LA CONSERVAZIONE DELLA MEMORIA MATERIALE E

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LA CONSERVAZIONE DELLA MEMORIA MATERIALE E
Archeologia e Calcolatori
22, 2011, 7-34
LA CONSERVAZIONE DELLA MEMORIA MATERIALE
E IMMATERIALE. SISTEMI INFORMATIVI DI CATALOGO
E TERRITORIALI IN CAMPANIA
1. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche per la conoscenza,
la gestione, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali
Nell’ambito della ricerca applicata ai diversi domini del sapere la catalogazione è la forma primaria di conoscenza in quanto consente di collocare,
attraverso sistemi di classificazione, categorie e codici terminologici specifici,
ogni prodotto dell’attività umana nello spazio geografico, definirlo nelle sue
caratteristiche morfologiche e materiche, tecnico-esecutive e decorative, infine
attribuirlo a precise epoche, ad una classe di produzione, ad un ambito culturale o ad un preciso autore (Musgrave 2005, 5-24; Pierobon et al. 2005;
Miele 2010a, 85-88; Proto 2010, 129-133). La catalogazione infatti appare
inclusa tra i principi prescrittivi generali del vigente Codice dei beni culturali
e del paesaggio (D. L.vo n. 42 del 22.01.2004 su cui Alibrandi, Ferri 2004,
3-88; Barbati, Cammelli, Sciullo 2006, 1-11; Cammelli 2007; Albano,
Lanzaro, Pecoraro 2008, 15-18, 29-53; Coppola, Spena 2008, 55-86).
Ma a partire dalla catalogazione si può anche cercare di intuire il significato “culturale” di un determinato oggetto, integrando i dati dell’autopsia
oggettiva con informazioni ricavate da altre fonti storiche dirette o indirette
e da elementi di contesto, nel tentativo di desumere le differenti mentalità e
gli atteggiamenti spirituali con cui gli esseri umani affrontarono tanto la sfera
palese del reale quanto quella latente dell’irreale. È dunque fondamentale
per la conoscenza, la tutela, la conservazione e la valorizzazione delle civiltà
antiche e non, censire e inventariare, catalogare e documentare i vari beni
archeologici, architettonici, artistici ed etno-antropologici, quali «testimonianze di carattere materiale o immateriale aventi valore di civiltà» (Miele
2002-2003, 87-115, e in part. 87-91; 2007a, 48-49), inserendoli all’interno
del rispettivo ambito storico e paesaggistico, e del loro “ciclo di vita” dal
ritrovamento alla conservazione.
Se il sistema classificatorio, proprio della catalogazione, è uno strumento
di indagine propedeutico per la conoscenza del bene culturale nell’ambito delle
discipline umanistiche, esso è altrettanto indispensabile in quello delle scienze
fisico-matematiche e tecnico-informatiche, che adottano come procedimento
basilare della ricerca la logica e l’analisi sperimentale. A partire da tale elemento metodologico di contatto queste due diverse sfere di sapere da oltre
un trentennio hanno interagito tra loro costruendo un rapporto articolato e
proficuo (D’Andria 1987, 1997; Moscati 2009).
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Grazie alla peculiare pregnanza concettuale e al valore storico-documentario che li contraddistingue, i beni culturali hanno peraltro rappresentato
un campo di ricerca stimolante per l’informatica, che in relazione ad esso ha
prodotto artefatti tecnologici sempre più evoluti, sia in rapporto all’espansione della capacità dei supporti di memorizzazione e all’incremento della
velocità dei sistemi di elaborazione, sia in riferimento all’introduzione della
trasmissione telematica dei dati e dei protocolli di comunicazione tra le reti,
sia infine riguardo alle diverse soluzioni applicative e grafiche tese a semplificare l’interazione tra l’utente e i software.
Per quanto concerne l’aspetto tecnico-scientifico (D’Andrea 2006,
25-137), nelle prime applicazioni le rappresentazioni delle conoscenze erano
costruite a partire da una loro preventiva “codifica sintetica” e organizzate
in strutture di dati per catturarne le relazioni, in vista di analisi incrociate di
tipo statistico-quantitativo e di schedature informatizzate. Si è quindi sperimentata la tecnologia dell’information retrieval (Moscati 2003), in cui le
“codifiche sintetiche” venivano arricchite da altre automaticamente derivate
dal contenuto delle entità che rappresentano le conoscenze. Con l’affermazione di Internet e dell’interoperabilità delle reti, è invalsa poi la tendenza
ad uniformare e migliorare le “interfacce di accesso” ai sistemi informativi,
alle quali si sono fatti corrispondere software specializzati che, arricchiti con
linguaggi di configurazione quali HTML prima e XML poi, hanno consentito
di semplificare la fase di progettazione.
In conseguenza di un significativo sviluppo tecnologico trainato dall’uso
di sistemi di calcolo sempre più miniaturizzati e potenti, la tradizionale metodologia di programmazione dei sistemi informativi basati su applicazioni
monolitiche è stata infine soppiantata da quella dei sistemi modulari “ad oggetti” e ad “interfacce web”, caratterizzati dalla separazione fra i dispositivi
dedicati all’archiviazione e persistenza delle informazioni da elaborare e le
interfacce utente che consentono di accedere ad esse. Questa evoluzione ha
permesso di realizzare i sistemi GIS, capaci di integrare sorgenti eterogenee di
informazioni e impiegati anche in campo archeologico per il posizionamento
topografico georeferenziato delle entità di interesse sulle basi cartografiche
di riferimento, che agiscono come interfacce di interazione con i vari archivi
documentali ad esse collegati (Moscati 1998; Forte 2002a, 2002b; D’Andrea 2006, 141-191; Mango Furnari, Noviello 2006).
Nell’ambito dei sistemi più innovativi si annoverano, inoltre, quelli
denominati CMS, che si basano sulla nozione di “documento semistrutturato”. Essi rappresentano una sintesi dei database, la cui struttura elementare
di rappresentazione dell’informazione è il record, inteso come un insieme
organizzato di codifiche, e i sistemi di information retrieval, dove la struttura elementare dell’informazione consiste piuttosto nel contenuto stesso del
documento. I CMS utilizzano infatti la nozione ricorsiva di “documento”,
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La conservazione della memoria materiale e immateriale
visto come un aggregato di entità costituenti il contenuto dell’informazione
e di “metadati”, cioè dati riguardanti il contenuto dell’informazione. Questa
caratteristica consente di definire in modo uniforme e unitario non solo parti
di documenti, ma pure “archivi” o “depositi documentali”.
Nell’ultimo decennio la problematica dell’interscambio delle informazioni si è spostata infine dalla mediazione umana a quella diretta tra i sistemi
informativi, per cui sono stati avviati progetti tendenti ad individuare un insieme ridotto ma condiviso di informazioni strutturali riguardanti i contenuti
gestiti da ciascun sistema informativo, che agiscano come una lingua franca
per l’interoperabilità fra i sistemi. Tra le iniziative più note sono quelle che
hanno prodotto il Dublin Core e l’Open Archives Initiative, che attuano la
cooperazione e l’interscambio di metadati su documenti elettronici disponibili
in biblioteche e archivi a livello globale.
