magazine - DDay.it

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magazine - DDay.it
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
DDAY.it
e Corriere.it
insieme
per la buona
informazione
Hi-Tech
DDAY.it entra nel sistema Corriere della Sera.
Di fatto, pur rimanendo indipendente e senza
cambiare proprietà, direzione e compagine
redazionale, DDAY.it diventa un canale tecnologia di Corriere.it. Non si tratta solo di un fatto
formale, ma di una vera e propria partnership
tra DDAY.it e il Corriere della Sera, il quotidiano
più importante d’Italia. Questo vuol dire, tra le
altre cose, che gli articoli di DDAY.it potranno
essere letti non solo arrivando direttamente
sul sito ma anche accedendovi dalle popolari
pagine di corriere.it. DDAY.it si apre così a un
pubblico più ampio, forse anche più “generalista”, ma non per questo meno interessato. Per
DDAY.it si tratta di un riconoscimento importante del lavoro fatto in questi anni. Più che un
punto di arrivo, una nuova partenza, che ci dà
entusiasmo ed energia per migliorare ancora.
Si tratta di un risultato di cui non solo noi ma
tutti, utenti e operatori, dovrebbero rallegrarsi.
Da sempre su DDAY.it sosteniamo con forza e
con buoni argomenti che solo attraverso una
più completa e corretta informazione il mercato dell’elettronica di consumo possa diventare
più sano. Se i cittadini italiani saranno messi
in condizione, anche attraverso una maggiore
diffusione degli articoli di DDAY.it, di conoscere
e capire meglio le nuove tecnologie, gli acquisti saranno più corretti, l’utilizzo dei prodotti
più completo, lo sviluppo digitale del Paese più
adeguato, a vantaggio di tutti.
Certo, non abbiamo mai pensato che DDAY.it
potesse da solo essere decisivo nel far “svoltare” le consapevolezze digitali del popolo
italiano, spesso lacunose; abbiamo comunque
sempre operato in questi anni con la certezza
che ogni sforzo teso alla maggiore divulgazione tecnologica fosse un piccolo passo nella
direzione giusta. Ora, unire le forze in questo
compito con gli autorevoli colleghi del Corriere
della Sera trasforma i nostri “piccoli passi” in
passi da gigante.
Con una buona informazione più capillare e
capace di raggiungere una base di utenti più
ampia, gli acquirenti sapranno premiare gli
apparecchi migliori, non solo quelli più economici; a imporsi saranno i servizi digitali più
completi e sicuri, non necessariamente quelli
gratuiti e magari scadenti; tornerà a crescere
la centralità della qualità video, audio e fotografica; verranno considerate le prestazioni
e tenute in buon conto la ricerca, la buona
progettazione e le idee nuove e originali.
Grazie quindi agli amici di Corriere della Sera
per aver colto e condiviso lo spirito che da
sempre anima DDAY.it: ci impegneremo al
massimo per fare grandi cose insieme. Grazie
ai miei ottimi collaboratori, senza i quali la
“pazza idea” di sei anni fa non sarebbe mai
diventata una realtà di cui andare così fieri. E
grazie soprattutto a tutti i nostri fedeli lettori: il
successo e l’attenzione che ci hanno decretato
in questi anni è il primo ingrediente di questa
nuova era di DDAY.it. Prometto che noi, riconoscenti, impiegheremo tutte le nostre energie
per non deluderli e renderli ancora più fieri di
far parte di questa bella avventura.
.
Gianfranco GIARDINA
MAGAZINE
LG G4 non è più solo Tutti i prezzi
Apple rinnova
Arrivano i nuovi
dei nuovi
il MacBook Pro 15’’
22
Stylus e il G4C 08 Android TV Sony 19 e l’iMac 5K
Tutto su Google I/O in dieci punti
Android M, Android Pay, la smart home di Brillo e Weave
Google Foto, realtà aumentata, novità per Android Wear
Google dimostra di essere attivissima su tutti i fronti
02
Vedere un film 4K al cinema?
È più facile vincere alla lotteria
Ci raccontano che Hollywood sforna film 4K
a ripetizione, ma quelli che arrivano da noi sono
pochissimi e mancano le sale equipaggiate
14
Mediaset si aggiudica anche
il pacchetto C della seria A
Immagini di contorno e commenti da bordo campo
in esclusiva per tre anni. Il pacchetto include
anche il 4K e il 3D su satellite e digitale terrestre
16
IN PROVA IN QUESTO NUMERO
Sky Online TV Box
Veloce e pratico ma senza HD
26
Soffre solo alcune limitazioni di Sky in fatto
di applicazioni e l’assenza dell’HD, ma è
una precisa scelta commerciale
32
34
Moto E e Xperia E4 Asus Zenfone 2
Qualità e prezzo OK Dotazione al top
38
Panasonic Lumix G7
Prestazioni super
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MAGAZINE
MOBILE Tutte le novità dal Google I/O, la conferenza dedicata agli sviluppatori che rappresentano l’anima e il cuore di Google
Ecco i 10 annunci più importanti del Google I/O
Tra Android Pay, la piattaforma per smart home Brillo, Photos, novità Wear e realtà aumentata, Big G è attiva su infiniti fronti
di Roberto PEZZALI
opo il Microsoft Build di fine aprile è ora il turno di Google, con Google I/O, la conferenza
dedicata agli sviluppatori che rappresentano
l’anima e il cuore di Google stessa.
Gli sviluppatori stanno diventando un elemento, seppur esterno, sempre più importante per aziende del
calibro di Apple, Google e Microsoft e non è un caso
che vengano dedicate a loro intere giornate a contatto con l’azienda per mostrare cosa c’è di nuovo e
quali sono gli scenari previsti per i mesi successivi.
Google ha raccontato quindi alcuni di questi dettagli
ma siamo certi che emergeranno tanti altri particolari
sicuramente interessanti.
Ecco un riassunto molto rapido di quello che Google
ha già annunciato, i dieci punti caldi che il colosso di
Mountain View ha voluto smuovere.
C’è spazio per tutto, dal nuovo aggiornamento Android M disponibile in versione demo e rilasciato entro
l’anno alla nuova app Foto, rilasciata anche per iOS
che permette non solo di organizzare meglio la propria libreria fotografica ma anche l’archiviazione online senza costi e senza limiti di spazio su server cloud.
Ma sono due le sfide più interessanti a nostro avviso:
Brillo, la piattaforma per l’Internet delle Cose, sembra
essere una soluzione affidabile per porre fine al caos
di linguaggi e piattaforme che si è creato negli anni,
e Google Now, che diventa ancora più intelligente e
predittivo integrandosi con le app esistenti. Senza dimenticare il suo core business, il web: Google cerca di
integrare nella app experience un po’ di web perché è
internet, con le sue ricerche, a guidare ancora il grosso dei suoi introiti..
D
1 - Android M sarà più sicuro

Il nome è ancora una incognita, e solo a fine anno
sapremo se si chiamerà Marshmallow, Mars o Macadam Nut Cookie, ma la nuova release di Android in
versione “sviluppo” è già disponibile da oggi per chi
ha un Nexus 5, un Nexus 6 o un Nexus 9. Google, consapevole dei tanti problemi di Lollipop, ha pensato a
torna al sommario
sistemare le cose piuttosto che ad aggiungere altre
funzioni, e così Android M sarà una sorta di Lollipop
evoluto con migliorie grafiche e novità dal punto di
vista della sicurezza. Due le novità più interessanti: la
prima riguarda gli utenti, ai quali non sarà più chiesto
un permesso cumulativo in fase di installazione dell’app ma sarà richiesto il permesso solo quando l’app
sta per accedere ad un componente del sistema, un
po’ come fa iOS sull’iPhone. Si evita così di premere
OK a caso, dando l’accesso alla rubrica telefonica o al
microfono ad applicazioni che probabilmente ne fanno uso “maligno”.
2 - La batteria degli smartphone
durerà di più
La batteria degli smartphone è uno dei punti dolenti
e Google ha aggiunto in Android M una funzionalità,
chiamata Doze, che rileva il movimento e inserisce
uno stato di stand-by quando lo smartphone resta fermo su un tavolo o una scrivania per lungo tempo. Non
si perde nulla in realtà, perché notifiche, chiamate e
allarmi continueranno a funzionare, ma Google eliminerà dal multitasking e dai processi attivi quelle app,
come i giochi, che consumano inutilmente risorse anche in stand-by. Secondo Google, almeno in stand-by,
l’autonomia dello smartphone raddoppia.
3 - Foto offre spazio infinito
per video e foto
Google ha deciso di ridisegnare
l’applicazione
Foto: sarà disponibile per web,
iOS e Android e
offrirà una nuova
GOOGLE Photos
interfaccia
organizzata più o
meno come il rullino fotografico dell’iPhone. La novità è l’utilizzo di tecnologia cognitiva per riconoscere
e raggruppare le foto secondo tag scelti da Google
stessa, con analisi dei volti e degli ambienti. Il sistema,
cloud based, è in grado di riconoscere la stessa persona anche dopo qualche anno. Interessante anche per
segue a pagina 03 
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MOBILE
10 annunci più importanti del Google I/O
segue Da pagina 02 
chi si fida a mettere le foto sul cloud (privato) la disponibilità di spazio di archiviazione gratuito e soprattutto
infinito per utenti consumer, con il limite appunto delle
foto a 16 megapixel e dei video a 1080p. Tagliati fuori
quindi gli smartphone con fotocamera da 20 pixel: saranno troppo professionali?
4 - Google Now On Tap, più intelligente
e integrato
ma operativo per la casa connessa secondo Google.
Basato su Android, un po’ come Android Wear, ma molto più snello e veloce, Brillo è destinato a smart device
in ambito demotico come termostati, elettrodomestici
o altro ancora, ma il vero obiettivo è diventare il sistema operativo di tutte le board in circolazione, soprattutto i vari Raspberry. Brillo è accompagnato da Weave,
che può essere usato con o senza Brillo: Weave è un
linguaggio che permette a dispositivi come luci, serrature, termostati e sensori di parlare tra di loro un linguaggio comune riconoscendosi a vicenda tramite Wifi e bluetooth 4.0. Da anni tanti si cerca di creare uno
standard unico, ma ancora nessuno ci è riuscito: quella
di Google sarà comunque un’impresa molto dura, anche perché il concorrente si chiama Apple HomeKit.
6 - Android Wear migliora
con nuove app
Google Now è sempre stato a nostro avviso il servizio
con maggior margine di crescita, quello che davvero
può cambiare la vita delle persone offrendo i suggerimenti giusti al momento giusto. Il nuovo Google Now
è più intelligente, si integra con le app di terze parti
e guadagna anche una funzionalità chiamata Google
Now on Tap che cerca di aiutare l’utente in ogni momento come un piccolo maggiordomo. Se stiamo per
esempio guardando la foto di un vestito, con un tap
sul tasto “Home” possiamo ricevere informazioni sul
tipo di vestito e su dove si può comprare. Ma non solo:
se leggiamo una mail con dei titoli di film, Google Now
on Tap apre una finestra con i trailer e le informazioni,
mentre se stiamo guardando una destinazione ci propone l’acquisto di biglietti, orari dei trasporti pubblici,
meteo e altro ancora. Google Now On Tap funziona
sempre mentre usiamo lo smartphone, e come fa è
presto detto: viene catturata una schermata dello
smartphone e viene inviata ai server di Google per
un’analisi di tutte le informazioni in essa contenute,
informazioni che si trasformano in chiavi di ricerca.
Arrivano nuove app per gli smartwatch Android Wear
(Uber ad esempio), oltre a un nuovo design dell’interfaccia. Presente anche una modalità always on che
lascia attive, con luminosità bassa e in banco e nero,
le notifiche sullo schermo anche quando non lo stiamo
guardando. Molte delle novità annunciate sono comunque già integrate nell’ultima release già presente
su LG Watch Urbane.
7 - Arriva Android Pay, ma non da noi
Brillo, che ci sta simpatico solo per il nome, sarà il siste
Il successore di Google Wallet era già stato annunciato, ma ora arrivano maggiori dettagli. L’alternativa di
Google a Apple Pay sarà supportata dai maggiori fornitori di carte di credito, come Mastercard, e arriverà
negli Stati Uniti in estate dove sarà accettato da oltre
700.000 negozi. Il principio di funzionamento è semplice: si associa la carta, si appoggia lo smartphone NFC
sul POS e si inserisce il token di sicurezza per transazioni superiori a una certa cifra. Se lo smartphone ha
un sensore di riconoscimento biometrico sarà possibile usare quello al posto del token. Al momento non ci
sarà in Italia (e in Europa).

Google ha lanciato un nuovo visore VR Cardboard
per smartphone con schermi fino a 6”. La vera novità è il supporto per iOS: Google distribuirà un SDK
anche per gli sviluppatori iPhone che vorranno realizzare app dedicate alla realtà virtuale. Ovviamente
non siamo di fronte ad un prodotto per utenti finali,
ma ad un utile visore low cost che gli sviluppatori
potranno usare per provare le app senza spendere
e investire troppo. Carino.
9 - Google e GoPro insieme
per riprendere scene a 360°
(ma con 16 videocamere)
5 - Project Brillo e Weave
sono la via per la casa connessa
torna al sommario
8 - Cardboard, il visore VR low cost,
arriva anche per iPhone
Oltre al visore per i contenuti arriva anche un rig
per registrare video in tempo reale. Lo ha realizzato
Google in collaborazione con GoPro, e comprende
16 videocamere in un anello circolare. Questo rig
permetterà di registrare filmati a 360° che verranno
poi uniti e processati da un software Google per la
visione tramite YouTube.
10 - Con Project Jacquard i vestiti
diventeranno smart
I jeans come un trackpad, con sensori cuciti e inseriti direttamente nelle trame del tessuto. Si chiama
Project Jacquard la sperimentazione di Google nel
campo dell’abbigliamento intelligente, un sensore
wireless che potrà essere usato in futuro per sostituire i telecomandi e le tastiere: chi non vuole rispondere ad una chiamata semplicemente sfiorando
il polsino della camicia?
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
MERCATO In rete il contratto siglato tra Sony Music e Spotify per il lancio del servizio negli USA
Ecco quanto Spotify pagava a Sony Music
Scoperti i meccanismi dietro ai compensi dello streaming e lo strapotere delle major
B
di Paolo CENTOFANTI
en 42,5 milioni di dollari, a prescindere, in anticipo per i primi tre
anni. È questa la prima cifra che
colpisce della dettagliata analisi effettuata da The Verge del contratto formato
da Spotify con Sony Music nel 2011 per
il lancio del servizio negli Stati Uniti.
Tanti soldi che, come consuetudine nel
mondo discografico quando si tratta di
anticipi, vanno nelle casse dell’etichetta
senza alcuna distribuzione agli artisti. In
base al contratto, Spotify può recuperare
questi crediti con i ricavi del suo servizio, ma il meccanismo di attribuzione dei
compensi in quota a Sony Music è roba
da commercialisti esperti. Essenzialmente sono due le possibili fette dei ricavi
di Spotify che spettano all’etichetta per
l’utilizzo del suo catalogo e il contratto
assicura a Sony sempre quella maggiore. Di base, il compenso viene calcolato
come un forfait costituito dal 60% degli
incassi lordi di Spotify per ogni tipo di
piano (con pubblicità o a pagamento),
moltiplicato per la percentuale
degli stream del catalogo Sony
sul totale dei brani riprodotti nel
mese, a meno però che l’ammontare dei diritti che spetterebbero a
Sony per lo streaming effettivo dei
brani non sia superiore. In questo
caso il calcolo si fa più complicato,
perché la tariffa varia a seconda
se l’ascolto avviene con il piano
gratuito o a pagamento. Nel primo caso,
Spotify paga 0,225 centesimi di dollaro per stream, che possono diventare
0,25 centesimi nel caso di obiettivi di crescita non raggiunti nel mese precedente.
Per gli abbonamenti premium, invece, il
compenso è calcolato moltiplicando la
percentuale degli stream Sony sul totale per il numero di abbonati e quindi
per 6 dollari. Il contratto prevede inoltre
una clausola che rimette in discussione
tutti questi numeri se un’altra etichetta
discografica dovesse portare a casa un
accordo più vantaggioso di quello di
Sony Music con Spotify. In pratica, sia
per quanto riguarda gli anticipi che gli
altri compensi, a Sony spetta comunque
l’adeguamento automatico alle tariffe
delle altre major nel caso queste siano
superiori a quelle accordate inizialmente
alla firma del contratto. Ma non è finita
qui: il contratto prevede per Sony Music
anche l’equivalente di 8 milioni di dollari in spazi pubblicitari sulla piattaforma,
spot che l’etichetta può tenere per promuovere i suoi artisti ma anche rivendere a terze parti al prezzo che vuole.
Da notare che il contratto non parla dei
compensi per gli artisti, visto che quello
è un capitolo che riguarda gli accordi tra
etichetta discografica e singoli musicisti
e non Spotify.
MERCATO Alcune fonti autorevoli danno per certa l’acquisizione di Metaio da parte di Apple
Apple sempre più vicina alla realtà aumentata
Metaio è leader nel settore della realtà aumentata e ha lavorato per colossi come Ikea e Ferrari
di Emanuele VILLA
onostante non vi sia alcuna comunicazione ufficiale in merito, possiamo considerare l’acquisizione
di Metaio da parte di Apple come cosa
certa: TechCrunch ha ottenuto i documenti legali che attestano il passaggio,
e come se non bastasse ci sono indizi
eloquenti come la cancellazione della conferenza annuale, dell’account di
twitter e il blocco di tutti i servizi della
startup. Metaio non commenta e Apple
fornisce la solita “frase fatta” secondo cui
di tanto in tanto acquisisce startup tecnologiche senza comunicarlo pubblicamente, ma possiamo dare l’acquisizione
come cosa fatta. Il nome non dice nulla
al grande pubblico, ma in realtà Metaio è
una startup promettente nel mondo della
realtà virtuale: dopo essersi costituita in
azienda indipendente (era un progetto in
seno a Volkswagen), Metaio ha ottenuto
importanti riconoscimenti lavorando per
Ferrari e Ikea, in entrambi i casi ad app

N
torna al sommario
e progetti di realtà aumentata. Una volta tanto non si fa fatica a comprendere
le intenzioni di Apple: l’azienda non è
ancora entrata in modo importante nel
settore della realtà virtuale, ma diversi
indizi fanno pensare che stia progettando qualcosa di notevole: un visore per
la realtà virtuale? Un sistema di realtà
aumentata per Mappe? Lo scopriremo a
breve, forse già al WWDC.
Ferrari, realtà aumentata
La Russia vuole
il suo sistema
operativo mobile
Colloqui con i finlandesi
di Jolla per realizzare un
nuovo sistema operativo
“nazionale” basato
su Sailfish per sfilarsi
dalla dipendenza dalle
piattaforme statunitensi.
Obiettivo: passare dal
95% di prodotti stranieri
al 50% in dieci anni
di Paolo CENTOFANTI
La Russia vuole una sua piattaforma mobile “di stato”. Lo ha annunciato il Ministro delle Comunicazioni russo Nikolai Nikiforo, rivelando
di aver invitato i finlandesi di Jolla
a collaborare con le realtà tecnologiche russe alla realizzazione di
un sistema operativo ad hoc sulla
base di Sailfish OS, il software sviluppato per l’omonimo smartphone
venduto dalla compagnia. Il motivo
di questa scelta, stando alle parole
del ministro, sarebbe nella volontà
di ridurre la dipendenza nazionale dalle tecnologie straniere e in
particolare statunitensi, visto che
Android e iOS da soli vantano una
quota di mercato superiore al 95%
in Russia. Il governo vorrebbe ridurre questa percentuale al 50% in
dieci anni, ma per farlo occorrono
appunto tecnologie russe. La scelta di Sailfish non sarebbe causale,
ma legata al fatto che si tratterebbe, a detta di Nikiforo, di uno dei
pochi sistemi operativi completamente open source sul mercato
ed è già stato creato un gruppo
di lavoro che oltre a Jolla include
ALT Linux, azienda che sviluppa la
principale distribuzione russa di Linux. Il ministero aveva già iniziato a
incentivare con sovvenzioni statali
il porting di app verso piattaforme
open source come Tizen oltre che
lo stesso Sailfish.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
MERCATO Mossa inedita di Amazon: visite guidate al Centro di Distribuzione di Castel San Giovanni
Dal 18 giugno Amazon apre alle “visite”
Opportunità di vedere coi propri occhi come gli addetti spediscono milioni di pacchi all’anno
di Emanuele VILLA
efficienza di Amazon nella spedizione dei prodotti è nota in tutto
il mondo, al punto da suscitare tanta curiosità da parte di clienti e
addetti ai lavori: come viene gestito il
lavoro? Quali sono gli step che seguono la pressione del tasto “compra” da
parte del cliente? Dal canto nostro, abbiamo risposto mediante una visita al
Centro di Distribuzione di Castel San
Giovanni, la stessa visita che a partire dal 18 giugno tutti i clienti Amazon
potranno fare, per valutare con i propri
occhi come funziona un Centro di tali
dimensioni e quali tecnologie adotta
per essere sempre sulla cresta in fatto
di efficienza.
A tal proposito, Tareq Rajjal, Amministratore Delegato di Amazon Italia Logistica, ha dichiarato: “Vogliamo offrire
l’opportunità a tutti di scoprire cosa
accade dopo aver cliccato “Acquista”
L’
sul sito Amazon.it [...] Poter vedere da
vicino il modo in cui i nostri addetti
spediscono decine di milioni di pacchi ogni anno suscita molta curiosità.
Siamo molto orgogliosi dell’impegno
che ognuno dei nostri 600 dipendenti
mette nel servire i clienti all’interno dei
nostri magazzini e permettere ai visitatori di osservare la nostra attività da vi-
cino è il modo migliore per riconoscere
i loro risultati”.
I tour si svolgeranno ogni terzo giovedì del mese e saranno aperti a tutti
i clienti previa registrazione e con un
tetto massimo di 30 persone alla volta.
Chi fosse interessato a scoprire come
funziona Amazon, può registrarsi presso il sito Amazontours.it.
MERCATO Stop alle corse per i tassisti “fai da te” di UberPop, almeno per il momento
Il Tribunale ferma UberPop in tutta Italia
Il Tribunale di Milano ha accertato la concorrenza sleale nei confronti dei tassisti con licenza
E
di Paolo CENTOFANTI

ntro 15 giorni Uber dovrà sospendere il servizio UberPOP. È il risultato di una sentenza del Tribunale
di Milano che ha accertato la configurazione di concorrenza sleale da parte
di Uber nei confronti dei tassisti regolari. Attenzione, la sentenza riguarda
specificatamente UberPOP, che a differenza del servizio “normale” di Uber,
dove a guidare sono comunque autisti
con regolare licenza N.C.C., permette
a chiunque soddisfi i requisiti di idoneità, di improvvisarsi di fatto tassista
utilizzando l’apposita app. È la componente di Uber più criticata dai tassisti,
visto che le tariffe di UberPOP sono
nettamente più basse di quelle sia di
Uber classico che dei taxi, il tutto naturalmente senza alcuna licenza di trasporto pubblico non di linea. Recita il
dispositivo dell’ordinanza per il blocco
del servizio:
“UberPop consente in tutta evidenza
un incremento nemmeno lontanamente paragonabile al numero di soggetti
torna al sommario
privi di licenza che si dedicano all’attività analoga a quella di un taxi e
parallelamente un’analoga maggiore
possibilità di contatto con la potenziale utenza, così determinando un vero e
proprio salto di qualità nell’incrementare e sviluppare il fenomeno dell’abusivismo”.
Naturale la soddisfazione delle associazioni dei tassisti che avevano fatto
ricorso per chiedere il blocco di UberPOP, mentre per il CODACONS si tratta di una decisione che produrrà “un
duplice danno al consumatore finale:
da un lato una minore scelta sul fronte
del servizio, dall’altro tariffe più elevate
per effetto della minore concorrenza”.
L’Unione Nazionale Consumatori parla
invece senza mezzi termini di “regalo
alla lobby dei tassisti”.
Per diventare autisti UberPOP bastava
avere un’automobile relativamente recente (massimo 8 anni), la fedina penale pulita, regolare assicurazione e non
aver mai avuto sospensioni della patente. Chi soddisfava i requisiti poteva
richiedere l’adesione a UberPOP con
un colloquio in azienda e quindi installare la speciale app per gli autisti con
cui ricevere le chiamate dagli utenti.
Lussemburgo
addio, Amazon
comincia a
pagare le tasse
in Italia
Dal primo maggio
Amazon avrebbe
finalmente cominciato a
contabilizzare le vendite
direttamente in Italia
senza passare dalla sede
lussemburghese, che
beneficiava di un regime
fiscale agevolato
di Emanuele VILLA
Secondo vari organi di stampa,
Amazon dal primo maggio 2015
ha cominciato a contabilizzare le
vendite direttamente nei Paesi in
cui queste avvengono. Ciò significa che da ora in avanti le tasse
sul venduto verranno pagate non
dalla casa madre in Lussemburgo, che giova di un regime fiscale
agevolato, ma nei vari Paesi in cui
il gigante dell’e-commerce è presente. In particolare, l’importante
inversione di rotta è avvenuta in
Italia, Germania, Regno Unito e
Spagna. Si tratta di una vera e propria vittoria per l’Unione Europea,
che aveva annunciato l’intenzione di dare un giro di vite ai regimi
agevolati utilizzati da alcuni Paesi
europei - tra cui il Lussemburgo e
soprattutto l’Irlanda - per attirare
investimenti da parte delle grandi multinazionali ai danni però
degli altri Paesi dell’Unione, che
vedono passare sotto il loro naso
grossi fatturati, senza riuscire ad
applicare significativi prelievi fiscali. L’azione della UE e ora questa scelta di Amazon, potrebbero
mettere ulteriore pressione anche sugli altri colossi dell’hi-tech
come Apple, Facebook e Google,
aziende che pagano una minima
percentuale nei Paesi in cui operano effettivamente. Apple, per
esempio, recentemente è finita
sotto inchiesta in Italia con l’accusa di evasione di imposte dal
2008 al 2013 per 880 milioni di
euro, per aver “dirottato” i proventi delle vendite verso la filiale
irlandese.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
MERCATO Il business a due facce del colosso cinese mostra record di vendita ma utili a picco
Lenovo vende più di tutti ma guadagna meno
ll trend negativo del mercato PC e la saturazione del mercato smartphone tra le cause
S
di Michele LEPORI
i è appena chiuso un trimestre fiscale molto importante per Lenovo,
quello che mette a bilancio tutta
la verità sui conti dopo avere ottenuto
il pieno controllo operativo sull’ex affiliata di Google, Motorola, acquisita per
poco meno di 3 miliardi di dollari. I numeri sono lo specchio di una compagnia
in transizione poiché ai 18,7 milioni di
smartphone venduti non corrisponde affatto un corposo segno positivo a bilancio, alla voce guadagni. Vediamo perché.
In quel mostruoso numero ci sono anche
7,8 milioni di pezzi firmati Motorola che
hanno alzato fino ai 18,7 milioni quello
che nel quarto precedente erano “solo”
16 milioni di pezzi. Considerando tutto
l’anno fiscale 2014, l’asticella si ferma a
quota 76 milioni di smartphone venduti
nel mondo, che sono da aggiungere
ai 60 milioni di PC entrati in altrettante
case. Tutto meraviglioso, sembrerebbe,
ma i bilanci segnalano profitti in calo del
37% anno su anno, una controtendenza
che si è già vista sul lungo periodo dell’anno fiscale 2014 dove la dicotomia
vendite/ricavi è stata ancora più marcata:
46,3 miliardi di ricavi, +20% YoY ma profitto netto annuo di 829 milioni di dollari,
in discesa rispetto ai 5 miliardi del 2013.
Ancora, perché? Oltre all’acquisizione di
Motorola, sicuramente incidono i costi
di acquisizione del pacchetto business
server da IBM per 2,3 miliardi di dollari,
ma il trend negativo del mercato PC che
da sempre è il core business del colosso
di Pechino e la saturazione del mercato
smartphone nel mercato-chiave casalingo sono le ragioni dietro al business a
due facce di una compagnia dominatrice ma che deve giocoforza diversificare
la sua presenza e offerta sul mercato.
“Alla luce delle opportunità e delle sfide
La liquidità in casa
Pebble inizia ad essere
un problema e pare
che le richieste di prestiti
siano già in avanzata
fase di analisi
da parte delle banche
californiane (qualcuno ha
già detto no)
Flessione fisiologica o
qualcosa di più grave?
di Michele LEPORI
dell’era di Internet, siamo pronti alla trasformazione e passare dall’essere una
compagnia di hardware a una realtà
integrata di hardware e software”, così
il CEO Yang Yuanqing sul futuro della
sua creazione, che dopo aver acquisito
know-how da Motorola e infrastrutture da
IBM sembra davvero pronta a cavalcare
l’onda del cambiamento.
MERCATO Uber conferma il suo interesse nel progetto di self driving car con una test car in azione
Questa è l’auto Uber a guida autonoma?
L’azienda starebbe sperimentando soluzioni tecniche di self driving per le vie di Pittsburgh
di Emanuele VILLA
l concetto di self driving car va di
moda ultimamente: molte case automobilistiche avrebbero progetti
in tal senso, e sulla stessa lunghezza
d’onda si starebbe muovendo Google,
con addirittura alcune auto già in esercizio (sia pur, ovviamente, in fase di
test). Dentro questo panorama dobbiamo inserire anche Uber, che non solo
pare interessata ad acquisire le mappe Here di Nokia (chissà come andrà
a finire, ogni giorno spunta un nuovo
potenziale acquirente), ma anche ad
eliminare i conducenti “umani” dalle
proprie vetture. Lo testimonierebbe
un articolo del Pittsburgh Business
Times: un reporter della testata avrebbe infatti individuato una test car di
Uber all’interno del traffico cittadino,

