducendo anche me a sorridere.
«Che cosa ne derivò?»
«Qualcosa che non ha niente a che fare con voi. In nessuna
versione degli eventi viene fatto il vostro nome.» Il sorriso era quasi
un'aperta risata. «La vittoria dell'Alleluia è di esclusiva pertinenza del
vescovo Germano. Ecco perché ne è tanto tormentato. Ritiene che
sia nobilmente offensivo nei vostri confronti e oltraggiosamente
lusinghiero nei suoi. Devo dirgli che voi preferite che sia così?»
«Ah!» gettando indietro la testa scoppiai a ridere, contento di
allietare il vecchio vescovo. «Fatelo, eminenza! Mi rallegra sapere
che una vittoria così clamorosa non ha nulla a che fare con me e con
Camelot.» Rise anche lui. Poi chinandosi in avanti picchiettò le dita
sulle mie ginocchia.
«Siamo usciti dal seminato. Stavamo dicendo che altri vescovi
sembrano incerti. Quanto alle dottrine di Pelagio, stavo per dire che
a mio parere ne sapete poco. Ne avete convenuto, no?» Annuii
guardandolo attentamente. «Sapete niente dei suoi insegnamenti?»
continuò. «Sei erano le argomentazioni sulle quali poggiava la sua
teologia... Le conoscete?»
«No. Ne sentii parlare al Concilio, ma ne compresi ben poco.
Simpatizzavo con quei principi, non perché li conoscessi ma perché li
condivideva un vecchio amico di mio padre, il vescovo Alarico, un
vero uomo di Dio.»
«L'ho conosciuto da giovane, e sono del vostro stesso parere. Sei
erano le tesi di Pelagio, e ve le illustrerò brevemente. Ciascuna si
riferisce, separatamente o congiuntamente, a due principi
fondamentali della fede cristiana: il peccato originale di Adamo e il
dono divino della Grazia. Ricordate che stiamo parlando di eresia,
quindi non lasciatevi incantare.» Cominciò a enumerare le tesi sulle
dita della mano, cominciando dal mignolo della destra.
«Uno: Pelagio sosteneva che la vita è inseparabile dalla morte.
Insegnava che Adamo sarebbe morto, anche se non avesse peccato.
Due, più sedizioso: affermava che il peccato di Adamo era personale.
Puniva soltanto Adamo, non l'intera umanità. Tre, strettamente
collegato al secondo: asseriva che il neonato è in stato di innocenza,
come lo era stato Adamo prima del peccato. Quattro, forse la tesi
più difficile da accettare: diceva che l'umanità non muore a seguito
del peccato e della morte di Adamo, e neppure si risolleva grazie alla
resurrezione di nostro signore Gesù Cristo. Cinque...» tacque prima
di affrontare il successivo punto; io ascoltavo trattenendo il fiato.
«Pelagio voleva farci credere che le antiche scritture, l'Antico
Testamento contenente le leggi di Mosè, non sono da meno dei
Vangeli per additare la via del Paradiso...»
Aspettavo che continuasse, ma pareva smarrito nei suoi pensieri e
intento a riflettere soprattutto su quest'ultimo punto, che dei cinque
mi era sembrato il meno importante. Dopo un po', schiarendomi la
gola, chiesi: «E il sesto?».
«Cosa?»
«Avete detto che le tesi di Pelagio erano sei. Me ne avete indicate
cinque.»
«Perdonatemi. Vediamo... La sesta: secondo Pelagio, c'erano
uomini senza peccato anche prima dell'avvento di Cristo.»
Respirai a fondo appoggiandomi con le spalle al freddo muro.
Quell'ultima tesi mi aveva toccato in un punto dolente. Ne aveva
accennato mio padre, seppure usando parole diverse. Il vescovo
Alarico gli aveva insegnato che, anche prima di Cristo e della
Redenzione, erano esistiti uomini pii e generosi, che avevano saputo
distinguere tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto. Capivo che
c'era una profonda differenza tra le due versioni di quel principio e
per la prima volta dopo il viaggio a Verulamium, compiuto tanti
anni prima, mi accorsi di non avere voglia di scrutare nell'abisso
teologico che si spalancava davanti a me. Gli uomini, in particolare
quelli di Chiesa, avevano un'infinita capacità di spaccare il capello in
quattro. Enos, che non si era accorto della mia reazione, continuava
a parlare.
«Agricola e Fastidius erano i paladini di Pelagio a Verulamium,
così come Germano e Lupo di Troyes, che lo accompagnava, erano i
paladini della Chiesa. Entrambi accettarono di adeguarsi ai decreti
stabiliti nel Concilio, ed entrambi così fecero, almeno ufficialmente,
per parecchi anni. Di recente tuttavia, hanno abiurato e ripreso a
praticare l'eresia.
La vostra domanda sottintendeva l'incredulità che potessero
essere così caparbiamente intransigenti e in coscienza devo dirvi che
loro non credono di avere peccato abiurando. L'arroganza è
riprovevole, ma non è peccato salvo che degeneri in orgoglio.
Preferiscono non credere al peccato originale di Adamo e alla Grazia
Divina intesa quale veicolo che dalla Chiesa conduce al paradiso e
alla salvezza. Aderiscono, con arroganza diciamolo pure, all'antica
concezione degli stoici greci, secondo la quale la forza morale
dell'uomo, se rafforzata dall'ascetismo, è sufficiente alla salvezza. Da
qui la semplificazione del loro credo: gli uomini hanno da sempre la
capacità di scegliere tra il bene e il male; coloro che scelgono il bene
- perché sconfiggono dentro se stessi i bassi istinti, o rifuggono il
peccato o aspirano a Dio - possono salvarsi per i loro meriti. Un
sentiero seducente e invitante per chi non è avveduto.»
«Sì» ammisi parlando per la prima volta dopo un tempo che mi
parve durasse da ore. «Soprattutto qui in Britannia dove gli uomini
credono che la rettitudine morale e la probità personale siano virtù.»
«Proprio così.» Enos mi lanciò un'occhiata penetrante mentre mi
dava ragione. Mi chiesi se avesse percepito un tono ironico nelle mie
ultime parole. «Questo però non ha niente a che fare con il fatto
riconosciuto che i Padri della Chiesa hanno dedicato anni e anni a
studiare il pensiero di Pelagio e hanno scritto molti libri
sull'argomento per concludere, nella loro saggezza, che sul piano
della dottrina quei principi erano inaccettabili. È stato proclamato
eretico, e le sue opere sono state censurate. Agricola e Fastidius
hanno operato una scelta e sono stati condannati, ma non si può
ignorare il pericolo che rappresentano. Ecco perché Germano
ritornerà in Britannia l'anno prossimo.
Perdonatemi, forse vi ho guastato il piacere di leggere la lettera
del vostro amico. Non volevo anticiparvi le notizie, ma Germano
stesso mi ha chiesto di informarvi della sua intenzione. In tal modo
non avrebbe dovuto impiegare lunghe ore per comunicarvelo per
lettera.»
Sbalordito com'ero, gli chiesi conferma di quello che mi aveva
appena detto. «Germano allora ritorna? Dove è diretto?»
«A Verulamium.»
«È impossibile, Enos. Verulamium è nelle mani dei Danesi, dei
Sassoni, degli Angli e di altri. Sono pagani e selvaggi, non hanno idea
di che cosa siano l'amore, la tolleranza, gli insegnamenti di Cristo.
Distruggeranno il vescovo cristiano che dimostra di essere così stolto
da mettere piede nelle loro terre.»
Lo vidi scuotere la testa e cercai di leggere l'espressione dei suoi
occhi che mi parve di pietà. «Caio Merlino,» disse a voce bassa «che
cosa noi, come vescovi, siamo tenuti a fare? Quali sono i nostri
compiti? Lo sapete?»
«Io...» la domanda mi aveva lasciato attonito. «Mostrate agli altri
la via del Signore e insegnate i precetti della Chiesa.»
«Così è. Ma chi sono questi "altri" cui vi riferite?»
«Il gregge dei cristiani.»
«Da dove viene questo gregge?» in quel momento provava
davvero pietà per me. «Opero tra gli Angli delle coste orientali, la
Costa Sassone, come la chiamate voi. E lo stesso fanno i miei
confratelli, tutti e dieci. Noi siamo i pastori delle anime di quei
poveracci che voi definite "invasori". Non tutti naturalmente, alcuni
sono solo dei "nuovi venuti": è una parola più adatta e quella che
preferisco usare quando mi rivolgo a loro. Molti di loro sono feroci
e bellicosi, nessun dubbio su questo. Ma è una bellicosità che trae
origine dalla paura perché, in quanto nuovi venuti, devono
conquistare la terra sulla quale si insedieranno con le loro famiglie.
Una volta che si saranno radicati, che si sentiranno sicuri e
soddisfatti, l'ostilità si placherà e accetteranno gli insegnamenti del
buon Gesù.
Germano andrà a Verulamium con animo di pace e su di lui
veglieranno gli abitanti di quelle terre, gli Angli. Non ho timori,
neppure Germano ha timori. In quella regione il gregge dei fedeli si è
stanziato da anni; alcune comunità vivono lì da generazioni. Non
sono più pagani, non rappresentano un pericolo per i servi di Dio.»
«Ma alcuni sono di certo minacciosi» non riuscii a trattenermi dal
dire.
«Alcuni, è vero. Ma cambieranno se e quando Dio vorrà. La
volontà di Dio prevarrà sempre su quella degli uomini. Neppure gli
imperatori di Roma, al vertice della loro potenza, riuscirono a
soffocare la parola del Signore, a uccidere il Suo amore. Pensate che
questi Sassoni incolti saranno più forti degli imperatori di Roma?»
«Mi state dicendo che, andandovene da qui, vi dirigerete verso la
Costa Sassone a predicare il Verbo alle popolazioni pagane?»
«Sì, e mi premurerò anche di spargere la voce che l'anno venturo
arriverà il vescovo Germano. I fedeli lo aspetteranno e la sua
congregazione si riunirà.»
«Che ne sarà dei due eretici, Agricola e Fastidius? Vi aspettate che
lo riveriscano, dato che tutti li conoscono come apostati?»
«Mi auguro che siano lì anche loro, ma non farà differenza. Le
loro persone non sono in pericolo, dovrebbero preoccuparsi della
loro anima e del fatto che impartiscono insegnamenti eretici a
uomini semplici, pronti ad accettarli. A questo bisogna provvedere.
L'ultimo Concilio di Verulamium è stato un dibattito. Il prossimo sarà
molto diverso e comporterà l'esposizione di una dottrina, la stesura
di una legge canonica, la condanna di questa eresia e di coloro che vi
aderiscono.»
«Non sarà pericoloso per Germano e i suoi seguaci?»
«Pericoloso?» L'anziano vescovo sollevò le sopracciglia facendomi
sentire sciocco, e la mia sensazione si accentuò quando mi sorrise.
«Stiamo parlando di vescovi, Caio Merlino, non di soldati. Come
potrebbe Germano essere in pericolo, e così gli altri?»
«Proprio per quello che avete appena detto, vescovo. Il prossimo
Concilio porterà a una dichiarazione su una serie di punti di dottrina
e alla formulazione di una legge canonica. Significherà la condanna
di Pelagio, della sua eresia e di quanti l'adottano. Ne consegue che
sarà anche una condanna inequivocabile e ufficiale di Agricola e
Fastidius e dei loro seguaci. Può anche darsi che i vescovi
mantengano la calma, ma non è detto che gli "eretici" accettino
docilmente la condanna. E questo sarebbe un pericolo per Germano
e la sua gente, stranieri in una terra lontana.»
Il vecchio vescovo levò la mano e mi benedisse con il segno della
croce. «Non abbiate paura, Caio Merlino. Agricola e Fastidius sono
uomini, oltre che vescovi, e non sarebbero contenti di essere
biasimati alla presenza dei loro fedeli: non lasciatevi trarre in
inganno, sanno che è esattamente quello che accadrà perché già
sono stati ufficialmente censurati. Se andranno a Verulamium,
porteranno soltanto pochi del loro gregge. Ci andranno con la
speranza di ricevere clemenza, ma non mi fiderei di una loro
rinnovata dichiarazione di conversione. Andranno e chiederanno
clemenza con la segreta speranza di ritornare nelle terre di Vortigern
a continuare nei loro insegnamenti sovversivi. Questo non possiamo
permetterlo. Ma i loro seguaci saranno numericamente assai inferiori
ai fedeli che troveranno a Verulamium. Germano non sarà mai in
pericolo tra tanti cristiani.»
Mi strinsi nelle spalle, addolcito ma non convinto da quelle ultime
rassicurazioni, sebbene mi rendessi conto che Enos ci credeva
veramente. Prima che potessi rispondere ci giunse il rumore delle
porte del refettorio che si spalancavano e il suono delle risa dei
convitati che si riversavano fuori nell'aria fredda della sera. «Vi ho
trattenuto molto più a lungo di quanto intendessi, amico mio.
Porgete le mie scuse a coloro che hanno dovuto pazientare. La cena
è finita, e tutti rientrano a casa. Vi farò recapitare da uno dei vescovi
la lettera di Germano.»
Gli dissi che non era necessario: avrei mandato un soldato a
prenderla entro un'ora. Poi gli feci strada verso la sala e lo lasciai con
i suoi confratelli che si preparavano alla partenza.
Non appena mi allontanai da Enos, raggiunsi Rufio, che quella
notte era a capo della guardia, e gli chiesi di inviare una scorta che
accompagnasse i vescovi ai loro alloggi e, ritirata la lettera, me la
portasse. Mi avvicinai quindi a Tressa seduta tra Connor e Brander.
Vicino a lei, chino per parlarle all'orecchio, stava Artù. Vedendomi,
Tressa disse qualcosa al ragazzo che si raddrizzò nello scorgermi.
Prima ancora di raggiungerli, sapevo che qualcosa non andava.
Quando fui vicino, Brander si alzò e dandomi un colpo sulla spalla
mi augurò la buona notte e promise di vedermi il mattino dopo,
prima di partire con Connor. Mentre si accomiatava con sua moglie
e i suoi uomini, mi volsi verso Artù che mi fissava a occhi spalancati.
«Che cosa non va?» chiesi.
«Devo andare in Cambria con Llewellyn il Guercio?»
Lanciai a Tressa un'occhiata di stupore, ma lei si strinse nelle spalle
con gesto eloquente, indicando che non era stata lei a dirglielo.
«Chi te ne ha parlato?»
«È vero?»
«Sì, ne sei dispiaciuto?»
«Mi hai promesso che sarei stato con te al tuo ritorno. E invece
devo andare in Cambria con un uomo che non conosco. Un uomo
che indossa una maschera.»
Da quando era arrivato a Camelot, Llewellyn aveva sempre
portato una maschera per risparmiare alle nostre donne la vista di
una faccia orrendamente deturpata. Ma qualcosa nel tono di Artù,
che indirettamente insultava un uomo che avevo finito per
considerare un amico, mi mandò su tutte le furie.
«Gli hai chiesto che cosa possa averlo persuaso a indossare una
maschera?» Il ragazzo mi fissò sorpreso dall'improvvisa asprezza del
mio tono. «Forse per impedire che persone a lui sconosciute possano
dare sfogo alla loro crudeltà, sbeffeggiandolo? O forse ritiene che gli
insulti a lui rivolti perché porta quella maschera siano più accettabili
di quelli che dovrebbe sopportare se non ce l'avesse? Lo chiamano
Llewellyn il Guercio per una buona ragione. Il suo non è un bel viso
da guardare. Gli fu devastato da una colata di metallo fuso quando
era un ragazzo più giovane di te, e al vederlo i bambini si
spaventano. Tu non sei un bambino, vero?»
Artù mi fissava costernato, e capii che non era stata sua intenzione
essere crudele. Ne fui immediatamente contrito, ma non lo
dimostrai. Addolcii invece il tono della mia voce.
«Llewellyn il Guercio è un brav'uomo e io sono orgoglioso di
poterlo chiamare amico, così come lo sarai tu, una volta che lo
conoscerai meglio. Di questo parleremo più a lungo domani; nel
frattempo ecco che cosa ti dico: sei il figlio di Uther Pendragon, il
legittimo re della Cambria meridionale e delle terre basse di
Pendragon, eppure tu ignori tutto del tuo popolo, e loro di te. A
questo porrà rimedio Llewellyn. È un fabbro e un grande guerriero,
un arciere rispettato da quelli del suo mestiere, che, come sai, sono i
migliori in Britannia e forse anche altrove.
Ho deciso che rimarrai con lui per un anno, per imparare come
vive la gente di quella terra. In questa impresa non posso esserti di
aiuto. Se ti vedessero con me, ti riconoscerebbero, e tale
riconoscimento, prima che tu sia pronto a prendere il tuo posto,
potrebbe esserti fatale. Llewellyn conosce la verità, e la conosce
anche Huw Fortebraccio, e adesso Huw Fortebraccio è il signore
della guerra di Pendragon, legato da giuramento a servire te e la tua
casata. Insieme questi due uomini ti faranno conoscere alla loro
gente, ti introdurranno ai loro costumi e tradizioni, al loro modo di
vivere. Una riflessione su quanto vedrai e apprenderai non potrà che
giovarti.» Intuivo che quelle nuove non lo rallegravano, così decisi di
lasciarlo parlare. «Sarà solo per un anno, non di più. Te lo prometto.
Che cosa hai da dire?»
Distolse lo sguardo dal mio viso e lentamente lo fissò verso un
punto lontano, dietro le mie spalle, mentre si succhiava una guancia.
Emettendo un respiro breve e rapido, raddrizzò le spalle. «È tua
convinzione che io sia in grado di farlo.» Era un'affermazione, non
una domanda.
«Sì, è questa la mia convinzione. Quanto al fatto che mi avresti
seguito nella mia spedizione, non sospettavo che tu ci facessi
affidamento. Se ti ho deluso, me ne rammarico. Possiamo porvi
rimedio. Andrai in Cambria per un anno. So che alla tua età un anno
sembra un'eternità, ma vola in un attimo, e a mano a mano che si
cresce, gli anni si abbreviano. Dopo quest'anno ritornerai a Camelot,
e poi saremo fianco a fianco in ogni impresa, se lo vorrai. Nel
frattempo sarai maggiorenne, autonomo e indipendente. Ambrogio
mi ha detto che fino a oggi hai superato ogni sua aspettativa, e
naturalmente questo mi da un piacere immenso. Adesso desidero che
ti comporti in modo tale che la stessa cosa di te possa dirla Llewellyn
il Guercio tra un anno.» Scorsi Morag che dietro a lui si allontanava
insieme a sua madre e alle dame del seguito: si attardava volgendo
lo sguardo verso di noi con la speranza di intercettare quello di Artù.
Tornai a rivolgermi a lui. «Domani ti presenterò a Llewellyn, e ti
prometto che ti piacerà... l'uomo vero dietro la maschera. Credo che
in questo momento una giovane donna cerchi di attirare la tua
attenzione.» Si volse e un attimo dopo si era allontanato a gran passi
verso la sua innamorata. Mi girai verso Tressa che mi sorrise.
«Ho temuto all'inizio che lo trattassi con troppa severità. Ne era
costernato, soprattutto all'idea di non poterti essere vicino.»
«Sì, la mia prima reazione è stata affrettata e ingiusta, ma grazie a
Dio ho capito il mio errore in tempo e ho evitato un danno più
grave.» Lanciai un'occhiata a Connor, i cui occhi assonnati erano
chiusi a metà. «Allora, ammiraglio, come ti senti?»
Sorrise lentamente. «Non c'è male, ma volentieri baratterei un
piatto del tuo manzo con una bella ciotola fumante di zuppa di
cereali.»
«Coltivi di nuovo avena in quelle tue isole paradisiache?»
Il suo sorriso si allargò, ma gli occhi rimasero semichiusi.
«Continueremo a coltivare avena in eterno. L'avena ci nutre e ci da
forza.»
«Perché non me l'hai detto? Anche noi la coltiviamo, ma la
usiamo come foraggio per i cavalli. Forse per questo hanno un
vigore enorme. I fienili delle nostre stalle traboccano di avena.
Questo mi ricorda che devo procurarmi un altro cavallo. Lo sapevi
che ho perduto Germanico?»
Connor si raddrizzò con un sobbalzo. «Il tuo grande cavallo nero?
No, non lo sapevo. Quando e dove è successo?»
Glielo raccontai brevemente, quindi posai una mano sulla spalla
di Tressa. «Connor, amico mio e compagno d'armi, posso invitarti a
ritirarti? Ho qui altra compagnia, come avrai notato. Se ci permetti
di lasciarti da solo, avrai la nostra gratitudine.»
Sorridendo e stiracchiandosi, Connor sbadigliò, ignorando il
gridolino di Tressa per la mia indiscrezione. Si rizzò in piedi e rimase
lì barcollante. «Ho bevuto troppo» disse. «Spero che lo stesso non si
possa dire di te, amico d'armi. Ti auguro la buona notte, dato che
evidentemente non vuoi trattenermi. Dormi bene se avrai il tempo.»
Si volse maestosamente, ruotando sulla gamba di legno e
dirigendosi verso l'ampia porta a due battenti all'estremità del
salone, affrontando con prudenza i gradini del palco sopraelevato.
Mentre usciva a passo incerto, vidi che entrava un soldato per
recapitarmi la lettera di Germano. Oltre a me e a Tressa, c'era ancora
una decina di convitati, ma con nessuno di loro avevo questioni da
discutere. Il soldato scattò sull'attenti e facendo il saluto di rito mi
porse un involto cilindrico con la lettera. Lo ringraziai e infilai il
messaggio nella mia tunica, poi tesi la mano a Tressa.
«Sei tenuto a leggerlo subito? Hai finito i colloqui? Ti è rimasto un
po' di tempo per me?»
«Sì.» Le posi una mano sulla parte posteriore del collo e insieme ci
incamminammo verso il vestibolo dove avevamo appeso i nostri
mantelli. Ci aspettava alla porta il piccolo carro a due ruote che
Rufio aveva avuto l'accortezza di prepararci. Il conducente, anche lui
soldato, ci aiutò a salire, e ci coprì le ginocchia con una coperta
calda e morbida. Tressa si accoccolò vicino a me, e io infilai la mano
tra le sue cosce.
Salutai con un cenno della testa le guardie ai cancelli che al nostro
passaggio si misero sull'attenti. Mi volsi quindi a Tressa e poco dopo
- mi parvero attimi brevissimi - entravamo nel portico della villa
Britannico.
Trovammo Platone, il maggiordomo, che ci aspettava per
condurci nei nostri appartamenti al primo piano. La camera da letto
era illuminata dal lume di numerose candele, e le loro fiammelle
guizzavano nella lieve brezza che veniva dalla finestra socchiusa e
che gonfiava leggermente i tendaggi.
Ricordo di avere chiuso la porta alle spalle di Platone, e ricordo di
essermi girato verso Tressa assaporando la sua bellezza che il tremulo
bagliore esaltava. Ricordo di essermi avvicinato a lei e di averla
presa tra le braccia, sentendo la pienezza del suo corpo e la dolcezza
della sua bocca che si apriva per essere baciata dopo tanti mesi di
separazione. Ricordo la violenza del desiderio che si impossessò di
me, ma non ricordo il tempo che trascorse da quel momento a
quando ci trovammo, entrambi nudi, l'uno accanto all'altra. Ricordo
il suo peso tra le mie braccia mentre cadeva sotto di me e mi tirava
verso di lei. Mi parve che fosse diversa, più decisa e dura, da come
era stata, ma in quel momento non ci feci caso, tanto era prepotente
il desiderio.
Non ho ricordi precisi di quei nostri abbracci, ma qualcosa di
profondo dentro di me ancora rammenta il piacere e la gioia di
sentire il suo corpo muoversi, le gambe allargarsi per accogliermi e
farmi affondare dentro di lei. Ho un ricordo accecante e fuggevole
di qualcosa che mi sgorgava dalla bocca e dai lombi, mentre pareva
che lei volesse succhiarmi la vita e portarmi all'estasi. Dopo di allora
non ricordo nulla.
XII.
Il mattino dopo, al risveglio, ero solo nel letto e ad attestare la
presenza di Tressa restavano soltanto le lenzuola spiegazzate. Mi tirai
su immediatamente, la chiamai, ma non era nella camera. Allora mi
lasciai ricadere tra le coperte, stiracchiandomi voluttuosamente nel
loro tepore e percependo la lieve fragranza del suo corpo.
Dovevo essermi riaddormentato perché quando riaprii gli occhi,
lei era seduta sul letto e, china su di me, sussurrava il mio nome. Mi
svegliai di botto, allungando le braccia per afferrarla e baciarla.
Infilai una mano sotto le voluminose vesti che indossava, ma lei
scivolò via in fretta e, spalancando le imposte, lasciò entrare a fiotti
la luce del giorno.
«Santo cielo, Tressa, che ore sono? Perché non mi hai svegliato
prima? Sarà quasi mezzogiorno!»
«No, è metà mattina, ma avevi bisogno di dormire. Ti ho lasciato
tranquillo quando mi sono alzata.» Sorrise con malizia. «Ho pensato
che ti sarebbe stato necessario.»
«Come? Che vuoi dire?»
«Che cosa voglio dire, secondo te? Semplicemente che, quando ti
sarai riposato, avrai recuperato le forze per prendermi come piace a
me, senza addormentarti.»
«Senza che? È successo?» Naturalmente, lo sapevo bene che era
andata così. Si avvicinò al letto e mi accarezzò una guancia.
Avvertii la mia eccitazione e cercai di afferrarla per il polso, ma fu
rapida nello sfuggirmi. «Torna a letto» mormorai con voce rauca.
«Stanotte, ma non adesso, amor mio. Ambrogio, Artù, Dedalo e
quello strano uomo con la maschera ti stanno aspettando: affrettati;
anch'io devo sbrigarmi. Non voglio che pensino che stiamo facendo
quello che ti piacerebbe fare in questo momento. Platone ti porterà
l'acqua calda, lavati il viso in fretta e scendi. Ti ho preparato una
nuova veste di cuoio e una tunica che io stessa ho confezionato. Fa'
in fretta» disse mentre usciva dalla camera. Gemendo mi levai a
sedere sul bordo del letto, guardando gli abiti cui aveva accennato.
Strofinandomi gli occhi, li esaminai attentamente, ammirandone la
squisita fattura.
Sentii bussare alla porta, e apparve Platone augurandomi il
buongiorno.
Lo seguivano due soldati: uno reggeva un aggeggio pieghevole
che comprendeva un catino, un recipiente di cuoio e una brocca;
l'altro portava una caraffa di acqua calda. Mentre montavano il
tutto sotto lo sguardo attento di Platone, mi volsi a osservare lo
strano capo di abbigliamento che tenevo in mano.
Era un pezzo unico, di lana cardata leggera e liscia. Identificai i
buchi nei quali infilare le braccia e la testa, ma mi ci volle un po' per
capire la funzione delle appendici inferiori, due aperture simili a
maniche nelle quali infilare le gambe. Tra queste pendeva un lembo
che avrei dovuto far correre tra le cosce e agganciare sul davanti.
Contento di avere capito come indossare quel capo di vestiario,
lo lasciai cadere e mi avvicinai alla tinozza piena di acqua fumante.
Platone e i suoi assistenti si erano nel frattempo allontanati, e io mi
sbrigai in fretta a ripulirmi e asciugarmi con una salvietta pulita.
Nell’accingermi a indossare quel capo di biancheria mi dissi I che
prima dovevo inserire le gambe nelle due aperture, che erano corte
e non arrivavano al ginocchio, ma fasciavano bene la parte superiore
delle cosce e lasciavano pendere comodamente i genitali, e
successivamente sgusciare nella parte superiore, priva di maniche.
Allacciai sul petto i lembi del profondo taglio a forma di "V"
dapprima stringendolo ma poi allentandoli per essere più a mio
agio; mi passai tra le gambe la fascia pendula e, feci passare nelle
asole le due sottili stringhe attaccate agli angoli e le legai all'altezza
della vita. Mi venne da sorridere pensando a com'era ingegnosa
quella veste. Mi sarebbe stato facile, al richiamo delle esigenze della
natura, slacciare i due nodi che trattenevano il lembo.
Infilai le brache di cuoio e la nuova tunica, assaporandone la
morbidezza del tessuto che la foderava. Da ultimo indossai una
giacca di cuoio. Flettei le spalle e inarcai la schiena per accertarmi
che l'indumento non mi stringesse le scapole, ma era comodo e
soffice e mi si adattava alla perfezione. Era aperto sul davanti e a
mezza altezza pendevano due cinture, anch'esse di cuoio, l'una tre
volte più lunga dell'altra, e ciascuna fatta di fettucce intrecciate gialle
e azzurre. Infilai quella di destra, più lunga, in un'asola verticale,
finemente cucita lungo i bordi, praticata nella piega della parte
sinistra, la tirai in modo che mi stringesse sul ventre e, passandomela
dietro la schiena, la allacciai annodandola sulla destra con il lembo
più corto e lasciando pendere sciolte le cime. Non avevo un'idea
chiara dell'effetto finale, ma sentivo che quell'abbigliamento mi si
adattava bene.
La parte inferiore della giacca sotto il punto vita era frangiata;
ciascuna frangia era decorata con un motivo celtico impresso in
rilievo per mezzo di uno stampo e intorno correva un ricamo in filo
azzurro. Le spalle della giacca erano a più strati, rigide come quelle
di una corazza, e da lì pendevano piccole nappe che abbellivano la
parte superiore delle maniche con nastri azzurri e dorati. Da ultimo
indossai un paio di stivali foderati di morbido vello. Me li infilai in
fretta rallegrandomi della solidità delle suole borchiate e sapendo
che avrei dovuto camminare con attenzione sui pavimenti di legno
levigato e lucidato delle camere del piano superiore.
Tressa mi aspettava sulla scala che portava di sotto nel cuore della
casa. Dal sorriso sul suo viso capii che era soddisfatta di come
apparivo nelle vesti da lei confezionate. Mentre scendevamo
insieme, Dedalo si lasciò scappare un fischio di apprezzamento poco
garbato, ma sapevo che era diretto a me, non a Tressa. Decisi di
ignorare i suoi modi rudi, ma non resistetti alla tentazione di
fermarmi ai piedi della scala e pavoneggiarmi nella mia nuova
tenuta. Ambrogio, Artù, Dedalo e persino Llewllyn riconobbero
l'eleganza del mio abbigliamento e si complimentarono sinceramente
con Tressa. Lei chinò il capo con grazia, lusingata, e ci lasciò soli.
Ambrogio affrontò subito il nocciolo della questione. Gli uomini
di Connor e il corteo di Brander avevano lasciato Camelot all'alba:
nessuno dei due aveva voluto che fossi disturbato, dato che già ci
eravamo accomiatati la sera precedente. Ambrogio mi chiedeva ora
di accogliere i suoi ospiti dalla Northumbria.
La lunga dormita e la sorpresa per il mio nuovo abbigliamento mi
avevano fatto dimenticare che in quel giorno Connor e Brander
sarebbero partiti; capii allora il motivo del malumore di Artù, che
aveva un'aria abbattuta e melanconica. Morag se ne era andata, e io
pensai che la cura migliore sarebbe stata il richiamare l'attenzione del
ragazzo su quello che avrebbe fatto nell'immediato futuro.
«Gli uomini della Northumbria sono tutti qui?»
«No, aspettano di essere convocati.»
«Bene. Non ho ancora mangiato e dobbiamo discutere un'altra
questione prima di incontrarli. Vediamo se riusciamo a farci dare
qualche avanzo da Platone.»
Poco dopo sedevamo tutti e cinque intorno alla tavola in una
delle dispense adiacenti l'enorme cucina della villa, attingendo dal
cibo che ci era stato messo davanti. C'erano pane sfornato da poco e
ancora tiepido, mele, prugne e pere raccolte nel frutteto, e una gran
varietà di carne fredda e salsicce speziate. E abbondava il latte. Mi
rivolsi a Llewellyn.
«Ieri sera qualcuno ha avvertito Artù che verrà con te in Cambria.
È stato colto di sorpresa perché non ti conosce e non sapeva niente
del progetto. Neanche tu lo conosci, eppure sarà sotto la tua
responsabilità finché sarai tu a prenderti cura di lui. Ecco perché
voglio parlarti del giovanotto in sua presenza. È un discreto arciere,
forse leggermente sotto la media. Confido che riuscirai a migliorare
la sua tecnica. Stando ai suoi istruttori, Rufio e Dedalo, ha la stoffa
del grande spadaccino, so che tra la tua gente avrà poche occasioni
di esercitarsi nella scherma. Sa andare a cavallo, ma so che nelle
vostre terre dovrà imparare a usare le gambe e aumentare il fiato e
la resistenza... Ti piacerà sentire che sa leggere e scrivere in latino con
assoluta padronanza della lingua e che conosce i libri di suo nonno.»
Lanciai uno sguardo ad Artù e notai che ascoltava attentamente,
socchiudendo gli occhi.
«Credo di averti detto che il suo bisnonno, Publio Varro, era un
maestro tra i fabbri e costruiva splendide armi. Quando ero ragazzo,
mi insegnò qualcosa della sua arte, purtroppo molto poco. Eppure
ricordo tutte le nozioni che appresi allora; mi insegnò ad avere
rispetto per le spade e per il ferro di cui sono fatte.» Mi rivolsi
direttamente ad Artù. «Anche Llewellyn è un fabbro, un artigiano
maestro nel suo mestiere, e spero che accetti di insegnarti qualcosa
della sua tecnica. Imparerai che la tua arma prediletta, la spada, è
davvero uno strumento potente e soprattutto imparerai a rispettare
le proprietà dei materiali - tutti i materiali e tutte le risorse, dai
metalli agli uomini - con i quali lavorerai.
Ieri sera hai trovato da ridire che questo mio amico indossasse
una maschera. Ti ho risposto con asprezza... sbagliando, temo.»
Tacqui e Artù parve mortificato. «Con gli anni capirai, come
abbiamo capito tutti, che non c'è uomo che non indossi una
maschera di un tipo o di un altro: alcune appaiono sorridenti e
innocue, ma il sorriso a volte è ingannevole. In certi momenti
cerchiamo di nascondere quello che sta dietro il viso. Alcuni lo fanno
per timore che trapeli la loro doppiezza; altri, pochi, caritatevoli e
sfortunati, lo fanno per risparmiare a chi sta loro vicino dolore,
paura, imbarazzo.» Tornai a volgermi a Llewellyn. «Vuoi toglierti la
maschera, amico mio?»
Intuendo le mie intenzioni, si raddrizzò e senza indugio si slegò la
fascia che teneva la maschera legata alla testa. Un profondo silenzio
seguì alla vista del suo volto devastato; sorrise, o meglio, la parte
intatta del suo viso si aprì nel sorriso, l'altra si contorse in una
smorfia orribile, scoprendo il canino che si intravedeva attraverso un
buco nella guancia.
«Questa è la maschera vera» disse rivolgendosi direttamente ad
Artù. Quindi sollevò il lembo di cuoio nel quale erano stati praticati i
buchi in corrispondenza degli occhi. «È soltanto una cortina. Non
sentirti in colpa per quello che provi: sono abituato a vedere
reazioni come le tue. La mia faccia spaventa i bambini, lo so, ma non
ci faccio più caso. Per anni ho provato odio per me stesso e per
quanti mi circondavano. Quando sono nato non ero un mostro e mi
ricordavo com'era stata la mia vita prima di essere sfigurato. Ma di
recente ho appreso che alcuni, gli amici, riescono a prescindere
dall'orrore e dalle cicatrici. Mia moglie mi ama e mi rispetta; i miei
figli mi hanno conosciuto con questo viso e mi accettano per come
sono. Ho imparato a convivere con la mia disgrazia.»
Il viso di Artù assunse un'espressione di compassionevole pietà:
non vi era più traccia dell'orrore che aveva mostrato non appena
aveva visto il volto di Llewellyn. Chinandosi leggermente verso di
lui, gli chiese: «Com'è successo?».
«Fu un getto di metallo fuso e la disattenzione. Avrei potuto
morire, ma ero giovane e forte e sono sopravvissuto. Lavoravo
come apprendista presso un fabbro che era solito alzare il gomito.
Un giorno bevve troppo, inciampò e il metallo incandescente
schizzò intorno. Non molto, ma mi colpì.»
Artù ebbe un tremito e notai che anche gli altri rabbrividivano.
«Fate ancora il fabbro?»
«Non lo ero allora, lo sono diventato dopo. Al tempo della
disgrazia avevo soltanto dodici anni. Mi accorsi che avevo più cose
in comune con il ferro che con il mio prossimo. Dunque è deciso:
verrete con me nella Cambria a conoscere il popolo di vostro padre
e la sua terra?»
Artù mi guardò, gli occhi pieni di lacrime. Sebbene non sapessi
quali pensieri gli attraversassero la mente, provai un enorme
sollievo, e sentii in gola un groppo di commozione.
«Sì,» sussurrò annuendo con forza quasi a voler convincere quella
parte di sé che ancora dubitava «sì, verrò.»
«Alla vostra salute, ragazzo! Piacerà a entrambi, ve lo prometto, e
Huw Fortebraccio vi insegnerà ancora più cose di quante ve ne
insegnerò io, una volta che capiteremo dalle sue parti. Partiremo il
prima possibile, perché, in tutta confidenza, non mi trovo a mio agio
dove non posso arrampicarmi. Le montagne sono più alte e più
selvagge, ma uno lì può girare come gli pare e trovare
sostentamento. Qui ci sono soltanto cucine piene di gente che ha più
fame di te, e si deve vivere dei loro avanzi. Nessuna libertà, ragazzo
mio: non ci sono pesci da prendere all'amo, conigli da catturare con
le trappole, uccelli da abbattere con le frecce, non ci sono uova
nell'erica e neppure cervi che brucano sul selciato dei cortili. Oggi e
domani li dedicheremo ai preparativi, e il giorno dopo ce ne
andremo liberi, con la pioggia e il vento. Vi piacerà la Cambria,
ragazzo mio. Vi metterò sotto torchio e vi bistratterò, ma sarà una
buona scuola. Per non parlare poi degli occhi splendenti e di altri
attributi delle ragazze di lì. Che delizie vi aspettano! Non ce ne sono
di più belle in tutto il mondo, vedrete. Cantate?»
Artù mi guardò confuso; gli sorrisi e parlai per lui: «No, non
molto, ma se la cava».
«Se siete figlio di vostro padre, ve la caverete più che bene.
Canterete tra le montagne, non riuscirete a trattenervi. Lì abitano gli
dèi, e gli dèi cantano.»
Mi levai sorridendo e, rivolgendomi ad Ambrogio che fino ad
allora non aveva aperto bocca, dissi: «È ora di raggiungere gli ospiti,
no?».
L'incontro con i delegati di Vortigern fu schietto e pacato;
soltanto una delle informazioni che mi diedero era di una certa
importanza. Uno di loro, il più anziano del gruppo, disse che
Vortigern sperava di sedare pacificamente l'irrequietezza che da
tempo fermentava tra i suoi sudditi e i giovani guerrieri di Horsa,
avidi di terre. A suo avviso, Vortigern, e lo stesso Horsa, avevano
raggiunto una specie di accordo con una piccola comunità di Danesi
stanziatisi all'estremità sudorientale di quella regione che si chiamava
Weald, ma che i Danesi chiamavano Kent, o un altro nome esotico.
In quell'angolo della Britannia, l'originaria Costa Sassone, avevano
da poco cominciato a riversarsi in massa numerose tribù germaniche
alla ricerca di un punto strategico. Sebbene gli abitanti, anch'essi lì
insediatisi da poco, avessero vittoriosamente respinto gli attacchi, il
numero dei predatori aveva continuato a ingrossarsi costantemente
e in modo preoccupante, sicché la loro supremazia sembrava
inevitabile.
Tale situazione, ai miei occhi amaramente ironica, in cui gli
invasori si trovavano a respingere un'invasione, aveva persuaso i
condottieri danesi del sud-est a contattare Vortigern nel nord-est,
sapendo che questi da lungo tempo proteggeva e difendeva le
comunità danesi stanziate nei suoi domini, e a chiedergli aiuto per
difendere le proprie terre. Erano di conseguenza diminuite le
pressioni su Vortigern grazie alla prontezza con cui i guerrieri di
Horsa avevano accolto quell'occasione, che sembrava offerta da un
destino benevolo: una guerra da combattere, nuove terre da
conquistare, donne sconosciute della loro stessa razza che, in
amicizia e comunanza, avrebbero soddisfatto le loro esigenze. A
quanto pareva, erano salpati verso meridione centinaia di guerrieri
al comando di Horsa. Non si prevedeva che tornassero nella
Northumbria, ma nessuno poteva dire con certezza quanto sarebbe
rimasto nel sud.
Il dibattito mi fece venire in mente che non avevo ancora letto la
lettera di Germano. Mi costrinsi ad ascoltare con cortesia i miei
interlocutori, impaziente di ritornare nel mio alloggio. Le notizie
dalla Northumbria avevano indebolito le argomentazioni di Enos
circa l'incolumità di Germano, qualora questi avesse tentato di
attraversare le terre sudorientali della Britannia. Horsa non era un
guerriero cristiano, il suo esercito era un'orda pagana, un'autentica
minaccia al progetto del nuovo Concilio, qualora il vescovo avesse
deciso di arrivare a Verulamium dalla Gallia passando per il Weald.
Preso da questi pensieri, non mi accorsi che dopo avere parlato
dei guerrieri di Horsa gli ospiti erano passati a celebrare le meraviglie
che avevano visto a Camelot. Ritornai in me, riuscendo a non
tradire gli attimi di disattenzione, soltanto quando uno di loro mi
pose una domanda. Lodavano il fatto che la Colonia fosse pronta ad
affrontare un conflitto e io sottolineai che eravamo in grado di
reagire a un attacco da qualsiasi parte venisse e in qualsiasi momento
fosse sferrato. Li rassicurai dicendo che entro l'anno successivo avrei
comandato una nuova spedizione nelle terre di Vortigern, al fine di
ribadire la nostra posizione di alleati fedeli. Subito dopo cercai di
escogitare una buona ragione per tornare ai miei doveri, e fu lo
stesso Ambrogio che mi diede una mano levandosi e ringraziandomi
del tempo che avevo concesso a lui e ai suoi ospiti.
Mi accomiatai esprimendo la mia gratitudine a tutti per essere
venuti a Camelot, e chiesi loro di portare i miei saluti al re Vortigern
con la promessa che sarei andato da lui personalmente l'estate
successiva. Preso così congedo, tornai alla villa e qui Platone mi
comunicò che Tressa si era recata al forte con Shelagh e sarebbe stata
di ritorno nel tardo pomeriggio. Lo ringraziai e salii al primo piano
dove, appoggiato sul tavolo vicino alla finestra della nostra camera
da letto, trovai il cilindro di cuoio contenente la lettera di Germano.
Lo presi, ridiscesi al pianterreno sfregando oziosamente il sigillo di
cera, e mi misi comodamente seduto nell'atrio in un angolo
soleggiato.
«A Caio Merlino Britannico
Da Germano Pontifex Auxerre, Gallia
Carissimo amico,
ti scrivo ben sapendo che passerà lungo tempo prima che tu possa
leggere questa lettera, e che frattanto avrai avuto modo di parlare
con il vescovo Enos, un vecchio amico. Enos è qui con me da circa
tre mesi e tra poco ritornerà ai suoi doveri nella città che un tempo
era chiamata Venta Belgarum, in quei territori della Britannia che
ormai tu consideri perduti e saldamente nelle mani degli invasori.
Enos ti avrà comunicato che, con il consenso dei miei superiori,
intendo ritornare in Britannia e porre termine alle lacerazioni
eretiche tra i vescovi della tua infelice terra. Così come stanno le
cose, temo che la salvezza fisica e spirituale degli uomini sia già
gravemente minacciata, senza che si aggiungano i pericoli disseminati
tra loro da cattivi maestri. Arriverò quindi in Britannia verso la metà
della primavera dell'anno prossimo. Attraverserò il Mare Stretto e
sbarcherò nel vecchio porto romano di Dubris e da qui proseguirò
verso nord, in direzione di Verulamium.
Credimi, amico mio: riesco a figurarmi la preoccupazione con la
quale leggerai questa mia intenzione. So che ai tuoi occhi commetto
un'imprudenza a viaggiare in una regione di pagani senza Dio. Non
è così: Enos e i suoi fratelli hanno fatto conoscere la luce di Cristo a
centinaia di loro, soprattutto agli Angli del sud-est, e a questa brava
gente affiderò la mia incolumità con la certezza di avere la
benevolenza di Colui che servo.
Come sai tuttavia, quella parte di me che un tempo era guerriera
si rifiuta di darmi serenità durante i viaggi in strane terre e mi
ammonisce dicendomi che non sarò sempre circondato da buoni
cristiani. Oltre a questa innata prudenza, c'è il detto secondo il quale
Dio aiuta chi si aiuta.
Posso chiederti di aiutarmi a condurre a termine questa impresa
cui mi accingo in nome del Signore? La tua presenza al mio seguito
con un contingente quale portasti a Verulamium la volta in cui ci
siamo conosciuti sarebbe una benedizione, sia durante il percorso sia
durante il soggiorno. Temo che il Concilio sarà meno sereno del
precedente. Ti rivolgo questa richiesta senza tenere conto dei tuoi
progetti e impegni, pienamente consapevole dell'egoismo che in tal
modo manifesto. Se non fossi in grado di accogliere la mia istanza,
sarò deluso ma non offeso. Se invece decidessi di unirti a noi, sarò
davvero felice di rinnovare l'amicizia con te e ringrazierò Dio della
sua misericordia.
Enos provvederà a inoltrarmi la tua risposta. Tu e i tuoi cari sarete
sempre ricordati nelle mie preghiere.
Il tuo amico e fratello in Cristo Germano Pontifex»
Non avevo ancora finito di leggere questa lettera che avevo già
preso ad andare avanti e indietro, mentre i pensieri si accavallavano
tumultuosi. Da quando la sera prima avevo parlato con Enos, mi ero
convinto che lui e i suoi vescovi fossero riusciti a convertire al
cristianesimo, alcuni almeno, degli Angli delle regioni sudorientali,
ma il pensiero che Germano andasse tra quelle genti mi atterriva
perché, malgrado tutto l'ottimismo e la buona volontà, continuavo a
pensare che fossero - e tali sarebbero rimasti - pagani selvaggi,
stranieri venuti da un altro mondo, invasori che una sottile
verniciatura di cristianesimo non avrebbe mai addomesticato né
cambiato. Sapere che in quelle terre, quando vi sarebbe arrivato il
mio amico, ci sarebbero state anche le orde di Horsa, non faceva che
accentuare le mie paure e acuire la mia ansia circa la sua incolumità.
La proposta di Germano di accompagnarlo nel suo viaggio non
creava tutti quegli inconvenienti che lui temeva. Dal canto mio, da
un punto di vista politico, intravedevo in quel progetto alcuni
benefici. Lo spostamento a sud-est degli eserciti di Horsa
avvantaggiava in modo immediato ed evidente Vortigern, che non
sarebbe più stato stretto dalla necessità di trovare una soluzione alla
questione della loro presenza nei propri territori. Quanto più
ingente fosse stato il numero di Danesi che si riversavano a sud-est,
tanto meno incalzanti sarebbero state le pressioni sui suoi sudditi di
cedere altre terre a quei mercenari, e la necessità di cospicui aiuti da
parte nostra alle comunità del nord-est si sarebbe attenuata
proporzionalmente all'entità dell'esodo dei Danesi. Avevo buone
ragioni per credere che sarebbe stato compiaciuto se, prima di
raggiungerlo a nord come avevamo convenuto, avessimo dato
dimostrazione della nostra presenza nel sud-est. Tale mossa, che
assecondava il mio desiderio di esplorare quella parte del paese, era
possibile soltanto grazie all'arrivo di Germano e l'acquiescenza degli
Angli convertiti. Gli uomini che avrei scelto per scortare il vescovo e
vegliare su di lui e il suo seguito, e che dalla costa li avrebbero
guidati verso nord, avrebbero potuto muoversi molto più
agevolmente di quanto sarebbe stato possibile in altre circostanze.
Malgrado i suoi vantaggi strategici, l'operazione tuttavia era assai
complicata e insidiata da molti rischi sul piano politico. Si agitava
dentro di me un turbinio di pensieri contrastanti, ispirati dalle
riserve, quali trapelavano dalle parole di Enos, sull'atteggiamento
tutt'altro che ostile di Vortigern verso gli eretici. Forse il re non
sarebbe stato contento di sapere che mi schieravo a favore di
Germano e delle sue convinzioni ortodosse nei confronti dei principi
di Pelagio, sebbene quel mio impegno fosse dettato da un
sentimento di lealtà verso il mio amico, non da una sincera adesione
a quelle tesi.
In realtà, gli insegnamenti di Pelagio, così come li avevo intesi
molto tempo prima, mi sembravano fondati e sensati. Accettavo la
dottrina di base secondo la quale l'uomo è fatto a immagine e
somiglianza di Dio, e nasce avendo innata in sé quella scintilla divina
che gli consente di scegliere tra il bene e il male. Non individuavo
pertanto alcun difetto di ordine morale nella premessa che gli esseri
umani fossero in grado di comunicare con Dio e arrivare in tal modo
alla salvezza.
I Padri della Chiesa avevano però sancito nella loro saggezza che
tale credenza era sintomo di orgoglio, uno dei sette peccati capitali,
e che gli uomini non avrebbero mai potuto conseguire alcunché
senza la Grazia divina amministrata loro per il tramite dei
rappresentanti di Dio in terra, i sacerdoti e i vescovi, insomma il
clero.
Le sottili questioni teologiche della controversia che richiamava in
Britannia Germano erano al di là della mia capacità di comprensione
e mi lasciavano sostanzialmente indifferente. Avevo appreso i
precetti di Pelagio dall'esempio di vita dei miei più cari congiunti e
amici, e non scorgevo nei loro modi alcuna colpa. Io stesso vivevo
secondo quanto mi dettava la coscienza e non mi affannavo a
convertire il prossimo.
Avevo tuttavia motivo di credere che Vortigern si interessasse alla
disputa per motivi essenzialmente politici. Si proclamava re cristiano,
ma nello stesso tempo negava di essere un teologo e si dichiarava
poco avvezzo alle sottili distinzioni teologiche. Non aveva mai preso
posizione nel dibattito sul pelagianesimo svoltosi a Verulamium.