Per quanto riguarda l’aspetto della fruizione, significativi vantaggi per
la valorizzazione del patrimonio culturale si sono ottenuti grazie alla produzione di strumenti per l’elaborazione di suoni e di immagini fisse o di video in
movimento in formato digitale (Forte, Beltrami 2000; Guermandi 2003,
2004). Così dai primi ipertesti e dalle più semplici elaborazioni volumetriche
si è pervenuti alla realizzazione di applicazioni multimediali anche sofisticate,
sino alla costruzione di modelli tridimensionali navigabili e all’uso della “virtualità immersiva”, mirante a suscitare nello spettatore effetti fisico-sensitivi
(Orlandi 1999; Scagliarini Corlàita 2003; Antinucci 2007; Dallas
2007; Forte 2007; Moscati 2007b; Nicolucci 2007).
Altresì il consolidarsi all’inizio del nuovo millennio dell’iniziativa W3C
ha evidenziato, da un lato, la necessità di potenziare l’interattività dei sistemi
utilizzanti il web come mezzo di accesso alle informazioni dando luogo al
cosiddetto Web 2 (Berner Lee 1996), e dall’altro, l’esigenza di sperimentare
metodi d’interoperabilità tra sistemi informativi eterogenei attraverso il Web
Semantico, nel quale assume un ruolo centrale la nozione di “ontologia”
espressa secondo il linguaggio della logica formale (Ferraris 2003, 5-59;
Signore 2005; D’Andrea 2006, 193-204; Aiello, Mango Furnari, Proto
2007; Eco 2007, 13-30, 67-75).
Per mezzo di questi sistemi si intende migliorare i metodi euristici dei
motori di ricerca e agevolare lo scambio dei dati sia con l’uso di software open
source e degli standard SOAP, sia con l’adozione di regole di interpretazione
incrociata degli “schemi di metadati”, in modo da favorire l’integrazione e
l’interazione tra fonti informative diverse, nonché la condivisione di risorse
documentali distribuite.
Va osservato, al riguardo, che l’armonizzazione delle metodologie informatiche con quelle delle reti di comunicazione ha dimostrato in modo evidente
l’indipendenza delle strutture di rappresentazione (“artefatto immateriale”)
da quelle di archiviazione (“artefatto materiale”), consentendo di realizzare
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“circuiti di cooperazione”, nei quali l’informazione è vista dagli utenti in modo
unitario anche se la sua effettiva archiviazione e gestione sono disperse su un
territorio geografico e tra entità amministrative diverse.
2. Le prime applicazioni informatiche per i censimenti territoriali
e la catalogazione di beni archeologici in Campania
Ripercorrendo le vicende del processo sopra delineato occorre ricordare
che solo dalla seconda metà degli anni Ottanta del Novecento cominciarono
ad essere sperimentate in Italia, almeno nelle Istituzioni statali preposte alla
tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico e storico-culturale, le applicazioni informatiche utilizzate prevalentemente per la
catalogazione dei singoli oggetti e delle evidenze territoriali.
Per quanto riguarda l’Italia meridionale, le prime campagne di
schedatura informatizzata vennero finalizzate a risolvere urgenti esigenze
di censimento dei beni culturali e di monitoraggio dei danni ad essi causati
dai terremoti che colpirono la Campania e la Basilicata nel 1980 e nel 1984.
Queste iniziative furono condotte beneficiando di finanziamenti straordinari statali per la valorizzazione dei “giacimenti culturali” (ex art. 15 della
L. n. 41/1986), gestiti da consorzi privati composti da associazioni culturali
e imprese multinazionali del settore informatico, seppure operanti sotto la
supervisione delle Soprintendenze e dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la
Documentazione (ICCD).
Fra i numerosi progetti realizzati a questo scopo tra il 1987 e il 1990
ottennero risultati alquanto soddisfacenti sia dal punto di vista quantitativo
che qualitativo i progetti “Neapolis”, condotto dall’omonimo Consorzio
(IBM Italia e Fiat Engeneering), ed “Eubea-Puteoli”, sviluppato dal Consorzio Pinacos-Arethusa (Fondazione Napoli Novantanove, Bull Italia e Sipe
Optimation), riguardanti l’uno Pompei e l’area vesuviana, l’altro Napoli e i
Campi Flegrei.
Nell’ambito del Progetto “Neapolis-Sistema per la valorizzazione
integrale delle risorse ambientali e artistiche dell’area vesuviana” (Furnari
1994) furono realizzate numerose applicazioni all’avanguardia per l’epoca.
In primo luogo venne costruito un sistema informativo territoriale su basi
cartografiche IGM in scala 1:25.000 e catastali in scala 1:5.000, appositamente
vettorializzate, dei trentanove Comuni dell’area vesuviana e furono elaborate
mappe tematiche su specifici aspetti dei luoghi, geografici o fisici e antropici,
nonché ventiquattro cartografie numeriche e un fotopiano a colori in scala
1:500 di Pompei (Figg. 1, a-d; 2, a-b).
Ma soprattutto venne effettuata la catalogazione sistematica secondo
gli standard ICCD 2.00 delle pitture parietali e dei mosaici di Pompei, nonché di quelli di provenienza vesuviana conservati nel Museo Archeologico
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Fig. 1 – Il Progetto “Neapolis” (1987-1989): le basi cartografiche vettoriali del territorio vesuviano
con il posizionamento delle evidenze archeologiche del territorio vesuviano (a); ripresa aerofotogrammetrica (b); mappa cartografica numerica generale e di dettaglio di Pompei (c, d).
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Fig. 2 – Il Progetto “Neapolis” (1987-1989), le attività svolte: le mappe tematiche per la conoscenza
e la valorizzazione del territorio (a, b); la catalogazione dei diari di scavo (c) e della documentazione
iconografica d’epoca (d).
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Nazionale di Napoli, per un totale di 31.186 schede RA, informatizzate con
il programma di database relazionale SAXA, corredate da 7.093 immagini a
colori registrate su supporti magnetici e ottici. Ciascuna unità catalografica
era localizzata topograficamente su una carta archeologica vettoriale (Fig.
1, c-d), derivata dal rilievo aerofotogrammetrico in scala 1:1.000 elaborato
da Van der Poel (1983), verificato con controlli a terra e confronti con la
pianta realizzata da Eschebach (1993). Nell’area pompeiana fu analogamente effettuato, attraverso ricerche bibliografiche e ricognizioni dirette, un
censimento territoriale delle evidenze archeologiche di età romana descritte
in 650 schede CAT (Censimento Archeologico Territoriale) associate a 650
immagini e a 337 schede BAT (Bibliografia Archeologica Territoriale).
Queste attività sul campo furono accompagnate dall’analisi dei nove
volumi dei “Giornali di scavo” di Pompei dal 1862 al 1940 e dei diari di
scavo dal dopoguerra sino agli anni Settanta del XX secolo, per un totale di
circa 5.100 pagine, delle quali vennero effettuate le scansioni digitali e redatte
12.200 schede informatizzate con precisi standard e vocabolari (Castiglione Morelli 1993), in modo da creare opportuni collegamenti tra i singoli
rinvenimenti descritti nella documentazione d’archivio e il luogo di reperimento originario individuato sulla pianta vettoriale di Pompei (Fig. 2, c).