I
torna al sommario
auto più che riconoscibile considerando il gigantesco Uber Advanced
Technologies Center che campeggia
sulla fiancata. L’azienda, interpellata in
proposito, ha risposto in modo abbastanza vago, sostenendo che si tratta
di un’auto che Uber utilizza per la ricerca sui sistemi di mappatura, sicurezza
Pebble piace
a molti
ma l’azienda
pare in difficoltà
Possibile?
e guida autonoma. Di fatto, l’azienda
stessa conferma il suo forte interesse
nel progetto di self driving car: nella
fattispecie, l’auto immortalata nella foto
era guidata da una persona in carne ed
ossa, ma ciò non toglie che a breve vedremo (sull’esempio di Google) anche
quelle “senza conducente”.
I 18 milioni di dollari ricavati con la
strepitosa campagna di crowdfunding per il nuovo modello della
famiglia Pebble Watch potrebbero
non bastare all’ azienda californiana per dormire sonni tranquilli e
le richieste di credito alle banche
sarebbero in avanzata fase di analisi, benché Valley VC abbia già comunicato al CEO Migicovsky che
sarebbe meglio chiedere altrove i
5 milioni di prestito e gli altrettanti
5 di linea di credito. Perché questo
bisogno di capitale? Per rimanere
in linea di galleggiamento, stando ai sussurri degli azionisti che
si guardano bene dal rilasciare
dichiarazioni ufficiali ma che qualche ben informato ha comunicato
a TechCrunch. Intervistati a riguardo, gli impiegati di Pebble si sono
dimostrati moderatamente ottimisti, benché la lunga sequenza di
assunzioni nel quartier generale
californiano abbia fatto storcere il
naso sulle linee guida per il futuro
del papà dell’Indie Watch più popolare finora sul mercato. In attesa
di quell’Olio Watch che potrebbe
strappare la corona di più snob del
reame dal polso di Pebble.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
MOBILE Non si chiamerà Z4 come in Giappone anche se in sostanza solo il nome è diverso
Il nuovo top di gamma Xperia si chiama Z3+
Sony ha portato migliorie in tutti i reparti, con focus sulla qualità audio e sulla resa fotografica
N
di Roberto PEZZALI

on sarà Z4 come in Giappone ma più semplicemente Z3+:
Sony Mobile ha annunciato il suo
nuovo top di gamma utilizzando una
nomenclatura per lei insolita. La scelta
del “Plus” al posto del numero quattro
è chiaramente commerciale, anche se
Sony non lo ammetterà mai: a meno di
un anno dal lancio dello Z3 non si voleva rifare lo stesso errore fatto con il modello precedente, ammazzando in pochi
minuti il predecessore con uno smartphone che oltretutto non è così diverso da quello presente attualmente sul
mercato. Z3 Plus forse è il nome giusto,
anche se la presenza del modello “compact” potrebbe far pensare a un dispositivo con schermo grande: non siamo
davanti a un prodotto profondamente
cambiato ma a una serie di tanti piccoli
miglioramenti a 360 gradi, che impattano sia sul design sia sulle prestazioni.
Xperia Z3+, che abbiamo avuto modo di
provare le scorse settimane, mantiene il
look premium del modello precedente
con finiture in alluminio di pregio e un
corpo sottile e leggero: 6.9 mm per 144
grammi. Il cambiamento più eclatante
sotto il profilo estetico è la sparizione
della copertura per la porta USB: lo
smartphone resta waterproof IP65/68,
ma la porta di ricarica e dati è stata
protetta con l’aiuto di un rivestimento
particolare che non richiede più lo sportellino stagno. Sony ha rimosso anche
la presa di ricarica magnetica, utile per
i pochi che avevano la dock ma assolutamente antiestetica per tutti gli altri.
Lo schermo è identico a quello del modello precedente, un 5.2” Full HD con
un nuovo rivestimento Gorilla Glass 4
che migliora la luminosità e diversi filtri
di ottimizzazione dell’immagine come
X-Reality, Triluminous e Live Color. Cambia anche il processore: Xperia Z3+ è
dotato di processore Snapdragon 810
Octacore a 64 bit, 3 GB di RAM e modulo LTE Cat 6 per una velocità massima
torna al sommario
in download di 300 Mbps. Sony assicura, nonostante il cambio generazionale,
un’autonomia di due giorni se si utilizzano i sistemi di risparmio energetico
come lo Stamina Mode, e solitamente
gli Xperia sono tra i pochi smartphone
con un’autonomia superiore alla media.
Xperia Z3+ è poi compatibile con Qualcomm QuickCharge 2.0, e in soli 45
minuti di carica si guadagna un giorno
intero di utilizzo. Novità anche per le fotocamere: il sensore resta da 20 Megapixel ma ci auguriamo che Sony abbia
usato il suo nuovo Exmor RS IMX230, il
fiore all’occhiello della sua produzione
di sensori per smartphone dotato di 192
zone di messa a fuoco a ricerca di fase.
Purtroppo il sensore resta stabilizzato
digitalmente. Cambia la camera frontale: un nuovo modulo anch’esso stabilizzato digitalmente assicura scatti da 5
Megapixel con ottica grandangolare 25
mm. Non mancano, infine, migliorie sotto il profilo audio, dove arrivano l’High
Definition Audio con il codec LDAC per
lo streaming meno compresso verso gli
speaker compatibili e il DSEE HX, che
aumenta la fedeltà audio delle tracce
MP3 o AAC. Sony Xperia Z3 Plus sarà
lanciato in Italia e in tutto il mondo a
giugno a un prezzo che si avvicinerà ai
700 euro. Le varianti saranno quattro: ai
classici bianco e nero saranno affiancati
un colore ramato e il verde acqua.
Google Nexus
raddoppia?
In arrivo due
modelli, uno
firmato LG,
l’altro Huawei
Dopo aver cambiato strategia lo
scorso anno con il Nexus 6, uno
smartphone Android di fascia molto
più alta rispetto ai precedenti modelli
della gamma di prodotti di Google,
quest’anno Big G avrebbe intenzione
di lanciare due smartphone di riferimento, uno da 5,2” (il nuovo Nexus
5?) e uno da 5,7”. Non solo due modelli
diversi, ma realizzati anche da produttori differenti: secondo le fonti di Android Police, LG si occuperebbe dello
smartphone più piccolo, che avrebbe
nome in codice Angler, mentre quello
più grande vedrebbe “la prima volta”
di Huawei nel programma Nexus con
Bullhead. LG Angler sarebbe indicativamente basato sullo stesso processore del G4, lo Snapdragon 808, con
una batteria da 2700 mAh, mentre lo
smartphone di Huawei monterebbe lo
Snapdragon 810 con una batteria da
3500 mAh. Al momento non sarebbero noti ulteriori dettagli sui due modelli
se non che con ogni probabilità verranno annunciati in ottobre.
MOBILE Gli smartphone top di gamma Android vendono ma forse non come si sperava
Samsung Galaxy S6 e HTC One stentano a sfondare
Inseguire Apple con prodotti dal costo elevato ma con Android è la strategia giusta?
I
di Paolo CENTOFANTI
n questo periodo girano due notizie,
apparentemente scollegate tra loro,
ma che portano alla stessa conclusione: i nuovi top di gamma Android stentano a sfondare. Prendiamo il Galaxy S6
ad esempio: Samsung ha investito molto,
sia a livello di sviluppo, per produrre uno
smartphone molto curato sotto il profilo
hardware, che dal punto di vista degli
investimenti pubblicitari. Ma nonostante
ciò, Samsung avrebbe comunicato spedizioni (e non vendite effettive) intorno ai
10 milioni di pezzi nel primo mese di commercializzazione, un milione in meno rispetto a quanto ottenuto con il Galaxy S5
nello stesso arco di tempo; anche se 10
milioni di pezzi non sono pochi, per i ca-
noni di Samsung il Galaxy S5 fu un insuccesso commerciale. Nella stessa fascia di
prezzo, quella dell’iPhone 6 per intenderci, c’è anche One M9 di HTC. Ma anche
qui le notizie che arrivano non sono del
tutto buone. Nel mese di aprile le vendite
si sarebbero aggirate intorno ai 4,8 milioni di pezzi contro gli 8 milioni di One M8
nell’anno precedente, mentre, secondo
indiscrezioni, HTC avrebbe tagliato del
30% gli ordinativi presso i fornitori di componenti per lo smartphone, a causa della
scarsa domanda. Sia il Galaxy S6 di Samsung che l’HTC One M9 sono in vendita
a un prezzo di listino intorno ai 740 euro,
sono ottimi prodotti, ben costruiti e costano quanto un iPhone 6, che però sta continuando a macinare vendite su vendite.
Anche Google, con il Nexus 6, ha puntato
forse troppo in alto, e non sembra aver
fatto breccia nel cuore dei consumatori
come con i modelli precedenti. È facile
archiviare la faccenda come una questione di potenza di fuoco del marketing dell’azienda californiana o di moda, quando
forse il problema è riconducibile alla particolarità del segmento Android: il mercato
è invaso da prodotti che costano anche
la metà dei top di gamma di HTC e Samsung, ma offrono praticamente le stesse
cose e un’esperienza d’uso del tutto simile, visto che la piattaforma in fondo, salvo alcune personalizzazioni, è la stessa.
Viene da chiedersi: ha senso inseguire le
politiche di Apple con prodotti di indubbia
qualità ma che costano un capitale? Per
HTC e forse persino per Samsung, l’errore potrebbe rivelarsi fatale.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
MOBILE Da poco è iniziata la vendita di G4, ma LG non si ferma e presenta due parenti stretti
G4 non è più solo: arrivano Stylus e G4C
Presentati il phablet G4 Stylus e il G4C, versione lite del G4C. Prezzi 299 euro e 279 euro
L
di Massimiliano ZOCCHI
a famiglia G4 è pronta ad allargarsi. Con un comunicato ufficiale, LG
ha fatto sapere che nelle prossime
settimane lancerà a un prezzo eccezionale due parenti stretti del nuovo top di
gamma, ovvero G4 Stylus e G4C. Come
suggerisce il nome, il primo avrà in dotazione un pennino capacitivo Rubberdium e sarà un phablet, mentre G4C è
una versione più economica del modello
flagship, con qualche specifica tecnica
rivista al ribasso. G4 Stylus ha un display
da 5.7” HD IPS da 258 ppi, 1 GB di RAM
e 8 GB di storage interno. Inizialmente
previsto in due versioni, in realtà arriverà
in Italia solo quella compatibile con le reti
4G/LTE e dotata di processore quad-core
da 1.2 GHz, mentre sotto il profilo fotografico troviamo un modulo posteriore da 8
Mpixel con autofocus laser e uno frontale
da 5 Mpixel per i selfie. Completano la
dotazione la batteria rimovibile da 3.000
Annunciato il successo
della sperimentazione
delle trasmissioni LTE
Cat.11, con downlink fino
a 600 Mbps. Ma prima
di vedere la tecnologia
sul mercato ci vorrà
tempo
mAh e la solita gamma di connessioni
e sensori, il tutto mosso da Android 5.0
Lollipop. G4C, invece, ha solo la versione
LTE. È un po’ più piccolo del fratello maggiore G4, con un display da 5.0” HD IPS
da 294 ppi. Il processore è un quad-core
da 1.2 GHz accompagnato da 1 GB di
RAM e memoria interna da 8 GB espandibile, front camera da 5 Mpixel e 8 Mpixel
per quella posteriore. In questo caso la
batteria si ferma a 2.540 mAh. Anche per
il “piccolo” della gamma troviamo una
dotazione completa di sensori e connettività, e anche qui c’è a bordo Android 5.0.
LG fa sapere che i due nuovi nati saranno
in vendita a partire da giugno, e i prezzi
per l’Italia sono di 299 euro per la versione Stylus e 279 euro per G4C.
MOBILE Nelle prossime versioni ci saranno più sensori biometrici e un nuovo sistema antifurto
Apple Watch potenzia la lettura di parametri fisiologici
Apple vuole aggiungere la possibilità di leggere livello di glucosio, pressione e ossigenazione
di Paolo CENTOFANTI
pple Watch non è ancora disponibile in Italia e già emergono le
prime indiscrezioni sul suo successore. Secondo le fonti di 9to5Mac, infatti,
Apple ha già una roadmap molto precisa
di come saranno le prossime iterazioni
del suo smartwatch. La maggior parte
delle nuove funzionalità necessiteranno
di nuovo hardware e riguardano più o
meno tutta la sfera della salute. Apple
avrebbe infatti intenzione di potenziare
le capacità di lettura di parametri fisiologici del Watch, aggiungendo al misuratore di battito cardiaco anche misuratore di
pressione, livello di glucosio nel sangue
e ossigenazione. Quest’ultima funzionalità era già prevista per il primo modello,
ma l’affidabilità del sensore non era sufficiente ed è stata rimossa. Non tutti i nuovi sensori verranno introdotti nei nuovo
modelli di Apple Watch, visto che l’azienda punterebbe a introdurli gradualmente e in particolare per quanto riguarda
l’analisi della glicemia direttamente dal-

A
torna al sommario
Huawei
e Qualcomm
fanno volare
l’LTE a 600 Mbps
lo smartwatch potrebbe volerci ancora
qualche anno. Una nuova funzionalità interessante e che non richiederebbe nuovo hardware, riguarderebbe la capacità
dell’Apple Watch di individuare e segnalare aritmie, ma le fonti avvisano che per
motivi di regolamentazione sanitaria negli Stati Uniti potrebbe non vedere mai la
luce. Apple sarebbe però al lavoro anche
su altri aspetti del sistema operativo dello smartwatch. In particolare ci sarebbe
la possibilità di offrire
l’accesso agli sviluppatori di terze parti
alla personalizzazione
dei quadranti dell’orologio (si parla di una
prima sperimentazione con Twitter) e soprattutto l’implementazione di un sistema
di sicurezza denominato Find my Watch,
che come il Find my
Phone dovrebbe con-
sentire in caso di furto o smarrimento di
individuare la posizione dell’orologio e
di bloccarlo da remoto. Alcune di queste
novità potrebbero venire già annunciate
alla prossima conferenza WWDC, anche
se pare che per il Find my Watch potrebbe essere necessario un diverso chip
wireless rispetto a quello attualmente
installato
s u l l ’A p p l e
Watch.
di Paolo CENTOFANTI
Huawei ha annunciato di aver completato la fase di testing sui nuovi
apparati LTE Cat.11, profilo di LTEAdvanced che supporta velocità
in downlink fino a 600 Mbit/s. I test
sono stati effettuati in collaborazione con Qualcomm, che ha fornito il
modem LTE in grado di supportare
la carrier aggregation di 3 bande
da 20 MHz e la modulazione 256
QAM. Si tratta di un ulteriore passo verso la promessa di 1 Gbit/s su
rete cellulare, anche se prima di
vedere le prime soluzioni commerciali ci vorrà tempo: da una parte gli
operatori devono aggiornare i propri apparati, dall’altra occorre una
diffusione di terminali compatibili
nelle mani dei consumatori.
“La 256 QAM sarà presto commercializzata, quando la filiera
industriale raggiungerà un’adeguata maturità” ha dichiarato
David Wang, Presidente Wireless
Network Product Line di Huawei; “Il
successo di questi test rappresenta un’altra pietra miliare nello sviluppo della commercializzazione
dell’LTE-A e della 256 QAM poiché
dimostra che i terminali sono in
grado di supportare sia tecnologie
3CC CA che sistemi 256 QAM”. La
carrier aggregation è una tecnica
che consente a un cellulare di sfruttare contemporaneamente tutte
le porzioni di spettro assegnate a
un operatore di rete, che nel caso
dell’LTE sono sparse su tre bande
diverse. La modulazione 256 QAM
sfrutta una grande densità di simboli in trasmissione, ma per questo
il segnale è più prono all’interferenza intersimbolica, specialmente su
un canale imperfetto come quello
radio in contesto urbano.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
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MOBILE Durante un evento nel centro fieristico di Beijing, Oppo ha presentato due nuovi dispositivi
Oppo R7 e R7 Plus, dual SIM di alta gamma
Due smartphone operativi su bande LTE, RAM da 3 GB e 4K. In Europa la prossima estate
di Andrea ZUFFI
rrivano dalla cinese Oppo due
nuovi smartphone dual SIM, top
di gamma dal buon design e dalle specifiche interessanti. Entrambi i
dispositivi sono dotati di display Super
AMOLED con risoluzione 1920 x 1080
pixel. Come si intuisce dai nomi, i due
smartphone si differenziano principalmente per la dimensioni: 5 pollici per R7
contro i 6 pollici di R7 Plus con schermo a curvatura 2.5 Arc Edge. All’interno della scocca metallica di entrambi
i modelli trova posto un processore
Qualcomm Snapdragon 615 MSM8939
Octa-Core a 1.5 GHz con RAM LPDDR3
da 3 GB. La memoria interna per lo
storage, ulteriormente espandibile con
Micro SD, è da 16 GB per R7 e 32 GB per
la versione Plus. Per quanto riguarda il
comparto foto, i due modelli sono dotati
di fotocamera principale con apertura
A
MOBILE
Galaxy A8
arriverà
in Europa

Al momento sono solo voci di corridoio, ma i ragazzi di Sammobile più di
una volta hanno dimostrato di avere
fonti attendibili. Circa un mese fa
avevano scoperto la registrazione da
parte di Samsung del marchio Galaxy
A8, e si pensava che il nuovo arrivato
della famiglia sarebbe rimasto nei
confini cinesi o al massimo asiatici.
Oggi invece si dicono certi che il terminale raggiungerà diversi mercati,
compreso quello europeo, andando
ad accrescere le fila di una gamma
che è sempre stata particolarmente
elegante. Gli “infiltrati” di Sammobile
forniscono una scheda tecnica dettagliata. Il display, che originariamente
si pensava fosse da 5.7”, in realtà
sarà più piccolo, da 5.5” con risoluzione Full HD, e il cuore sarà uno
Snapdragon 615, Octa-Core da 1.4
GHz. A supporto ci saranno 2 GB di
RAM e 16 GB di storage. La coppia di
fotocamere sarà da 5 e 16 Megapixel
e l’autonomia garantita dalla batteria
di 3.050 mAh. Connettività completa,
compreso LTE, il tutto in solo 5.9
mm di spessore. Sono sconosciute
eventuali date di lancio e prezzi.
torna al sommario
f/2.2 basata su
sensore Sony
Exmor IMX214
BSI da 13 Mpx,
con l’ulteriore possibilità
di registrare
filmati in 4K
a 30 fps. Risoluzione da
8 Mpx invece
per la fotocamera frontale. Oltre alla connettività
Wi-FI, al Bluetooth 4.0 e alla porta USB
OTG, Oppo R7 e R7 Plus dispongono
di operatività sulle bande LTE. Rispetto
al fratello minore si rileva su Oppo R7
Plus la presenza di un sensore per il
riconoscimento delle impronte digitali.
Sul fronte dell’autonomia R7 e R7 Plus
montano batterie rispettivamente da
2320 e 4100 mAh e integrano il sistema
Meetic punta forte
sul mondo mobile
e ha mostrato
la prima app di dating
per smartwatch basati
su Android Wear
di Emanuele VILLA
di ricarica rapida VOOC che garantisce
in 30 minuti il raggiungimento del 75%
della carica totale. Il sistema operativo è il nuovissimo Android 5.1 Lollipop
arricchito dall’interfaccia utente Oppo
ColorOS 2.1. I terminali, che arriveranno
sul mercato europeo nel corso dell’estate, dovrebbero avere prezzi (ancora da
confermare) intorno ai 360 euro per R7
e 430 euro R7 Plus.
MOBILE Un software per gestire gli apparecchi di Internet delle cose
Huawei ha presentato LiteOS
Sistema operativo mobile da 10 KB
N
Con Meetic
il dating online
diventa
“indossabile”
di Emanuele VILLA
on solo telefoni: Huawei sembra perfino più interessata alle tecnologie del
futuro (prossimo) che agli apparecchi, e per questo ha presentato LiteOS, il
sistema operativo più leggero al mondo. Appena 10 KB per un sistema completo, e non si tratta di un semplice esercizio di stile: in un mondo che potrebbe
ospitare più di 100 miliardi di dispositivi connessi a Internet nel 2025, disporre di un
software capace di far funzionare i più disparati apparecchi dell’Internet delle cose
può davvero risultare un toccasana.
Secondo le dichiarazioni dell’azienda, il sistema operativo sarà “aperto agli sviluppatori”, il che non significa necessariamente Open Source ma che gli sviluppatori
lo potranno usare come base per alimentare gli smart device che inventeranno e
progetteranno. In una dichiarazione al Financial Times, William XU, direttore marketing Huawei, ha affermato di non voler entrare in competizione con sistemi operativi
più complessi quali Android o iOS ma di voler fornire qualcosa di semplice da usare,
da gestire e molto versatile per tutti quegli strumenti - consumer o business - che
mano a mano entreranno nel mondo dell’Internet delle cose. L’esempio fatto dal
dirigente Huawei è quello
dello spazzolino da denti
“smart”, che non richiede
particolari funzionalità e
quindi potrebbe essere
gestito in modo efficiente da LiteOS, dando un
vantaggio notevole alle
aziende produttrici e agli
sviluppatori.
Meetic, il noto portale di dating
online, ha organizzato un evento
per mostrare le sue ultime novità
in fatto di dating tramite dispositivi
mobili. Interessanti i dati diffusi: se
il 17% dei single italiani afferma di
essersi connesso a un sito di dating tramite device mobile, il 13%
ha scaricato l’app relativa e la usa
con una certa costanza. Il 13% di
tutti i single fa un numero molto
corposo (Meetic ha dichiarato di
avere 7.000.000 iscritti) e giustifica
la recente invasione di app di questo tipo, diverse come funzionalità
ma con un meccanismo di funzionamento più o meno comune.
Abbiamo assistito alla dimostrazione della nuova app Meetic apprezzandone la completezza: c’è
il gioco del mi piace/non mi piace
(che si chiama Shuffle) e la possibilità di affinare la ricerca con diversi
parametri, fisici o di interessi. C’è il
radar per scoprire chi ci sta vicino,
ma ci hanno più che altro colpito
due cose: gli eventi e la disponibilità della versione per smartwatch. Il
primo aspetto si spiega in due parole: visto che le persone amano
incontrarsi di persona senza vivere
attaccate a uno schermo, lo staff
di Meetic organizza eventi in tutta
Italia. È una cosa che con l’app non
c’entra nulla ma che gli altri non
fanno, quindi va presa in considerazione quando si vuole scegliere
il servizio di dating giusto. Poi ora
c’è l’app per smartwatch, in particolare per Android Wear: pur non
disponendo di tutte le funzionalità
della versione “full” (d’altronde non
sarebbe semplice scrivere con
l’orologio), permette di visualizzare
tutte le notifiche e anche i profili,
intraprendendo anche un primo
contatto con l’interlocutore.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
MOBILE Il supporto multi app dovrebbe debuttare nell’iPad Pro con maxi schermo da 12 pollici
Con iOS 9 modalità multi finestra su iPad?
Apple sarebbe pronta a introdurre il supporto per più app a schermo contemporaneamente
In lavorazione anche la modalità multiutente, che i consumatori reclamano da molto tempo
di Paolo CENTOFANTI
A
lla prossima conferenza WWDC
2015 (l’appuntamento è per l’8
giugno), Apple potrebbe finalmente introdurre una modalità “multi
finestra” in iOS 9 su iPad. Il lavoro sulla
funzionalità, che consentirebbe di aprire due app contemporaneamente, era
già stato iniziato su iOS 8, ma poi la
priorità è passata ad altro e il progetto è stato accantonato. Ora il supporto
multi app sarebbe pronto a fare il suo
debutto, come una delle caratteristiche del chiacchierato iPad Pro, versione con maxi schermo da 12 pollici del
tablet di Apple. La funzione dovrebbe
permettere di dividere lo schermo a
metà oppure a due terzi per visualizzare due istanze della stessa app o due
programmi diversi. Come è noto, Apple
è particolarmente maniacale e rigida
quando si tratta di
esperienza d’uso e
design di interfacce
e ha sempre considerato come ottimale per l’iPad l’utilizzo
di un’app a schermo
per volta; non stupirebbe dunque più
di tanto se lo split
screen venisse introdotto unicamente
su questo fantomatico iPad extra large.
Insieme a questa nuova modalità d’uso,
secondo le fonti di 9to5mac, ci sarebbe
in lavorazione anche il supporto multi
utente per iPad, anche se in questo
caso la funzione potrebbe essere introdotta molto più in là nel corso dell’anno, magari nelle iterazioni successive
di iOS 9. Come su OS X, diversi utenti
potranno loggarsi sullo stesso iPad con
il proprio account, accedendo alle proprie app, impostazioni e documenti personali, una funzione che i consumatori
reclamano a gran voce da parecchio
tempo. Quello che è certo è che negli
ultimi anni iOS non si è evoluto molto
su iPad e, modello Pro in arrivo o meno,
una versione del sistema operativo con
qualche ottimizzazione in più per il tablet sarebbe benvenuta.
Stress da smartphone? Provate The Light Phone
Niente email, nessuna fotocamera e browser, ma solo un display con orologio e tasti numerici
di Andrea ZUFFI
È