Eppure i due portavoce più schietti ed espliciti di quell'eresia,
Agricola e Fastidius, provenivano dal regno di Vortigern e fino ad
allora non avevano incontrato ostacoli alla loro predicazione in
tutta l'ampia regione che si estendeva a nord del Vallo di Adriano e
a ovest fino alla Cambria settentrionale e a nord delle terre di
Pendragon. Avevo quindi la certezza che Vortigern avrebbe
guardato con disappunto il servizio che avrei reso a Germano, un
disappunto attenuato dal vantaggio di avere la cavalleria di Camelot
nei nuovi territori di Horsa.
Quando, cessando il mio andirivieni, mi sedetti di nuovo per
rileggere la lettera, avevo già preso un bel po' di decisioni. Riflettei
ancora a lungo prima di impugnare la penna e compilare l'elenco
delle misure da prendere, tanto per vedere come apparivano. Sorrisi
tra me e me pensando che l'abitudine, ormai acquisita dopo anni di
pratica, di scrivere ogni cosa, mi portava a diffidare istintivamente di
ogni idea che non vedessi delineata nero su bianco almeno nella sua
forma e nel suo profilo generale.
Poi rilessi attentamente quanto avevo scritto, provando una certa
soddisfazione. Come avevo promesso, avrei condotto, l'anno
successivo, un manipolo di mille cavalieri nei territori di Vortigern,
ma prima di allora avrei inviato al re alcuni messaggeri per
comunicargli che avrei ritardato l'arrivo in quanto dovevo prima
muovere in direzione sud per andare ad accogliere il vescovo
Germano e condurlo sano e salvo a Verulamium. Se in tale occasione
Vortigern fosse sceso in meridione, avrei poi condotto, insieme a lui,
i miei uomini nella Northumbria. Nel frattempo avrei avuto qualche
mese di tempo per capire se il Weald e la circostante regione
costituissero un pericolo per Camelot, e per mettere bene in chiaro
agli invasori lì stanziati che disponevamo di una cavalleria forte e
potente e che eravamo intenzionati a combattere una guerra contro
chiunque minacciasse la nostra pace. Sarei stato di ritorno a Camelot
nell'autunno e allora sarebbe stato agli sgoccioli anche il soggiorno di
Artù nella Cambria e, raggiunta la maggiore età, il giovane avrebbe
potuto assumere il comando di tutte le forze di Camelot.
Nel redigere l'elenco delle successive imprese, avevo cercato
anche di definire quali ostacoli avrebbero potuto impedirne la buona
riuscita. Non mi parve di cogliere nessun grave inconveniente.
Ironhair aveva subito una clamorosa sconfitta in terra e in mare, e la
Cambria era saldamente nelle mani di Huw Fortebraccio. La
presenza di Huw e l'appoggio della flotta di Connor, potenziata
dalla cattura delle due biremi, avrebbero scoraggiato non solo
Ironhair ma anche Carthac, dissuadendoli dal ritentare la conquista
di Pendragon. E analogamente la colonizzazione del Weald da parte
di Horsa avrebbe allontanato la minaccia che la Northumbria e in
generale le regioni settentrionali scatenassero una guerra.
Soltanto nell'estremo sud-ovest, nella Cornovaglia di Ironhair, era
possibile intuire la presenza di minacciose inquietudini, ma non
potevo fare niente per parare quel pericolo, salvo inviare le mie spie
in quelle terre e cercare di ottenere informazioni. Decisi che avrei
agito in tal modo, non senza essermi consultato in anticipo con mio
fratello e gli strateghi più esperti. Nel frattempo avrei scritto a
Germano affidando la lettera a Enos perché la inoltrasse a
destinazione, e anche a Vortigern.
Avendo così deciso, andai a cercare mio fratello per farlo
partecipe dei miei pensieri.
XIII.
Il secondo giorno dal mio arrivo a casa mi levai prima di quanto
avessi fatto la mattina precedente, eppure il sole era già alto e di
nuovo il posto di Tressa nel letto, accanto a me, era vuoto. Sceso al
pianterreno, ancora assonnato, mi avviai verso i bagni, sperando di
trovarla ma a giudicare dagli spruzzi d'acqua tutto intorno, lei li
aveva usati e se ne era andata. Poco dopo, vestito e affamato, entrai
nella cucina della villa e da Platone seppi che, come il giorno prima,
Tressa aveva raggiunto Shelagh al forte. A quel punto ero curioso di
sapere che cosa le due donne avessero da sbrigare così di buon'ora;
così ordinai di sellarmi un cavallo e di portarlo all'ingresso principale.
Finito che ebbi di mangiare, mi avviai verso il forte.
Quella mattina mi aspettava un'altra missione. Dovevo recarmi
alle stalle e consultarmi con il responsabile per sostituire degnamente
il fedele Germanico. Le mie esigenze erano semplici: il cavallo
doveva avere un dorso sufficientemente largo ed essere abbastanza
forte da sostenere il mio peso. Mi sarebbe piaciuto che fosse nero,
ma ero disposto ad accettare temporaneamente qualsiasi alternativa.
La perdita di Germanico era ancora troppo recente per compiacermi
al pensiero di rimpiazzarlo con un altro al quale affezionarmi.
Il sole non era penetrato ancora nelle stalle, che quindi erano
fresche e buie, illuminate dalla luce tremula delle torce; sotto di esse
ampie bacinelle raccoglievano le scintille che si staccavano dall'anima
delle fiaccole, prima che potessero appiccare fuoco alla Paglia sparsa
sul pavimento. Non appena entrai nella stalla, fui subito avvolto da
un inconfondibile odore acre e pungente. Respirando a fondo, mi
guardai intorno prima di smontare dalla sella alla ricerca dello
stalliere di servizio. Era infatti regola che le stalle non rimanessero
mai abbandonate a se stesse. Eppure allora ero da solo nell'enorme
edificio che conteneva una sessantina di animali.
Legai le redini intorno a un palo, perché volevo ritornare a
togliere i finimenti al cavallo e a strigliarlo, dopo aver dato
un'occhiata all'estremità della stalla dove erano alloggiati gli
esemplari più pregiati della nostra popolazione equina. Dai segni
lasciati dalle ramazze sul pavimento si capiva che era stato pulito da
poco, e una balla di paglia fresca era stata portata fin lì ma non
ancora sparsa intorno. C'erano dodici comparti, ciascuno destinato a
un solo cavallo, ma arrivato all'altezza del primo, non andai oltre:
una testa alta e nobile si allungò verso di me. Ebbi l'impressione di
un animale di notevole statura, di orecchie nere frementi puntate
verso il basso, di una criniera fitta e irta. Poi scorsi gli occhi.
Incredulo che una bestia simile potesse trovarsi nelle nostre stalle,
avanzai e schiusi il cancello. Il cavallo indietreggiò con uno scatto
nervoso, scuotendo la testa e sbuffando dalle froge. Quando gli fui
di fronte, mi fermai, levai lo sguardo e tesi la mano. Ebbe qualche
istante di esitazione, quindi delicatamente abbassò il muso e allungò
il collo per annusarmi le dita. Rammaricandomi di non aver portato
qualcosa da dargli da mangiare, mi limitai ad accarezzarlo e a
guardarlo. Nel buio della stalla il suo mantello pareva nero come la
pece.
Non indietreggiò, e io infilai le dita intorno alla cavezza di
semplice corda e lo condussi verso il corridoio centrale della stalla e
da lì all'esterno, nella piena luce del giorno, dove lo osservai
attentamente.
Era un esemplare magnifico, più alto e più muscoloso di come era
stato Germanico; mi sentii un groppo in gola vedendo il suo
mantello lucente come una pozza di acqua nera. La criniera e la coda
erano pulite e lunghe, le zampe erano protette da gambali che
arrivavano al nodello e nascondevano quasi completamente gli
zoccoli. Il dorso era diritto e ampio, sul petto i muscoli gli
guizzarono quando si mosse per indietreggiare. Non il minimo
difetto gli deturpava il mantello, era nero dalla punta delle orecchie
fino agli zoccoli.
«Si chiama Bucefalo.»
Mi girai di scatto al suono inaspettato di quella voce vicino a me.
Dalla soglia della stalla mi fissavano Shelagh e Tressa.
Fui così sorpreso al vederle lì che non mi venne in mente di
chiedere loro come ci fossero arrivate. Mi volsi invece di nuovo
verso il cavallo.
«Di chi è?» chiesi.
«Tuo, naturalmente» mi rispose Tressa ridendo. Nei brevi istanti
che mi ci vollero per voltarmi a guardarla, dal suo viso e dalla voce
era sparita ogni traccia di riso. «Non ci aspettavamo che Germanico
morisse, e neppure tu del resto. Ambrogio teneva da parte per te
questo puledro da prima che compisse l'anno, e per quattro anni lo
ha allevato in gran segreto. Germanico cominciava a invecchiare, e
in previsione del giorno in cui non avrebbe avuto la forza di
portarti, tuo fratello...»
Intervenne Shelagh a completare la frase lasciata incompiuta da
Tressa. «Donuil mi raccontò di Germanico subito dopo essere
arrivato qui, e noi ieri abbiamo fatto arrivare Bucefalo dalla fattoria
in cui è cresciuto.»
Sorrisi a Shelagh, volgendole un muto ringraziamento, quindi mi
girai verso il cavallo. «Vedo che è stato addestrato. Non ha paura,
non è bizzoso. Chi lo ha domato?»
«Io.» La breve risposta di Shelagh e il suo tono indifferente, mi
fecero restare a bocca aperta. Ignorò il mio stupore. «È vivace e
selvaggio, ma di buona indole con chi si conquista la sua fiducia.» Mi
sorrise con una lieve espressione di malizia nello sguardo. «Tu gli sei
piaciuto.»
Ero ancora attonito. «Lo hai domato da sola?»
«No, non da sola, con un esperto. Ma sono stata io a cavalcarlo
per prima. Mi ha insegnato i suoi trucchi, e io gli ho insegnato i
miei.»
Intuivo dal colore delle sue gote che era fiera del risultato e aveva
ragione di esserlo. Lanciai un'occhiata a Tressa. «E gli hai anche dato
il nome?»
«Non io. È un nome straniero che viene da terre straniere. Non
c'entro affatto.»
«Ti credo, Shelagh. Lo sai chi era Bucefalo, intendo il primo
Bucefalo?»
«Il cavallo di un re di luoghi lontani.»
«Imperatore, Shelagh, non soltanto re. Fu il più grande guerriero
del mondo antico, prima dell'epoca romana. Alessandro di
Macedonia. Lo chiamarono Alessandro il Grande. Il suo cavallo era
Bucefalo.»
«Ne ho sentito parlare. Il cavallo lo fece cadere da una rupe e lo
uccise. Brutto auspicio per il re che condurrà questo cavallo. È stato
tuo fratello Ambrogio a scegliere il nome.»
«Ancora Ambrogio. Lo ringrazierò perché mi ha fatto un
meraviglioso regalo. Il nome però non va bene, e lo cambieremo.
Bucefalo era bianco, da quanto ricordo. Questo lo chiameremo
Germanico. Il nono Germanico che serve un Britannico.»
Tressa mi si era avvicinata e io, posandole un braccio sulla spalla,
per la prima volta mi resi conto che indossava una strana veste. Mi
ero abituato nel corso degli anni a vedere Shelagh in abiti maschili
quando andava a cavallo, ma ora mi accorgevo che sotto il suo
ampio mantello Tressa portava una specie di pettorale. La tirai
davanti a me e, aprendole le falde del mantello, osservai incredulo
la corazza di cuoio che portava sopra un breve gonnellino militare a
frange rinforzate di metallo. Le lunghe gambe erano infilate in un
paio di pantaloni, come i soldati, ma di un cuoio assai più fine e
riccamente lavorato. Nel breve intervallo che mi ci volle per portare
lo sguardo dalle sue gambe al suo viso, lei era arrossita. Guardai
dall'una all'altra.
Leggendo la confusione nel mio sguardo, cominciarono a
raccontarmi come avevano passato il tempo mentre io ero lontano,
in guerra. Shelagh aveva insegnato a Tressa ad andare a cavallo, e
glielo aveva insegnato bene, con severità più che con gentilezza dei
modi. Per mesi Tressa si era levata all'alba e si era recata alle stalle
con Shelagh per familiarizzare con i cavalli e aver cura dei finimenti e
dell'attrezzatura, prima di cominciare a badare a uno tutto suo. Poi,
una volta abituatasi a stare in sella, aveva imparato a cavalcare al
modo degli uomini, e a volte si era esercitata per l'intera giornata,
allenando i muscoli alla disciplina dell'equitazione e del controllo
dell'animale, e sopportando le vesciche, i crampi, i dolori alle
gambe, alle cosce e alla schiena.
Sentendo l'entusiasmo nella voce di Tressa mentre mi raccontava
questa sua avventura e ammirando il colorito del suo viso e lo
sguardo animato dei suoi occhi, mi spiegai la fuggevole sensazione
che avevo percepito la prima notte dopo il mio rientro a casa. Si era
davvero indurita, aveva muscoli più sodi, pieni, più visibili; le forme
del suo corpo erano meno voluttuosamente rotonde, sebbene non
avessero perso nulla della loro bellezza e sensualità femminile.
Tressa non aveva imparato soltanto a cavalcare, ma anche a usare
una spada corta, la leggera lancia da cavalleria in uso a Camelot, e
l'arco. Quest'ultimo, con una faretra piena di frecce, era agganciato
alla sua sella e dal fianco destro le pendeva la spada. Non era in
grado di combattere, ma certamente, come mi confermò Shelagh,
era capace di difendersi in qualsiasi situazione. Ogni giorno
trascorrevano insieme il tempo libero, cavalcando da un capo
all'altro della Colonia.
Ascoltai in silenzio il loro resoconto e quando finirono tesi le
mani a Tressa.
Fino a quel momento mi aveva lanciato occhiate nervose,
chiedendosi come avrei reagito a quelle notizie, ma placai ogni suo
dubbio domandandole di darmi una dimostrazione della sua
bravura. Le due donne entrarono immediatamente nelle stalle e io,
seguendole, vidi che andavano a prendere le loro cavalcature già
sellate.
Da anni Shelagh aveva la sua bestia prediletta: un solido cavallo
castrato, di colore grigio, non bello, ma di grande resistenza e buona
volontà. Quello di Tressa era bruno, di notevole stazza. Con piglio
sicuro lo condusse fuori della stalla, tenendolo per la briglia, e poi,
afferrandosi alla sella, infilò il piede nella staffa e si tirò su con un
movimento sciolto e disinvolto. Infilato il piede destro nell'altra
staffa, per qualche attimo rimase ritta sulle gambe, il tempo di
sistemare il mantello dietro a sé. Risi felice, e portai il braccio di
traverso sul petto in segno di rispettoso omaggio verso tanta
destrezza; poi, per curiosità, chiesi loro dove fossero dirette quella
mattina. Non ne avevano idea, disse Shelagh. Avrebbero imboccato
la strada che portava alla vecchia villa Varo, la residenza più vicina a
dove abitavamo noi, poi forse si sarebbero avviate verso
l'allevamento equino nella parte orientale della Colonia, non
lontano dalle colline Mendip, dove Publio Varro aveva trovato la
Pietra del Cielo.
La mia prima reazione fu di ansia al pensiero di due donne che se
ne andavano in giro da sole. Tuttavia era evidente che non erano
donne come le altre: Shelagh era una guerriera, e quanto aveva
detto sulle capacità di Tressa era per me una garanzia sufficiente. Mi
rassicurava sapere che sarebbe stata in grado di cavarsi d'impaccio in
caso di bisogno. Volevo raccomandare loro di fare attenzione, ma
rimasi in silenzio perché non mi rinfacciassero di essere troppo
ansioso, se mi fossi azzardato a esprimere una preoccupazione.
«Girate armate?» chiesi.
«Certamente» rispose Shelagh in tono leggermente spazientito.
«Che cosa credevi? Lo stabilisce la legge. Abbiamo anche un elmetto
attaccato alla sella. Sono sicura che altrimenti non ci lasceresti andare
a zonzo.»
Dissi loro che dovevo vedere Ambrogio di lì a poco, ma poi, se
lui e Donuil ne avessero avuto voglia, avremmo potuto seguire le
loro tracce, per puro divertimento e, nel mio caso, anche per
familiarizzarmi con la nuova cavalcatura. Rimanemmo d'accordo
così, e si allontanarono lasciandomi con Bucefalo e una voglia matta
di andare loro dietro. Ma prevalse il senso del dovere. Condussi
nella stalla il cavallo nero, quindi tolsi i finimenti a quello con cui ero
venuto fin lì.
Quella mattina segnò l'inizio di un periodo breve e idilliaco
durante il quale arrivai a vedere Tressa con nuovi occhi. L'amore che
ci univa divenne più profondo e maturò al calore dei legami di
autentica amicizia che si consolidavano tra noi mentre insieme, ogni
giorno, uscivamo a cavallo. Ero sorpreso dalla sua perizia in sella,
pari quasi a quella di Shelagh, la cui bravura era leggendaria tra i
soldati; Tressa maneggiava la lancia lunga e leggera con straordinaria
disinvoltura, quasi fosse un'estensione del suo braccio. Si lanciava al
galoppo e con la punta dell'arma riusciva a raccogliere da terra un
oggetto convenuto, con gran dispetto di molti soldati che non
uguagliavano la sua destrezza. Ancora più brava era nell'uso dell'arco
e quasi sempre cinque su sei delle sue frecce si conficcavano entro
l'anello interno del bersaglio. Soltanto a una distanza superiore ai
cento passi la sua mira mostrava qualche pecca, ma forse il difetto
era imputabile alla leggerezza dell'arco più che a una carenza di
precisione nel tiro. Perfino stando in sella, girata verso il bersaglio,
riusciva a centrarlo almeno quattro volte su sei. Ero sbalordito.
Nell'uso della corta spada tradiva una debolezza tipicamente
femminile. I muscoli delle braccia non avevano la forza necessaria a
impugnare e maneggiare uno strumento così pesante e micidiale. Al
posto del vecchio gladium le diedi una daga, più corta e a doppio
filo, maneggevole e pericolosa nei combattimenti ravvicinati, se mai
ci fosse stato bisogno di ricorrere a quegli estremi rimedi.
Artù lasciò Camelot insieme a Llewellyn dopo una settimana circa
dal mio arrivo, ma prima di andarsene fece da testimone al mio
matrimonio con Tressa. A officiarlo fu il vescovo Enos poco prima
della partenza. La cerimonia fu raccolta e ristretta, ma lieta, e gli
amici vi parteciparono mostrando affetto e ammirazione. La festa di
nozze durò una giornata soltanto, e partiti i nostri ospiti, ebbe inizio
la vita coniugale, piena di promesse di una felicità serena e
tranquilla, scevra di affanni e disgrazie.
Liberi dalla pressione di necessità urgenti, io, Tressa, Donuil e
Shelagh prendemmo l'abitudine, piacevole e benefica per tutti noi, di
partire a cavallo e visitare le piccole guarnigioni che sorgevano al di
fuori dei confini di Camelot, lungo le grandi strade in direzione
nord, sud ed est. L'idea di una rinascita si era propagata in fretta. Le
comunità che visitavamo erano pervase da ottimismo. La gente
lavorava ogni giorno con fervore per costruire nuovi avamposti in
grado di accogliere quanti dal circondario confluivano lì a stabilirsi.
Le bande di briganti che, di tanto in tanto, attaccavano i nuovi
insediamenti venivano respinte con determinazione implacabile da
un nuovo soggetto sociale: una comunità di gente semplice ma
consapevole di riuscire a difendersi, certa di essere nel giusto,
fiduciosa di poter contare sul soccorso di forze esterne. Davanti a
tanta unità e compattezza si disperdeva la plebaglia dei fuorilegge;
chi cercava di invadere i nuovi insediamenti veniva ucciso impiccato - e il corpo lasciato a penzolare fuori degli accampamenti
o al margine dello stanziamento.
I campi che da tempo non conoscevano l'aratro venivano
dissodati; si disboscavano le terre; gli alberi abbattuti fornivano il
materiale da costruzione e, una volta sradicati i tronchi dal suolo, i
contadini potevano disporre di più ampie superfici di terreni
coltivabili. Furono edificate molte case di legno grezzo e vedevamo
innumerevoli artigiani - vasai, tessitori, conciatori, ciabattini, fabbri,
bottai - impegnati nei loro mestieri. Temporaneamente le
attrezzature trovavano riparo sotto qualche tettoia, talvolta esposte
all'inclemenza del clima perché non c'era stato il tempo di innalzare i
muri perimetrali. Ovunque andassimo, percepivamo nell'aria l'odore
del legno tagliato e dell'impalpabile segatura. In ogni comunità
fervevano da mattina a sera le esercitazioni militari, mentre i nuovi
arrivati che avevano raggiunto l'età per combattere si addestravano
sotto lo sguardo severo dei veterani provenienti da Camelot e lì
temporaneamente dislocati.
Dopo decenni di paura e anarchia, finalmente la gente si
raccoglieva, decisa a proteggersi contro i saccheggiatori che avevano
imperversato dopo che se ne erano andate le legioni. Dappertutto si
coglievano la speranza e la voglia di risorgere. Non era possibile
ignorare questo spirito di rinascita mentre i tiepidi giorni
dell'autunno trasformavano l'intera regione in un arazzo d'oro e
rosso, e le messi promettevano di essere copiose. Per la prima volta
dopo lunghissimo tempo comparvero i musici, gli attori, i
saltimbanchi, e i lunghi pomeriggi dorati erano spesso rallegrati dal
suono di qualche melodia che si diffondeva a grande distanza
nell'aria chiara e tranquilla. Quando circolava voce che ci sarebbe
stato uno spettacolo, il pubblico era sempre più numeroso del
previsto, le donne e i bambini nei loro abiti di festa, gli uomini
allegri e vociferanti con i boccali in mano, desiderosi di chiacchierare
e sempre più espansivi a mano a mano che si abituavano a vivere
nella sicurezza e nell'agio.
Seppure, come mi fece notare Ambrogio, dovunque girassero
soldati, ci consolava sapere che erano del tipo migliore: padri di
famiglia il cui atteggiamento militaresco era dettato dalla ferrea
determinazione di proteggere i loro cari. Raramente si mostravano
indisciplinati o riottosi. Erano pronti a battersi per le persone e le
cose che amavano, e altrettanto pronti a godere dei benefici della
loro disciplinata presenza e assidua vigilanza.
L'inverno si annunciò con una spruzzatina di neve sul finire di
dicembre, poi parve ritirarsi e allentare i suoi rigori, come aveva
fatto l'anno precedente, sicché dal cielo grigio scendeva soltanto una
pioggia intermittente. Non ci furono né tempeste né bufere né venti
ululanti. I rami degli alberi restavano immobili, l'erba rimaneva
verde sotto i nostri piedi, e noi potemmo continuare le nostre visite
agli amici al di là dei confini della Colonia senza interruzioni. I
commerci prosperavano pacificamente lungo la grande strada
romana che da Camelot portava a nord, verso Appia, la nuova
colonia di Appio Niger, vicino a Corinium, e a sud conduceva alle
nuove guarnigioni di Ilchester e ai piccoli avamposti in direzione di
Isca. Questa strada era chiamata Via Appia dal nome di quella in
Italia che, come tutte le altre, arrivava a Roma. Grazie alla fiducia
maturata in passato tra i pacifici Appii e i rappresentanti dei
contadini intorno a Corinium, gli abitanti di quella regione avevano
cominciato a riparare le mura originarie dell'antico accampamento,
con qualche esitazione all'inizio e poi con crescente fiducia, a mano a
mano che l'opera procedeva. Con l'aiuto efficiente degli Appii subito
si stanziò in quelle terre risanate un abbozzo di guarnigione. Una
volta insediatasi, e con l'aiuto di un consiglio di anziani scelti per
vegliare sull'osservanza delle leggi, nell'arco di pochissimo tempo la
sua popolazione aumentò, e Corinium divenne una delle mete fisse
delle nostre ricognizioni.
Una mattina Tressa mi si avvicinò mentre stavo seduto in un
angolo inondato dalla luce del sole, e sul tavolo, accanto al mio
gomito, appoggiò un vaso pieno di fiorellini bianchi, blu e gialli. Era
arrivata la primavera e quei boccioli ne erano il primo luminoso
annuncio. Mi venne da sospirare al vederli, perché segnavano la fine
di quei giorni idilliaci. La primavera mi avrebbe di nuovo portato
lontano da Camelot, questa volta verso est, incontro a Germano.
Non avevo voglia di andare. Tressa mi chiese che cosa mi crucciasse,
temendo di avermi in qualche modo offeso. Le raccontai i pensieri
che mi erano venuti in mente. Quando capì che era stata mia
intenzione lasciarla a casa, ne fu così stupita che non si accorse della
mia sorpresa all'idea che lei potesse avere voglia di accompagnarmi.
Le nostre diverse reazioni crearono uno di quei momenti
pericolosi in cui da una circostanza banale e insignificante possono
esplodere conflitti dalle conseguenze incalcolabili; per fortuna fui
abbastanza avveduto da accorgermene ed evitare ogni diverbio.
Invece di respingere nettamente la sua proposta di seguirmi, tacqui,
la lasciai parlare e mi costrinsi ad ascoltare le sue ragioni.
Senza rendersi conto dell'enormità del suo progetto, mi disse che
lei e Shelagh avevano deciso che il loro posto era con noi: ci
avrebbero seguito ovunque, a parte il campo di battaglia. Era
convinta che la guerra fosse per i guerrieri, e che le donne non
avessero né l'addestramento né la forza per affrontare un nemico
corpo a corpo. Ma il mio viaggio non poteva essere considerato una
campagna militare. Ammetteva che i preparativi parevano quelli
della mobilitazione di un esercito, ma le circostanze erano tali da
non escludere né lei né Shelagh. Si vestivano con abiti di foggia
maschile e andavano a cavallo alla maniera maschile; sapevano usare
le armi e accudire alle loro cavalcature; non si aspettavano di essere
aiutate dagli uomini. Avrebbero prestato assistenza alla spedizione in
molti modi: sarebbero andate a caccia, avrebbero vegliato nei turni
di guardia, cercato il foraggio e, se fosse stato necessario, curato
piccole ferite.
Mentre continuava nel suo chiacchiericcio snocciolando una serie
infinita di argomenti a favore della loro partecipazione alla
spedizione e contro la loro esclusione, mi fu difficile sopprimere un
sorriso di ammirazione. Tutte le mie obiezioni si scioglievano come
neve al sole tiepido della primavera, sicché ancora prima che avesse
finito di parlare e prima che fossi riuscito a inserire una sola parola in
quel discorso, già avevo preso una fondamentale decisione. Tressa e
Shelagh ci avrebbero accompagnati. Sapevo che Donuil non vi
avrebbe visto niente di male, e che gli altri non avrebbero avuto
nulla in contrario. Shelagh e Tressa erano le uniche due donne
amazzoni in tutta la Colonia eh' i soldati avrebbero accettato, perché
non andavano a cavallo come le altre e non avevano la civetteria di
pensare sempre e soltanto al loro aspetto.
Come Tressa tacque e rimase a guardarmi, in piedi vicino a me, a
occhi sgranati e chiaramente incerta di quale sarebbe stata la mia
reazione, accennai di sì con la testa e dopo avere soffocato un
singulto in gola l'avvertii di preparare i bagagli entro la settimana
successiva. Mi fissò incredula, poi con un rantolo di gioia mi baciò in
fretta e si precipitò ad annunciare la novità a Shelagh. Guardandola
avviarsi, mi chiesi come avrebbe reagito se avesse saputo la vera
ragione per cui avevo accolto la sua proposta. Quando, circa
diciotto anni prima, in occasione del precedente Concilio, mi ero
recato a Verulamium e vi avevo conosciuto Germano di Auxerre,
avevo lasciato a casa mia moglie e al ritorno l'avevo trovata
brutalmente assassinata. Questa volta la mia donna mi sarebbe stata
vicino giorno e notte, e chiunque avesse avuto l'intenzione di
minacciarla o farle del male, avrebbe dovuto vedersela con me.
Germano arrivò al luogo fissato per l'incontro in una bellissima
giornata di tarda primavera. Le tre imbarcazioni che portavano lui e
il suo seguito procedevano su una rotta verso occidente, lungo la
costa. Le sentinelle cercavano di captare il segnale convenuto per il
luogo di approdo. Dietro a me, mille uomini stavano a guardare
disposti in ranghi concentrici e disciplinati sui pendii di basse colline
ad anfiteatro. Il nostro gruppo comprendeva in realtà più di
milleduecento persone, perché un manipolo di soldati ha bisogno di
innumerevoli servizi, come il ricambio dei cavalli, i carri con le
vettovaglie e un equipaggiamento medico.
Con un'ultima occhiata all'assembramento e poi con un cenno di
assenso verso Dedalo gli comunicai di prendere il comando, quindi
mi avviai verso la riva dove già si era raccolta una folla per dare il
benvenuto al vescovo e al suo corteo. Mi seguivano Donuil, Filippo,
Falvo, Benedetto, una dozzina di capitani delle truppe e
naturalmente Tressa e Shelagh. Procedevo in testa al gruppo,
tenendo con la destra le redini del mio cavallo e con la sinistra
quelle di un castrato bianco. Ignoravo se Germano montasse ancora
in sella, ma con la speranza che lo facesse, avevo scelto
appositamente per lui una cavalcatura tranquilla.
Enos doveva aver preparato con cura l'incontro perché, come
avemmo occasione di notare, per tutta la strada che da Camelot
portava a Sorviodunum e da lì a Venta Belgarum, la gente del posto
aspettava il nostro arrivo. La stessa accoglienza ci fu riservata lungo
le sessanta miglia che da Venta portavano alla costa in direzione sudest. Ci accompagnava una scorta di chierici dalle tonache scure, che
reggevano croci e bordoni, ansiosi di farci capire che, malgrado
avessimo una diversa impressione, ci muovevamo in realtà tra un
gregge di cristiani pacifici e animati da buone intenzioni. E, a
conferma di ciò, con gran sorpresa generale, non ci trovammo nelle
terre da noi attraversate davanti a scene di panico o a reazioni di
paura prodotte dal nostro ingente numero o dalla nostra presenza,
sebbene molti di quelli che incontravamo fossero di ceppo straniero.
Viaggiavamo in una terra sassone, e sassoni erano i suoi abitanti.
Ci capitò, naturalmente, di dover fronteggiare qualche episodio di
ostilità nella nostra marcia verso sud. Uno in particolare produsse su
di me una durevole impressione, e fu Dedalo a darmene notizia. Era
avanzato in ricognizione, mi disse, a capo di un manipolo di suoi
uomini, quando si era accorto che una fattoria isolata veniva in quel
momento saccheggiata. Avevano in breve tempo disperso gli
aggressori senza che ci fossero state perdite tra i nostri. Ded, venuto
subito a comunicarmelo, mi aveva trovato in testa al nostro
contingente intento a parlare con Benedetto. Brusco come sempre, ci
interruppe.
«Guarda qui» disse tendendomi una specie di arma. «Che ne dici?»
La esaminai frettolosamente. «Mi sembra il parente povero del
mio mazzafrusto» dissi, soppesando l'aggeggio con la mano sinistra e
con la destra sganciando dalla mia sella il minaccioso strumento di
ferro costruito da Uther Pendragon. L'arma di Uther, e ora mia,
consisteva di una palla di ferro attaccata a una catena corta e
pesante, a sua volta agganciata a una spessa impugnatura di legno.
Lo strumento che in quel momento tenevo nella sinistra era simile
ma di differente fattura. Invece di una palla di ferro, aveva una
grossa pietra quasi sferica, avvolta in una rete di canapa i cui fili
avevano lo spessore di un mignolo. I fili longitudinali, in numero di
quattro, erano annodati in prossimità della testa dell'aggeggio, e
avvolgevano tutta l'impugnatura. La rete, frutto di un lavoro
paziente e accurato, si riavvolgeva su se stessa sicché le estremità dei
fili erano nascoste e non si vedeva traccia di nodi. L'intera arma era
stata quindi immersa in una sorta di cera o liquido vischioso che
aveva indurito le fibre della rete, proteggendole: un maneggevole
strumento di morte, spaventosamente efficace.
«Non è affatto il parente povero» replicò Ded con sdegno. «È
un'opera d'arte.»
Esaminai di nuovo l'arma e non potei non dargli ragione. «Sì, ma
è di corda e pietra. La mia è di ferro massiccio.»
«Esattamente. Per questo te l'ho mostrata. Ti ricordi la nostra
discussione su come sono cambiate le cose da quando i Romani se ne
sono andati? Ti lamentavi che era difficile trovare una spada perché
le legioni, partendo, si erano portate dietro i loro armieri.»
«Sì, lo ricordo.»
«Ed ecco la prova. Guarda l'attento lavoro che è stato fatto
soltanto per agganciare una pietra. Quest'arma, Merlino, è stata
costruita da qualcuno che aveva visto l'originale in ferro, ma non
aveva gli strumenti per riprodurlo. Ma, quanto a efficacia, non è da
meno. Guarda.»
Si chinò per tirare fuori dalla bisaccia attaccata alla sella un'altra
arma, assai più rozza. Era, o era stata, una lancia di fattura primitiva,
consistente in una daga legata con una correggia di pelle a un'asta di
legno. Dopo avermela mostrata, Ded la buttò sprezzantemente tra
l'erba. «Così erano le armi che avevano quei figli di puttana.»
Vedendomi inarcare le sopracciglia, proseguì in fretta. «Abbiamo
visto una banda di selvaggi che assalivano una fattoria a circa tre
miglia da qui. Forse erano Sassoni, ma ne dubito. Probabilmente
banditi, puri e semplici. Ladri e assassini. Hanno ammazzato quattro
di quelli che abitavano nel casolare, e catturato gli altri, una decina
di persone. Nessuno di loro aveva una spada decente: disponevano
soltanto di coltelli e mazze di legno. Quella pietra era l'arma
migliore su cui potessero contare.»
«Che cosa ne deduci?»
«Che probabilmente siamo gli unici nei dintorni a possedere armi
vere.»
Gli sorrisi, e lo stesso fece Benedetto. «Forse hai ragione, Ded»
dissi. «Ma non butteremo via le nostre spade per paura che tu possa
esserti sbagliato.»
Quella conversazione mi tornò in mente mentre osservavo
l'assembramento di oltre cento uomini in attesa sulla riva. Erano
quasi tutti Sassoni, e qui e lì si scorgevano le vesti brune di qualche
chierico, ma nessuna arma. Erano per lo più cristiani, e convertiti da
poco, ma sarebbe stato iniquo privarli, per tale motivo, della
possibilità di difendersi mentre erano lontani dalle loro case. Ci
avevano lanciato occhiate in tralice il pomeriggio precedente, ma
con mitezza, più curiosi che ostili.
Osservandoli ora con maggiore attenzione, mi sentivo di
confermare la prima impressione: non erano armati. Fermai il mio
cavallo sulla striscia erbosa sovrastante la distesa di ciottoli che
arrivava fino a riva, sorridendo meravigliato che tutta quella gente
allungasse il collo con la speranza di scorgere le tre piccole navi,
quando sarebbe stato sufficiente venire là dove ci eravamo appostati
noi per vedere ogni cosa con facilità.
In quell'assembramento nessuno era di ceppo celtico; me ne
accorsi per via delle vesti che apparivano bigie e incolori ai miei
occhi avvezzi da anni alle tinte sgargianti dei miei compatrioti.
Quanti erano lì convenuti indossavano abiti rozzi, tessuti in casa,
monocromi, marrone opaco o grigio spento. Da nessuna parte si
coglieva un tocco di colore, neanche di nero o di bianco; neppure il
tessuto era lavorato con qualche motivo decorativo.
Vedendo avvicinarsi la piccola imbarcazione di Germano, fui
contento di avere insistito per cambiare la località dell'approdo.
Aveva previsto di sbarcare in prossimità del forte di Dubris, a circa
cinquanta miglia sulla costa, nel punto in cui le scogliere bianche
della Britannia sono più vicine alla Gallia, dall'altra parte del Mare
Stretto.
Avevo obiettato sostenendo che era troppo pericoloso per lui e
per me. Sarebbe infatti sbarcato su suolo straniero, affidandosi a
comunità la cui conversione al cristianesimo non era certa; per
accoglierlo avrei dovuto attraversare una terra che non conoscevo,
affidando la sicurezza dei miei uomini a gruppi che a loro volta si
limitavano a fare semplice dichiarazione di buona volontà. Dubris
sorgeva al margine meridionale del Weald; per arrivarci, e quindi
ripartire, avremmo dovuto marciare nei territori di Horsa.
Avevamo perciò concordato che, all'altezza di Dubris, la sua nave
avrebbe virato a ovest e proseguito parallelamente alla costa fino
alle rovine di Anderita, il forte più a occidente tra quelli della Costa
Sassone. Avrebbe poi doppiato il promontorio che, subito dopo
Anderita, si protende a sud, e continuato a costeggiare in direzione
nord-ovest, fino al punto in cui la sponda di nuovo volge a ovest.
Avremmo aspettato il suo arrivo direttamente a sud di Londinium e
di Verulamium, situate a circa ottanta miglia nell'entroterra. Per
indicargli un approdo sicuro gli avremmo lanciato segnali di fumo da
tre grandi falò, due a ovest del luogo di sbarco e il terzo a est.
La piccola flotta si avvicinò il più possibile al litorale che, con la
bassa marea, sembrava allungarsi fin quasi a coprire la metà della
distanza che ci separava dalla Gallia. Guardandola, mi felicitai che le
acque fossero calme, perché, in condizione di mare agitato, sarebbe
stato impossibile effettuare l'operazione di sbarco che invece si
concluse in mezz'ora. Vedevo le prime tre barche cariche avvicinarsi
alla riva e la gente affollarsi intorno ai nuovi venuti per accoglierli.
Levai la mano per avvertire i miei compagni di aspettare lì
dov'erano. Infatti, se ci fossimo mossi allora, il nostro arrivo avrebbe
inevitabilmente e ingiustamente attirato l'attenzione generale, e
privato quanti erano venuti a piedi dell'occasione di salutare l'uomo
che intendevano accogliere con tanto entusiasmo.
Scorsi subito Germano, ma sentii un nodo alla gola vedendo il
cambiamento che si era operato in lui da quando ci eravamo
incontrati l'ultima volta. Un tempo, davanti a me avevo visto l'ex
delegato delle forze armate di Roma, un uomo di cinquantanni,
vigoroso, sbarbato, forte e agile, robusto nelle braccia e solido sulle
gambe, con cosce muscolose in grado di stringersi senza sforzo
intorno al dorso di un cavallo: il generale Germano di Auxerre che
aveva deciso di diventare un uomo di Dio. L'uomo che, seppure a
una certa distanza, ora vedevo non aveva nulla in comune con un
soldato. Era vecchio, con una fluente barba bianca. Scorgendomi,
levò una mano per salutarmi. Lo salutai anch'io ma non mi mossi per
andargli incontro, preferendo che lui finisse di ricevere l'omaggio
degli amici e dei seguaci, che si genuflettevano e gli baciavano la
mano. Alcuni, dopo questo atto di reverenza, lo abbracciarono, ma
per lo più si tirarono indietro per fare spazio ad altri.
Dietro a me un cavallo nitrì e picchiò rumorosamente gli zoccoli
sul terreno, forse punto da qualche insetto; ma l'irrequietezza si
diffuse e molti cavalieri furono costretti a tirare con forza le redini
per mantenere l'ordine tra le loro bestie. Avevo gli occhi fissi su
Germano, mentre i ricordi si affollavano nella mia mente. Non ci
vedevamo dall'estate del 429, l'anno in cui era stata uccisa
Cassandra. Nel 431 era nato Artù, che oggi aveva sedici anni.
Germano doveva essere sui settant'anni; io, allora, non ancora
trentenne, oggi ne avevo quarantasei.
«Scenderai a riva per andargli incontro?» mi chiese Tressa che mi
aveva raggiunto e stava alla mia destra.
«Tra poco. Sa dove siamo. Ci farà sapere quando sarà pronto a
incontrarci.»
Mentre parlavo, l'andirivieni intorno al vescovo si era attenuato,
ma altri sopraggiungevano a salutarlo. Per qualche momento rimase
solo. Quando gli si avvicinarono alcuni chierici, Germano li tenne a
distanza agitando la mano e levando lo sguardo verso di noi, fermi
sul crinale della collina. Un sorriso gli illuminò il viso mentre ci
faceva cenno di avvicinarci. Germanico imboccò il pendio e
raggiunse la spiaggia, ma, accorgendomi che il suo passo era incerto
sul terreno ciottoloso, scesi di sella e mi avviai a piedi verso il mio
amico. Mi lasciai cadere in ginocchio, tendendo la mano per
prendere e baciare la sua, nel gesto simbolico di offrire la pace di
Cristo. Mi permise di genuflettermi, ma subito dopo mi tirò su e mi
abbracciò con lo slancio di un caro amico che non ti vede da tempo:
mi sorprese la forza che mostrava di avere. Lo presentai al mio
seguito e agli altri ufficiali, cominciando da quelli di più alto rango.
Germano li salutò con cordialità, usando per ciascuno parole diverse
e ringraziando tutti per il disturbo che ci eravamo presi per andargli
incontro.
Lungo la riva si erano in gran parte concluse le cerimonie di
saluto, e la folla, disposta in cerchio, se ne stava in silenzio, attenta a
capire quello che succedeva tra noi e il vescovo. Germano si volse al
suo corteo levando le braccia e la voce per richiamare l'attenzione,
prima di accorgersi che già tutti erano in attesa delle sue parole.
Abbassò immediatamente le braccia.
«Cari amici, mi è di consolazione sapere che con questi segni e
portenti Dio mi comunica che siamo nel giusto nel perseguire la
santa causa che ci ha portati in Britannia. Durante la traversata ci ha
elargito un mare calmo e un cielo sereno che ci hanno consentito di
arrivare nel giorno fissato e di trovarvi in attesa del nostro approdo.
E soprattutto Egli ha ritenuto opportuno che rivedessi il mio amico
Caio Britannico che ci salvò la vita quando per la prima volta
sbarcammo in Britannia quasi due decenni fa, e ci scortò fino a
Verulamium. Oggi è qui di nuovo per scortarci ancora una volta, ma
adesso è presente su nostra richiesta e con forze molto più ingenti.
Nei prossimi giorni avrete modo di conoscere lui e i suoi uomini.
La strada per Verulamium è lunga e forse insidiosa, ma gli amici
venuti da Camelot veglieranno sull'incolumità di tutti noi. In questo
momento una scorta, armata di tutto punto, è sulla collina e sotto il
sole aspetta il nostro passaggio. Non sarebbe caritatevole prolungare
il disagio di quegli uomini più del tempo strettamente necessario.
Avviamoci, dunque.» Tacque e, lanciandomi un'occhiata, chiese:
«Quanto è distante l'accampamento nel quale trascorreremo la
notte?».
«È vicino. Meno di un miglio da qui. Mi è sembrato opportuno
che riposassi almeno una giornata prima di intraprendere il viaggio.
Abbiamo disposto di partire domani; un sostanzioso pasto ci attende
all'arrivo all'accampamento. Consideralo un gesto di ringraziamento
per essere arrivato con tanta tempestività. Così almeno lo
interpretano i miei uomini, che non sono abituati a un pranzo
succulento a metà giornata se non nelle occasioni speciali.»
«Magnifico!» Trasmise l'annuncio al suo seguito e con le braccia
fece segno a tutti di avanzare. Notai che la sua lunga veste, tagliata
verticalmente sul davanti dalla vita in giù, mostrava aprendosi un
paio di brache e stivali di cuoio assai pratici e comodi. Quando
tornò a voltarsi verso di me, lo presi per il gomito e insieme
avanzammo.
«Sono contento di vederti abbigliato per montare a cavallo,
vescovo. Mi hai scritto una volta che da anni non salivi più in sella.»
«Lo so, ma subito mi sono reso conto che commettevo peccato di
orgoglio e mostravo ingratitudine verso Dio, lasciandomi prendere
dalle Sue cure al punto di non avere il tempo per i piaceri che ci
elargiva. Per porvi rimedio ho ripreso l'abitudine dell'equitazione
prima ancora che la lettera ti arrivasse. Da allora non ho smesso di
esercitarmi. Hai un cavallo per me?»
«Certamente. È equipaggiato anche con le staffe. Sai usarle?»
Si fermò e scoppiò a ridere, leggermente ansimante per la fatica di
camminare sul terreno sassoso della spiaggia. «Che domanda mi fai?
Ricordati che le prime staffe sono arrivate in Britannia dalla Gallia.
Voi le avete adattate e ne avete elaborato una nuova versione che,
una volta dimostratasi più efficiente, è stata prontamente copiata dai
cavalieri della Gallia. Prima che partissimo da Verulamium uno dei
miei fratelli ha fatto un disegno delle selle in uso qui, e sulla base di
questo documento ci è stato facile costruirle. Sicché oggi cavalco
esattamente come te.»
«Alleluia!» esclamai. Germano mi lanciò un'occhiata penetrante.
«Ne hai sentito parlare? Ti da fastidio?»
«La vittoria dell'Alleluia? Perché dovrebbe darmi fastidio? Mi
trovavo lì, non ricordi?» Vedendomi sorridere, il viso gli si illuminò.
Con un cenno del capo indicai il cavallo che gli avevo destinato. «Ti
va bene?»
Inarcò le sopracciglia osservando lo splendido animale. «Come
potrebbe non andarmi bene? Ma io sono vescovo, Merlino, e questo
è un cavallo da re. Non si può trovare una bestia meno sontuosa?»
«Sì, ma non vorrai peccare ancora di orgoglio. Questo cavallo mi
è venuto incontro proprio quando ne cercavo uno per te.» Esitai per
un attimo, quindi aggiunsi: «Anche i colori sono intonati: la tua
barba è bianca come la sua criniera. Permettimi di aiutarti a salire in
sella».
Germano rise di nuovo, poi appoggiandosi alla mia spalla, mise il
piede nelle mie mani unite a coppa. Mi levai sulle ginocchia e lo
alzai all'altezza della staffa e a questo punto lui portò la gamba
destra oltre il dorso dell'animale.
«Si chiama Pegaso» dissi. «Non ha le ali, ma il colore è quello
descritto nel mito. È veloce e docile.» Raggiunsi il mio Germanico e,
salito in sella, notai che Tressa, davanti a noi, si avvicinava al punto
in cui si trovavano le truppe. Quando mi volsi verso Germano, lo
vidi che, eretto su Pegaso, osservava ammirato le schiere dei soldati.
«Magnifico, Merlino, magnifico. Roma non ha mai visto l’uguale.»
Tacque, ma dal suo atteggiamento si capiva che di lui si era
nuovamente impossessato lo spirito guerriero. «Posso ispezionarle?»
«Sarà un onore, vescovo, un onore per i soldati e per me.»
«Andiamo allora. Accompagnami.»
Nella mezz'ora che seguì le truppe di Camelot rimasero sull'attenti
mentre il legato di Roma le passava in rassegna.
Quando ebbe finito, e alle truppe fu permesso di ritornare
all'accampamento, io, cavalcando di fianco al vescovo, gli spiegai
che avevamo provveduto a portare con noi comodi carri forniti di
panche imbottite in modo che, sia lui sia gli uomini del suo seguito,
potessero raggiungere Verulamium viaggiando con agio invece che
recarvisi a piedi come nella precedente occasione. Parlammo di
molte cose in quel breve tragitto, ma eravamo circondati da un folto
gruppo di persone, e sapevo che avrei dovuto aspettare prima di
avere la possibilità di discutere i temi che più mi assillavano. Fu
quindi con grande sollievo che lo ascoltai esprimere il desiderio di
rimanere da solo con me, lontano dai doveri inerenti alla sua attuale
missione e ai suoi impegni vescovili. Mi avrebbe dedicato un po' del
suo tempo il giorno dopo, a conclusione della prima tappa del
viaggio verso settentrione.
Il nostro accampamento era disposto come un tradizionale
accampamento romano, ma questa volta, in vista di dover
accogliere circa millecinquecento persone, avevo ordinato che le
cucine e la zona mensa fossero situate oltre il campo vero e proprio.
La brezza ci portava i profumi invitanti della cacciagione che veniva
cotta allo spiedo. Gli feci strada fino a dove alloggiavamo io e gli
ufficiali. Avevo fatto innalzare, a uso di Germano, tre ulteriori tende
accanto alla mia; due di queste erano abbastanza comode per
accogliere gli uomini del suo seguito che avesse voluto tenere vicino
a sé. Lo condussi al suo alloggio e, smontati da cavallo, porsi le
redini a due palafrenieri in attesa. A questo punto piegando di lato
la testa mi guardò.
«I tuoi ufficiali... quelli che mi hai presentato... non ricordo i loro
nomi, ma avevano il grado di tribuno, centurione e decurione. Non
è strano?»
«Strano? Perché?»
«Erano ranghi romani.»
«E allora? Non conta. Erano tìtoli militari, vescovo.»
«Chiamami Germano, quando siamo soli. Perché romani? Voi non
siete romani, vero?»
«No, siamo britannici, ma le nostre radici sono romane.»
«Come chiami i tuoi ufficiali?»
«Perdonami, ma che cosa intendi dire? Sono i miei ufficiali... li
chiamo per nome.»
Germano scosse la testa sorridendo. «Scusami per non essere stato
più chiaro. Lo storico in me sa che i tribuni romani non erano
ufficiali di cavalleria né per nascita né per formazione. Lo stesso vale
per i centurioni, che erano della fanteria. Cavalieri erano i decurioni,
ma qui tutti i tuoi ufficiali sono di cavalleria.»
«E allora? Non capisco» dissi confuso.
Si strinse nelle spalle. «Quello che voglio dire è che, se si
intendono adottare i costumi romani, allora è bene aderirvi con
scrupolo. A Roma i padri fondatori appartenevano ai patrizi, gli altri
erano i plebei. Successivamente, tra le due classi, ne emerse una
terza, cui lo stato forniva cavalli e stipendio con il denaro pubblico.
Erano gli uomini dell'ordine equestre, corrispondente a quello dei
cavalieri di oggi. I tuoi uomini appartengono quindi all'ordine
equestre. Dovresti, amico mio, chiamarli cavalieri e distinguerli in
qualche modo dagli altri soldati.»
«Cavalieri? Dovrei fondare un ordine nobiliare? A Camelot?»
«Perché no? Forse non un vero e proprio ordine nobiliare, dato
che nobiltà è una parola astratta e troppo spesso ambigua, ma
certamente un nuovo ordine militare che raccolga gli spiriti migliori.