Le varie applicazioni di database, costruite in ambiente DOS, erano
in realtà gestite e integrate all’interno di un sistema informativo unitario, il
quale consentiva di consultare gli archivi mediante query in linguaggio SQL,
e filtrate da interfacce utente di ricerca sia per unità catalografiche che per
accesso topografico (RICA Map, cioè secondo l’indicazione di regio, insula,
civico, ambiente), ma anche di eseguire indagini più raffinate per lo studio del
contesto storico e socio-economico di Pompei (De Simone, Varone 1988).
Grazie a tali sistemi di information retrieval fu possibile elaborare un indirizzario informatizzato, ricavandone classificazioni e quantificazioni statistiche
(Fig. 3, a) delle tipologie e destinazioni d’uso degli edifici di Pompei e del suo
suburbio (Miele, De Lellis, Pisapia 1988, 57-71).
Si sperimentarono, inoltre, avanzati artefatti tecnologici quali: restituzioni virtuali con modellazioni tridimensionali del territorio e di alcuni edifici
o pitture di Pompei; un “sistema esperto” per l’analisi dei danni e l’esecuzione
di restauri elettronici sugli affreschi (Fig. 3, b-c); infine il trattamento delle
immagini digitali con tecniche di contrasto e marcature dei segni, per l’interpretazione dei testi greci trascritti sui papiri carbonizzati recuperati alla metà
del Settecento nell’omonima villa suburbana ad Ercolano.
Infine furono sviluppate proposte progettuali per la riqualificazione
del contesto paesaggistico e il recupero del patrimonio storico-archeologico,
monumentale, artistico e culturale di Pompei e delle antiche città vesuviane,
finalizzati alla tutela, alla valorizzazione integrata e alla fruizione turistica
di questo territorio (Fig. 2, d). Nell’ottica della divulgazione vennero inoltre
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realizzati alcuni ipertesti (Fig. 3, d), riguardanti la struttura urbanistica, l’organizzazione politico-amministrativa e religiosa, la vita quotidiana e le attività
commerciali e artigianali di Pompei, nonché quattro ipermedia interattivi sulla
storia degli scavi, su particolari aspetti della realtà socio-economica e artistica
di Pompei, nonché percorsi tematici sugli apparati decorativi parietali e visite
elettroniche sulla Casa del Menandro e sulla Casa dei Vettii (Chiurazzi et
al. 1990).
Come Pompei, anche Neapolis e il circondario furono oggetto di approfondite ricerche territoriali e campagne di schedatura, nel quadro delle
attività effettuate durante il Progetto “Eubea-Puteoli. Studio, recupero e
valorizzazione mediante la catalogazione informatica del centro storico di
Napoli e dei Campi Flegrei” (Amalfitano, Camodeca, Medri 1990). Il piano
di schedatura informatizzata comprendeva tutti i tipi di entità archeologiche
emergenti ovvero note da fonti bibliografiche e archivistiche relative al centro
storico di Napoli, ad Ischia e ai siti antichi dei Campi Flegrei. Attraverso la
ricognizione sistematica di tale comparto geografico fu possibile effettuare
analisi ambientali e antropologiche, produrre 11 schede di scavi stratigrafici
con le relative sotto-unità (SAS, US-USR-USM, TMA) e 5.000 dei reperti in
essi rinvenuti (RA-N), 10 schede di complessi e monumenti archeologici (MACA), 550 di siti antichi (Sito), con il rispettivo posizionamento topografico su
mappe IGM in scala 1:25.000 e carte archeologiche (Fig. 4, a) digitalizzate
a diverse scale di dettaglio 1:2.000, 1:100, 1:50, e infine eseguire la documentazione fotografica diretta delle testimonianze archeologiche esaminate
e indiretta di disegni, incisioni, miniature e gouaches d’epoca reperiti in vari
fondi archivistici.
Anche in questo caso per la schedatura si utilizzò il programma di
database relazionale SAXA in ambiente DOS, ma integrato con i primi sistemi
ad interfaccia Windows all’interno di una struttura informativa, che consentiva la consultazione e la visualizzazione, attraverso modalità di ricerca sia
topografica che contenutistica, di 26.897 schede informatizzate su un totale
di 45.000 e di circa 14.000 immagini, memorizzate su supporti magnetici e
ottici. Oltre al prevalente interesse scientifico, particolare attenzione si riservò
anche all’aspetto della fruizione didattica con la realizzazione di 11 plastici
di monumenti archeologici in scala 1:10.000 (Fig. 4, b).
In continuità sia procedurale che metodologica con queste attività di
catalogazione e documentazione a tappeto, nel biennio successivo (19901992) fu effettuata, grazie ad un altro finanziamento statale straordinario
(ex L. n. 84/1990) gestito dal Consorzio ABECA-TARA, la schedatura
informatizzata con la relativa documentazione fotografica a colori di 7.803
reperti archeologici pertinenti all’area vesuviana, 4.700 terrecotte fittili della
stipe votiva dall’antica Sinuessa (Cellole-Mondragone), nonché di 4.812
oggetti e statuette in bronzo del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e
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Fig. 3 – Il Progetto “Neapolis” (1987-1989): le elaborazioni quantitativo-statistiche (a); i modelli trimensionali (b); le applicazioni di restauro elettronico (c); gli ipermedia per la fruizione didattica (d).
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Fig. 4 – Il Progetto “Eubea-Puteoli” (1987-1990): la carta archeologica di Puteoli (a) derivata dal
censimento delle evidenze archeologiche nei Campi Flegrei e il plastico del macellum (b).
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Fig. 5 – Il Progetto “SIVA” (1995-2006): l’applicazione per la catalogazione dei reperti archeologici
mobili (a, b). L’applicazione per la trascrizione dei registri di inventario degli oggetti mobili della
Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta (c-d).
di 5.914 matrici di rame insieme a 1.421 stampe da esse tirate, databili tra il
XVIII e il XIX secolo, inserite nelle Antichità di Ercolano edite dalla Reale
Stamperia Borbonica, con un corredo di 9.475 fotografie a stampa a colori.
Infine, nell’ambito di un ulteriore progetto straordinario nazionale denominato “Catalogazione Emergenza”, coordinato dall’ICCD e condotto direttamente dalle Soprintendenze tra il 1990 e il 1994, furono prodotte 17.401 schede
RA-N inventariali di beni archeologici mobili a rischio di furto e dispersione
nell’ambito delle province di Napoli e Caserta, e 15.419 nell’area vesuviana
con relativa documentazione fotografica a stampa in bianco e nero.
In queste ultime campagne massive di catalogazione si utilizzarono sistemi operativi più progrediti, passando dall’ambiente DOS a quello Windows,
e dal programma SAXA al DESC, con alcuni strumenti applicativi esterni per
il controllo della conformità formale delle schede e per l’estrazione dei dati
nel tracciato di interscambio ICCD, funzionali al trasferimento delle varie
banche dati nel sistema informativo nazionale.