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do l’esigenza che tutti abbiamo di comunicare con i più moderni strumenti digitali,
ritengono che in certi momenti della giornata o in certi giorni della settimana sia
piacevole disconnettersi da tutto, tenendo in tasca solo un terminale che permetta di fare e ricevere telefonate. Nulla più,
per liberare la mente e stare lontano da
ogni tentazione online. Il telefono dovrebbe essere pronto a maggio 2016 e sarà
venduto, almeno questa è l’ipotesi per il
mercato americano, con una SIM prepagata e un’app per lo smartphone “prin-
Dopo sole 5 settimane
dal lancio la versione
base del top di gamma
viene venduta con
garanzia italiana da uno
store online a 499 euro
Molto meno rispetto
al prezzo consigliato
da Samsung
di Roberto PEZZALI
MOBILE Minimalismo e praticità sono le parole chiave del progetto di Joe Hollier e Kaiwei Tang
indubbio che, anche quando siamo
lontani dal computer, gli smartphone
ci permettono di fare molto, ma al
tempo stesso la loro ingombrante onnipresenza rischia di farci perdere il contatto con tutto quanto ci circonda nel mondo
reale. È proprio questo il concetto che sta
alla base dell’anti-smartphone, nato dall’incontro presso l’incubatore Google 30
Weeks delle menti di Joe Hollier, artista e
designer, e di Kaiwei Tang, sviluppatore e
product designer di alcuni modelli della
Motorola tra cui Razr. Il prodotto si chiama
The Light Phone, ha le dimensioni di una
carta di credito, uno spessore di 4 mm e il
suo principale obiettivo è quello di essere usato il meno possibile. Poche altre le
caratteristiche tecniche tra cui l’orologio
a LED e la memoria per 10 contatti. I due
soci e cofondatori della start-up Light, da
qualche giorno alle prese su KickStarter
con la raccolta dei fondi necessari a dare
inizio alla produzione di The Light Phone,
pur amando la tecnologia e riconoscen-
Galaxy S6 tocca
i 499 euro a un
mese dal lancio
cipale” che abiliterà l’inoltro automatico
verso The Light Phone di tutte le chiamate
entranti. Quest’ultimo potrà anche essere
utilizzato “stand-alone”, come terminale
per le emergenze o come primo cellulare
per bambini, non troppo esigenti. Anche
se il prezzo da pagare per questa regressione tecnologica è di 100 dollari, ci sono
aspetti pratici innegabilmente positivi
come la durata della batteria fino a 20
giorni. E soprattutto sarà la fine della costante rincorsa ai nuovi modelli, innovativi
e dalle strabilianti specifiche tecniche.
“Aspettate a prendere il nuovo
Galaxy, scenderà di prezzo dopo
qualche mese”: quando abbiamo
dato i prezzi di Galaxy S6 e S6
Edge, questo è stato uno dei primi commenti. Effettivamente negli anni Samsung ci ha abituato a
ritocchi di prezzo per correggere
vendite e stime, ma con il nuovo
top di gamma, costruito con materiali di qualità e con margini ridotti,
eravamo portati a credere che il
prezzo, seppur con le logiche oscillazioni di mercato, potesse rimanere costante per i primi mesi. Una
questione più che altro di rispetto
per coloro che al day one hanno
dato fiducia a Samsung versando
nelle casse del produttore coreano
i 749 e 849 euro richiesti per le due
versioni. Eppure, dopo poco più di
un mese, un negozio ha a listino a
499 euro tutte le colorazioni della
versione flat a 32 GB con garanzia Italia. Chiaro che non ci si può
basare su un singolo negozio che
neppure conosciamo, ma il grafico
del comparatore di prezzi Idealo,
mostra l’andamento dei prezzi dei
Galaxy S6 a cinque settimane dalla
commercializzazione: caduta libera, con più negozi che lo vendono
a 549 euro. Il prezzo ovviamente
risponde alle logiche del mercato:
se non c’è richiesta l’offerta scende di prezzo e a quanto pare questo è l’ultimo di una serie di indizi
che fanno pensare a un possibile
buco nell’acqua. Un peccato, perché il terminale è davvero eccezionale eppure stiamo avendo da più
parti conferme che Samsung non
sta andando affatto come sperava,
con vendite allineate a quelle dei
vecchi Galaxy.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
SMARTHOME È atteso per il WWDC, eppure iOS 9 fa già parlare di sé per l’automazione domestica
Con l’app Home, Apple controllerà la casa
Sembra che per HomeKit i tempi siano maturi e il nuovo sistema operativo avrà l’app Home
di Massimiliano ZOCCHI
oco tempo fa abbiamo riportato
delle voci secondo cui la nuova Apple TV potrebbe essere
un Hub per controllare l’automazione
casalinga, e adesso si torna a parlare
ancora di Apple HomeKit, ma stavolta
relativamente alla nuova versione di
iOS che ci si aspetta venga presentata
al prossimo WWDC. Per lo stesso periodo è attesa anche la presentazione
dei primi prodotti per automazione
domestica compatibili con HomeKit. E
i soliti ben informati affermano che le
due cose saranno strettamente collegate. Secondo il sito 9to5mac.com,
iOS 9 integrerà una nuova app che si
chiamerà Home, che secondo una fonte vicina allo sviluppo della stessa, sarà
un centro di controllo dove si potranno
comandare tutti gli strumenti compatibili, a partire dai termostati intelligenti,
Emergono le prime
specifiche del prossimo
flagship Lumia 940,
che dovrebbe essere
proposto anche in una
versione XL più grande
con batteria e processore
leggermente differenti
P
Gli smartphone
di Sharp filmano
a 2100 fps

Sharp ha lanciato in Giappone
una nuova gamma di smartphone
contraddistinti da una funzione del
tutto particolare: riprese video in slow
motion a 2100 fps. Il risultato non è
il frutto di un inaudito sensore di immagine, ma di un misto di hardware
e software. I nuovi modelli sono in
grado di riprendere a 120 fps con
risoluzione di 1920x1080 pixel, che
diventano 210 fotogrammi al secondo
se la risoluzione scende a 854 x 480
pixel. A questo punto interviene un
particolare algoritmo di interpolazione
che moltiplica di un fattore 10 il numero di fotogrammi, aumentando così
l’effetto di rallentamento del tempo.
Come si vede dal video di esempio,
la moltiplicazione dei fotogrammi
rende le immagini in qualche modo
artificiose, ma l’effetto è comunque
interessante. Il sistema sembrerebbe
funzionare meglio a 1200 fps. Trattandosi però di uno spot in questo caso
è difficile dire se stiamo guardando
qualcosa uscito effettivamente dalla
fotocamera dei nuovi smartphone. Comunque sia, i nuovi modelli verranno
distribuiti solo sul mercato interno.
torna al sommario
Lumia 940
come iPhone
Ci sarà anche
una versione XL
serrature wireless, luci e quant’altro
l’automazione casalinga possa offrire.
Sempre secondo la fonte di 9to5mac,
l’applicazione permetterà di riconoscere automaticamente i dispositivi nel
raggio d’azione della rete Wi-Fi, creare
una mappa virtuale dell’abitazione, e
connettere anche una Apple TV come
centro di controllo. Tuttavia l’app sarebbe ancora in uno stato embrionale
e non pronta per essere mostrata al
pubblico. Potremmo quindi aspettarci
un annuncio del suo arrivo durante la
presentazione di iOS 9 ma nulla più.
MOBILE Riproduce app e schermo touch su una superficie
Lenovo presenta Smart Cast
Proietta la tastiera da smartphone
Q
di Michele LEPORI
ualche anno fa sul web impazzò un video che giurava di essere l’ennesimo leak di una caratteristica tanto rivoluzionaria quanto folle: una tastiera
proiettata sul tavolo e uno smartphone in grado di riconoscere i tocchi sul
tavolo e riportarli nell’app. I più archiviarono il video come l’ennesima stranezza
della rete ma evidentemente in Lenovo devono aver pensato che quell’idea poteva avere sviluppi tangibili, tanto che è stato presentato ufficialmente Smart Cast,
lo smartphone con proiettore integrato in grado di riprodurre tastiere, app, video
e tutto quanto a schermo su una superficie d’appoggio. In realtà, durante l’IFA
dello scorso settembre abbiamo avuto modo di vedere allo stand Sony un’area
allestita con picoproiettori da casa con la stessa tecnologia di base, ma il colosso giapponese ha tenuto a precisare che tutto quanto ricreato nell’ambiente
domestico 2.0 era solamente un prototipo. Alla conferenza Lenovo Tech World,
di contro, Smart Cast
è decisamente più
prossimo alla realtà e
la tecnologia di proiezione “surface” si affiancherà alla normale
proiezione da muro.
Quando lo vedremo
sul mercato, per ora
non è dato sapere, ma
è certo che non lo perderemo di vista da qui
all’arrivo nei negozi.
di V.R. BARASSI
Secondo quanto riportato dai
colleghi tedeschi di Winfuture,
Microsoft starebbe per portare a
conclusione il progetto di sviluppo
del suo prossimo smartphone top
di gamma che si chiamerà (come
da previsione) Lumia 940. Non ci
sono ancora notizie ufficiali in merito ma le voci di corridoio sembrano essere piuttosto insistenti e
per questo meritano di essere citate. Prima di tutto pare che Microsoft abbia deciso di proporre due
versioni del suo flagship, e questo
per allinearsi alla strategia vincente di iPhone che ha saputo conquistare utenti anche con la variante Plus. Microsoft ha già fatto
qualcosa di simile con Lumia 640
(disponibile anche in variante XL)
ma i due terminali, appartenendo
a fasce di mercato molto diverse, potrebbero coesistere senza
problemi. Lumia 940 e Lumia 940
XL dovrebbero condividere gran
parte delle specifiche tecniche di
base, con 3 GB di memoria RAM
quasi certi, fotocamera da 10 Megapixel con lenti Zeiss e 32 GB
di storage interno. Il display avrà
dimensioni diverse (5,2” contro
5,7” della XL) ma analoga risoluzione QHD (2560×1440 pixel) e
cambierà anche il processore con
uno Snapdragon 805 scelto per il
modello base e uno Snapdragon
808 sulla versione XL. Anche la
batteria dovrebbe essere diversa:
3000 mAh contro 3300 mAh del
modello con il display più grande. Microsoft non ha voluto commentare le indiscrezioni ma pare
comunque certo che per l’annuncio ufficiale dovremmo attendere
Windows 10 Mobile.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT Dopo il lancio di Sky Online TV Box abbiamo intervistato Riccardo Balestiero, Head of OTT and New Media di Sky Italia
Nessuna paura di Netflix: Sky Online vincerà
Nessun timore per l’arrivo di Netflix in Italia, Sky è convinta di avere una offerta davvero imbattibile a livello di contenuti
di Roberto PEZZALI
S

ky Online ha lanciato il nuovo TV Box, set top
box esterno basato su Roku 3 e disponibile
al prezzo di 49 euro con due mesi di abbonamento a intrattenimento e Serie TV inclusi. Sky
punterà veramente forte sul box TV e per farlo ha
preparato anche una serie di spot realizzati con
Frank Matano che andranno in onda nei prossimi
mesi sulla TV pubblica. Molti i temi da approfondire,
e per questo abbiamo scambiato qualche opinione con Riccardo Balestiero, Head of OTT and New
Media di Sky Italia che è anche a capo del progetto
Sky Online.
DDay.it: Partiamo subito dalla domanda più
“calda”: niente alta definizione. Sky per gli italiani
più tecnologici è l’immagine stessa dell’alta definizione italiana, e vedere un nuovo servizio ancora in
standard definition non può che lasciare l’amaro in
bocca. Scelta tecnica o commerciale?
Riccardo Balestiero: “Questa è una scelta commerciale. Sky Online per Sky è l’offerta entry level, e
per usare una metafora automobilistica potremmo
dire che se Sky è la Ferrari, Sky Online è una Mini
destinata ad un pubblico specifico. La nostra definizione “standard” è comunque particolare, abbiamo raddoppiato il framerate e vi assicuriamo che
la qualità percepita è molto alta. Inoltre lavoriamo
offline i contenuti con una tecnica di compressione
particolare per dare il migliore risultato possibile.
Il box supporta anche il 1080p, ma al momento
l’offerta commerciale di Sky Online è in standard
definition. Non escludo però la possibilità, in futuro,
di portare l’offerta in HD”.
DDay.it: Questo per Sky Online è un vero “lancio”:
fino ad oggi possiamo considerarla una sorta di
fase “beta”. Cosa avete imparato in questa fase?
Balestiero: “Si, è un vero lancio italiano. La campagna partirà da domenica con una serie di spot in
rotazione. Il primo lancio per noi ha rappresentato
un anno di apprendimento necessario per conoscere il mercato e capire chi sono i nostri clienti.
torna al sommario
Abbiamo visto che sono utenti diversi dal cliente
tradizionale: per darvi qualche dato possiamo dire
che i 60% di clienti di Sky Online attuali rientrano in
quella categoria che definiamo “pay never”, utenti che non si sono mai avvicinati alla pay TV per i
prezzi elevati o per volontà di non vincolarsi. Ora
lo stanno facendo. La formula del subito e senza
contratto, unito alla comodità del box, può essere
un mix vincente”.
DDay.it: La scelta di un lancio, o meglio di un
“ri-lancio” in grande stile è legato in qualche modo
all’arrivo di Netflix. È un concorrente temibile?
Balestiero: “I concorrenti sono sempre i benvenuti
perché sono uno stimolo al miglioramento continuo. Riteniamo tuttavia che Sky Online sia al momento quello meglio posizionato in questo mercato
con un vantaggio competitivo dato dalla freschezza dei contenuti. Il 90% dei contenuti più visti su
Sky Online sono contenuti recenti, come Il Trono di
Spade, gli ultimi blockbuster cinema e i nostri contenuti esclusivi. Crediamo che il lungo archivio e la
quantità di contenuti non facciano poi la differenza alla lunga. L’altro vantaggio che abbiamo
è l’intrattenimento: X-Factor, Masterchef, Italia’s
Got Talent vanno benissimo, e non dimentichiamoci infine lo sport, dove basta portare il box a
casa di un amico per vedere una partita senza
abbonamento e vincoli.”
DDay.it: Non c’è il rischio che la bassa qualità
dell’infrastruttura di rete italiana condizioni anche Sky Online? “Sto per guardare la finale di
Masterchef, inizia e la vedo a singhiozzo, mentre mio cugino con la parabola la vede perfetta
in HD.”
Balestiero: “Sky satellitare è la Ferrari, hai la
garanzia della qualità. Sky Online è una offerta
dove la qualità dipende dalla banda a casa dei
clienti, e sappiamo che l’Italia non è ai livelli dell’Inghilterra dove la penetrazione broadband è
all’80%. Ricordiamo che la velocità media italiana è di 3 Mbit al secondo, in Inghilterra si viaggia a 18 Mbit al secondo. Ci sono chiaramente
problemi infrastrutturali che limitano la
crescita del mercato”.
DDay.it: lo Sky TV Box gestisce anche
la app: dovessero bussare alla porta Rai
con una sua app o addirittura un concorrente con la sua app Sky cosa potrebbe
rispondere?
Balestiero: “Ben vengano queste richieste. Se si guarda al cugino inglese con il
Now TV Box, si può trovare sull’interfaccia il BBC Player, l’equivalente di Rai.TV,
ed è un servizio molto apprezzato. I concorrenti in Inghilterra però non ci sono:
per quanto riguarda i servizi free siamo
disponibilissimi a parlarne con tutti, per i
concorrenti la cosa è più complessa”.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT Ci raccontano che al cinema la ultra-risoluzione è una realtà assodata, ma la realtà italiana è molto diversa
Film 4K al cinema? È più facile vincere alla lotteria
Pochi film arrivano in 4K e soprattutto le sale equipaggiate sono davvero pochissime, probabilmente meno del 10%
L
di Gianfranco GIARDINA
a maggior parte dei TV installati nelle case degli
italiani sono Full HD e iniziano a diffondersi i TV
Ultra HD, cioè 4K. Si tratta di TV, la maggior parte
dei quali sul taglio di 50-55”: una dimensione probabilmente insufficiente per apprezzare davvero il 4K;
e anche se lo fosse, a mancare sono i contenuti 4K.
Per fortuna c’è la sala cinematografica: lì lo schermo è
gigantesco e – si sente dire – oramai i film distribuiti in
4K sono tanti e le sale quasi tutte attrezzate. La realtà,
invece, è in Italia purtroppo molto diversa da quella
che viene raccontata.
Film 4K distribuiti in Italia
Solo una decina all’anno
Abbiamo provato ad andare oltre ai luoghi comuni
che vorrebbero oramai Hollywood completamente
votato al 4K: un buon punto d’inizio si trova sul sito
inglese di Sony, dove la società alimenta un elenco
completo dei film distribuiti in 4K in Europa. Scorrendo questi titoli, si scopre che i film 4K sarebbero
circa una ventina all’anno, negli ultimi tre anni, e non
sempre titoli imperdibili. Di certo stiamo già parlando di una piccola parte dei film in distribuzione, ma
comunque di una quantità che inizia ad essere sensibile.Ma questa fotografia potrebbe essere lontana
dalla situazione italiana: abbiamo sentito a questo
proposito Laura Fumagalli, proprietaria del cinema
Arcadia di Melzo, quello che da molti anni è considerato il “tempio” della proiezione cinematografica
di qualità, che ci ha messo in guardia: “Il fatto che
un film sia disponibile il DCP 4K in USA, UK o altri
territori, non è garanzia assoluta della distribuzione
in Italia in 4K – ci ha spiegato Laura Fumagalli -. Quei
titoli segnalati sul sito Sony come ‘4K releases’ sono
usciti in 4K in altri Territori; in UK sicuramente: non
avendo il problema del doppiaggio, tutto da loro è
molto più facile a livello di distribuzione. In Italia non
sono mai arrivati cosi tante release in 4K”.
E quindi, di quanti film stiamo parlando? “I film di-
Una vista aerea del multiplex Arcadia di Melzo
(MI), uno dei cinema che ha dato maggior
importanza alla qualità d’immagine e dell’audio.
stribuiti con DCP 4K in Italia
nell’ultimo anno sono stati poPer approfondire
chissimi – prosegue Fumagalli
Per sapere cos’è il 4K cinematografico e conoscere le differenze con
-, direi una decina al massimo,
quello domestico leggi questo approfondimento di DDAY.it
stando larghi. Per lo più titoPer sapere perché al cinema il 4K è molto più importante che a casa,
li Sony (distribuiti in Italia da
consulta questo documento di Sony.
Warner Bros) e qualche Universal, ma davvero pochissimi.
Ma mi piace ricordare Torneranno i prati di Ermanno Olmi, il primo film italiano
4K. Un dato assolutamente coerente con quanto racad essere post-prodotto e distribuito in 4K da Rai
contatoci dal gestore di Arcadia. Un polmone un po’
Cinema (girato in pellicola, ndr). Il regista Olmi è vedeboluccio per alimentare le supposte prossime venture release home video in Ultra HD. Chi parla quindi
nuto da noi in Sala Energia per la assoluta prima
di prossime abbondanti release cinematografiche in
proiezione del film”.
4K, magari per l’utilizzo domestico, deve purtroppo
Ovviamente a un cinema che ha sempre fatto delscontrarsi con la dura realtà: le produzioni veramente
l’immagine di qualità il suo credo come Arcadia, la
4K per il cinema (dalla ripresa, agli effetti speciali fino
scarsa disponibilità di film in 4K va stretta: “Questa
alla distribuzuzione in Italia) sono ancora poche e il risettimana, caso eccezionale – prosegue Fumagalli
- debuttano ben due titoli in 4K: Tomorrowland delschio di rivedere ancora una volta i master “upscalati”,
come fu all’inizio del DVD e poi del Blu-ray, è purtropla Disney e La giovinezza di Sorrentino. Ma per il
resto proponiamo la super-qualità di immagine con
po dietro l’angolo.
le pellicole a 70mm: dopo il successo di Interstellar
in 70mm, abbiamo iniziato a proporre pellicole tratte
dalla collezione privata di mio padre. La proposta ha
come titolo ‘un film in 70MM ogni 7 settimane’: questa
Qui si apre il vero tema, forse anche più grave della
settimana è stato proiettato Il te ne deserto, il prossidisponibilità di film: quante sono le sale cinematografiche (di prima visione) con proiettore 4K? Infatti
mo sarà Total Recall”.
il dato di una decina di film all’anno in 4K, va incroSu Internet c’è anche chi, da spettatore appassionato,
ciato, ovviamente, con quello delle sale cinematoha provato a ricostruire quanti fossero i film in 4K digrafiche attrezzate con proiettori 4K, ovverosia in
stribuiti in Italia, riunendo i dati raccolti in un post sul
grado di riprodurre al meglio questi master. Se il film,
forum di AVmagazine. Può essere che ci sia qualche
errore nelle rilevazioni (magari film distribuiti all’estero
anche se distribuito in 4K, approda in un cinema che
in 4K ma che in Italia non sono mai arrivati in questo
ha solo un proiettore 2K, viene ovviamente proiettaformato), ma almeno abbiamo un ordine di grandezza:
to in questa risoluzione. E soprattutto, è necessario
secondo l’elenco pubblicato, tanto per fare un esemcapire quante sale 4K siano effettivamente aperte al
pubblico e facenti parte dei circuiti della prima vipio, i film in 4K distribuiti al cinema in Italia nel 2014
sono 18, di cui 3 sono vecchissime release in pellicola
sione. Il campione della ricerca Cinetel conta 3261
restaurate e rimasterizzate: quindi un totale di 15 film
sale (2K e 4K) censite nel 2014 in Italia, di cui la stra“originali”, di cui 4 sono stati girati interamente o pargrande maggioranza con proiettore 2K. Sony, che ha
una percentuale nettamente prioritaria del mercato
zialmente con videocamere non 4K (la maggior parte
con delle validissime Arri che catturano file RAW da
(si dice intorno all’80% degli schermi 4K), ha recen2,8 K). Ne restano quindi 11 veramente e interamente
I numeri delle sale 4K di “prima visione”
Meno di 250 in Italia

segue a pagina 15 
torna al sommario
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT
Inchiesta film 4K al cinema
segue Da pagina 14 
temente annunciato di aver tagliato il traguardo di
400 proiettori 4K installati in Italia; da questo dato
potremmo dedurre, contando anche gli altri produttori, un numero di circa 500 sale attive in questa risoluzione nel nostro Paese. saremmo ancora a percentuali molto contenute rispetto alle oltre 3200 sale
censite. Ma probabilmente le sale cinematografiche
di prima visione con proiettore 4K sono molte meno.
Secondo la dettagliata “anagrafe”, compilata e costantemente aggiornata da appassionati frequentatori del forum di avmagazine.it, le sale cinematografiche attrezzate 4K in Italia sarebbero circa 210, la
metà di quelle che Sony afferma di aver installato. E
quelle mancanti che fine hanno fatto?
4K all’oratorio, l’anomalia
delle parrocchie iper-tecnologiche
Se si guarda la directory delle installazioni sul sito
Sony, si scopre che alcune – in realtà poche - riguardano screening room private o servizi di noleggio.
Ma con un po’ di ricerche a campione, si scopre facilmente che molte delle sale 4K con proiettore Sony
sono addirittura sale parrocchiali. Sì, con un parco
sale cinematografiche italiano che come minimo
all’80-90% è ancora in 2K, ci sono diverse sale parrocchiali già aggiornate al 4K, ma che ovviamente
difficilmente faranno girare, almeno per un po’, film
in questo formato. E che probabilmente non hanno
neppure schermi e impianti audio dimensionati per
una visione di altissima qualità. Di certo i cineforum
parrocchiali, con la fine della distribuzione dei film
in pellicola, sono stati costretti a passare al digitale
per non chiudere i battenti; francamente incredibile,
però, che invece di recuperare un buon usato dalle
sale di prima visione in passaggio al 4K, l’abbiano
fatto direttamente con la tecnologia più avanzata; e
sappiamo che le parrocchie italiane non navigano
nell’oro. In particolare, salta all’occhio come la stragrande concentrazione di queste sale parrocchiali
hi-tech riguardi le provincie di Milano, Bergamo e
Brescia, frutto – immaginiamo – di finanziamenti ad
hoc di Regione Lombardia (qui alcuni beneficiari,
soprattutto parrocchie appunto); e probabilmente
anche dell’operato di ACEC (Associazione Cattolica
Esercenti Cinema). Ovviamente, quindi, appare chiaro come il dato offerto dei ragazzi di avforum.it sia
largamente più attendibile, anche se magari arrotondato per difetto, rispetto alle 400 sale citate da Sony.
Pensiamo di non sbagliare di molto se ipotizziamo
che le sale di prima visione 4K in Italia siano in questo momento non più di 250, una percentuale ben
inferiore al 10% delle sale totali, troppo poco.
Grandi multiplex: 4K quasi sconosciuto
E mentre i parrocchiani esultano, gli spettatori dei
multiplex piangono. Prendiamo, per esempio, due tra
i circuiti principali di sale: UciCinemas e The Space.
UciCinemas è stata ripetutamente contattata da noi
senza che ci venisse fornita una risposta ufficiale; in
ogni caso, secondo alcune fonti, risulterebbe che
su 45 multiplex, e quindi diverse centinaia di sale,
solo 6 siano quelle equipaggiate con proiettori 4K: si
tratta delle sale identificate come “iSens”, che offrono anche l’audio Dolby Atmos. Per fortuna, almeno
in questo caso, nella programmazione è indicato in

Nella foto, don Adriano Bianchi, presidente di ACEC, nell’atto di benedire un nuovo proiettore
parrocchiale in provincia di Brescia, diocesi in cui è anche direttore dell’ufficio Comunicazioni Sociali.
torna al sommario
maniera chiara quali film vengono proiettati in sala
“iSens”, ma, come dappertutto, non c’è alcuna indicazione se il film sia distribuito in 4K.
Non va meglio nei multiplex TheSpace: dalle
“liste” che gli appassionati hanno pubblicato online risulterebbe che su 36 multiplex (e anche qui
centinaia di sale) siano solo 7 quelle in 4K. La situazione è in realtà ancora peggio: la società ci ha
risposto ufficialmente confermandoci che su tutte
le sale del circuito TheSpace, solo una è equipaggiata con proiettore 4K, la n.6 del multiplex di
Firenze. Per tutte le altre centinaia, solo proiettore 2K. Che probabilità si ha di riuscire a vedere
un film in 4K? In queste condizioni, lo spettatore medio (che non vada a chirurgicamente sull’accoppiata
film-sala) non avrà quasi mai occasione di vedere
un film in 4K: se incrociamo i pochissimi film girati
e distribuiti in 4K con le sparute sale disponibili, la
probabilità di imbattersi “per caso” in uno spettacolo
4K è praticamente trascurabile. Se poi uniamo il fatto
che non esiste una comunicazione chiara dei film nativamente in 4K e generalmente neppure delle sale
equipaggiate, il fatto che si riesca a scegliere film
e sala giusta è prerogativa dei super-appassionati
che riescono, se ce la fanno, a incrociare le poche
informazioni disponibili in rete. In questo contesto,
viene da pensare anche a quali contenuti si riuscirà
a portare sui tanti, presto tantissimi TV 4K installati
nel mercato italiano: se la situazione è questa, con
poco più di una decina di film all’anno veramente in
4K, sembra davvero difficile pensare a una diffusione decente di titoli home video, sia che questi siano
in streaming che nel costituendo Blu-ray Ultra HD;
a meno che non si tratti di contenuti 4K solo nella
forma, ma provenienti da master ben meno nobili e
opportunamente scalati.
Ma, al di là della situazione domestica, quello che fa
più pensare è che il 4K in Italia di fatto non ci sia là
dove serve maggiormente, ovverosia al cinema. Con
gli schermi giganteschi delle nuove sale e con rapporti tra dimensione schermo e distanza di visione
estremi come accade nella maggioranza dei cinema,
il 4K sarebbe necessario, un vero e proprio “must”.
Sicuramente molto più utile di quanto non sia nelle
case, su TV da 50 pollici visti a qualche metro di distanza. Tutta italiana, poi – come abbiamo visto –,
l’anomalia delle parrocchie hi-tech. Insomma, c’è ancora molto lavoro da fare.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT Biscione pigliatutto: esclusiva per tre stagioni delle immagini di contorno e dei commenti da bordo campo
Mediaset si aggiudica il pacchetto C dei diritti della serie A
Prevista anche un’esclusiva per le immagini di archivio e le riprese 3D e 4K trasmesse su piattaforma terrestre e satellitare
D
di Roberto FAGGIANO
opo aver conquistato i diritti per
la Champions League c’è un’altra
esclusiva triennale per Medaiset
Premium, il pacchetto C dei diritti per
la seria A di calcio italiana. Questo pacchetto comprende per le prossime tre
stagioni del massimo campionato tutte
le immagini di contorno a ogni partita:
dall’arrivo delle squadre allo stadio fino
alle interviste del dopo partita, passando dalle immagini degli spogliatoi fino
ai commenti da bordo campo.
A dire il vero questo pacchetto non è
stato uno dei più contesi dalle pay-TV,
infatti la Lega Calcio lo aveva lancia-
to sin dallo scorso anno e solo dopo
numerose riaperture del bando sono
arrivate offerte concrete. Nel primo
bando la Lega indicava come cifra
minima ben 15 milioni di euro a stagione, mentre secondo alcune indiscrezioni Mediaset sarebbe scesa a circa
3 milioni a stagione per aggiudicarsi il
pacchetto C.
Non pensiamo che gli abbonati Sky
siano particolarmente delusi dal non
vedere più i giocatori in mutande negli
spogliatoi o sentire banali interviste ai
giocatori alla fine del primo tempo, più
grave invece perdere gli interventi dei
commentatori a fianco delle panchine.
In fondo questo pacchetto C è sempre sembrato più che altro un modo
per monetizzare ogni istante di una
partita, tuttavia è sempre un contenuto aggiuntivo che ora Sky non potrà
più mostrare ai propri abbonati. Tra le
pieghe del pacchetto C però ci sono
altri punti importanti, per esempio il
fatto che solo l’assegnatario di questo
pacchetto potrà fare riprese in 3D e soprattutto in 4K per la trasmissione sulla
piattaforma terrestre e satellitare. Ma
non è finita qui perchè tra le esclusive
di Mediaset rientrano anche le immagini d’archivio dei campionati già disputati. In pratica non potranno più essere
mostrate da altre televisioni nemmeno
le immagini dei gol o il classico servizio
breve con gli high-lights di una partita.
Per le prossime tre stagioni sono al di
fuori dell’esclusiva i primi otto giorni
successivi a ogni gara.
Questa nuova ulteriore esclusiva però
non riguarda le partite disputate da Empoli, Juventus, Roma, Sassuolo e Torino che tratteranno direttamente con le
pay-tv i diritti per le proprie immagini.
Ora resta da vedere se le trattative in
corso tra Sky e Mediaset, nonché le indagini della magistratura, porteranno a
situazioni concrete diverse.
ENTERTAINMENT
ENTERTAINMENT Appena chiuse le specifiche UHD Alliance, Fox proporrà l’home video in Ultra HD
Fox pronta per l’home video Ultra HD e HDR
Lo studio offrirà i nuovi titoli con master 4K e High Dynamic Range, in streaming e in Blu-ray
F
di Paolo CENTOFANTI