Da come si presentano le tue truppe direi che Camelot è una
comunità abbastanza matura per meritare qualche simbolo a
testimonianza della propria eccellenza. Una semplice idea, ma vale
la pena prenderla in considerazione. Potrebbe essere un incentivo
per chi tra i tuoi uomini aspira alla vita militare.»
«Ma quale segno distintivo dare a tale onore? Tutti abbiamo
cavalli nella Colonia.»
«Escogita qualcosa» disse Germano stringendosi nelle spalle. «È
comunque soltanto un'idea. Pensaci su, amico mio. Dio ti guiderà, di
questo sono sicuro. Ecco che arriva Ludovico, il mio segretario e la
croce che mi porto in questa vita. Perdonami, e devo parlare con lui
prima di ritrovarci per il pranzo.»
Lo affidai alle attenzioni del corpulento chierico che veniva a
reclamarlo; dal canto mio, mi misi alla ricerca di Tressa. Avevo la
mente in subbuglio per i suggerimenti datimi da Germano. Dovevo
farne partecipe qualcuno, ed era Tressa la persona che più mi stava a
cuore.
Ne discutemmo a pranzo, e lei si entusiasmò al progetto quanto
me, percependo per la prima volta le possibilità che poteva offrire la
costituzione di tale ordine, qualora avessimo compiuto i passi giusti.
Prima della fine di quel pomeriggio, mentre Germano era occupato
con i suoi vescovi in una riunione che si sarebbe protratta fino a
tarda notte, io parlai dell'iniziativa a tutti i miei più prossimi
collaboratori. Nessuno di loro - con mia grande tristezza - parve
intuire le possibilità che Tressa e io avevamo scorto. Perfino Shelagh
si limitò a pochi commenti laconici. Cercai di nascondere la
delusione e di smorzare l'entusiasmo per paura di metterli in
imbarazzo, ma l'idea non aveva perduto la sua attrattiva.
Quella notte mi svegliai molto prima dell'alba con una visione in
mente, una visione che avrebbe potuto essere un sogno: vedevo
Artù, assai più avanti negli anni, che reggeva Excalibur davanti a sé,
in mezzo a una cerchia di giovani coraggiosi con elmo e armatura e
nello sguardo un'espressione di profonda ammirazione. Mi misi
seduto sul letto nell'oscurità, e mi concentrai su quanto avevo visto,
assaporando la luce e la bellezza di quel gruppo, finché l'immagine
non si dissolse lentamente. Poi mi distesi di nuovo sul giaciglio, ma
invano aspettai di riaddormentarmi.
XIV.
Il giorno seguente mi alzai prima dell'alba, ma quando uscii dalla
mia tenda, nell'accampamento già fervevano mille attività. A
strapparmi dalla branda erano stati gli scalpitii dei cavalli legati alle
staccionate e il fracasso intorno ai carri che venivano caricati. Dopo
essermi lavato in fretta con l'acqua fredda nei bagni comuni e aver
consumato la colazione nelle cucine, trascorsi le ore successive a
controllare i preparativi per la partenza.
Da occidente, subito dopo il levar dell'alba, cominciò a soffiare
una brezza robusta e tiepida, che si scaldava a mano a mano che in
cielo si alzava il sole. I piccoli stendardi attaccati alle lance dei
capitani del nostro squadrone garrivano nel vento e i portatori
avevano difficoltà a reggere i grandi vessilli che proclamavano la
nostra identità: il mio mostrava un grande orso d'argento su sfondo
nero, e il leone rampante di Camelot, bianco su campo rosso.
L'esodo parve all'inizio caotico, perché gran parte della folla che
era venuta ad accogliere Germano rimase in attesa finché non
fummo pronti ad avviarci, e subito dopo si disperse per ritornare a
casa. Dopo mezzo miglio già si erano allontanati tutti, chi in una
direzione, chi nell'altra, e noi ci ritrovammo soli: una colonna
compatta e diritta che puntava verso nord, adeguando il passo di
marcia al più lento dei carri coperti, il pesante veicolo dalle ruote
larghe, trainato da muli, sul quale viaggiava il vescovo. In quella
zona rurale di dolci colline, lontana dalle strade, quei carri erano
nello stesso tempo un punto di forza, perché trasportavano le
vettovaglie del gruppo, e un punto di debolezza, perché avevano
difficoltà a superare ogni piccola salita e declivio. Il terreno, tuttavia,
era solido, e i massi che ostruivano il percorso erano rari, sicché
avanzavamo lentamente, ma senza difficoltà, mentre le larghe ruote
lasciavano solchi profondi nel suolo.
Portavamo nella bisaccia attaccata alla sella le razioni di cibo per
la giornata e a mezzogiorno mangiammo senza scendere da cavallo
per riposare, perché il ritmo della nostra andatura non
rappresentava una minaccia al vigore delle bestie. Qualche tempo
dopo, forse un'ora più tardi, mi giunse un odore di fumo. Portato
dalla stessa folata, lo percepì anche Filippo, che procedeva di fianco
a me, e sentenziò che si trattava di erba bruciata. A mano a mano
che proseguivamo, il vago odore si faceva sempre più persistente e
penetrante finché, a un certo punto, davanti a noi si parò una nube
scura e densa. Vidi che Dedalo e Benedetto, alla testa del corteo,
ritornavano indietro.
Ci informarono che le colline antistanti, a nord e a ovest, erano
avvolte dalle fiamme, alimentate dal costante vento che soffiava da
occidente. Si erano avvicinati fino al fronte dell'incendio, confidando
che la cortina di fuoco fosse sottile e facilmente superabile, ma il
terreno stesso bruciava e sotto il primo strato gessoso se ne stendeva
un altro di torba, che ardeva in profondità, togliendo ogni speranza
di poter superare in fretta il tratto in fiamme. Impossibile, ci disse
Dedalo in tono lugubre, aggirare l'ostacolo da settentrione. Eravamo
quindi costretti a puntare a destra, verso oriente, e accerchiare il
fuoco.
A che sarebbe servito lamentarsi o arrabbiarsi? Bastava dare
un'occhiata a Dedalo - coperto di fuliggine, con chiazze di
bruciaticcio e gli occhi arrossati - per rendersi conto che il suo
resoconto era veritiero. Ordinai a Filippo di cambiare la direzione
della nostra marcia, e a Dedalo e Benedetto dissi di richiamare gli
uomini che procedevano in perlustrazione davanti a noi e di
indirizzarli nell'altra direzione. Il corteo girò a est, il che non mi
tranquillizzava affatto, ma tenni per me la preoccupazione. Davanti
a noi, infatti, si stendeva il Weald, dove da poco si erano insediati
orde di Danesi, e non avevo voglia di suscitare un vespaio.
Il seguito di Germano reagì immediatamente, e poco dopo lo
stesso vescovo mi raggiunse a cavallo in testa alla fila. Il progetto del
viaggio prevedeva che viaggiassimo puntando a settentrione, mi
disse con ansia, ed erano stati presi accordi perché attraversassimo,
senza essere molestati, quelle terre, ma nessuna misura era stata
presa per garantire l'incolumità nell'altra direzione. Fino a che punto
intendevo deviare dall'itinerario stabilito? Dissi che saremmo
avanzati verso est finché non fosse calato il vento e si fossero spente
le fiamme a nord. Avremmo seguito un percorso lungo i margini
dell'incendio fino a quando non avessimo potuto girare di nuovo a
ovest e riprendere l'itinerario originario. Fece un cenno di assenso
con la testa, ma il suo disappunto era pari al mio. Se anche l'incendio
si fosse estinto immediatamente, non avremmo potuto puntare a
nord, perché sul terreno bruciato le bestie non avrebbero trovato di
che nutrirsi. Il nostro destino era nelle mani di Dio, e in Lui
dovevamo confidare.
Per i successivi quattro giorni proseguimmo verso est, cercando di
deviare a nord non appena fosse possibile. Gli esploratori mandati in
avanscoperta setacciavano le terre che ci accingevamo ad
attraversare e gli uomini del corteo stavano all'erta. Il vento tacque
durante la notte del secondo giorno; Ded e Benedetto ci tenevano
costantemente informati sulle condizioni a nord e a ovest di dove ci
trovavamo.
La mattina del quarto giorno avevamo lasciato la zona collinosa e
di nuovo ci dirigevamo verso nord-ovest, attraversando un territorio
ricoperto da arbusti e cespugli. Superammo prospere fattorie che
erano fiorite dove un tempo c'erano stati i terreni incolti di una zona
a vegetazione bassa, lungo il margine esterno di un tratto boscoso
che si sviluppava verso est rispetto a noi. Non c'erano strade in
questa regione, dove i Romani non si erano mai stanziati, ma
dappertutto si vedevano i segni di abitazioni umane e di sentieri
tortuosi, che conducevano da un casolare all'altro attraverso il folto
della foresta.
La popolazione di quel circondario, mi disse Germano, era
costituita da Angli, lì insediatisi decenni o anche generazioni prima, e
ora, pacificamente radicatisi, lavoravano la terra e provvedevano
alla numerosa progenie. Fiutavo l'aria, per così dire, perché
implicitamente diffidavo di tutti coloro che non erano di ceppo
celtico o romano. Non colsi tracce di ostilità tra quella gente, e mi
parve che dimostrassero un genuino affetto per il vescovo. Mi fu di
sollievo capire che i numerosi Angli che lì abitavano erano di per sé
una forma di garanzia. I Danesi di Horsa non avrebbero trovato
punti di appoggio, perché non c'erano terreni liberi.
Nel pomeriggio del quarto giorno ci ricongiungemmo finalmente
con la strada che avevamo dovuto abbandonare e puntammo
direttamente verso nord. Sul far del crepuscolo, mentre le ombre si
allungavano al tramonto del sole, vedemmo un gruppo di gente che,
evidentemente, aspettava il nostro arrivo. Quando ci avvicinammo,
un uomo e una donna andarono incontro a Germano. Erano
inequivocabilmente angli, e mi piacquero la dignità del loro
atteggiamento e l'autorevolezza dei loro gesti. L'uomo, mi disse
Germano, si chiamava Cuthric. Capii subito da come si comportava
che era un capo tra la sua gente. Alto, diritto, si muoveva come se
fosse sempre in vista, sotto gli occhi di una moltitudine, mostrando
un garbo innato e un naturale decoro che lo distinguevano tra tutti.
Le vesti che indossava erano ricche, di un pesante tessuto verde
scuro, lussuoso al confronto degli abiti dimessi e di umile fattura dei
suoi connazionali. La barba era fluente e la chioma, simile a una
criniera dorata, gli scendeva fino sulle spalle larghe. Dava
l'impressione che avrebbe saputo affrontare chiunque lo avesse
sfidato. La donna che gli stava al fianco, indubbiamente sua moglie,
era alta quasi quanto lui. Aveva gli stessi capelli biondi, fitti e lucenti;
l'abito era un unico drappo bianco bordato di verde scuro. Si
muoveva con una regalità spontanea. Insieme erano il ritratto della
compostezza e di una sicura probità.
Il viso di Germano si allargò in un ampio sorriso. Si rivolse ai
nuovi venuti nella loro lingua, che parlava con la stessa padronanza
del latino. Rimasi sbalordito perché non l'avevo mai sentito
esprimersi in quell'idioma e ignoravo che lo conoscesse. Finalmente,
volgendosi a me, mi pose la mano sul braccio.
«Si chiamano Cuthric e Cayena» esordì. Il grazioso nome della
donna mi rimase subito in mente. Feci con la testa un cenno verso i
due e sorrisi, mormorando qualche parola cortese che Germano si
affrettò a tradurre. Doveva essersi espresso con eloquenza perché
entrambi, l'uomo e la donna, chinarono il capo con un gesto che mi
parve di gratitudine e deferenza.
«Cuthric è molto potente tra gli Angli» spiegò Germano. «Non è
propriamente un re, perché la sua gente non ha il senso della regalità
in quanto tale, ma è indubbiamente il loro principale
rappresentante, riverito per la sua saggezza e la sua capacità di
amministrare la giustizia con equità. È uno jarl, ma forse sarebbe
meglio dire che è un capo e anche...» si interruppe alla ricerca della
parola migliore. «Stavo per dire un uomo di religione, ma non è
l'espressione adeguata nel suo contesto. Meglio definirlo un cristiano
devoto ed esemplare. Il termine latino magus è forse quello esatto.»
Sbattei le palpebre, guardando Cuthric e Germano. «Un mago?
Vuoi dire uno stregone?»
«No, naturalmente. Non ti ho detto che è un devoto cristiano? È
un saggio, uno studioso, che conosce le antiche tradizioni della sua
gente, e per questo è tenuto in grande stima. Ci accompagnerà verso
nord, e la sua presenza, più ancora di quella dei tuoi mille uomini, ci
proteggerà da ogni molestia.» Se mai poteva esserci un che di
offensivo in quella sua ultima osservazione, il sorriso con cui
accompagnò le parole servì a dissiparlo.
«Ne sono contento. Ci serve ogni aiuto finché non saremo fuori
portata delle minacciose orde di Horsa. Ti lascio, vescovo, ai tuoi
ospiti: mi dedicherò ai miei doveri finché non saremo di nuovo
pronti a partire.»
Mi accomiatai da Cuthric e dalla nobile Cayena portandomi una
mano stretta a pugno sulla parte sinistra del petto all'altezza del
cuore, quindi, girato il cavallo, mi avviai verso le mie truppe che in
formazione sciolta si erano disposte intorno alla fattoria. Rimasi per
una mezz'ora con Tressa, Shelagh e Donuil, scambiando con loro
complimenti e battute mentre Germano era intento alle sue
faccende. Quando riapparve seguito dai due angli, li accomodammo
su uno dei carri riservati ai passeggeri, e subito dopo riprendemmo la
marcia.
Nei giorni successivi mi trovai spesso in compagnia di Cuthric che,
sempre vicino a Germano, parlava con lui nella sua lingua. A onor
del vero, ogni volta che mi avvicinavo, Germano prendeva a usare il
latino con me e si affrettava a tradurre a Cuthric.
Nella settimana che seguì all'arrivo di Cuthric, ebbi due tra le più
importanti conversazioni della mia vita: la prima fu profondamente
meditata e accuratamente predisposta, la seconda sgorgò spontanea.
Sono passati molti anni da allora e ancora mi rammarico che
quest'ultima sia avvenuta soltanto sul finire del viaggio. Se d'altra
parte fosse stata anticipata, la prima conversazione, indubbiamente
la più importante, non avrebbe mai avuto luogo.
Avevo sperato di poter trascorrere un po' di tempo da solo con
Germano subito dopo il nostro incontro, nel corso dei primi giorni,
ma così non era stato. C'era un viavai di chierici che quasi per magia
incontravamo lungo la strada anche quando cambiavamo direzione
di marcia. Questi messaggeri, ciascuno latore di notizie di maggiore o
minore urgenza da sottoporre al vescovo, gli assorbivano tutto il
tempo disponibile con incontri e riunioni che a volte si protraevano
fino a notte fonda. Germano mi disse che, invecchiando, sentiva
sempre meno il bisogno di dormire, e quando i soldati mi
confermarono che spesso passavano il tempo con lui durante le ore
di guardia antecedenti l'alba, mi convinsi che così era effettivamente.
Eppure non appariva mai stanco o distratto; era anzi vigile e allegro
e, dopo mangiato, saliva in sella con l'energia di un giovane.
Alcuni giorni dopo avere ripreso la strada che conduceva a
settentrione, a sera inoltrata, quando già le fiamme dei falò si
levavano con minor vigore, mi chiamò mentre, diretto alla mia
tenda, passavo accanto alla sua. Misi la testa dentro e lo trovai
seduto al tavolo pieghevole, intento a parlare con due dei suoi
vescovi. Levò lo sguardo sorridendo.
«Credi di riuscire a trovare una borraccia di idromele, amico mio?
Abbiamo quasi finito qui, e mi accorgo di essere stato ben poco
tempo in tua compagnia da quando, chiedendoti di venirmi
incontro, ti ho trascinato fin qui. Abbiamo molte cose da discutere.»
Feci un cenno di saluto ai due vescovi, quindi gli sorrisi. «Credo di
potermi procurare una o due borracce, ma non vogliamo mangiare
niente? Hai cenato? Farò portare un po' di pane e di carne, e
mangeremo qui. A che ora devo tornare?»
Germano guardò gli altri due, ed entrambi stringendosi nelle
spalle si dichiararono soddisfatti delle conclusioni raggiunte nel
colloquio.
«Quanto tempo ti ci vuole per procurarti le provviste?»
«Rimani qui, sarò subito di ritorno.»
Poco dopo rientravo nella tenda portando due borracce
dell'idromele di Shelagh, contenuto nell'enorme botte che lei aveva
insistito a portarsi dietro nella spedizione. Avvicinatomi al tavolo, vi
poggiai sopra le due borracce, tirai fuori due boccali di corno e mi
slacciai il fodero con la lunga spada. Non mi ero neppure accorto di
averlo ancora addosso. L'appoggiai in un angolo della tenda.
«Tra poco porteranno da mangiare» dissi.
Riempii i due boccali e ne porsi uno a lui. Li avevamo appena
accostati alle labbra quando tre soldati si affacciarono all'apertura
della tenda, il primo reggendo un tavolo pieghevole, e gli altri due,
un enorme piatto da portata di legno con una grande quantità di
carne affettata di cinghiale selvatico, una brocca di vino rosso, due
pagnotte di pane fresco e croccante, un piatto di verdura cotta, olio
di oliva e olive marinate. Notando il mio stupore e indicando quelle
leccornie, Germano sorrise. «Sei mio ospite. È tutto per te. Mi ero
accorto a Verulamium che ti piacevano le olive e ricordo che dicesti
di non averne mai mangiate di così buone.»
«E di altrettanto squisite non ne ho più assaggiate» precisai con un
tono di autentica gratitudine.
Il suo sorriso si fece più ampio. «Il vino è quello dei nostri vigneti
in Gallia. Ho chiesto ai miei fratelli di consegnare queste cose al tuo
furiere, sapendo che le avrebbe tenute in serbo per te. Ha
evidentemente deciso di utilizzare le provviste per stasera. Speriamo
che abbia agito con discrezione perché ne ho portate in misura
limitata, soltanto per la tua tavola.»
Mangiammo come re quella sera, assaporando la tranquillità
dell'ora che non ci costringeva ad affrettarci e rinnovando l'amicizia
che ci legava. Toccammo infiniti temi durante quel lungo banchetto
a due; non erano argomenti gravi, sebbene discutessimo anche della
campagna in Cambria contro Ironhair e Carthac, e indugiassimo a
parlare delle comunità che nascevano intorno a Camelot e delle
nuove speranze che vi fiorivano. Ormai il pasto volgeva al termine:
le olive marinate erano finite, le ultime gocce di olio erano andate a
inzuppare il buon pane, ben poco rimaneva del cinghiale e ancora
meno del vino rosso.
Germano si lasciò cadere sulla sedia e, coprendosi la bocca con
una mano, lasciò andare un piccolo rutto. «Quanto è piacevole per
una volta mangiare fino a essere sazi, amico mio. Mi capita di rado
di avere il tempo di concedermi un pasto completo, e ancora più di
rado mi capita di mangiare così bene. Vuoi mostrarmi la tua spada?»
Andai a prenderla nell'angolo dove l'avevo posata e, prima di
porgergliela dalla parte dell'elsa, la tolsi lentamente dal fodero. La
impugnò tendendo il braccio orizzontalmente davanti a sé con
vigore assai maggiore di quanto avrei ritenuto possibile alla sua età.
Osservò la lama socchiudendo gli occhi, poi ne saggiò il bordo
affilato con il polpastrello del pollice sul quale comparve un sottile
filo di sangue. «L'ho appena sfiorata» mormorò.
«È molto tagliente.»
«Sì, una cosa miracolosa, si potrebbe dire.» Continuando a
studiare l'arma, toccò l'impugnatura con le dita della mano sinistra.
«Non ne ho mai vista una così bella. Come l'hai avuta?»
«L'ha forgiata il nostro fabbro a Camelot.»
«Da dove viene il ferro? Sembra... un materiale diverso.»
«Lo è. È il metallo ricavato dalla Pietra del Cielo.» Dall'espressione
del suo viso mi accorsi che non aveva idea di che cosa intendessi
dire. Forse fu il vino a incitarmi a parlare, fatto sta che mi trovai
all'improvviso a raccontargli la storia di Publio Varro e della Pietra
del Cielo. Cercai di essere conciso, e non accennai a Excalibur, ma la
storia non si prestava alla brevità e, prima che avessi finito, nella
tenda era sceso il buio. Germano taceva, gli occhi gli brillavano
mentre rifletteva su quanto gli avevo detto.
Guardandomi intorno, notai il guizzo di una candela votiva in un
angolo. «La luce della cultura» mormorai.
«Che cosa?»
«È buio qui, l'oscurità è calata quasi all'improvviso. Ricordo che di
notte eri solito accendere numerose candele.»
«Lo faccio ancora, sebbene
Accendiamone qualcuna.»
non
con
tanta
abbondanza.
Si levò dalla sedia e mi restituì la spada, poi raggiunse una tenda
divisoria e la tirò mostrando un tavolo lungo e basso sul quale
posavano numerosi candelabri. Dal lume votivo prese uno stoppino
e si accinse ad accendere le grosse candele, quasi una ventina. La
tenda si trasformò allora in un fantastico baluginio di luci. Lo
guardavo ben consapevole che, mentre raccontavo la storia della
spada, si erano dileguati gli effetti del vino e che non avevamo quasi
toccato le borracce di idromele. Mi alzai per andare a prendere i
boccali e gliene porsi uno.
«Allora,» riprese immediatamente «per anni, prima che ti venisse
in mente di ricavarne una spada, nessuno toccò la statua trovata da
tuo zio. Che cosa ti suggerì di utilizzarla per farne un'arma? Come ti
è venuto in mente che la statua della Signora del Lago potesse servire
per costruire una spada?» Un angolo della sua bocca fremeva nel
sorriso che la barba curata mascherava ma non nascondeva del
tutto. «Non dimenticare che sono un vescovo, consacrato alla verità
divina.»
«Perdonami, vescovo... non ti capisco.»
«Oh, sì, mi capisci. Sai quello che voglio dire. Esiste un'altra spada,
vero? Varro ne ricavò una dalla statua. Solo così si spiega la
differenza di peso - ne hai accennato prima - e si giustifica la forma
di questa spada, unica e singolare, che hai detto di avere disegnato.
Ma tu, Caio Merlino, non sei un armiere. Ci sono lacune nel tuo
racconto, sebbene tu abbia cercato di sorvolare. Credo che tu
custodisca un segreto, e se è davvero un segreto, dimmelo e non ti
chiederò altro.»
Levai cupamente la coppa di corno nel gesto di un brindisi. «Alla
tua perspicacia» dissi. «Poche cose ti sfuggono, vescovo. Alla tua
salute. Adesso capisco perché hanno mandato te a discutere di sottili
questioni teologiche. Hai indovinato. Esiste un'altra spada, Excalibur.
Sei la prima persona che abbia intuito la sua esistenza.»
Si sporse in avanti, lo sguardo acceso di curiosità. «Ce n'è un'altra?
Sapevo della sua esistenza, ma credevo che fosse stata rubata o fosse
andata perduta.»
«Da anni è nascosta e io la veglio. È la spada del re.»
«Quale re?»
«Il grande re di tutta la Britannia. Il riothamus... Artù Pendragon.»
«Artù? Il ragazzo di cui sei il tutore? Raccontami, Merlino.»
Qualcosa mi dice che è una storia interessante. Che cosa ha di tanto
straordinario questa spada? Come l'hai chiamata?»
«Excalibur. L'elsa è stata forgiata da un blocco di metallo, come
quella della spada che ti ho mostrato. Un blocco di metallo
massiccio.» Leggendo l'incomprensione sul suo volto, saltai in piedi
con un'idea in testa. «Voglio mostrarti una cosa che ho nella mia
tenda. Vado a prenderla.»
Ritornato da lui, gli mostrai il piccolo cubo di argilla bianca che
usavo come fermacarte per i tanti documenti che ogni giorno si
accumulavano sul mio tavolo da lavoro. «Prendilo e tira. È fatto di
due pezzi.» Aprendosi il cubo lasciò cadere un pomo di ottone.
«È di metallo massiccio. La plasmò mio zio Varro, anni fa. Fin da
quando morì, la porto con me a dimostrazione della sua bravura.
I due stampi di argilla che la racchiudono sono ciascuno una copia
perfetta di metà della mela, come puoi vedere. Riempì lo stampo di
cera, poi unì le due metà legandole con un robusto filo di ferro,
perché non vi entrasse l'aria, quindi vi versò il metallo fuso,
lentamente, attraverso un minuscolo foro sulla sommità. Il metallo
sciolse la cera che colò fuori attraverso alcuni sottili forellini praticati
nello stampo: un'operazione lenta per essere sicuri che il metallo si
distribuisse uniformemente all'interno, senza bolle d'aria, dato che di
aria non ce n'era quando fu versata la fusione. Il risultato è una mela
di ottone perfetta e massiccia.
Le else di queste due spade sono state costruite nello stesso modo;
lo stampo fu costruito intorno al codolo della lama e alle barre
laterali portanti della guardia. Una volta colato, il metallo fuso si
saldò perfettamente con il codolo e la guardia; l'elsa è un pezzo
unico, perfetto. Ecco l'origine del nome Excalibur, che significa
"ricavata da un unico stampo".»
Germano rimase in silenzio per qualche minuto, sfregando con il
pollice la superficie della mela. Poi tese la mano per prendere la
spada e studiò a lungo l'elsa, accarezzandola. Levò lo sguardo su di
me. «Non ho mai visto un'arma più bella, Merlino, e neppure più
lunga e più forte. Excalibur, che così gelosamente custodisci, è ancora
più bella?»
Mi strinsi nelle spalle facendo una smorfia. «Al confronto con
Excalibur questa spada è insignificante, opaca, banale. La lama di di
Excalibur sembra fatta con l'argento brunito: è accecante, se la si fissa
a lungo; nel suo spessore si intrecciano diversi strati di metallo,
disegnando un motivo che rifulge cangiante quando la si espone alla
luce. Taglia un capello tanto è affilata, ed è così resistente che riesce
a spezzare ogni altra spada. Anche la mia può farlo, ma non offre lo
spettacolo che Excalibur elargisce a ogni stoccata. La guardia, che in
questa è semplice, in Excalibur è riccamente decorata con motivi
celtici; l'impugnatura è avvolta nella pelle grezza presa dal ventre di
un enorme pescecane, lavorata con fili d'oro e d'argento, sicché non
può sfuggire di mano. Il pomo è costituito da una conchiglia d'oro,
perfetta in ogni particolare, e ha le dimensioni e la forma di una
conchiglia che fu effettivamente trovata dallo stesso Publio.
L'artigiano che la forgiò, un prete di nome Andros, era un artista. A
differenza della mia spada che è disadorna, Excalibur ha una
decorazione perfetta.»
«Che cosa ne pensa il giovane Artù di questa spada che un giorno
dovrà impugnare?»
«Ne ignora l'esistenza. Non gliel'ho mai mostrata.»
Sapevo di averlo sorpreso, ma nascose lo stupore. Prese la coppa
e sorseggiò qualche goccia di idromele trattenendolo nella bocca
mentre rifletteva intensamente.
«Parlami del ragazzo» mi chiese alla fine.
«Che cosa vuoi sapere?»
«Tutto, ma in primo luogo sul suo diritto di essere re. Hai detto
che Excalibur è la spada del re. Non di un re. Spiegamelo. Credimi:
la mia non è una domanda futile.»
Gli spiegai nei dettagli l'ascendenza di Artù, collegandoli con il
grande sogno di mio nonno, l'ambiziosa speranza che aveva
condiviso con Publio Varro e gli altri fondatori della Colonia.
Germano ascoltò attentamente, senza interrompermi.
Quando tacqui, si sporse in avanti. «Sicché le sue pretese, da parte
di madre e di padre, investono la Cambria, l'Eire, la Cornovaglia e
Camelot, cioè tutta la Britannia romana, tranne le regioni ora
occupate dagli invasori. Si tratta di un territorio immenso, e la sua
responsabilità sarà enorme. Dalle lettere che mi ha scritto - e dalla
corrispondenza intercorsa tra noi due — so che è un ragazzo serio e
impegnato, dedito ai compiti a lui assegnati, ma è ancora troppo
giovane. Così giovane, anzi, che mi sento tenuto a chiederti, in
confidenza, se è in grado di addossarsi un fardello di tale natura. Lo
ritieni degno della fiducia che gli accordi?»
«Sì» dissi annuendo. «Credo che sia capace e sia degno. Ha
straordinarie qualità. La vita che conduce, il suo modo di pensare, il
suo comportamento dimostrano che crede in ciò che fa. È stato
molto influenzato da Ambrogio. E, come sai, Ambrogio è parco di
lodi e non ostenta mai una pietosa indulgenza. Avrebbe ben potuto
essere un uomo di Chiesa, un vescovo, se il destino non lo avesse
portato a Camelot e a me. Enos lo giudica così.»
Germano annuì. «Lo so, me l'ha detto lui stesso. Il ragazzo ha
molta considerazione per Ambrogio?»
«Moltissima. Ha grande rispetto anche per me, e Dio sa che io
non sono né devoto né pio. I principi morali di Artù, il suo senso
cristiano e il suo modo di vivere che si ispira a tali principi, si
conformano più all'esempio dato da Ambrogio che ai miei
insegnamenti.»
Gli illustrai allora l'istruzione impartita ad Artù e la sua
formazione, e da ultimo il ruolo che a Camelot aveva avuto
ciascuno di noi nell'educarlo. Germano ascoltava con attenzione,
sebbene fosse al corrente di quasi tutto quello che gli dicevo. Poi
cominciai a parlargli della filosofia di quel ragazzo, ammesso che si
possa affermare che un adolescente abbia una sua filosofia. Gli
spiegai quello che Artù intendeva per giustizia e dignità umana, e gli
narrai come si fosse infuriato sulla tomba di Lucano, quando lo
aveva colto il dubbio che negli anni a venire avrebbe potuto essere
profanata da sconosciuti e che nessuno sarebbe stato lì a parlare in
difesa del nostro bravo medico o a proteggere il luogo del suo
riposo. Questa volta, non appena finii di parlare, Germano si alzò in
piedi.
«Vieni con me» disse. «Abbiamo ancora molto da dire su questo,
ed è tardi. L'aria fresca della notte ci schiarirà la mente.»
Facemmo tutto il giro dell'accampamento, e nel tragitto fu lui a
parlare. Era molto preoccupato dalle incursioni sempre più frequenti
e massicce dei Sassoni invasori. Gli Angli si convertivano al
cristianesimo in numero cospicuo ed erano per lo più uomini di
buona volontà, attenti alle necessità delle loro famiglie. I Sassoni,
invece, di tutt'altra pasta, avevano dichiarato guerra alla Chiesa di
Dio e ai suoi missionari. Gli arrivavano, tramite i suoi vescovi,
resoconti sempre più frequenti di atrocità spaventose compiute
contro i chierici cristiani: decapitazioni, mutilazioni, torture crudeli
che prolungavano l'agonia prima che sopraggiungesse la morte. I
vescovi e i preti venivano fustigati, la pelle cadeva a brandelli fino a
mostrare la carne viva. Alcuni venivano poi lasciati in quel modo,
appesi per i polsi a morire tra tormenti orribili, altri venivano uccisi
sulla graticola a fuoco lento. Uomini che agivano in quel modo non
potevano essere figli di Dio, diceva, ma creature in preda al
demonio, uscite dall'inferno, mandate da Lucifero per affliggere
l'umanità. Perfino il vescovo apostata Agricola, l'uomo che lui era
venuto a denunciare, lo aveva messo in guardia contro i pericoli di
viaggiare sulla costa orientale della Britannia.
Mentre camminavamo lungo il confine dell'accampamento,
salutando le guardie nel passare, aumentavano in me la
preoccupazione e l'angoscia per i tanti mali sui quali il mio amico mi
aveva ragguagliato.
Sapevo che la Britannia era soggetta a saccheggi, ma non avevo
sospettato che fossero state così numerose le stragi compiute.
Cominciavo a chiedermi se l'isolamento di Camelot dalle regioni
occidentali fosse una benedizione o una maledizione. Percorremmo
l'ultimo tratto del percorso in silenzio. Entrati nella sua tenda,
Germano si tolse il mantello, e io mi sedetti.
«Un quadro nero quello che mi hai descritto, amico mio» dissi.
Strinse le labbra, fissandomi negli occhi, quindi annuì con un gesto
brusco. «Sì, la situazione non promette niente di buono, ma
comincio a pensare che non sia del tutto disperata. Questo giovane,
Artù Pendragon, potrebbe davvero essere la salvezza di noi tutti.»
Credetti in un primo momento che intendesse essere tragicamente
faceto, ma poi mi resi conto che parlava sul serio. «Secondo te Artù
potrebbe essere la nostra salvezza oggi? È assurdo. Non ci si può
neanche prospettare una cosa del genere. È soltanto un ragazzo, ha
sedici anni.»
«È un re, hai detto, il re. Hai detto che potrebbe essere
riothamus.»
«Un giorno, forse, tra molti anni.»
«No, il prossimo anno invece. Il prossimo anno avrà diciassette
anni. Flavio Stilicone aveva diciassette anni quando Teodosio lo
mandò come ambasciatore presso i re stranieri. A ventun anni era a
capo degli eserciti dell'impero. Fu imperatore mio e di tuo padre.»
«Stilicone fu il più grande genio militare dopo Alessandro... più
grande di Caio Mario, più grande perfino di Giulio Cesare! E
vivendo accanto al trono poteva contare su tutti gli appoggi
possibili. Artù Pendragon è un ragazzo che nessuno conosce. L'anno
prossimo diventerà maggiorenne, certo, e a Camelot otterrà i suoi
incarichi ed eserciterà il relativo potere; assumerà le sue
responsabilità, ma deve imparare a esercitarlo, il potere. Fino ad
allora, nessun guerriero di valore si metterà al seguito di un
adolescente. L'idea stessa è assurda.»
«Davvero? Sarebbe assurda anche se io lo incoronassi e
riconoscessi formalmente in lui l'uomo che veglia su Santa Madre
Chiesa? Ti assicuro, amico mio, che una simile investitura avrebbe
maggior peso di quella concessa da un imperatore, oggi che i grandi
di Roma sono ormai sul punto di sparire dal mondo.» Mi sedetti
guardandolo a bocca aperta, senza parole. Mi sorrise. «Parlo sul
serio, Merlino, non a vanvera.»
«Ma come... come è possibile?»
«Agiremo in nome di Dio. Dio ha bisogno di un eroe, Merlino,
per difendere il Suo popolo qui in Britannia, e tu, questa notte, hai
identificato questo eroe in Artù Pendragon. Sarà alla testa di
Camelot, come tu stesso hai prospettato, e ciò potrebbe avvenire in
tempi più brevi di quanto avevi previsto. Non sollevare le obiezioni
che ti vengono alla mente! Prima di respingere la mia proposta
rifletti su quanto ti ho detto stanotte.
La Britannia è sul punto di sprofondare nelle tenebre,
pericolosamente esposta al pericolo di cadere preda di diavoli
scatenati, pronti a uccidere i vescovi che diffondono la parola di Dio.
Il gregge dei fedeli è al sicuro nel nord-est, dove al potere è
Vortigern, nel sud-est dove governano uomini come Cuthric e
nell'ovest, a Camelot. Vortigern ha qualche difficoltà con i suoi amici
Danesi, ma insieme riescono a tenere a bada i Sassoni nelle terre
meridionali. Mi hai detto che di recente i Danesi si sono stanziati nel
Weald. Se Dio così vorrà, potranno allearsi con Cuthric per arginare
le orde scatenate. A occidente, dove governa Camelot, la nostra
gente e la nostra fede non sono in pericolo. E Camelot - gli eserciti di
Camelot - sono invincibili. Non esiste in Britannia una forza militare
pari alla loro. Chi è a capo di questi eserciti è tenuto a regnare sulla
Britannia, purché sia un uomo di fede, di dignità e innata nobiltà.
Artù Pendragon sarà quell'uomo. Noi lo innalzeremo, lo porremo su
un trono così alto che tutta la terra di Britannia potrà vederlo; sotto
la sua guida le genti si uniranno per cacciare i Sassoni e poter tornare
a pregare senza paura.»
Continuavo a scuotere la testa, incapace di parlare e di mettere
ordine nei miei pensieri. Si allontanò da me per raggiungere l'angolo
dove avevo messo la spada. Mi tornò vicino tenendola per il fodero.
«Ricordi che ti ho accennato a un ordine nuovo?»
«Sì, i cavalieri, un ordine di cavalleria. Ci ho riflettuto.»
«Che cosa hai deciso?»
«Niente.» Scossi la testa, perplesso dal fatto che avesse cambiato
argomento. «Non so quali criteri fissare per accedere a tale rango.
Non basta il requisito di possedere un cavallo; tutti i nostri soldati ne
hanno uno.»
Germano sfilò la spada dal fodero con un suono sibilante, poi ne
conficcò con forza la punta nel terreno, lasciandola oscillare
leggermente avanti e indietro. «Ecco l'altro requisito!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Guarda! Guarda l'ombra che disegna sulla parete.» Afferrò un
candelabro e lo tenne levato in modo che l'ombra della spada si
stagliasse sulla tenda. «È una Croce, il simbolo della nostra fede.»
«I grandi movimenti necessitano tutti di un simbolo riconoscibile
per smuovere gli uomini.»
«Sì. E anche gli ordini religiosi o di altra natura. Quale simbolo più
adatto della Croce per una comunità cristiana? Decreteremo che i
migliori uomini intorno ad Artù entreranno nel nuovo ordine dei
cavalieri dopo che si saranno conquistati i meriti per averne il diritto.
Vi saranno ammessi grazie all'impegno, consacrato dal giuramento,
di salvaguardare Madre Chiesa e il suo gregge. I cavalieri
diventeranno i difensori della fede cristiana; avranno la benedizione
della Chiesa e il diritto di indossare il simbolo della Croce
sull'armatura. Riesci a figurartelo?»
«Sì» sussurrai, mentre il cuore mi martellava nel petto e mi tornava
alla mente il sogno fatto alcune notti prima. «La Croce in rosso sul
loro petto.»
«In rosso? Perché no? Il simbolo del Redentore e il colore del
sangue da Lui versato. Su campo bianco a indicare la purezza
dell'anima e l'umiltà dello spirito.» Sembrava che parlando Germano
fosse cresciuto in statura, e i suoi occhi brillavano di eccitazione ed
entusiasmo. «Pensi che al nostro re piacerà questa idea?»
Annuii mentre il viso mi si allargava in un sorriso. «Sì, gli piacerà.
Ci crederà... Devo bere qualcosa.»
Mi levai e andai a riempirmi una coppa, pronto a porgerne una
anche a Germano, ma era troppo immerso nei suoi pensieri. Non
appena mi fui di nuovo seduto, proseguì sussurrando quasi tra sé e
sé.
«Un'incoronazione,
dobbiamo
celebrare
la
cerimonia
dell'incoronazione.» Tacque di nuovo, ma pochi istanti dopo, prese a
misurare a grandi passi la tenda avanti e indietro al chiarore
guizzante delle candele.
«Sarebbe perfetto, Merlino, pensaci. Un'incoronazione come nei
giorni dell'antica Roma, quando ai più grandi eroi veniva posta sul
capo una corona che li distingueva da tutti gli altri guerrieri. Artù
sarà il nostro eroe, il difensore della Chiesa e della fede cristiana. I
suoi uomini - i cavalieri - saranno combattenti di Dio, chiamati a
proteggere il Suo popolo. La cerimonia dovrà essere celebrata
davanti a tutti e solennemente annunciata, officiata in qualche luogo
di grande significato... a Verulamium, nel grande teatro che lì sorge.
Settemila posti a sedere.
Immagina la scena, Merlino. Vi converranno tutti i vescovi della
Britannia per celebrare insieme una grande messa trionfale. Artù
entrerà scortato dai suoi cavalieri; in città l'esercito garantirà che la
cerimonia si svolga pacificamente. Dopo la consacrazione, prima che
la comunità si disperda, io stesso, o qualche altro vescovo, porrà
sulla testa di Artù una corona d'oro e lo proclamerà re in nome della
Chiesa. Pensa alla suggestione della scena! Nessuno metterà in
dubbio il suo diritto al trono.»
«Potrebbe farlo Vortigern, tanto per citarne uno» borbottai.
Germano mi scoccò un'occhiata di sdegno. «Vortigern non
possiede un corpo di cavalieri, e neppure spade lunghe come questa.
Non si può inoltre dire che abbia peccato di eccessivo zelo nei nostri
confronti. Da lui protetti, Agricola e i suoi seguaci proliferano. Sono
sicuro che Vortigern si piegherà al volere del papa, se ha a cuore la
salvezza della sua anima immortale.»
«Il volere del papa?» dissi, sentendomi invadere da un'ondata di
sollievo. «Lo sai, amico mio? Avresti dovuto fare l'impresario
teatrale. Avresti senz'altro dato un grande contributo al mondo dello
spettacolo e dell'intrattenimento.»
Non reagì alla mia battuta; parlò invece in tono grave. «Scherzi,
ma non dovresti farlo. Le apparenze, il fasto e la pompa contano
molto in certe circostanze. Per creare la suggestione di un momento
speciale - mi propongo di suscitare forti emozioni e impressioni —
bisogna renderlo memorabile. Le cerimonie spettacolari scuotono gli
animi e li inducono alla venerazione e al rispetto, danno origine alla
memoria storica. Ricorreremo ai colori, alla musica, alla
spettacolarità, a un cerimoniale solenne. Non dimenticare Roma e le
persecuzioni contro i cristiani. A migliaia morirono nelle circostanze
più varie, ma si ricordano soprattutto quelli che furono uccisi
nell'arena, sbranati dai leoni e dalle tigri, schiacciati dagli elefanti
infuriati, mentre la plebe esultava. Noi faremo dell'incoronazione del
nostro re uno spettacolo grandioso. Tutti ne parleranno e lo
rammenteranno per sempre. Tieni conto delle mie parole.»
Prese lo stampo di argilla che racchiudeva la mela d'oro, rimasto
sul tavolo. «Posso tenerlo per un attimo? Te lo restituirò subito.»
Annuii. «Quando mostrerai Excalibur ad Artù?»
«Non lo so» risposi stringendomi nelle spalle e scuotendo la testa.
«Quando sarà pronto, immagino.»
«E come farai a capire che è pronto?»
Aggrottai la fronte. «Non lo so, ma sono sicuro che tu lo sai. Ho
ragione?»
«Forse.» Aprì lo stampo, tolse la mela e subito la ripose di nuovo.
«C'è solo un modo per rimettere questa mela nel suo involucro di
argilla...» Rimasi in silenzio ad ascoltarlo. «...Ho un'idea, ancora allo
stato larvale e incompleta, ma buona, credo.
Per attuarla è necessario che il ragazzo continui a ignorare
l'esistenza di Excalibur fino alla sua incoronazione. È possibile?»
«Certamente, ma perché dobbiamo tenerlo all'oscuro?»
«Perché lui, come tutti gli altri, deve rimanere abbagliato alla sua
vista, quando verrà mostrata al mondo. Nel momento in cui
presenteremo un'arma che sembra il frutto di un miracolo, è bene
che tutti - dico tutti — la vedano come un miracolo e la vivano in
tale modo.»
Scossi la testa, sentendomi all'improvviso stanco. «Non ti seguo.
Un miracolo, dici? So che sei un uomo di Dio, vescovo, e che hai
una grande mente, ma come intendi organizzare un miracolo?»
Me lo spiegò, e per quella notte mi fu impossibile prendere
sonno.
XV.
Mi è quasi impossibile descrivere il periodo che seguì quella
discussione. Ho accennato al fatto che ebbi due conversazioni
importanti nel corso di un'unica settimana, e a profusione ho scritto
della prima, riportando con precisione e chiarezza ogni parola di
Germano, ogni sua inflessione di voce. Ma sono ossessionato dalla
memoria, crudele e amara, dei giorni che seguirono; sono immagini
frammentarie, grevi di terrore e sofferenza, di disperazione e
incredulità, immagini che non si allontanano mai e sfidano ogni
capacità di descrizione.
Il mio vecchio amico Dedalo, che aveva buone conoscenze di
ingegneria, mi rivelò una volta una verità fondamentale, nota a suo
avviso a ogni tecnico par suo. L'occasione fu, mi pare, una
discussione su come i genieri dell'esercito avevano prosciugato il lago
nel quale Publio Varro sperava di trovare la Pietra del Cielo. Il lago,
che si trovava all'estremità di una valletta, si era formato a causa di
una specie di diga di rocce cadute dalla montagna per un cataclisma;
i genieri avevano esaminato il tratto di parete rocciosa che emergeva
sopra il livello dell'acqua, quindi scavando alla base, l'avevano
frantumata quasi fosse stata una ciotola di coccio. Partendo dal
paragone con la chiave di volta dell'arcata dei ponti, Ded mi aveva
spiegato che in ogni costruzione - fosse opera della natura o
dell'uomo - esiste un punto fondamentale e centrale dal quale si
irradiano, e sul quale convergono, tutte le linee di forza.
Distruggendo quel punto - trave, roccia, tronco - o spostandolo,
l'intera struttura crolla rovinosamente.
La costruzione che era per me ragione di vita si schiantò dopo la
seconda conversazione, sfasciandosi sul terreno duro della realtà, e la
forza distruttiva che la travolse fu una voce umana che parlava una
lingua sconosciuta.
Per dirla in breve, il giorno successivo alla conversazione con
Germano, ci capitò di imbatterci in un cospicuo contingente di
stranieri. Fu Benedetto a portarci la nuova del loro arrivo. Era
andato con un esiguo numero di uomini in perlustrazione sul fianco
destro della nostra formazione, e uno dei suoi esploratori,
oltrepassando i confini a lui assegnati, aveva visto il nemico che si
avvicinava. Se avesse obbedito agli ordini impartitigli e si fosse
rigorosamente mantenuto entro i limiti fissati dal suo dovere, non li
avrebbe avvistati. Ma in questo caso si affrettò a fare rapporto a
Benedetto.
Da un avamposto nascosto, a due miglia da noi, Benedetto vide e
contò più di mille uomini, a piedi, che avanzavano ripartiti in cinque
divisioni, ciascuna composta di forse duecento uomini. Erano emersi
dalla foresta a est e, attraversato il fondovalle, puntavano diritti
verso il nostro accampamento, muovendosi con marcia costante e in
formazione disciplinata. Benedetto non attese di vedere altro,
convinto che conoscessero la nostra postazione e si dirigessero alla
nostra volta. Si ritirò con i suoi uomini e a tutta velocità venne a
comunicarci quanto aveva visto. Tra il nemico e noi si stendevano
due ampie valli. Le pendici di quella più lontana erano coperte da
fitti boschi; i fianchi della seconda, sul crinale della quale eravamo
accampati noi, erano erbosi e non vi crescevano alberi.
Impartii rapidamente le disposizioni del caso, con mente lucida e
logica. Per disporre di un contingente di mille uomini ovviamente il
nemico si era organizzato da tempo; probabilmente aveva avuto
l'intenzione di intercettare il passaggio di Germano e del suo seguito,
e forse non ignorava la nostra presenza. Nella mia mente si delineò
con precisione un piano, ispirato al ricordo dei commenti espressi da
mio nonno sulla tattica di Alessandro il Macedone. Ordinai subito a
cento dei miei uomini di lasciare i cavalli e mostrarsi come un corpo
di fanteria, e agli altri di portarsi sull'altro lato della collina in modo
da essere fuori vista. Diedi quindi rapidi ragguagli a Germano su
come procedere.
Il piano era che lui scendesse a valle alla testa di un piccolo
gruppo di cavalieri e, seguito da tre carri con altri venti miei uomini
in abiti clericali, si avviasse incontro al nemico. Quando si fossero
trovati faccia a faccia, i miei cento si sarebbero schierati in
formazione difensiva e avrebbero aspettato le mosse degli avversari.
I carri e i loro occupanti si sarebbero dati alla fuga, i miei "chierici"
sarebbero saltati giù dai lenti veicoli, abbandonandoli e
allontanandosi dai fanti, nel tentativo di fornire un'esca al nemico e
di incitarne l'attacco. Poi, al primo segno di un'avanzata, i miei
cento, fingendo la ritirata, sarebbero saliti sul pendio della collina
mantenendo lo schieramento, riservandosi di sparpagliarsi e fuggire
solo quando gli attaccanti si fossero impegnati a caricare sul fondo
della valle e sul pendio dell'antistante collina. A quel punto, con il
nemico impegnato a combattere in salita, avrei dato via libera alla
cavalleria di scorazzare sui due fianchi.
Germano ascoltò questo piano strategico e poi con un sorriso mi
chiese se i suoi uomini dovessero gridare: «Alleluia!». Gli restituii il
sorriso e con i miei cavalieri mi ritirai oltre il cucuzzolo della collina,
e qui diedi le ultime disposizioni sullo schieramento e assegnai una
scorta a Tressa e Shelagh. Non volevo che assistessero all'imminente
scontro e con mia gradita sorpresa acconsentirono senza protestare.
La scaramuccia fu di breve durata, e non varrebbe neppure la
pena di accennarne se non avesse provocato una carneficina. Il
nemico combatté con coraggio e mostrò maggiore disciplina di
quella che avevo notato nei reparti avversari in Cambria; i soldati
mantennero ciascuno la propria posizione e arrivarono perfino a
costruire con gli scudi un muro difensivo per parare l'attacco. Ma
l'impatto e il numero dei nostri cavalli travolsero ogni resistenza, e il
muro di scudi cedette e si disintegrò. Da quel momento in poi la
sconfitta era segnata, e pochi furono i sopravvissuti.
Aggirandomi tra le pile dei morti e dei feriti, notai che, come
aveva detto giustamente Dedalo, erano male armati. Pochi
disponevano di una spada; l'arma più diffusa era l'ascia; alcuni
avevano pesanti lance; un buon numero poteva fare affidamento
soltanto su pesanti bastoni e pugnali, avevano rozze stanghe di
legno appena sagomate.
Molti sarebbero forse sopravvissuti se fossero stati soccorsi, ma
non stava a me provvedervi. Non avevo né il tempo né la voglia di
prendermi cura di sconosciuti. Germano tuttavia si rifiutò di
abbandonarli alla morte e incaricò i suoi vescovi di andare tra i feriti
a porgere aiuto. Anche alcuni miei soldati, in particolare i medici,
cominciarono a offrire assistenza. Passammo quindi il resto di quella
giornata infruttuosa a occuparci dei nemici e a improvvisare un
accampamento sulla collina.