In seguito la Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, facendo
ricorso a fondi straordinari stanziati per lo sviluppo del Mezzogiorno, sviluppò
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dal 1996 il Progetto SIVA (Sistema Informatico di Video Archiviazione) (De
Caro 2001), che prevedeva la schedatura inventariale e la documentazione
fotografica informatizzate dei materiali archeologici, in modo da effettuare
con un’unica e sincrona procedura semiautomatizzata l’individuazione univoca del bene archeologico, l’accertamento della sua effettiva esistenza nel
luogo stesso di conservazione e la contestuale verifica della sua consistenza
patrimoniale (Fig. 5, a-b).
Per tale iniziativa progettuale il CNR di Roma elaborò in Visual Basic
il programma SIVA per la catalogazione dei reperti archeologici, il quale era
stato installato su PC portatili integranti anche un sistema di memorizzazione Iomega Jazz, un rudimentale GPS e una piccola stampante a caldo per
la produzione di codici identificativi a barre, a loro volta collegabili ad una
videocamera o fotocamera, per eseguire la documentazione a colori in formato digitale dell’oggetto. Le schede così informatizzate venivano poi riversate
sulle postazioni fisse locali e infine in un server centrale, così da consentirne
la visione e stampa con la relativa immagine di riferimento, la consultazione
complessiva attraverso ricerche personalizzate, nonché l’estrazione di elenchi
di riepilogo e/o di schede nel tracciato di interscambio ICCD per il trasferimento al sistema informativo nazionale.
Grazie a queste strumentazioni e applicazioni informatiche si sono prodotte in un decennio 68.289 schede RA-I secondo lo standard ICCD 2.00 con
86.184 immagini dei reperti archeologici custoditi nel Museo Archeologico
Nazionale di Napoli, nel suo Medagliere e presso i vari Uffici di competenza della Soprintendenza, provenienti da Napoli e dalle antiche città della
Campania con i rispettivi territori. Anche la Soprintendenza Archeologica di
Pompei fece eseguire con il medesimo programma SIVA 3.083 schede RA-I
con immagini digitali di oggetti conservati nei depositi e in vari edifici degli
scavi di Pompei.
Con il medesimo intento censitario a partire dal 1999 si iniziò presso
la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta ad effettuare la
trascrizione informatizzata in un database Access delle singole voci dei beni
archeologici mobili registrate dal 1871 in poi sui 36 volumi di inventario
generale, costruendo un ulteriore archivio comprendente 185.590 record di
unità inventariali trascritte, collegati mediante link alla rispettiva citazione
contenuta in una o più delle 16.475 immagini di pagine dei volumi digitalizzate ad alta definizione e indicizzate (Fig. 5, c-d).
3. Il problema della conservazione dei dati digitali: i progetti di
recupero SELMO e ARTPAST
Questa ingente mole di schede informatizzate di beni archeologici e
culturali sarebbe stata destinata ad una inevitabile perdita, sia a causa del
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La conservazione della memoria materiale e immateriale
carattere di straordinarietà e discontinuità temporale e metodologica dei
progetti di catalogazione per i quali erano state prodotte, sia per la rapida
obsolescenza delle attrezzature informatiche, dei sistemi e dei programmi applicativi utilizzati, se all’interno delle Soprintendenze archeologiche campane
non si fosse provveduto a salvare i dati elettronici e la relativa documentazione
trasferendoli su supporti via via più attuali, ma soprattutto integrandoli in
sistemi informativi di catalogo più strutturati.
Tra il 2000 e il 2005 è stato così possibile recuperare e riversare all’interno del sistema detto SELMO, realizzato dalla SELFIN-IBM S.p.A., ben
54.111 schede informatizzate pregresse riferibili alle competenze territoriali
della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta. Questa
applicazione, consistente in un database gerarchico, elaborato in formato
Access, organizzato secondo un approccio primariamente territoriale-topografico e secondariamente per tipologie di beni, garantisce con diversi profili
di accesso la consultazione condivisa ma sicura dei dati in rete e consente, a
livello di amministratore centrale, di gestire, importare o esportare gli archivi, nonché di integrare e aggiornare i vocabolari; mentre a livello di utente,
non solo di eseguire le funzioni di produzione, modifica e stampa in formato
ICCD o documento delle schede, associandovi le relative documentazioni
fotografiche digitali, ma anche di estrarre dati secondo diverse modalità di
ricerca per tipologia e/o identificativo di scheda, per campi singoli o associati, ricavandone elenchi ordinati secondo le specifiche esigenze di studio
(Fig. 6, a-b).
In modo parallelo anche nella Soprintendenza Archeologica di Pompei,
tra il 1996 e il 2005, tutte le 58.141 schede pertinenti all’area vesuviana,
recuperate dai database precedenti con il Progetto “Un piano per Pompei”
(Fig. 7, a-b), sono state integrate all’interno del sistema SELMO (Fig. 8, a-d)
adeguato in modo da renderlo consultabile e incrementabile da vari utenti
all’interno di una Intranet. La base cartografica di Pompei in scala 1:1.000,
vettorializzata (in ArcView 3.2) e indicizzata con vari layer tematici relativi
all’analisi tipologica e conservativa del tessuto urbano, funge da riferimento
per interrogare, attraverso la chiave univoca dell’indirizzario della RICA Map,
i due diversi sistemi informativi.
Anche per la città antica di Ercolano nell’ambito del Progetto The Herculaneum Conservation Project, è stato realizzato, in collaborazione con la
British School at Rome e con il Packard Humanities Institute, un sistema di
documentazione cartografica e catalografica finalizzato ad agevolare la gestione del sito archeologico. Ad esso si è aggiunto il Progetto “Un GIS dell’area
vesuviana per la mitigazione del rischio vulcanico”, sviluppato dal Centro di
Studio per la Geologia Dinamica e Strutturale dell’Appennino del CNR di
Pisa e volto al controllo dei fattori di rischio ambientale e alla pianificazione
nei territori di Ercolano e di Pompei.
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Fig. 6 – Il sistema informativo per il catalogo “SELMO” (2000-2005) per il recupero delle schede del
Progetto “Eubea-Puteoli” (1987-1990) e di quelle della “Catalogazione d’emergenza” (1994-1995):
struttura gerarchica (a) e interfaccia catalografica (b).
a
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Fig. 7 – I nuovi piani progettuali per la conoscenza di Pompei e del territorio vesuviano (20002007): un piano per Pompei e la mappa tematica generale con il dettaglio (a, b); il “SIT Campania”:
cartografia delle evidenze archeologiche (c).
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Fig. 8 – Il sistema informativo per il catalogo “SELMO” (2000-2005) per il recupero delle schede
del Progetto “Neapolis” (a); ricerca ed estrazione di schede con dettaglio (b, c, d).
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Fig. 9 – La catalogazione dei Progetti “ABECA-TARA” (1992-1994) e “ARTPAST-ARISTOS” (20052007) (a) e relativa quantificazione (b) delle schede degli acquerelli di soggetto pompeiano (XIX-XX
secolo) (c) e delle matrici di rame incise (XVIII-XIX secolo) (d).