ox è uno dei principali promotori della UHD Alliance, tanto
che il presidente dell’associazione Hanno Basse è proprio lo stesso chief tecnology officer di 20th
Century Fox. Non stupisce più di tanto allora che lo studio cinematografico ha annunciato che sarà il primo a
proporre per l’home video tutti i propri
nuovi contenuti in Ultra HD e HDR. I
primi film dovrebbero diventare disponibili verso fine anno, presumibilmente in streaming (Netflix e Amazon) e
Ultra HD Blu-ray Disc, non appena la
UHD Alliance e la Blu-ray Disc Association rispettivamente pubblicheranno le
specifiche per l’HDR. La UHD Alliance
è l’associazione la cui formazione è
stata annunciata allo scorso CES di
Las Vegas, proprio con lo scopo di
definire delle specifiche comuni per
la futura distribuzione di contenuti in
Ultra HD su molteplici piattaforme di-
torna al sommario
gitali. Oltre alla risoluzione 4K ci sono
altri parametri infatti da definire per
una supporto globale da parte dell’industria, quali l’HDR appunto, ma anche
lo spazio colore wide gamut, audio 3D
e l’eventuale supporto per high frame
rate. Gli standard già ci sono, ma è
questione di individuare quali adottare
per avere il massimo dell’interoperabi-
lità. Durante il CES 2015, dimostrazioni
dell’HDR erano state effettuate con
due titoli Fox, Life of Pi (in apertura)
ed Exodus. La UHD Alliance è stata
formata da DIRECTV, Dolby, LG, Netflix, Panasonic, Samsung, Sharp, Sony,
Technicolor, The Walt Disney Studios,
Warner Bros. Entertainment, oltre naturalmente a 20th Century Fox.
Roland Garros
in HDR
e Dolby AC-4
France Télévisions ha annunciato che
il torneo di tennis del Roland Garros
viene trasmesso in 4K attraverso un
canale di test satellitare in DVB-S2
all’interno del pacchetto FRANSAT
e in DVB-T2 tramite il ripetitore sperimentale di TNT sulla Tour Eiffel. In
entrambi i casi si parla per il video di
codifica HEVC, ma la sorpresa viene
dall’audio: per la prima volta viene
testato il Dolby AC-4, evoluzione del
Dolby Digital che offre un incremento
del 50% nell’efficienza di compressione. La produzione del Roland
Garros sta testando anche altre tecnologie. Come per la recente finale di
Coppa Italia, alcuni match del torneo
saranno ripresi in HDR come parte di
una sperimentazione in collaborazione con Sony. Altro test riguarda le
riprese a 360 gradi per la riproduzione su visori di realtà virtuale come il
Samsung Gear VR e la Cardboard di
Google. Alcuni estratti delle riprese
in Ultra HD saranno pubblicati sui
canali YouTube del Roland Garros e
di France TV Sport.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT Partirà a fine anno la piattaforma di download (legittimo) di contenuti 4K
Con Vidity si potranno scaricare film 4K
Fox e Warner sono i fondatori, a cui si è aggiunta Universal. Solo Disney latita... per ora
S
di Emanuele VILLA
econdo la documentazione ufficiale, Vidity è il brand consumer creato
dalla Secure Content Storage Association, un consorzio di aziende hardware e di contenuti fondato a gennaio 2012
e comprendente nomi noti nel panorama
dell’entertainment quali Warner Bros e
20th Century Fox oltre a SanDisk e Western Digital. In poche parole, Vidity è la
piattaforma che permetterà il download
(sì, download) legale di contenuti Ultra
HD su diversi dispositivi e si affiancherà
quindi ad altre modalità di fruizione 4K
quali lo streaming e l’Ultra HD Blu-ray.
Anche in questo caso, comunque, per vedere Vidity in azione occorrerà attendere
la metà/fine di quest’anno. Fermo restando che per avere il successo sperato c’è
bisogno che (almeno) tutte le major cinematografiche siano coinvolte nel progetto (al momento manca solo Disney, poichè anche Universal è scesa in campo),
affinchè il sistema funzioni c’è bisogno
di dispositivi Vidity-compliant, anch’essi
previsti in uscita
entro fine anno.
Per il resto il meccanismo è molto
semplice: si acquista un film/serie
TV dallo store e si
scarica il file “blindatissimo” in uno
strumento di storage certificato Vidity
(non per niente tra i fondatori figurano
Western Digital e SanDisk), oppure in un
dispositivo mobile come uno smartphone o un tablet; a quel punto lo si può riprodurre con tutti gli strumenti certificati,
che andranno dai TV 4K agli smartphone,
ai PC e via dicendo. Ma attenzione, per lo
scaricamento e la riproduzione è necessario che l’apparecchio sia certificato, e
questo sia per questioni tecniche, sia di
protezione antipirateria. Le FAQ di Vidity
sono molto chiare in proposito, specie
per il 4K: per esperienze di riproduzione
“premium”, come il 4K o il 1080p ad alto
bitrate, è necessario hardware compati-
bile Vivity per riprodurre il contenuto su
smartphone, tablet, PC o Smart TV. Una
delle caratteristiche su cui il consorzio
punta molto è il fatto di non essere vincolato (post-scaricamento) alla connettività web e alle sue oscillazioni di qualità
soprattutto durante gli spostamenti. Ovviamente si consiglia una connessione
stabile e a banda larga poichè comunque
è necessaria la fase di download, che va
ridotta il più possibile. Non ci resta che attendere la seconda parte dell’anno, che
tra streaming, Ultra HD Blu-ray, Vidity e
affini, potrebbe essere finalmente quella
dell’arrivo dei contenuti 4K.
ENTERTAINMENT In Francia fissato il termine (aprile 2016) per il passaggio da MPEG-2 a MPEG-4
Dal 2016 la TV francese passerà all’MPEG-4
Le frequenze dei canali dopo il 50 verranno liberate per gli operatori telefonici. E in italia?
I
di Roberto FAGGIANO
n Francia la decisione è ufficiale: dal
5 aprile 2016 tutte le emittenti televisive che trasmettono sul digitale
terrestre dovranno passare dal codec
MPEG-2 all’MPEG-4 AVC. Nella stessa
data le frequenze di trasmissione superiori ai 700 MHz (corrispondenti dal canale 50 in poi) dovranno essere liberate
e passeranno agli operatori di telefonia
mobile, inizialmente nella sola regione
della Ile de France (la zona dove si trova
Parigi). Per il resto del territorio francese
il passaggio agli operatori telefonici sarà
progressivo tra l’ottobre 2017 e il giugno
2019. In Francia si calcola che siano circa
4 milioni gli utenti non ancora attrezzati
con un TV o un ricevitore abilitato all’alta
definizione e verranno studiate misure
per facilitare il passaggio all’HD. Va specificato che in Francia tutti i canali nazionali più importanti vengono già diffusi in
HD e quindi il provvedimento consentirà
di eliminare gli “inutili” doppioni in definizione standard.
E in Italia? Un passaggio all’MPEG-4
in tempi così brevi è impensabile, così
come sgomberare i canali superiori al 50.
Basta pensare che sono ancora attivi alcuni multiplex trasmessi sopra al 59 e
lo spropositato numero di emittenti locali
che combatte a colpi di interferenze reciproche nel resto della banda disponibile.
In ogni caso bisognerà attrezzarsi perchè nelle zone confinanti con la Francia
le emissioni su frequenze superiori ai
700 MHz creerebbero interferenze.
Ma un piano della Rai c’è già, reso noto
durante una conferenza SMPTE (Society
of Motion Picture and Television Engineers). Nella foto che pubblichiamo
(tratta da twitter) notiamo le sconcertanti
date previste per l’evoluzione tecnologica: fino al 2022 si ritiene “impossibile”
abbandonare l’MPEG-2 e che sarebbe
uno spreco di banda il simulcast dei canali HD. Mentre forse, nel periodo 2022-
2027, si annuncia un “aumento” dei
canali in alta definizione. Come dire che
per i nostri televisori Ultra HD bisognerà
cercare altrove le sorgenti giuste. Senza
contare che nel 2027 i TV 4K saranno
già pezzi da museo.
Lo streaming
pirata
di Popcorn Time
arriva anche
via browser
Dopo l’applicazione
per Windows e le app
per dispositivi mobile
(iOS compreso)
Popcorn Time arriva
sul browser web
Durerà poco?
di Emanuele VILLA
Bloccare la pirateria sembra
essere sempre più difficile. Ci
sono servizi di streaming illegale,
come il noto Popcorn Time (che
trasmette film on demand di ogni
genere e natura) che sopravvivono a distanza di mesi/anni
dal primo avvistamento e che si
espandono a macchia d’olio. I
film sono in inglese e quindi non
particolarmente attraenti per il
pubblico italiano, ma la semplicità di utilizzo del servizio (clicchi
un tasto e parte il film, tutto tramite torrent) l’ha reso un’icona dello streaming “selvaggio” di contenuti cinematografici. Nel corso
dei mesi Popcorn Time ha esteso
il proprio target: prima con l’applicazione per Windows, poi con
Android, alla fine è arrivata anche
l’app per iOS che funziona con
jailbreak ma anche senza. Infine,
il passaggio finale: Popcorn Time
sarebbe accessibile anche via
Web mediante il servizio Popcorn
in your Browser. Ciò significa poter vedere i film direttamente sul
browser, senza doversi dotare
di app ad hoc o installare nulla
sul PC, una comodità notevole
soprattutto quando non si è alla
propria postazione.
Resta solo da capire quanto sopravviverà.

.
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n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
ENTERTAINMENT Importanti novità per Spotify, che annuncia l’arrivo di contenuti non musicali
Su Spotify arrivano video, podcast serie TV
Spotify si evolve, offrirà anche notiziari, podcast e persino programmi TV, alcuni originali
Annunciato il nuovo Spotify Running, con playlist automatiche da ascoltare a ritmo di corsa
S
di Paolo CENTOFANTI

potify ha tenuto a New York un
incontro con la stampa in cui ha
annunciato importanti novità. Di
fatto si tratta del più grande aggiornamento del servizio dal suo lancio, con
l’introduzione non solo di nuove funzionalità ma anche di nuovi contenuti.
Spotify non è più soltanto sinonimo di
musica, ma anche di video, podcast,
news e persino programmi TV. Durante l’evento Daniel Ek ha snocciolato alcuni dati sulla centralità che sta
acquisendo Spotify nelle abitudini di
ascolto in tutto il mondo: sono 25 miliardi le ore di musica ascoltate sulla
piattaforma e ogni mese 2 miliardi di
volte qualcuno scopre un nuovo artista grazie alle playlist create dai curatori del servizio. Ma ora è giunto il
momento di andare oltre la musica e
trasformare Spotify in una completa
piattaforma di intrattenimento portando a bordo produttori di contenuti come MTV, Comedy Central, ABC,
NBC, TED, Vice, BBC, ESPN e tanti
altri. Ma come si inserisce tutto ciò
nell’esperienza di ascolto di Spotify?
Attraverso una nuova funzionalità, denominata Now, e che essenzialmente
proporrà contenuti personalizzati per
ogni momento della giornata: si sceglie l’attività che si sta svolgendo (ad
esempio viaggiando verso il lavoro) e
Spotify proporrà playlist personalizzate, ma anche podcast e contenuti
video. Now sarà in grado di imparare i nostri gusti, inizialmente dalle
playlist che abbiamo già realizzato e
dalle nostre abitudini di ascolto, in seguito memorizzando le nostre attività
sulla piattaforma. La musica continua
a rivestire il ruolo da protagonista,
torna al sommario
LG mostra
un TV OLED
sottile 1 mm
che si appende
come un quadro
LG mostra i progressi
sul fronte degli OLED
con un TV sottile
come un foglio e che si
appende alla parete
con dei magneti
Sale anche l’efficienza
di produzione
dei TV OLED
di Paolo CENTOFANTI
ma per quanto riguarda i contenuti video si va ben oltre come si può
vedere dai nomi coinvolti e l’azienda
ha deciso anche di investire in produzioni originali per il suo servizio con
gli Spotify Originals. Queste novità
arriveranno inizialmente negli Stati
Uniti, Germania, Regno Unito e Svezia
e verranno gradualmente estese negli
altri paesi nel corso dell’anno.
I contenuti non sono l’unica novità di
Spotify. La piattaforma di streaming ha
deciso di introdurre infatti anche nuove modalità di ascolto, di cui il primo
esempio sarà la nuova funzione Spotify Running. Innanzitutto, attivando la
modalità running si aprirà un nuovo
player che analizza tramite i sensori di
movimento dello smartphone il nostro
ritmo durante una corsa per proporre
musica dal con il giusto tempo e in
base ai nostri gusti. Se si cambia ritmo
durante la corsa, la playlist verrà aggiornata automaticamente senza bisogno che l’utente debba intervenire.
Ma per un’esperienza davvero ottimizzata per la corsa, Spotify è andata un
Spotify Running, video
passo oltre coinvolgendo il DJ Tiesto
nella composizione di sei tracce audio specifiche per motivare i corridori,
realizzate in un nuovo formato audio
che adatta automaticamente la musica in funzione del ritmo della corsa.
Non si tratta semplicemente di un
adattamento del pitch e della velocità
del tempo, ma di qualcosa di più dinamico e sofisticato, anche se non sono
stati divulgati ulteriori dettagli. Spotify
Running sarà disponibili da oggi anche in Italia, inizialmente su iOS e a
seguire sulle altre piattaforme. Il servizio sarà integrato poi anche nelle app
Nike e Runkeeper più avanti nel corso
dell’anno.
LG Display ha mostrato in
Corea alla stampa un display
OLED spesso appena 0,97 mm
e con un peso di 1,9 Kg per una
diagonale di 55 pollici, un formato tanto sottile e leggero da
consentire di appenderlo agevolmente alla parete con dei semplici magneti. Si tratta chiaramente
solo di un prototipo allo stato attuale, ma esposto a dimostrazione dei progressi fatti nell’ultimo
anno dalla divisione OLED, il cui
capo, Yeo Sang-deog, ha annunciato che l’efficienza di produzione sta velocemente crescendo ai
livelli di quella dei pannelli LCD,
un fattore chiave per l’abbassamento dei prezzi: “C’è voluto un
anno e mezzo per raggiungere
questo livello di rendimento nella
produzione di OLED, mentre ce
ne sono voluti quasi 10 per ottenere lo stesso risultato con gli
LCD”. LG Display punta a vendere
circa 600.000 pannelli nel 2015,
che diventeranno 1,5 milioni nel
2016; il principale cliente è naturalmente la casa madre per i suoi
televisori. A questo proposito,
entro la fine dell’anno dovrebbe
arrivare persino un 99 pollici, che
andrà ad affiancarsi ai tagli da 55,
65 e 77 pollici.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TV E VIDEO Tra qualche settimana saranno diponibili nei negozi i primi TV Sony con Android
Ecco tutti i prezzi dei nuovi TV Android Sony
Si parte dagli 899 euro del 43” W808 agli 8999 euro del modello top di gamma da 75” 4K
A
di Robero PEZZALI
bbiamo già approfondito le caratteristiche della gamma di TV Sony
(qui i dettagli), elencando tutti i
modelli che arriveranno sul mercato nei
prossimi mesi. Siamo in grado ora di
dare i prezzi dei primi modelli disponibili nei negozi, anche se come sempre la
gamma arriverà un po’ scaglionata.
La serie più abbordabile sarà la W80C
e sarà disponibile nei tagli da 43”
(899 euro), 50” (1099 euro) e 55”
(1299 euro): avrà ovviamente Android TV,
sarà Full HD 3D con processore X-Reality Pro e sarà dotata di telecomando One
Flick Entertainment.
Interessanti, per chi vuole uno schermo
di grandi dimensioni non 4K e senza
spendere troppo, i due modelli W85C:
sono uguali ai W80C nelle caratteristiSONY W80C
che ma hanno tagli da
65” e 75”: il 65” ha un
listino di 1999 euro, il
75” di 2999 euro, non
male per un “bestione”
di queste dimensioni.
Chi vuole un pannello
4K dovrà orientarsi sulla
X83C: due modelli da
43” (1199 euro) e 49”
(1499 euro) dotati del
nuovo processore X1 e,
appunto, del pannello Ultra HD. Questa
serie è priva però di 3D e di Triluminous,
presenti invece sulla X85C, disponibile in
tagli da 55” (1999 euro), 65” (2999 euro)
e 75” (4999 euro).
Un occhio al design per la serie X90C:
siamo di fronte ai TV con design
Ultra Slim, un profilo di soli 4.9 mm nella parte alta: le caratteristiche sono 4K,
SONY W85C
Triluminous e 3D, i prezzi vanno dai
3499 euro del 55” ai 4490 euro del 65”.
Chiudiamo con i top di gamma, dotati
di design Wedge, Hi-Resolution Audio,
Xtended Dynamic Range (aggiornabile a
HDR) e Triluminous: il 55” X93C costerà
3499 euro, il 65” X93C 4490 euro. Per
portarsi a casa l’enorme e incredibile 75”
X94C dserviranno invece 8999 euro.
SONY X93C
TV E VIDEO LG ha dichiarato la ferma intenzione di aggiornare all’HDR i TV OLED EG9600/EG960
LG aggiorna alla tecnologia HDR i TV OLED
L’aggiornamento arriverà solo quando le specifiche tecniche dell’HDR saranno finalizzate
di Emanuele VILLA
L

a prossima frontiera tecnologica
in ambito televisivo è l’HDR (HighDynamic Range), una tecnologia
conosciuta da tempo in ambito fotografico e che potrebbe portare avanzamenti
qualitativi importanti anche nel mondo
del video. L’abbiamo appreso allo scorso
CES di Las Vegas, constatando peraltro il
“solito” problema dei contenuti e dell’assenza di un vero e proprio standard.
Dal canto suo, LG decide di puntare sulla
longevità dei propri OLED annunciando
che i modelli di ultimissima generazione EG9600/EG960 verranno aggiornati
alla riproduzione di contenuti HDR con
un nuovo firmware. L’azienda non si sbilancia sugli altri modelli che potrebbero essere aggiornati in seguito e sulla
data di rilascio dell’aggiornamento, che
torna al sommario
arriverà “quando le
specifiche tecniche
dell’HDR saranno
finalizzate”. Probabilmente ne riparliamo in autunno,
sicuramente dopo
l’IFA di Berlino.
LG, interpellata da
Forbes in proposito, ha risposto
che “la tecnologia
OLED è perfettamente adatta a mostrare contenuti HDR
a causa della sua capacità di mostrare
neri perfetti e contrasti infiniti [...] L’aggiornamento firmware permetterà agli
utenti di godere dei contenuti HDR in
streaming tramite le app presenti nella
Smart TV LG o mediante altri device via
interfaccia IP”. Da questa affermazio-
ne si deduce, ma anche qui occorrono
delucidazioni ufficiali in merito, che gli
OLED in questione possano non essere compatibili con l’HDR via HDMI 2.0a,
che poi è quello che verrà impiegato dai
futuri Ultra HD Blu-ray. Ovviamente siamo in una fase iniziale del processo, e
non ci resta che attendere sviluppi...
Nasce TivùLink
tutte le app in
una schermata
Nuovo servizio TivùSat
Sul canale 100 arriva
TivùLink, una pagina
con tutte le applicazioni
on demand disponibili
sulla piattaforma
Per accedere ai servizi
basta il collegamento
a internet
di Emanuele VILLA
Dal 28 maggio gli utenti TivùSat
hanno a disposizione un nuovo
canale: andando nella posizione 100 troveranno TivùLink, una
schermata dalla quale accedere
a tutte le applicazioni rese disponibili dalle diverse emittenti. Per
usufruire del servizio è necessario avere un decoder Tivùsat con
bollino HD e/o TivùOn oppure di
un TV con cam TivùSat e tessera
abilitata ai collegati al web.
Dal canale 100, per accedere ai
servizi desiderati basta semplicemente usare i tasti direzionali del
telecomando. Sulla schermata si
può scegliere da una colonna posta a sinistra il fornitore di servizi
on demand tra Rai, Mediaset e
La7 oppure avere subito sott’occhio tutti i servizi disponibili. Con
questa iniziativa gli utenti TivùSat
potranno avere a disposizione
tutti i programmi Rai della settimana precedente con Rai Replay
oppure le edizioni quotidiane dei
Tg regionali Rai e le notizie sportive di Rai Sport. Mediaset mette
a disposizione il servizio Rewind
per rivedere programmi già trasmessi, i notiziari di TGCom24
e Sport Mediaset oppure i contenuti di Infinity per gli abbonati.
Per La7 c’è la possibilità di vedere le puntate trasmesse dei
programmi più importanti tramite
OnDemand.
.
H
Super garanzia
L
P
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
HIFI & HOME CINEMA Nella serie 79 manca l’aggiornamento con il Dolby Atmos e il DTS:X
Amplificatori
Yamaha,
novità
in
arrivo
A-S1100 è l’amplificatore stereo di alta gamma, ispirato al modello superiore anche nel prezzo
Rinnovata anche la gamma media dei sintoampli home theater, con Bluetooth e Wi-Fi di serie
L
di Roberto FAGGIANO
a tradizione Yamaha nel mondo
dell’alta fedeltà è stata fortemente
rilanciata dalla coppia A-S2100 e
CD-S2100 (qui la nostra prova completa), eccellente nelle prestazioni e con
l’inconfondibile estetica dei modelli entrati nella storia del marchio. Ora Yamaha
accontenta le richieste degli audiofili
verso un modello di amplificatore più
accessibile: il nuovo A-S1100 (1.699 euro,
foto a destra in alto) è a tutti gli effetti
una versione lievemente semplificata
del modello A-S2100, rispetto al quale
si perdono solo gli ingressi bilanciati ma
si mantengono tutte le particolarità tecnologiche e l’ottimo livello costruttivo.
Identica pure l’estetica in versione nera
o silver con fianchi in legno. Ritroviamo
quindi la potenza di 2x90 watt su 8 ohm
oppure 2x150 watt su 4 ohm (0,07 THD),
finali mosfet, circuitazione bilanciata e
completamente separata per i due canali, alimentazione sovradimensionata,
ingresso per giradischi con testine MM
o MC su scheda separata e a stadi discreti, controllo del volume elettronico e
terminali per i diffusori in metallo pieno.
Tra le connessioni si è rinunciato come
anticipato all’ingresso bilanciato, ma non
si è perso nulla in versatilità, compresa la
separazione pre-finale. Di conseguenza
anche il prezzo è solo di poco inferiore al
2100, ma comunque pur sempre qualcosa in meno. Il nuovo amplificatore sarà
disponibile da giugno.
Per quanto, invece, riguarda la nuova
serie 79 dei sintoamplificatori HT di gamma medio-bassa, Yamaha colma una
lacuna verso i concorrenti includendo i
collegamenti senza fili Bluetooth e Wi-Fi,
per i quali finora si doveva ricorrere ad
accessori esterni. Tutti i nuovi modelli,
escluso il modello base RX-V379, hanno la connessione di rete senza fili e la
compatibilità con la musica liquida fino
ai migliori DSD da 5,6 MHz. Altri miglioramenti tecnici sul video invece partono
dal modello RX-V679. Saranno invece

YAMAHA A-S1100
torna al sommario
delusi gli appassionati dalla mancanza
della compatibilità con il Dolby Atmos
e il dts:X, che Yamaha riserverà ai soli
modelli della serie Aventage in arrivo più
avanti. Nessuna modifica nemmeno alla
gamma di lettori Blu-ray.
Il nuovo top di gamma RX-V779 (749
euro) sarà disponibile da luglio, ha potenza di 95 watt per canale (8 ohm, 0,06%
THD) ed è compatibile con HDCP 2.2 e
segnali 4K 60p (4:4:4) in pass through
oltre al’upscaler integrato. Per l’audio
vengono utilizzati convertitori D/A Burr
Brown da 192 kHz con piena compatibilità fino a musica DSD 5,6 MHz. Il Wi-Fi
integrato è del tipo b/g/n e non manca
l’AirPlay per i dispositivi Apple. Il sistema di autocalibrazione YPAO è del tipo
avanzato multipoint con funzione RSC
(controllo dei suoni riflessi). Ampissima
la versatilità con sei ingressi e due uscite HDMI, altri ingressi digitali e analogici, giradischi compreso. Il sistema DSP
permette di ricreare gli effetti di diffusori
Surround posteriori virtuali.
Il modello RX-V679 (649 euro), disponiYAMAHA RX-V779
bile da luglio riprende tutte le caratteristiche del modello superiore ma con
potenza inferiore, di 90 watt per canale
(8 ohm, 0,06% THD) e la compatibilità
con il 4K 60p è solo su due prese HDMI.
Semplificati anche gli ingressi analogici.
Il modello RX-V579 (549 euro) sarà
disponibile da giugno è un 7.2 con potenza di 80 watt per canale (0,09% THD,
6 ohm), connessioni Wi-Fi e Bluetooth,
convertitori Burr Brown compatibili con
musica DSD, ingressi HDMI con 4K pass
through e compatibilità HDCP 2.2, sistema di calibrazione YPAO e Virtual Rear
Surround.
Scendiamo un altro gradino con l’RXV479 (449 euro), il campione del rapporto qualità/prezzo disponibile da giugno e
modello di ingresso per quanto riguarda
le funzioni di network player con Wi-Fi e
Bluetooth. La potenza è di 80 watt per
canale (0,09% THD, 6 ohm), ma rispetto al modello superiore i canali sono
solo i classici 5.1 e si perdono i diffusori
Surround posteriori virtuali. Sempre abbondante la disponibilità di ingressi con
sei prese HDMI e una in uscita.
Il modello base RX-V379 (340 euro),
disponibile da fine mese, è un 5.1 con
70 watt per canale (0,09% THD, 6
ohm) senza connessione di rete ma
con Bluetooth, sistema di calibrazione automatico YPAO, front surround
virtuale e compatibilità HDCP 2.2.
Denon Heos
Ecco il modello
portatile
Denon amplia verso
il basso la gamma
di diffusori multiroom
Heos. Il nuovo “1” può
diventare portatile
e impermeabile grazie
al kit Go Pack
di Roberto FAGGIANO
Denon completa verso il basso
la gamma di diffusori Heos con il
modello 1 (249 euro), il più piccolo
della serie. Si integra con gli altri
modelli della serie (qui il nostro
test completo) e ha le medesime
caratteristiche tecniche, come
ingresso USB per riproduzione
diretta da chiavette musicali e
ingresso ausiliario minijack per
altre sorgenti musicali. La particolarità è la possibilità di renderlo
portatile e impermeabile con il kit
aggiuntivo Go Pack (99 euro) che
comprende una batteria ricaricabile con sei ore di autonomia e
un ricevitore Bluetooth integrato
in una chiavetta USB. La batteria
si fissa alla base del diffusore con
una guarnizione in silicone con
certificazione IPX4 che protegge
gli ingressi e rende il diffusore
adatto all’utilizzo in ambienti umidi. Gli Heos 1 utilizzano un sistema
a due vie con un midwoofer e un
tweeter a cupola, pilotati da un
amplificatore digitale in classe D
con circuito DSP ed equalizzatore. I diffusori si controllano tramite
l’applicazione del sistema e possono essere abbinati per creare
un sistema stereo. Heos 1 e Go
Pack saranno disponibili da giugno in versione nera o bianca e
ci sarà anche una promozione per
avere il pacchetto completo a 299
euro. Denon ha anche
annunciato
l’arrivo del modello
soundbar per l’estate; con questo diffusore una coppia
del modello 1 potrà
riprodurre gli effetti
Surround e formare un vero sistema
home theater.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
PC Il miglior computer desktop mai realizzato da Apple, così l’azienda definisce il suo iMac 5K
Apple
rinnova
MacBook
Pro
15’’
e
iMac
5K
Apple lancia i nuovi MacBook Pro da 15 pollici con grafica AMD e Trackpad Force Touch
Annunciato l’iMac 5K da 27”, prezzo da 2.329 euro, ma il modello entry non ha il Fusion Drive
A
Si chiamerà North West
Studio e sarà un team di
sviluppo dedicato
a Project Morpheus,
il nuovo VR headset
che Sony ha in cantiere
per il 2016
di Roberto PEZZALI
pple completa l’aggiornamento
della gamma di MacBook Pro:
dopo aver aggiornato i modelli da
13” arrivano ora i nuovi 15”, un update atteso che migliora addirittura l’autonomia
aumentando di un’ora la durata della batteria. La novità maggiore è la sostituzione del trackpad meccanico con il nuovo
trackpad Force Touch, ma Apple non si è
limitata a questo: il controller e le memorie SSD sono state sostituite con quelle
usate nel MacBook da 12” e Apple parla
di velocità 2.5 volte maggiore rispetto ai
modelli attuali; poi, la batteria garantisce
9 ore di navigazione web e c’è una nuova scheda grafica discreta, con la scelta che cade su AMD con la Radeon R9
M370X. La nuova scheda grafica, a detta
del produttore, ha prestazioni superiori
dell’80% rispetto alla NVIDIA GeForce
che equipaggia il modello in gamma fino
a oggi. I prezzi non cambiano, anche
perché Apple li aveva già alzati qualche
mese fa a causa del rafforzamento del
dollaro senza cambiare le specifiche dei
prodotti: MacBook Pro 15” con display
Retina è disponibile con processore Intel
Core i7 quad-core a 2,2 GHz, 16 GB di
memoria, unità flash da 256 GB e grafica Intel Iris Pro a un prezzo a partire da
€2.299. La versione top con un processore Intel Core i7 quad-core a 2,5 GHz,
16GB di memoria, unità flash da 512 GB e
grafica AMD Radeon
R9 M370X ha un prezzo a partire da €2.849
IVA inclusa.
L’iMac con schermo
5K (qui la nostra prova) ora costa meno:
un nuovo modello
annunciato qualche
giorno fa porta il prezzo di listino a 2.329
euro, non molto se si
considera il costo del
solo pannello Retina
con resa fotografica eccezionale. Philip
Schiller, Senior Vice President Worldwide Marketing di Apple, ha dichiarato
che “I clienti amano il rivoluzionario
iMac con display Retina 5K e oggi, con
un nuovo prezzo di partenza inferiore,
ancora più persone potranno provare il
miglior computer desktop che abbiamo
mai realizzato”, ma ha dimenticato di
dire che per raggiungere questo prezzo
Apple ha levato quella che a nostro av-
di Michele LEPORI
viso è una componente fondamentale, il
disco fusion Drive da 1 TB, sostituendolo
con un disco di tipo tradizionale. Il nuovo
modello entry integra un processore Intel Core i5 quad-core a 3,3 GHz, grafica
AMD Radeon R9 M290 e 8 GB di memoria oltre alle due porte Thunderbolt 2 con
un’ampiezza di banda fino a 20 Gbps. Il
modello top di gamma, con Fusion Drive,
resta posizionato a € 2.629 con un processore Intel Core i5 quad-core a 3,5GHz
e grafica AMD Radeon R9 M290X.
PC La novità di SanDisk andrà a mettersi in diretta concorrenza con gli hard disk meccanici
SanDisk promette SSD allo stesso prezzo degli HDD
In estate arriveranno gli SSD Z400s di SanDisk, soluzione entry-level dal costo contenuto
di Paolo CENTOFANTI
S