Due giorni dopo, vicino a Londinium, che secondo Enos era
ormai abbandonata da circa dieci anni, e a meno di due giorni di
viaggio dalla nostra destinazione di Verulamium, intorno ai fuochi si
parlava ancora della carica di cavalleria e di come avevamo battuto
il nemico, che qualcuno aveva identificato come gli luti. Ero di
cattivo umore e irritato, perché avevo dormito male le due notti
precedenti, disturbato da sogni terrificanti che interrompevano il
sonno e mi lasciavano madido di sudore e rantolante di orrore.
L'incapacità di ricordare quello che mi aveva svegliato lasciandomi in
preda a una profonda paura mi mandava su tutte le furie e mi
spaventava. Da tutta la vita temevo i sogni che non riuscivo a
ricordare da sveglio, ma avevo sperato che fosse una fase superata
della mia esistenza.
La frustrazione provocata dai miei terrori notturni suscitò in me
un'irritazione così acuta che, al sentire quei discorsi di vittoria, sbottai
dicendo che per nostra fortuna i nemici erano stati i rozzi luti, non i
temibili Danesi di Horsa. Avevamo finito di mangiare ed eravamo
raccolti intorno al fuoco. Sedevo tra Germano e Tressa sulla sinistra;
Cuthric, a destra del vescovo, aveva vicino a sé sull'altro lato
Cayena. Venivano poi Dedalo e Benedetto, e altri ancora che non
ricordo, perché le fiamme ruggivano vigorose e nascondevano chi
stava di fronte.
Notai che alle mie parole Cuthric sollevava le sopracciglia e poi si
chinava verso Germano per dirgli qualcosa. Questi gli rispose, rimase
di nuovo ad ascoltare, si strinse nelle spalle e si rivolse a me.
«Cuthric ti ha sentito parlare di Horsa e dei suoi Danesi. Si
chiedeva come sei venuto a sapere della loro esistenza.»
«So poco di lui e dei suoi uomini. So che esistono, e questo mi
basta. Ho cominciato a respirare liberamente soltanto quando sono
stato certo che ci eravamo lasciati quelle orde alle spalle. Nei primi
giorni, soprattutto mentre ci dirigevamo a est, ho temuto di
sconfinare nei loro territori e di incontrarli da un momento all'altro.
Ci sono donne al nostro seguito e l'idea di uno scontro non mi
andava a genio.»
Germano tradusse queste parole a Cuthric che, sorpreso, borbottò
qualcosa guardandomi negli occhi. Attesi che Germano mi traducesse
le sue osservazioni.
«È sorpreso che tu sappia della presenza dei Danesi nel Weald,
perché non sono più lì e le tue preoccupazioni erano infondate. Vi
sono rimasti per qualche tempo, insediandosi in diversi forti romani
lungo la costa, mentre esploravano l'entroterra alla ricerca di
ricchezze di cui impossessarsi. Ma poi se ne sono andati tutti circa un
mese fa, imbarcandosi su molte navi, una flotta intera.»
«Cosa? Sono tornati verso nord?» chiesi incredulo.
Germano rivolse qualche domanda a Cuthric, ma questa volta
notai che alla risposta, il suo viso sbiancava e la persona gli si
irrigidiva. «Santo Dio!» esclamò rivolgendosi a me con voce spenta
dallo sgomento. «Vengo a sapere che Vortigern è morto.» Si girò
verso Cuthric. La conversazione tra loro era tesa e rapida. Fremevo
dall'impazienza di sapere che cosa si dicessero, e alla fine il vescovo
mi confermò scoraggiato. «È vero. Vortigern è morto, ucciso in
battaglia dallo stesso Horsa. Lo riferì a Cuthric uno dei suoi
consiglieri anziani, la cui figlia si era innamorata di un danese che si
vantò con lei di avere tranciato la mano di Vortigern che aveva
osato minacciare il suo re. Cuthric non sa chi sia, o sia stato,
Vortigern; per lui è un re senza volto che governava le lontane terre
settentrionali. Che la sua anima riposi in pace.»
«Amen» sussurrai. «Quando ero ancora un ragazzo, mio padre
diceva che si sarebbe arrivati a questo. Sapeva che niente, se non il
danno, sarebbe derivato dal lasciare entrare stranieri sulla nostra
terra.» Emisi un sospiro. «Vortigern è morto e Horsa è ritornato a
nord. Sarà diventato il re della Northumbria, immagino.»
«Un re danese in Britannia? Spero di no.»
«Com'è che Cuthric è così bene informato su Horsa?»
Il vescovo si strinse nelle spalle. «Ha con te un interesse in
comune, credo. Horsa e i suoi Danesi rappresentano una minaccia
per gli Angli insediati nella regione vicina a quella da loro oggi
occupata.» Esitò. «Non so però fino a che punto sia al corrente di
come stanno le cose. Dice che gli stendardi portati dai guerrieri
danesi erano così numerosi da oscurare il cielo.»
«Sei preoccupato?» chiesi aggrottando la fronte.
«C'è qualcosa che non mi convince e che mi suona falso. I Sassoni
non usano stendardi, neppure gli Angli e gli luti. Nessuna di queste
popolazioni.»
«Horsa è danese, non sassone, e da tutta la vita tiene d'occhio
Vortigern. E lui di stendardi ne usava in gran quantità. Il suo vessillo
era la testa di un lupo. Mi sembra incredibile che sia morto.
Vortigern, comunque, amava esibire per scopi spettacolari le sue
insegne. È quindi possibile che Horsa abbia tratto esempio da lui.
Domanda a Cuthric di descriverci il vessillo di Horsa.»
«Dice che è un orso» mi comunicò il vescovo dopo qualche
istante. «Non del tutto dissimile dal tuo, salvo nel colore; il suo è
nero, il tuo è argenteo. Tutte le sue navi hanno come vessillo un
orso nero, ma variano l'uno dall'altro nei dettagli.»
Si girò di nuovo per parlare a Cuthric mentre io guardavo le
espressioni sulle facce di quanti, seduti intorno al fuoco, avevano
saputo della morte di Vortigern. Ero intento a parlare con Tressa
quando sentii sul mio braccio la mano del vescovo. Era ancora
immerso nella conversazione con Cuthric, ma sapevo che intendeva
chiedermi qualcosa. Si volse verso di me con occhi turbati.
«Horsa è ritornato nel Weald circa un mese fa, come ci ha appena
detto Cuthric, ha radunato i suoi soldati - ci ha messo una settimana
a raccoglierli tutti - poi ha ripreso il mare. Ma soltanto un terzo dei
suoi uomini si è imbarcato sulle navi dirette a nord; la maggior parte
è salita su quelle dirette a sud, sotto la guida di un ufficiale anziano.»
Fui percorso da un brivido premonitore. «A sud? Non c'è niente a
sud tranne il Mare Stretto. Credi possibile che abbiano puntato verso
la Gallia, senza Horsa?»
«Ne dubito.» Di nuovo si volse a Cuthric, e mi chinai verso di loro
per ascoltare il loro mormorio straniero che suonava gutturale e
aspro alle mie orecchie. Mi parve che questa volta confabulassero
per ore intere, ma in quel sussurro indistinto in una lingua
sconosciuta colsi all'improvviso una parola tristemente distinguibile:
Ironhair.
Quando Germano tornò a prestarmi attenzione, già mi ero levato
in piedi, con il sangue che mi ruggiva nelle orecchie e il corpo che si
contraeva per il terribile sospetto che mi aveva invaso. Ironhair!
Nome maledetto! Ironhair, l'uomo che radunava pirati, alleati,
mercenari. Non lo avevamo trovato in Cambria quando eravamo
andati sulle sue tracce. Nessuno allora sapeva dove fosse, e nel
frattempo le sue truppe si erano messe a setacciare Dolocauthi e le
sue miniere d'oro! Mi maledissi perché in quel momento capii che
avrei dovuto saperlo da tempo, dal momento in cui lo stesso
Ironhair me l'aveva comunicato tramite il suo ambasciatore, Retorix.
Questi infatti mi aveva consigliato di concludere la pace per aiutare il
mio alleato Vortigern ad affrontare i Sassoni nel lontano nord-est.
Conosceva i Danesi di Horsa, me l'aveva detto lui stesso. Quanto ero
stato stolto! Avrei dovuto immediatamente intuire come funzionava
la mente contorta di Ironhair!
Se, a un grido di Tressa, Donuil non fosse balzato in piedi e mi
avesse afferrato stringendomi contro il suo petto, sarei caduto in
mezzo alle fiamme. Scorsi alle sue spalle Filippo e Benedetto,
attoniti, ancora all'oscuro delle nuove che mi erano state
comunicate. Neppure io sapevo ogni cosa, ma mi era bastato sentire
il nome di Ironhair.
Tirando un profondo respiro, cercai di riprendere il controllo di
me stesso. Donuil, sul cui viso leggevo l'ansia e la preoccupazione,
mi sorresse per il braccio finché non fui seduto. Benedetto e Filippo
si erano avvicinati, Dedalo mi stava sulla sinistra, il pugno stretto
intorno al manico del pugnale.
Mi volsi di nuovo verso Germano, che pareva visibilmente
invecchiato in quel breve intervallo, con profonde rughe che gli
solcavano il viso.
«Che cosa ha detto?» chiesi.
Prima di poter rispondere dovette umettarsi le labbra e inghiottire
un paio di volte. «Temo di avere rovinato la tua opera chiedendoti
di raggiungermi qui, amico mio...»
«Sei un vescovo, non un veggente» borbottai interrompendo le
sue scuse in modo brusco. «Quello che è accaduto non è per colpa
tua. Riferiscimi quanto ti ha detto Cuthric.»
Si erano nel frattempo messi ad ascoltare tutti; giungeva soltanto
il ruggito delle fiamme del braciere. Schiarendosi la gola, Germano
proseguì.
«La prima ondata di Danesi si riversò nel Weald l'autunno scorso e
trascorse l'inverno nelle fortezze che sorgono lungo la costa. Poi,
meno di un mese fa, Horsa ritornò al comando di una flotta più
ingente e li incitò a seguirlo. Aveva stretto alleanza, spiegò, con un
re dell'estremità occidentale della Britannia, un uomo di nome
Ironhair, che chiedeva aiuto per pacificare i suoi domini. In cambio,
era disposto a concedere vaste terre del suo regno, a nord e a ovest,
che avrebbero consentito ai Danesi di accedere alle miniere d'oro di
Dolocauthi in Cambria, oltre che di impossessarsi delle ricchezze che
avrebbero tolto al nemico col saccheggio. Ironhair, che era presente
sulla nave di Horsa, confermò la promessa. I Danesi partirono nel
giro di una settimana.»
«Era ingente la flotta di Horsa?»
Germano tradusse la mia domanda a Cuthric, che ascoltò
attentamente e rispose annuendo. Germano accennò di sì con la
testa. «Non lo sa con certezza, ma gli hanno riferito che le navi
erano più di duecento.»
«Duecento! Dio lo mandi all'inferno! Ha l'ambizione di diventare
re. Le terre a nord-ovest della Cornovaglia sono nostre. Intende
depredare Camelot e la Cambria. Voglio tornare, stanotte stessa.» Mi
dissuasero in fretta dal commettere quella sciocchezza.
Secondo Germano, i nostri uomini avrebbero dovuto mettersi in
marcia alle prime luci dell'alba, ma io respinsi quel progetto. Il
grosso del nostro contingente si sarebbe mosso con troppa lentezza,
legati come erano a procedere a fianco dei carri. Sarei invece
rientrato alla testa di un esiguo manipolo, in grado di muoversi con
la massima rapidità e abbastanza cospicuo da scoraggiare ogni
aggressione. Il corpo principale della spedizione ci avrebbe seguiti.
Ci fu qualche discussione su chi dovesse accompagnarmi e chi
dovesse rimanere, ma in quel momento di estremo pericolo tagliai la
testa al toro scegliendo io stesso gli uomini. Donuil, Tressa e Shelagh
sarebbero venuti con me; lo stesso avrebbero fatto Ded, Benedetto e
Bedwyr, con una ventina di soldati, tra i migliori, scelti da Dedalo.
Filippo, Falvo e Rufio sarebbero rimasti al comando del resto del
corpo di spedizione con la consegna di riportare circa mille persone
a Camelot il più rapidamente possibile. Germano e il suo seguito,
ormai abbastanza vicini a Verulamium, ci sarebbero arrivati per
proprio conto, potendo ormai contare su un tragitto scevro da
pericoli. Soltanto venti miglia li separava dalla loro destinazione, e
avevano a loro vantaggio un nutrito numero di Angli bene armati
che da tutte le parti erano convenuti ad accoglierli. Non avevamo
avuto sentore di irrequietudini locali - le truppe incontrate quella
mattina erano composte da soldati venuti da lontano - e
condividevo con Germano la fiducia che tutto si sarebbe svolto
senza inconvenienti.
Mi accomiatai a quel punto e andai a letto, deciso se non proprio
a dormire, almeno a cercare un po' di riposo per le ossa doloranti e
tacitare le paure.
Malgrado i presentimenti infausti e l'animo in subbuglio, il mio fu
un sonno pesante, e mi svegliai con un grido quando Dedalo,
entrato nella mia tenda nelle tenebre antecedenti l'alba, mi riscosse
scuotendomi per la spalla. Aveva passato la notte preparando le
razioni di cibo da portare nella marcia - in numero sufficiente da
durare per dieci giorni almeno, nel caso non fossimo riusciti a
procurarci da mangiare in altro modo - e scegliendo i cavalli che
sarebbero stati sellati. Ciascuno di noi poteva contare su una
cavalcatura di riserva. I venti soldati che sarebbero venuti con noi
aspettavano il segnale della partenza nell'oscurità, di tanto in tanto
illuminati dalle fiamme dei fuochi. Ero armato di tutto punto e dalla
mia sella pendeva il lungo arco di Varro. Germano, venuto ad
accomiatarsi, mi abbracciò in silenzio e, stringendomi le spalle, mi
guardò negli occhi.
«Va' con Dio, amico mio» disse. «Spero che nel tuo cuore non
nutrirai rancore verso di me per averti fatto allontanare da Camelot
in un momento difficile. Pregherò Dio con tutta la forza della mia
anima perché il ritorno sia tempestivo e sicuro. Che i suoi angeli
veglino su di voi durante il viaggio. Non appena sarai rientrato e
avrai sventato la minaccia che ora insidia la tua patria, ricordati di
quello che abbiamo discusso. Enos, che rimarrà in costante contatto
con te, ci terrà reciprocamente informati per non perdere tempo
inutilmente. Prego che ci si possa incontrare l'anno prossimo in
occasione della Pasqua per celebrare i nostri re, quello celeste e
quello terreno. Addio, e che il viaggio sia tranquillo.»
Sospirai e, prima di accomiatarmi, gli strinsi le braccia sopra il
gomito. «Prega intensamente, amico mio, perché temo che abbiamo
bisogno di preghiere. Artù è in Cambria, da solo con Llewellyn,
nessuno conosce la sua identità... forse è al sicuro. Se usciremo vivi
da questa situazione, lo vedremo incoronato così come auspichi tu;
la Britannia cristiana avrà un re cristiano.»
Si volse, baciò Tressa e Shelagh sulle guance, poi, impartita la
benedizione, si ritrasse.
Quando fui in sella al mio cavallo mi guardai intorno: una folla
dei nostri uomini si erano raccolti per vederci partire. Stavano in
silenzio, ancora avvolti dall'oscurità, neri nelle tenebre della notte.
Vidi Filippo e accanto a lui Falvo e Rufio, e li salutai portando la
mano all'elmo. Si misero tutti e tre sull'attenti, e mentre la folla
circostante faceva lo stesso, mi giunse il clangore delle corazze. Feci
un cenno con la testa, girai il cavallo e mi allontanai verso la strada
che conduceva a Camelot.
Malgrado le preghiere del vescovo perché ci fosse concesso un
viaggio facile, fu subito chiaro che Dio e i Suoi angeli celesti avevano
altro cui pensare. Fin dall'inizio la nostra marcia fu un incubo. Un
territorio sconosciuto, che si estendeva per oltre cento miglia, ci
divideva dalla meta, e i pericoli ci insidiavano a ogni passo. Le
esigenze contraddittorie imposte dalle circostanze erano motivo di
rabbia e frustrazione. L'imperativo prioritario era di procedere con la
massima velocità possibile, ma paradossalmente proprio tale
necessità ci imponeva di rallentare il passo. «Festina lente», «affrettati
lentamente», era l'antico monito dei Romani, e fummo costretti a
riconoscere la verità di quel principio. Non era possibile affondare
gli speroni nei fianchi dei cavalli e lanciarli in una corsa ventre a
terra; dovevamo preoccuparci che non esaurissero le forze e
mantenessero il fiato, se non volevamo correre il rischio di ucciderli
per strada e rimanere appiedati. Così, pur insofferenti della disciplina
imposta dalla marcia, ci adeguammo, cambiando andatura ogni
quarto d'ora, dal passo al trotto al piccolo galoppo, e viceversa.
Raramente ci riposavamo durante il giorno, e al crepuscolo,
quando sostavamo presso un torrente per toglierci in fretta di dosso
la polvere del viaggio, l'abbraccio gelido dell'acqua ci riportava alla
realtà. Ben presto la sporcizia fu tale che puzzavamo di sudore,
umano ed equino; ma ancora più di noi soffrivano le due donne,
entrambe in quei giorni nel loro periodo mestruale, e certamente il
disagio era per Tressa e Shelagh ai limiti della sopportazione.
Viaggiavamo fino a tarda notte: nei primi tre giorni la fortuna ci
assistette regalandoci cieli sereni e la luna piena. Soltanto quando la
luna tramontava e l'oscurità si infittiva ostacolando la marcia,
scendevamo di sella e ci coricavamo per qualche ora sul nudo
terreno, avvolti nelle coperte.
Per due volte, nei primi due giorni, ci imbattemmo in gruppi di
banditi; per fortuna riuscimmo a scorgerli prima che loro si
accorgessero di noi. Ma la consapevolezza che tali masnade si
aggiravano nei dintorni fu motivo di grave inquietudine, e alla fine
del quarto giorno, in un paesaggio di dolci colline a perdita d'occhio,
a tre giorni buoni da Camelot, eravamo esausti. Mi resi conto che
proseguire a quel ritmo era una follia. "Festina lente", mi dissi.
Trovato un fitto boschetto di alberi bassi, decidemmo di accamparci
per quella notte, piantando le tende e organizzando turni di guardia
di due ore, e sebbene non osassimo accendere un fuoco, almeno
riuscimmo a dormire profondamente per la prima volta da quando
eravamo partiti.
A un certo punto, nel cuore di quella notte, mi svegliai al
picchiettio della pioggia sulla tenda; ben presto lo scroscio si
trasformò in un acquazzone che pareva intenzionato a durare a
lungo. Quando smontammo l'accampamento, ci sembrò che l'intero
mondo fosse stato inondato e mentre arrotolavamo le tende non
facevamo che maledire il terreno viscido e scivoloso. Proseguimmo il
viaggio con l'animo oppresso, mangiammo le nostre razioni di
cereali arrostiti e noci stando in sella, tutti desiderosi di avere
mantelli più pesanti, più caldi e più impermeabili. Nel primo
pomeriggio uno dei cavalli scivolò nel fango e si ruppe una delle
zampe anteriori. Il cavaliere per fortuna non riportò danni, ma per
la paura che qualcuno sentisse i lamenti strazianti dell'animale
fummo costretti ad abbatterlo immediatamente. Il soldato montò sul
cavallo di riserva e distribuì tra gli altri parte del carico che portava.
Davanti a noi si stendeva una zona di fitti boschi e basse colline; di
tanto in tanto una parete di roccia nuda spuntava sopra le cime degli
alberi.
Avevo il viso gelato dalla pioggia che scendeva a rivoli dall'elmo,
e per contrasto mi venne in mente il precedente viaggio, quando
eravamo partiti da Camelot. Allora ci eravamo mossi lentamente e
intorno a noi l'aria era piena dei cigolii dei carri e delle ruote, di voci
liete e risa, degli schiocchi delle bardature dei cavalli, dei sordi tonfi
dei loro zoccoli. Adesso invece procedevamo con cupi presentimenti
nell'animo, in silenzio, ciascuno facendosi forza per non lasciarsi
sopraffare dalla paura, e il mondo intorno rimbombava del fragore
della corsa e del sibilo costante della pioggia. All'inizio alcuni, Tress e
altri, cercarono di parlarmi sperando di darmi una qualche
consolazione e alleggerire il fardello dei pensieri tormentosi che mi
assillavano, ma poi abbandonarono ogni tentativo di distrarmi e
proseguimmo in un silenzio cupo e triste.
Verso la metà del pomeriggio la pioggia cessò, le nuvole si
aprirono, e il sole fece capolino con fasci di luce che per un po' ci
rallegrarono. Soltanto per un po', tuttavia, perché ben presto il cielo
tornò a coprirsi di nubi temporalesche che lo solcavano rapide,
cambiando forma, sotto la spinta dei forti venti. La luce assunse una
minacciosa sfumatura giallastra, e in lontananza il tuono rombò con
cattivo auspicio.
Fu poco dopo che scorsi numerosi cavalieri sui crinali delle colline
alla nostra destra. Una visione repentina e fuggevole, perché,
immerso com'ero nei miei pensieri, avevo prestato poca attenzione a
quanto mi circondava e avevo osservato invece i nembi che rapidi
correvano in cielo. In un primo momento mi illusi che fosse
qualcuno dei nostri, perché non ci eravamo imbattuti in altri uomini
a cavallo da quando eravamo partiti da Camelot, ma mi bastò dare
una rapida occhiata intorno per verificare che nessuno del gruppo si
era allontanato. Spinto dalla sensazione di un pericolo imminente,
chiamai Dedalo, ma nel punto da me indicato ormai non si vedeva
anima viva, e mi parve che Dedalo fosse scettico. Arrabbiato perché
si dubitava di me, e lo stesso dubitando di avere davvero visto
quegli uomini, spronai il cavallo e mi diressi verso le colline dove mi
era parso di scorgerli. Uno scalpitio di zoccoli dietro a me mi disse
che Dedalo mi aveva seguito.
Non c'era dubbio: sul terreno si vedevano le tracce lasciate dalle
bestie. Dedalo imprecò, e insieme tornammo al nostro gruppo. Ci
proponemmo di rafforzare la vigilanza e proseguimmo in una
formazione a cuneo, serrata e compatta, utile sia per l'attacco sia per
la difesa.
Non avevamo idea di chi potessero essere quegli uomini, ma ci
preoccupava che fossero a cavallo. Procedevo con Dedalo sulla mia
sinistra e Tressa sulla destra; mi tolsi il pesante mantello e, dopo
averlo arrotolato, lo fissai sulla sella insieme alle coperte nelle quali
mi avvolgevo per dormire, sguainai la spada e, per averla a portata
di mano, la sistemai infilandone la punta nella staffa destra.
Procedevamo sul fondo di un avvallamento poco profondo
dirigendoci verso la cresta a circa mezzo miglio di distanza, ma
quando arrivammo a cento passi da quel punto, l'improvviso urlo di
un soldato ci portò a guardare il pendio boscoso sulla destra e lì
vedemmo uno sciame di uomini che si avventavano contro di noi.
Un secondo urlo di avvertimento proveniente da sinistra lanciava lo
stesso messaggio: eravamo attaccati su due fronti. Mi levai sulle
staffe, roteando la spada sulla testa, e condussi la carica puntando
verso la cresta dell'avvallamento, l'unica via d'uscita. Eravamo
intrappolati in un imbuto. Imprecai contro me stesso per non essermi
cautelato mandando alcuni uomini in perlustrazione.
Il terreno cambiava bruscamente subito oltre il crinale. Arrivati in
cima, scoprimmo che l'altro versante scendeva scosceso e ripido tra
alte sponde di sempreverdi. Lo stretto sentiero che avevamo seguito
era bloccato, poco sotto, da uno spuntone di roccia intorno al quale
si erano assiepati diversi uomini che, armati di rami appuntiti, si
apprestavano ad attaccarci. Colsi con una sola occhiata la trappola
nella quale ci eravamo cacciati, e dello stesso trabocchetto si avvide
Dedalo, che già si girava verso di me, facendomi con la mano cenno
di buttarmi sulla sua destra, mentre, spronando il cavallo, si lanciava
a sinistra. Ci separammo. Vidi che Tressa aveva capito la manovra e
virava verso l'esterno, sulla mia destra. Dietro a noi gli altri
seguivano al galoppo, volgendo le cavalcature a destra o a sinistra, a
seconda della loro posizione nella formazione a cuneo prestabilita,
ed evitando comunque di andare diritti incontro a una morte certa.
Non appena mi trovai tra gli alti alberi che crescevano fitti,
concentrai ogni sforzo per tenermi in sella cercando di non andare a
sbattere contro un ostacolo, uccidendo me e il cavallo.
Nell'arco di pochi minuti fummo ridotti quasi all'immobilità, visto
che era impossibile muoverci speditamente in quella densa boscaglia.
Il terreno era scosceso e ricoperto di alberi morti e sterpaglia. Erano
ostacoli di piccole dimensioni, ma in grado di trafiggere il ventre
delle nostre bestie. Sentivo dietro a me le imprecazioni degli uomini
quando inciampavano in qualche intoppo, e di tanto in tanto il
fragore del ferro, ma non avevo né il tempo né l'occasione di
guardarmi indietro. Tressa, davanti a me, era sana e salva. Non
appena gli alberi si diradarono, accelerai l'andatura e a buona
velocità ci trovammo fuori del bosco su quella specie di corridoio
senza alberi che avevamo seguito fino al crinale. Voltai il cavallo e
vidi che il sentiero sovrastante era pieno di uomini che di gran
carriera muovevano nella mia direzione. Dal bosco cominciò a
emergere anche il mio gruppo, ma il nemico si avvicinava in fretta.
Non mi parve opportuno imboccare il ripido sentiero per
raggiungere il mio seguito, e decisi di affrontare il nemico dal punto
in cui mi trovavo.
La lunga spada mi sembrava leggera e la usai con grande efficacia
uccidendo i primi tre che si trovarono a portata della lama prima
che avessero la possibilità di attaccarmi con le loro armi. Il quarto mi
si gettò contro con una lancia lunga e pesante, ma la tagliai di netto
quasi fosse stata un ramoscello cavo e con il successivo fendente,
vibrato di rovescio, lo colsi sulla fronte. Una freccia venne a
frantumarsi contro la mia corazza facendomi perdere l'equilibrio, e
in quell'attimo qualcuno mi tirò la gamba per buttarmi a terra. Con
la sinistra afferrai il pomolo della sella e menai la spada, ma
l'assalitore aveva già abbandonato la presa e, barcollando
all'indietro, cercava disperatamente di afferrare tra le scapole la
lancia con cui Tressa lo aveva trafitto. Gli cadde vicino un altro,
anche lui trafitto da una lancia, un terzo gli piombò addosso mentre
il sangue gli sgorgava dalla bocca. Sentii una mano che tirava le mie
redini e la voce di Ded che mi urlava di indietreggiare. Girai il
cavallo, e pochi istanti più tardi, eravamo di nuovo sul sentiero che
scendeva, cercando di non scivolare sul terreno vischioso.
Eravamo quasi in prossimità del fondo, e ben presto il terreno
divenne pianeggiante. Mi girai per contare quanti erano gli uomini
del nostro gruppo, e fui sorpreso di constatare che quasi tutti erano
sopravvissuti all'agguato. Shelagh cavalcava vicino a me, Donuil le
stava al fianco; Benedetto perdeva sangue da un taglio superficiale al
naso, ma per il resto sembrava in forze. Gli aggressori erano rimasti
indietro, distanziati dal passo veloce dei nostri cavalli. Persi il conto
dei nostri uomini, una ventina circa, ma mi sentivo il cuore leggero.
Avevamo rischiato di perderne una buona metà. Sentii qualcuno che
chiedeva quanti erano stati gli attaccanti, e un altro rispondere che di
certo erano stati più di cento, dato che ne aveva contati una
quarantina sulla destra prima che l'attacco venisse sferrato sulla
sinistra.
Ci giunse il grido di Dedalo e vedemmo davanti a noi, in
lontananza, un gruppo di cavalieri, intenti a osservarci. Non
parevano intenzionati a impegnarci in uno scontro, si limitavano ad
aspettare che arrivassimo in loro prossimità. Calcolai che circa
duecento passi ci separavano.
«Otto» urlò Donuil e Ded rispose: «Otto sono quelli che
vediamo... Solo il buon Dio sa quanti stanno nascosti. Ma non
abbiamo alternative. Non potendo tornare indietro dobbiamo
andare avanti. A me!». Si levò sulle staffe brandendo la spada, quindi
si risedette in sella e spronò il cavallo.
Non avendo né il tempo né lo spazio sufficiente per disporci in
una formazione a cuneo, fummo costretti ad affidarci alla velocità
delle nostre bestie e allo slancio dell'attacco. Ma la sfortuna ci
aspettava all'angolo. Dedalo era in testa a tutti, seguito a breve
distanza da tre soldati che gli stavano quasi alle calcagna e da altri
quattro sparpagliati. Seguivano Tressa, Shelagh e Donuil, in fila, poco
davanti a me. Lanciando un'occhiata all'indietro e vedendo che tutti i
nostri uomini erano lì, mi accinsi ad accelerare per raggiungere la
testa del gruppo, appiattendomi sul dorso di Germanico e
incitandolo con la lama di piatto. In quel momento vidi Dedalo
spinto all'indietro e disarcionato, quasi fosse andato a cozzare contro
un muro. I piedi in alto, ben al di sopra della testa, compì una
capriola e piombò a terra a faccia in giù. Nello stesso modo furono
spinti all'indietro i tre uomini che seguivano e che di colpo si
abbatterono al suolo. Erano stati colpiti con tanta violenza che per
un attimo pensai che il nemico avesse usato i lunghi archi di
Pendragon, ma mentre osservavo i caduti per scorgere le frecce, altri
due uomini furono disarcionati. In quel momento scorsi la corda che
li aveva uccisi, legata tra due alberi, a un'altezza che corrispondeva
alle spalle di un uomo in sella. Un altro dei nostri cercò invano
all'ultimo istante di scartare su un fianco per evitare l'impatto
mortale, ma rimase impigliata la cresta del suo elmo e mi giunse,
sopra lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli, il suono secco dell'osso del
collo che gli si spezzava.
Donuil, Shelagh e Tressa stavano per fare la stessa fine, vicini
com'erano alla fune tesa, del tutto inconsapevoli del pericolo.
Lanciai un urlo e conficcai gli sproni nei fianchi di Germanico che con
un alto nitrito si buttò in avanti, cercando di superare nella corsa i
miei compagni, mentre io, levato sulle staffe, roteavo la spada sopra
la testa. In preda al timore di avere calcolato male la distanza e di
mancare il bersaglio, e nello stesso tempo consapevole che forse il
mio intervento non sarebbe stato abbastanza tempestivo da salvare
la vita dei miei amici, mi chinai in avanti per tranciare la corda,
calando la lama che emise un sibilo secco. Mi giunse lo schiocco della
fune che si spezzava di botto, e subito dopo colsi un altro suono:
l'urlo di Tressa nel momento in cui il suo cavallo, colpito sul muso
dalla fune tagliata all'improvviso, si era impennato e levatosi sulle
zampe posteriori agitava all'impazzata quelle anteriori. Vidi Tressa
che, liberati i piedi dalle staffe, si gettava lontano dall'animale.
Ribollivo dalla rabbia mentre gli otto cavalieri, che avevano attuato
quell'agguato mortale, si disperdevano.
Le loro cavalcature erano lente, e io li raggiunsi prima che si
fossero riavuti dalla sorpresa del mio provvidenziale intervento. Due
li uccisi subito, uno sulla mia sinistra e uno sulla destra, poi sterzando
per rinnovare l'attacco, mi lanciai sulla sinistra e, avventandomi
contro uno da dietro, gli tranciai di netto il braccio destro. Un altro,
più coraggioso dei suoi compagni, mi venne incontro, un braccio
teso all'indietro per lanciarmi una corta lancia. La gettò, ma con la
spada intercettai quel pesante proiettile e lo tagliai in aria. Ma
l'impatto mi sbilanciò sulla sinistra; sentii che il piede destro perdeva
la staffa e caddi. Non persi conoscenza nel momento in cui piombai
a terra, ma rimasi senza fiato. Per qualche attimo fui paralizzato, con
il petto e la gola doloranti. C'era rumore intorno a me, quando
all'improvviso due mani mi tirarono, mi sollevarono e io riuscii
finalmente a respirare. Donuil mi rimise in piedi, conficcandomi le
dita sotto le ascelle, scorsi i suoi occhi che mi fissavano ansiosi. Mi
chiese a gran voce se potevo muovermi, e io, annuendo, cercai di
allontanarlo, ma lui mi rimase vicino e quasi mi trascinò fin dove
stava il mio cavallo soffiando e roteando gli occhi, trattenuto da uno
dei nostri soldati. Donuil mi aiutò a rimontare. Vidi Tressa e Shelagh,
entrambe di nuovo in sella, che mi fissavano in attesa di riprendere
la marcia.
«Dov'è Ded?» chiesi con una voce che pensai sarebbe stata un urlo
e fu invece un bisbiglio sommesso.
«È morto, Cay» mi rispose Donuil. «Sono morti tutti quelli che si
sono schiantati contro la fune. Muoviamoci!»
Si portò al mio fianco sulla destra, mentre Benedetto cavalcava
sulla sinistra. Riprendemmo la marcia e dopo un po' già andavamo a
rapido galoppo. A poco a poco ripresi a respirare normalmente, e
ben presto feci segno alle mie due scorte che ormai ero in grado di
controllare la cavalcatura. Con un cenno di assenso si allontanarono
da me, e dopo qualche tempo ripresi a guardarmi intorno. Il nostro
gruppo era stato più che dimezzato.
Donuil sapeva quello che mi passava per la testa. Chinandosi
verso di me, con una voce affievolita dal fragore del vento che si
infilava sotto i paraorecchi del mio elmo, urlava: «...Non so chi siano
quegli uomini... non possiamo impegnarli in combattimento... sono
troppi... sarà una fortuna se riusciremo ad attraversare il loro
schieramento. Molti sono a piedi... ma hanno alcuni cavalli... non ne
conosco il numero... non saranno lontano da noi alle nostre spalle...
conviene avanzare... fuggire al loro inseguimento».
Poco dopo il terreno si fece più erto e i cavalli cominciarono a
dare segni di stanchezza. Germanico aveva la bava alla bocca, e io
capii che era prossimo a cadere. Seguì un tratto pianeggiante e spinto
dall'impulso tirai le redini indicando agli altri di fermarsi, poi mi volsi
a guardare la strada che avevamo percorso. Ci trovavamo in un
punto difendibile, perché il crinale era una sorta di passaggio diritto
e sotto si stendeva una frangia di cespugli bassi e fitti. Chiunque si
fosse avvicinato si sarebbe esposto alla vista, ma noi avremmo
potuto rimanere nascosti.
Saltai immediatamente a terra e slegai i lacci che trattenevano ben
stretto alla sella il grande arco di Publio Varro, chiedendo a uno dei
soldati di porgermi la faretra, a sua volta legata all'altra parte della
sella. Presi una corda e preparai l'arma, dicendo nel frattempo a
Donuil di sellare i cavalli di riserva e lasciare riposare quelli che
avevamo utilizzato fino ad allora. Dallo scontro erano uscite
incolumi quasi tutte le bestie. Mentre gli uomini si affaccendavano,
io rimanevo all'erta, pronto a tirare al primo segno di movimento
sul pendio sottostante. Rimasi lì di guardia per una buona mezz'ora,
in attesa che i soldati e le cavalcature tirassero il fiato e riprendessero
le forze. In cielo si muovevano e si accavallavano le une sulle altre
nubi pesanti e cupe, dagli strani colori. Sentii qualcuno dietro a me
lanciare un'imprecazione, e quando mi volsi a chiedere che cosa
succedesse, il soldato si limitò a levare le mani a palme in su per
mostrarmi che aveva cominciato a piovere.
Mi giunsero dal sottostante pendio un suono stridulo e una
bestemmia soffocata. Alzai di scatto il braccio, dando l'allerta agli
altri, quindi scrutai il folto degli alberi sotto di me. In quel momento
emersero quattro uomini; uno di loro, zoppicante, correva
buttandosi di lato e cercando di grattarsi via dal ginocchio il fango
che si era incrostato. Guardavano in alto verso il punto nel quale mi
trovavo, ma non sembrava che mi avessero scorto. Mi
nascondevano il ciglio del crinale e i bassi cespugli sottostanti. Da
come correvano, caparbi e silenziosi, ma incauti, era chiaro che non
si aspettavano di trovarci lì. Seguivano altri cinque, e dal folto degli
alberi giungevano le voci di altri ancora.
Avevo ventitré frecce nella faretra, più una che era già sull'arco,
pronta a partire. Tirai quasi senza prendere la mira, e l'uomo in testa
cadde all'indietro. Lanciai immediatamente la seconda freccia, poi la
terza, e due nemici si abbatterono al suolo. Ci fu uno scoppio di
voci, alle quali subentrò il silenzio rotto soltanto dai gemiti
dell'ultimo caduto. Lo ignorai, resistendo alla tentazione di finirlo
sprecando una freccia, e scrutai la vegetazione sottostante. Il quarto
uomo si era gettato dietro un poggio ricoperto d'erba, e di lui
sporgeva soltanto una gamba.
Aveva ripreso a piovere, e il rumore della pioggia tamburellante
sulle foglie sovrastava ogni altro suono. Dietro a me sentivo quelli
del mio gruppo che si preparavano a salire in sella e a riprendere la
marcia. Stavo prendendo la mira per colpire la gamba che sbucava
dal poggio erboso, quando sopraggiunse Donuil. Mi girai appena
per guardarlo quando l'intero mondo esplose in un'abbagliante luce
bianca e azzurra, e noi fummo lanciati all'indietro, lontano dal
crinale. La luce sparì repentina così come era comparsa; quasi
accecato, sbattevo le palpebre in preda al panico mentre alle narici
mi arrivava un odore che non avevo mai percepito prima. Avvolto
nelle tenebre dell'improvvisa cecità, sentivo intorno a me gli uomini
che urlavano e i cavalli che nitrivano. Poi a poco a poco recuperai la
vista, imperfettamente dapprima, compromessa da macchie
abbaglianti che mi impedivano di cogliere immagini coerenti.
Brancolando in preda alla nausea, raggiunsi di corsa il bordo del
sentiero e, sbattendo freneticamente le palpebre, scorsi qualcosa che
si muoveva sul sottostante pendio. Non vedevo chiaramente, ma
intuivo la presenza di uomini che correvano. Il cervello mi diceva
che un fulmine ci era caduto vicino, e che i nemici, rimasti indenni,
ora sciamavano su per la collina.
Inserii nell'arco una freccia, scelsi un bersaglio sulla mia sinistra, e
tirai verso la figura che avanzava correndo. Persi però di vista sia il
bersaglio sia la freccia, senza capire se lo avevo centrato o no. Con
lo stomaco stretto in uno spasimo di paura, ripetei la manovra,
mirando questa volta sulla destra e lanciando la freccia verso una
forma appena intravista: l'uomo roteò su se stesso e cadde nell'erba
alta. Ero semiaccecato, ma gli attaccanti, che non lo sapevano, si
gettarono a terra. Vidi, a una certa distanza sulla mia destra, la
vegetazione che si agitava come quando in mezzo vi cammina
qualcuno, ma era troppo distante per fornirmi un bersaglio. Sapevo
però che cosa significava quel fremito nell'erba e tra i cespugli:
c'erano uomini che salivano il colle per circondarci. Lanciai altre due
frecce davanti a me. Nel frattempo l'area visiva si era quasi
normalizzata.
Fu allora che scorsi qualcosa di sorprendente. Le cime degli alberi
che toccandosi, avvinghiandosi, unendosi sembravano formare una
cupola compatta parvero flettersi e appiattirsi, come se una mano
possente e invisibile le avesse schiacciate. Davanti a me tutto
scomparve all'istante e divenne di un grigiore impenetrabile, avvolto
in un fragore che sembrava un ruggito. La grandine cadde con tanta
violenza che finii a terra. Il rumore dei chicchi sul mio elmo di
metallo era assordante, e la violenza dello scroscio mi paralizzava,
rendendomi incapace di alzarmi. Mi lasciai andare a faccia in giù,
abbandonando le armi che portavo. Le parti scoperte del mio corpo
erano doloranti per delle fitte acute e penetranti. Forse sarei morto
lì, ucciso dalle antiche divinità dei boschi. Ma a poco a poco la furia
della tempesta si placò, e io riaprii gli occhi.
Donuil si avvicinò e, chinatosi su di me dalla sella, protese le
braccia per aiutarmi a rimettermi in piedi. Raddrizzatomi, afferrai
l'arco con la sinistra mentre nella destra tenevo un chicco di grandine
grosso quanto un pugno. Lo lasciai cadere, e mi strinsi al braccio di
Donuil, che mi sollevò e mi mise di traverso in groppa al suo
cavallo. Era una manovra che avevamo praticato centinaia di volte.
Raggiunti gli altri, montai su Germanico. Ci muovemmo insieme alla
ricerca di un riparo, ben difficile da trovare in quella situazione. La
grandine aveva strappato le foglie del fitto baldacchino verde che ci
aveva nascosti alla vista dei nemici, e ora all'improvviso così come
era cominciata, cessò, lasciandosi dietro un profondo silenzio.
Nessuno si muoveva in quella quiete, neppure i cavalli, quasi
avessimo paura che gli dèi delle tempeste, disturbati, potessero di
nuovo scatenare la loro furia. Ma il silenzio si prolungava, si
intensificava tanto che cominciammo a credere che fosse finita. Mi
girai sulla sella per guardarmi intorno, contento di avere riacquistato
completamente la vista. Intorno a noi il terreno era coperto di
chicchi di grandine. Mi ricomposi e spronai il cavallo, pur sentendo
fitte di dolore nel punto in cui ero stato colpito; gli altri si mossero
con me, raccogliendosi in gruppo e puntando verso il sentiero.
Eravamo rimasti in dodici: Benedetto, il giovane Bedwyr, che pareva
esausto e mostrava molto più dei suoi anni, Shelagh, Tressa, Donuil e
sei soldati. Germanico, il mio cavallo nero, era sano e salvo, anche
se aveva perduto le sacche agganciate alla sella, e dietro a lui
scorgevo una decina di cavalcature di riserva.
Una freccia mi sfiorò il viso e rimbalzò senza fare danni sulla
corazza dell'uomo che mi precedeva: ci colse tutti di sorpresa e ci
ricordò che i nemici ci stavano alle calcagna. Levai l'arco e feci per
prendere una freccia dalla faretra, ma con sgomento mi accorsi che
l'avevo perduta, probabilmente nel punto in cui Donuil mi aveva
tirato sul suo cavallo. Con un cenno del braccio indicai di proseguire.
Spronammo le nostre cavalcature, imprecando di tanto in tanto
mentre ci arrampicavamo sull'erto sentiero e gli zoccoli dei cavalli
scivolavano sulla coltre di chicchi di grandine. Alcuni attimi dopo, la
pioggia riprese, offuscò la luce del tardo pomeriggio e ridusse la
visibilità tanto che a stento riuscivamo a scorgere chi ci precedeva. Le
imprecazioni si intensificarono, ma ci era di conforto sapere che il
nemico era a piedi e doveva trovarsi in difficoltà maggiori delle
nostre.
Il sentiero si restringeva e si faceva sempre più scosceso, scivoloso
e insidioso sotto gli zoccoli delle bestie. Dopo una curva a sinistra ci
trovammo su un pendio esposto, con uno spuntone roccioso sopra
di noi e sulla destra un burrone. In lontananza, sopra la valle avvolta
in un sudario di nebbia, di tanto in tanto un lampo squarciava il
cielo e subito dopo, quasi in risposta, ne brillava un altro più vicino.
Shelagh procedeva davanti a me; tre soldati conducevano i cavalli di
riserva; il gruppo di testa comprendeva Donuil, Benedetto, di cui
intravedevo la cresta dell'elmo, Tressa e accanto a lei un soldato.
Una freccia mi cadde vicino, ma quando mi girai per vedere da dove
era stata lanciata, non scorsi nulla. Ero sicuro che fosse stato l'ultimo
tentativo, l'ultima freccia che in tono di sfida indicava la rinuncia del
nemico a seguirci. Avevamo vinto.
In quel momento il mio cavallo indietreggiò in preda al panico.
Vidi che poco oltre un cavallo cadeva nel vuoto scalciando
disperatamente. Davanti a me si svolgeva una scena di terrore e di
folle paura, di armi mulinanti; una massa di animali che rinculavano,
s'imbizzarrivano, precipitavano. Un altro cavallo cadde con il
cavaliere che si afferrava al suo dorso, e un'altra forma umana si
stagliò, brancolante nell'aria. Il cavallo di Shelagh, che mi precedeva
di poco, scivolò all'indietro e mi finì addosso. Mi gettai sulla sinistra,
e scorsi Shelagh che piombava a terra sulla schiena. Sentii un
macabro schiocco, come di un osso che si spezza, mentre mi
abbattevo al suolo e, intontito, aspettavo che insorgesse l'acuto
dolore che sempre accompagna una frattura. Percepii invece soltanto
il terreno duro coperto di grandine. Mi accorsi in quel momento che
lo schiocco era stato quello dell'arco, il possente e antico arco lungo
di Varro, che ora giaceva rotto e inutile al mio fianco. In un istante
di strana inconsapevolezza ricordai che quell'arma aveva più di
cento anni, che per generazioni era stata tenuta da conto e che
adesso la sua parabola era finita.
Mi ripresi all'istante. Erano caduti in molti. Shelagh giaceva
immobile, le braccia e le gambe larghe. Vidi qualcun altro,
all'estremità del sentiero: un elmo e un paio di spalle, le mani che
cercavano di afferrarsi al bordo gelato del sentiero, occhi enormi che
mi fissavano terrorizzati. Mi gettai in avanti, cercando di agguantare
quelle braccia, ma mi sfuggirono. Ero finito a faccia in giù e scivolavo
sulla corazza di metallo oltre l'orlo dell'abisso. Roteai su me stesso
con forza cercando di aggrapparmi a qualcosa e alla fine mi trovai a
penzolare sul burrone a testa in giù.
Non so per quanto tempo rimasi lì, ma ricordo i pensieri che mi
attraversarono la mente. Sapevo che a fermare la mia caduta era
stata una delle gambiere. Si era evidentemente agganciata a una
protuberanza del terreno, una radice o un alberello. Soltanto due
strisce di cuoio tenevano legata la gambiera. Se una si fosse spezzata,
anche l'altra si sarebbe rotta, e sarei precipitato a testa in giù. Sentivo
sulla schiena la spada, rimasta attaccata al mio corpo, e ora l'elsa si
era incastrata sotto il lembo dell'elmo a protezione della nuca. Ne
percepivo il peso che tirava la striscia di cuoio sotto il mento e
premendo contro la mascella rischiava di soffocarmi. Qualcuno sul
fondo del burrone gemeva, i lampi guizzavano nel cielo
all'imbrunire, il rombo del tuono arrivava in assordanti ondate. La
pioggia continuava a cadere.
Fu Benedetto a scorgermi. Lo sentii che mi chiamava e mi
raccomandava di non muovermi. Tentai di rispondergli, ma la
cinghia dell'elmo sotto il mento mi impedì di aprire la bocca. Passò
un po' di tempo, poi mi giunsero dei rumori: due uomini, Benedetto
e un soldato di nome Marco, stavano calandosi lungo una corda.
Non appena si fu ancorato saldamente alla parete del burrone,
Marco, che reggeva un altro tratto di corda, ne passò un'estremità a
Benedetto che, dall'altra parte rispetto a me, me lo infilò sotto le
spalle. Capii che mi legavano strettamente con la fune e legavano
anche la spada che portavo contro la schiena, poi Benedetto mi
sostenne mentre Marco tagliava i lembi della gambiera. Caddi tra le
braccia di Benedetto, e mi trovai a penzolare di fronte alla parete
rocciosa, solidamente legato. I due risalirono sul sentiero e da lì
lentamente, a poco a poco, mi tirarono su. Non fui sorpreso nel
constatare, arrivato in cima, che era stato Donuil, a sollevarmi sotto
lo sguardo ansioso degli altri due.
Facevo fatica a reggermi sulle gambe, mentre Benedetto slegava la
corda che mi circondava il petto. Donuil era tornato vicino a
Shelagh, seduta contro la parete rocciosa. Aveva gli occhi aperti, ma
lo sguardo era assente. Chiesi a Donuil se stava bene, e lui rispose
con un cenno affermativo della testa. Mi guardai allora intorno.
Benedetto e Marco erano vicino a me e poco distante altri due
uomini erano occupati con i cavalli.
«Dov'è Tressa?» Intuii la risposta prima ancora che Benedetto, a
capo chino, mi dicesse: «Se n'è andata, Cay. Il suo cavallo è
precipitato». Mi parve di essere sopraffatto da un'onda di stanchezza
infinita.
«Come è accaduto, Ben?»
«Colpa di un gatto selvatico» disse dopo avere tratto un respiro
profondo.
«Cosa?»
«Un gatto selvatico o un altro animale. Probabilmente in preda al
panico per il temporale. L'ho visto spiccare un balzo da uno
spuntone di roccia sopra di noi, piombare sul collo del cavallo, e a
quel punto mi è parso che il mondo impazzisse. Ho visto tutto ma
non ho potuto evitare il disastro. Era il caos. Il cavallo di Tressa è
indietreggiato imbizzarrito e si è levato sulle zampe posteriori, lei in
piedi sulle staffe cercava di controllarlo, ma uno degli zoccoli della
bestia è scivolato oltre il bordo del sentiero, e sono rovinati nel
burrone l'uno sull'altro. Anche il mio cavallo è caduto, ma verso
l'altro lato del sentiero, inchiodandomi contro la parete rocciosa, e lì
è rimasto finché non si è rimesso in piedi. Donuil è stato disarcionato
ma è riuscito a non farsi schiacciare dagli zoccoli della sua bestia.
Sono stati disarcionati anche Marco e Rufio, ma se la sono cavata.
Shelagh si riprenderà, sebbene abbia preso un brutto colpo. Ti ho
visto piombare oltre l'orlo del sentiero, e per un momento ho
pensato che fossi morto come gli altri. Per fortuna siamo venuti a
vedere.»
Mi vennero in mente i gemiti che avevo sentito provenire dal
fondo del burrone. «Qualcuno è ancora vivo laggiù.»