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Sempre allo scopo di recuperare e aggiornare i precedenti archivi catalografici questa volta riguardanti beni storico-artistici (di tipo OA-D, S-MI,
F), in occasione del Progetto ARTPAST-ARISTOS (Fig. 9, a), finanziato con
fondi CIPE (ex Delibera n. 17/2005), gestito dall’ICCD in cooperazione con
la Scuola Normale Superiore di Pisa e condotto da tutte le Soprintendenze
d’Italia, la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta tra il
2005 e il 2007 ha inoltre potuto normalizzare, secondo lo standard ICCD
3.00, tutte le schede informatizzate delle matrici di rame con le relative stampe
delle Antichità di Ercolano, nonché catalogare 1.279 acquerelli e disegni del
fondo storico di soggetto pompeiano, databili tra il XIX e gli inizi del XX
secolo, custoditi negli Archivi Disegni di Napoli e di Pompei (Fig. 9, b-d), per
un totale di 8.578 schede, corredate da 8.601 immagini digitalizzate da positivi
fotografici o effettuate ex novo (Miele 2007b; 2010b). Per tale attività è stata
impiegata l’applicazione COVO2 elaborata dal Consorzio Glossa (SELFIN
S.p.A. e Università degli Studi “Federico II” di Napoli), in realtà predisposta
per la schedatura (di tipo T, TP, CS, SU, PG, A, OA) dei beni territoriali e
architettonici di pregio, urbani e rurali, condotta in circa duecento Comuni
dalla Regione Campania (ex L.R. n. 26/2002) e propedeutica al “Programma
di recupero urbanistico dei centri storici della Campania”.
4. I sistemi informativi catalografici e territoriali integrati a
tecnologia web
La necessità di riorganizzare questi archivi catalografici e documentari
informatizzati ha finalmente indotto a creare anche in ambito campano, come
già avvenuto in Emilia Romagna e nel Lazio (Guermandi 1999; D’Ambrosio et al. 2003), un ambiente applicativo integrato su base geografica a scala
regionale, consultabile via Internet dagli addetti ai lavori dell’Amministrazione
statale, ma accessibile con adeguate procedure di autenticazione ad utenti di
Enti locali, di Istituti di cultura e ricerca, ed eventualmente ad altri soggetti
attivi nel settore dei beni culturali, nonché potenzialmente interoperabile con
sistemi informativi esterni, e soprattutto con il Sistema Informativo Generale
di Catalogo (SiGEC) gestito dall’ICCD (Mancinelli 2004).
In riscontro a questa esigenza dall’inizio del secondo millennio sono stati
sviluppati due progetti paralleli (Miele 2007a, 2009), allo scopo di realizzare
sistemi informativi catalografici e territoriali, così da costruire una base conoscitiva complessiva del patrimonio culturale campano, utile alla sua corretta
gestione, tutela e valorizzazione. A tal fine si è costituito presso la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania il Centro Regionale
di Catalogo per i Beni Culturali (CRBC) mediante un Accordo di Programma
Quadro stipulato nel 2005 con la Regione Campania (Del. Reg. n. 1079/2005
ex LL. nn. 352/1997, 112/1998 e D. L.vo n. 42/2004, artt. 17 e 156).
20
La conservazione della memoria materiale e immateriale
Nell’ottica della condivisione in rete di archivi catalografici diversificati
e distribuiti in ambito regionale, tutte le schede storico-artistiche recuperate
o informatizzate tra il 2005 e il 2007 dalle Soprintendenze campane con il
citato progetto ARTPAST, per un totale di circa 210.530, insieme a 5.997
unità catalografiche derivate dai succitati piani di catalogazione condotti dalla
Regione Campania, sono state inserite in un sistema informativo complesso
denominato CRBC (Fig. 10, a), realizzato presso il suddetto Centro Regionale nell’ambito del Programma Operativo Nazionale 2000-2006 “Ricerca
e sviluppo” (ex D.M. n. 593/2000) dal Consorzio Glossa.
A queste sono state poi aggregate anche tutte le schede archeologiche
recuperate ovvero prodotte ex novo, per un totale di 205.384 schede e 108.822
immagini digitali, di cui 131.257 unità catalografiche con 95.958 immagini
della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, 58.144 con
12.864 immagini della Soprintendenza Archeologica di Pompei, e altre 15.983
della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento,
attualmente in corso di normalizzazione secondo lo standard ICCD 3.00 con
un nuovo progetto interististuzionale regionale.
Dal punto di vista tecnologico il sistema informativo di catalogo e documentazione CRBC, basato su piattaforme DB2 e MySQL a tecnologia web,
progettato per archivi centralizzati ma anche installabile in sezioni dipartimentali, è composto da vari moduli applicativi integrati tra loro (Fig. 10, b-d).
Il primo di essi, “normativo”, permette il caricamento e l’aggiornamento
dei vari tracciati catalografici nazionali pregressi e attuali, ma anche la definizione di ulteriori strutture personalizzate.
Il modulo “operazionale”, invece, consente di implementare i dati, in
modalità sia sincrona on-line via Internet, sia asincrona off-line su postazioni
individuali, con la possibilità di associare le varie liste di autorità (autore,
AUT; bibliografia, BIB; dati di scavo, DSC) e i diversi allegati sotto forma di
documenti (DRA), disegni (GRA), immagini (FTA), sonori e video (VRA) in
formato digitale a ciascuna scheda dei vari tipi di beni culturali, ubicandoli
mediante Google Maps su una base geografica di inquadramento territoriale
con un apposito modulo (RT), nonché di effettuare ricerche per campi singoli e associati, stampe, report e statistiche. L’applicazione di popolamento
del database prevede la compilazione delle schede controllata con sistemi di
verifica della conformità formale e del rispetto delle obbligatorietà assolute
e contestuali, e supportata da vocabolari in linea nelle voci di localizzazione
(LDC), oggetto (OGT), classe di produzione (CLS), materia e tecnica (MTC),
in modo da evitare errori nella fase di digitazione e così rendere i dati omogenei e la ricerca attendibile ed esaustiva. Le schede prodotte attraverso il
modulo di “validazione” possono poi essere valutate scientificamente dai
responsabili del catalogo delle Soprintendenze, approvate o respinte per la
conseguente modifica ai rispettivi compilatori, con la possibilità di attribuire
21
a
b
c
d
Fig. 10 – Il sistema informativo di catalogo “CRBC” (2002-2005): interfacce di accesso per tipologie
di schede (a) e di inserimento dei dati (b); interfaccia di ricerca (c); scheda di catalogo con immagine
e posizionamento estratta dalla banca dati in formato ICCD (d).
a
b
c
Fig. 11 – Il sistema informativo “SIAV” (2005-2007) e la nuova applicazione integrata di catalogo
per Pompei e l’area vesuviana: interfacce di accesso (a) e di ricerca (b); dettaglio cartografico (c).
La conservazione della memoria materiale e immateriale
a
b
c
d
Fig. 12 – Il Progetto “SIT Campania” (2000-2007) per la conoscenza e la tutela dei beni culturali del
territorio campano: carta vettoriale regionale (a); carta tematica dei Campi Flegrei con evidenziazione
delle aree vincolate ed evidenze archeologiche con metadati (b); scheda di vincolo (c); stralci di carta
archeologica georeferenziata con dettaglio e scheda del bene archeologico (d).
un codice di visibilità dei dati per consentirne l’eventuale visualizzazione
esterna.