anDisk ha annunciato l’imminente arrivo delle unità a stato solido
Z400s, che saranno contraddistinte
da un prezzo di vendita al dettaglio praticamente analogo a quello di un HDD di
pari capacità. La notizia è di quelle che
fanno tremare i mercati poiché, evidentemente, è la conseguenza di una “svolta”
a livello di processi produttivi: SanDisk
ha sicuramente trovato il modo di abbattere i costi, da cui indubbi vantaggi per
gli acquirenti. Anche se non ci troveremo
torna al sommario
Sony apre
lo studio
di sviluppo
per giochi VR
di fronte a soluzioni dalle performance
mostruose (si parla di 549/330 MB/s in
lettura/scrittura sequenziale su interfaccia SATA 3.2), avremo comunque a che
fare con unità più veloci (20x) e affidabili (senza parti meccaniche) in grado di
offrire prestazioni decisamente superiori
e consumi pari a 1/20 rispetto a quelli di
un HDD normale. Il prodotto sarà disponibile nei form factor M.2 2280 e mSATA
e avrà capacità che andranno da 32 GB
fino a 256 GB. Pur essendo pensati per
esser montati all’interno di notebook o
mini-PC, nulla impedirà agli acquirenti
di installarli anche all’interno di configurazioni desktop standard, magari anche
solo per dare
una
spinta
al
sistema
operativo.
SanDisk ha
fatto la sua
promessa ma,
alla fine, non
ha ancora parlato di prezzi:
manterrà la
parola?
Il 2016 sarà l’anno di Oculus VR
e di tutto il carrozzone realtà virtuale applicata all’intrattenimento
videoludico, ma Sony non vuole
lasciare il solo casco di Facebook sotto le luci della ribalta e
dal cuore della vecchia Europa
è pronta a lanciare l’offensiva su
PlayStation 4 con Project Morpheus, il casco VR da gaming
definitivo (forse). Sony ha aperto
in quel di Manchester North West
Studio, una succursale di Sony
Computer Entertainment che
avrà come mandato lo sviluppo
di Project Morpheus e di giochi
ad esso correlati. Il Sony London
Studio, secondo fonti di Eurogamer, sarebbe già da un po’ al
lavoro sul progetto ma Sony si
guarda bene dal confermare e
per bocca di un portavoce si limita
a confermare l’esistenza di NWS
e che “…in esso potrebbero confluire membri dello Studio Evo,
arrivati dopo la ristrutturazione
dello stesso, anche se in questo
momento ci stiamo occupando di
cercare ed assumere le persone
giuste”. Tempo al tempo, quindi:
in fondo, il 2016 sta arrivando ma
Sony ha tutto l’interesse a centrare il bersaglio piuttosto che arrivare per prima senza ottenere i
successi di cui ha bisogno in uno
dei pochi settori col segno “+” a
bilancio...
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
SCIENZA E FUTURO C’è il rischio, secondo Faggin, che la tecnologia pseudo-intelligente possa essere usata contro l’uomo
Intervista a Faggin, inventore dei microchip
“Computer intelligenti come uomini? Favole!”
L’inventore del microprocessore non crede che la sua creatura possa arrivare a somigliare, per intelligenza, all’uomo
Ha realizzato una fondazione per dimostrare che l’intelligenza artificiale “senziente” è solo un sogno irrealizzabile
“L
di Gianfranco GIARDINA
a consapevolezza è qualcosa di molto lontano
dalle macchine: chi vi racconta che l’intelligenza artificiale si avvicinerà a quella umana, vi
racconta favole”. A pronunciare queste parole è Federico Faggin, l’inventore del microprocessore, dal palco
del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia
di Milano. L’occasione è l’inaugurazione della mostra
Make in Italy, dedicata a 50 anni di invenzioni e innovazioni frutto delle menti italiane. Parole che hanno
l’effetto di un pugno nello stomaco per la platea che è
composta in larga parte da tecno-entusiasti.
La notizia c’è: l’inventore del microchip sta dicendo che
la sua invenzione non riuscirà mai in quello che da decenni scrittori di fantascienza immaginano, il computer
innovare in ambito tecnologico.
“senziente”. Taglia diretto Faggin: “Non conosciamo
La mostra è ben allestita e organizzata:
neppure come funziona il cervello umano: come ponon grandissima, era già stata presentata,
tremmo trasferire gli stessi meccanismi a una macchiseppur in versione ridotta, a Roma qualna?”. Federico Faggin da qualche anno non ha più una
parte attiva sul fronte della progettazione, ma dopo aver
che mese fa alla Maker Faire. La mostra
è accessibile con il normale biglietto di
approfondito tra le altre cose i temi legati alle reti neurali
in alcune ricerche di Synaptics, società da lui fondata,
accesso al museo nei normali orari di
è convinto che ci siano interessi forti che non vogliono
apertura (da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19, con
“raccontarla tutta” sulle reali (limitate) possibilità dell’inchiusura ritardata alle 21 il sabato). Inspiegabilmente almeno per noi - la mostra prosegue anche in Expo altelligenza artificiale. Per questo ha creato una fondazione, la FagginFoundation, che è
l’interno del padiglione Telecom
tesa a provare scientificamente
Italia: il visitatore non può certo
“Non conosciamo neppure come iniziare la visita da una parte e
che il libero arbitrio, le emozioni
e la consapevolezza umani non funziona il cervello umano: come finirla dall’altra.
possono essere sintetizzati nel potremmo trasferire gli stessi mec- Il pezzo più attuale tra quelli
silicio e in righe di codice: “Sto canismi a una macchina?”
esposti è la macchina del caffè
lavorando con un matematico
con la quale Samantha Cristofoper definire un processo formale che dimostri che la
retti ha preparato, qualche giorno fa, un espresso sulla
consapevolezza non può essere trasferita alle macchistazione orbitante internazionale: si tratta un macchinario molto complesso perché deve realizzare l’infusione
ne. In nessun caso”.
a pressione in condizioni di microgravità, in cui i liquidi
Come interessante, anche se non molto vasta, è la monon se ne vanno verso il basso. Tra i pezzi più interesstra Make in Italy inaugurata in questi giorni: si tratta di
una rassegna di 50 anni di invenzioni italiane a sfondo
santi, tornando molto più indietro nel tempo, la mitica
altamente tecnologico, un viaggio che ci ricorda che
Programma 101 di Olivetti, una macchina accreditata
siamo stati capaci (e per certi versi lo siamo ancora) di
come il primo personal computer: si tratta più che alvideo
lab
Intervista a Federico Faggin

DDay.it intervista l’inventore del microchip
torna al sommario
tro di un calcolatore elettronico programmabile, una
macchina incredibile se si pensa che ha visto la luce
nella prima metà degli anni ’60. E ovviamente, anche i
processori inventati da Federico Faggin: l’intel 4004, il
primo mai realizzato, e la sua evoluzione a 8 bit, l’8008,
progenitore di tutta la famiglia degli x86.
A margine dell’inaugurazione, Faggin parla anche di innovazione e della capacità di inventare. Per Faggin gli
ingredienti base sono tre: il più importante è il coraggio,
dato che le forze che vogliono mantenere le cose com’erano prima sono molto potenti; poi viene la visione,
senza la quale non si sa verso quali obiettivi muoversi;
e solo in fondo c’è l’aiuto della tecnologia. “Nell’innovazione – conclude Faggin – le cose più importanti sono
i valori umani. Ed è per questo che molte volte le aziende troppo grandi e organizzate non sono più capaci di
innovare”. Messaggio chiaro per i colossi della Silicon
Valley che oramai da anni innovano più per acquisizioni
di startup che per progetti interni.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
SCIENZA E FUTURO La Svizzera ha ben esemplificato il tema dell’Expo, peccato per il risultato
Expo,
progetto
Svizzera
troppo
ideologico
Dopo 18 giorni esaurito un quarto delle scorte di mele e acqua previste dall’allestimento
Facendo due conti si capisce che non è il pubblico a esagerare ma le scorte troppo scarse
I
ReVault, primo
cloud storage
indossabile
ReVault si presenta come smartwatch
ma è una memoria cloud in grado di
interfacciarsi con dispositivi mobili
quali iOS, Android e Windows Phone
ma anche con OS desktop quali
OS X, Windows e Linux. Potrà essere
accoppiato con smartphone, tablet e
computer per eseguire automaticamente il backup via Wi-Fi o Bluetooth
senza nessun costo di connessione. È
disponibile per il pledge su Indiegogo
dalla versione entry level 32 GB da
169 dollari ma sul mercato arriverà
anche la premium da 128 GB: arriveranno a casa (se la campagna avrà
successo) a partire dal gennaio 2016.

Con un telaio che
contiene idrogeno e un
leggero generatore fuel
cell, Horizon Unmanned
Systems sostiene di
aver risolto il problema
dell’autonomia di volo
dei droni portandola
da minuti a ore
di Gianfranco GIARDINA
n tanti (anche noi) hanno trovato lo
svolgimento del tema Expo da parte
della Svizzera decisamente bello: riserve di mele disidratate, acqua, sale e
caffè liofilizzato limitate e stivate in quattro torri; i visitatori possono prenderne
quante ne vogliono, ma devono essere
consapevoli che potrebbero non bastare
per i prossimi visitatori. Infatti, lo slogan
che campeggia sul padiglione è proprio
un eloquente “Ce n’è per tutti?”. Si tratta
forse della migliore esemplificazione del
tema della manifestazione.
A margine della giornata dedicata proprio alla Svizzera, è arrivata la dura notizia: circa un quarto delle riserve sono
andate in fumo nei primi 18 giorni di manifestazione. E ci si immaginano orde di
“accaparratori” noncuranti del prossimo;
e ovviamente, fuor di metafora, ci si immagina un futuro di carestie e catastrofi.
Nella nostra attività di “fact checking”
abbiamo provato a mettere insieme qualche numero tra quelli resi pubblici dagli
organizzatori: sarebbero stati “bruciati”
105mila porzioni di mela su 420mila che
compongono la scorta e 88mila bicchieri
d’acqua su 350mila. Tanti, dicono gli organizzatori, troppi: così facendo in poco
torna al sommario
Hycopter
Drone a idrogeno
con 4 ore
di autonomia
di Paolo CENTOFANTI
più di due mesi le scorte saranno finite.
Cosa si chiede alle 7000 persone che, in
media, ogni giorno hanno visitato le torri
svizzere? Evidentemente di non “servirsi”
affatto: infatti, in 18 giorni hanno visitato
il padiglione circa 125mila persone, che,
mediamente, non solo non hanno “arraffato” ma hanno anche evitato di prendere. Per non parlare di sale e caffè, che
non potendo essere consumati in loco,
hanno riscosso ancora meno successo.
Noi stessi, cercando un approccio corretto e rispettoso del prossimo, abbiamo
bevuto un bicchiere d’acqua e preso una
porzione di mele, sale e caffè, pensando
così di essere stati rispettosi. E invece
no: viene da pensare che le scorte siano
calcolate per esaurirsi ben prima della
fine della manifestazione. Basti pensare
che la Svizzera si aspetta circa 3 milioni
di visitatori al proprio padiglione. Così il
sogno dell’ispirata interpretazione svizzera del tema Expo finisce in mille pezzi:
si vuole dare a tutti i costi la notizia shock
che i visitatori non si sono dimostrati responsabili e che l’effetto per il nostro Pianeta sarà la “devastazione”; la stessa che
inevitabilmente metterà in scena il padiglione svizzero nel secondo trimestre di
Expo. Con queste scorte, strutturalmente
insufficienti, però la buona idea svizzera
si trasforma solo in ideologia. Peccato.
GADGET Il progetto nasce da un’idea di una startup italiana
Aria controlla lo smartwatch a gesti
A
di Emanuele VILLA
ria è un piccolo accessorio che si installa nel cinturino degli smartwatch e permette di gestirne le funzioni via gesture. Dietro c’è una startup italiana ma per
averlo tra le mani c’è prima bisogno di sostenere una campagna su Kickstarter.
Aria è un prodotto stand alone che si installa nella parte interna del cinturino degli
smartwatch e “scompare” al suo interno, aumentando lo spessore dell’orologio solo
di qualche millimetro. È stracolmo di sensori e, previa associazione di funzionalità dell’orologio a gesture specifiche, permette il controllo dello smartwatch senza mani. Secondo i realizzatori, necessita solo di una calibrazione e il gioco è fatto: l’apparecchio
è in grado di riconoscere il movimento delle cinque dita, le cui associazioni mettono
in atto le gesture riconosciute dall’apparecchio. Questo, dotato di un profilo metallico
per non sfigurare negli smartwatch più belli, è composto da una piccola striscia di silicone, che è l’unico materiale a diretto contatto con la pelle: la comunicazione con lo
smartwatch avviene mediante Bluetooth
LE e la compatibilità è quindi indipendente dal sistema operativo: i vari modelli
Android Watch e Apple Watch sono tutti
supportati. Clicca qui per il video.
La maggior parte dei droni ha
un’autonomia di volo intorno ai
20 minuti a seconda del peso e
del carico; il problema è sempre
il solito: le batterie. Una nuova
azienda, Horizon Unmanned
Systems, promette ora di rivoluzionare il mercato dei droni con
Hycopter, il primo UAV alimentato a idrogeno e fuel cell. L’idea è
quello di utilizzare lo stesso telaio
del drone, per immagazzinare
l’idrogeno: bastano 4 litri di gas
per avere un’autonomia di volo
di 162 minuti, che diventano 112
minuti con un carico di 1 kg, comunque molto di più di un normale drone. Entro la fine dell’anno,
però, HUS punta a dimostrare la
capacità di Hycopter di effettuare
un volo di addirittura 4 ore. Il generatore a celle di combustibile è
stato realizzato dalla società gemella Horizon Energy Systems ed
è in grado di produrre 1414 Wh di
energia con un “pieno” del costo
di circa 7 dollari. HES ha sviluppato infatti una tecnologia di celle a
combustibile con una densità di
energia di 700 Wh/Kg, che ha
consentito di ridurre il peso della
propulsione a bordo del veicolo e
ogni grammo in meno si traduce
in più autonomia o più capacità
di carico. Hycopter è stato presentato all’AUVSI trade show di
Atlanta a inizio maggio.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
APP La nuova applicazione di Adobe al momento ha il nome in codice di Project Rigel
Photoshop Touch rinasce come Project Rigel
L’applicazione di fotoritocco Photoshop Touch di Adobe eliminata dai principali app store
Ma al suo posto arriverà un nuovo software di fotoritocco ancora più potente e versatile
di Paolo CENTOFANTI
A
ddio Photoshop Touch. Una
delle prime sortite di Adobe in
ambito mobile va in pensione
per lasciare il posto a una nuova app
che sarà più potente e versatile. Per
ora non ha ancora un nome, se non
quello in codice di Project Regel, e
un’anteprima di quello che potremo
aspettarci è stata pubblicata da Adobe
nella forma del seguente video.
Come si può vedere si tratta di un’app
di fotoritocco la cui principale caratteristica sembra essere la capacità di
manipolare senza problemi immagini
anche da 50 Megapixel. Da quello che
si evince da questa breve dimostrazione, l’app erediterà il motore di riparazione di Photoshop e offrirà i principali
strumenti che ci si aspetta di trovare
in un software di questo tipo. Guar-
dando bene la semplice interfaccia si
possono scorgere i pennelli, il timbrino
clone, tool di deformazione, scherma e
brucia e così via.
Sicuramente potremo aspettarci inoltre
il supporto per la libreria fotografica di
Creative Cloud e con ogni probabilità,
come tutte le altre app recentemente
lanciate da Adobe, anche questa sarà
gratuita, con però molte funzioni riservate ai soli abbonati al servizio cloud.
Photoshop Touch resterà pienamente
funzionante per coloro che lo hanno
già installato.
APP
Cortana
arriverà su
Android e iOS

Microsoft ha confermato: presto
Cortana uscirà dai confini del mondo
Windows per abbracciare i competitor più agguerriti, Android e iOS.
Microsoft mette un ulteriore tassello
nel progetto di espansione dell’ecosistema in previsione di Windows 10:
Cortana sarà integrata nel sistema
operativo di casa Microsoft, quello
che molti useranno su notebook
o PC di casa, perché dunque non
estenderne le funzionalità al mondo
mobile? Tra Siri e Google Now non si
può dire che i competitor manchino
di assistenti smart, ma sarà comunque possibile provare Cortana e
metterlo a confronto col sistema nativo valutando chi meriti di più. L’idea
è far uscire Cortana in tempi diversi
e sotto forma di app singola: per
Android giugno, per iOS la seconda
parte dell’anno. Microsoft ha sottolineato che ci saranno le medesime
notifiche e che si potranno fare a Cortana le stesse domande che vengono
rivolte dagli utenti Windows Phone,
senza particolari limitazioni.
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APP Si tratta della nuova app di video streaming di Twitter
Periscope ora è anche su Android
A
Twitter vuole
comprarsi
Flipboard?
Secondo quanto pubblicato da
Re/Code, Twitter avrebbe portato
avanti trattative sin da inizio anno
per una possibile acquisizione di
Flipboard. Secondo le indiscrezioni,
l’operazione prevederebbe uno
scambio azionario che valuterebbe
Flipboard un miliardo di dollari, ma
le trattative avrebbero raggiunto al
momento una fase di stallo. È interessante notare che il co-fondatore
di Flipboard, Mike McCue, è stato
membro del consiglio di amministrazione di Twitter fino al 2012, quando
il social network ha cominciato a
integrare anteprime degli articoli allegati nei Tweet, una situazione che
cominciava a mettere per certi versi
in competizione i due servizi. Detto
questo non è chiara la strategia
dietro a questa possibile acquisizione, visto che Flipboard non è un
prodotto che possa essere integrato
in Twitter o favorire più di quanto
non faccia già oggi una crescita della
base di utenti del social network. A
fine aprile il titolo di Twitter aveva
subito pesanti perdite sulla borsa
americana dopo la pubblicazione di
dati di crescita sotto le aspettative
degli investitori.
di Paolo CENTOFANTI
due mesi dal debutto avvenuto su iOS, Periscope, l’app di video streaming di
Twitter, è disponibile anche su Android. Si tratta di un’applicazione che permette a chiunque di trasmettere un video in diretta dal proprio smartphone
con estrema semplicità: basta infatti inquadrare, premere registra e siamo in onda
in tutto il mondo. I video possono essere pubblici, cioè visibili da tutti gli utenti di
Periscope, oppure da solo un insieme dei “follower” degli utenti e l’autore della
trasmissione può scegliere alla fine della registrazione se lasciare il video visibile
in differita per 24 ore per chi se l’è perso. Periscope per Android è compatibile
solo con le versioni 4.4 e superiori del sistema operativo e offre anche qualche
funzione in più rispetto all’app per iOS: controllo più granulare sulle notifiche e
soprattutto la possibilità di ritornare direttamente al video che si stava vedendo se
interrotti da una chiamata tramite un widget che compare sulla home screen e il
salvataggio automatico
dei
broadcast senza
dover ricaricare
il video sulla rete
come avviene
da iPhone. L’app
e il servizio sono
gratuiti e non è
necessario avere un account
Twitter per provarla.
MAGAZINE
Estratto dal quotidiano online
www.DDAY.it
Registrazione Tribunale di Milano
n. 416 del 28 settembre 2009
direttore responsabile
Gianfranco Giardina
editing
Claudio Stellari, Maria Chiara Candiago,
Alessandra Lojacono, Simona Zucca
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Scripta Manent Servizi Editoriali srl
via Gallarate, 76 - 20151 Milano
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST L’installazione è abbastanza semplice, buono il media player integrato che riproduce anche il formato MKV e i file di rete
In prova Sky Online TV Box: ecco come funziona
Il set top box di Sky Online è veloce e pratico, soffre solo le limitazioni di Sky in fatto di applicazioni e l’assenza dell’HD
P
di Roberto PEZZALI
iccolo, compatto e economico, solo 49 euro. Sky
con lo Sky Online TV Box prova ad avvicinare gli
italiani che mai hanno preso in considerazione
una pay TV ad un concetto per loro nuovo, ovvero
pagare per accedere ai contenuti senza avere un
vincolo annuale. Il servizio Sky Online, già da tempo
disponibile, rimane però lo stesso: prezzi, pacchetti e
tecnologia non cambiano, la sola differenza è che si ha
un dispositivo in più attivabile nel proprio account, lo
Sky Online TV Box, per l’appunto. Si tratta di un piccolo box che si collega direttamente al TV e che risulta
facile da utilizzare grazie al pratico telecomando. Lo
abbiamo provato, una prova rapida per un set top box
a base Roku, che viene da anni usato e apprezzato
anche oltre oceano. Il Roku che viene venduto e distribuito da Sky Italia tuttavia non è un normale Roku:
il design ricorda infatti quello del Roku 1 e rispetto al
Roku 3 mancano alcune funzionalità come il telecomando con giroscopio e jack per le cuffie. Sky si è fatta
realizzare da Roku un prodotto personalizzato sia sotto
il profilo hardware sia sotto il profilo software, con un
ambiente brandizzato dove non sono disponibili tutti
i canali (così vengono chiamate le app da Roku) che
sono invece disponibili per il modello liscio. Oltre all’app di Sky Online a bordo ci sono Vimeo, Redbull TV,
Spotify, Vevo e una serie di altri canali free, ma manca
all’appello per esempio Youtube, che probabilmente
viene visto da Sky come un competitor. C’è, e questo
è un bene, il Media Player per file locali e in rete: sul
lato del box infatti c’è una porta USB per i contenuti e
sul retro una piccola card microSD per espandere la
memoria esterna (ma non serve in questo caso).
Installazione semplice
con qualche trappola
Installare il set top box è semplice e Sky ha fatto di tutto per rendere la cosa indolore e immediata: nella scatola infatti è presente sia il cavo HDMI sia le batterie
per il telecomando, e l’unico assente volendo essere
pignoli è il cavo di rete. Assenza comunque di poco
conto, anche perché nella maggior parte dei casi si
sfrutterà il Wi-Fi integrato. La procedura di installazio-
video
lab
ne del set top box è facile e guidata passo passo, al
termine dei quali l’utente si trova davanti all’interfaccia
finale aggiornata. L’unico elemento da gestire a parte
è l’iscrizione a Sky Online per chi non ha un account
e l’accreditamento sul proprio profilo del mese gratuito e del mese aggiuntivo. All’interno della scatola
è stato inserito un piccolo tagliandino che garantisce
30 giorni a solo un euro, ma quello del mese gratuito
è un po’ difficile da trovare. Anche noi, inizialmente,
pensavamo che il mese venisse accreditato al collegamento del set top box, in realtà il coupon del mese
è quel tagliando incollato sopra la scatola di cartone
con il codice stampato sul retro. Senza una scritta “gira
qui” o una indicazione chiara capire che quel piccolo
tagliando nasconde sul retro il codice è davvero difficile trovarlo d’istinto. La seconda cosa che crea un
po’ di difficoltà è l’utilizzo di “O” e di “0” nei codici dei
coupon: facile per i meno esperti confondere le due
cifre. Segnaliamo infine che il coupon da 1 mese incluso non si autorinnova, mentre quello da 1 euro per altri
30 mesi implica l’inserimento nel profilo di un sistema
di pagamento (PayPal o carta di credito) e si autorinnova al prezzo di listino dopo un mese se non si da
disdetta.
tuati a guardare solo la TV e i DVD si troveranno di
fronte allo stesso livello qualitativo che trovano anche
quando affittano un DVD in videoteca o guardano un
film su Canale 5 o Rai 1. Tutti noi vorremmo di più, ma
le motivazioni di questa scelta le ha ben spiegate nella
nostra intervista Riccardo Balestiero, Head of OTT and
New Media di Sky Italia e capo del progetto. La qualità
dei canali lineari, invece, è davvero terribile.
Media Player compatibile MKV e DLNA
L’app è veloce
Per la qualità bisogna accontentarsi
Il codice per ottenere il mese gratuito è nascosto
dietro questo tagliando sulla scatola.
L’applicazione di Sky Online è sufficientemente veloce
e abbastanza intuitiva da navigare, con una struttura
simile a quella degli altri canali. Il servizio funziona decisamente bene: pochissimo buffer e il contenuto parte subito, senza rallentamenti di sorta. Per fruire di Sky
Online basta una ADSL da 2 Mbit, anche perché come
ricordiamo i contenuti non sono in alta definizione: il
set top box esce a 720p e 1080p, ma lo stream di Sky è
una definizione standard in qualità DVD comunque con
un livello di compressione accettabile. Chi è abituato a
vedere in HD si accorgerà subito della bassa qualità
dei contenuti, tuttavia la maggior parte degli utenti abi-
Oltre a Sky Online e ai canali scelti da Sky sul set top
box è presente anche Roku Media Player, un player
per contenuti audio, video e foto che funziona sia in
locale, quindi con file caricati sulla chiavetta USB, sia
in rete, quindi da computer o da un eventuale NAS

segue a pagina 27 
torna al sommario
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MAGAZINE
ENTERTAINMENT Secondo un report del Wall Street Journal, Apple avrebbe abbandonato da tempo l’idea di produrre un TV
Apple voleva produrre un TV 4K. Ma l’ha abbandonato...
Processo costoso e difficoltà nel creare qualcosa di diverso. Apple TV resta in vita, attese novità per lo streaming video
S
di Massimiliano ZOCCHI
i è parlato a lungo della possibilità
di un ingresso di Apple nel mondo
dei televisori, e in realtà per un
certo periodo pareva che la cosa fosse
quasi fatta. Un report del Wall Street
Journal torna sull’argomento e ci dice
che Cupertino ha definitivamente cambiato rotta: possiamo dunque dire addio
alla iTv prima ancora della sua nascita.
Per molto tempo gli uomini di Steve Jobs
prima, e di Tim Cook poi, hanno cercato un’idea che desse vita a un prodotto
davvero originale, che potesse proporre qualcosa di magari già visto ma pur
sempre “reinventato”. Secondo il WSJ,
le strade percorse sono state diverse, dalla possibile implementazione di
FaceTime, passando per il 4K e per fu-
turistici display trasparenti. Ma nessuna
di queste idee avrebbe garantito il livello
di innovazione desiderato, oppure semplicemente non avrebbe generato utili
considerevoli a causa del mercato TV
in forte contrazione. Così il progetto per
un mela-TV è stato messo nel cassetto,
forse per sempre. Tuttavia gli analisti si
dicono certi che Apple non abbia abbandonato l’idea di contagiare i salotti
di casa tramite una nuova versione della
Apple TV, per la quale lo stesso Cook
non ha mai nascosto una certa simpatia.
Si vocifera che il nuovo set top box avrà
diverse novità rispetto al passato, a cominciare da un AppStore integrato e la
possibilità di controllo tramite Siri. Ma il
colpo da 90, atteso al prossimo WWDC,
è una sorta di Internet TV che permetta
uno streaming video in collaborazione
con diverse emittenti (per ora i nomi
sono dei soliti noti su suolo americano,
ABC, CBS, Fox...), il tutto condito con la
possibilità di installare direttamente le
app ma senza dimenticare la questione
domotica e Apple HomeKit. Insomma la
nuova Apple TV avrebbe le carte in regola per diventare un vero e proprio hub
casalingo. Vedremo a breve cosa Apple
ha davvero in serbo per noi.
TEST
Sky Online TV Box
segue Da pagina 26 
esterno. Nella sua semplicità il media player è velocissimo a indicizzare le library e a scorrere i contenuti
in rete ed è ovviamente compatibile con materiale
a 1080p. Roku Media Player supporta file in formato
MKV, MP4 e MOV, musica in AAC, MP3, WMA e Flac e
immagini in formato Jpeg, GIF e PNG. I contenuti non
compatibili vengono nascosti automaticamente. Da
segnalare che il set top box non include i decoder Dolby Digital e DTS: se si guardano file con traccia audio
multicanale l’HDMI dovrà essere collegato ad un TV o
ad un decoder che possono effettuare la decodifica.
Installare Plex su Sky Online TV Box
Abbiamo detto che Sky ha blindato lo “store” per inserire solo i canali da lei selezionati, ma in realtà è possibile aggiungere una applicazione senza che Sky lo
voglia.
che in poche parole non ci da Sky può arrivare con
questo cavallo di troia.
E se per l’HD si pagasse di più?