«Sì, lo sappiamo, ma non riusciamo a localizzarlo.»
«Potrebbe essere... Tressa.»
Fece una smorfia. «Ne dubito. Tressa è caduta molto più su, lungo
il sentiero. I gemiti che abbiamo sentito erano di un uomo.»
Cercai con uno sforzo di mettermi in piedi, ma ricaddi all'indietro.
«Dobbiamo accertarcene. Abbiamo le corde. Scenderemo nel
burrone.»
«Non possiamo, Merlino. È buio ormai, troppo pericoloso. Siamo
rimasti soltanto in sette, siamo stanchi, semicongelati. Rischiamo di
morire se ci impegniamo in un salvataggio del genere. Dovremo
aspettare fino a domattina.»
«Prima di allora possono essere morti tutti.»
«Lo so, ma non c'è alternativa.»
Feci di nuovo il tentativo di rimettermi in piedi e questa volta ci
riuscii, ma come tentai di spostarmi di un passo, la gamba destra,
quella con la quale ero rimasto appeso nel vuoto, si piegò sotto di
me, e Benedetto arrivò appena in tempo a sostenermi prima che
cadessi lungo disteso. Con il viso andai a sbattere contro la sua
corazza, e il mondo divenne tutto nero.
XVI.
La follia può assumere diverse forme. La mia aveva le fattezze di
Peter Ironhair. Ecco perché trascorse un anno prima che dal
profondo del cuore piangessi la perdita di Tressa. Quando era morta
Cassandra, il grande amore della mia vita, mi ci erano voluti due
anni prima che il dolore si facesse sentire, ma allora ero ammalato,
incapace di capire quanto era accaduto, di ricordare il passato, di
raccogliere i miei pensieri.
Tressa, l'unica altra donna che aveva potuto vantare dei diritti
sulla mia anima, dopo avere soggiogato il mio cuore, dovette
attendere un anno intero mentre io, in pieno possesso delle mie
facoltà mentali, sentivo dentro di me soltanto un'inestinguibile sete
di vendetta. Ero consapevole della perdita, consapevole del dolore
che, non trovando sfogo, si era accumulato e incancrenito,
consapevole del vuoto che avevo intorno, consapevole che la gioia
si era ormai allontanata per sempre: eppure mi rifiutavo di riflettere
sui mali che mi affliggevano. Mi ero assegnato un compito da
portare a termine prima di morire: annientare un nemico e
strappargli il cuore.
Nei miei sogni a occhi aperti, e in quelli che mi tormentavano di
notte, era sempre presente il viso di Ironhair. Non appena finivo di
discutere qualche piano strategico con i miei ufficiali, me ne andavo
per isolarmi: non avevo amici in quel periodo e comunicavo con il
prossimo esclusivamente sulla base delle esigenze del momento.
Nella solitudine subito mi assaliva il pensiero di Ironhair.
Immaginavo il suo riso di scherno e lo vedevo come era stato a
Camelot prima che ne fosse cacciato: un uomo sorridente, gioviale,
apparentemente schietto e animato da buone intenzioni, capace di
essere sollecito e solidale. Il suo viso, che ricordavo in ogni dettaglio,
mi era più familiare del mio stesso volto. Mi era vicino perfino nel
sonno. Notte dopo notte, nel mio letto solitario, mi accadeva di
svegliarmi di soprassalto con la sensazione di averlo visto alle spalle
di altre persone: Tressa, Ded, perfino Artù. Lucano compariva spesso
nei miei sogni e anche lui a un tratto assumeva le fattezze beffarde di
Ironhair.
Ho detto che in quei giorni non avevo amici, e questo è nello
stesso tempo vero e falso. Gli amici mi stavano accanto - Donuil e
Shelagh, Benedetto e Falvo, Filippo e il fedele Rufio - ma io li
evitavo, li tenevo a distanza con freddezza e indifferenza quando
cercavano la mia compagnia, li trattavo come subordinati quando
amministravo gli affari del governo o della guerra. Sopportavano
con pazienza, conoscendo il motivo di quell'atteggiamento, ma oggi,
ripensando a quei momenti, capisco quanto dovevano sentirsi
sgomenti nell'animo.
Con il tempo passò il terribile dolore, ma non fui più capace di
ricostituire l'intimità sicura che avevo conosciuto in loro compagnia;
non ero più Merlino, il fidato compagno, il fratello d'armi, il
cordiale amico: ero diventato Merlino il predatore, il vendicatore, lo
stregone, il mago.
Un anno perduto salvo che per pochi ricordi effimeri; due anni
trascorsi sotto l'identità di un altro uomo, un'intera vita che ero
disposto a sacrificare per appagare un sogno di vendetta.
Ebbe inizio sull'erto sentiero sopra l'abisso che aveva inghiottito
Tressa.
Il sole mattutino, che si levò in un cielo senza nubi scevro da ogni
traccia della micidiale tempesta, ci trovò ancora immersi nel sonno,
sette corpi infreddoliti, percorsi da brividi, avvolti in vesti fradice,
stretti l'uno all'altro alla ricerca di un po' di tepore. Qualcuno, credo
sia stato Benedetto, aveva coperto quel groviglio di corpi
addormentati con le coperte che ci eravamo portati dietro e con i
mantelli, poi aveva impilato sopra, strato su strato, le tende di
cuoio. Shelagh, accoccolata contro la mia schiena, mi stringeva a sé
con le braccia, io a mia volta ero accucciato contro Rufio. Quando si
svegliò il primo di noi, si destarono anche gli altri e ricordo che,
uscendo da quel letto improvvisato, tremavo nel freddo del mattino.
Mangiammo in fretta e in silenzio, senza darci la pena di contare
le razioni che restavano nelle bisacce attaccate alle selle; poi
cominciammo a cercare gli amici.
Il burrone che ci era sembrato così profondo e tenebroso la notte
precedente non era dopo tutto un abisso spaventoso. Il fondo era a
una ventina di passi dal sentiero, ma era coperto di massi, da tempo
staccatisi dalla parete rocciosa e ora nascosti da una bassa
vegetazione. L'arboscello al quale ero rimasto appeso, e al quale il
mio gambale era ancora attaccato, mi aveva retto a un'altezza sul
vuoto non superiore alla mia statura, sufficiente a uccidermi se fossi
caduto a testa in giù, ma certamente non pari a quella che mi ero
immaginato. Sotto un albero sulla sinistra, in una leggera cavità del
terreno, trovammo Bedwyr, privo di conoscenza ma vivo, con la
gamba sinistra rotta e l'osso spezzato che sporgeva dalla coscia. Rufio
e Marco, il medico che ci seguiva, gli raddrizzarono e fasciarono la
gamba mentre era ancora svenuto, e lo issarono. Alcuni andarono
alla ricerca degli altri.
Tressa era morta schiacciata dal peso di un cavallo: non del suo
che giaceva a diversi passi di distanza, ma del mio, lo splendido
esemplare nero che lei chiamava Bucefalo. Distesa supina, sembrava
immersa nel sonno; il viso aveva un'espressione tranquilla, anche se
ormai aveva assunto una colorazione bluastra. Calzava ancora l'elmo
che le nascondeva i bellissimi capelli, tanto che sembrava un ragazzo
più che una donna. La parte inferiore del corpo, dalla vita in giù, era
finita sotto la massa insanguinata della bestia, che aveva il ventre
squarciato.
Aveva avuto ragione a chiamarlo Bucefalo; ricordai che una sera,
a letto - la sera stessa del giorno in cui gli avevo cambiato il nome la mia Tress mi aveva preso in giro. Bucefalo le piaceva più di
Germanico, aveva dignitas, diceva, evocava un destriero storico. Per
tutta risposta, l'avevo stretta tra le braccia e le avevo detto che
Bucefalo aveva ucciso l'uomo più grande dei suoi tempi gettandolo
da una rupe, e mentre giacevo su di lei l'avevo sfidata a
disarcionarmi con altrettanta facilità. Ma quella notte Tress non
aveva avuto alcuna intenzione di disarcionarmi! E ora Bucefalo
aveva ucciso la donna che in quegli anni più avevo amata.
Ci volle mezza giornata per condurre i cavalli sul fondo del
burrone, spostare l'inerte massa nera dal corpo di Tressa e quindi
seppellirla. Scelsi per lei un angolo tranquillo e riparato, tra due
spuntoni di roccia poco sotto il punto in cui era morta. Io stesso
scavai la buca nella quale l'avrei deposta, usando la spada per
incidere il suolo e il gambale che mi restava per togliere la terra. Posi
delicatamente il corpo nella fossa e lo ricoprii tutto, tranne il viso.
Presi quindi due lastre di pietra e le collocai obliquamente l'una
contro l'altra, a formare una specie di tetto sulla sua testa. Poi
raccolsi altre pietre e ricoprii la tomba per impedire ai lupi e agli orsi
di raggiungere il corpo. Per ore lavorai, prendendo le pietre intorno
e impilandole fino a elevare un tumulo a piramide che mi arrivava
all'altezza del petto. Soltanto allora smisi, sentendo che il dolore
minacciava di sopraffarmi.
Gli altri non erano rimasti in ozio e avevano dato sepoltura ai tre
soldati - Gunnar, Casso, Secondo - che erano morti precipitando da
quell'insidioso sentiero. Li conoscevo appena.
Mentre risalivo, mi venne incontro Donuil e mi tese la mano per
aiutarmi a superare gli ultimi passi. Ma nell'istante in cui gliel'afferrai,
mi parve che il suo volto trasmutasse e diventasse quello di Ironhair.
Indietreggiai e lo tirai con l'intenzione di buttarlo nel fondo del
burrone. Grazie a Dio, si era attaccato a un albero, eppure fui sul
punto di sbilanciarlo, tanto brusco fu il mio strattone e intensa la sua
sorpresa. Brontolò, aggrottò la fronte ed emise un profondo respiro;
poi mi tirò su e si allontanò da me. Sapevo di essere fuori di senno e
in seguito lui me lo confermò, dicendo di aver scorto nei miei occhi
uno sguardo folle. Quel momento passò e io rimasi lì a scuotere la
testa mentre lui mi chiedeva che cosa mi fosse preso.
Arrivammo a Camelot qualche giorno più tardi; trasportavamo
Bedwyr su una specie di barella fatta con il cuoio delle tende legato
a due rami e attaccata a due cavalli. Del viaggio e del nostro arrivo
non ricordo nulla.
La prima volta che fui davvero consapevole di essere di nuovo in
patria fu nel sudarium. Ero seduto intento a parlare con Benedetto,
che mi stava di fronte, quando fui all'improvviso assalito da una
specie di vertigine e una folla di immagini mi si assiepò nella mente,
simili a quelle che avevo visto anni prima, nel periodo in cui avevo
perduto memoria di me stesso. Benedetto si tese verso di me, il viso
segnato dall'ansia, chiedendomi se mi sentivo bene. Accennai di sì
con la testa, e decisi in quell'istante di non fare parola dell'episodio.
Continuò a lanciarmi occhiate preoccupate, ma non fece commenti.
Nel rivestirmi mi accorsi che gli abiti erano puliti e diversi da
quelli che avevo indossato durante il viaggio; dedussi perciò che ero
arrivato da abbastanza tempo, per lo meno quel tanto che mi era
servito per cambiarmi. Mi avviai per cercare Dedalo, ma
all'improvviso ricordai di averlo visto cadere da cavallo e sfracellarsi
al suolo. Dedalo era morto. Il senso di vertigine si impossessò ancora
una volta di me. Mi appoggiai a una parete, cercando di placare un
conato di vomito. Vomitai, ma non provai sollievo, e all'improvviso
caddi sulle ginocchia e svenni.
Quando ripresi coscienza, vidi chine su di me Shelagh e Ludmilla.
Accorgendosi che avevo aperto gli occhi, Ludmilla mi posò sulla
fronte la sua morbida mano.
«Hai la febbre, Caio. Siamo in ansia per te da qualche giorno.
Riposa finché chiamo Mucio. Shelagh ti rimarrà accanto.»
Quando Ludmilla se ne fu andata, cercai di volgermi verso
Shelagh, ma non riuscendo a girare la testa, fui preso dal panico. I
ricordi mi portavano all'altra volta che ero stato ferito, quando
Lucano aveva dovuto perforarmi il cranio per aumentare la
pressione. Per farlo mi aveva legato la testa a un congegno che mi
avrebbe impedito di muoverla. Shelagh, che era stata a osservarmi,
mi infilò le braccia sotto il collo e mi aiutò a sollevarmi. Questo
placò le mie paure. Era la debolezza a inchiodarmi al letto. Cercai di
parlarle, ma le labbra parevano sigillate. In fretta lei inumidì un
panno e mi bagnò la bocca. Mi venne in mente che la zia Luceia
aveva compiuto molti anni prima lo stesso gesto, e mi aveva
arrecato grande sollievo. Mi leccai le labbra e parlai, ma la voce era
poco più che un sussurro.
«Che cosa succede Shelagh? Dov'è Ambrogio?»
Lei corrugò la fronte. «Come... dov'è Ambrogio?» Si spalancò la
porta davanti al letto, ed entrò di gran furia Mucio Quinto,
portandosi subito al mio capezzale e posandomi la mano sulla
fronte. Non guardava me, tuttavia, ma fissava Shelagh.
«Come sta andando?» le chiese.
«Non ricorda niente» rispose scuotendo la testa, la fronte sempre
aggrottata.
Quinto mi osservò e sollevò la mano che mi aveva posato sulla
fronte. «Sta meglio» brontolò. «Stavolta non devo temere di
arrostirmi la mano.» Sorrise. «Raramente mi è capitato di dover
curare una febbre alta come quella che ti ha colpito, amico mio. Per
quasi una settimana sei stato in fiamme. Bruciavi. Quanto ricordi?»
«Di che cosa?» chiesi in un sussurro sbattendo le palpebre.
«Di qualsiasi cosa. Qual è l'ultima cosa che ricordi?»
L'immagine della tomba di Tressa, di quell'alto tumulo di pietre,
mi attraversò la mente come un lampo. Mi sentii soffocare. Cercai di
richiamare altre immagini del passato e vidi Donuil che mi tendeva
la mano. «Ironhair» dissi.
«Hmm» mormorò Quinto senza mostrare sorpresa. «Ti ricordi di
essere tornato a Camelot?» Scossi la testa in segno di diniego. «Donuil
aveva ragione allora.» Si voltò e per qualche attimo rimase fuori del
mio campo visivo; subito dopo si avvicinò, reggendo in mano una
coppa di corno. «Bevi» disse, sollevandomi la testa con una mano.
«Donuil aveva ragione?» borbottai. «E Shelagh?»
«Anche lei ha ragione. Su, bevi.»
Tenni le labbra strette rifiutando la pozione. «Sto perdendo la
ragione, Quinto?»
«Perdendo? Ti riferisci alla memoria?» Rise gettando all’indietro la
testa, e mi sentii sollevato. «No, naturalmente no. Ci riconosci, no?
Quelli che siamo qui? E sai chi sei; la memoria va bene. Sei stato
malato, Caio, ecco tutto. Una febbre da cavallo e la tosse asinina.
Polmonite, e non c'è da sorprendersi. Anche Benedetto l'ha avuta,
sebbene in forma meno virulenta della tua; inoltre non è stato
toccato dal lieve disturbo cutaneo di cui soffri tu. La memoria è a
posto, te lo garantisco. Forse non ricordi alcuni particolari recenti,
ma è imputabile alla febbre, non all'incapacità della mente. Bevi e
dormi.»
«Come mai non riesco a muovermi?»
«Perché sei debole come un bambino, denutrito e disidratato.
Ringrazia il cielo di essere vivo. Ritornerai in forze. Su, bevi!»
La pozione aveva un sapore amaro, ma la sorbii tutta, e quando
l'ebbi finita, Quinto mi aiutò a rimettere la testa sul cuscino. China su
di me, Shelagh mi pulì gli angoli della bocca e mi posò un bacio lieve
sulla fronte. Percepii il contatto delle sue labbra morbide e delicate,
e sentii che si allontanava.
«Quale disturbo della pelle?» chiesi ma nessuno mi rispose.
Sapevo che era un sogno fin dall'istante in cui aprii gli occhi. La
camera era buia ma riuscivo a vedere perfettamente. Ironhair se ne
stava seduto vicino al mio letto, su una poltrona imbottita, tenendo
il mento appoggiato sulla mano sinistra, e mi fissava attraverso gli
occhi socchiusi. Indossava una toga praetexta, la toga dal bordo
purpureo usata dai senatori romani. Accorgendosi che mi ero
destato, si raddrizzò e sorrise.
«Caio Merlino Britannico,» disse in tono strascicato «mi riferiscono
che mi hai cercato. In che modo posso esserti utile?»
«Restando vivo finché non verrò a cercarti» risposi. Rise con un
tono che dimostrava un genuino spasso.
«Certamente! Sta' pur sicuro che non ho nessuna intenzione di
morire. Ma perché vuoi venire a cercarmi?»
Lo guardai senza muovermi dalla posizione supina, il viso
ingannevolmente piacevole, apparentemente privo di malizia.
«Perché?» ripetei. «Perché ti sei prefisso di distruggere la mia vita.»
«Distruggere?» Rise di nuovo, ma il solco tra le sopracciglia
indicava che era perplesso.
«Perché, secondo te, dovrei sprecare il mio tempo a distruggerti?
La tua arroganza e la tua presunzione arrivano a questo punto?» La
voce era fredda, rabbiosa. «Sei soltanto un uomo, Britannico, e
sebbene le mie parole possano offenderti, ti dirò che ho altre cose,
ben più importanti di te, che mi tengono occupato. Ho una missione
da compiere: conquistare un regno per un cliente... Carthac
Pendragon, che mi ha assoldato, e finché non avrò concluso questa
impresa, disporrò di ben poco tempo da sprecare sulle rivendicazioni
passate.»
Tacque e io gli chiesi: «Cliente? Sei per caso un senatore per
permetterti un cliente?».
Ignorando la mia interruzione, proseguì come se non avessi
aperto bocca. «È vero che una volta noi due avevamo opinioni
divergenti, e che hai usato il tuo potere per ostacolarmi. Ma da
allora sono passati molti lunghi anni, e la vita è andata avanti:
nuove imprese da compiere, nuove terre da conquistare, nuovi
traguardi da raggiungere! Ho di rado pensato a te in tutto questo
tempo, tranne che in un paio di occasioni, quando si è fatto il tuo
nome. Merlino di Camelot, così ti fai chiamare oggi. Assai diverso
dal Caio Merlino Britannico, comandante legato delle forze armate
di Camelot, come una volta ti sei presentato a me.»
«Ti è rimasto impresso, eh?»
«Rimasto impresso? Suvvia, Merlino! Siamo cresciuti entrambi da
allora. Quel titolo pretenzioso era il segno della presunzione di un
piccolo uomo che si credeva grande e temeva che il suo potere
fasullo potesse essere messo in discussione. Ammettilo.»
«No, sbagli. Era un titolo autorevole, sufficiente a porti sotto di
me e vanificare i tuoi piani per usurpare questa Colonia.»
«Soltanto temporaneamente» disse con voce soffocata, quasi
impercettibile.
«Che cosa hai detto?»
Sorrise, un sorriso lento e protratto. «Ho detto che ho rimandato i
miei piani soltanto temporaneamente. Camelot sarà mia, e tu lo sai,
una volta che Carthac avrà rivendicato i suoi diritti sulla Cambria.»
«Non accadrà mai finché sarò vivo, riuscirò a fermarti» mormorai.
«Tu? Merlino, sei già mezzo morto. Sei lucido mentalmente, ma
fisicamente?» Scosse la testa. «La lebbra segnerà la tua fine a
Camelot.»
«Forse» dissi senza sgomentarmi al sentirlo dare un nome al mio
terrore più profondo. «Ma non prima che ti abbia strappato il cuore
dal petto!»
«Ah!» Si levò in fretta e si portò dietro la poltrona, quindi, prima
di girarsi e appoggiare le mani sullo schienale e chinarsi verso di me,
si attardò a sistemare le pieghe della candida toga. «Merlino,» riprese
con una voce che tradiva un guizzo di impazienza «non sei uno
stupido, lo so. Irritante, ma non stupido. Non sentirai altre parole da
me dopo quelle che sto per dirti. Ascoltale con attenzione: morirò,
come è destino di tutti gli uomini, ma non per mano tua. Di questo
stai pur certo. Non ostacolarmi. Continua a vivere la tua stupida,
miserabile vita come meglio ti pare, ma per favore - se devo
implorarti, lo farò - non illuderti che mi abbasserò a occuparmi di
quello che fai. E adesso me ne vado, la mia presenza è necessaria
altrove.»
«Carthac?»
«Che vuoi sapere di lui?»
«Perché ti sei schierato al suo fianco?»
«Carthac è lo strumento che mi serve per conseguire i miei fini. È
un pazzo, una creatura bestiale, indegno di essere definito uomo, ma
necessario, almeno per il momento. È immune al dolore e non
conosce la paura. È invulnerabile. Sanguina come tutti, ma dubito
che possa essere ucciso al pari degli altri. Una volta ho osservato un
chirurgo che gli toglieva dalla coscia una lunga freccia. Carthac
sopportò quello strazio senza un lamento, senza il guizzo di un
turbamento. Va detto, però, che subito dopo uccise il chirurgo a
sangue freddo, d'impulso, senza alcuna premeditazione. È pazzo, te
l'ho detto.»
«E quando ti dilanierà, Ironhair, che cosa dirai allora?»
«Non lo farà mai. Mi vuole bene a suo modo, il modo di un folle.
Sono l'unico amico che abbia mai avuto, si fida ciecamente di me.
Ora devo andare. Dammi congedo.»
«Te lo concedo, ma hai molte cose di cui rispondere. L'aggressione
ai nostri bambini, tanti anni fa, l'assassinio della moglie di Hector,
Julia, donna di grandi virtù. La morte recente di mia moglie, Tressa.
La morte del mio caro amico Dedalo e molte, molte altre colpe.»
«Sono accuse insensate, Britannico» m'interruppe con voce
impaziente. «Non ne so niente di questa Julia, anche se ti prendo in
parola e ti credo quando dici che è stata uccisa. Un incidente, un
evento fortuito rispetto allo scopo principale, che era di eliminare
quel moccioso di Artù Pendragon. Ti ho fatto del male una volta,
non di più. Ce l'avevo con te. Bada bene: se allora avessi saputo ciò
che so ora, mi sarei impegnato con maggior accanimento. Ma tutto
ciò avveniva prima che Carthac entrasse nella mia vita.
Quanto a tua moglie e ai tuoi amici, che colpa ne ho io? Sei tu
che hai deciso di rientrare in patria trascurando di prendere le misure
più ovvie per salvare loro la vita. Sei stato tu a decidere di
attraversare una terra sconosciuta senza farvi precedere da un
manipolo che esplorasse la zona. Perché? Non ho lanciato minacce
contro Camelot, e non lo farò finché non avrò concluso quello che
ho avviato in Cambria. Devi ammettere che non ho alcuna colpa.»
«E Horsa?»
«Che vuoi sapere di lui? Avevo bisogno di soldati mercenari e lui
me li ha procurati.»
«È un danese, uno straniero.»
«È un soldato di ventura, un mercenario, Merlino. È pagato per
combattere.»
«E anche per saccheggiare, per accaparrarsi le terre, per rubare. Ha
ucciso Vortigern, che con lui era stato generoso e magnanimo.
Lascerai i suoi seguaci liberi di scorrazzare tra i tuoi uomini?»
Le labbra ebbero una smorfia di scherno. «Cos'è questa storia dei
"miei uomini"? Gli unici uomini che ho sono quelli che ho comprato.
Risparmiami queste frasi a effetto. Addio!»
Accolsi il suo commiato con un cenno della testa. «Vai pure, ma sii
pronto a incontrarmi di nuovo, Ironhair.»
Sorrise e lentamente la sua immagine si dissolse davanti ai miei
occhi, mentre si attenuava la luce che me lo mostrava. «Te l'ho
detto, Merlino, non mi troverai. Bada a te stesso e al ragazzo a te
affidato, Artù Pendragon. Per lui dovresti crucciarti e angustiarti...
Una maledizione grava sulla sua testa... e anche sulla tua...»
Quando la camera fu di nuovo immersa nell'oscurità, tentai di
tirarmi su nel letto, ma non riuscii a muovermi. Chiamai e mi rispose
una voce femminile che proveniva da dietro la porta. Poi la porta si
spalancò ed entrò una giovane donna, reggendo una lampada.
«Comandante Merlino, cosa posso fare per voi?»
«Niente» risposi, compiaciuto nel constatare che la mia voce era
forte come lo era sempre stata. «Come vi chiamate?»
Non ricordo il suo nome, ma mi disse che mi aveva sentito
parlare nel sonno. Sorrisi e le spiegai che avevo fatto un sogno. Se ne
andò, lasciandomi solo. Rimasi disteso a fissare il soffitto buio,
passandomi le dita sul petto e percependo al contatto la pelle secca,
quasi fosse coperta di scaglie. La lampada gettava una luce forte,
intensificata dal riflettore di ottone lucidato. Era strano che non mi
avesse abbagliato dopo che per tante ore ero rimasto nell'oscurità.
Ma i miei occhi si erano abituati alla luce intensa prima ancora che
lei entrasse nella camera. Non sono mai riuscito a spiegare questo
fenomeno, ma credo che quella notte Ironhair sia stato davvero
nella mia stanza, e spesso mi sono chiesto se lui lo sapesse.
Una settimana dopo, ero di nuovo in piedi, guarito dalla strana
malattia che mi aveva colpito; soltanto la pelle era ancora arrossata
e scabra. Mi controllai attentamente il petto, ma non riscontrai nulla
che sembrasse una lesione; la notte della tempesta aveva lasciato
come unico segno un'epidermide arida e squamosa. La ferita
profonda era dentro di me.
Esaminai tutti gli avvenimenti accaduti prima del nostro arrivo, e
quando Filippo, Rufio e Falvo arrivarono alla testa dei loro mille
uomini, ero di nuovo in pieno possesso della situazione.
Connor aveva visto la flotta danese doppiare il promontorio
della penisola di Cornovaglia. Aveva osservato che veleggiava
sottovento e si era precipitato a precedere le navi straniere con le
sue due biremi e quindici galee. Davanti a un nemico assai più
potente e numeroso - calcolò che l'avversario avesse duecento navi non aveva tentato di attaccare, ma cambiando rotta aveva puntato
verso nord, intenzionato a ricompattare la propria flotta. Si era
preoccupato tuttavia di inviare alcuni messaggeri a noi e a Huw
Fortebraccio, accampato a Cardiff. Sarebbe tornato quando fosse
stato in grado di battersi con una flotta così numerosa.
Quando la notizia era giunta a Camelot, Ambrogio non aveva
avuto altra scelta se non di correre in aiuto a Huw. Una flotta così
imponente portava almeno quattromila uomini, venti per nave, ma
si sapeva che i Danesi usavano equipaggi di trenta uomini su ogni
unità, tutti guerrieri pronti a combattere e avidi di bottino. Aveva
calcolato che il nemico poteva contare su almeno seimila uomini,
forse addirittura ottomila o diecimila.
Ambrogio sapeva bene che dopo la vittoria conseguita sulla costa
nei pressi di Dolocauthi l'esercito di Huw si era disciolto.
Nessuno si era aspettato che Ironhair ritornasse all'attacco prima
dell'anno successivo, e nessuno aveva previsto di dover affrontare un
altro nemico, ben diverso.
Ambrogio era partito prima di sapere che i Danesi erano i nuovi
alleati di Ironhair. Ci sarebbe voluto un mese intero per ricostituire le
truppe di Huw, visto che gli uomini avevano ripreso il lavoro dei
campi e in quella stagione erano occupati ad arare in vista della
semina. Un esercito di migliaia di soldati, che sbarcasse
inaspettatamente, sarebbe dilagato come le fiamme di un incendio,
acquistando forza prima di attaccare o essere attaccato.
Soltanto la cavalleria di Camelot aveva qualche probabilità di
fermarli perché, seppure temibili sulle loro navi, sulla terra erano
soltanto fanti, vulnerabilissimi davanti ai nostri cavalieri organizzati.
Prima della fine della settimana, Ambrogio, che aveva preso con
sé due legioni complete - duemila soldati a cavallo armati
pesantemente, mille esploratori, tremila fanti - era entrato in
Cambria puntando direttamente verso la costa meridionale, alla
volta di Cardiff, dove sperava di trovare Huw Fortebraccio. A lui si
era unito Derek di Ravenglass.
A Camelot erano rimasti, con pieni poteri, Terzio Lucca con un
contingente di duemila uomini, i tre quarti della nostra fanteria. Mi
aveva lasciato detto che, se fossi tornato prima di lui, avrei dovuto
restare sul posto a occuparmi della difesa anche delle terre circostanti
- dalla Colonia Appia nel nord fino a sud a Hchester e oltre - e,
qualora non ci fossero state minacce in patria, di mandare mille
cavalieri, sotto la guida di Terzio Lucca, a rinforzo dei suoi.
Nessuna notizia era arrivata da Artù, che in quel periodo si
trovava in Cambria. Al nostro ritorno, Ambrogio era partito da circa
un mese.
Un giorno, dopo il rientro di Filippo e degli altri, arrivarono nel
mio alloggio due soldati portando una grande cassa di legno. Veniva
da Platone, il responsabile dell'amministrazione di villa Britannico;
sul coperchio era attaccato un foglio. Esprimeva le condoglianze per
la morte di mia moglie, e mi diceva che la cassa veniva da Derek il
quale l'aveva lasciata alla villa il giorno prima di partire con
Ambrogio. Rimasi a fissarla, indovinandone il contenuto, prima
ancora che, preso il coltello e tagliati i legacci che la chiudevano,
sollevassi il coperchio e guardassi dentro.
Sotto l'ampio mantello rosso accuratamente piegato di mio
cugino Uther era riposta la sua armatura. Mostrava i segni di alcuni
profondi fori, ma era in ottime condizioni. L'elmo con una maestosa
cresta di crini di cavallo di un rosso acceso era ancora più bello di
come lo ricordassi; la visiera era ornata con il fiero drago che era il
vessillo di Uther, smaltato in rosso. La stessa decorazione - un drago
ad ali spiegate, eretto sulle zampe posteriori e con fiamme che gli
uscivano dalla bocca - ma di dimensioni più grandi, era incisa sulla
corazza; lo smalto rosso risaltava nitido sul colore opaco del
pettorale. Rividi mio cugino, con indosso quell'armatura, che rideva
di me mostrando i denti bianchi e regolari. Mi aveva detto una volta
che ero troppo portato a giudicare e questa sua opinione mi aveva
ferito profondamente prima di rendermi conto che era esatta.
All'improvviso sentii la mancanza di Uther. Presi il pesante
mantello e lo distesi sul pavimento, allargandolo in tutta la sua
ampiezza. Sulla schiena compariva lo stesso drago, ricamato ad arte
nella stoffa con fili di oro puro. Artù avrebbe fatto una splendida
figura indossando quel manto, mi dicevo, e così facendo mi volsi
verso il punto in cui mi ero immaginato che Uther mi guardasse. Lo
vidi con la testa gettata all'indietro e sentii le sue parole. «Una
maledizione grava su quel ragazzo...» disse con la voce di Ironhair.
Distolsi gli occhi da quella visione, e chiusi il coperchio della cassa,
sbattendolo con forza. Rimasi seduto a fissarla mentre il ricordo
andava ad altri due forzieri in mano mia, contenenti gli arnesi di
morte dei due stregoni egizi, Caspar e Memnon. Creature malvagie
al servizio di un signore altrettanto malvagio, Lot di Cornovaglia,
erano venuti a Camelot portando distruzione e rovina, e con la
magia nera avevano ucciso mio padre. Dopo la loro morte, su
indicazione di Donuil, mi ero impadronito dei due forzieri che
contenevano gli strumenti della loro infausta e maledetta arte. Lì
avevo trovato, accuratamente disposti strato su strato e avvolti
ciascuno in una confezione protettiva, una serie di preparati mortali
e potenti: polveri e pozioni, unguenti e pomate, liquidi e cristalli,
foglie, bacche, erbe disseccate e successivamente tritate o lasciate
intere, e infinite altre sostanze conservate in scatole, fiale, involucri
di seta, brocche di ceramica. Maneggiandole con somma cautela,
poiché sapevo a chi erano appartenute, avevo scoperto che una sola
era la funzione di quell'armamentario: infliggere la morte in forme
diverse e virulente. Per mesi le avevo studiate non appena mi si
presentava l'occasione, cercando di penetrarne i segreti, e ci ero in
gran parte riuscito, sebbene di un terzo degli ingredienti ignorassi
ancora i segreti. Tra i due terzi di sostanze identificate, tuttavia,
avevo individuato innumerevoli strumenti di morte. Cominciò allora
a delinearsi nella mia mente il profilo di un piano. Raddrizzai le
spalle, traendo un profondo sospiro. «Ironhair,» sussurrai «ho un
regalo per te.»
Il giorno seguente partecipai a una riunione del Consiglio di
Camelot e me ne andai prima che il dibattito si fosse concluso. Dopo
un'assenza durata tanti anni, conoscevo pochi consiglieri e mi
accorgevo di non avere la pazienza di discutere delle minuzie
relative all'amministrazione della Colonia. Nell'accomiatarmi
dall'assemblea, feci cenno a Terzio Lucca di seguirmi, e superando
insieme il cancello del forte in cui si tenevano le riunioni, gli dissi che
era mia intenzione ignorare la richiesta di mio fratello che lo voleva
al più presto alla testa di mille cavalieri. Il suo posto, dissi, era a
Camelot; per temperamento e per formazione, era il più adatto a
tenere sotto controllo le guarnigioni degli avamposti e a lavorare
con il Consiglio. Avrei mandato Filippo con i rinforzi, gli comunicai;
a lui, Terzio Lucca, avrei dato pieni poteri fino al ritorno di
Ambrogio.
Ascoltò a occhi bassi e quando ebbi finito, annuì, accettando
senza discutere i miei ordini, mettendosi sull'attenti. Lo lasciai sotto
le mura e mi diressi verso le terme, mentre il petto mi si gonfiava al
truce proposito che mi prefiggevo.
Poco dopo rientrai nei miei alloggi, nudo fino alla cintola, per
rifare quello che una volta avevo visto fare da Lucano. Presi un
lungo ago da cucito di Tressa e me lo conficcai lentamente e con
circospezione nel petto, spostandolo da un punto all'altro e
prendendo nota delle reazioni. Quasi dappertutto sentii la puntura;
ma a tratti, in circa una decina di punti, l'ago penetrò nella pelle
senza che lo percepissi. Mi misi seduto, una volta compiuta
quell'ispezione, lo sguardo smarrito, svuotato e indifferente alla
scoperta. Avevo individuato poco prima, durante il bagno alle
terme, una serie di macchie di forma quasi circolare, scolorite dove
l'epidermide era arida e squamosa; in quelle zone i peli erano grigi.
Nessuna lesione ancora, ma si erano moltiplicate le aree insensibili. Il
"lieve disturbo cutaneo" individuato da Mucio Quinto era lebbra.
Dopo qualche tempo mi levai e mi rivestii, indossando le mie
migliori vesti di cuoio, quindi mandai a chiamare Filippo, Falvo e
Rufio, e non appena arrivarono, dissi loro di prepararsi a partire per
la Cambria entro due giorni. Trascorsi le ore che seguirono a passare
in rassegna il contenuto dei due forzieri.
Quella notte andai a cercare Donuil e Shelagh per avvertirli che
sarei stato lontano da Camelot per qualche tempo e che non
dovevano crucciarsi per me. Assegnai a Donuil il compito di
occuparsi di tutto durante la mia assenza e a Shelagh chiesi di badare
a Donuil. Quando questi fece il gesto di abbracciarmi, lo scansai
rudemente attirandomi una sua occhiata attonita. Shelagh si posò un
bacio sul palmo della mano, poi mi sfiorò delicatamente una
guancia. Emisi un sospiro profondo, cercai di inghiottire il groppo
che mi sentivo in gola e mi allontanai.
Alcune ore più tardi, quando soltanto le guardie del turno di
notte erano sveglie, visitai le stalle, dove trovai un carro leggero a
due ruote e un cavallo grosso e solido per tirarlo. Misi i finimenti
all'animale e lo condussi davanti al mio alloggio, quindi caricai
quattro casse sul carro. Una di queste conteneva l'armatura di Uther;
due erano i forzieri appartenuti agli stregoni egizi; l'ultima
racchiudeva una gran quantità di oggetti, che avrebbero potuto
essermi utili nel viaggio: vestiario, cordicelle, una piccola ascia, filo di
ferro di diverso spessore, coltelli di varia misura, lenze e ami per
pescare, un insieme costituito da una spada corta e da una daga
costruite da Publio Varro, uno specchio che era appartenuto a mia
zia Luceia, la spada lunga ed Excalibur nella sua custodia di legno.
Caricai anche alcune provviste raccolte alla meglio nelle cucine:
pane, fette di carne salata e affumicata, un sacco di farina, un cespo
di cipolle, alcune teste d'aglio, quello che restava dell'olio di oliva,
delle stupende olive e del vino offertimi in dono da Germano.
Una volta caricato tutto il bagaglio, indossai una veste di fattura
austera, che mi arrivava alle caviglie, fornita di larghe maniche e di
un ampio cappuccio che mi nascondeva il viso. Avevo trovato
quell'indumento poco prima, nel pomeriggio, attaccato a un piolo
nel refettorio, lasciato lì da qualcuno che era andato a procurarsi da
mangiare. Al suo posto avevo lasciato il mio pesante mantello di
lana, senza maniche ma di qualità assai bella, troppo bella per quello
che avevo intenzione di fare. Mi sistemai a cassetta, tirai le redini, e il
cavallo si avviò. Come mi ero aspettato, quando superai la porta
nelle mura di Camelot, poco prima dell'alba, nessuna delle guardie
mi prestò attenzione.
Raggiunsi la piccola valle nascosta di Avalon mentre, sul suo
fondo, intorno al laghetto, gli alberi gettavano lunghe ombre alla
luce del sole ormai abbastanza alto in cielo. Sette anni erano passati
da quando ci ero venuto per l'ultima volta, e la mia Tressa era
vissuta e morta senza esserci mai stata e ignorandone perfino
l'esistenza.
La tomba di Cassandra si vedeva appena: il tumulo era affondato
nel terreno, la porta della casetta di pietra era saldamente chiusa. Era
il mio santuario e il mio rifugio; il mondo non aveva nessun potere
su di me. Le corde del vecchio letto erano ancora abbastanza forti da
sostenere il mio peso e ben presto mi addormentai. Mi svegliai
neanche un'ora dopo, riposato e pervaso da un profondo senso di
calma, mentre ascoltavo il cinguettio degli uccelli nei boschi intorno
alle rive del laghetto.
Trascorsi qualche tempo a raccogliere la legna per farmi un fuoco
nella buca scavata nel pavimento dietro la porta. Mangiai un po' di
carne fredda affumicata e di pane che mi ero portato dal forte,
quindi, sedutomi accanto al fuoco, aprii i due forzieri e mi misi a
leggere le numerose note che io stesso avevo stilato. Trascorsi così,
senza avvedermene, molte ore perché quando mi guardai intorno il
sole era tramontato e il fuoco era quasi spento, sebbene nel corso
della giornata lo avessi alimentato più volte. Lo attizzai per
rivitalizzare le fiamme, accorgendomi solo allora che avevo
consumato quasi tutto il combustibile ammassato quella mattina e
rimasi lì immerso nei miei pensieri mentre intorno a me calava
l'oscurità.
Carthac non conosceva la paura, me l'aveva detto in sogno
Ironhair. E lo stesso aveva affermato Huw Fortebraccio che lo aveva
definito invincibile, invulnerabile, impavido. E impavidi, stando a
quanto dicevano tutte le fonti, erano anche i Danesi di Horsa.
Uomini selvaggi, di inaudita ferocia, implacabili nell'odio contro chi
li ostacolava o cercava di contrastare; nella loro sfrenata arroganza
non temevano né gli uomini né le belve.
Anche i miei uomini erano coraggiosi in guerra; invincibili nella
radicata fiducia di poter abbattere qualsiasi avversario. Eppure
sapevo che a Camelot molti avevano avuto paura di me quando ero
stato giovane: non della mia forza fisica, ma dei poteri straordinari
che, secondo loro, io, Merlino, possedevo. Paure infondate perché
le azioni che suscitavano il loro terrore erano state compiute con
l'inganno ed erano frutto di suggestione.
Il più notorio di questi trucchi era stata la scomparsa di Cassandra
nel cuore della notte da una stanza sorvegliata dalle guardie, e non si
era trattato soltanto di un inganno. Avevo temuto per la sua
incolumità e l'avevo allontanata prima che le guardie si mettessero a
sorvegliare
una stanza
vuota. Il
mistero sopraggiunse
successivamente, quando dichiarai di essere stato svegliato da un
sogno che mi diceva che se ne era andata. La ricerca subito
intrapresa aveva confermato le mie parole. Per anni, dopo questo
evento, i soldati avevano continuato a temermi e a guardarmi di
sottecchi, aspettandosi nuovi prodigi. Quegli uomini impavidi, che
nulla temevano, avevano avuto paura di me e delle tenebre che
avrei potuto evocare, nelle quali sarebbero state inservibili le loro
spade.
Nella luce tremula gettata dal fuoco avevo disposto davanti a me
un intero arsenale di strumenti forieri di morte, che avrebbero
potuto provocare terrificanti effetti, raccolti da due uomini, due
antichi stregoni egizi, i cui scopi erano stati malvagi e che nient'altro
avevano desiderato se non seminare il terrore causando la morte
con mezzi innaturali e orribili. Toccai alcune spine piccole, nere,
avvelenate, che avrebbero ucciso tra gli spasimi chiunque si fosse
punto toccandole; possedevo un impasto che avrebbe annientato chi
si fosse procurato anche una leggera abrasione, consumandolo come
un fuoco interno, tra mille tormenti. Avevo una moltitudine di
unguenti, oli, polveri, sali, cristalli, bacche seccate, semi e noccioli,
pozioni di ogni tipo; erbe, ramoscelli, misteriose sostanze fibrose che
intorpidivano con il loro fumo, e tutte, in una forma o nell'altra,
provocavano la morte.
A Carthac, a Ironhair, a tutti i loro seguaci avrei insegnato la
paura. Avrebbero conosciuto un terrore quale mai si sarebbero
figurati di poter sperimentare: la paura di una morte vivente e di un
incantesimo; la paura delle tenebre, la paura delle creature
maleodoranti e mostruose che strisciavano nell'oscurità; la paura di
essere nudi in mezzo a belve feroci di cui non potevano neppure
immaginare la forma, esseri raccapriccianti, mai visti prima e mai
evocati dai più remoti recessi della mente. Io, Merlino, avrei
insegnato loro il terrore.
Ma prima di poter realizzare anche in parte il mio piano, dovevo
risolvere alcune questioni pratiche. Quanta di quella roba avrei
potuto portarmi dietro e come l'avrei portata? Avrei viaggiato da
solo, e pertanto sarebbe stato sciocco caricarmi di cose che valesse la
pena di rubare. E avrei viaggiato a piedi, una volta raggiunta la
Cambria, perché un cavallo rischiava di attrarre un'attenzione
inopportuna. Sarei stato inerme e avrei tenuto nascoste sotto il
mantello la daga e la spada corta. Speravo di poter viaggiare di
notte e mi avrebbero aiutato l'oscurità e la lunga veste scura. Quanta
di quella cupa massa di strumenti di morte sarei riuscito a portarmi
addosso?
Mi venne in mente Lucano e sorrisi. Lucano, che raccoglieva tutto
quanto poteva essere usato per ottenere un farmaco - foglie, erbe,
radici, bacche, baccelli - aveva escogitato un sistema che gli
permetteva di avere le mani libere. Si era fatto confezionare diversi
mantelli secondo un suo modello ben preciso: vesti lunghe, di un
doppio tessuto rozzo e casalingo, nere, senza maniche, strette in vita
da una cintura, aperte sul davanti dal collo alle caviglie, piene di
tasche e sacche applicate e sovrapposte le une alle altre. Ricordo con
quanto divertimento e orgoglio mi aveva mostrato un esemplare del
suo guardaroba. Avevo fatto qualche divertito commento su
quell'indumento, ma aveva ignorato le mie osservazioni,
invitandomi a pensare non all'apparenza ma alla funzionalità e alla
possibilità di portare diverse specie di piante, bacche e foglie, senza
timore di perderle o di mescolarle. Lucano era morto da tempo, ma
nel mio alloggio di Camelot ancora pendeva uno dei suoi abiti, lì
dimenticato da anni, da prima ancora che partissimo per Ravenglass.
L'avevo notato soltanto pochi giorni prima, ma non ci avevo
badato. Adesso sapevo che era quello ciò che mi occorreva; sarei
tornato a Camelot per prenderlo.
Contento di aver delineato un itinerario da percorrere, mi dedicai
a scegliere gli strumenti micidiali che mi sarei portato dietro nella
mia missione. Misi da parte una scatola di ceramica sigillata da un
coperchio a perfetta tenuta, contenente il composto verde velenoso.
Era l'elemento essenziale: la morte che avevo deciso di infliggere a
Ironhair e a Carthac. Sarebbero spirati, consumati da un fuoco
interno, crudele e tormentoso, come era avvenuto per lo stregone
Caspar. Presi anche i nastri arrotolati che trattenevano gli aculei
avvelenati, posti l'uno accanto all'altro con grande cura. A mano a
mano la scelta si faceva più difficile. C'erano fiale piene di un veleno
così potente da uccidere un intero esercito se il loro contenuto fosse
stato versato nell'acqua; scatole di polverine che, mescolate al cibo,
producevano nell'arco di pochi istanti convulsioni e bava alla bocca.
C'erano fibre che gettate nel fuoco emettevano un fumo in grado di
indurre negli astanti uno stato di torpore.
Una sola sostanza non mi creava dubbi o imbarazzo: una polvere
di zolfo contenuta in una grande scatola. Un mortaio, poi,
conteneva una varietà di cristalli rossastri tritati, un composto che,
ingerito, paralizzava le membra. L'unico mio rammarico era di
averne una quantità limitata. Anni prima ne avevo dissolta una
piccolissima dose nell'acqua e poi l'avevo data da bere a un coniglio
che si era irrigidito ed era morto in tempo brevissimo. Ma qualche
ora dopo, intenzionato a bruciare il povero animale, mi ero accorto
che il coniglio "morto", era risuscitato e si era messo a saltellare nel
vedermi muovere. Sorpreso da quell'esito, avevo ripetuto
l'esperimento con un'altra bestiola e il risultato era stato lo stesso: la
paralisi era totale, ma reversibile nell'arco di un'ora. Al secondo
esperimento osservai che gli occhi dell'animale non si velavano,
come sarebbe accaduto se fosse subentrata la morte, ma restavano
vigili, seppure immobili. E quando avevo accostato uno stoppino
acceso, avevo notato che le pupille si contraevano e reagivano alla
luce. Pur non essendone certo, avevo dedotto che il coniglio non
aveva perduto la coscienza ma soltanto la mobilità.
Forse la sostanza avrebbe avuto lo stesso effetto sugli uomini. Misi
da parte i cristalli rossastri, accertandomi che il coperchio sigillasse in
modo impermeabile la scatola che li conteneva.
Da ultimo rimossi con cura dal suo imballaggio una maschera
umana con la sua corona di capelli, che mi si adattava perfettamente
al viso. Rimisi nei due forzieri quello che non avrei portato con me,
li chiusi e li trascinai al riparo di un boschetto di alberi e qui, dopo
averli coperti con un drappo di cuoio, li nascosi sotto uno strato di
rami. Era nel frattempo calata l'oscurità; rientrato nella casupola,
accatastai in un angolo quanto ritenevo indispensabile portarmi in
viaggio. Il giorno successivo, tornai a Camelot, evitando tutti e
soffermandomi nel mio alloggio soltanto il tempo necessario per
prendere la veste di Lucano. Fui di nuovo nella mia valle assai prima
di notte e nel corso della serata preparai l'occorrente per la partenza.
Notai con soddisfazione che la veste di Lucano era molto più
capiente di quanto avessi pensato. Era pesante una volta indossata,
ma si adattava bene al corpo, e quando riposi i vari oggetti nelle
diverse tasche, attento a distribuirli in modo che non facessero
rumore tintinnando, osservai che riuscivo a muovermi
silenziosamente. Trascorsi l'intera giornata successiva a esercitarmi nel
memorizzare in quale tasca e saccoccia avevo infilato ogni singolo
oggetto per poterlo prendere senza esitazione.
PARTE TERZA
VERULAMIUM
XVII.
La sentinella si irrigidì quando le balzai addosso, ma prima che
avesse il tempo di urlare o muoversi, le avevo tappato la bocca con
la mano, l'avevo stretta a me e, premendo la punta della daga
contro il collo nudo, le avevo sibilato nell'orecchio: «Rischi di
morire, amico. Non voglio farti del male. Sono Merlino Britannico.
Accenna di sì con la testa se mi credi e se intendi stare zitto». Mosse
la testa, e lasciandolo andare, feci un passo indietro. Volse piano il
viso verso di me, gli occhi spalancati dalla paura. Non lo conoscevo,
ma mi parve che a poco a poco lui mi riconoscesse.
«Comand...» cominciò, ma con un gesto della mano gli imposi di
fare silenzio.
«Chi è il responsabile della guardia stanotte? Rispondi a bassa
voce.»
«Il comandante Falvo, signore.»
«Portami da lui.»
Trovai Falvo nella tenda insieme a Benedetto. Rimasero entrambi
a bocca aperta nel vedermi entrare e balzarono in piedi con
un'esclamazione di gioia, ma scorgendo la mia veste rimasero
attoniti. Sapevo di avere un aspetto strano, ma non avevo tempo da
perdere in spiegazioni e convenevoli. Era un grande accampamento,
pieno di uomini e di cavalli, e vi ero penetrato senza difficoltà,
ricorrendo al semplice stratagemma di muovermi nell'ombra e
indossare un abito nero.
«Benedetto, Falvo» li salutai rivolgendo a ciascuno dei due un
cenno della testa. «Le misure di sicurezza che avete adottato sono
deboli e insufficienti. Le guardie sono inutili; nessuna mi ha visto
entrare. Nessuno si è accorto di me, e sì che non ho fatto alcun
tentativo di nascondermi. Ambrogio è qui?»
Benedetto mi rispose. «No, Ambrogio è partito questo
pomeriggio con Derek e un centinaio di uomini in avanscoperta.