Un modulo gestionale permette, in background, attraverso la creazione
dei diversi profili di utenza e l’attribuzione dei diritti di accesso all’interno
di un flusso operativo strutturato, la distribuzione e assegnazione tra i vari
catalogatori di lotti di numeri di catalogo generale ICCD per la compilazione
simultanea ma separata della quantità corrispondente di schede, l’elaborazione
e il trattamento complessivo delle banche dati, nonché il controllo formale e
tecnico di ogni singola scheda, prima della sua validazione, per il definitivo
inserimento nel sistema informativo CRBC e/o per il trasferimento con il
formato di interscambio nel SiGEC.
Infine, un modulo di fruizione, presentato sotto forma di un sito web
per scopi didattici o per la promozione turistica del patrimonio culturale della
Campania, consente la visualizzazione da parte di utenti esterni delle schede
o dei dati ritenuti pubblicabili dalle Soprintendenze e dagli Enti competenti,
utilizzando un motore di ricerca che, attraverso semplici interfacce interat23
F. Miele
tive, le richiama dalla banca dati complessiva con una procedura guidata o
mediante operatori logici per campi e vocabolari, oppure in modalità a testo
libero.
Con una simile concezione architetturale è concepito pure il Sistema
Informativo per l’Archeologia Vesuviana (SIAV) (Fig. 11, a), realizzato tra il
2001 e il 2007 dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei e sviluppato,
utilizzando applicativi open source a tecnologia web, dalla LiberoLogico S.r.l.
di Pisa in collaborazione con la Scuola Normale Superiore, con lo scopo di
integrare in un’applicazione GIS unitaria i fondi catalografici pertinenti al territorio vesuviano, consentendone la gestione, l’implementazione con un modulo
per l’inserimento dei dati e la consultazione via browser attraverso interfacce
di ricerca sia topografica che per unità catalografica (Fig. 11, b-c).
In sinergia con il CRBC, ma con un approccio geografico e topografico, è stato inoltre creato il “Sistema Informativo Territoriale della regione
Campania” (Miele 2009; Miele et al. 2009) grazie ad un ulteriore progetto
condotto dalla Direzione Regionale in collaborazione con le Soprintendenze
archeologiche e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici e per
il Patrimonio Storico-Artistico ed Etno-antropologico di Salerno e Avellino,
fruendo della consulenza tecnico-scientifica del Dipartimento per i rapporti
con le Regioni e ora dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali del
CNR, nell’ambito del Programma Operativo Nazionale 2000-2006 “Sicurezza
per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia”, cofinanziato dalla UE e gestito dai
Ministeri dell’Interno e della Difesa d’intesa con il Ministero per i Beni e le
Attività Culturali (MiBAC).
Con tale progetto si è inteso realizzare un GIS su base cartografica
georeferenziata a livello regionale, concepito come ambiente tecnologico
unificato per la produzione e lo scambio di dati finalizzati alla conoscenza,
salvaguardia e gestione del patrimonio culturale attestato in Campania, ma
anche come centro di servizio per l’elaborazione di carte tematiche funzionali
alle attività di controllo preventivo da parte degli Organi statali e delle Forze
dell’Ordine rispettivamente preposti alla tutela e al contrasto dell’illegalità,
nonché utili per la pianificazione e la progettazione degli interventi sul territorio programmati dagli Enti locali, in aderenza con le attuali legislazioni che
prescrivono le valutazioni di impatto ambientale e archeologico preliminari
alla realizzazione dei piani paesaggistici e delle infrastrutture pubbliche.
Esso si propone come obiettivo primario quello di monitorare i fattori
di rischio ambientale e antropico, causa di potenziali o effettivi danni per la
sicurezza e la conservazione dei beni archeologici, architettonici, storico-artistici e paesaggistici individuati nel territorio campano, quale presupposto
fondamentale per dare concreta efficacia all’azione istituzionale di tutela
preventiva e di valorizzazione del patrimonio culturale, in un contesto storicamente pluristratificato e assai diversificato dal punto di vista geogra24
La conservazione della memoria materiale e immateriale
fico, contraddistinto da una notevole densità demografica e da complesse
problematiche socio-economiche.
In questo quadro di riferimento generale, sono stati esaminati alcuni
aspetti attestati in Campania con peculiare evidenza allo scopo di analizzare:
il rischio ambientale e antropico; il fenomeno delle persistenze o interferenze
insediative; il paesaggio storico; i sistemi di salvaguardia e di sviluppo turistico-culturale. Uno o più di questi “modelli interpretativi” sono stati quindi
applicati a specifiche aree campione (rispettivamente la Conca di Avellino e la
media valle del Calore, il Massiccio del Matese e la media valle del Volturno,
la Costiera Amalfitana e i Monti Lattari, il versante occidentale del Vesuvio),
selezionate sulla base di una valutazione complessiva dei differenti contesti
geomorfologici e naturalistici, dei fenomeni geofisici, delle realtà insediative
e produttive, ma possono essere adottati in altri contesti territoriali simili.
Il SIT Campania (Figg. 7, c; 12, a-d) è strutturato come una banca dati
centralizzata e integrata, composta da archivi catalografici informatizzati e documentari digitali relativi alle singole entità, siano esse puntuali o lineari o areali,
d’interesse architettonico o paesaggistico e archeologico esistenti in Campania,
vincolate ovvero note da fonti bibliografiche e di archivio, rilevate attraverso
ricognizioni sul terreno e posizionate mediante georeferenziazione UTM diretta e
indiretta su basi cartografiche e topografiche multilivello in formato vettoriale e
raster (carta tecnica regionale in scala 1:5.000, mappe IGM 1:100.000, 1:50.000
e 1:25.000, e ortofoto digitali in scala 1:10.000), indicizzate con specifiche
topologie corrispondenti ad altrettanti layer tematici (Fig. 12, a).
Il sistema GIS è collegato inoltre ad un’applicazione catalografica (Miele
2009), compatibile con gli standard ICCD, tale da potere essere gestita unitariamente, popolata e consultata dagli utenti interni presso le Soprintendenze
coinvolte, mediante procedure di accesso controllato e attraverso interfacce che
consentano anche di eseguire ricerche personalizzate, estrazioni e stampe di
schede strutturate di “unità topografica” (UT) e di “vincolo” (TU) in formato di
documento, ma anche di definire ed elaborare carte storicizzate e tematiche inerenti i vari fattori di rischio evidenziati sul territorio regionale (Fig. 12, b-d).
Al termine delle attività di progetto nel 2007 si è potuto così censire e
inserire nel SIT Campania 4.545 unità topografiche georeferenziate sul territorio,
di cui 4.382 siti catalogati e 982 aree vincolate, di cui 748 con apposite schede,
nella prospettiva di coprire in futuro l’intero territorio con nuove campagne
catalografiche, ma anche di integrarli e con i dati implementati dall’ICCD a livello nazionale nel SITA (Sistema Informativo Territoriale per l’Archeologia).