Sul set top box è infatti disponibile una modalità “sviluppatore” che si attiva premendo una sequenza di
tasti ( home – home – home – su - su- destra – sinistra
– destra – sinistra – destra) con la quale si può caricare una e una sola applicazione.
torna al sommario
Noi abbiamo scelto di caricare Plex (le istruzioni sono
sulla pagina ufficiale) e il client funziona davvero
bene. Plex, oltre ad accedere a tutta la nostra library
di film e musica, ci permette anche di accedere ai vari
plugin come per esempio Youtube e Twitch. Quello
Sky Online è sicuramente un buon servizio e con il
box diventa un servizio completo. Sotto il profilo dei
contenuti ovviamente si può sempre migliorare, ma
qui entrano in gioco problemi più complessi legati ai
diritti. Quello che invece sta stretto è la qualità: da
anni ci dicono che la pirateria si combatte con la qualità ma la qualità di alcuni contenuti su Sky Online è
inferiore a quella che si può trovare scaricando pirata
da Internet.
Forse, come già accade con il normale Sky, è il caso
di far pagare un po’ di più a chi vuole vedere tutto in
HD e ne ha le possibilità.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST Un prodotto riuscito, perfetto per gli utenti “moderati”, non ideale per i fotoamatori e per coloro che scattano con la reflex
Google Foto in prova: infiniti video e foto in cloud
ed è tutto gratuito. Il solito “miracolo” di Big G
Il nuovo servizio/app per archiviare, gestire e condividere il proprio patrimonio di immagini e video appoggiandosi al cloud
La solita magia di Google: tutto gratuito e con spazio infinito, a patto di scendere a qualche compromesso sulla qualità
di Gianfranco GIARDINA
oogle cerca di mettere ordine nelle foto. Non in
quelle presenti su Web, ma nelle foto personali degli utenti, che spesso sono sparse su tanti
supporti e device e che altrettanto spesso si perdono
o sono pericolosamente duplicate su tanti apparecchi.
La soluzione, presentata ufficialmente a Google I/O
2015 ma già anticipata nei giorni scorsi, è Google Foto.
In questa prova, ecco cosa fa Google Foto e le nostre
impressioni di utilizzo.
G
Una specie di “Google Drive” ma per
foto e video

La prima cosa da dire è che Google Foto non è un
social: la condivisione è possibile ma non certo automatica; e non è questo lo scopo principale del sistema. Di fatto i server Google si candidano a diventare
la cassaforte digitale delle nostre fotografie: l’utente
può infatti facilmente caricare tutte le proprie foto e
i propri video da qualsiasi device (ovviamente anche
da più di uno). Il caricamento può essere manuale o
addirittura impostato perché sia automatico: tutte le
foto che arrivano sul PC, tramite chiavette, schede o
altri sistemi vengono processate; lo stesso dicasi per
tutte le foto che vengono scattate con smartphone e
tablet su cui è caricata la app gratuita: tutto il materiale viene inviato al server Google e converge, per
certi versi si auto-organizza, nello spazio destinato
all’account dell’utente. Quest’ultimo può rivedere le
proprie foto e i propri video in qualunque situazione,
sincronizzare i propri device per avere le foto su tutti, anche offline, e condividere le immagini sui social,
anche con operazioni “massive”. La condivisione va
anche ben oltre i social, visto che l’utente può semplicemente decidere di condividere alcune foto o
interi album con altre persone, non necessariamente
utenti Google e comunque non iscritti né a Google+
né ad altri social: infatti, la gallery o gli altri elementi,
se condivisi, possono essere fruiti in una qualsiasi
torna al sommario
finestra del browser, basta conoscere il link. Google
Foto è un servizio che, come da tradizione Google, è
multipiattaforma: accessibile quindi da PC e Mac via
browser (ma c’è anche un tool che permette sincronizzazioni automatiche) e da device mobile Android
e iOS, non quindi limitato al solo mondo di “Big G”
(anche se Windows Phone è, ancora una volta, trascurato). Caricare le fotografie è facilissimo: basta
trascinarle sulla finestra del browser e il resto lo fa il
sistema. ovviamente se non si è già attivato il sistema di caricamento e backup automatico: in tal caso
non c’è neppure da trascinare i file.
Spazio illimitato e gratuito, ma solo con
decremento di qualità
Lo slogan alla base di Google Foto è “spazio illimitato e gratuito”, frase ricorrente nella presentazione
al Google I/O 2015. In effetti è vero: lo spazio che
l’utente occupa con le fotografie e con i video, non
va a intaccare i 15 GB che normalmente Google mette a disposizione degli utenti gratuiti per mail e spazio file. A un patto, però: che si scelga la modalità
“alta qualità” e non quella “originale”. Attenzione, la
modalità “alta qualità” è sicuramente più che accet-
tabile, ma è peggiore rispetto a quella originale: va
chiarito perché il termine di per se stesso induce un
po’ di confusione. Quando si carica in “alta qualità,
infatti, il sistema, durante il caricamento, procede a
un rescaling della risoluzione riportando innanzitutto l’immagine a 16 Megapixel e poi operando una
compressione jpeg un po’ più aggressiva. Facciamo un esempio reale: abbiamo provato a caricare
un’immagine jpeg da 36 Megapixel e precisamente
da 7360x4912 con un peso di 13,3 MB; una volta caricata in modalità “alta qualità”, l’immagine è diventata
precisamente da 16 Megapixel (4896x3268) con una
dimensione file da 2,8 Megapixel: la compressione
finale è quindi ben superiore a quella iniziale.
Se, invece, si vogliono caricare le immagini in originale si intacca il proprio spazio Google e i 15 GB di
base si riempiono velocemente: toccherebbe quindi,
volendo espandere la capienza, acquistare spazio
cloud di Google che, pur essendo più economico di
quello di Apple, ha costi non trascurabili: per avere
100 GB, che si fa presto a riempire con le foto e con i
segue a pagina 30 
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MAGAZINE
TEST
Google Foto
segue Da pagina 29 
video, bisogna sborsare circa 25 dollari all’anno.
Un servizio di questo tipo va ovviamente bene per
l’utente molto “disimpegnato”, che scatta prevalentemente con smartphone e sotto i 16 Megapixel: in tal
caso ci sarà una ricompressione pesante dei file (che
però sono già molto compressi) e nessun rescaling.
Difficile che un fotografo appassionato o un utente attento alla qualità possa usare la modalità “gratuita” di
Google Foto come proprio sistema di archiviazione e
backup degli scatti: al di là del rescaling a 16 Megapixel, c’è anche il problema della ricompressione. Gli
originali vanno comunque conservati su un proprio
hard disk e quindi la “semplificazione” dell’archivio
centralizzato cloud viene un po’ a perdersi, mentre
resta intatta la funzione di sistema per la condivisione
con gli amici delle immagini. Interessante il fatto che il
sistema, oltre a gestire i classici jpg, png e bmp, accetti
anche i principali formati RAW. Attenzione, però, al fatto
che non si tratti di file troppo grandi: sopra qualche MB
di dimensione l’usabilità del sistema precipita.
Anche i video possono essere importati come “originali” o in “alta qualità”, ma qui la soglia di “accettabilità” del formato Alta Qualità, è fissata alla risoluzione
Full HD 1080p, quindi quasi ai massimi. Certo, ci sono
smartphone capaci di catturare video in 4K (almeno
dal punto di vista formale), ma spesso il decremento
qualitativo dettato da uno scaling a 1080 partendo da
questo tipo di materiale neppure si vede. Va comunque tenuto in conto che il sistema faccia una ricodifica
dei filmati con i medesimi codec utilizzati su YouTube
per ridurne lo spazio di occupazione.
La ricerca e l’organizzazione delle foto:
bella ma si può fare meglio

L’utente può cercare nella propria libreria gli elementi secondo diversi criteri: luoghi, cose e tipi, oltre che
torna al sommario
ovviamente per parole chiave. Per selezionare i luoghi, il sistema si basa sui metadati di geolocalizzazione, se presenti, come già visto in moltissime applicazioni. La selezione delle “cose” è più interessante
e sofisticata: il sistema riconosce automaticamente
alcuni oggetti e ne raggruppa le foto coinvolte. Nel
nostro caso Google Foto ha isolato “cibo” e “spiagge”, radunando per ognuna delle due categorie una
dozzina di foto: carino, ma da verificare meglio riguardo agli errori commessi, sia che si tratti di falsi
positivi o falsi negativi.
Per quanto riguarda i tipi, il sistema auto-raggruppa alcune tipologie omogenee come i video o le
“creazioni”, che vedremo più avanti. Sembra che ci
sia tutto quello che serve: e allora perché riteniamo che si possa fare meglio? Perché Google Foto
fa già meglio, implementando anche un sistema di
riconoscimento automatico dei volti e associazione
ai nomi (simile a quello recentemente implementato
dalle ultime versioni di Adobe Ligthroom), ma non in
Italia, almeno per il momento. Il perché la funzione di
riconoscimento volti sia stata limitata solo ad alcune
nazioni non ci è chiaro; probabilmente - ma è solo
un’ipotesi - per limitare il carico elaborativo dei server, visto che la ricerca dei volti viene perfezionata a
livello centrale e non periferico.
Il pezzo forte: condividere con gli amici
è troppo facile
Google in questo caso ha scambiato un po’ di sicurezza con la comodità di utilizzo: la condivisione degli album può essere fatta molto facilmente
creando un link da inviare agli amici: al link corrisponde di fatto un minisito con tutte le foto e i filmati selezionati aperto e liberamente consultabile
senza account, login o adesione a qualche social.
Si tratta di una soluzione fantastica per velocità e
“compatibilità” pressoché universale; unico difetto
è che a un estraneo basterebbe entrare in possesso
del link per accedere liberamente allo slideshow in
questione.
In questo esempio abbiamo condiviso alcune fotografie in modo da dimostrare il risultato finale ottenibile: facile e immediato, quello che ci vuole per la
grande maggioranza degli utenti.
L’utente può in un secondo tempo gestire i propri
link condivisi, decidendo quali lasciare “vivi” e quali
eliminare.
Editing e correzioni di base a portata
di tutti
Abbiamo visto in passato molte app di elaborazione
ed editing fotografico abbastanza facili da usare e
molto potenti. Google Foto offre alcuni tool di ritocco fotografico davvero di base ma semplicissimi da
usare. In particolare, c’è il reframing, che permette di
ritagliare e ruotare le immagini a piacere.
C’è poi la classica correzione tonale, declinata sui
classi parametri di luminosità, saturazione e vividezza, oltre ché l’utilizzatissima vignettatura. Il miglior
risultato, la maggior parte degli utenti lo otterrà con
la scelta “automatico”, che applica i classici “auto-
segue a pagina 31 
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST
Google Foto
segue Da pagina 30 
livelli” in un attimo; il tasto “confronta” permette all’utente di vedere al volo la differenza tra com’era
la foto e come è diventata: chiunque in questa condizione può sperimentare e creare delle belle cose
procedendo per tentativi.
Infine, c’è la possibilità di applicare degli stili più
“creativi” all’immagine, scegliendoli tra una tavolozza di una ventina di preset.
Spazio alla creatività assistita con le
“storie”, i “filmati” e le “animazioni”
e i “collage”

Il creativo professionista si sente costretto tra template e vincoli vari. Ma l’utente comune trova in
questo Google Foto un ottimo strumento anche
per “creare” qualcosa di nuovo e piacevole con le
proprie foto e i propri video in maniera facilissima
e assistita. Oltre ai classici Album, gli oggetti che si
possono creare sono diversi, dalle “storie”, veri e
propri minisiti HTML5 con gli elementi prescelti, alle
animazioni GIF; dai filmati composti da foto e video,
ben montati e sonorizzati automaticamente, fino ai
“collage”, dei composit delle immagini selezionate.
Queste interessanti funzioni, però, non sono disponibili nel browser ma solo sulle app e quindi non possono essere sfruttate su PC.
Partiamo dalle storie: basta selezionare una serie di
elementi foto e video e attivare la procedura di creazione “storia”. Il sistema costruisce un’applicazione
HTML5 a pieno schermo che permette di navigare
in orizzontale le foto e i video e può essere opportunamente personalizzata (anche se non troppo). Alla
fine l’utente può decidere di condividere la storia
così creata con gli amici: viene generato un link che
punta a un server di Google e che permette di visualizzare la “storia”. In questo esempio, una storia che
abbiamo creato in meno di un minuto.
I “filmati” sono veri e propri montaggi video creati
sulla base di filmati di partenza e/o fotografie. In
questo caso l’utente ha di fronte tante personalizzazioni possibili, come poter cambiare l’ordine degli
elementi, la musica di sottofondo (il montaggio sarà
a ritmo), lo stile di immagine.
Il video finale può essere poi condiviso, anche con
un link aperto, o caricato sui principali social. Tanto per fare qualche esempio di “personalizzazione”,
abbiamo realizzato tre filmati sulla base degli stessi
materiali. Clicca qui per i tre video: video 1, video 2,
video 3.
Come dicevamo, poi è possibile condividere il singolo video anche direttamente dai server di Google
Foto, come noi abbiamo fatto a questo link.
Il sistema poi propone automaticamente delle “animazioni”: se trova una sequenza di fotografie in cui
riconosce il medesimo sfondo e il movimento di un
soggetto in primo piano, monta le immagini in una
gif animata. Noi non abbiamo dovuto fare niente: a
un certo punto la app ci ha notificato di aver montato
torna al sommario
un’animazione “spontaneamente” dopo aver analizzato le foto nel catalogo.
La stessa operazione può essere compiuta manualmente, chiedendo al sistema di combinare due o più
scatti già presenti nel nostro catalogo.
Infine, è possibile unire due o più foto in un collage,
che si autocompone e che nella maggior parte dei
casi, come per miracolo, si presenta armonico. Tutti
questi elementi possono essere poi salvati, per rivederli nel proprio Google Foto e, se si vuole, condivisi
con gli amici.
Come iniziare ad usare Google Foto
Per usare Google Foto, la condizione necessaria e
sufficiente è disporre di un account Google. Non
serve che l’account sia stato abilitato all’utilizzo di
Google+: Google Foto non è un social e non ha nulla
a che vedere con Google+, anche se quest’ultimo
aveva al proprio interno delle funzioni di gestioni del
catalogo di immagini, ma puramente finalizzato alla
condivisione. Malgrado ciò, se l’utente ha già attivato un account Google+, si troverà al suo ingresso in
Google Foto precaricate le foto che eventualmente
l’utente avesse già inserito nel social network.
Per accedere da browser a Google Foto basta andare all’indirizzo http://photos.google.com. I device
Android e iOS, invece, trovano l’applicazione gratuita Google Foto all’interno dei rispettivi Marketplace.
Sempre sul sito di Google Foto è possibile trovare
anche i programmi per Windows e per Mac per l’attivazione del backup automatico delle fotografie, in
maniera simile a quanto fa il programma desktop di
Google Drive.
Le conclusioni: Google Foto, perfetto
per fare ordine negli archivi degli
utenti moderati
Google Foto è la risposta di “Big G” alla rinnovata
applicazione Foto di Apple. Una risposta ben fatta
che arriva diretta allo stomaco del concorrente, dato
che supera i limiti della soluzione di Apple e, come fa
sempre Google, cerca di cambiare le regole. I limiti
di Apple Foto sono evidenti: innanzitutto la consueta
chiusura a piattaforme diverse da quelle Apple; e poi
il fatto che, a colpi di fotografie e video, non ci vuole
tanto a riempire i miseri 5 GB offerti gratuitamente
da Apple. Google va oltre perché supporta anche
iOS, oltre che Android, e soprattutto ha tirato fuori
dal cilindro la capienza infinita e la gratuità completa,
per lo meno se si accetta la riduzione (invero assai
limitata) di qualità. E questo è il vero elemento qualificante. Inoltre, il sistema di condivisione aperta con
un semplice link è a prova di neofita e non mancherà
di avere successo. I widget creativi sono carini, ma
probabilmente non decisivi per decretare il successo del servizio.
Quindi, un prodotto riuscito, perfetto per fare il backup
automatico delle foto scattate con lo smartphone e
ideale per gli utenti “moderati”, che potranno affidare a Google Foto il loro intero archivio fotografico.
Di certo non è il prodotto ideale per il fotoamatore e
per chi scatta con la reflex, se non per gestire la condivisione con gli amici di alcune “collezioni” ma non
certo per organizzare il proprio archivio: per questo
scopo, sul target del fotoamatore, Adobe Lightroom
resta ancora imbattibile, anche se meno aperto alla
libera condivisione. In fondo va anche tenuto conto
che Google Foto è un sistema puramente cloud: se
di dispone di una normale ADSL (normalmente lenta
in upload), quando si torna a casa da un weekend
con qualche GB di fotografie, va messo in conto un
tempo non trascurabile per fare il caricamento delle
immagini su Google Foto.
Poi resta l’ombra relativa al perché Google faccia
questo ennesimo “regalo” ai propri utenti (difficile
chiamare dei non paganti “clienti”): il fatto che la
stessa app riconosca automaticamente gli oggetti
sulle foto lascia pensare che la nostra fototeca verrà usata per capire ancora qualcosa in più su nostri
gusti e abitudini. Informazioni che con certezza tutti
gli utenti “moderati” lasceranno serenamente nelle
mani di Google (in maniera più o meno cosciente)
pur di avere il servizio totalmente gratuito.
Infine, desta qualche preoccupazione il fatto che su
Google Foto gli utenti possano caricare (e poi condividere con un link aperto) contenuti protetti da diritto
d’autore: Google in passato si era dimostrata un po’
disattenta nel bloccare pratiche di questo tipo proprio su un server di archivio fotografico come Picasa.
Vedremo come andrà a finire questa volta.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST Da Motorola e Sony due dispositivi di fascia entry dotati di schermo dalle medie dimensioni e con fotocamera da 5 Megapixel
Moto E 2015 e Xperia E4G, tanta qualità a basso prezzo
Due smartphone con diversi punti in comune, tra cui la connettività LTE, ma anche qualche differenza: ecco la nostra prova
di Roberto PEZZALI
hi ha detto che per un buono smartphone bisogna per forza spendere 500/600 (e anche di più)
euro di un top di gamma? Microsoft con i suoi
ottimi Lumia ci ha insegnato che i numeri non sono
fondamentali se ci sono reattività, velocità e tantissime
funzioni. C’è però chi preferisce Android a Windows
Phone, soprattutto per il maggior numero di applicazioni presenti sullo store, e abbiamo così deciso di fare
una prova di due modelli Android di fascia entry che,
per caratteristiche e blasone, sono probabilmente tra i
migliori modelli acquistabili sul mercato.
Uno è il Moto E 2015 di Motorola, recentemente rinnovato e dotato di connettività LTE e di Android Lollipop,
l’altro è il Sony Xperia E4G, anch’esso recentissimo e,
come la sigla ricorda, dotato della connettività wireless
di ultima generazione. Due smartphone molto simili tra
loro ma anche due prodotti che potrebbero interessare
a un pubblico leggermente diverso: il Motorola, con il
suo schermo da 4.5”, lo Snapdragon 400 e l’ultima versione del sistema operativo Android, è nato per attrarre coloro che preferiscono uno smartphone semplice
e privo delle personalizzazioni di Android; il Sony ha
uno schermo più grande, 4.7”, ed è dotato di processore Mediatek, una soluzione che spesso viene definita
economica ma che nasconde anche tante sorprese.
La fotocamera da 5 Megapixel, minimo necessario per
scattare buone foto destinate ai social network, è stata
la scelta di entrambi i produttori ed è quello che ci si
aspetta da smartphone di questo livello.
C
Ottimo grip e scocca robusta
Moto E e Xperia E4G sono simili anche nell’aspetto:
la caratteristica che li unisce è la finitura leggermente gommata della scocca, che resiste molto bene
alle impronte e soprattutto assicura un ottimo grip.
La presa è buona, nonostante le dimensioni, e la disposizione dei tasti è un pattern ormai collaudato con
accensione e volume posti sullo stesso lato, il destro,
scelta che penalizza leggermente i mancini. Xperia
E4G, per mantenere un collegamento estetico con i
modelli di fascia alta, è caratterizzato dal classico tasto di accensione in alluminio, ma è l’unico elemento
metallico della scocca: entrambi, infatti, sono in solido
policarbonato, scelta saggia per due prodotti di questa fascia. La costruzione è eccellente per entrambi,
con un piccolo punto di vantaggio per il Motorola che,
leggermente più piccolo, sembra anche più pratico da
maneggiare.
Per entrambi il jack per cuffie e auricolare esterno è
posizionato nella parte alta, ed entrambi sono privi di
tasto frontale: è tutto touch. Sotto il profilo costruttivo
dobbiamo segnalare la scelta di integrare completamente la batteria nella scocca, batteria che quindi
non è removibile: nel caso del Motorola di removibile
c’è solo la piccola cornice che nasconde lo slot per
la SIM e la microSD di espansione, mentre per Sony
si rimuove tutta la cover. L’unica differenza tra Sony e
video
Motorola, tralasciando pesi e dimensioni, è la presenza nel Sony dell’antenna per l’NFC. Per le dimensioni
e il peso, invece, ci troviamo davanti a uno spessore
di 12.3 mm per il Motorola contro i 10.8 mm del Sony,
che può contare su un peso di 135 grammi contro i
145 grammi dell’avversario.
Schermi: manca l’HD
ma non si può pretendere troppo
L’utilizzo di uno schermo da 1280 x 720, ovvero HD,
dovrebbe essere un dato di fatto per tutti gli smartphone, tuttavia uno schermo così risoluto rischia di
rompere un delicato bilanciamento tra autonomia,
prestazioni e memoria. Motorola e Sony hanno scelto di utilizzare uno schermo comunque IPS di buona
qualità ma da 960 x 540 pixel, che sui 4.7” del Sony si
lab
può comunque parlare di risoluzione mediocre. Sony
ha scelto di usare uno schermo molto luminoso, forse
persino troppo: “leggibilissimo” anche sotto la luce
solare diretta, questo schermo ha un picco di bianco
notevole, sopra i 500 nits, cosa che sorprendentemente non ha un grosso impatto sull’autonomia. Il lato
meno piacevole è un contrasto non eccezionale, con
un punto di nero che ci ricorda di avere di fronte un
LCD. Buonissima la calibrazione cromatica: il bianco è
ben calibrato attorno ai 6420K e il gamut discreto per
essere lo schermo di uno smartphone entry level. Lo
schermo del Motorola è buono, offre un’immagine più
compatta e meno luminosa ma ha un briciolo di contrasto in più. Rispetto al Sony, tuttavia, soffre maggiormente l’angolo di visione, con un abbattimento della
luminosità intorno ai 50° di inclinazione.
Mediatek contro Qualcomm: chi vince?
traducono in 234 ppi mentre spalmati sui 4.5” del Motorola diventano 245 ppi. Certo, la risoluzione è bassa
ma forse siamo noi che ormai ci siamo fatti gli occhi su
schermi più definiti: i pixel sono visibili se avviciniamo
l’occhio allo schermo e li andiamo a cercare, ma non si
Per Sony e Motorola l’obiettivo da raggiungere era
la realizzazione di un ottimo smartphone LTE a basso costo, e per farlo ovviamente hanno dovuto pesare i prezzi dei singoli componenti stando attenti
a non esagerare. Sony ha pensato di utilizzare uno
dei processori Mediatek più recenti, un SoC a 64
bit da 1.5 GHz con quattro core ARM A53, una GPU
Mali T760 e 1 GB di RAM: una scelta dovuta probabilmente a un costo più basso di Mediatek rispetto a
Qualcomm e alla necessità di avere una CPU un po’
più potente per gestire l’interfaccia personalizzata
e Android Kit Kat, più “duri” da spingere di Android
5.0 Lollipop in versione stock. La scelta di Sony si è
dimostrata giusta: Xperia E4G non è lo Z3 Compact
ma non si comporta affatto male in termini di fluidità
d’interfaccia, dimostrandosi sempre pronto e reattivo.
La differenza prestazionale con smartphone più carrozzati si percepisce in fase di avvio delle app, dove
quelle pesanti richiedono qualche secondo, e con
molte finestre aperte dove un po’ di lag e qualche
scatto si avvertono comunque. Considerando tuttavia
l’uso che ne fanno le persone di uno smartphone così
non abbiamo riscontrato problemi di sorta: la tastiera
è rapida a comparire e il browser Chrome integrato

segue a pagina 33 
torna al sommario
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST
Motorola Moto E 2015 e Sony Xperia E4G
segue Da pagina 32 
fluido anche nello scrolling di pagine piuttosto lunghe
e impegnative. La memoria per le app è di 8 GB, ma
solo 3,48 sono a disposizione dell’utente. La stessa
quantità di memoria è presente anche sul Motorola e
anche qui liberi ce ne sono 3,67 GB. Motorola a livello
di prestazioni può trarre vantaggio dall’avere a bordo
l’ultima versione di Android, Lollipop, decisamente più
snella essendo priva di interfaccia custom; dal canto
suo, il processore Snapdragon 400 quad core, abbinato a 1 GB di RAM, spinge davvero bene il piccolo
smartphone. Come per Sony, anche Motorola soffre
un po’ la memoria eMMC, lenta nell’avviare le app,
ma per il resto siamo di fronte a performance eccellenti se rapportate alla fascia di prezzo. Smartphone
Android di due o tre anni fa dal costo ben più alto non
andavano così bene.
Interfaccia liscia o personalizzata?
Motorola è apprezzato dagli utenti Android per la presenza di un’interfaccia praticamente identica a quella
Android stock, e anche sul Moto E troviamo Android
Lollipop 5.0.2 senza personalizzazioni di sorta se non
il pannello Moto con le impostazioni personalizzate di
Motorola Assist, Moto Actions e Moto Display. Assist è
una sorta di assistente automatico che regola i profili
a seconda delle situazioni: in fase di riposo spegne
il display per risparmiare energia mentre in riunione
imposta una risposta automatica. Actions aggiunge
una gesture per attivare rapidamente la fotocamera:
basta impugnare lo smartphone e ruotare due volte
velocemente il polso. Moto Display, infine, è una sorta di Glance che mostra le notifiche di una serie di
app preselezionate anche a schermo spento. Poche
cose, ma come abbiamo detto si cerca di mantenere
il più possibile l’esperienza naturale e “materiale” di
Android.
Per Sony, invece, è tutto il contrario: l’interfaccia
è basata su Android 4.4 Kit Kat ed è profondamente personalizzata sia per le app che per le icone. Ci
troviamo davanti alla stessa Xperia UI vista anche su
altri prodotti, con lo stesso look e le stesse app Sony,
inclusa l’app Playstation. Una scelta, quella di Sony,
più radicale ma che potrebbe piacere di più a chi preferisce avere moltissime opzioni regolabili (come ad
esempio la calibrazione dello schermo).
Solo 5 Megapixel e il risultato si vede