Abbiamo combattuto oggi.»
«E le guardie si sono guadagnate il diritto di dormire durante il
loro turno? Lo so che c'è stato uno scontro. L'ho visto dalla cima
della montagna che sorge a nord. Un combattimento inconcludente.
Il muro di scudi ha vanificato il vostro sforzo. I nemici vi hanno tratti
in inganno inducendovi a seguirli sul terreno a loro più favorevole e
vi hanno battuto usando le tattiche dei Romani. Non avete ottenuto
niente. Datemi una coppa di vino.»
Ci fu un silenzio imbarazzato mentre ascoltavano le mie parole di
rimprovero, poi Falvo disse: «Abbiamo soltanto dell'idromele. Ti va
bene?». Annuii. Aveva l'aria abbattuta, ma senza aggiungere altro, si
levò per riempirmi un boccale.
Sapevo di essere stato duro; forse si aspettava maggiore cordialità
da parte mia dopo una separazione di mesi, ma quello che avevo
detto era la pura verità. Quel giorno i Danesi avevano avuto la
meglio; per tenerci a bada erano ricorsi alla formazione a testuggine
delle antiche legioni, disponendosi in file serrate e proteggendosi con
i grandi scudi rotondi, in modo da formare un fronte compatto
contro i nostri cavalieri, che si erano trovati quindi costretti a
caricare su un pendio in salita. La battaglia si era conclusa dopo ore
senza una netta vittoria di nessuna delle due parti. Essendomi
capitato per puro caso di osservare il combattimento da lontano, mi
ero infuriato per la confusione cui avevo assistito e per il fatto che
non avevo modo di intervenire.
Falvo mi porse il boccale di idromele; lo presi e ne bevvi la metà.
«Grazie, Falvo. Quando tornerà Ambrogio? Oppure lo chiamate
Merlino? A quanto pare lo fanno tutti.» Sapevo di dire cose
antipatiche, ma mi era difficile controllare le mie parole.
Falvo mi fissò, aprì la bocca come se stesse per rispondermi,
quindi si volse a Benedetto che se ne stava seduto a guardarmi con
una strana espressione sul viso e che girò la testa verso di lui per
cogliere il suo sguardo, poi si strinse nelle spalle.
«Che avete? Perché mi guardi in quel modo, Falvo?»
Benedetto brontolò. «Pensavamo che fossi morto. Ne eravamo
tutti convinti.»
«Non è così, come potete constatare. Perché lo credevate?»
«Dal meridione ci è giunta voce che era stato trovato il tuo
cadavere bruciato e mutilato» disse Falvo.
«Forse qualcuno lo desidera» dissi scuotendo la testa. «Chi ha
messo in giro questa diceria rimarrà deluso.»
Benedetto non trovò divertente la mia reazione. «Lo si diceva
mesi fa e da allora nessuno ha avuto tue notizie o ti ha visto. Ti
abbiamo pianto.»
«E Ambrogio ha assunto il mio nome. Perché? Dappertutto si dice
che Merlino di Camelot è a capo del suo esercito.»
Si scambiarono di nuovo qualche occhiata e questa volta fu Falvo
a stringersi nelle spalle. «È stato suo desiderio e sua decisione. È
convinto che il nome di Merlino susciti paura. Merlino è conosciuto,
Merlino ha il rispetto dei guerrieri della Cambria. Ecco perché fin
dall'inizio Ambrogio ha combattuto ed è sceso in campo come
Merlino. Nessuno si è accorto della differenza. Poi quando si è
sparsa la voce che eri morto, giurò che, finché fosse stato in vita lui,
tu non saresti mai morto.» Tacque. «Tuo fratello ti stima moltissimo»
disse con un tono di voce che sottintendeva che non tutti
condividevano quel giudizio.
Mi sedetti con un sospiro su una delle sedie davanti al suo
scrittoio. «Mi sono tenuto nascosto alla vista degli uomini, ma non
alla vita. Sono stato impegnato non meno di voi. Avete sentito
parlare della "vendetta di Merlino"?»
Benedetto sollevò di scatto la testa. «Sì, tutti ne hanno sentito
parlare, senza tuttavia capire di che si trattava. Correvano voci di
morti improvvise e stregonerie, di uccisioni e terrori notturni.
Sembra che i Danesi e i loro alleati vivano nell'incubo del calar della
notte e delle strane creature che strisciano nelle tenebre.»
«È vero, ed è quello che volevo. Vivono nel terrore della notte.
Mi sono adoperato perché fosse così.»
«Tu?» Gli occhi di Falvo ebbero un guizzo di curiosità. «Sei tu
l'autore di questi atti di stregoneria?»
«Sì, e della paura che ne deriva. Da quasi tre mesi mi aggiro di
notte, seminando il terrore.»
«Perché sei vestito così?» disse con una lieve esitazione, indicando
la mia veste con un cenno del capo.
«Serve a nascondermi quando mi aggiro nell'oscurità. In pieno
giorno indosso abiti normali.»
«Che ci racconti della faccenda della stella? È opera tua?»
«Sì. La chiamano "la stella della vendetta di Merlino". Lavoro in
mezzo a loro, mi credono un idiota e mi assegnano lavori umili.
Porto l'acqua ai cuochi e sbrigo quei lavori che i guerrieri non si
degnerebbero di svolgere, ma che sono necessari. E così facendo
avveleno l'acqua, avveleno il cibo, a volte anniento un intero
accampamento. Quando compio uno di questi massacri, e ho
sufficiente tempo, compongo il mio messaggio: otto cadaveri
disposti intorno a un falò, con la testa tra le fiamme e i piedi
all'esterno, a raggiera, in modo da formare una stella a otto punte.
Altre volte uccido le guardie o gli ubriachi che incontro nei boschi
di notte. Con questi uso aculei avvelenati e lascio i cadaveri dove si
trovano in attesa che qualcuno, prima o poi, vi inciampi. Lo scopo è
stato, e tuttora è, di seminare il terrore. Talvolta per accentuare la
suggestione mi sono mostrato avvolto da una nuvola di fumo,
terrorizzando gli ubriachi che già erano spaventati a forza di sentir
narrare le mie gesta. Dico loro che sono la morte, la morte latrice
della "vendetta di Merlino".»
Benedetto scoppiò a ridere, ma si percepivano la tensione e il
nervosismo. «Santo cielo, Merlino, per poco non ci ho creduto...»
«Aspetta.»
Mi levai e mi diressi verso un angolo buio, superando un
fuocherello che ardeva in un cesto di ferro sulla nuda terra. Lì,
voltando loro la schiena, tirai fuori dalla veste la maschera dello
stregone, la applicai al viso, sistemai le ciocche scomposte e abbassai
il cappuccio. Estrassi quindi da un'altra tasca un po' di zolfo, mi
voltai e mi avvicinai al fuoco, tenendo la testa china. Gettai tra le
fiamme la polvere sulfurea e quando la fiammata e le scintille si
spensero e tutto intorno si levarono spire di fumo, avanzai verso di
loro.
Sembravano paralizzati tanto erano rigidi, pietrificati dalla paura,
intenti a fissarmi con orrore, capaci soltanto di vedere le mostruose
fattezze della mia maschera. Rimasi in silenzio, quindi con voce
sepolcrale intonai: «Sono la morte, latrice della "vendetta di
Merlino"!». Poi mi tirai indietro il cappuccio, mi tolsi la maschera e
aprii i lembi della tenda per far uscire il fumo acre e pungente.
Nessuno dei due si mosse e continuarono a guardarmi attoniti e
sgomenti.
«Naturalmente,» dissi «voi non cadreste nell'inganno. Ma i Danesi
sono pagani e si lasciano terrorizzare dalle cose e dalle creature che
pensano di non poter abbattere con un'arma. Credono nei demoni e
nei mostri che dimorano nelle tenebre. Io alimento le loro paure e
mino la fiducia che hanno nella propria invincibilità. È una
pagliacciata, ma efficace.»
Benedetto parve tranquillizzarsi, ma quando parlò, la sua voce
era tesa. «Sì,» mormorò «una pagliacciata, forse, ma puzza di
stregoneria e assassinio. Che cos'era tutto quel fumo... e quella
fiammata?»
«Basta gettare una certa polvere sul fuoco: ecco tutto.»
Falvo emise un sospiro a lungo trattenuto che gli uscì dalla bocca
come un sibilo. «Be', ci hai convinti con la tua dimostrazione... Hai
detto che da tre mesi vai di accampamento in accampamento a
spaventare i Danesi in questo modo.» Sbuffò con l'aria di mostrarsi
divertito. «O sono più coraggiosi o sono più stupidi di quel che
credevo. Dal canto mio, credo che me la sarei data a gambe se avessi
pensato di avere un simile diavolo alle calcagna. Sei venuto qui a
ragguagliarci sulle tue imprese?»
«No, sono venuto perché da tre mesi non ho notizie di quanto
succede a Camelot? Va tutto bene lì?»
«Sì, nessuna novità» disse Benedetto con voce più ferma. «Tutto
tranquillo laggiù stando ai rapporti ricevuti due giorni fa; la vita
procede regolarmente.»
«Quali notizie avete del vescovo Germano e del dibattito di
Verulamium? Ne sapete niente?»
«Non ci è giunta nessuna voce» intervenne Falvo scuotendo la
testa. «Il Concilio sarà da tempo concluso; probabilmente Germano
è ritornato in Gallia.»
«Il vescovo Enos? È passato di qui? Vi ha inoltrato qualche
notizia?» Vidi che i due scuotevano la testa in segno di diniego. «E
Artù? Che cosa si sa di lui?» Dovetti sforzarmi per mantenere
un'espressione imperscrutabile, perché temevo la risposta che avrei
potuto ricevere.
«Artù è qui» disse Benedetto e subito precisò: «Lo era fino a oggi.
È partito con Ambrogio».
Il cuore ebbe un balzo di contentezza. «Come sta il ragazzo? Sta
bene?»
«Benissimo» rispose Falvo ridendo. «Non è più un ragazzo. È un
comandante di cavalleria. Grande e forte non meno di te; è cresciuto
come una pianta rigogliosa. È molto amato e rispettato dai suoi
uomini. Sarai orgoglioso di lui.»
«Grazie» dissi abbandonandomi sulla sedia tanto era intenso il
sollievo che mi avevano dato quelle parole. «Sono le notizie migliori
che avrei potuto ricevere. Avevo il terrore che gli fosse accaduto
qualcosa. Era con Llewellyn quando sbarcarono i Danesi di Horsa?»
Benedetto annuì. «Ma ci hanno raggiunto non appena siamo
arrivati qui. E da allora Artù è rimasto sempre con noi. È un grande
guerriero, audace e generoso.»
«E di Llewellyn che notizie si hanno? Non è venuto insieme ad
Artù?»
«Sì, ma è ripartito per stare al fianco di Huw Fortebraccio. Vuoi
ancora un po' di idromele?»
«No, è ora che vada» dissi scuotendo la testa e alzandomi. «Voglio
essere a una buona distanza da qui prima che sorga l'alba. Il mio
compito è di compiere la "vendetta di Merlino". Ma prima di
andarmene vi chiedo un'altra informazione. Sapete dove si è
acquartierato Ironhair? E dove si trova Carthac? Sembra che tra i
loro eserciti non ci siano scambi, tranne che ai massimi livelli.
Nessuno di quegli stolti in cui mi imbatto sa dove si trovino i loro
comandanti.»
Alzatosi e avvicinatosi all'apertura della tenda, Falvo ne sollevò i
lembi e fissò l'oscurità che avvolgeva l'accampamento. «Ironhair è
dovunque, stando ai rapporti. Non sappiamo dove si trova perché
non si ferma mai a lungo in una stessa località. Rufio lo chiama
l'"uomo del vento" perché passa rapido e improvviso come una
folata, e là dove è passato rimangono tracce assai sgradevoli...»
Lasciò ricadere i lembi della tenda, poi rivoltosi nuovamente verso di
me, si mosse per tornare a sedersi al tavolo.
«Carthac invece è vicino. Ha un accampamento permanente in
una valle tra le montagne a otto miglia verso occidente da dove
siamo noi in questo momento. Una fortezza naturale imprendibile...
non ce la faremmo a conquistarla neppure con la cavalleria. Ci sono
sette od otto vie d'accesso, ma tutte convergono in tre stretti
passaggi, su cui veglia costantemente un nutrito corpo di guardia.
I suoi uomini lo credono immortale. È per loro una specie di
semidio, seppure di natura malvagia e crudele. Non c'è atrocità che
non abbia compiuto, non c'è eccesso cui non si sia spinto; i suoi
guerrieri lo rispettano per la sua cupidigia e avidità. A centinaia lo
ossequiano, fanatici nell'adulare quell'imbecille. Impossibile
avvicinarlo...» Tacque, per un attimo inseguendo altri pensieri,
quindi riprese: «Se anche ci riuscissimo, dubito che potremmo
ucciderlo. È una forza della natura, una presenza terrificante e
travolgente».
«Assurdità, Falvo. È un uomo come tutti e deve morire. Intendo
ucciderlo... una morte lenta e dolorosa. Per questo sono qui. Ma per
ucciderlo devo trovarlo, e dopo averlo trovato, dovrò avvicinarlo.
Una volta morto, il vostro compito sarà assai più facile.»
Muovendomi per uscire dalla tenda, mi calai il cappuccio fino a
nascondere buona parte del viso. «Portate i miei saluti a mio
fratello... Merlino... e ragguagliatelo su tutto. Ditegli che la morte di
Carthac è il mio primo obiettivo.» Con un lieve sorriso proseguii:
«Ditegli che non prenderò nessuna iniziativa per smentire la sua
identità. Ditegli che è sempre nei miei pensieri, e lo stesso è per Artù;
riferite che spero di rivederli entrambi tra poco, quando tutto questo
sarà finito. Addio».
Le tenebre mi inghiottirono e nessuno mi vide allontanarmi
dall'accampamento.
Passarono sei giorni; in una bella mattina luminosa, alle prime luci
dell'alba, sedevo appoggiato a uno spuntone roccioso, intento a
osservare un accampamento nella valle sottostante. Assaporavo il
canto di una allodola mentre tendevo l'orecchio ad alcuni suoni che
mi dicevano che un uomo stava salendo dietro a me sul lato
opposto del crinale, verso la stessa fenditura nella roccia che aveva
attratto la mia attenzione il giorno prima. Pensando di essere solo, il
nuovo venuto non si premurava di muoversi con passo leggero. Da
un bel po' lo sentivo avanzare scivolando e inciampando nei sassi del
letto ripido e secco di un torrente. Ero arrivato sulla cima del crinale
la sera precedente e, quando avevo finito di osservare
l'accampamento, era troppo tardi per avventurarmi a scendere
nell'oscurità che ormai stava calando.
Dietro a me il nuovo venuto raggiunse la sommità e si fermò;
sentivo il suo respiro affannoso. Era un omone, tarchiato, con la
barba grigia. Rimasi in attesa, nascosto alla sua vista, osservando il
volo dell'allodola.
Sotto di me un nutrito gruppo di uomini entrò nella valle
dall'estremità settentrionale, avviandosi verso l'accampamento. Mi
giunsero il suono di uno scatto metallico e il borbottio dell'uomo che
dietro a me si levava con cautela per portarsi con la testa nella
fenditura della roccia e osservare, senza essere visto,
l'accampamento. Da dove sedevo avrei potuto sfiorarlo, se avessi
allungato la mano.
«Ho fatto un sogno la notte scorsa» dissi sottovoce.
Seguì il brontolio di chi, colto di sorpresa, ha un sussulto di paura,
poi un istante di tensione in cui trattenne il respiro
immobilizzandosi, quindi un'esclamazione soffocata di sollievo e il
suono di un corpo che si afflosciava a terra.
«Merlino, figlio di puttana. Sei ammattito. Vuoi farmi secco. Che
razza di stregoneria è questa?»
Mi piegai di lato e, tendendo una mano a Derek di Ravenglass, lo
aiutai a issarsi attraverso la fenditura.
«Attento!» lo ammonii. «Il terreno è scosceso quassù, ma nessuno
può vederci. Siamo sotto la cresta.»
Si sedette respirando pesantemente, si tolse l'elmo, lo ripulì con la
manica dell'abito e si deterse il sudore dalla fronte. Soltanto dopo
che si fu rimesso l'elmo ed ebbe ripreso a respirare regolarmente, si
volse verso di me, emettendo un breve fischio.
«Falvo e Ben mi hanno detto che eri passato da loro, ma in nome
del cielo, che cosa ci fai qui?»
«Ci ho passato la notte.» Con un cenno della testa indicai il
sottostante accampamento. «Carthac è laggiù e ho intenzione di
fargli una visita per porre fine alla sua ignobile vita. Non te l'hanno
riferito? Per questo sono venuto in Cambria. Che cosa ci fai tu qui?
Anche tu devi avere passato la notte nei dintorni.»
«Sì, ai piedi dell'ultimo tratto del pendio che porta su questa
cima.» Guardò la valle ai suoi piedi da un capo all'altro. «Sono
venuto per vedere che cosa succede laggiù. Quali parolone useresti
per descrivere questa mia intenzione? Pattugliamento di
ricognizione?» Non risposi e Derek rimase in silenzio per qualche
attimo. «Davvero mi hai visto in sogno la notte scorsa?» mi chiese
alla fine. Sorrisi e scossi la testa e lui parve rasserenarsi. «Grazie al
cielo, allora! Mi viene il panico al pensiero che tu possa sognarmi.
Che cosa ti sei fatto alla mano?»
«Che cosa?» Senza accorgermene mi ero massaggiato la mano
sinistra con il pollice destro, e ora osservando il lembo di pelle tra il
pollice e l'indice notai che era squamoso e grigio. Dominai l'impulso
di nascondere la mano e mi sforzai invece di fletterla più volte, «Me
la sono scottata una settimana fa. Sta guarendo, ma ogni tanto
duole.»
Derek distolse lo sguardo. «Non è granché come accampamento,
ti pare?»
«No, ma ai loro fini è sufficiente. È protetto e sicuro. Quasi
imprendibile, direi.»
«Che cos'è quella costruzione?» chiese brontolando.
Era un edificio lungo e basso, eretto con le pietre staccatesi dalle
pareti rocciose e disseminate sul terreno circostante. «Sembra un
ovile o una stalla, un riparo per il bestiame, insomma. Che altro ci
potrebbe essere? Ci sono pascoli laggiù, ma non un terreno adatto
per costruirvi una casa. Deve essere una vaccheria.»
«Adesso però la usano come casa. Quanti sono lì dentro? Ne hai
idea?»
Guardai di nuovo con attenzione prima di rispondergli. Oltre
all'edificio principale, si vedevano i ruderi di alcune capanne, poco
più che cumuli di pietre impilate a casaccio. Contro la base della
parete rocciosa, dall'altra parte della valle, davanti a noi, correva
una linea di chiazze verdi, marrone, multicolori. Dopo averle a
lungo osservate la notte precedente, avevo concluso che dovevano
essere una fila di rozzi rifugi, fatti con rami e arbusti ammassati
contro il fianco roccioso della collina e riparati alla meglio con
qualche coperta.
«La notte passata ho fatto il calcolo che ce ne sono una sessantina
all'interno dell'accampamento. Non so quanti altri possano essere
dislocati nelle vicinanze, a difesa delle strade di accesso.
Probabilmente altrettanti.»
Derek sospirò con impazienza. «Ci deve essere un modo per
arrivarci.»
«Esiste, ma non per uomini a cavallo... è comunque un'impresa
ardua. Chi intende compierla deve mettere in conto di combattere.
Ci sono tre accessi, forse due percorribili dai cavalieri, ma non prima
che le alture sovrastanti siano state ripulite dei nemici. Sarà duro
farlo.»
Avevo trascorso i cinque giorni precedenti a esaminare per quale
strada arrivare all'accampamento.
La valle era tra montagne alte e impervie, chiusa da erte pareti
rocciose. Tre erano i punti di accesso, stretti passaggi tra pendici
scoscese. Lo sapevo perché mi ero arrampicato su quelle rocce
cercando di valutare le alture che sui due lati sovrastavano i transiti,
standomene per ore disteso sulla pancia a cercare di capire quale
fosse la strategia difensiva.
Muovendomi da solo, sarei stato in grado, prestando grande
attenzione, di penetrare nell'accampamento, ma l'impresa sarebbe
risultata impossibile per un qualsiasi manipolo. I montanari forse
avrebbero avuto qualche possibilità di farcela, ma gli uomini di
Camelot, abituati a muoversi in pianura non avevano alcuna
possibilità.
Derek ascoltava con aria cupa, succhiandosi a tratti le labbra.
Piegai la testa.
«Che cosa non va, Derek? Perché sei venuto quassù? Non si addice
alla tua età saltabeccare tra queste montagne; neanche alla mia. Ma
io ho un buon motivo per trovarmi qui. Mi sono proposto un
compito che devo portare a termine da solo.»
«Anch'io.» Con la mano indicò un'altra collina verso sud.
«Ambrogio è laggiù con Artù. In certi momenti i resoconti di seconda
mano non bastano. Sono venuto quassù per accertarmi di persona.
Ma non c'è granché da vedere, no?»
«Dipende da quello che cerchi, amico mio. A che distanza siamo
da loro?»
«Duecento passi?» disse dopo un breve calcolo. «Non molto di
più, immagino.»
«In realtà sono quasi quattrocento, ma sono in discesa, il che vuol
dire che il nemico è alla portata degli archi di Pendragon.» Si voltò di
scatto a guardarmi, mentre io proseguivo: «Il pendio è ripido, ma
non è impossibile percorrerlo. Noi due ce l'abbiamo fatta, ciascuno
per conto suo. Su questo terreno dove siamo passati in due, possono
passare in duecento, e con duecento arcieri collocati qui,
quell'accampamento diventa una trappola mortale.
Più avanti nella giornata scenderò in modo da arrivarci al calar
della notte, quando sarà difficile che mi vedano. Mi tratterrò fino
alle prime luci dell'alba per capire come funziona l'organizzazione, e
domani - domani sera — cercherò di avvicinarmi a Carthac. E allora
sarà un uomo morto».
«Come puoi esserne così sicuro, Merlino? Quello non è un essere
umano, è una creatura disumana. Dicono che lo protegge un
incantesimo, che gli dèi stessi vegliano su di lui, che nessuna arma
inventata dagli uomini potrà ucciderlo.»
Lo fissai, le sopracciglia levate. «Superstizioni, sciocchezze. Sono
sicuro che non ci credi.»
Derek si strinse nelle spalle e abbassò la testa, imbarazzato.
«Non lo so, Merlino. Ma combatte come nessun altro. Non sarà
facile annientarlo.»
«Non voglio che la sua morte sia facile, ma morirà comunque, se
avrò la possibilità di avvicinarmi a lui. Quando incontrerai
Ambrogio?»
«Oggi, verso la metà del pomeriggio, ai piedi della montagna.»
«Digli dove mi trovo e illustragli il mio piano. Poi conduci qui
Huw Fortebraccio e i suoi arcieri. Sono a grande distanza?»
«Huw non è lontano, ma circa un migliaio sono andati con
Llewellyn.»
«Conducili da questa parte, e avvertili di portare frecce in grande
quantità: devono bastare per un assedio di parecchi giorni. Di' ad
Ambrogio di disporre i suoi soldati in prossimità dei tre accessi
all'accampamento. Morto Carthac, i suoi uomini saranno carne da
macello. La morte del "capo immortale", distruggerà in loro ogni
volontà di combattere e resistere. Avverti Llewellyn che i suoi arcieri,
non appena saranno stati annientati gli uomini dell'accampamento,
dovranno ripulire dei nemici anche le alture prospicienti gli accessi.
Non incontreranno grande resistenza. Hai portato del cibo?» Annuì.
«Allora mangiamo» dissi prendendo le vettovaglie dal pesante sacco
ai miei piedi che, oltre alle provviste, conteneva anche il lungo
mantello, le sostanze e gli strumenti magici.
Derek guardò il grosso involto. «Intendi portarti laggiù quel
peso?»
«Certamente» risposi sorridendo. Sul suo viso era comparsa
un'espressione severa.
«Che cosa contiene?»
«Varie cose, soprattutto vestiti di riserva» spiegai stringendomi
nelle spalle.
«Stronzate! Troppo pesante per contenere soltanto abiti.
Probabilmente vi hai racchiuso cose pericolose. Se qualcuno se ne
accorge, sarai ucciso.»
«Non accadrà, non è mai accaduto in questi tre mesi.»
«Ma eri solo. È un sacco troppo voluminoso, un invito ai ladri.
Oppure te lo vuoi portare dietro mentre compi la tua missione di
morte?»
Aveva ragione.
Era stata mia intenzione nasconderlo, una volta arrivato ai piedi
dell'altura, ma la valle era piccola, e il viavai dei soldati, intenso.
Vedendo la mia esitazione, Derek riprese a parlare.
«Sei deciso a raggiungere l'accampamento, lo so. Se non ucciderai
Carthac, morirai, e sarà la tua fine. Anche se ci riuscirai,
probabilmente morirai, perché i suoi fedeli non ti lasceranno andare
via illeso. Quindi con tante probabilità avverse, perché vuoi rendere
l'impresa più rischiosa di quello che è, trascinandoti questo peso?
Assurdo che tu muoia per il bagaglio che ti porti appresso...»
Tacque e io non risposi. «Lo prendo io, Merlino, lo riporto nel
nostro accampamento. Lo metterò al sicuro: non lo aprirò e non
permetterò a nessuno di aprirlo. Se il tuo dio cristiano sarà così
misericordioso come sostengono i suoi fedeli, e da lì uscirai vivo, lo
ritroverai intatto.»
Strappai un pezzo di pane dalla pagnotta che mi ero portato e
per un po' rimasi in silenzio, pensoso, prima di accennare di sì con la
testa. «Così sia» dissi. «Prendilo. Ma non azzardarti ad aprirlo, Derek,
e veglia su questo involto con la cura con cui veglieresti su tua
moglie o tuo figlio. Ricorda la "vendetta di Merlino". Ti giuro che in
quel sacco c'è veleno sufficiente a sterminare tutta la popolazione di
Camelot!»
Non avrei dovuto mangiare quella mattina, perché rimasi
intossicato da qualcosa, forse dalla carne affumicata. Strano che non
avessi annusato l'odore di guasto. Come avevo potuto essere così
sventato? Solo in seguito mi venne in mente che forse sulle mie dita
erano rimasti attaccati alcuni residui dei veleni che avevo
maneggiato mentre li inserivo nelle fiale che mi portavo ovunque.
I primi crampi, ancora lievi, mi colsero parecchie ore più tardi,
prima che mi incamminassi lungo l'erta discesa e quando ancora
Derek era con me. Stoltamente non ci feci caso, sicuro che si
sarebbero attenuati fino a scomparire. Si acuirono invece, sia per
intensità sia per frequenza, sicché, arrivato a circa metà strada, stavo
malissimo. Faticavo a camminare e per poco non feci una brutta fine
quando, chino per vomitare, mi scivolò il piede. Caddi in avanti e
privo di forze non riuscii a frenare la caduta. Mi bloccò uno
spuntone di roccia a breve distanza dal ciglio di un burrone che si
spalancava sotto di me. Rimasi lì aggrappato a lungo prima di avere
la forza di levare la testa e guardarmi intorno. Le immagini erano
confuse davanti ai miei occhi e le cose si dissolvevano se cercavo di
metterle a fuoco. Mi trascinai fino a una lieve conca tra due piccoli
poggi erbosi e lì rimasi ansimando, finché non ripresi a vedere
distintamente.
Non c'erano ripari in quel tratto di terreno; il pendio non offriva
nascondigli. Se anche fossi stato in perfette condizioni fisiche, avrei
dovuto muovermi con grande circospezione, strisciando al suolo
come un serpente. Ma in quello stato, dilaniato da atroci dolori allo
stomaco, la vista annebbiata, tormentato da continui conati di
vomito, procedere era impensabile. Non avevo altra scelta che
restarmene in quella conca, relativamente al sicuro dagli sguardi
nemici. Non lontano, poco sotto, una macchia di cespugli mi
avrebbe fornito un riparo migliore, ma per raggiungerla dovevo
superare lo spuntone di roccia dal quale non ero per poco
precipitato, e non sarei stato in grado di farlo prima di aver ripreso il
controllo dei muscoli doloranti. Poco dopo cominciai a sudare così
copiosamente che in breve i miei abiti furono fradici. Mi rendevo
conto che a tratti perdevo conoscenza.
Nei rari intervalli di lucidità riuscivo persino a cogliere il ridicolo
di quella situazione: io, il grande avvelenatore, mi ero avvelenato da
solo. Ed eccomi lì, sul pendio di una collina con ai piedi una schiera
di uomini che, se avessero saputo chi ero, mi avrebbero spellato
vivo. Sapevo che, in quel mio stato di prostrazione e sofferenza, non
ero in grado di pensare con coerenza, e, nonostante questo, la parte
sana di me riusciva persino a sorriderne. Fui sopraffatto da un
conato di vomito che mi lasciò esausto e ansimante, e dopo qualche
minuto svenni.
Quando mi ripresi, sentii la pioggia che mi batteva sul viso. Mi
rinfrancò al punto che presi a scendere lungo il fianco della collina.
Ero debolissimo e mi pareva di avere la testa vuota, ma capivo che,
muovendomi a tentoni e inciampando, facevo troppo rumore.
Dicono che gli antichi dèi proteggano gli stolti, i bambini e gli
ubriachi; e quel pomeriggio qualcuno protesse in me sia lo stolto,
tale mi giudicavo per la mia imprudenza, sia il bambino, ne avevo la
debolezza, sia l'ubriaco perché procedevo barcollando quasi fossi in
preda all'ebbrezza.
La pioggia si fece più forte: cadeva con violenza da nubi gonfie e
basse che sembravano aderire alle pendici delle montagne e delle
colline; era un punto a mio favore perché mi nascondeva e, senza
intoppi, raggiunsi la base dell'altura. Ma, quando vi arrivai, ebbi un
nuovo collasso; il mio corpo era percorso da spasmi dolorosi e
conati di vomito che lasciavano nella mia bocca l'amaro sapore della
bile. Sudavo copiosamente e sapevo di avere la febbre alta.
Quando ripresi conoscenza, era buio, aveva smesso di piovere, e
mi giungeva il suono di voci non lontane. Non sapevo dove mi
trovavo rispetto al punto che mi ero proposto come meta; mi parve
che la lingua fosse celtica, ma nei momenti di lucidità mi rendevo
conto che forse avevo solo sognato di comprenderli. Mi
comparivano davanti agli occhi immagini di Danesi alti, massicci,
biondi, armati di asce, con gli elmi ornati di corna di toro, intenti a
parlare fluentemente con me nella mia lingua. Sapevo che era un
delirio, sapevo anche che faceva freddo, e sebbene mi sentissi
staccato dal corpo, mi figurai di emergere dai cespugli che mi
nascondevano come uno schermo, di strisciare fino alle fiamme dei
fuochi che certamente erano stati accesi, di chiedere in latino - una
lingua che, usata in quelle circostanze, sarebbe stata di per sé una
condanna a morte - il permesso di riscaldarmi e riposare. Mi
accoccolai invece su me stesso, rabbrividendo; alla fine dovevo
essermi addormentato.
Mi risvegliai perché qualcuno mi scosse bruscamente con il piede.
Spalancando gli occhi alla luce del sole, mi trovai su un mucchio di
erba, ben consapevole di essere stato scoperto. Imprecando cercai di
alzarmi, ma una mano rude mi afferrò per i capelli e mi piegò la
testa all'indietro. Un ginocchio mi premeva su un fianco; qualcuno
mi spinse e caddi battendo la schiena su una pietra appuntita. Scorsi
confusamente una sagoma piegata su di me; in mano impugnava
una daga pronta a colpire. Chiusi gli occhi sapendo di essere
perduto.
Poi qualcuno, in un tono di voce che manifestava stupore e
incredulità, pronunciò il mio nome. Alcuni attimi dopo, mi sentii
afferrare sotto le ascelle e trascinare. Quando il movimento si
interruppe, le stesse mani mi misero in posizione seduta, la schiena
appoggiata a un albero o a un masso. Percepivo la presenza di
qualcuno accucciato al mio fianco.
Aprendo gli occhi riconobbi Turoc, l'aratore, un celta cristiano
originario della Cornovaglia, venuto a Camelot l'anno in cui vi ero
arrivato con Cassandra. Era una delle otto spie che avevo
personalmente spedito, otto mesi prima, in Cornovaglia per
accertare le mosse di Ironhair. Ora, inginocchiato davanti a me, mi
scrutava ansiosamente. Riuscii a chiamarlo per nome e il viso gli si
rasserenò per il sollievo.
«Merlino, in nome di Dio, che cosa ci fate qui? Per poco non vi
ho ucciso. Stavo per colpirvi con la daga quando vi ho riconosciuto.
Che cosa avete? Non state bene. Che cosa ci fate qui? Siete un uomo
morto se qualcuno vi vede.»
«Malato» sussurrai. «Avvelenato. Ho mangiato qualcosa che mi ha
fatto male, ieri.»
«Riuscite a camminare?»
«Non lo so, Turoc» risposi scuotendo la testa. «Non credo; ho la
febbre alta.»
Si mise seduto guardandosi attorno. «Per fortuna, non c'è nessuno
nelle vicinanze.» Mi lanciò un'occhiata. «Siete congelato e i vostri
abiti sono fradici di pioggia. Andrò a cercare qualche panno asciutto
e qualcosa di caldo da mangiare. Chissà che per miracolo non sia
rimasto dello stufato o almeno una tazza di brodo. Aspettatemi qui
e non muovetevi. Nessuno vi vedrà se starete qui. Forse mi ci vorrà
un po'. Nel frattempo liberatevi di quelle vesti e indossate queste.»
Si slacciò l'ampio mantello e me lo avvolse intorno dopo avermi
tolto con gesti rapidi i panni bagnati. «Per lo meno è asciutto»
brontolò. «Questi li metterò ad asciugare vicino al fuoco» disse
facendone un fagotto. «Sono qui da un mese e questo mi da il diritto
di avere un cantuccio per me. Aspettate qui e rimanete immobile.
Tornerò il prima possibile.»
Lo guardai che si allontanava, camminando tranquillamente nella
luce del mattino e portando sotto il braccio il fagotto dei miei abiti.
Chiusi gli occhi e mi abbandonai al piacere di essere avvolto in un
indumento caldo e asciutto. Turoc mi aveva spogliato di tutti i miei
abiti e non aveva fatto commenti al vedere che la mia pelle era
segnata e lacerata in più punti. Probabilmente aveva pensato che le
aree di epidermide morta e bianca fossero l'effetto del gelo che mi
aveva prostrato.
Ritornò prima di quanto mi aspettassi; mi porse un boccale di
argilla pieno fino all'orlo di un brodo di carne salata nel quale
galleggiavano alcune verdure. Lo sorseggiai piano, timoroso che lo
stomaco si ribellasse al cibo, ma non fu così. Al primo sorso, con il
buon sapore sulla lingua e contro il palato, si risvegliò in me la fame.
Turoc dovette strapparmi il boccale di mano per impedirmi di
berne il contenuto troppo in fretta con il rischio di vomitare e
peggiorare il mio stato. Imponendomi un po' di decoro, sorseggiai il
brodo lentamente assaporandone ogni goccia, mentre sentivo che mi
tornavano le forze. Mi pareva di riprendere a vivere.
Turoc, che fino a quel momento era rimasto a guardarmi
attentamente, mi indicò ora il fagotto degli abiti che aveva riportato
indietro. «Asciutti» brontolò. «Non puliti, ma asciutti. Metteteveli
subito. Ancora non mi avete detto perché siete qui e come ci siete
arrivato.»
Puntai un dito verso il pendio dal quale ero sceso. «Sono venuto
da lì; voglio trovare Carthac. Dov'è?»
Sollevò le sopracciglia, ma mi rispose senza reticenza e con un
grugnito di sorpresa. «Non si trova nell'accampamento. È partito ieri
prima di mezzogiorno con un gruppo di uomini; sono diretti a
saccheggiare qualche località. Non è ancora tornato.»
Una notizia infausta, ma dovetti inghiottire la rabbia e la
delusione. «Dov'è andato? Quanti uomini ha portato con sé?»
Turoc chinò la testa di lato facendo una smorfia. «È partito con un
centinaio di uomini, ma non so qual era la loro meta. Non mi
trovavo all'accampamento; stavo sulle rocce che sovrastano l'accesso
settentrionale, Che cosa volete da Carthac? Vi ucciderà non appena
vi vedrà. È un pazzo scatenato, l'uomo più temibile che abbia mai
conosciuto. Nessuno è al sicuro con lui, nessuno. Perfino i suoi
capitani lo temono.»
«Lo so, Turoc.» Raddrizzandomi sulla schiena, emisi un gemito
mentre fitte di dolore mi correvano su e giù per le costole. «Sono qui
per ucciderlo, non per essere ucciso. Voglio raggiungerlo.»
Si accucciò sui calcagni e mi fissò, scuotendo la testa e scrutandomi
da cima a fondo. «Non potete neppure stare in piedi. Come farete a
uccidere un uomo che non può essere ucciso? L'ho visto circondato
da venti nemici, tutti desiderosi di annientarlo, e ne è uscito con
qualche graffio appena.»
«Però qualche graffio l'aveva!»
«Sì, certamente» rispose guardandomi con aria interrogativa quasi
dubitasse della mia sanità mentale. «Ma niente di serio. La ferita più
grave era stata causata da una lunga freccia che gli era rimasta
conficcata nella coscia destra.»
«Uccise il medico che gliela tolse, no?»
«Come lo sapete?» chiese sgranando gli occhi.
«Non importa come» dissi. «A me basta poterlo graffiare, ecco
tutto. E poi morirà, puoi esserne certo.»
Scuotendo la testa, Turoc distolse lo sguardo per nascondere la
confusione e la preoccupazione. Non c'era logica, a suo avviso, nelle
mie parole. Lo capivo. Tesi la mano e riuscii ad afferrargli il braccio,
ma mi accorsi che mi era difficile muovermi e coordinare i gesti.
«Turoc,» dissi sforzandomi di suonare convincente «abbi fiducia in
me. So quello che faccio e so di poterlo uccidere. Una volta morto, i
suoi guerrieri si disperderanno come nebbia al sole. Si alimentano
della leggenda della sua invulnerabilità e immortalità. Ma non
appena lo vedranno cadere, proveranno disgusto per la sua
memoria. Ricorderanno il cannibale, non il semidio; il torturatore,
non il guerriero. Trovami un posto dove possa vederlo e toccarlo; al
resto penserò io.»
Scosse di nuovo la testa, con più forza questa volta. «Vi
riconosceranno subito e vi uccideranno. Che senso ha?»
«Sbagli, amico. Guardami: ti sembro Merlino di Camelot? Osserva
la mia barba, i miei abiti. Per poco non mi hai ucciso perché neppure
tu mi avevi riconosciuto, anche se mi conosci da quasi vent'anni.
Nessuno di quegli uomini mi ha mai visto, e al sentir parlare di
Merlino di Camelot pensano a mio fratello Ambrogio, che oggi è
l'uomo che fui io un tempo. Portami dentro l'accampamento, Turoc.
Non ti chiedo altro. Portami dentro e poi lasciami lì.»
«Ma non vi riconosceranno come uno di loro. Sono rozzi e
violenti, Merlino, ma non così stupidi da non accorgersi di una faccia
nuova tra le loro tende.»
«Dirò che sono un messaggero. Dove si trova Ironhair?»
«Ironhair? Dio solo lo sa. Dicono che sia con i Danesi, impegnato
a combattere nelle terre a settentrione. Non lo vediamo da mesi.»
«Manda messaggeri a Carthac?»
«Di tanto in tanto, raramente.»
«Allora dirò che sono un messaggero, un messaggero ammalato,
avvelenato, rimasto vittima della "vendetta di Merlino", mentre mi
dirigevo verso questo accampamento. Dirò che mi chiamo...» tacqui
cercando di trovare un nome non insolito, che fosse facile da tenere
a mente per entrambi. «Mod» dissi ricordando il giovane druido che
Carthac aveva assassinato. «Mod va benissimo. Dirai che ti sei
imbattuto in me quando sono entrato nell'accampamento venendo
da sud e che mi hai visto tremante e delirante per la febbre. Mi
conosci da molto tempo e appena mi hai visto ti sei ricordato di me.
Sono un pescatore ma anche un guerriero. Nessuna spiegazione su
come sia sfuggito alla sorveglianza delle guardie che vegliano su
quell'accesso. Viaggio da solo affidandomi alla misericordia di Dio.
Sono latore di un messaggio per Carthac da parte di Ironhair. In
attesa del suo ritorno, ho bisogno di scaldarmi vicino a un fuoco per
recuperare le forze e riprendermi dall'avvelenamento. Una malattia
interna, ricorda, non contagiosa. Puoi spargere questa voce?»
Annuì con il viso ancora turbato. «Sì, posso farlo, ma non mi
piace. Non siete armato. Come pensate di poter uccidere Carthac
senza un'arma? Non mi piace, Merlino, non mi piace affatto.»
«Non occorre che ti vada a genio, Turoc. Basta che mi porti
nell'accampamento. E poi un'arma ce l'ho. Il pugnale che tengo nella
bisaccia.»
«Questo?» disse con voce sprezzante, prendendo la daga di Varro
infilata nella sua guaina. «Sarebbe questa la vostra arma?»
Temendo che potesse estrarre la lama sulla quale avevo spalmato
uno spesso strato di veleno, lo bloccai bruscamente, allungando la
mano per afferrare la daga.
«Non mi serve altro. Legami la bisaccia intorno alla vita. Se ti
spaventa il pensiero di quello che mi propongo di fare, non
dimenticarti chi sono e le cose che certamente hai sentito raccontare
su di me. Chiediti anche come mai si fa un gran parlare della
"vendetta di Merlino" a proposito dei Danesi e dei mercenari di
Carthac morti in Cambria. Come mai, tu che sembri credere
all'immortalità di Carthac, dubiti invece che Merlino sia uno
stregone?»
Si raddrizzò a quelle parole e vidi che segretamente si portava una
mano dietro la schiena per compiere un gesto di scongiuro della
mala sorte. Attesi finché non riprese a respirare normalmente, poi
aggiunsi: «Siamo d'accordo? Se acconsenti, muoviamoci subito. Mi
stanno tornando le vertigini».
Brontolando si mise in piedi e mi tese la mano per alzarmi. Con il
suo aiuto mi levai faticosamente. Vacillavo, ma Turoc mi mise un
braccio intorno alla vita e posò la mia mano sinistra sulla sua spalla,
afferrandomi saldamente per il polso.
«Non temete di appoggiarvi anche con tutto il peso. Ma cercate
di camminare, se ce la fate. Non distiamo neppure cento passi dalla
casa lunga. Se incontriamo qualcuno, evitate di parlare. Lasciate fare
a me.»
Ci avviammo; sentivo le gambe molli, quasi fossero prive di
muscoli. La testa mi girava e la vista mi giocava strani scherzi. Scorsi
diversi uomini che, avvicinandosi a noi, ci lanciavano occhiate
stupite e proseguivano per la loro strada. Una sola volta qualcuno
chiese a Turoc che cosa avessi, e Turoc recitò la storiella che avevo
preparato e che fu accolta con un brontolio e il consiglio di tenere
alla larga quel figlio di puttana.
Poco dopo entrammo attraverso la porta aperta del lungo
edificio. Ricordo che, levando lo sguardo, mi accorsi che il soffitto
era a un'altezza maggiore di quanto non sembrasse da fuori e che
due alte porte di legno pendevano da cardini arrugginiti e quasi
divelti. Ci addentrammo e notai che nel soffitto di paglia erano state
praticate rozzamente alcune aperture da cui filtrava la luce del
giorno. Mi giunse alle narici l'odore acre del fumo di legna; poi fui
deposto per terra e mi sentii avvolto da ondate di calore. Aprendo
gli occhi mi accorsi di essere vicino a un fuoco acceso sotto una delle
aperture nel tetto.
Turoc rimboccò intorno a me le falde del suo ampio mantello.
Risuonavano numerose voci intorno a me, e tra queste predominava
quella di Turoc che ripeteva la storia delle mie peripezie. Mi
conosceva da anni, assicurava; era inciampato sul mio corpo quella
mattina per caso e per fortuna. Se non mi avesse trovato,
probabilmente sarei morto, ma portavo da Ironhair un messaggio
per Carthac. Ero sopravvissuto alla "vendetta di Merlino" che si era
abbattuta su un accampamento giù, in pianura, disse a quanti lo
ascoltavano.
Per strada mi ero quasi disintossicato dal veleno. Ora avevo
bisogno di riprendere le forze, e poiché Carthac non era ancora
rientrato, la cosa migliore era che dormissi fino al suo ritorno. Ci fu
un coro di borbottii, e meraviglie delle meraviglie, mi addormentai e
dormii cullato dal crepitio e dal calore delle fiamme.
«Carthac! Carthac! Carthac! Carthac!»
Dapprima parve un sogno, ma mentre le voci diventavano
sempre più forti fino a somigliare a un boato, aprii gli occhi e mi vidi
circondato da una foresta di gambe. Il semidio era tornato presso i
suoi fedeli che lo adoravano.
Lentamente, con cautela, mi levai in piedi, stringendomi intorno il
mantello e abbassandomi il cappuccio fino a coprire quasi
completamente il viso. Quel pandemonio rischiava di travolgermi,
ma lucidamente mi rendevo conto che forse mi si presentava
l'occasione propizia per avvicinarmi alla mia preda: muovendomi in
mezzo a quel turbinio di uomini selvaggi ed esultanti, avevo buone
probabilità di accostarmi al bersaglio quanto bastava per poterlo
colpire. Sapevo che subito dopo sarei stato ucciso, ma ero venuto a
patti con quell'eventualità prossima alla certezza. Sapendo di aver
contratto la lebbra, non desideravo vivere, e mi sembrava che avrei
impiegato bene la mia vita, pur sacrificandola, se avessi liberato il
mondo da quel mostro di Carthac.
Sebbene non l'avessi ancora visto, il gran strepito mi diceva che
era entrato in quella specie di caserma nella quale mi aveva
trascinato Turoc. Guardandomi intorno, incerto sulle gambe, mi
accorsi che tra me e il fuoco stavano alcuni uomini. Ecco la risposta
all'interrogativo su come avvicinarmi senza suscitare sospetti. Non
appena lo avessi localizzato, avrei gettato tra le fiamme un po' di
zolfo creando un diversivo e forse anche seminando il panico. E
mentre tutti erano disorientati dal fumo e dallo scoppio, avrei
colpito.
Mi portai lentamente sulla destra, e allora lo vidi: una figura
grottesca, orribile e gigantesca, una specie di ciclope ghignante; calvo
su un lato del cranio dove una mostruosa cicatrice lo sfigurava e
sembrava proclamare che quell'essere non apparteneva al genere
umano. Aveva perso l'occhio sinistro e al suo posto si vedeva una
massa ripugnante di carne rugosa. La testa era sformata, appiattita e
distorta fin dalla nascita; aveva un rigonfiamento sul lato destro,
dove da ragazzo era stato colpito dal calcio di un cavallo che aveva
peggiorato la sua innata bruttezza. L'unico occhio era grande e
azzurro, quasi a mostrare come avrebbe potuto essere se la natura
non si fosse presa tragicamente beffa delle sue fattezze. Quel
luminoso occhio azzurro fu la prima cosa che scorsi di lui, prima di
notare la mostruosità degli altri suoi tratti.
Poi mi accorsi delle sue dimensioni. Torreggiava su tutti, le spalle
possenti e il petto glabro, privo di armatura. Indossava una veste
senza maniche fatta con il vello di un animale; le brache erano dello
stesso materiale. Un pesante paio di stivali gli copriva i piedi e
arrivava fino ai polpacci; alla vita portava una larga cintura ornata
con borchie d'oro. Le braccia, grosse e forti, luccicavano quasi
fossero state spalmate d'olio; i bicipiti erano stretti in bracciali di
rame.
Muovevo le mani sotto il mantello per aprire la bisaccia di cuoio
nella quale avevo riposto quanto mi rimaneva della polvere di
zolfo: circa due manciate. Ne presi un po' con la destra, poi scorsi la
spada che impugnava. Con una risata sonora e selvaggia la roteò
sulla testa e gli uomini intorno si scansavano in gran fretta. Uno di
loro rimase ferito al petto e il sangue prese a sgorgare. Tre volte
roteò l'arma, poi si erse solitario nel mezzo della sua cerchia di
fedeli, scoppiando in un ghigno raggelante quasi a sfidare chiunque
intendesse affrontarlo.
Mi parve che il fracasso intorno cessasse all'improvviso e calasse
un tetro silenzio mentre in me subentrava la certezza che in qualche
modo, impensabilmente, si era impossessato della mia spada. Sapevo
che era impossibile perché l'avevo lasciata nel capanno nella mia
piccola valle, dato che per l'impresa che mi accingevo a compiere
usarla sarebbe stata un'inutile ostentazione. Eppure eccola lì,
impugnata dal gigantesco Carthac.
Ero intento a fissarla incredulo, quando la sua risata si trasformò
in un urlo di sfida trionfante. Sollevando il braccio sinistro, prese ad
agitare qualcosa sopra la testa. Guardai, e la mia mente si rifiutò di
accettare quella vista. Lanciò un altro urlo, questa volta
pronunciando il mio nome: «Merliiiino!». Era la testa di mio fratello;
la testa di Ambrogio.
La scagliò lontano e mi parve, vedendola roteare nell'aria, che il
tempo si fosse fermato. I begli occhi azzurri erano spalancati e
spenti; le ciocche bionde erano macchiate di sangue. Mi accorsi che si
era lasciato crescere la barba durante la campagna militare, una
barba grigia come la mia. Poi la testa cadde tra le fiamme,
rimbalzando pesantemente tra i tizzoni. Spinto dal cieco istinto di
salvare mio fratello dal fuoco, mi lanciai in avanti, mentre un urlo
strozzato mi saliva nella gola. Inciampando nell'orlo del mantello,
nell'impeto della corsa, andai a sbattere con la spalla contro l'uomo
che stava davanti a me.
Nel momento di cadere, la bisaccia che tenevo in mano,
contenente la polvere solforica, finì sul falò. Esplose una fiammata
gigantesca con un boato assordante, si sprigionò una terrificante
pioggia di scintille e tizzoni, si levò una nuvola di fumo. Avevo
serrato gli occhi, ma l'accecante vampata penetrò attraverso le
palpebre abbassate. Gettato lontano il mantello, in preda al furore,
mi tastai alla vita per impugnare la daga e la strinsi con tanta
violenza che la mano mi si indolenzì. Dimentico della confusione
caotica intorno a me, mi levai in piedi e attraversando la nuvola di
fumo mi lanciai contro Carthac.