5. I sistemi per la fruizione di informazioni culturali e i musei on-line
Se della ultratrentennale attività di censimento e di catalogazione sopra
descritta l’intento intrinseco è stato quello conoscitivo, concretizzatosi nella
25
F. Miele
raccolta di un’ingente quantità di dati sui siti antichi e sui contesti paesaggistici,
sui monumenti architettonici e sui singoli oggetti archeologici, artistici ed etnoantropologici, gli scopi ultimi sono consistiti da un lato nel potenziamento
degli strumenti di tutela adottabili per proteggerli e conservarli, dall’altro
nella valorizzazione delle informazioni acquisite sul patrimonio culturale della
Campania visto nella sua molteplicità e complessità storica.
In relazione all’aspetto della comunicazione esterna, sin dalla seconda
metà degli anni Novanta del secolo scorso, sulla scorta di altri esempi specie
dell’Italia centro-settentrionale (Guermandi 1999, 2003 e 2004) sono state
condotte iniziative per la creazione di siti web di carattere culturale anche da
parte delle Soprintendenze e degli Istituti campani (De Caro, De Gemmis,
Miele 1999; Miele, De Gemmis 2001; Miele 2001-2002; Mango Furnari,
Di Napoli 2003).
La più recente è stata la realizzazione, tra il 2005 e il 2007, nell’ambito dei progetti nazionali MICHAEL, Archeo Atlante e Archeologia on-line
promossi dal Ministero grazie ad un finanziamento straordinario CIPE, del
CIR Campania (Circuito Informativo Regionale per la valorizzazione dei
beni culturali della Campania con URL www.campaniabeniculturali.it/),
contraddistinto da un respiro più ampio, sia dal punto di vista metodologico che tecnico, rispetto ai normali siti o portali tematici web presenti in
rete (Miele, Nava 2007; Nappi 2007). In realtà esso si pone in una coerente linea di continuità con due precedenti progetti di ricerca tecnologica
applicata al settore umanistico: il primo intitolato “Re.Mu.Na.-Rete dei
Musei di Napoli”, eseguito tra il 2001 e il 2005 (Miele 2005), e il secondo denominato “Castello Svelato”, effettuato nel 2006 (Mango Furnari
2006; Miele 2006) dall’Archivio di Stato e dalle Soprintendenze di Napoli
coordinati dalla Direzione Regionale e dall’Istituto di Cibernetica del CNR
di Napoli, entrambi volti alla divulgazione di contenuti informativi sui beni
archeologici, architettonici, archivistici e storico-artistici esposti nei musei
della città per ricostruirne virtualmente l’identità unitaria ma al contempo
multiforme e mutevole nel tempo.
Questo stesso intento ha rappresentato il presupposto per costruire il
CIR Campania (Miele 2010a; Fig. 13, a-b) costituito da una vasta rete di
nodi web di musei e di complessi culturali appartenenti agli Istituti e Soprintendenze presenti nella regione, che sono stati contraddistinti con aspetti
grafici e formali omogenei, seppure personalizzabili, standard redazionali
e metodi di consultazione uniformi, come pure adeguati dal punto di vista
tecnico-sistemistico e conformati alle vigenti normative di legge sia in materia di sicurezza e accessibilità, sia rispetto ai vincoli di privacy e copyright
(D. L.vo n. 196 del 30.06.2003 e L. n. 3 del 09.01.2004), oltre che alle linee
guida Museo & Web formulate dal MiBAC nell’ambito del Progetto Minerva
(Filippi 2005; Natale, Saccoccio 2010).
26
La conservazione della memoria materiale e immateriale
a
b
c
d
Fig. 13 – Progetti “Re.Mu.Na” e “CIR Campania” (2000-2009). I sistemi informativi distributivi e
cooperativi; le applicazioni multimediali per la fruizione di contenuto culturale: nodi web di musei
e siti archeologici (a, b); modello tridimensionale dell’Anfiteatro di Capua (c); percorso delle vie
Appia e Campana con dettaglio (d).
Il CIR Campania si basa sulla piattaforma Octapy 3 (Acampa, Mango
Furnari, Noviello 2007; Mango Furnari, Noviello 2010), realizzata
dall’Istituto di Cibernetica con programmi open source e moduli applicativi
Zope Plone, elaborati con i linguaggi informatici XML, RDF e OWL, i quali
agiscono in back office su infrastrutture tecnologiche installate nelle diverse
sedi operative, ma gestite a distanza attraverso una rete telematica VPN dall’Istituto di Cibernetica. Esso si configura, più che come una semplice digital
library o un portale tematico, come un “circuito informativo” di tipo CMS
ad interfacce web al contempo integrato e cooperativo, in quanto consente
l’interazione di oltre 60 nodi, a loro volta gerarchicamente raggruppati per
ambiti territoriali provinciali e/o all’interno dei siti istituzionali, facilita la
condivisione di “documenti digitali” anche disomogenei, provenienti da “depositi documentali” distribuiti e da fonti differenti, e permette l’interoperabilità
e lo scambio dei dati con altri sistemi presenti nello spazio dell’informazione,
in primo luogo con il portale Cultura Italia, in quanto supporta sia l’OAI sia il
27
F. Miele
profilo PICO e ingloba dispositivi capaci di interpretare “schemi di metadati”
allotri separando il contenuto informativo dagli strumenti di formattazione
e di rappresentazione formale del documento.
Esso comprende varie “componenti” applicative (gestionale, documentale, cartografica, di fototeca, di reportistica), dotate di funzionalità
specifiche e complementari, in modo da garantire la gestione fisica e logica,
la conservazione in sicurezza degli archivi e consentire sia la produzione e
l’archiviazione dei “documenti digitali” in banche dati distinte e autonome tra
loro, sia la correlazione interna o trasversale di risorse documentali di origine,
struttura, formato e contenuto diversificati, sotto forma di testi decrittivi,
schede catalografiche, multimedia, immagini statiche e in movimento, rilievi
grafici, piani e volumetrici.
Ciascuna di queste entità sono state definite dal punto di vista tecnico
con le nozioni ricorsive di “documenti digitali”, intese come unità minime di
descrizione o rappresentazione virtuale del “bene culturale”, a loro volta connotate da sistemi di “metadati gestionali, descrittivi e strutturali”, infine elaborate
con apposite applicazioni di visualizzazione, cosi da renderle consultabili e
interrogabili in front office all’utenza esterna attraverso interfacce web.
Il CIR Campania, dunque, assolve al duplice scopo di descrivere e comunicare frammenti di conoscenza sul patrimonio storico-culturale regionale,
in quanto integra al suo interno non solo i dispositivi per la produzione di
“documenti digitali” su singoli beni culturali, contestualizzandoli nei rispettivi
“contenitori” che li conservano − musei, aree o parchi archeologici e complessi
monumentali, localizzati e georeferenziati su basi cartografiche vettoriali −
ed eventualmente collegandoli ai rispettivi luoghi di reperimento o di provenienza, ma comprende anche gli strumenti per la fruizione pubblica di questi
contenuti mediante i vari nodi web compresi nel “circuito virtuale”.