Entrambi gli smartphone hanno una fotocamera da
soli 5 Megapixel: il modulo è Sony per entrambi i
modelli e non si può pretendere troppo in termini di
resa, anche per le ovvie dimensioni della lente. Sony
fa della fotografia uno dei punti di forza di Xperia e
ha scelto di aggiungere
anche un piccolo flash
e una lente F2.8 di discreta qualità. L’effetto
della lente lo si vede in
molte foto, dove ai bordi
sono un po’ impastate e
prive di dettaglio. Sony
applica anche una serie
di filtri automatici alle
foto, incluso un filtro di
enhancement che carica
un po’ il colore, soprattutto i rossi e i verdi. Da
apprezzare la possibilità di registrare video a
1080p, l’HDR e anche
L’interfaccia di Moto E senza personalizzazioni di sorta se non il pannello Moto un’interfaccia semplice
con moltissime opzioni
disponibili, forse troppe
per un prodotto che non
può essere annoverato
tra i migliori camera-phone. Alla fine, dopo aver
provato le diverse opzioni disponibili, si capisce
che il Camera Auto è la
scelta migliore in molte
situazioni. La camera
frontale, per i selfie, è da
2 Megapixel e riprende
video a 720p. Per vedere
qualche scatto fatto con il
Sony clicca qui. Più semNel Sony E4G l’interfaccia molto personalizzata è basata su Android 4.4 Kit Kat plice e immediata la fotocamera del Moto E: non
torna al sommario
ha il flash, ha un’interfaccia di base ed è priva di video
a 1080p: ci sono solo slow motion a 720p e ripresa
normale HD. La fotocamera non è certo il punto forte
del Moto E, anche se il reparto migliora rispetto al modello precedente: la camera frontale, che nel primo
Moto E non era prevista, ora fa bella mostra integrata
nella cornice sopra il display. Per vedere gli scatti fatti
con il Motorola clicca qui.
Buona autonomia e ricezione
Chi sceglie uno smartphone di questo livello quasi
sicuramente non bada troppo alle apparenze e vuole
qualcosa che funzioni bene e non costi troppo. Siamo
di fronte a una tipologia di utente che non arriva da un
top di gamma, anzi, probabilmente il suo precedente
telefono era un Nokia, un Samsung clamshell o un
Android da meno di 100 euro che ormai, con il passare del tempo, è diventato inutilizzabile. Ecco quindi
che autonomia e ricezione rivestono un ruolo fondamentale, e qui dobbiamo dire che grazie alla scocca
in policarbonato, la ricezione è abbastanza buona, migliore anche di alcuni smartphone più blasonati dotati
di design super slim e scocca in alluminio. Discreta
la qualità audio delle chiamate, citofonico lo speaker
integrato. Per quanto riguarda l’autonomia ci troviamo davanti a due smartphone che hanno un ottimo
stand-by e una buona durata se si usano poco, ma
che non passano le 12 ore con uso intensivo. Sony
parla sempre di due day battery life, ma i due giorni si
raggiungono se si usa lo smartphone come un cellulare, quindi solo quando serve. Se non si usa il 4G l’autonomia cresce, ma si guadagna comunque un’ora o
poco più. Nel complesso riteniamo comunque molto
buona l’autonomia dell’Xperia E4G.
Simili prestazioni le offre anche il Motorola: se avesse
una modalità di risparmio energetico più efficace probabilmente riuscirebbe a battere il Sony, ma all’atto
pratico ha un’autonomia leggermente inferiore. Si riescono comunque a coprire tutte le ore della giornata
restando al 12 - 15% circa. I discorsi sulla batteria lasciano comunque il tempo che trovano: basta un’app
che usa molto la rete, un widget programmato male o
un uso intensivo di giochi e video che tutte le stime e
i calcoli crollano irrimediabilmente.
Sony meglio per la fotocamera
Moto X per il software
Entrambi i dispositivi sono ottimi smartphone 4G entry
level: difficile stabilire un vincitore, perché hanno tanti
punti in comune e anche i difetti, quali possono essere lo scarso spazio disponibile, lo schermo non HD,
la camera di modesta qualità e l’assenza di batteria
intercambiabile sono comuni a entrambi. La stessa
cosa vale per i plus: ricezione, chiamata, autonomia,
fluidità dell’interfaccia e design li mettono sullo stesso
piano, e le uniche differenze marcate riguardano la
presenza di Android Lollipop sul Moto E (ma non è da
escludere un update per il Sony) e di una fotocamera
più completa sul Sony. Chiudiamo la nostra prova con
i prezzi: 129 euro per il Sony Xperia E4G, 149 euro
per il Motorola Moto E, e per chi sceglie un prodotto
di questo tipo guardando al budget 20 euro di differenza sono tanti.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST Asus prosegue con la serie di smartphone Android con processore Intel. Il rapporto qualità/prezzo non è da sottovalutare
Prova Asus Zenfone 2: zen fuori, sprint dentro
Top di gamma primo al mondo con 4 GB di RAM. Non mancano connettività LTE, NFC e fotocamera da 13 Megapixel
di Andrea ZUFFI
opo averne mostrato il prototipo a Las Vegas in
occasione del CES 2015, Asus lancia anche nel
nostro Paese la nuova generazione di Zenfone
con display da 5.5 pollici, un formato che mancava
nella precedente serie e che ricalca la scelta di Apple con iPhone 6 Plus. La gamma è composta da tre
differenti versioni con altrettante dotazioni hardware.
Si va dal modello di punta da 349,00 euro (modello
ZE551ML) che integra un processore Intel Atom quad
core a 64 bit da 2,3 GHz con 4 GB di RAM, al modello ZE550ML dotato di processore sempre quad core
ma con velocità di clock da 1,8 GHz e 2 GB di RAM,
disponibile al prezzo di listino di 249,00 euro. Esiste
poi anche una versione “minore” che sarà venduta a
179,00 euro (modello ZE550CL) da 5.0 pollici con processore sempre Atom ma da 1,6 GHz, 2 GB di RAM e
risoluzione dello schermo a 720p, contro i 1080p degli altri due. Zenfone 2, nella versione top di gamma
dual-sim che è oggetto di questa prova, si rivolge a
un target di utenti che amano personalizzare e gestire
ogni aspetto del terminale e non vogliono rinunciare
a specifiche tecniche all’avanguardia senza dover
D
video
ab
349,00 l€
Asus Zenfone 2
QUALITÀ/PREZZO ALLE STELLE
Zenfone 2 è un prodotto interessante, ben realizzato e con un software maturo e funzionale. È un po’ grande da maneggiare e trasportare, ma ha
specifiche tecniche e “feature” da top di gamma. Processore Intel da 2,3 GHz, RAM da 4 GB, connettività LTE e fotocamera di buon livello ne fanno
il terminale adatto agli utilizzi più disparati. Il display da 5,5” permette di giocare, guardare film e consultare email e allegati in tutta comodità.
Navigare su web o leggere un ebook sono esperienze piacevoli che non fanno sentire troppo la nostalgia del tablet, specie se si vuole viaggiare
leggeri senza rinunciare alle proprie abitudini. La gestione di due Sim permette un uso ancora più flessibile del terminale sia per far coesistere in
un solo dispositivo lavoro e vita privata, sia per avere a disposizione due linee e sfruttare sempre la miglior copertura di rete o garantirsi la tariffa
più adeguata. Nonostante qualche difetto perdonabile, come la batteria non rimovibile e l’autonomia non strabiliante, Zenfone 2 è consigliabile
soprattutto in virtù dell’ottimo rapporto qualità/prezzo: con 349 € ci si aggiudica uno smartphone performante e completo sotto ogni punto di vista.
8.1
Qualità
8
Longevità
8
Design
8
Semplicità
7
D-Factor
Prezzo
9
8
Processore fluido e RAM abbondante
Tasti di navigazione non retroilluminati
Rapporto qualità/prezzo
COSA
COSA NON CI PIACE Autonomia migliorabile
Batteria non removibile
CI PIACE Interfaccia software matura e personalizzabile
sborsare cifre da capogiro: questo Zenfone vanta il
primato di primo smartphone Android al mondo con
RAM da 4 GB e rappresenta sul mercato un rapporto
qualità/prezzo al momento eccellente. Chi si vuole dilettare con la configurazione spinta del dispositivo ed
è disposto ad approfondire la filosofia di Asus, troverà
nell’ormai matura ZenUI un’interfaccia ricca di possibi-
lità e profondamente plasmabile. Proprio in virtù della
grande “customizzazione” operata da Asus con ZenUI,
Android 5.0 Lollipop c’è ma non si vede. Volendo valutare le alternative sul mercato, rimanendo nella stessa
fascia di prezzo possiamo orientarci su LG G3 che, per
poco meno di 400 euro offre display da 5,5”, ma 2 GB
di RAM, Android Lollipop e che nella versione per l’Europa non è dual sim. Nel mondo Android e con doppia
sim si potrebbe guardare all’U988 di Hisense, ma a
fronte di un prezzo intorno ai 200 euro ci si ritroverebbe con un terminale da 5,5” con un processore da 1,2
GHz e 1 GB di RAM. Puntando a un differente sistema
operativo, e tralasciando iPhone che è un altro pianeta,
anche nel prezzo, si potrebbe guardare al Lumia 830 di
Microsoft per il quale spendendo circa 270 euro si ha
un terminale da 5” semplice e funzionale ma non dualsim. Paradossalmente per cercare il vero competitor
di Zenfone 2 non è necessario andare molto lontano
e basta rivolgersi alla versione da 2 GB di RAM dello
stesso modello. A nostro avviso il produttore asiatico
ha messo in atto una strategia interessante, attirando a
sé l’attenzione di molti consumatori con un top di gamma dalle specifiche brillanti e dal prezzo non esagerato
e offrendo agli indecisi e ai più parsimoniosi un’alternativa del medesimo brand, e lo stesso software per
il quale, accettando di avere un processore un po’ più
lento e la RAM dimezzata, ci si ritrova a veder dimezzato anche il prezzo. Non si dimentichi poi che, come ormai siamo abituati a vedere nel mondo dell’elettronica
di consumo, a qualche mese dal lancio il prezzo reale
subirà un “fisiologico” e provvidenziale assestamento
verso il basso.
Esperienza d’uso appagante
per il primo “4 GB”
Zenfone 2 è realizzato in materiale plastico ben assemblato e presenta la scocca posteriore bombata,
di un colore grigio lavorato in modo da conferire
l’aspetto di metallo spazzolato. La forma curvata del
retro rende salda, oltre che comoda, l’impugnatura
nonostante le dimensioni più che generose per uno
smartphone.
Il corpo è ben bilanciato e non si rivela troppo pesante,
pur con i suoi 170 grammi. La curvatura diventa però
fastidiosa quando si digita del testo con lo Zenfone 2
appoggiato su una superficie piatta come un tavolo:
in questo caso occorre tenerlo fermo con l’altra mano
altrimenti oscilla e si sposta ad ogni pressione.
Lo spessore massimo è di 10,9 mm, quello minimo di

segue a pagina 35 
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n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST
Asus Zenfone 2
segue Da pagina 34 
3,9 mm (ai bordi), mentre la cornice ai lati del display
misura 3,3 mm. I tasti di navigazione posti sotto al display sono capacitivi e sorprendentemente non retroilluminati. Sulla parte alta a fianco della fotocamera
secondaria per le videochiamate è posizionato un led
di notifica ben più visibile di quello della generazione precedente di Zenfone. Sul retro trovano posto
il flash dual led e il bilanciere del volume rispettivamente sopra e sotto l’obiettivo della fotocamera principale. Questa soluzione, che ricorda in modo molto
evidente la scocca posteriore del G3 di LG, si rivela
funzionale per alzare o abbassare il volume durante
una conversazione, un po’ meno quando si impugna
il dispositivo in modalità “landscape” per guardare
filmati o per giocare, almeno fintanto che non ci si è
fatta l’abitudine. Aprendo la cover posteriore, operazione necessaria per inserire le due sim e la scheda
di memoria micro SD, ci si accorge che la batteria
non è rimovibile, il che obbligherà a recarsi presso un
centro assistenza per la sostituzione. Questo, Apple
docet, non è ritenuto un limite per molti consumatori,
tant’è che anche Samsung per il suo S6 ha scelto la
stessa soluzione. Il tasto di accensione si trova invece sul lato superiore della scocca e si rivela piuttosto
inusuale e scomodo. Tra i punti di forza di Zenfone 2
vi è sicuramente il display IPS da 5,5 pollici con risoluzione Full HD 1920x1080 pixel. La resa cromatica,
la nitidezza e la luminosità sono eccellenti; si apprezzano i colori vivaci delle immagini e la fluidità con cui
vengono riprodotti i filmati. Asus dichiara tempi di
risposta del pannello touch di circa 60 millisecondi,
umanamente difficili da stimare anche se l’esperienza
di utilizzo e la reattività percepita sono più che ottime e senza lag. A dare protezione pensa la copertura Gorilla Glass 3 di Corning, mentre uno speciale
trattamento della superficie riduce sensibilmente la
frizione rendendo più scorrevoli i movimenti delle dita
sul touchscreen. Dopo diversi giorni di utilizzo si inizia
ad avere la sensazione che il potere anti-frizione vada
ad affievolirsi. In generale, lo smartphone si destreggia senza problemi in tutte le situazioni di utilizzo: il
multi-tasking non mette mai in crisi il processore e la
quantità di RAM permette di lasciare in background
molte applicazioni, compresi giochi che ne richiedono molta. Con 4 GB è infatti remoto il rischio che si
debba chiudere un programma in esecuzione per
mancanza di risorse. Anche dal punto di vista grafico il multi-tasking è piacevolmente rappresentato
con schede in 3D a rotazione. È un peccato che su
un display così grande non sia possibile mantenere
aperte due distinte finestre affiancate. Il rendering
delle pagine web offre un’esperienza di navigazione
sempre scorrevole, sia con il browser predefinito che
con Chrome. L’interfaccia ZenUI di Asus ha raggiunto
uno stadio di maturità che migliora l’usabilità generale
dello smartphone e ne permette l’estrema personalizzazione. Oltre alle funzionalità software da sempre
presenti negli Zenfone, come What’s Next, Do It Later
e la serie ZenLink (PC Link, Share Link, Remote Link
e Party Link), è infatti possibile modificare l’aspetto
complessivo del sistema in fatto di temi, caratteri e
icone tramite gli Icon Pack scaricabili dal Play Store.
Una funzione aggiuntiva denominata Cartelle Smart
permette di raggruppare tutte le icone delle app per
categoria in modo completamente automatico. La
nuova versione di ZenUI è arricchita da nuove funzioni quali Zen Motion che permette con semplici gesture di eseguire in modo rapido le operazioni più frequenti. Si potrà, ad esempio, bloccare il telefono con
un doppio tap su una parte dello schermo libero da
icone e, sempre con un doppio tap, sbloccarlo. Quando il display è spento, inoltre, è possibile attivare la fotocamera disegnando una “C” con il dito, oppure una
“S” per accedere direttamente agli SMS, o ancora una
“V” per essere portati direttamente all’app telefono.
Anche la funzione con una mano che riproduce un’immagine ridotta del display per consentire l’utilizzo con
una sola mano appunto, può essere attivata con un
doppio tap sul tasto Home. Tra le “gesture” ricordiamo, infine, che con uno swipe dal basso verso l’alto si
porta in primo piano il pannello di gestione della pagina iniziale per la quale si può modificare lo sfondo, le
icone, gli effetti di scorrimento al cambio pagina e per
accedere in modo rapido alle impostazioni di sistema.
Una sorta di seconda area che completa il già ricco
menù a discesa integrato nel pannello delle notifiche.
SnapView consente poi di avere più profili utente differenziati, ad esempio per il lavoro e la vita privata,
con uno spazio riservato a foto e file, che si attiva digitando una diversa password quando il dispositivo
è in modalità di blocco. Dulcis in fundo, tutto quanto
fa capo alla ZenUI può essere mantenuto aggiornato
tramite la voce Aggiorna App ZenUi nel menù delle
impostazioni che fa accedere direttamente alle ultime
versioni di tutti i programmi ZenUI presenti sullo Store di Google. Asus Zenfone 2 appena estratto dalla
confezione mette già a disposizione dell’utente un
buon numero di applicazioni aggiuntive e integrative della suite di Google. Oltre a quelle già descritte
nelle prove dei precedenti modelli di Zenfone, come
Supernote, Omlet Chat, Meteo, Specchio e Modalità
Bambini, vale la pena citarne di nuove come Mini Movie con la quale si possono creare videoclip con simpatici effetti e musiche partendo dalle foto scattate o
salvate sul dispositivo. Citiamo, inoltre, la presenza di
Trend Micro Dr. Safety per la protezione del terminale
da violazioni della privacy, tentativi di fishing e altre
minacce. Riportiamo una curiosa feature dell’interfaccia grafica per cui è possibile disinstallare un’app,
oltre che con la modalità classica dal menù Impostazioni, anche con un’opzione che appone una piccola
“x” a ciascuna icona. Toccandola si procede alla disinstallazione, in perfetto stile iOS. In merito alla sezione
audio durante la prova non sono emersi problemi. Sia
le suonerie che le chiamate in vivavoce denotano una
buona presenza sonora e un volume di tutto rispetto.
Idem dicasi per l’ascolto di musica: la tecnologia SonicMaster dell’altoparlante e un player ben realizzato
rendono piacevole la fruizione di contenuti musicali.
I toni predominanti sono quelli medi e la sostanziale
assenza di bassi è compatibile con le dimensioni dello
speaker.
Durante la chiamata con capsula auricolare la voce
dell’interlocutore non sempre è cristallina e comunque un po’ secca. Da sempre Asus permette sui suoi
terminali la registrazione delle conversazioni che ora
può anche essere settata come automatica per tutte
le chiamate effettuate e ricevute.
La localizzazione GPS è stabile e anche il primo fix
(notoriamente più lento), dopo aver accettato la tracciatura della posizione da parte di Google, è stato

segue a pagina 36 
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST
Asus Zenfone 2
segue Da pagina 35 
raggiunto in pochi istanti. Durante gli oltre dieci giorni
di prova non si è mai verificata una perdita di segnale
e questo costituisce un altro indicatore che il produttore di Taiwan si è preoccupato di carrozzare questo
top di gamma con componenti hardware di buona
qualità. Grazie alla quantità di RAM disponibile e alla
fluidità del sistema, il navigatore può anche stare in
background mente si usa lo smartphone per fare altro; anche in questo caso le indicazioni stradali sono
risultate precise e tempestive.
Hardware di tutto rispetto
ed è Dual SIM

Zenfone 2 è un terminale che permette di alloggiare due sim card gestendole in modalità Dual Sim Full
Active (DSFA). Questo comporta la presenza di due
apparati radio separati e completamente autonomi: il
vantaggio per l’utente è di avere ciascuna delle due
linee telefoniche sempre attive e raggiungibili indipendentemente dall’utilizzo che si sta
facendo dell’altra. Si
potrà, ad esempio,
essere in conversazione con la sim1 e
nel frattempo ricevere una chiamata
o un sms sulla linea
della sim2. Questo
non avviene per i
terminali che adottano la tecnologia
DSDS
(Dual-Sim
Dual Standby) per la
quale la radio è una
sola e risulta condivisa durante lo standby dal software del
telefono, con la naturale conseguenza che durante
una chiamata con una linea l’altra risulterà inattiva. Il
software di questo Asus permette di configurare alcune opzioni delle due linee, permettendo di impostare
suonerie differenti per ciascuna sim o la possibilità di
spegnere una delle due linee. Purtroppo non è però
possibile lo switch a caldo, e questo potrebbe essere un problema poiché lo slot della sim1 è il solo in
grado di gestire connessioni 3G e 4G; la sim2 è, infatti, abilitata al 2G soltanto. La connettività wireless di
questo Asus è completa e prevede il Wi-Fi a/b/g/n/ac
con supporto dei protocolli DLNA e Miracast, l’oramai
diffuso Bluetooth 4.0 BLE e l’antenna NFC. Non ultima l’opportunità di sfruttare la velocità del 4G. Come
già accennato nella parte introduttiva, Zenfone 2 è il
primo terminale Android al mondo a integrare 4 GB
di RAM di tipo DDR3 e un processore quad core Intel
Atom Z3580 che supporta set di istruzioni a 64 bit e
realizzato con tecnologia produttiva a 22 nanometri.
Completano la panoramica sulla dotazione hardware
una schiera di sensori per orientamento e il movimento come accelerometro, giroscopio, e-compass,
sensore di gravità e di prossimità, oltre al sensore di
torna al sommario
luminosità ambientale.
Segnaliamo a livello di curiosità che il sensore per
la geo-localizzazione non supporta solo i conosciuti
GPS e Glonass, ma anche sistemi asiatici come il giapponese QZSS e il cinese BDS.
Autonomia e fotocamera
Anche se orientandosi verso Zenfone 2 non si è probabilmente intenzionati ad acquistare l’ultimo grido
in fatto di camera-phone, ci si trova comunque a beneficiare di un comparto fotografico caratterizzato da
un buon hardware e da un software di tutto rispetto.
Utilizzando la fotocamera in dotazione ci si rende facilmente conto infatti che, soprattutto in questa nuova
generazione di Zenfone, Asus dedica molta attenzione a questo tema.
Accanto alla conferma della tecnologia PixelMaster
che implementa algoritmi per l’aumento della sensibilità e del contrasto, troviamo un obiettivo grandangolare a 85° stabilizzato automaticamente, un’apertura
F/2.0 e un’ottima reattività dello shutter. Segnaliamo
soprattutto la presenza di un flash dual LED con luci
di diversa tonalità: quando si scatta in condizioni di
luce insufficiente Zenfone 2 calibra luce bianca e
luce gialla per restituire più naturalezza ai soggetti
inquadrati. Anche in termini di potenza il flash in dotazione ha un’efficacia maggiore rispetto ai modelli
precedenti. La fotocamera di questo Zenfone mantiene la risoluzione del sensore principale a 13 Megapixel (4096x3072 nel formato 4:3) e 10 Megapixel
(4096x2304 nel formato 16:9). Viene invece aumentata da 2 a 5 Megapixel la risoluzione della fotocamera
frontale. L’app fotocamera degli smartphone di casa
Asus presenta, in continuità col passato, un menù ricco di funzioni e impostazioni in un layout ordinato e
di piacevole utilizzo. Non mancano le novità software
tra cui spiccano senza dubbio la modalità Manuale e
la Super Resolution. In modalità Manuale è possibile
interagire comodamente con le ghiere simulate degli
ISO da 50 a 800, del bilanciamento del bianco, dei
tempi da 1/2 a 1/500, della messa a fuoco e del valore
esposimetrico. Con Super Resolution, invece, è possibile attivare una particolare elaborazione che cattura
e combina quattro scatti e che, aumentando la definizione e diminuendo il rumore, porta l’immagine a una
risoluzione equivalente di 52 Megapixel.
Come detto, l’app fotocamera permette molte modalità di scatto preimpostate, che si avvalgono di comodi
accorgimenti come l’autofocus e l’autoesposizione
tramite un semplice tocco sul display. Rimangono
pressoché identiche agli Zenfone precedenti funzioni
quali Sorriso, HDR, Indietro Nel tempo, Riconoscimento Volto, Rimozione Intrusi, Panorama, Selfie e profondità di Campo, mentre dopo aver ri-testato l’opzione
Luce Bassa possiamo affermare che la sua efficacia è
migliorata anche se utilizzandola si ottengono sì scatti
ben visibili anche in condizioni di luce scarsa, ma ci si
ritrova con colori meno realistici.
Anche nel caso della fotocamera l’app di sistema
di Android 5.0 è stata completamente ricoperta dal
software personalizzato di Asus. Non è stato però implementato il salvataggio degli scatti in formato RAW,
possibilità offerta da Google nelle API di Lollipop.
Clicca qui per vedere qualche scatto che abbiamo
effettuato.
La sezione video è, come da aspettative, meno completa dal punto di vista delle opzioni di ripresa, ma
svolge discretamente il proprio compito permettendo
la realizzazione di video in Full HD a 1920x1080 non
stabilizzati oppure ridotti a 720p con stabilizzazione
attivata.
In conclusione, Zenfone 2 ha buone funzionalità fotografiche e una resa valida in relazione alla fascia di
prezzo. L’app Fotocamera dispone di numerose opzioni, magari troppe per alcuni utenti, che comunque
potranno limitarsi a scattare nella modalità completamente automatica lasciando allo smartphone l’onere
di ricavare il meglio in ogni condizione. L’utente più
esperto potrà, invece, dilettarsi con quanto offerto
dallo Zenfone, mettendo a frutto le proprie competenze in tutti i casi in cui troverà scene meritevoli di
uno scatto e la reflex non sarà immediatamente a portata di mano. Contrariamente ad altri modelli Asus con
processore Intel, in questo caso la batteria sembra essere un po’ in difficoltà. La capacità di 3000 mAh, non
è molto inferiore a quella da 3300 mAh dello ZenFone
6 provato lo scorso anno, ma non assicura la stessa
resa. Con il consueto uso intenso, caratterizzato da
gestione email, navigazione Internet, un po’ di musica
in streaming e utilizzo del GPS durante gli spostamenti, si arriva all’ora di cena con il livello prossimo allo
zero. Per impostazione di default, quando la carica
scende sotto al 15%, Zenfone propone con un popup di modificare la modalità di risparmio energetico
da ottimizzato a massimo. In questo modo vengono
depotenziate varie funzionalità avide di energia e il
processo di scarica rallenta per mantenerci reperibili
per chiamate e SMS. La minor durata della batteria
però non è indice di un peggioramento rispetto ai modelli precedenti, anzi. Trattandosi, infatti, di un Dual
Sim Full-Active, gli apparati radio da tenere accesi
sono costantemente due e questo grava sulla batteria
in modo significativo. Dopo una prova di utilizzo con
una sola SIM possiamo confermare che si guadagnano circa 90 minuti di autonomia. Asus viene incontro
all’utente agendo su due fronti: fornendo in confezione un caricabatteria rapido da 2 Ampere e implementando la tecnologia BoostMaster che permette di
raggiungere il 60% di ricarica in circa 40 minuti.
Concert for one
Cuffia P3. Un mix di alta qualità sonora e comfort di lusso, frutto della fusione calcolata e calibrata tra materiali pregiati e tecnologie raffinate. Nata dalla penna di Morten Warren, lo stesso creatore dello Zeppelin Air iPod Speaker, la P3, disponibile in 4 colori, nero, bianco, rosso e blu, ne conserva la personalità, il talento sonoro e la frequentazione privilegiata, ovvero l’iPod e l’iPhone dai quali estrapola il meglio dei conte-
nuti sonori, ne integra la funzionalità e la cosmetica. P3 è infatti dotata di un cavo con comando per iPod/iPhone con microfono e controllo volume/salto-traccia, utilissimo per tutti gli
amanti dei player firmati dalla mela argentata. Ma –ovviamenteP3 è "anche" una cuffia Hi Fi tradizionale di elevatissimo livello,
da poter collegare a qualsiasi sorgente standard, tramite il
cavo a corredo intercambiabile con quello per player Apple.
Zeppelin e Zeppelin Air sono marchi registrati di B&W Group Ltd. AirPlay, iPod, iPhone e iPad sono marchi di Apple Inc. registrati negli Stati Uniti e in altri paesi.
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29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST Una piccola GH4, anzi, per qualche verso meglio della GH4. L’abbiamo avuta tra le mani per qualche giorno in anteprima
Anteprima Panasonic Lumix G7: 4K pazzesco
Panasonic G7 è una fotocamera che a soli 699 euro promette prestazioni super ma anche video 4K alla portata di tutti
di Roberto PEZZALI
uando Panasonic ha annunciato la Lumix G7
puntando tutto sul concetto di 4K eravamo un
po’ scettici: G7 è una fotocamera e nasce per
le foto, il 4K dovrebbe essere solo una funzionalità in
più. Eppure questo 4K piace davvero tanto al colosso
giapponese: Panasonic è convinta che gli utenti possano contribuire con i loro contenuti alla diffusione
del formato e la nuova G7 è nata come una sorta di
“ponte” che ambisce a traghettare utenti appassionati
di foto alla scoperta del video, meglio se di elevata
qualità. Siamo stati qualche giorno a provare la G7,
una sorta di GH4 in miniatura caratterizzata da un abbordabilissimo prezzo di listino di 699 euro, al quale
va però aggiunto un buon obiettivo. Quando parliamo di GH4 “in miniatura” crediamo di non esagerare:
il sensore da 16 Megapixel è nuovo e migliorato e il
sistema di messa a fuoco è praticamente lo stesso,
una vera “scheggia” in quasi tutte le situazioni. Certo,
mancano elementi come l’uscita per le cuffie ma sulla
G7 ci sono anche un nuovo processore più veloce e
qualche funzione in più. Se a questo aggiungiamo il
fatto che Panasonic ha inserito la doppia ghiera per
l’utilizzo manuale, che non è scomparso il mirino e
che il corpo sembra più solido e con un grip migliore
possiamo dire che, se non serve la tropicalizzazione,
la G7 potrebbe essere addirittura migliore della GH4.
Ovviamente se si bilanciano prestazioni e prezzo.
Q
Leggera e con un buon grip
ma ha troppe funzioni
Senza dilungarci troppo sui dettagli tecnici della macchina, che si trovano anche sul sito Panasonic, vogliamo spendere un po’ di parole per parlare del rapporto
tra G7 e 4K e ci come ci è sembrata effettivamente la
nuova macchina. La G7 è leggera ma non piccolissima: è più piccola della GH4 e della FZ1000, ma non è
piccola come le Sony o le Olympus; si impugna bene,
ha un buon grip e la posizione delle due ghiere è davvero comoda. Dei vecchi modelli eredita quello che
a nostro avviso è un grosso difetto: anno dopo anno
gli ingegneri aggiungono funzioni su funzioni ma si dimenticano di togliere quello che è superfluo. Un ingegnere giapponese, da noi spronato su questo punto,
video
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video
lab
Panasonic Lumix G7 4K
FOTO E VIDEO
ha ammesso: “È vero, lo diciamo sempre che certe
cose come le “scene” vanno bene su una compatta ma
non su una macchina così eppure il marketing non ci
sente”. Togliere una funzione è come togliere un rene...
il nostro interlocutore non ha detto proprio così ma il
concetto è questo.
La G7 ha troppe cose: i menu sono una giungla infinita
di funzioni, regolazioni, modalità di scatto e impostazioni e davvero ci si perde. Tra l’altro basterebbe poco per
riorganizzare il tutto semplificando molte cose, magari
accorpando le funzioni più evolute in menu avanzati
e lasciando visibili solo quelle più utili. Come GH4, la
nuova G7 fa video in 4K: si può impostare la modalità Movie realizzando dei video di eccezionale qualità
usando anche i controlli manuali. Quello che però la
GH4 non ha è la modalità 4K Photo: bestemmia per
un fotografo old style, grande opportunità per i creativi
che vogliono davvero divertirsi e vogliono essere sicuri
di portare a casa lo scatto perfetto. Quello che Panasonic chiama 4K Photo è in realtà un video mascherato: la
fotocamera, grazie a sensore e processore, è talmente
veloce che riesce a scattare 30 foto a risoluzione 4K
ogni secondo, foto che vengono incapsulate in un video 4K per poi essere selezionate ed estratte.
La G7 dispone di tre modalità 4K Photo: raffica, per
scattare a 30 fps a risoluzione 8K fino a quando si
tiene premuto (e non si riscalda il sensore), pre-post
burst, che attiva lo scatto a una pressione del tasto e
lo ferma al termine e infine 4K Pre-burst, che inizia a
preregistrare il video appena mettiamo a fuoco e salva
per ogni scatto i 30 fotogrammi precedenti lo scatto e
quelli successivi.
Una funzione quest’ultima non nuova, ma Panasonic
riesce a realizzarla ad una risoluzione davvero elevata.
La modalità 4K Photo, anche se il file registrato dalla
fotocamera è un video in formato MP4, non va considerata propriamente “video” e ora vi spieghiamo perché: prima di tutto si può scegliere il formato di scatto,
scegliendo tra 3.840x2.160 (16:9), 3.328x2.496 (4:3),
3.504x2.336 (3:2) e 2.880x2.880 (1:1), e in secondo luogo la macchina tratta i video come fossero foto, quindi
gamma estesa (0 - 256) e stessi filtri che vengono applicati sulle foto. Quello che fa impressione, e lo si può
vedere nelle foto qui sotto, è la nitidezza e la qualità
dello scatto che Panasonic riesce a gestire in questa
modalità: 8 megapixel non sono tantissimi ma si riesce
a riempire un A4 senza problemi con una qualità altissima. Il file di partenza è poco compresso, 100 Mbps,
tuttavia scatti del genere senza un minimo di compressione nascondono probabilmente qualche altro segreto che la stessa Panasonic non ha voluto svelare.
Sulla card l’utente si ritrova comunque il file MP4: se
vuole estrarre la foto Jpeg da far stampare deve utilizzare l’interessante interfaccia creata da Panasonic,
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segue a pagina 39 
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n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
FOTOGRAFIA GoPro si appresta a lanciare una videocamera sferica in grado di produrre contenuti per la realtà virtuale
Nel futuro di GoPro ci sono videocamere sferiche e droni
Confermato anche l’arrivo di un drone con GoPro camera per le riprese in prospettiva, arriverà entrò la metà del 2016
di Paolo CENTOFANTI
lla seconda edizione della Code
Conference,in California, il CEO e
fondatore di GoPro, Nick Woodman
ha delineato il futuro dell’azienda annunciando una videocamera sferica per
la realtà virtuale (che in realtà è più un
Rig comprensivo di più Action Cam) e
confermando l’intenzione di approdare
nel mondo dei droni. La videocamera
sferica è ottenuta dall’assemblaggio di
sei GoPro Hero4, montate su un telaio
di supporto dalla forma di sfera che per-
A
mette di catturare immagini e filmati a
360 gradi. Grazie al know-how di Kolor,
software house dedita alla realtà virtuale
acquisita da GoPro, le riprese delle sei
videocamere verranno elaborate per diventare fruibili in varie tecnologie di realtà virtuale. La molla è scattata quando
Facebook ha acquisito Oculus, da quel
momento - commenta Nick Woodman
- tutte le barriere sono cadute e GoPro
ha iniziato a lavorare a un setup sferico
per la generazione di contenuti per i
sistemi di realtà virtuale e di realtà au-
TEST
Anteprima Panasonic Lumix G7
segue Da pagina 38 
dove con il display touch si riesce a scorrere fotogramma per fotogramma il video scegliendo l’istante giusto.
Abbiamo confrontato un file Jpeg generato dalla fotocamera e uno estratto dal video utilizzando un comune
software di editing e le due immagini sono identiche.
Qui sotto un video realizzato con la nuova G7 in formato 4K: alcune sequenze, quelle con le bande nere
ai lati, sono quelle realizzate in modalità foto 4K e con
aspect ratio 4:3; le altre sono le normali immagini in formato 16:9 Ultra HD.
Queste invece sono alcune fotografie scattate dal-
la G7: trattandosi di un campione di pre-produzione,
Panasonic ci ha chiesto di specificare che la qualità
delle immagini non è quella definitiva e soprattutto ci
ha imposto di pubblicare le foto ridimensionate a un
massimo di 8 megapixel, quindi non possiamo fornire
gli scatti “veri”. In ogni caso, analizzandoli al 100%, ritroviamo lo stesso dettaglio e la stessa “pasta” della GH4.
Da segnalare inoltre l’aggiunta di un nuovo filtro di riduzione del rumore random applicato dal nuovo Venus
Engine Quad-core: la fotocamera arriva a 25600 ISO,
ma l’impressione è che rispetto alla GH4 riesca a gestire un po’ meglio il rumore sugli alti ISO.
Nel complesso sembra che Panasonic abbia sfornato
una “signora macchina” e abbia reso il video 4K alla
portata di tutti: tra i pro sicuramente la qualità, l’ergo-