Lo trovai fermo nel punto in cui lo avevo visto, che mi fissava a
bocca spalancata mentre mi avventavo su di lui; non cercò di
evitarmi e prima che potesse compiere alcun gesto avevo affondato
la lama nel suo petto. Emise uno strano suono simile a un miagolio;
come unico movimento di difesa mi scansò con le mani, una delle
quali ancora stringeva la spada che ora sapevo essere quella di
Ambrogio. Accecato dal dolore, dall'incredulità, dall'odio, gli
strappai dal petto il pugnale che vi avevo conficcato e cercai di
affondarlo nell'unico suo occhio, ma lui girò la testa prima che io
avessi potuto penetrargli fin dentro il cervello. Lo accecai però,
colpendolo nell'orbita. Mi sollevò con una mano sola e mi gettò tra
le fiamme.
Bruciavo - la mano sinistra che era finita tra i tizzoni, le braccia, i
piedi, le gambe - e barcollando, urlando di dolore, mi allontanai dal
fuoco. Raggiunsi il muro dell'edificio e lì mi accovacciai, togliendomi
di dosso i carboni ardenti che si erano attaccati alla carne e
liberandomi dei brandelli infuocati della tunica che era il mio unico
indumento. Rimasi lì, tremante di dolore, incapace di formulare un
pensiero coerente.
Dopo qualche tempo, al di sopra dei miei gemiti, mi giunse l'urlo
di Carthac, un ululato disumano di dolore, che crebbe fino a
diventare un ruggito. Ignorando le acute sofferenze che mi
affliggevano, spinto dal desiderio di vederlo, mi sforzai di levarmi
premendo la schiena contro il muro e lanciai uno sguardo verso il
punto dal quale provenivano quei lamenti. Il fumo cominciava a
diradarsi, e lo scorsi barcollare all'estremità opposta dello stanzone
in prossimità delle porte aperte, le mani strette intorno alla testa; si
muoveva vacillando e inciampando contro tutto ciò che gli si parava
davanti. Cadde e riuscì ad alzarsi di nuovo, continuando a urlare.
Eravamo rimasti soli lì dentro e nessuno veniva a vedere che cosa
stesse accadendo.
Dolorante, ma riacquistando forza a ogni passo, avanzai
lentamente senza perderlo di vista per un attimo. Ricadde sulle
ginocchia; scorsi vicino a lui la spada di Ambrogio, fatta con il
metallo della Pietra del Cielo. Sentii ravvivarsi in me la forza e,
incurante delle scottature sul mio corpo, inconsapevole della
debolezza, mi avvicinai fino ad afferrarla. La impugnai con la destra
e, stringendo il polso con la sinistra ferita dalle fiamme, levai la lama
e l'abbattei sulla testa deforme con un unico colpo che assorbì tutto
il vigore che ancora mi rimaneva. Caddi sul suo cadavere.
Trovai poi la testa di mio fratello. Era rotolata in un angolo dello
stanzone e il fuoco l'aveva soltanto lambita. La raccolsi tra i
singhiozzi, ricordando tutto ciò che avevo amato in lui. Mi parve
che il cuore mi si spezzasse nel petto per il dolore, un'angoscia
profonda e tormentosa, che superava ogni altra sofferenza.
Piansi e piansi. Piangevo per Ambrogio, piangevo per Tressa e
Dedalo, piangevo per tutti gli amici e le persone care che avevo
perduto. E mentre mi abbandonavo alle lacrime nell'oscurità di quel
luogo in rovina, una pioggia di frecce scagliate dalle colline con gli
archi di Pendragon uccise ogni cosa vivente si muovesse nella valle.
Non tutti quelli che si erano trovati nello stanzone erano morti.
Molti erano fuggiti prima che iniziasse l'attacco degli arcieri, in preda
al terrore di Merlino lo Stregone, la cui fama di mago, malvagio e
demoniaco, esperto negli incantesimi, si era diffusa in tutta la
Britannia. Non era certamente servito a sedare il terrore il fatto che
Carthac, tornato all'accampamento portando come cimelio la testa
di Merlino, l'avesse gettata nel fuoco: infatti dalle fiamme, che si
erano levate alte con un boato di tuono, scatenando un turbine di
scintille ed emettendo un fumo irrespirabile, era emerso Merlino.
Merlino era ritornato in vita e aveva ucciso l'invincibile.
Il giorno dopo, l'esercito di Camelot era entrato nella valle
fortificata di Carthac e aveva fatto prigionieri i soldati rimasti:
furono costoro, una volta che la paura si fu un po' placata, a dire di
aver visto con i loro occhi rinascere dalle fiamme Merlino lo
Stregone.
XVIII.
«Merlino? Sei tu?»
Sorrisi e, voltandomi, vidi una forma alta che si stagliava contro la
luce guizzante delle torce infilate negli anelli tutto intorno all'enorme
teatro. La figura lontana retrocesse di poco, poi riprese ad
avvicinarsi, reggendo in mano una delle torce. Rimasi immobile,
mentre il tonfo dei suoi passi risvegliava echi profondi in
quell'ambiente vuoto. Poi la voce chiamò di nuovo.
«Sei tu, vero? Lo so perché nessuno avrebbe il coraggio di venire
qui nel cuore della notte, alla mercé delle mie guardie sempre vigili.
E quando vedo un'ombra scura che si muove nell'oscurità so che non
può trattarsi che di mio cugino Caio.»
Artù Pendragon era splendido mentre avanzava sul pavimento di
marmo. L'alto pennacchio dell'elmo lo faceva apparire ancora più
imponente e maestoso di quanto non fosse per natura. Dietro a lui
ondeggiava l'ampio mantello. Era bello come il giorno in cui, circa
due anni prima, alla testa delle sue truppe era penetrato nella valle
dove si trovava allora l'accampamento di Carthac e mi aveva
trovato, accoccolato nello stanzone. Lo avevo lasciato, prima di
allora, che era un ragazzo: alto, forte, muscoloso, con un volto
luminoso di coraggio e lealtà che attirava lo sguardo degli uomini e
delle donne, ma pur sempre un ragazzo. Quella mattina, in cui di
nuovo era entrato nella mia vita, la metamorfosi si era già compiuta:
avevo visto davanti a me un uomo, un veterano esperto nell'uso
delle armi, un guerriero che conosceva il suo mestiere. Non sapeva
ancora di essere diventato, dopo la morte di Ambrogio, il
comandante legato delle forze di Camelot.
E questa notte si mostrava con la sicurezza e la disinvoltura del
condottiero vittorioso. Mi commosse vedergli addosso l'armatura di
cuoio nero a più strati, lucido e sagomato, che un tempo era stata
mia e prima ancora di mio padre. Eravamo tutti uomini di alta
statura e dalle spalle larghe. L'armatura, fatta appositamente per mio
padre nel momento della sua massima potenza, aveva una
decorazione di rosette d'argento battuto; era stata la tenuta
cerimoniale di un comandante di cavalleria romano vissuto all'epoca
di Flavio Stilicone che, in quanto reggente dell'impero romano
d'Occidente, aveva ripreso la strategia di Alessandro. Era perfetta
indosso ad Artù.
Nell’avvicinarsi il mio giovane cugino levò una mano per togliersi
l'elmo di cuoio rafforzato e verniciato, ornato in cima da un
pennacchio di crini di cavallo e ciuffi di piume bianche e nere,
trattenuto da un anello d'argento lavorato. Il volto gli splendeva e il
sorriso mostrava una fila di denti bianchi mentre mi stringeva a sé
con il braccio che reggeva l'elmo, attento a tenere lontano l'altra
mano che impugnava la torcia. Restituii la stretta, con il cuore gonfio
di orgoglio, poi lo allontanai. Chinò la testa di lato e negli occhi del
color dell'oro brillò una luce divertita.
«Che succede?» chiese con voce scherzosa. «Hai l'aria di essere
stato colto a combinare qualche marachella che forse non
incontrerebbe l'approvazione del vescovo Enos.» Si guardò intorno,
tenendo il braccio che reggeva la torcia e guardando a tratti l'altare
vicino a lui. «Che cosa ci fai nel santuario? Pensavo che, compiuta la
consacrazione, soltanto i servi di Dio potessero entrare qui.»
Scossi la testa e assunsi un'espressione afflitta e rammaricata.
«Intendi alludere che non sono un servo di Dio, Artù?»
«Mio cugino Caio lo è, questo è sicuro. Ma lo è anche Merlino il
Mago? Qualcuno potrebbe dubitarne» disse impassibile.
Sorrisi e, così facendo, percepii la pelle tesa della cicatrice
sull'angolo sinistro della bocca, sicché parve che invece di sorridere
facessi una smorfia. «Sbaglierebbe a dubitare. Sono qui su incarico del
vescovo Enos per portare a termine quello che farebbe lui stesso se
non fosse impegnato con i suoi pii confratelli. Piuttosto, che ci fai tu
qui?»
«Ho ispezionato il corpo di guardia; voglio che gli uomini siano
all'erta. Sono contenti se il loro capitano da l'impressione di non
andare mai a dormire, e lo rispettano: un insegnamento che mi hai
impartito tu, se ben ricordi. Hai finito qui? Andiamo a fare quattro
passi; la notte è splendida.»
Percorremmo la strada dalla quale era venuto. Si rimise in testa
l'elmo e ripose la torcia nell'anello dal quale l'aveva levata poco
prima; con un cenno del capo salutò la sentinella che se ne stava
impettita e immobile come un pilastro. Era quello il primo dei tre
giorni della Pasqua, quello che i cristiani chiamavano venerdì santo.
Avevamo presenziato alle cerimonie che commemoravano la
Crocifissione di Cristo. Tra due giorni ci sarebbe stata la festività per
la Resurrezione della Carne.
Mentre emergevamo dai vasti portali facendoci strada tra i
capannelli di soldati e altri militari, Artù indicò in lontananza una
cittadina. Le luci dei fuochi e delle torce illuminavano un luogo che
altrimenti sarebbe stato una distesa vuota e tenebrosa. «Chi l'avrebbe
detto che Verulamium avrebbe ripreso a vivere in tempi come
questi? Quanti anni sono passati da quando ci sei venuto la prima
volta e hai conosciuto Germano? Diciotto?»
«Quasi venti» risposi. «L'anno della tua nascita. Mi rammarico
soltanto che Germano non sarà con noi a Pasqua.» Il mio amico era
morto nella sua diocesi in Gallia l'anno precedente, nell'estate
successiva al ritorno da Verulamium, avvenuto nel 447. Non gli
avevo più parlato e neppure scritto da quella notte in cui
bruscamente avevo preso congedo da lui. Avevo saputo che la sua
missione a Verulamium aveva dato buoni frutti; i rapporti, seppur
vaghi e non confermati, dicevano che i due vescovi Agricola e
Fastidius erano stati pubblicamente censurati, dichiarati apostati e
scomunicati, e che si erano prese adeguate misure per ovviare ai
danni che avevano disseminato tra le anime fiduciose a loro affidate.
Da allora, tuttavia, dopo la morte di Hengist e Vortigern, tutto era
cambiato nel nord-est. Da mesi non avevamo notizie di quanto
accadeva nella Northumbria e, se anche ci fossero giunte, sarei
rimasto sorpreso che fossero di natura religiosa, riguardanti l'eresia di
Pelagio o l'ortodossia cattolica. Per quanto ne sapevo, il
cristianesimo avrebbe potuto essere stato spazzato via in quella
regione. Fino alla morte, Germano si era adoperato per realizzare il
progetto che avevamo delineato per il destino di Artù e per la
sopravvivenza e la diffusione del cristianesimo in Britannia. La
responsabilità di condurli a buon fine era passata a Enos, vescovo di
Venta Belgarum nella parte sudorientale, ormai nota come Anglia.
«Ci credo» mormorò Artù. «Peccato che non l'abbia conosciuto di
persona. Doveva essere un uomo interessante. Guerriero e vescovo:
uno strano connubio.»
«Sì, ed è stato eccezionale in entrambi i ruoli. Ne avresti tratto
vantaggio dal conoscerlo. Gli saresti piaciuto.»
«Ti fanno male i piedi e le gambe oggi?» Camminavamo
lentamente e Artù adeguava il suo passo alla mia andatura, rallentata
dal mio zoppicare.
«Funzionano, malgrado tutto» risposi stringendomi nelle spalle. «A
volte mi fanno soffrire, ma sempre più di rado.»
Quando con forza bestiale mi aveva allontanato da sé,
mandandomi a finire tra le fiamme del falò, Carthac, poco prima di
morire, mi aveva ferito. Le bruciature, estese e profonde, avevano
danneggiato i tendini del ginocchio e del calcagno sinistro, e ne
risentivo ancora, sebbene fossi guarito dalle ustioni.
Anche la mano sinistra era stata compromessa e ora era contratta
e inutilizzabile; erano sparite dalla mia pelle le macchie della lebbra
e in quei punti l'epidermide era una cicatrice callosa. Le bruciature al
viso mi avevano sfigurato, tanto che il mio amico Llewellyn si
divertiva a dirmi che in mia compagnia lui faceva la figura del più
bello.
Artù continuava a fissarmi, tanto che mi fermai. «Che cos'hai?
Conosco quel tuo sguardo. Hai intenzione di chiedermi o di dirmi
qualcosa. Quale delle due?»
Mentre così dicevo, mi giunse all'orecchio il rumore degli zoccoli
di un cavallo che si avvicinava, e subito dopo un cavaliere, fermatosi
vicino a noi, scese dalla sella per mettersi subito rigidamente
sull'attenti davanti al comandante e porgergli un rotolo contenente
un dispaccio. Scossi la testa in silenziosa ammirazione nel vedere
come una ferrea disciplina poteva portare al controllo totale del
corpo e dei muscoli. Avevo passato metà della mia vita in sella, ma
non ero mai stato chiamato a compiere le prodezze che i giovani
cavalieri di Artù eseguivano con naturalezza e non ero mai stato
addestrato a farlo.
Artù si allontanò per leggere il dispaccio alla luce di una torcia,
quindi fece un cenno d'assenso al messaggero, borbottando qualcosa
che non feci lo sforzo di ascoltare. Era chiaro dal suo atteggiamento
che non si trattava di una comunicazione urgente. Il cavaliere che
l'aveva recapitata venne congedato.
«Artù, come riescono a saltare giù di sella in posizione rigida,
sull'attenti? Non ho mai visto niente di simile in vita mia e lo vedo
soltanto da quando sei tornato dalla Cambria. È necessario?»
Sorrise. «No, Merlino, non è necessario, e ti assicuro che mi
sembra perfino una dimostrazione di zelo eccessivo, l'espressione del
desiderio di distinguersi ed eccellere che sembra pervadere tutti i
miei uomini. Lo fanno per orgoglio, per spirito di corpo. Tutto ha
avuto inizio nella fase finale della campagna di Cornovaglia, mentre
ripulivamo la regione degli ultimi coscritti di Ironhair. Uno dei miei
ufficiali, saltando di gran premura giù da cavallo in quel modo per
conferire con me, atterrò in posizione eretta e rigida. In quel caso fu
soltanto un colpo di fortuna e nient'affatto intenzionale, di questo
sono sicuro, ma lui successivamente se ne vantò e disse di averlo
fatto di proposito. Gli ufficiali che lo avevano visto ne rimasero assai
impressionati. Entro un mese era una cosa che facevano tutti, e oggi
è la regola. Le truppe scelte impongono a se stesse, spontaneamente,
una disciplina che le distingue da tutte le altre.»
«Capisco quello che vuoi dire» risposi senza tentare di nascondere
l'ironia. «Anche i pretoriani erano soliti fare lo stesso. Ai loro tempi
arrivarono perfino a eleggere e abbattere gli imperatori...» Vedendo
che non reagiva alla mia battuta, mi chiesi se per la testa non gli
passassero pensieri più cupi di quanto desse a vedere. «Dalla
noncuranza con cui hai accolto il dispaccio ne ho arguito che non
riguardava un affare urgente. Sbaglio?»
Sbatté le palpebre, poi appuntò lo sguardo su di me. «È urgente,
ma non inaspettato. E riguarda una situazione per la quale non
posso fare niente. Viene da Bedwyr. I suoi esploratori avvertono che
i Danesi di Horsa si stanno di nuovo raccogliendo, nel nord-est
intorno a Lindum. Bedwyr prevede che si dirigeranno a sud verso i
confini di Camelot. Lo prevedevamo anche noi. Horsa ha bisogno di
espandersi. Lo abbiamo cacciato dalla Cambria e gli abbiamo
impedito di costituire una sua base in Cornovaglia. Non c'è spazio
per i suoi uomini lungo la Costa dei Sassoni, perciò deve conquistare
i territori a ridosso dei nostri confini. Il che vuol dire che dovremo
vedercela con questi nuovi invasori, ma Horsa non sa ancora a chi
pesterà i piedi. Prima che lo capisca, spero che le nostre forze
saranno in grado di sconfiggerlo duramente. Si troverà lontano dal
mare questa volta, non ci sarà una flotta al largo a infondere
sicurezza e coraggio a lui e ai suoi Danesi. Ma, come vedi, sarà una
difficoltà che dovremo affrontare nel futuro; non riguarda la
situazione attuale.»
«Ne sei sicuro? Diffido delle analisi sulla situazione attuale quando
si frappongono grandi distanze.»
«Anch'io. Ma che fare? Non posso essere dappertutto
simultaneamente. Aspetterò e nel frattempo mi terrò pronto a
intervenire tempestivamente.»
«Bene» dissi non potendo controbattere a quella logica.
«Torniamo a quello che volevi chiedermi o dirmi.»
Mi posò una mano sulla spalla. «Su, ti accompagno al tuo alloggio
e strada facendo ti chiederò qualcosa.»
Mentre ci avviavamo verso le distanti luci della cittadina, scorsi le
ombre silenziose e discrete della squadra di arcieri che
accompagnavano dappertutto Artù. Si allontanarono e si disposero
in cerchio intorno a noi.
Accorgendosi che li guardavo, sorrise.
«Le mie guardie del corpo! Volevo congedarle, ma sono agli
ordini di Huw, e per loro sarebbe un dilemma tormentoso obbedire
a me e, così facendo, dispiacere a lui. Io sono il loro re, ma Huw
Fortebraccio è il loro dio.»
Non feci commenti. Artù l'anno precedente era diventato re dei
clan di Pendragon, sotto gli auspici e la vigile tutela di Huw
Fortebraccio, che oggi prestava ad Artù la stessa lealtà
incondizionata che aveva giurato a Uther.
«Mi preoccupa la faccenda della spada, Cay» continuò Artù. Ogni
altro pensiero che avessi in mente passò in seconda linea a queste
parole.
Di rado si rivolgeva a me chiamandomi Cay e lo faceva solo
perché qualcosa lo assillava.
Gli lanciai un'occhiata cercando di rimanere impassibile e di non
tradire l'ansia.
«Perché dovresti essere preoccupato? È stato concordato tutto.»
«Lo so, ma il cruccio rimane. Non capisco il senso, non capisco
quale vantaggio possa derivare da una messinscena così plateale.»
«Non è una messinscena, è un simbolo, un simbolo che ha un
profondo significato. Rappresenterà la tua causa, la causa della
Britannia. Gli uomini hanno bisogno di simboli per rendere visibile
ciò in cui credono. Ne abbiamo discusso molte volte.»
«Sì... ma non penso che l'idea possa reggere. Senti...» e con un
sospiro proseguì: «Non è il significato simbolico che mi preoccupa...
o almeno la necessità di averne uno. Questo lo capisco... È l'oggetto
in sé, la spada come cosa fisica. Devo trarre la spada dalla roccia. È
la mia spada, Merlino, la spada di Ambrogio. La uso da due anni
ormai, da quando tu me l'hai data quel giorno in Cambria. Tutti
l'hanno vista, la conoscono. Sanno che la porto con me ogni giorno,
attaccata alla schiena, tra le scapole. Perché secondo te dovrebbero
restare tutti suggestionati nel vedermi mentre la traggo fuori dalla
roccia? Per mio conto è più facile che scoppino a ridere. Io lo farei
davanti a una stupidaggine del genere».
Avevo alzato la mano per chiedergli di tacere, ma soltanto in quel
momento mi guardò e subito tacque.
«Ho una domanda da rivolgerti, Artù» esordii sorridendo. «Una
domanda che fino a ora non ti avevo mai posto: hai fiducia in me?»
«Che sciocchezza è questa? Di chi altri in tutto il mondo potrei
fidarmi? Perché me lo chiedi?»
«Te lo chiedo perché voglio che tu mi presti tutta la tua fiducia. Se
nutri anche il minimo sospetto che possa danneggiarti o sminuirti o
compromettere la tua causa, che io credo ti sia affidata da Dio,
allora dimmelo adesso. Accetterò la tua decisione e non accennerò
più alla spada.» Si strinse nelle spalle e rimase in silenzio. «Bene,
ancora due cose ti voglio dire: ti giuro che nessuno tra quanti
saranno testimoni di quell'evento riderà e proverà altro sentimento
che non sia di riverenza e stupore. Te lo giuro. Nessuno - né uomo
né donna - avrà meno rispetto per te e nessuno riconoscerà la spada.
Forse dentro di te avrai qualche dubbio, ma hai il mio giuramento.»
«Hmm.» Era tornato a sorridere con una punta di malizia. «Questa
è una delle due cose che mi hai promesso di dirmi. Qual è l'altra?»
«L'altra è... diversa nel significato e nella struttura.» Aveva colto la
mia esitazione, ma trattenne la curiosità per darmi il tempo di
scegliere le parole più opportune. Alla fine annuendo cominciai:
«Consideralo un mio auspicio nei tuoi confronti. Quando avrai
estratto la spada dalla roccia, e saprai che quanto abbiamo fatto è
giusto, appropriato, adeguato sotto ogni aspetto a quelle che sono le
nostre intenzioni, allora vorrei che tu facessi un'altra cosa, soltanto
per me. Ti sembrerà strano, ma non ti costerà niente».
«Dimmela e sarà fatta.»
Trassi un profondo sospiro. «Quando avrai impugnato la spada
davanti alla folla, e sarai convinto che è tuo diritto farlo, vorrei che
tu colpissi la roccia con la lama - mettendoci tutta la forza — e poi
capovolgessi la spada in modo da poggiare l'estremità del pomo
sulla pietra. Come sai, io non sarò lì sotto agli sguardi di tutti, ma ti
vedrò mentre compi quel gesto e lo accetterò come il segno che la
tua fiducia in me era giustificata. Lo farai?»
«Sì, naturalmente.» Aveva un'espressione turbata. Sapevo che gli
era difficile assecondarmi nel mio desiderio di non espormi agli
sguardi curiosi e oziosi della gente, ma ne avevamo discusso a lungo,
e alla fine aveva aderito alla mia richiesta, seppure con riluttanza.
«Grazie, grazie per non chiedermi spiegazioni. Adesso vado a letto
e così fa' anche tu.»
Provavo sollievo, ma anche una punta di rimorso, perché gli
avevo strappato quella promessa sapendo bene che dietro c'era un
piccolo inganno. Artù era convinto che la spada che avrebbe estratto
dalla roccia il giorno di Pasqua fosse la sua. Era sua in realtà, ma si
trattava di Excalibur. Ed ero certo che se avesse continuato a
ignorarne l'esistenza, sarebbe stato folgorato dallo splendore
dell'originale, così come lo sarebbero stati tutti gli astanti. Ecco
perché, in qualità di depositario della spada, avevo continuato a
serbarne il segreto molto più a lungo di quanto avessi pensato.
Camminammo in silenzio finché non fummo vicino alle mura
cadenti della città. Mentre superavamo la porta e il primo degli
edifici in rovina, notai alcune guardie che indossavano uniformi dai
colori insoliti.
«Chi sono?»
«Gli uomini di Cheric, credo. È il re di una regione del lontano
settentrione, a oriente delle terre di Derek. Forse però sbaglio. I re
stanno confluendo da ogni parte, e non tutti mi hanno comunicato
la propria presenza. Una ventina sono qui da ieri, ciascuno con il suo
seguito, e forse altri ne giungeranno. Neppure tutti i vescovi sono
ancora arrivati, e molti di loro viaggiano con il re del luogo in cui si
trova la loro diocesi.»
«Sono tanti i re che regnano in Britannia» brontolai. «All'epoca di
mio padre non ne avremmo trovato neanche uno e comunque non
avrebbe portato il titolo di re, tranne Uric Pendragon. Brander è già
qui?»
«Sì, è acquartierato con Connor, Donuil, Shelagh e suo padre,
Liam il Gobbo.»
Gli lanciai un'occhiata in tralice. «È venuto con Morag?»
«No, non questa volta. È venuto dalle sue isole su ordine di
Connor.» Sorrise. «Quanto a Brander, almeno posso essere tranquillo
che si tratta di un re che sicuramente non è invidioso.»
«Non viene dalla Britannia ed è tuo zio. Ti dispiace avere tanti re
vicino a te?»
«Vicino?» disse ridendo. «No, mi sta bene che siano vicino. Così so
quello che fanno. Sono uomini e hanno le debolezze degli uomini.
Ma alcuni mi sono più simpatici di altri. Abbiamo anche qualche
rappresentante degli Angli cristiani. Lo sai che Cuthric è venuto,
vero?» E quando annuii, proseguì: «Forse ti farà sorridere la presenza
di un altro sovrano: Retorix, il nuovo re della Cornovaglia».
Sorpreso, mi fermai. Retorix, mi aveva detto Artù, si era stufato
degli eccessi di Ironhair, dei suoi atteggiamenti e della sua sostanziale
codardia, e aveva abbandonato lui e i suoi progetti. Da allora si era
segnalato per essere uno dei condottieri più coraggiosi e capaci di
tutta la regione sudoccidentale, e aveva assunto il comando dei clan
di quella martoriata terra. Scossi la testa a quella notizia con un
brontolio di incredulità.
«Bene» disse Artù dopo alcuni passi. «Eccoci arrivati. Non è un
palazzo sontuoso, vero?»
Guardai il decrepito edificio nel quale ero alloggiato insieme a
Enos e ad alcuni suoi vescovi. «Non è villa Britannico, ma almeno
metà del tetto è intatto, le pareti proteggono dal vento, ed è
riscaldata dal fiato dei vescovi che discutono e dibattono senza
posa.» Tornai a guardarlo. «Che cosa hai intenzione di fare, non
appena mi avrai lasciato qui?»
Lanciò un'occhiata alla scorta che lo seguiva discretamente.
«Andrò a dormire, credo. Non c'è molto altro da fare.» Sorrisi
ricordando i chiassosi incontri di vent'anni prima in una taverna
costruita alla meglio che chiamavamo "Carpe diem".
«Be', è quaresima, la stagione della penitenza» mormorai. «I
vescovi non vedrebbero di buon occhio che le taverne rimanessero
aperte la vigilia che commemora la morte di Cristo sulla croce per i
nostri peccati. Dormi bene, ragazzo. Domani dovrai vegliare vicino
all'altare per tutta la notte, e il giorno dopo, sarai incoronato re.
Perciò approfitta di questo poco tempo che ti rimane. Dormi e
riposati.»
Si avvicinò a me e nel suo abbraccio, malgrado la corazza, sentii il
calore e l'amore che mi portava. Rimasi sulla porta finché non
scomparve alla vista, seguito dalle guardie di Pendragon.
Non c'era nessuno nello stanzone quando entrai, ma nel braciere
ardeva allegro il fuoco, e la luce di almeno venti candele di cera una prerogativa del clero - illuminava l'ambiente. In un angolo era
collocato il giaciglio del vescovo Enos. Lo vidi intatto, il che indicava
che il suo occupante non era ancora rientrato. L'intero edificio era
immerso nel silenzio. Mi avvicinai al braciere per riscaldarmi le mani.
Sentivo un pizzicore nella sinistra, residuo dell'ustione. Mi guardai
intorno.
L'arredamento, di semplicità spartana, si componeva di
suppellettili e mobili portatili. La casa infatti, abbandonata per
decenni, era stata il regno dei roditori e degli insetti. C'erano in giro
alcuni tavoli e sedie pieghevoli, trasportati a Verulamium a dorso di
mulo, e una serie di ceppi che fungevano da sedili quando Enos
teneva consiglio. Per il resto la stanza era vuota e spoglia. Il
lucernario dal quale un tempo scendeva la luce era stato chiuso con
assi di legno; le pareti, ora illuminate dalle candele, avevano il
colore della terra arida e in alcuni punti c'erano macchie irregolari di
umidità. Probabilmente un tempo erano state molto belle. Il
pavimento, spazzato regolarmente da quando eravamo arrivati, e
forse perfino lavato, mostrava le tracce di una decorazione a
mosaico, deturpata tuttavia dalla polvere depositatasi nel corso degli
anni.
Su un tavolo, non lontano dal caminetto, erano poggiate una
brocca d'acqua - Enos non beveva altro - e una di idromele. Lì vicino
erano stati lasciati un coltello dalla lama affilata, un grosso pezzo di
formaggio ricoperto da una pezza di tessuto grezzo e una pagnotta
di pane sfornata quella mattina, nascosta sotto il lembo di una
tovaglia da chiesa. Accostai al fuoco una delle sedie e il tavolo, mi
sedetti buttando all'indietro il cappuccio, scuotendo i capelli e li
ravviai: era una delle poche cose che le dita della mano sinistra,
rattrappite com'erano, riuscivano ancora a fare. Ero stanco e fui
felice di potermi sedere e stiracchiare le gambe. Quella giornata,
lunga e intensa, era servita a mettere a punto i particolari di un
progetto al quale lavoravamo pazientemente da anni.
Qualche attimo dopo, sentendo i morsi della fame, mi tagliai una
fetta di pane e una di formaggio, e mi riempii un boccale di
idromele.
Contemplando con piacere il silenzioso guizzo delle fiammelle,
nella quiete e nella pace della stanza, rimasi a fissare il fuoco, ma la
mia mente vagava nel passato.
Dal giorno in cui era morto mio fratello non avevo più
impugnato una spada e non ero montato in sella. Me lo impedivano
le ustioni e i tendini danneggiati. Artù aveva organizzato il mio
trasporto a Camelot su un carro appositamente attrezzato con una
cuccetta sospesa, costruita dai falegnami sul modello di quella che in
navigazione usava Connor Mac Athol, il capitano dalla gamba di
legno. Mi ero ripreso sotto le amorevoli cure di Ludmilla che, dopo
la perdita del marito, una volta superata la prima ondata di dolore e
lutto, aveva riversato su di me parte dell'affetto che aveva nutrito
per lui. Con tutte le forze si era adoperata perché io sopravvivessi
alle ferite e riprendessi la solita vita, come a loro tempo avevano
fatto Connor e Publio Varro. Mi aveva esortato a esercitare fino allo
sfinimento gli arti danneggiati, mi aveva persuaso a sforzarmi, mi
aveva stirato i muscoli compromessi e ustionati finché non avevano
ripreso la loro elasticità, mi aveva costretto a camminare diritto. In
certi momenti zoppicavo più che in altri, il braccio e la mano sinistra
erano inutilizzabili, ma per il resto ero forte e in forma.
Fu Ludmilla che alla fine diagnosticò la lebbra. Ma era stata
educata all'arte medica da Lucano che non aveva temuto la malattia
e aveva nutrito grande ammirazione per l'amico Mordechai
Emancipato il quale, dopo aver operato per decenni tra i lebbrosi,
alla fine aveva contratto la malattia.
Lucano le aveva insegnato che di per sé la lebbra non è molto
contagiosa e non è mortale; i lebbrosi morivano perché, evitati,
allontanati e temuti dagli altri, non riuscivano più a procurarsi il
cibo. Vedendo le lesioni sulla mia pelle, le aveva riconosciute per
quello che erano. Parlammo a lungo delle conseguenze che avrei
dovuto affrontare, una volta che si fosse saputo della malattia che mi
affliggeva.
Fu Ludmilla che mi dimostrò come la gente comune, credendomi
uno stregone, mi evitasse. Mi diede da indossare il lungo mantello
nero con il cappuccio e la lunga veste che avevo usato per
nascondermi nelle mie imprese notturne contro i nemici in Cambria
e che Derek aveva portato a Camelot per me. Mi convinse che
sarebbero stati altrettanto utili di giorno, per celare agli occhi dei
curiosi il viso sfigurato e le lesioni della pelle. L'ampio cappuccio che
mi ricadeva sul viso lo celava completamente con la sua ombra, e le
maniche, ampie e lunghe, ricadevano oltre le dita delle mani.
Sfruttavo la paura che tutti avevano delle arti magiche per eludere
quella, ancora più intensa, della lebbra. Vedendomi vestito da mago,
fuggivano in preda al terrore, e quel terrore mi proteggeva dalla
loro curiosità.
Nel periodo in cui mi riprendevo dalle ferite, Artù combatteva in
Cambria. Dopo la morte di Ambrogio e il mio ritiro dalla guerra
attiva, era ormai lui il comandante in capo e, con l'appoggio
incondizionato di Huw Fortebraccio, aveva superato l'opposizione
di chi riteneva prematuro che gli fosse conferita quella carica. Capo
militare supremo, Huw aveva immediatamente proclamato l'ancora
inesperto giovane re legittimo e incontestabile, in quanto figlio di
Uther Pendragon, e immediatamente gli altri comandanti avevano
giurato al nostro cugino e pupillo quella stessa fedeltà e lealtà che un
tempo avevano giurato ad Ambrogio e a me. E Artù aveva avuto
l'occasione di dare prova delle geniali capacità che si nascondevano
sotto il suo giovane aspetto.
L'uccisione di Carthac aveva disperso la feccia che gli si era
raccolta intorno, e aveva distrutto le illusioni legittimistiche di Peter
Ironhair, che aveva così visto sfumare ogni speranza di insediarsi in
Cambria. La sua presenza su quelle terre era ormai considerata mera
e brutale aggressione, senza parvenza di legittimazione. I suoi soldati
mercenarii lo avevano abbandonato, cercando riparo in ogni
direzione dalla furia della fanteria di Artù. Alcuni di loro avevano
tentato di unirsi ai Danesi di Horsa, ma erano stati respinti.
Agendo autonomamente nell'elaborazione della strategia militare
e delegandone l'esecuzione a coloro che erano stati comandanti
sotto Ambrogio, Artù aveva messo a punto un piano brillante per
sconfiggere definitivamente quanto rimaneva dell'esercito di Carthac.
Suddividendo le forze in manipoli e coorti alla maniera dei Romani,
e usando la tattica impiegata da Caio Mario quattrocento anni prima
- tattica che io stesso gli avevo illustrato quando era ancora un
ragazzino - aveva organizzato le unità combattenti perché
operassero in stretto coordinamento, dividendo in settori i territori
del loro intervento e utilizzando i corpi di pattuglia in funzione di
collegamento tra le diverse unità. Non appena decisi i punti
principali della spedizione, aveva perseguito spietatamente la sua
strategia, incalzando il nemico che si era precluso ogni possibilità di
ottenere clemenza dopo le atrocità commesse contro la popolazione
inerme delle terre saccheggiate.
Una volta conclusa quell'impresa, aveva lanciato la cavalleria
contro i Danesi, che al momento costituivano la minaccia più grave.
I fieri guerrieri di Horsa avevano dato prova di essere più
pericolosi della marmaglia di Carthac, che era stata sbaragliata dalla
fanteria, e Horsa stesso si era dimostrato condottiero di grandi
capacità quando si era confrontato con la potenza della cavalleria di
Camelot. La battaglia senza né vincitori né vinti, combattuta il
giorno in cui mi ero infiltrato nell'accampamento di Ambrogio,
aveva insegnato molte cose a Horsa: aveva imparato che, trovandosi
su un'altura e utilizzando la tecnica del muro di scudi, poteva
proteggersi dalla nostra cavalleria come se fosse stato al riparo di
una fortezza. Da quel giorno combatteva tenendo d'occhio i terreni
elevati e curando la compattezza della propria difesa. Gli erano
servite anche le mie solitarie imprese durante le quali ero riuscito a
seminare la paura uccidendo e avvelenando. Dopo tre mesi di terrori
notturni, i Danesi avevano abbandonato l'abitudine di combattere in
piccole unità indipendenti. La "vendetta di Merlino" li aveva
compattati e ora costituivano un corpo coeso, un vero esercito di
tremilacinquecento soldati forti e coraggiosi, che si muovevano
come un'unica, possente entità.
La cavalleria di Artù era micidiale per i Danesi quando venivano
colti all'aperto e di sorpresa, ma erano occasioni ormai rare che non
si presentarono più dopo la prima fase del conflitto. Horsa aveva
capito che un attacco poteva essere sferrato in ogni momento, e
quindi teneva sempre raccolti i suoi uomini, pronti a levare il muro
protettivo di scudi per tenere a debita distanza la cavalleria. Quel
punto di forza aveva però anche un lato debole: i suoi valorosi
soldati non potevano usare le bipenni, di cui erano armati, mentre
tenevano gli scudi levati e quasi agganciati gli uni agli altri. Inoltre
era una tattica difensiva che aveva la meglio sulla cavalleria soltanto
se applicata su un terreno in pendenza, con i cavalieri in basso,
perché su un campo piatto l'impatto dei cavalli riusciva ad abbattere
lo schieramento. Quando invece il nemico attaccava cercando di
risalire il fianco di una collina costituiva un ottimo bersaglio per i
lunghi archi degli arcieri.
Il conflitto era diventato quindi uno scontro tra due tattiche, la
postazione a testuggine e quella a istrice, senza che nessuna delle due
riuscisse a prevalere e conseguire una vittoria decisiva, ma le forze
danesi si dissanguavano nello stillicidio di una guerra di attrito. La
cavalleria di Artù impediva loro di accedere alla pianura e, sparsi tra
le colline, non ottenevano risultati degni di nota. A merito di Horsa
va detto che, resosi ben presto conto della situazione, aveva
cominciato ad arretrare, conducendo il suo esercito verso la costa,
combattendo duramente metro per metro e perdendo sulle colline
molti uomini che furono abbattuti dalle frecce dei micidiali archi di
Pendragon. Artù aveva continuato a incalzarli, lanciando di tanto in
tanto la cavalleria contro il muro di scudi. Li aveva inseguiti fino alla
costa, dove la flotta aspettava Horsa e i suoi uomini per riportarli
nelle loro terre. In prossimità del mare Artù aveva fermato la sua
avanzata e disposto la cavalleria in modo da formare una barriera
invalicabile intorno alla spiaggia. Avrebbe potuto sterminare i Danesi
ma non l'aveva fatto. Mi spiegò in seguito le ragioni della sua
clemenza: Horsa, guerriero coraggioso e capace, aveva capito che
era impossibile conquistare la Cambria. Non sarebbe ritornato. Artù
Pendragon rimase a guardare la flotta nemica che levava l'ancora e
veleggiava verso la salvezza.
In seguito, Artù venne a sapere che Connor Mac Athol aveva
incalzato quella flotta fin dal suo arrivo, arrecandole numerosi
danni. Come lupi affamati, le biremi e le galee di Connor si erano
appostate intorno al tratto di mare in cui era all'ancora, evitando lo
scontro aperto con i vascelli che cercavano di contrattaccare e
facendo invece continue incursioni, bruciando e affondando le navi
di giorno e di notte. Di conseguenza, la flotta che era salpata dalla
Cambria era molto inferiore a quella che era approdata sulle sue
sponde, e ogni imbarcazione aveva dovuto portare un carico di
uomini molto più numeroso di quanto non si fossero aspettati i
capitani.
Nel frattempo mi era stato negato di coronare uno dei miei sogni
più ardenti. Peter Ironhair era morto e la notizia era stata per me
come cenere amara in bocca. Molte volte Ambrogio mi aveva detto
che passavo troppo tempo a rimuginare su Ironhair e su come mi
sarei vendicato il giorno in cui ci fossimo trovati faccia a faccia. Ora
che erano svanite le mie speranze di vendetta, mi sentivo
curiosamente sollevato, non più oppresso dal fardello dell'odio che
per tanto tempo aveva gravato sul mio animo. Le cose erano andate
così. In qualche modo si era inimicato Horsa, il suo alleato, e ne
aveva pagato le conseguenze con la vita; nessuno di noi avrebbe mai
saputo come e perché era accaduto. Mi turbava tuttavia che, così
come Ironhair mi aveva detto in sogno, si fosse avverata la sua
promessa. Non lo rividi più, e non lo rivide nessun altro a Camelot,
tranne Filippo che, nel corso di una perlustrazione, si imbatté nel suo
cadavere appeso a un albero nell'accampamento dei Danesi. Non mi
sfuggì l'ironia del fatto che il suo predecessore in Cornovaglia,
Gulrhys Lot, aveva subito lo stesso destino: impiccato a un albero da
mani ignote.
Tutto questo era avvenuto prima della fine dell'estate, pochi mesi
dopo la mia partenza dalla Cambria. Avendo tempo a propria
disposizione, non pressato da altri affari più urgenti, Artù si era
adoperato per consolidare le vittorie. Aveva inviato in tre successive
spedizioni, delegando il comando a Filippo e affidando il trasporto
alle massicce triremi di Connor, un forte contingente di cavalieri e
fanti in Cornovaglia, al fine di snidare Ironhair e i suoi infidi e
malvagi seguaci. Lui stesso poi aveva condotto, con azione fulminea,
il resto del suo esercito a nord, lungo le pendici occidentali della
catena montuosa che divide in due la Britannia.
E aveva lanciato il suo messaggio: era tempo che i popoli della
Britannia si unissero per respingere gli stranieri. Camelot era la
roccaforte contro gli invasori e avrebbe accolto chiunque avesse
deciso di battersi per cacciarli lontano dalle sue sponde.
Non era mancata l'opposizione al suo progetto, ma era stata
debole. La vista delle migliaia di cavalieri pesantemente armati che lo
seguivano aveva avuto un effetto rassicurante e pacificatore perfino
per quei re che avrebbero potuto sentirsi minacciati dal suo arrivo.
Prima che avesse raggiunto il Vallo di Adriano e da lì, seguendone la
direzione, avesse puntato a oriente verso il mare che separava la
Britannia dai suoi possibili invasori, già la fama lo aveva preceduto.
Aveva proseguito a sud, fino al punto in cui la strada superava un
largo fiume in prossimità del vecchio forte romano di Longovicum.
Qui la guarnigione locale era assediata da un numeroso esercito di
Sassoni che dalla costa avevano risalito il fiume per circa venti miglia.
Approfittando del fattore sorpresa, Artù aveva diviso il suo esercito
in due parti e attaccato immediatamente, incendiando con frecce
infuocate le lunghe imbarcazioni nemiche e distruggendo gli
assedianti. Il re di quella regione era Vitico, ora presente a
Verulamium per assistere alla cerimonia dell'incoronazione.
Prima che fosse passato un anno da quando aveva preso il
comando, Artù Pendragon aveva percorso in lungo e in largo la
Britannia, raccogliendo le diverse genti e i loro re e persuadendoli a
unirsi in un fronte comune contro gli invasori. Si era reso conto nel
frattempo che Camelot non era l'unico insediamento romano di quel
tipo, ma nessun altro era così solido e forte e nessun altro disponeva
di una cavalleria.
Al suo ritorno gli avevo dato in dono sia l'armatura che era stata
mia, dicendogli che ormai non mi serviva più, sia quella, ancora più
bella, che era stata di suo padre. Ne era rimasto profondamente
commosso e gli occhi gli si erano velati di lacrime, ma aveva preso a
indossare la mia affermando che era quella di Camelot. L'altra,
appartenuta a suo padre, dichiarò, l'avrebbe usata nelle cerimonie
ufficiali in segno di omaggio a Uther.
«Merlino? Perdonatemi, amico mio, non era mia intenzione
spaventarvi arrivando all'improvviso.»
Non avendo sentito la porta aprirsi alle mie spalle, ero saltato in
piedi e avevo rovesciato un po' di idromele. Mi ripresi rapidamente
e tranquillizzai Enos. Sorrise e, togliendosi dalle spalle il pesante
mantello, si avvicinò al mio giaciglio. Gli riempii la coppa di acqua e
tagliai una fetta di formaggio. Accettò il pasto frugale con parole di
gratitudine.
«Non avete incontrato difficoltà?» mi chiese.
«No, ma per poco Artù non mi ha colto in flagrante.»
Ridacchiò piano mentre gli raccontavo l'accaduto; poi descrisse
come si sarebbero svolte le cose il giorno successivo. Mentre parlava,
mi sorpresi a confrontare la voce quieta di quel momento con la
voce che era solito usare quando impartiva ordini. Non più giovane,
era scarno e curvo sotto il fardello della sua missione pastorale, che
lo costringeva a continui viaggi nel freddo e nel gelo per portare la
Parola al suo gregge anche negli angoli più remoti. Eppure in ogni
cosa che intraprendeva dimostrava energia, sapeva infondere
sicurezza ed era stato infaticabile nel convincerci che tutto si sarebbe
svolto secondo i piani e che la cerimonia sarebbe stata uno
spettacolo quale non si era mai visto in Britannia. Che molte fasi
dovessero essere preparate in gran segretezza era un fattore che
stimolava il suo entusiasmo, ed era riuscito a gestire i complessi
rapporti con la congregazione dei vescovi, sparsi su un vasto
territorio, con l'accortezza che un bravo capitano mostra nel
condurre le sue legioni.
Negli incontri avuti quel pomeriggio aveva spiegato con passione
ai convenuti la storia del grande teatro costruito dai Romani e
illustrato la cerimonia che vi avrebbe avuto luogo. Al pari di tutti gli
altri, ero rimasto ad ascoltarlo affascinato. Aveva poi dato le
istruzioni necessarie per trasformare il teatro in un'ecclesia e dare al
luogo del passatempo la maestà del luogo di devozione. E
nell'impartire la benedizione che sanciva quella diversa destinazione
dell'edificio, una lunga processione aveva cominciato a sfilare sotto
lo sguardo incantato della folla. Più di cento vescovi, preceduti dai
turiferi che diffondevano intorno nubi di incenso, erano avanzati,
cantando all'unisono la solenne preghiera della fede cristiana, quale
era stata definita nel Concilio di Nicea svoltosi più di un secolo
prima.
Dietro ai vescovi, raccolti in semicerchio sulla piattaforma alle
spalle di Enos, si erano posti i prelati di rango minore, reggendo una
semplice tavola di legno, una tovaglia candida ripiegata, un masso di
pietra verde molata, meravigliosamente sagomato da un capace
artigiano. E mentre Enos aveva descritto ogni passo di quella
procedura, la pietra, collocata sul drappo bianco che ricopriva la
tavola, era stata benedetta con acqua santa. Era arrivata, spiegò
Enos, quel giorno da Camelot, ma era stata originariamente raccolta
a Verulamium, su richiesta e sotto la supervisione del vescovo
Alarico. Era bello che la pietra dell'altare venisse da Camelot e che
fosse il vescovo di Verulamium a consacrarla. Conteneva la reliquia
di un santo che, al tempo dei Romani, aveva immolato la sua vita
per la fede; quella presenza trasformava il teatro in luogo di culto.
Così dicendo, Enos aveva tolto dalla fusciacca una grande croce
d'oro di semplice fattura e l'aveva infilata nell'incavo della pietra,
completando la cerimonia della consacrazione.
A quel punto aveva preso a narrare la storia dell'Ultima Cena di
Nostro Signore, della consacrazione del pane e del vino, e tutti i
presenti, uomini e donne, si erano fatti avanti per ricevere l'eucaristia
dai vescovi che prendevano le ostie da grandi cesti, le benedivano e
le consacravano. Concluso il sacramento, Enos aveva descritto la
Passione e la Crocifissione di nostro Signore alla terza ora dopo il
mezzogiorno, e la sua preghiera si era conclusa proprio allo scoccare
di quell'ora. Poi, accompagnato dalle voci di tutta la congregazione,
aveva intonato di nuovo il Credo di Nicea, cui era seguito un lungo
momento di silenzio.
Il mondo, aveva pronunciato con voce possente, era immerso
nella tenebra spirituale e vi sarebbe rimasto fino all'alba del terzo
giorno quando, con la Resurrezione della carne, avrebbe esultato e
l'umanità avrebbe conosciuto la salvezza e il rifiorire della speranza.
Mentre così parlava, un gruppo di vescovi aveva ricoperto con
drappi viola e nascosto alla vista tutti i simboli della Chiesa - i
candelabri, gli emblemi sacri, le croci, gli ostensori - quindi i presenti
erano stati benedetti e congedati.
Non ero mai stato soggiogato dai riti della religione, ma la
cerimonia semplice e al tempo stesso complessa officiata da Enos mi
toccò in fondo all'anima e ancora una volta provai rammarico che
Tressa non potesse essere lì a condividere quell'emozione.
All'improvviso, mi resi conto che Enos aveva smesso di parlare e
che non sapevo quale argomento aveva trattato. Mi sentii in colpa e
arrossii.
«Enos,» dissi «ora tocca a me chiedervi scusa. Ero con la mente
lontanissimo da qui, intento a pensare alla magnifica cerimonia cui
ho assistito oggi. Ma non c'è perdono per le cattive maniere. Da
quando sono entrato, non ho fatto che sognare. Sono stanco e
dovrei essere a letto. Posso ritirarmi?»
«Certamente» rispose con sguardo benevolo. «Anch'io dovrei
andare a dormire. Dio vi benedica, Caio Merlino, dormite bene.»
Il giorno successivo fu tranquillo. Invece di espormi agli sguardi
curiosi, non volendo suscitare paura nella folla che ora riempiva la
città oltre la sua capienza, passai la giornata nel mio alloggio,
osservando da una finestra del primo piano quanto accadeva fuori.
Dappertutto si aggiravano soldati, e non tutti venivano da
Camelot, ma non c'erano disordine e confusione. Molti dei sovrani
avevano portato il loro seguito: consiglieri, guardie del corpo, mogli
e figli, domestici; i colori dei loro abiti, delle loro uniformi, delle
loro armi riempivano le strade e davano gaiezza e allegria a
quell'occasione di incontro, sebbene fosse di natura religiosa. Alla
festosità diffusa contribuivano in gran misura i venditori ambulanti,
scaturiti dal nulla come spesso fanno, per approfittare di quel gran
concorso di gente e vendere non solo cibo e bevande ma anche
ninnoli, ornamenti e qualsiasi cosa potesse attirare un acquirente.