Un’apposita applicazione, accessibile in modalità privata, viene utilizzata
per l’implementazione, la verifica e la modifica on-line dei testi informativi
generali e delle schede, queste ultime derivate da preesistenti archivi catalografici o elaborate con un modello realizzato ad hoc per una più fluida leggibilità
tramite un procedimento di destrutturazione e riaggregazione dei campi dello
standard ICCD in gruppi di dati descrittivi, storici, documentari, identificativi
e relazionali riguardanti le varie tipologie di beni culturali considerate. Le
schede, per un totale di 3.147 unità, corredate delle relative immagini digitali
o di altri allegati multimediali con richiami interni ad elenchi bibliografici,
glosse e vocabolari di sussidio, possono essere altresì accorpate o collegate
tra loro in base a nessi di appartenenza topografica o gerarchica, ovvero di
attinenza logica o tematica, in modo da presentarle in forma breve o completa
agli utenti secondo diverse modalità di visualizzazione.
Esse appaiono altresì aggregate all’interno di “percorsi di visita” – per
collezioni espositive, sale museali, serie di immagini di singoli oggetti e in
28
La conservazione della memoria materiale e immateriale
modalità “immersiva” e cartografica o topografica – aventi un corrispettivo
fisico nel monumento o museo, nonché di “itinerari tematici” trasversali di
approfondimento, sia settoriali o “intramuseali”, cioè all’interno di ciascun
museo o sito culturale, sia intersettoriali o “intermuseali”, cioè attraverso
alcuni o tutti i nodi web nel CIR Campania.
Alcuni dei percorsi di visita o “tematismi culturali” sono stati anche
riproposti in modo più attraente per una visione del pubblico locale specie
giovanile mediante un apposita installazione definibile “teatro virtuale”,
collocata nella Sala del Plastico di Pompei del Museo Archeologico Nazionale, sotto forma di dimostrazioni multimediali frutto di ricerche archivistiche e bibliografiche, concettualmente organizzate in altrettanti contenuti
descrittivi del monumento (Proto 2010). Queste presentazioni, nel loro
insieme, sono concepite come introduzioni alla visita delle sale espositive
e soprattutto delle collezioni museali riguardanti le città vesuviane, così da
ricostruire nell’immaginario il legame fisico perduto con i contesti originari
di provenienza degli oggetti, non solo contestualizzandoli topograficamente
e storicamente, ma anche ridisegnandone il “ciclo di vita” dal reperimento, al
restauro, ai luoghi di conservazione sino alle loro varie destinazioni museali
avvenute nel tempo.
Sono state inoltre effettuate particolari riprese fotografiche, cilindriche e sferiche, nelle sale del Plastico di Pompei, della Villa dei Papiri e della
Collezione Egiziana, montate in formato video e poi inserite tra le modalità
di “visita immersiva” nel sito web del Museo Archeologico. Attraverso il
medesimo apparato si possono visualizzare anche modelli volumetrici navigabili di monumenti archeologici e architettonici, come quello prodotto dalla
Infobyte per la Villa Regina di Boscoreale (Jannelli, Stefani 2010; cfr. anche
Scagliarini Corlàita 2003), ovvero quello dell’anfiteatro romano di Capua
(Di Roberto, Esposito 2010; Fig. 13, c), costruito dall’Istituto di Cibernetica
con appositi strumenti applicativi a partire da una base vettoriale geometrica
tridimensionale per il citato progetto “Archeo Atlante”.
Quest’ultimo modello 3D in formato video può essere collegato alla
ricostruzione della via publica Appia (Esposito 2010; Fig. 13, d), nel suo
tratto campano da Sinuessa sino a Beneventum, con le sue diramazioni stradali:
la via per Suessa e Teanum Sidicinum a N, e la via Campana a S, da Capua
verso Puteoli e Neapolis, nonché la via Traiana che da Beneventum proseguiva sino a Brundisium in Puglia. Per descriverne e rappresentarne il percorso
sono stati prodotti testi informativi correlati al tracciato dell’Appia antica,
localizzato sulla cartografia vettoriale regionale, sia nei punti tuttora esistenti
in situ, sia in quelli individuati mediante ricognizioni o scavi archeologici, sia
in quelli ridefiniti sulla base di indagini territoriali o interpretazioni di foto
aeree. Lungo esso sono state infine ubicate topograficamente ed evidenziate
simbolicamente le testimonianze monumentali superstiti descritte con dida29
F. Miele
scalie e rinvianti a schede estese, richiamate automaticamente dagli archivi
documentali inseriti nel CIR Campania e visualizzabili mediante un’interfaccia
cartografica navigabile inserita in un ulteriore nodo web tematico.
6. Conclusioni
Dalla descrizione delle varie iniziative progettuali sinora condotte
dagli Istituti ministeriali in Campania, si può dunque delineare un percorso
evolutivo, nel quale sono stati sperimentati e utilizzati a regime vari tipi di
sistemi e applicazioni che, seppure rimanendo sostanzialmente immutati dal
punto di vista della concezione tecnologica, hanno comunque svolto una loro
utilità in rapporto all’epoca e allo scopo per cui erano stati realizzati (Tab. I).
Questo sviluppo applicativo si è basato sul fondamento teorico e sul nucleo
tecnologico costante della progettazione di archivi di dati e poi di documenti,
lasciando tuttavia ancora irrisolto il problema della ricostruzione completa
del “ciclo di vita” del bene archeologico, monumentale o culturale, che sarà
possibile raggiungere solo attraverso l’incremento dell’interoperabilità, dell’integrazione e interrelazione dei sistemi, delle risorse e degli attori coinvolti
nei rapporti di cooperazione.
Considerate, in conclusione, nella loro essenza unitaria tutte queste
attività operative e di ricerca hanno assunto come presupposto e obiettivo il
disegno, talora riuscito, di attuare un processo virtuoso nel quale, a partire
dall’acquisizione e dalla produzione di informazioni, interne al mondo degli
addetti ai lavori, attraverso l’uso tanto degli strumenti tradizionali dell’indagine storica e archeologica, quanto di quelli forniti dalle tecnologie innovative,
divenga possibile applicare le conoscenze costruite nel tempo alle esigenze
concrete della tutela e della conservazione sia materiale dei beni culturali,
sia concettuale della “memoria storica” di cui essi sono testimoni, per poi
concludersi nella sua divulgazione il più ampia possibile, non solo comunicandola agli utenti esterni, ma anche trasmettendola e così preservandola per
le generazioni future.
Floriana Miele
Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici
di Napoli e Pompei
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F. Miele
ABSTRACT
This article is intended as a review of the contact points between information technologies and cultural heritage, starting from the classification and cataloguing methods applied
both to scientific and historical research. The Author describes the aims, activities and results
obtained by the Archaeological Superintendencies in Campania from the most important
projects developed between 1987 and 2010. In these projects, thanks to the cooperation with
private and other public institutions involved in ICT, specific patterns and models of cataloguing and territorial information systems were created related to the domain of cultural heritage,
including databases and information retrieval, GIS and CMS applied to cataloguing objects
and settlements, web sites and cooperative and distributed web systems for cultural contents
dissemination. The Author analyses the various methods and purposes of the applications conducted for studying, safeguarding and promoting the historical and archaeological heritage, in
order to define the phases of this technological development and outline the mutual influences
and benefits for these different but increasingly interconnected fields of research.
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