C'era, tuttavia, in quell'allegrezza diffusa un tocco di pacato
raccoglimento: sarebbe stato infatti un giorno di assorta riflessione
sui mali di un mondo che era arrivato a condannare e crocifiggere il
Figlio di Dio, un giorno di preghiera tra le tenebre dell'anima e la
luce della Resurrezione che avrebbe rischiarato il giorno successivo.
Verso sera fui convocato urgentemente da Artù che mi chiedeva
di raggiungerlo il prima possibile nel suo alloggio.
Senza difficoltà attraversai le strade affollate diretto al suo
accampamento, mentre al mio passaggio la gente si faceva in
disparte come le onde del mar Rosso davanti a Mosè. Pensai
cupamente che doveva esserci qualcosa di repellente nel mio modo
di camminare e vestire. Ma il disagio scomparve immediatamente
non appena vidi Artù. Aveva il viso segnato dalla preoccupazione e,
quando arrivai, stava impartendo una serie di ordini chiari, assennati
e precisi al centinaio di capitani raccolti intorno a lui. Vedendomi
entrare mi fece segno che mi avrebbe raggiunto subito. Mi ritirai in
un angolo e aspettai, leggendo rispetto, paura, talvolta ostilità negli
sguardi che mi fissavano furtivamente e si distoglievano non appena
cercavo di intercettarli. Artù alla fine congedò tutti e mi si avvicinò.
Era vestito come la notte precedente, salvo che non portava né il
mantello né l'elmo.
«Qualcosa non va, Artù?»
«Tutto, Merlino. Nelle ultime tre ore mi sono pervenute brutte
notizie, l'una dietro l'altra, fitte e compatte come grandine. Sono
preoccupato.»
«Raccontami.»
Strinse le labbra e respirò a fondo. «La notte scorsa ti ho detto che
i Danesi di Horsa si raccoglievano fuori Lindum. Ora si stanno
muovendo. Mi ha informato Bedwyr poco dopo mezzogiorno. Ma
non basta. Meno di due ore dopo mi sono arrivate altre notizie da
Gwyn. Lui e Ghilly sono nelle terre degli Angli, a sud di dove si trova
Bedwyr, nel regno di Cuthric. Anche lì c'è fermento. Dai loro
insediamenti, i Sassoni continuano con le loro incursioni massicce e
pesanti, e si muovono verso occidente, da quanto ci informa Gwyn.
Si scontreranno con i Danesi di Horsa che avanzano verso
meridione.»
«Se si scontreranno, sarà un bene per te: si ammazzeranno l'un
con l'altro.»
«Stanno avanzando verso occidente anche i Danesi del Weald. Gli
uomini di Benedetto si attengono agli ordini rigorosi che ho dato:
stare a guardare ma non impegnarsi in uno scontro. L'ho saputo
meno di un'ora fa. Ben mi chiede l'autorizzazione ad attaccare. Non
gli piace il modo in cui si spostano: troppo numerosi, secondo lui,
troppo disciplinati e ben organizzati perché si apprestino a compiere
una semplice incursione.»
«E gli altri, Bedwyr e le sue truppe di ricognizione? Anche loro
retrocedono?»
«Sì, tutti. Sono questi gli ordini che ho impartito: osservare,
ritirarsi davanti alla minaccia senza attaccare e tenermi informato
costantemente. Ho ricevuto notizie da quasi tutti, e qualcosa dentro
di me mi dice che la situazione laggiù è più grave di come appare.
Per questo ho ritenuto opportuno prendere queste misure.»
«Quali misure? Non capisco quello che dici.»
«Se i Danesi e i Sassoni avessero concordato un punto di incontro
e non si muovessero alla cieca l'uno contro l'altro? Se avessero stretto
alleanza? È un'ipotesi temibile, che acquista consistenza dai rapporti
che mi ha inoltrato Ben. L'istinto mi dice che non abbiamo tempo da
perdere. Ho ordinato all'esercito di raccogliersi all'alba, tutti, nel
campo antistante il teatro. Sarò incoronato a mezzogiorno. Entro la
metà del pomeriggio voglio che i soldati siano schierati oltre i confini
della città, a distanza di sicurezza per la comunità, sulle alture, pronti
a muoversi in una qualsiasi direzione. Penso proprio che intendano
venire qui, a Verulamium.»
Non credevo che le conclusioni da lui tratte avessero un
fondamento reale e logico, ma io stesso gli avevo insegnato a dare
credito alle proprie convinzioni in momenti simili. «Se è così, quanto
tempo ci metteranno ad arrivare?»
«Da Lindum a qui,» disse stringendosi nelle spalle «ci sono più di
cento miglia, quasi centotrenta. Il che vuol dire che impiegheranno
sette giorni. Sono partiti quattro giorni fa. Il messaggero di Bedwyr
ha stroncato il suo cavallo a forza di sproni per venire a informarci il
prima possibile. Ma, nel frattempo, i due eserciti si sono già uniti, se
quanto sospetto è vero. Potrebbero essere qui domani, se avanzano
a marce forzate, ma più probabilmente compariranno dopodomani
e, se Dio ci aiuta, anche più tardi. Ma questa stessa velocità di marcia
la terranno gli uomini che vengono dal Weald, e questi sono molto
più vicini. Ho dato ordine di levare l'accampamento e radunarsi
domani all'alba. Non possiamo correre il rischio di farci cogliere
impreparati.»
«Lo so, Artù, ma le mie preoccupazioni sono più immediate. Se si
sparge la voce, potrebbe diffondersi il panico in città e rovinare tutto
ciò che abbiamo preparato.»
«Non lo faremo sapere. Ho preso le precauzioni necessarie.
Soltanto i miei uomini sono al corrente. I soldati saranno richiamati
nelle caserme e lì resteranno confinati per tutto il giorno.»
Annuii. «Per quanto possa valere a questo punto il mio parere, ti
dico che hai agito nel modo migliore. Credo però che sarebbe un
bene se le truppe potessero assistere alla cerimonia
dell'incoronazione. In tal modo, anche se si sparge qualche voce
inquietante - quando mai una voce non si è sparsa? - la gente,
vedendo
l'esercito
che
disciplinatamente
presenzia
alla
manifestazione, si tranquillizzerà.»
Mi fissò a lungo. «Non è possibile, se non altro perché non c'è
abbastanza spazio per tutti i soldati.»
«Sì, ce n'è. Il teatro accoglie settemila persone sedute. Ieri i chierici
di Enos hanno calcolato che i presenti saranno meno di cinquemila,
ma bisogna considerare che alcuni sono arrivati in ritardo e quindi
domani potrebbero esserci davvero cinquemila persone. Ma
rimangono duemila posti a sedere vuoti e ampio spazio per altri
mille in piedi intorno alle pareti.»
«I miei uomini sono più di seimila.»
«Tiriamo a sorte. Convincili che presenziarvi sia un privilegio.
Sono sicuro che faranno a gara tra loro per accertarsi che le cose
siano fatte per bene. I tuoi capitani dovrebbero partecipare tutti, ma
ciò non è possibile. Tiriamo a sorte anche tra di loro. Un ufficiale su
quattro resterà in servizio; per i sottufficiali la regola sarà che due su
quattro saranno in servizio. In questo modo riempiamo tremila
posti, ma sono sicuro che troveremo lo spazio per accoglierne
quattromila. A parte la funzione di tranquillizzare gli animi, mi
piacerebbe vedere i soldati presenti, e tu, Artù, avresti solo da
guadagnare da questo. Ti vedranno incoronato dai vescovi con la
benedizione della Chiesa. Sapranno che il loro comandante è un re,
unto dal Signore.»
«Ci penserò» disse sospirando. «Quanto al resto... approvi gli
ordini che ho impartito? Non ho solidi argomenti, ho obbedito
all'istinto.»
Sorrisi leggendo il fervore della sua espressione. «Che importa
quello che penso io? È stata una tua decisione, giusta o sbagliata.
Personalmente credo in tutta sincerità che tu abbia fatto bene.»
Per la prima volta da quando ero arrivato mi restituì il sorriso.
XIX.
Su suggerimento di Enos - un suggerimento sorprendente e
assennato - mi avviai verso il teatro il mattino di Pasqua vestito
come uno dei suoi vescovi: non indossavo più la mia lunga veste
nera, ma un paramento bianco altrettanto lungo e fornito anch'esso
di cappuccio. Faceva molto freddo, il cielo era nero di nubi, e
mentre il vento pungeva attraverso l'abito talare da cerimonia,
rimpiangevo il mio pesante mantello di lana. Ma la sostituzione mi
era stata utilissima perché lungo il mezzo miglio che avevo percorso,
nessuno della folla mi aveva riconosciuto né prestato attenzione,
salvo che per lanciare qualche occhiata curiosa al piccolo scrigno che
portavo e forse chiedersi che cosa contenesse. Nella solenne
processione sfilavano centoventi prelati, e io ero l'unico mago nelle
quattro file del corteo. Non appena eravamo passati, la folla si
chiudeva dietro a noi e ci seguiva verso il maestoso edificio che
sorgeva oltre le mura cittadine, su una distesa priva di alberi.
Mi giunsero dei mormorii - anche dai vescovi - quando fu chiaro
che si era raccolto l'intero esercito di Artù, con le schiere allineate
dietro i vessilli, i soldati rigidamente seduti con l'aria di essere pronti
a scattare. Nei pressi del teatro il corteo si snodava attraverso le
formazioni militari. Non appena l'accolito, reggendo una lunga asta
sormontata da una croce avvolta in un drappo viola, aprì la
processione, i capitani militari emanarono con voce possente un
ordine e tutti i reggimenti si misero sull'attenti in segno di rispetto
verso i vescovi.
Strinsi più forte tra le mani lo scrigno di legno. Custodiva,
appoggiata su uno splendido cuscino che anni prima Tressa aveva
ricamato per farmene dono, la corona d'oro forgiata appositamente
per adattarsi alla testa di Artù. Era un semplice cerchio, non più alto
di un pollice, una fascia d'oro sobria e liscia, priva di ogni
decorazione salvo una croce sulla parte anteriore, e nella parte
posteriore un elegante nastro annodato i cui lembi finivano con una
ghianda. Non avevo idea di come fossero state le antiche corone
militari romane, ma avendo visto e ammirato la semplicità di quella
di Athol Mac Iain, ne avevo copiato il modello chiedendo ai migliori
artigiani della Colonia di eseguire il lavoro sulla base della mia
descrizione.
Nel momento in cui stavamo per entrare nel teatro, vidi Artù. Il
mio sguardo fu attratto dallo splendore del manto porpora e oro
che indossava, lo stesso mantello, unico e perfettamente
distinguibile, che una volta avevo inseguito lungo le coste della
Cornovaglia. Lo scorsi di spalle. Stava con i gomiti aperti e le gambe
allargate, sicché sulle sue spalle era maestosamente visibile il drago
dorato, ad ali spiegate, del vessillo di suo padre. Scorgendolo a testa
scoperta, ne dedussi che teneva l'elmo sul fianco, sotto il manto
purpureo. In quel momento mi accorsi che stava parlando a
Benedetto e ad altri ufficiali, che apparivano stanchi del viaggio e
tuttavia intenti ad ascoltare il loro condottiero. Capii
dall'atteggiamento di Artù che qualcosa di grave era nell'aria.
Affidando lo scrigno al chierico che mi stava a fianco, gli dissi di
consegnarlo a Enos e immediatamente mi staccai dal corteo.
Scorgendo con l'angolo dell'occhio la mia veste bianca, Artù
aggrottò la fronte, impaziente, comunicando con l'espressione del
viso che non aveva né il tempo né la voglia di conferire con un
prelato in un momento come quello. Mi avvicinai a lui: stava per
volgersi con ira quando sentì sul braccio la mia mano.
«Sono io, Artù. Ho solo cambiato il colore della veste.»
«Merlino!» Si girò di scatto, ignorando il tono leggero, quasi
frivolo, delle mie parole. «Grazie al cielo, sei qui! Dobbiamo
rimandare... rimandare la cerimonia.» Con un cenno della mano
indicò la processione che affluiva verso l'arena. «Dovremo annullare
la celebrazione, rinviarla a un momento più propizio. Devo partire.
Stavo per dare l'ordine di metterci in marcia.»
Mi scrutò dalla testa ai piedi, osservando l'insolita veste che
indossavo, ma non lessi sul suo viso alcun lampo di curiosità o
interesse. Scorsi dietro a lui numerosi uomini, compresi alcuni
capitani, che ci guardavano con aria interrogativa. Sapevo che alcuni
di loro, soprattutto quelli che un tempo erano stati soldati, non
avrebbero esitato ad avvicinarci.
La rabbia che palesemente gli ribolliva dentro avrebbe potuto
esplodere a quella innocente provocazione, e non avevo voglia di
assistere a un incidente spiacevole proprio quel giorno. Lanciai
un'occhiata a Benedetto, che mi rispose con un grave cenno d'intesa,
quindi uno a uno fissai gli altri.
«Venite» dissi. «Qui ci sono orecchi avidi di cogliere ogni parola.»
Li condussi a qualche passo di distanza, dove nessuno avrebbe
potuto sentirci e avvicinarci senza che avessimo il tempo di
avvertirlo di tenersi discosto. «Artù, che cosa succede?»
«Un'invasione, Merlino. Un'invasione immensa, massiccia, quale
non si è mai vista in Britannia, neppure quando sbarcarono i
Romani. Migliaia di galee... gli uomini di Ben non sono riusciti a
contarle.»
«Santo cielo! Ben, eri nel Weald?»
«Sì, ci sono stato. Ma, obbedendo agli ordini, ci siamo ritirati,
tenendoci a buona distanza dal nemico per non essere visti. Si sono
diretti dapprima verso nord, poi verso nord-est, alla volta di
Londinium. Lì per poco non abbiamo perduto tutto, compresa la
vita. Tenevamo d'occhio il nemico che procedeva dietro a noi, un
intero esercito. Ma erano soltanto una pattuglia rispetto a quello che
abbiamo trovato in loro attesa alle nostre spalle. Non è soltanto una
flotta di invasori. Ne abbiamo già viste. Questa è una flotta che
comprende varie flotte. Il Tamigi brulica di navi, da Londinium al
mare, per oltre quaranta miglia. Su entrambe le rive quasi non c'è
più uno spazio libero per attraccare una barca.»
«Come fai a sapere tante cose? Sei andato in ricognizione sulle
rive del fiume?»
«No» rispose. «Abbiamo incontrato alcuni Angli che scappavano
da quelle terre e ci hanno raccontato ciò che accadeva. È stata la
loro fuga a metterci in allarme, appena in tempo per non finire tra i
Sassoni. Londinium è invasa e funge da punto di raccolta di questi
uomini, chiunque essi siano. Stando agli Angli, sono di ceppo
sassone, non danese. Altro non so. Come ha detto Artù, ci siamo
accostati abbastanza per vederli, ma abbiamo perduto il conto delle
loro navi. Dio solo sa quanti sono gli invasori! È stato un miracolo se
siamo riusciti ad arrivare qui, nascondendoci e scivolando via senza
farci accorgere. Ci abbiamo messo molto tempo. Ti giuro, Merlino,
nessuno di noi ha mai visto niente di simile. Queste terre pullulano
di Sassoni. Presto saranno qui a Verulamium.»
Mi mordevo il labbro, sconvolto dalle cose che Benedetto diceva
e dalla loro immensa portata. Non ero sorpreso che Artù si
apprestasse ad annullare la cerimonia fissata per quel giorno. Sarebbe
stato un suicidio non farlo. Ma cercai di ragionare con lucidità.
«A che distanza sono i nemici, Ben? La loro avanguardia, voglio
dire.»
Si concentrò prima di rispondere. «Parecchie ore. Ci siamo mossi
in fretta, non appena abbiamo capito che non ci avrebbero visti.
Potrebbero essere qui stanotte.»
«Ci sono probabilità che trovino qualcuno che si oppone alla loro
avanzata?»
«Non a Londinium. La città è perduta. Forse, se quello che dice
Artù è vero, si sono fermati lì, in attesa di Horsa. Ma non ci
scommetterei. C'è tra noi e loro un piccolo schieramento di nostre
truppe, ma saranno un ben fragile baluardo se quei bastardi
avanzeranno in massa.»
Fissai Artù e prima di rivolgermi a lui rimasi a riflettere per
qualche tempo. «Devi prendere una decisione, comandante, ma se
hai mai dato credito ai miei consigli, lascia che ti dica quello che
penso prima di impegnare te stesso e i tuoi soldati in un'impresa di
guerra.»
Era chiaro che non gradiva la mia interferenza, ma strinse i denti
per resistere alla tentazione di dirmi chiaro e tondo che la
responsabilità del comando era sua, soltanto sua.
Volse la testa dall'altra parte per guardare le schiere immobili dei
soldati.
Era teso, lo si vedeva, e cercava di mantenere la calma. Alla fine,
placò l'ondata di impazienza, le spalle gli ricaddero e si girò dalla
mia parte, annuendo.
«Molto bene» disse con voce tranquilla. «Dimmi che cosa hai in
mente. Non mi hai dato cattivi consigli in passato, e adesso più che
mai ho bisogno di un saggio avvertimento.»
«Le mie parole sono soltanto per le tue orecchie, Artù» lo
ammonii.
«Le ascolterà anche Benedetto, il primo ufficiale dopo di me. Ne
saranno informati anche Terzio Lucca, Rufio, Falvo e Filippo.» Si
volse verso coloro che non aveva nominato. «Posso chiedervi,
signori, di trovare questi quattro ufficiali e di mandarli direttamente
da me?» Gli uomini stavano per accomiatarsi, ma lui li trattenne.
«Ancora una cosa. So che non è necessario che ve lo dica, ma siete al
corrente di notizie... pericolose. Vi chiedo quindi di non parlarne,
neppure tra voi. Una loro prematura diffusione potrebbe essere
disastrosa.» Gli uomini si misero sull'attenti e subito dopo si
allontanarono in fretta.
Non appena se ne furono andati, Artù mi guardò.
«Che cosa progetti di fare, Cay?» Pareva nello stesso tempo
giovanissimo e precocemente invecchiato.
«Non intendi aspettare gli altri?»
«No, ci vorrebbe troppo. Comunicheremo
arriveranno, quello che è opportuno sappiano.»
loro,
quando
«Molto bene.» Trassi un lungo sospiro. «La tua prima reazione
istintiva è stata di rimandare la cerimonia di oggi. Ti capisco; l'ho
pensato anch'io al sentire le notizie che ci ha portato Ben. Ma poi è
intervenuto il buon senso. Hai sentito Ben. Malgrado tutte le nostre
paure e le peggiori aspettative, è previsione assennata ritenere che il
nemico non sarà qui prima di stasera, il che vuol dire non prima di
domattina, perché nessuno che abbia un po' di cervello ingaggerebbe
battaglia di notte.
Pensaci, Artù: sarebbe una follia sospendere la cerimonia ora che
ogni cosa è stata organizzata. Il rito fissato per oggi è molto di più di
una cerimonia, è una consacrazione. Non possiamo sospenderlo e
rimandarlo a data da destinarsi. È il punto culminante di un progetto
maturato per anni...»
«Sì, ma premono circostanze urgenti!»
«No, Artù, non c'è niente di più importante. Credevo che volessi
ascoltarmi fino in fondo.»
Annuì, con l'aria di chi vuole chiedere scusa. «Perdonami.
Continua, ti prego.»
«Non esiste evento più urgente né causa più nobile di quella che
oggi si compirà qui. Sono convenuti a Verulamium tutti i vescovi per
celebrare la Pasqua e la Resurrezione del Signore, il nostro Salvatore.
Anche tu sei un salvatore ai loro occhi, Artù! Il salvatore della
Britannia e della fede cristiana. Per questo ci troviamo a Verulamium
e non a Camelot. Non esiste a Camelot un luogo abbastanza degno
e grande per accogliere un raduno di questo significato. La cerimonia
deve svolgersi qui, nell'antico cuore della Britannia, dove stanno
convenendo migliaia di persone. Davanti a loro tu sarai dichiarato e
proclamato dai rappresentanti di Cristo stesso re della Britannia. La
Chiesa ti ha convocato qui oggi, la Chiesa ha convocato qui tutti i
sovrani dei regni minori della Britannia perché vedano che i vescovi
ti incoronano e, benedicendoti, ti danno il loro appoggio. Tu, il
capitano della cavalleria di Camelot, sei l'unica speranza realistica
che la Britannia abbia di respingere gli invasori e vegliare che gli
uomini possano vivere come hanno scelto.» Tacqui in attesa di una
sua risposta, poi gli chiesi: «Hai sentito quello che ti ho detto, Artù?».
Si umettò le labbra; il viso era pallido. «Sì.» La risposta era un
sussurro.
«Bene, e adesso l'aspetto pratico. Se vado subito da Enos e gli
spiego come stanno le cose, accetterà, ne sono sicuro, di abbreviare
il rito e procedere senza indugi alla benedizione dell'Eucaristia. Fatto
questo, può dare immediatamente inizio all'incoronazione ponendo
sulla tua testa la corona di difensore della fede in Britannia e
chiedendoti di impegnare tutte le tue forze e risorse a protezione
della religione di Cristo contro i nemici di Dio. Si può concludere in
due ore, e ti rimarrà mezza giornata, prima che scenda la notte, da
dedicare ai preparativi per affrontare l'invasore.
Sarà un utile impiego del tempo. Noi sappiamo che cosa ci
aspetti. Pensa a quello che te ne verrà: avrai la benedizione di Dio
stesso, sarai il difensore della Chiesa, consacrato da una cerimonia
alla quale hanno solennemente partecipato i re e i popoli della
Britannia, e il tuo stesso esercito. Quale maggiore incitamento per i
tuoi soldati a scendere in guerra con fiducia e speranza?»
Artù mi ascoltava con gravità, e la sua espressione lo faceva
sembrare più vecchio dei suoi anni. Annuì. «E così sia. Mi hai
convinto. Procediamo in fretta.»
«Sì. Mentre io conferisco con Enos, tu fa' sfilare le tue truppe nel
teatro, come avevamo previsto. Spero che avrai già effettuato i
sorteggi.»
«È tutto pronto.» E rivolto a Benedetto disse: «Ben, trasmetti gli
ordini. Terzio Lucca aspetta». E volgendosi di nuovo a me: «Caio
Merlino, sono nelle tue mani per la prossima ora. Cercherò di
prestare attenzione a quello che succede. Sei ancora dell'idea che
debba colpire la roccia con la spada, una volta che la cerimonia
dell'incoronazione sarà conclusa?».
Gli sorrisi. «Sì, Artù. Fallo per me.»
Assistetti allo svolgimento della cerimonia nascosto dietro un arco
del colonnato che coronava la sommità dell'enorme edificio. Il
teatro traboccava di gente; i soldati di Artù erano schierati contro il
muro in triplice fila. Il corridoio mediano, che dall'entrata scendeva
gradualmente fino ai piedi dei gradini dell'altare, era l'unico spazio
libero; i passaggi che si irradiavano da quel punto centrale erano
affollati. Una volta completata la consacrazione del pane e del vino,
sarebbe stato impossibile distribuire l'ostia eucaristica a tutti i
presenti. L'avrebbero fatto i vescovi successivamente, nei prati
circostanti l'edificio.
In prima fila, nei posti d'onore riservati agli ospiti più illustri,
sedevano le autorità civili di Camelot. C'erano Shelagh, Ludmilla,
Turga, che era stata la nutrice di Artù e ora aveva il volto segnato
dall'età; ai due lati di queste tre donne sedevano Luceia e Ottavia, le
figlie maggiori di Ambrogio e Ludmilla, la generazione più giovane
della famiglia dei Britannico, e più in là numerosi consiglieri anziani
di Camelot.
Intorno e dietro a questo gruppo si erano raccolti i re della
Britannia in rappresentanza delle varie regioni che non avevano
ceduto alla forza degli invasori e non avevano accettato il loro
dominio. Erano una trentina; ne conoscevo qualcuno. Vidi Derek di
Ravenglass, Brander Mac Athol con i fratelli Connor e Donuil, questi
ultimi tuttavia un po' in disparte in quanto ospiti e alleati venuti da
oltre i confini naturali della Britannia. Dal mio posto di osservazione
riuscivo a percepire la tensione e la diffidenza dei re locali, che si
tenevano rigidamente in disparte, sebbene fossero tra loro
vicinissimi, divisi da sottili barriere di spazi vuoti, che si premuravano
di non superare.
Lentamente, quasi impercettibilmente, il silenzio si riempì dei
mormorii di quanti si sporgevano per commentare le fasi della
cerimonia. Enos ci volgeva le spalle, intento a conferire con i suoi
vescovi, mentre gli altri prelati se ne stavano nel semicerchio intorno
all'altare consacrato. Il brusio della folla si era accentuato non
appena erano sfilati i soldati di Artù, ma Enos aveva subito tacitato
ogni timore, dicendo che gli uomini in armi erano venuti per
presenziare ai riti della Pasqua e prendere l'ostia consacrata. Ma
adesso di nuovo il vocio dilagava e a ogni istante cresceva di
intensità. Enos si fece avanti levando le braccia, e i sacerdoti con i
quali era rimasto a conferire fino a quel momento scesero dal podio
consacrato e con dignità, a due a due, sfilarono fuori del teatro.
Il silenzio si ristabilì prima che raggiungessero il portale esterno.
Una lieve folata di vento mi indusse ad alzare gli occhi al cielo,
mentre cercavo di reprimere un brivido, non so se dovuto al freddo
o al nervosismo. Se in quel momento fosse cominciato a piovere,
sarebbe stato un disastro.
Osservando Enos, mi resi conto di avere commesso una
sciocchezza ad appollaiarmi in quella postazione in alto, sulla cima
dell'edificio. Da lì non riuscivo a vederlo in viso, ma scorgevo
soltanto la sommità della sua testa. Enos prese a parlare con una
voce assai più sommessa di quella che aveva usato fino ad allora e
faticavo a distinguerne le parole.
Raggiunsi la scala e mi accinsi a scendere i gradini, alti e pericolosi,
per i quali ero salito. Con disappunto mi accorsi che dovevo
muovermi con cautela, aggrappandomi alla ringhiera come un
vecchio curvo. Era una questione di equilibrio: a ogni passo
trascinavo la gamba sinistra, rigida, che rischiava di mancare il bordo
del gradino e di farmi cadere. Dovevo quindi avanzare con il piede
sinistro e, prestando grande attenzione, poggiarvi il peso del corpo.
L'altezza vertiginosa della scala mi era sembrata una inezia
nell'andata, quando vi ero salito facendo forza sulla gamba destra
sana e trascinando la sinistra, debole e rigida.
Ora, nel tragitto inverso, mi sembrava che la fila di gradini si
beffasse di me.
Mi chiesi che cosa avrei fatto una volta arrivato in fondo. Dove
mi sarei diretto? Poi, dimenticando che indossavo i paramenti
vescovili, decisi che mi sarei mescolato alla folla.
Di tanto in tanto, scendendo, mi fermavo ad ascoltare quello che
diceva Enos. Aveva cominciato parlando del Dio di Israele e dicendo
che aveva sempre protetto i suoi servi fedeli e vegliato su di loro.
Passò poi a raccontare dei Maccabei, i guerrieri fieri e ribelli che
avevano combattuto contro i Romani con coraggio e tenacia e
avevano lietamente affrontato la morte per difendere la propria
fede religiosa. Mentre continuavo lungo il corridoio fino alla
successiva rampa di scale, mi chiesi che cosa avessero a che fare i
Maccabei con la Britannia. Quando, al sottostante piano, ripresi ad
ascoltare, Enos era già passato ai Romani e alla regina Boadicea che
aveva lottato contro gli invasori. Cominciava a delinearsi nella mia
mente il quadro del suo discorso e a dipanarsi il filo del suo
ragionamento, sicché non fui sorpreso di sentirlo parlare di Camelot
e delle orde sassoni che minacciavano la Britannia. Vedevo che i
soldati avevano sul viso un'espressione compiaciuta e ammiccavano
l'uno all'altro soddisfatti.
Avevo imboccato la terza rampa quando mi fermai bruscamente.
Mi giunse il suono sorprendente e inaspettato di un unico corno di
bronzo e lo riconobbi alle prime note: era il richiamo ufficiale di
Camelot, che veniva suonato nelle occasioni speciali. Per la prima
volta lo sentivo risuonare lontano dalla Colonia. Dai lunghi corni
circolari, un tempo usati dai legionari e legati intorno al corpo dei
trombettieri, scaturirono delle note profonde. Al primo richiamo, si
aggiunse quello del secondo corno dei quattro che avrebbero
completato l'appello. Guardai la folla sottostante, affascinato
dall'effetto che i suoni producevano su tutti. Mentre la musica saliva
in un crescendo e si arricchiva del suono degli altri corni, i presenti
furono percorsi da un fremito di stupore e meraviglia. Nel momento
in cui le note raggiunsero il massimo dell'intensità, dal portale
maggiore entrò Artù Pendragon, scortato da sei vescovi. Percorse
lentamente il corridoio fino ai gradini dell'altare. Dal punto in cui mi
trovavo non riuscivo a scorgere Enos; vedevo soltanto la sua mano
tesa per accogliere il giovane che avanzava a capo scoperto, eretto,
il mantello rosso con il grande drago dorato in suggestivo contrasto
con i paramenti bianchi del seguito. Non appena ebbe percorso i
gradini della piattaforma su cui sorgeva l'altare, i trombettieri
tacquero e calò un improvviso silenzio.
Imprecando per essere stato così stupido da ficcarmi in
quell'angolo poco privilegiato, mi affrettai verso il piano sottostante
e, uscito dal teatro, mi trovai oltre le mura esterne. Dovetti quindi
percorrere un lungo tratto della cinta perimetrale dell'edificio sulla
mia destra.
Correvo con tutta la velocità consentita dalla mia infermità,
costeggiando il muro e portando avanti a ogni passo la debole
gamba sinistra per procedere più speditamente. Sapevo che dall'altra
parte della cinta si svolgeva una cerimonia a cui avevo dedicato la
mia vita. Ignorai le schiere serrate dei soldati, i fanti, i cavalieri.
Nella mente mi si affollavano immagini caotiche e contrastanti.
Tra queste c'era lo zio Varro e le pergamene sulle quali aveva scritto
i ricordi del nonno Caio e parlato del suo sogno di grandezza,
libertà e unità di questa terra; un sogno che avrebbe visto le genti
della Britannia sopravvivere alla disastrosa caduta del corrotto
impero di Roma per emergere infine vittoriose e forti.
All'improvviso, inaspettatamente, mi trovai davanti all'ingresso del
teatro, e stranamente fui assalito dal timore di entrarvi.
Mentre me ne stavo lì esitante, una goccia di pioggia mi bagnò il
viso. Guardai il cielo, ma non scorsi nubi temporalesche; in
lontananza, una solitaria chiazza di azzurro pareva promettere una
schiarita. Mi addentrai, fermandomi di tanto in tanto ad ascoltare:
ero sorpreso dal silenzio di quelle migliaia di persone. Poi, all'interno
del santuario, i vescovi intonarono il Credo e pronunciarono le
parole solenni e maestose: «Credo in unum Deum...».
A circa dieci passi da me, nel mezzo della navata, un solitario
accolito, nascondendomi la vista, reggeva una lunga asta sormontata
dalla croce avvolta in un drappo viola, proclamando
Simbolicamente la presenza di Cristo. Nel vederlo, mi ricordai che
quel giorno indossavo le vesti vescovili e con intuizione fulminea
seppi che cosa fare. Mi abbassai il cappuccio sulla testa, mi avvicinai
all'accolito e, dandogli un lieve colpetto sulla spalla, gli tolsi piano
dalle mani la croce. Riconobbe in me un vescovo e, senza obiezioni,
si fece in disparte e mi lasciò il posto. Reggendo l'asta come avevo
visto fare nelle processioni, percorsi con passo grave la lunga navata
verso l'altare, mentre le solenni voci si facevano sempre più possenti
a mano a mano che procedevo. Mi fermai quando fui a meno di
trenta passi. Fino ad allora nessuno aveva prestato attenzione a me;
si erano limitati a prendermi per quello che apparivo.
Dietro l'altare, con il viso rivolto alla folla assiepata, sedeva Artù.
L'ampio mantello gli ricopriva le spalle e i lembi posati sulle
ginocchia scendevano fino ai calzari. Davanti, il mantello aprendosi
lasciava intravedere il bagliore cupo della corazza. Sembrava a
proprio agio. Vedevo sulla fronte il segno chiaro, lasciato dall'olio
santo del crisma e dalle ceneri di palma bruciata. La cerimonia era
quindi prossima a concludersi.
Mentre le voci del Credo si spegnevano, Enos si girò ancora una
volta verso la folla e avanzò di qualche passo, lanciandomi nel
frattempo qualche occhiata.
«Ai primordi di Roma,» cominciò con voce autorevole «ai tempi
della Repubblica e molto tempo prima degli eccessi dell'impero, era
costume assegnare ai più audaci tra gli audaci una corona militare. Di
queste corone esistevano cinque tipi: ogni corona doveva premiare
un particolare atto di valore, ma tutte venivano conferite soltanto a
chi avesse dato prova di coraggio e di eroismo. Coloro che le
ricevevano erano eroi e campioni di ardimento. Nessuno lo metteva
in dubbio; tutti lo riconoscevano pubblicamente.»
Tacque e per qualche attimo volse lo sguardo sull'immensa folla.
Poi riprese. Nessuno si mosse e il vescovo proseguì abbassando la
voce.
«Nessuna di quelle corone fu mai assegnata per un'impresa di
cavalleria, perché inizialmente i Romani non possedevano un corpo
di cavalieri. E, prima che l'umanità venisse redenta dal Cristo,
nessuno mai l'ottenne per avere vegliato sulla fede.» Tacque di
nuovo. «Oggi la romanità è scomparsa; siamo Britanni. Eppure ci
sembra buona cosa che un campione e difensore della fede debba
portare un segno di onore. Dell'antica Roma adottiamo questo
costume e reintroduciamo la corona.»
Mentre così parlava, avanzarono Silvano, vescovo di Lindum,
accompagnato da Giunio, vescovo di Arboricum, e da Declan,
vescovo di Isca. Silvano reggeva il cuscino ricamato da Tressa su cui
era appoggiata la corona d'oro; gli altri due, al suo fianco, facevano
oscillare i turiboli dai quali si levavano nuvole di incenso. Si misero
dietro al sedile di Artù, ed Enos avvicinatosi a loro prese la corona e
la tenne in alto sopra la testa del giovane in modo che tutti
potessero vederla.
«Ecco la corona della Chiesa di Dio in Britannia. Notate la santa
croce sopra il bordo superiore: "In hoc signo vinces”. Con questo
segno vincerai.» Abbassò gli occhi e riprese con voce possente: «Artù
Pendragon, di stirpe reale, discendente di capitani e di uomini nobili
e valorosi, accetti di portare questa corona con tutte le responsabilità
a essa collegate, con l'umiltà che si conviene all'unto dal Signore?».
«Sì, mio signore e pastore di anime» rispose raddrizzandosi e
parlando con voce sonora e vibrante. Enos abbassò la corona fino a
sfiorargli quasi la testa.
«Ti impegni a servire Dio per tutta la tua vita, obbedendo alla Sua
volontà, proteggendo la Sua Chiesa e i fedeli del Suo Divino Figlio,
Gesù il Cristo?»
«Sì.»
Enos posò la corona sulla testa e allontanò le mani.
«In hoc signo vinces» disse di nuovo. «In nome di Dio
Onnipotente ed Eterno, del Suo Unico Figlio, Gesù il Cristo e dello
Spirito Santo, ti proclamiamo riothamus, sommo duce e re spirituale
della Britannia, difensore della Fede, rex Britannorum, re di tutti i
Britanni. Alzati.»
Mentre Artù si levava, il silenzio era quasi palpabile. Tutti stavano
con il fiato sospeso. Sentii in gola un groppo di orgoglio e di amore
e mi salirono le lacrime agli occhi. Tra la folla non mancavano
coloro che avrebbero voluto contestare la cerimonia, ma non
osarono farlo in quel momento e in quel luogo. Anche senza
guardarmi intorno, percepivo che alcuni dei re lì presenti non
apprezzavano affatto quell'incoronazione.
Ritraendosi di un passo, Enos fece un cenno di assenso a due
vescovi che aspettavano il suo segnale. Questi avanzarono e si
misero ai lati del nuovo riothamus, poi, preso ciascuno un braccio di
Artù, lo condussero dietro l'altare, con la faccia rivolta alla
congregazione. Lì lo lasciarono, allontanandosi, e di nuovo avanzò
Enos, avvolto da nubi di incenso, fino a trovarsi a fianco di Artù. Lo
prese delicatamente per il gomito, poi gli fece allungare il braccio
finché la mano non si posò sulla croce coperta dal drappo viola.
Enos quindi si allontanò di un passo e ancora una volta prese la
parola.
«È cosa fatta. Sulla sacra pietra dell'altare di Dio, sotto gli occhi di
Dio e davanti a voi testimoni, quest'uomo, Artù Pendragon, rex
Britannorum, si è assunto l'impegno, nel giorno più glorioso
dell'anno cristiano, di dare un nuovo inizio alla nostra vita in modo
che possiamo tutti operare in fratellanza, senza timori di
persecuzioni e invasioni. Il suo è un compito enorme...»
All'improvviso, tra la sorpresa generale, Artù lo interruppe: «Posso
parlare, vescovo?». Enos annuì con gentilezza e il nuovo re,
rivolgendosi alla folla, aggrottando leggermente la fronte e traendo
un profondo sospiro, con voce che all'inizio parve esitante e
commossa ma che rapidamente si fece più forte e sicura, proseguì. Le
sue dita si strinsero intorno alla croce, e mi parve che vi si
appoggiasse, quasi ad attingerne forza.
«Il vescovo Enos ha detto che davanti a me ho un compito
gigantesco, e credo sia così. Ma credo anche che si tratti di un
compito possibile da condurre a termine, dato che ho il sostegno e
la buona volontà di tutti voi che siete qui presenti oggi e di tutti
coloro che abitano le nostre terre.» Tacque e il silenzio si fece ancora
più tangibile. «So che alcuni di voi mi ritengono troppo giovane per
assumermi questa responsabilità, spirituale e temporale. So che alcuni
di voi provano risentimento e paura per la mia incoronazione. Spero
che tutto ciò cambierà con il passar del tempo e che riuscirò a
convincervi: nessun re, nessun sovrano, nessun guerriero dovrà
temere per la salvaguardia dei suoi territori finché io governerò.
Avete sentito che il vescovo mi ha dato l'appellativo di riothamus: re
spirituale, il combattente di Dio, il difensore della fede. È quanto
spero di essere e così intendo regnare. Dai miei maestri, e molti di
loro sono qui presenti oggi, ho imparato a essere vigile sul piano
morale e tale continuerò a essere. Ma sull'altare di Dio io formulo un
ulteriore giuramento. Giuro solennemente che, finché vivrò e
regnerò, nessuno - uomo, donna, bambino, indipendentemente
dalla sua ricchezza, dal suo rango, dalla sua posizione nella società soffrirà torti per colpa altrui senza che io intervenga a porvi rimedio.
Il mio sarà un regno all'insegna della legge, con l'aiuto di Dio e con
la vostra collaborazione.»
Mi sorpresi con gli occhi umidi, intento a ricacciare indietro le
lacrime; sentivo in gola un groppo di orgoglio e amore per quel
meraviglioso giovane, leale e coraggioso, che pronunciava quelle
parole con sincerità, spontaneità e profonda convinzione. Enos
avanzò di nuovo.
«Così sia! Alleluia! È compiuto, e sia lode a Dio. Gesù è risorto e il
mondo è pieno di gaudio. Preghiamo che il cielo ci dia un segnale,
un simbolo della luce di Dio e della sua benedizione.» Mentre così
parlava, le nubi si ruppero e un fascio di luce gloriosa e dorata
perforò la buia atmosfera e si posò sull'altare. La folla trattenne il
respiro con religiosa riverenza; sentii che dietro a me una donna
prorompeva in singhiozzi.
Nel frattempo Artù si guardava intorno, apparentemente
inconsapevole di quella manifestazione che sembrava miracolosa. Mi
ci volle qualche tempo per capire quello che stava facendo. Il
segnale gli era venuto da Enos con le parole conclusive "simbolo
della luce di Dio e della sua benedizione". Cercava con lo sguardo la
pietra contenente la spada. Enos si chinò verso di lui,
mormorandogli qualcosa all'orecchio e Artù lo fissò sorpreso e
chiaramente confuso. Il vescovo annuì e Artù toccò la croce sulla
quale aveva prestato giuramento. Prossimo ad afferrarla, ebbe un
attimo di esitazione prima di chiudervi intorno il pugno e, levando
gli occhi sul vescovo, vide che questi annuiva con la testa. Poi, come
le sue dita si strinsero sull'impugnatura coperta dal drappo purpureo,
si rilassò e lentamente cominciò a sfilare la spada. I presenti stavano
immobili in silenzio, con gli occhi puntati su di lui.
Mesi prima, avevo personalmente allargato il foro in cui era
piantata la croce, finché non era stato abbastanza largo da accogliere
la lama di Excalibur. Quando Artù mi aveva sorpreso quel Venerdì
Santo accanto all'altare, avevo appena finito di sostituire con la
spada la croce che Enos aveva piazzato la mattina, davanti a tutti,
prima di coprirla con il drappo purpureo. Avevo usato il mio
pugnale per far saltare il tappo di legno che era stato incollato a
fianco del tavolo, perfettamente allineato da Enos direttamente
sotto la fessura nell'altare, poi avevo nascosto la croce nell'ampia
tasca del mantello e infilato la spada al suo posto, giù attraverso la
pietra e il legno sottostante, fino a toccare il pavimento, nascosta
alla vista dal lungo telo bianco che ricopriva l'altare. Quando fu
fissata al suo posto, avevo rimesso il drappo di porpora esattamente
come giaceva prima, in modo che nessuno si potesse accorgere di
alcunché. Ero ancora in ginocchio, alla ricerca del tappo di legno che
avrebbe potuto tradire l'intera messinscena.
Ora Artù stava estraendo la spada, sempre più in alto, fino a
tenere diritto il braccio davanti agli occhi. Soltanto allora abbassò lo
sguardo sulla lama. Non appena vide l'argentea lama lucente di
Excalibur, mentre si era aspettato di vedere la sua semplice lama di
bronzo, sul suo viso si diffuse la meraviglia mentre il raggio di sole
che illuminava il suo volto parve trasfigurarlo. Tornò a infilare la
spada nel suo pertugio e la mano ne abbandonò l'impugnatura. Il
drappo ricadde sull'elsa cruciforme.
Enos tese un braccio e gli posò una mano tra le spalle,
spingendolo innanzi, e di nuovo il giovane re appena incoronato
afferrò l'impugnatura.
Con movimento lento e deciso trasse la luccicante lama e la levò
sopra la testa. L'impeccabile bellezza di Excalibur sfavillò alla luce del
sole.
Qualcuno sul fondo emise un'esclamazione di esultanza e
all'improvviso parve scoppiare il pandemonio. Con gesto rapido
Artù allora levò il drappo che aveva nascosto l'elsa e tenne la spada
davanti a sé brandendola. Un sorriso di gioia trionfante gli
illuminava il viso, mentre tutti esprimevano con voci gioiose il loro
entusiasmo. Lo fissavo mentre le lacrime mi scendevano dagli occhi e
mi rigavano le gote. Alcuni istanti dopo il suo sguardo si posò su di
me e con un sorriso calò la spada verso il basso, percuotendo l'altare
con la lama.
Il canto della spada si sprigionò come una cosa viva, che in un
attimo raggiunse una nota purissima, vertiginosamente alta. Tutti si
ritrassero. Sorpreso ancora una volta, Artù abbassò rapidamente
Excalibur e non appena la lama ebbe toccato i paramenti dell'altare,
il suono si arrestò. Seppur breve, quel canto del metallo si era diffuso
fino a raggiungere gli angoli più remoti del teatro. Artù si raddrizzò,
gli occhi sgranati sulla spada che teneva in mano. Mi avvicinai a lui,
senza darmi pensiero di essere riconosciuto.
«Rifallo, Artù, e stavolta tienila in alto e lasciala cantare.»
Lentamente sollevò di nuovo la lama e, mentre gli occhi di tutti
gli astanti erano fissi su di lui, la calò di piatto sulla pietra dell'altare.
La limpida nota si levò pura e netta. Artù tenne levata la spada
finché l'ultimo trillo si spense, e in quel momento, con gli occhi levati
e le braccia allargate, la tese in modo che tutti potessero vederla. Poi
con un gesto solenne, che neppure Germano avrebbe immaginato,
ripose Excalibur nella pietra dell'altare e la lasciò lì, con la splendida
elsa magnificamente ornata, nera, oro e argento, e la lama infilata
nella pietra.
Per un lungo attimo il giovane rimase a osservarla, poi tornò a
guardare la folla e invitò tutti a sedersi. Non appena si fu ristabilito il
silenzio, Artù comunicò, senza artificio e senza recriminazioni, quello
che aveva appreso quella mattina: un'invasione era iniziata,
probabilmente con forze massicce, e quel giorno stesso egli si
sarebbe messo in viaggio per affrontarla.
Raccomandò a tutti di rimanere ai loro posti mentre i suoi soldati
sarebbero sfilati fuori, e, rivolgendosi ai re, chiese loro di incontrarsi
con lui entro un'ora. Allora avrebbe comunicato loro i suoi piani e
risposto alle loro domande. Fece un segno di assenso verso Terzio
Lucca che diede il segnale alle truppe di Camelot.
Ma gli uomini del nuovo re non vollero saperne di andarsene
prima di aver dato il loro contributo alla cerimonia di quella
giornata. Qualcuno sul fondo pronunciò il nome di Artù e, come un
fuoco d'estate, il saluto si propagò finché parve che i muri stessi
tremassero sotto l'impeto delle voci.
Artù allora estrasse di nuovo Excalibur dalla pietra e per tre volte
roteò la lucente lama sopra la testa, mentre le voci raggiungevano
l'intensità del rombo del tuono. Poi si volse e si allontanò, portando
la spada. Ci volle qualche tempo perché tutti sfilassero fuori dal
teatro.
Lo trovai poco dopo, quando ormai la folla si era dispersa,
intento a fissare la spada.
«Si chiama Excalibur» dissi. «L'ha forgiata il tuo bisnonno,
sessantanni fa, e da allora, custodita con segretezza in un luogo
sicuro, ha atteso che tu raggiungessi la maggiore età per impugnarla.
Ora è tua e non ne esiste una uguale. Ecco il fodero. L'ho
confezionato io stesso, di recente.» Gli tesi la guaina di cuoio che
avevo preparato e lui annuì, ma non fece il gesto di riporre la spada.
«Il nome ha un suo significato» proseguii sorridendo davanti
all'ammirazione con cui osservava la magnificenza dell'arma. «E non
mancano storie e leggende sulla sua fattura. Te le racconterò non
appena avremo l'occasione di parlare da soli.»
«Excalibur...» ripeté. «Il suo nome è un canto sulle labbra che lo
pronunciano... Che cosa vuol dire?»
«Vuol dire innanzi tutto che la Britannia ha un re quale mai ha
avuto prima. E vuol dire che il re di Britannia possiede una spada che
tutti riconosceranno e desidereranno poiché è stata solennemente
estratta dall'altare di Dio davanti agli occhi di una moltitudine. Ma
non basta: è il dono del tuo bisnonno, che come tuo nonno sognava
di te, pur senza averti mai visto né conosciuto...»
«Excalibur.» Infilò la lama nella guaina. «Tu sapevi che è una spada
che canta, vero?»
«Sì, lo sapevo» risposi, sorridendo a quella domanda. «Perché me
lo chiedi? Mi sospetti forse di avere praticato qualche arte magica
davanti all'altare del Signore?»
Mi restituì il sorriso e di nuovo accarezzò con lo sguardo l'elsa
ornata.
«Hai parlato con le tue zie?» chiesi, schiarendomi la gola.
«Non ancora, mi è mancato il tempo, ma le ho intraviste tra la
folla. Andrò da loro adesso.»
«Sei un vero re, ora... riothamus, rex Britannorum. Re di tutti i
Britanni.»
«Non ancora, Merlino» disse scuotendo la testa. «Ho il titolo, la
responsabilità, i doveri di un re, ma devo ancora conquistarmi la
fiducia e l'appoggio di coloro di cui mi dichiaro re. Tra poco, tra
un'ora, incontrerò gli altri sovrani. Non sarà facile e sarò costretto a
dire ai miei uomini che ci aspetta una guerra da combattere e
vincere. Peccato che tu non possa essere al mio fianco nella battaglia.
Mi serviranno i tuoi consigli.»
«Ti starò sempre vicino con i miei consigli, ragazzo mio. Non ho
perduto la capacità di pensare. Tu combatterai, io ragionerò; tu
prenderai le decisioni, io provvederò che tutto si svolga secondo la
tua volontà. Insieme cambieremo questo paese e tu regnerai nel
modo migliore. Sei d'accordo?»
«Sì, in nome dell'amore di Dio, lo faremo!» Sorrise e allargò le
braccia per stringermi a sé. Restammo così per qualche istante, poi
mi sussurrò all'orecchio: «Usciamo insieme a salutare i soldati. Sono
ancora i tuoi uomini. Non tutti ti temono o diffidano di te».
Allontanandomi un poco e tenendomi davanti a lui, lo fissai negli
occhi. «Sarò lieto di stare al tuo fianco, ma non per ricevere
acclamazioni e atti di omaggio. La vita che conduco è quella che
meglio mi si confà. È stata una mia scelta. Questo è il tuo momento,
le acclamazioni spettano soltanto a te.»
«Va bene» disse. «Ma aspettami finché non saremo pronti a
partire. Ti vedrò prima di partire?»
Sorrisi e, postagli una mano sulla spalla, lo avviai verso la porta.
"Sì," pensai tra me "mi vedrai, e ne sarò felicissimo, ragazzo mio."
Camminando dietro a lui nelle mie vesti vescovili, dissi tra me e me:
"Ti vedrò sul cammino della gloria".
Qualche ora più tardi, nella spianata all'esterno del grande teatro,
in compagnia di Shelagh, Ludmilla, Turga, di parenti e amici, guardai
Artù Pendragon, re di Britannia, saltare in groppa al suo cavallo e,
avvolto nel manto porpora e oro, levandosi sulle staffe, estrarre
Excalibur. La grande lama d'argento scintillò quando lui la roteò
sopra la testa. Dovetti chiudere gli occhi e respirare a fondo mentre
intorno a me si levava il rombo delle voci degli uomini in armi che
acclamavano il suo nome.