I NOSTRI SCATTI DI PROVA clicca sulle immagini per l’ingrandimento
torna al sommario
mentata. Mr. Woodman ha poi spiegato
il nascente entusiasmo della compagnia
per i quadricotteri. “È incredibile vedere
il nostro mondo da prospettive nuove”. Il
drone per fotografie aeree, naturalmente equipaggiato con GoPro camera, sarà
pronto per il primo semestre del 2016 e
avrà un costo compreso tra i 500 e i
1000 dollari. La GoPro in configurazione sferica dovrebbe invece arrivare sul
mercato entro la fine di quest’anno, in
una fascia di prezzo che si aggirerà tra
i 1500 e i 2000 dollari.
nomia e il prezzo, tra i contro l’assenza di modalità
di ripresa ad alto frame rate (un 1080p a 240 fps per
esempio) e un’eccessiva lentezza nel salvataggio delle
foto 4K. Non ci siamo soffermati troppo su questo punto perché speriamo che la cosa migliori con l’utilizzo di
card più veloci, ma quando si scatta una foto in 4K bisogna attendere qualche secondo prima di poter scattare
un’altra foto, il tempo che il file video venga salvato. La
card da noi usata era una SDXC UHS-I con 85 MB/s di
velocità in scrittura, ma la G7 supporta anche le nuove
UHS-II: probabile che l’uso di una scheda più rapida
riduca o annulli questo tempo di salvataggio.
G7 come già detto arriva questa estate a 699 euro: non
è una reflex ma è una macchina versatile, semplice e
dalle enormi potenzialità.
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29 MAGGIO 2015
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TEST Una soluzione ideale per chi vuole sonorizzare un’intera abitazione grazie alle connessioni Wi-Fi e Bluetooth. Migliorabile l’app
harman/kardon Omni, il multiroom che suona bene
Abbiamo provato il sistema di harman/kardon, composto dal modello Omni 10 e Omni 20, bello e con prezzi accessibili
di Roberto FAGGIANO
ella grande famiglia del gruppo Harman, il marchio harman/kardon ha il ruolo di ambasciatore
di eleganza unita alla tecnologia e la gamma di
diffusori multiroom Omni dotati di connessioni Wi-Fi
e Bluetooth rientra pienamente in questi parametri. Il
sistema Omni è composto dai diffusori 10 (199 euro)
e 20 (299 euro), dal modulo Adapt (129 euro) e prossimamente dalla soundbar Bar. I diffusori possono
essere anche usati in coppia per formare un sistema
stereo nello stesso ambiente oppure per formare un
sistema Home Theater con diffusori surround quando
sarà disponibile la Bar. La compatibilità con la musica
liquida è garantita fino ai 96 kHz. Le opzioni di connessione comprendono il Wi-Fi, il Bluetooth e anche
un ingresso stereo diretto; interessante la possibilità di
diffondere ad altri diffusori Omni (fino a 3), via Wi-Fi, il
segnale in ingresso da uno dei diffusori o dall’Adapt,
in modo da ampliare le funzioni multiroom. Disponibili
anche la funzione Party Mode, per avere la stessa musica da tutti i diffusori connessi, e la funzione Link per
sonorizzare con la stessa musica solo alcune stanze.
C’è anche l’opzione Follow Me per farci seguire dalla
musica mentre ci spostiamo in casa, premendo il tasto
centrale sul diffusore più vicino. Il sistema di streaming
utilizzato è quello della Blackfire che sfrutta una tecnologia in grado di superare (secondo l’azienda) i limiti
dei protocolli TCP/IP e RTP.
Per il controllo dei diffusori Omni basta scaricare e utilizzare l’app gratuita HK Controller, già disponibile per
iOS e Android. La finitura dei componenti della serie
Omni è disponibile in nero lucido oppure bianco. Per
il nostro test abbiamo utilizzato una coppia di Omni 10,
un Omni 20 e l’Adapt.
N
I modelli in prova, a ciascuno il suo
L’attuale gamma Omni disponibile in Italia è più che
sufficiente per coprire le più comuni esigenze degli
utenti: gli Omni 10 sono molto compatti e possono
Omni 10 è il modello più piccolo della serie, dal
look sferico e woofer posteriore da 9cm. Disponibili connettività Wi-Fi, Bluetooth e via cavo.
video
199,00 €lab
harman/kardon Omni 10
MOLTE LUCI, POCHE OMBRE
Il sistema multiroom Omni di harman/kardon si è dimostrato un’ottima soluzione per quanti vogliono sonorizzare un’intera abitazione. I lati
positivi sono prima di tutto le prestazioni musicali, poi la finitura curata e la connessione alternativa via Bluetooth oltre al Wi-Fi. Quello che al
momento non va è l’applicazione HK Controller, ancora acerba e povera di sorgenti. Sarebbe utile anche un equalizzatore dato che la collocazione in ambiente può influenzare la resa sonora sui bassi. Ottimo il rapporto qualità/prezzo di tutti gli elementi del sistema.
7.9
Qualità
8
Longevità
8
Qualità sonora
COSA CI PIACE Finitura curata
Collegamento Bluetooth
Design
8
Semplicità
7
COSA NON CI PIACE
D-Factor
8
Prezzo
8
Applicazione migliorabile
Mancanza controlli di tono
essere anche fissati a parete; gli Omni 20
sono ideali per gli ambienti più grandi ma
rimangono comunque facilmente collocabili su un ripiano o fissati a parete; l’Adapt è
indicato per chi vuole aggiungere la musica
liquida a sistemi stereo già esistenti oppure
per chi preferisce usare diffusori amplificati
di maggiori dimensioni. Il modello Omni 10
è il più piccolo della serie ed è praticamente una sfera da 16 cm con un lato piatto per
l’appoggio su una superficie. Gli altoparlanti
utilizzati sono un tweeter frontale da 35 mm
e un woofer con membrana piatta posteriore
da 9 cm, la potenza disponibile è di 25 watt
(senza ulteriori specifiche) per ciascun altoparlante. Alla base del diffusore troviamo la Omni 20 è pensato per ambienti di più grandi dimensioni,
presa per l’alimentatore esterno (un po’ trop- ma ha lo stesso look e le funzionalità del “fratello minore”.
po ingombrante), un ingresso ausiliario minijack e i tasti per il reset e per il collegamento
nijack e i tasti per abbinamento WPS e reset mentre
con WPS; non ci sono prese di rete, per il collegamenl’alimentazione è integrata. Anche per l’Omni 20 non
to bisognerà sfruttare il Wi-Fi. Omni 20 è il modello
ci sono connessioni di rete Ethernet ma solo Wi-Fi e
più grande e adatto ad ambienti di dimensioni ampie,
Bluetooth.
Omni Adapt è il classico adattatore di sistema per imla forma è ellissoidale con misure di 26 x 16 cm e lieve
inclinazione verso l’alto per una migliore dispersione.
pianti Hi-Fi già esistenti oppure da collegare a diffusoGli altoparlanti utilizzati sono due tweeter frontali da
ri attivi. Si tratta di un apparecchio molto compatto e
19 mm e due woofer posteriori da 75 mm abbinati per
leggero con alimentazione esterna standard da cavo
formare verso l’esterno un?unica superficie; la potenUSB; le uscite audio sono disponibili solo in analogico
tramite presa minijack (con relativo cavetto in dotaza disponibile è di 15 watt per ciascun altoparlante.
zione) ma c’è anche un ingresso di segnale per inseSotto al diffusore ritroviamo un ingresso ausiliare mi-
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segue a pagina 41 
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TEST
harman/kardon Omni
segue Da pagina 40 
Adattatore di sistema harman/kardon Omni Adapt.
rire sorgenti tradizionali all’interno del sistema. Tutti i
modelli hanno una piccola zona superiore con i tasti
fondamentali per l’utilizzo anche senza l’app: variazione volume, abbinamento Bluetooth, pausa e play oltre
alla zona centrale che segnala con varie colorazioni i
diversi collegamenti utilizzabili.
L’applicazione
Bbella ma ancora incompleta
Come di consueto anche i diffusori Omni hanno bisogno di un’applicazione per essere controllati a distanza da smartphone e tablet, quella di harman/kardon
si chiama HK Controller e si scarica gratuitamente
per iOS e Android. La grafica è semplice ma efficace,
completa delle copertine dei dischi e con una guida per l’installazione. Il collegamento Wi-Fi è molto
rapido, specie se si dispone di un router con WPS,

non servono ulteriori accessori per un sistema multiroom e i diffusori si collegano direttamente al server.
Una volta entrata nella rete domestica l’applicazione
riconosce i diffusori e ci chiede di assegnarli a una
stanza: se vengono trovati due diffusori Omni uguali
nella stessa stanza si può effettuare l’abbinamento in
stereofonia; in questo caso appare anche il livello del
segnale Wi-Fi. Abbinando due diffusori in stereofonia
bisogna assegnare a uno dei due il ruolo di Master,
l’altro avrà il Bluetooth e l’ingresso ausiliario disabilitati. Da qui in poi le operazioni sono meno logiche e,
una volta capito quale area bisogna toccare, ecco la
lista delle sorgenti. Al momento purtroppo poche: c’è
naturalmente il dispositivo sul quale stiamo operando,
poi troviamo Mix Radio che propone musica di vari
generi ma con scarsi contenuti, poi c’è la popolare
Deezer e la meno diffusa Qobuz. E al momento la lista
delle sorgenti finisce qui. L’applicazione è comunque
torna al sommario
in rapido aggiornamento e presto arriverà Tidal. Servirebbe però la possibilità
di prendere la musica da un PC o da un
server domestico. È un’integrazione che
riteniamo necessaria per questo tipo di
diffusori e da harman ci assicurano che
arriverà, ma senza certezze sui tempi.
Va anche detto che harman ha scelto
di rendere libera la sua applicazione
agli interventi di altri soggetti, quindi
è prevedibile che presto diventino disponibili altre app per usare il sistema
Omni, un’ottima scelta del costruttore
che andrebbe imitata anche dagli altri
concorrenti. Una volta scelta la sorgente
è necessario creare una playlist di brani trascinandoli sull’icona del diffusore prescelto, per
fortuna c’è l’opzione Play All per riprodurre un intero
album.
L’ascolto: belli e bravi
mo preferito una maggiore libertà nel posizionamento mentre il mettere in luce le cattive registrazioni è
un pregio, a patto di scegliere quelle giuste. Non ci
sono preferenze per un genere musicale, anche gli
appassionati di classica ascolteranno ottima musica
per le loro orecchie, con un bel palcoscenico profondo e strumenti collocati con giudizio. Per ascoltare lo streaming gratuito da Spotify abbiamo usato
il Bluetooth e la resa è rimasta molto buona. L’Omni
10 è senza dubbio un serio avversario per il concorrente “numero 1”, con un controllo di tono l’avrebbe
superato. Prestazioni molto valide anche per l’Omni
20, capace di restituire l’impatto sonoro di un diffusore molto più grande e con una gamma bassa
molto profonda, anche se rimane il problema di un
eccesso di frequenze basse se non c’è abbastanza
spazio dietro al diffusore. Nonostante la sorgente
inevitabilmente quasi monofonica c’è comunque un
piccolo allargamento della scena, specie se non ci
si pone troppo distanti dal diffusore. Dal punto di vista puramente musicale l’Omni 20 ci pare il migliore
diffusore multiroom sinora ascoltato in questa fascia
di prezzo, non certo un semplice accompagnamento
musicale di sottofondo. L’Adapt è da tenere in seria
considerazione per gli interessati a questa categoria di apparecchi: le prestazioni del convertitore D/A
interno sono davvero buone anche con brani Flac o
con lo streaming da Deezer (Tidal è in arrivo), di conseguenza il rapporto qualità/prezzo è vincente.
Iniziamo subito questa parte del test dicendo che i
componenti Omni suonano tutti molto bene, dando
un valore eccellente al rapporto qualità/prezzo. La
soluzione migliore dal punto di vista sonoro ci è parsa l’abbinamento stereo di due Omni 10 ma anche il
20 da solo se la cava molto bene, così come ottime
sono le prestazioni dell’Adapt. Il problema è che tanta qualità deve combattere con l’applicazione di controllo, carente in alcune
funzioni (per fortuna aggiornabili in futuro) e non
sempre logica nell’uso
quotidiano. Per esempio,
perché dover per forza
impostare una playlist di
brani, come se potessimo
sempre programmare in
anticipo quale e quanta
musica ascoltare in ogni
sessione? Sarebbe stato
utile anche un controllo
dei toni perché i woofer
posteriori
impongono
una collocazione piuttosto precisa dei diffusori, se
si vogliono evitare eccessi e rimbombi. Il
Bluetooth è invece molto utile quando si
vuole utilizzare Spotify in versione base,
altri concorrenti costringono invece ad
abbonarsi per poter usare la versione
Connect in modalità Wi-Fi.
Utilizzando la coppia Omni 10 in stereofonia si ha subito l’impressione di ascoltare
un vero impianto stereo, con diffusori di
ben altre dimensioni. Si crea un’ottima
immagine tridimensionale anche senza
dover scomodare musica Flac; ottime le
voci e molto vivace il medio basso. La
gamma più profonda dipende, invece,
pagina 44 
dal tipo di registrazionesegue
e asoprattutto
Un particolare del retro di Omni 20: si nota il connettore di
dello spazio disponibile dietro al diffuso- ingresso analogico e il tasto per la connessione via WPS.
re; per un diffusore così compatto avrem
Dammi il cinque!
MODELLO 730-1 redditi 2007
ALLEGATO B
Scheda per la scelta della destinazione
dell'8 per mille dell'IRPEF e del 5 per mille dell'IRPEF
Da consegnare unitamente alla dichiarazione
Mod. 730/2008 al sostituto d’imposta, al
C.A.F. o al professionista abilitato, utilizzando
l’apposita busta chiusa contrassegnata sui
lembi di chiusura.
genzia
ntrate
CONTRIBUENTE
CODICE FISCALE
(obbligatorio)
COGNOME (per le donne indicare il cognome da nubile)
DATI
ANAGRAFICI
DATA DI NASCITA
GIORNO
MESE
ANNO
NOME
SESSO (M o F)
COMUNE (o Stato estero) DI NASCITA
PROVINCIA (sigla)
LA SCELTA DELLA DESTINAZIONE DELL’OTTO PER MILLE DELL’IRPEF E QUELLA DEL CINQUE PER MILLE DELL’IRPEF
NON SONO IN ALCUN MODO ALTERNATIVE FRA LORO. PERTANTO POSSONO ESSERE ESPRESSE ENTRAMBE LE SCELTE
SCELTA PER LA DESTINAZIONE DELL’OTTO PER MILLE DELL’IRPEF (in caso di scelta FIRMARE in UNO degli spazi sottostanti)
Il tuo 5 per mille
può cambiare la vita
di molti bambini
prematuri.
E non ti costa nulla.
Ogni anno in Italia nascono 30.000Assemblee
bambini
di Dio in Italiaprematuri,
di cui circa 5000 hanno un peso inferiore a 1500 gr.
Stato
Chiesa cattolica
Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa Valdese unione delle chiese metodiste e valdesi
Chiesa Evangelica Luterana in Italia
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questi
bambini
hanno
bisogno di
Unione Comunità
Ebraiche
Italiane
e assistenza per molti anni.
cure, controlli
genitori hanno bisogno del tuo aiuto.
AISTMAR Onlus
interamente impiegate per:
E anche i loro
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si precisa che
Le contenuta
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ad paragrafo 3 delle istruzioni,
vengono
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AVVERTENZE Per esprimere la scelta a favore di una delle sette istituzioni
beneficiarie
della
quota dell'otto
per mille
dell'IRPEF, il
- l’assistenza
delle
gravidanze
a rischio
o patologiche
contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro corrispondente.
Lacura
scelta
deve
esserealfatta
esclusivamente
per una delle
la
e
il
supporto
neonato
prematuro
istituzioni beneficiarie.
e alla
famiglia
nel percorso
di sviluppo
crescita
La mancanza della firma in uno dei sette riquadri previsti costituisce scelta
non sua
espressa
da parte
del contribuente.
In talecaso,
la ripartizione della quota d’imposta non attribuita è stabilita in proporzione alle scelte espresse. Le quote non attribuite spettanti alle
Assemblee di Dio in Italia e alla Chiesa Valdese Unione delle Chiese metodiste e Valdesi, sono devolute alla gestione statale.
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In aggiunta a quanto indicato
nell’informativa
trattamento
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Sforza, 28sul
- 20122
Milano dei dati, contenuta nel paragrafo 3 delle istruzioni, si precisa che
i dati personali del contribuente verranno utilizzati solo dall’Agenzia delle Entrate per attuare la scelta.
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST Interessante la possibilità di vedere che tempo fa in tutto il mondo grazie alla community di utenti che condividono informazioni
Anywhere Kit, la stazione meteo connessa di Oregon
In prova Anywhere Weather Kit che si controlla via app: non solo temperatura e pressione, ma anche vento e pioggia
di Paolo CENTOFANTI
regon Scientific è uno dei marchi più conosciuti quando si parla di piccole stazioni meteo
per la casa, soprattutto in Italia. Anche questo
settore, seppure più lentamente di altri, è stato investito dalla “rivoluzione smart”, con prodotti che possono essere collegati alla rete e utilizzati anche con
lo smartphone. Anywhere Weather Kit (199,99 euro)
è una delle prime sortite in questo senso di Oregon
Scientific, una soluzione che l’azienda americana inserisce nella sua gamma di stazioni meteo “professionali”. Cos’ha di diverso questa dalle altre stazioni
meteo di Oregon? In primo luogo non c’è la classica
base con il display LCD a segmenti che caratterizza
i normali modelli del produttore: questo ruolo viene
svolto infatti dall’app per smartphone e tablet. Al posto della stazione base abbiamo invece un piccolo
“scatolotto” che va collegato da un lato alla nostra
rete locale, dall’altra a un ricevitore wireless che ha
il compito di raccogliere i dati dei vari sensori forniti
nel kit: termoigrometro, anemometro e pluviometro.
O
video
lab
abbiamo dovuto configurare nulla sulla nostra rete o
firewall. Ogni stazione può “ospitare” un pluviometro, un anemometro e fino a 8 termoigrometri. Nulla
vieta però di collegare al proprio account più stazioni, che possono essere disposte anche in località
differenti. Opzionalmente è possibile anche acquistare separatamente un sensore di raggi UV. Durante la registrazione della nostra stazione, tramite lo
smartphone verrà memorizzata anche la posizione
geografica e potremo scegliere di renderla visibile
agli altri utenti Anywhere Weather.
Facile da installare
Una volta aperta la confezione, l’operazione di installazione è abbastanza semplice e segue pedissequamente la filosofia plug&play. L’unità centrale
è auto-configurante e va semplicemente collegata
all’alimentazione e al router della propria rete mediante il cavo Ethernet fornito in dotazione. Questo
modello, infatti, non supporta il collegamento in
Wi-Fi alla propria LAN, il che per qualcuno potreb-
L’anemometro e il pluviometro inclusi nel kit.
Il primo ha una precisione di circa 3 m/s,
il secondo di 1 mm/h di pioggia. Entrambe
le unità sono chiaramente progettate per resistere
a tutte le condizioni climatiche.
Il ricevitore (a sinistra) e il box da collegare alla
nostra rete locale che inviano i dati della stazione
meteo alla piattaforma cloud di Oregon Scientific.
be costituire un limite. Il ricevitore per i sensori si
collega invece via cavo USB (anche questo fornito
nella confezione) e tendenzialmente va posizionato
in modo da garantire la migliore ricezione possibile:
Il sistema impiega comunque una frequenza di 433
MHz con una copertura che ha un raggio di circa
100 metri, il che dovrebbe consentire sufficiente libertà di installazione soprattutto per pluviometro e
anemometro, che chiaramente devono essere posizionati all’esterno e lontano da ostacoli per una
lettura ottimale. Anche per i sensori la procedura
di installazione e collegamento alla base è piuttosto semplice. Basta inserire le batterie fornite in
dotazione seguendo le istruzioni del manuale (nel
caso del pluviometro occorre svitare il coperchio
per accedere all’alloggio) e premere su ciascuno
di essi il tasto Reset. Fatto questo basta premere
il tasto Search sul ricevitore e in un paio di minuti
tutti i sensori dovrebbero essere collegati alla stazione base. La seconda fase consiste nel creare un
account Anywhere Weather tramite l’app per iOS e
Android e quindi registrare la stazione sul nostro
profilo utente tramite il MAC Address e il Registration Code forniti sull’etichetta della stazione base.
Nel nostro caso la procedura è stata indolore e non
Si monitora tutto dall’app
anche se è un po’ essenziale
Il centro di tutto è l’app per smartphone, motivo
per cui verrebbe da pensare che Oregon Scientific abbia colto l’occasione per andare oltre i limiti
imposti dal solito display LCD delle stazioni meteo
classiche. E invece, nonostante ci sia in effetti qualcosa in più, ci troviamo di fronte un po’ a un’occasione persa. L’app consiste in pratica di tre sezioni:
Per l’anemometro è fornito in dotazione un aggancio a ferro di cavallo che ne agevola l’installazione
su un palo. L’anemometro va puntato a nord per
avere una lettura corretta della direzione del vento.

segue a pagina 44 
torna al sommario
n.113 / 15
29 MAGGIO 2015
MAGAZINE
TEST
Oregon Scientific Anywhere Weather Station
segue Da pagina 43 

indice UV), con una previsione
del tempo nell’arco delle 12 - 24
ore. Ciò che delude un po’ è innanzitutto lo storico delle rilevazioni, perché visualizza con dei
grafici l’andamento dei vari parametri o delle scorse 24 ore o
dei passati 7 giorni, senza alcuna
possibilità di personalizzazione
o una vista più in là nel tempo. I
grafici possono essere ingranditi
ma solo all’interno della cornice
fissa e non è possibile leggere
un valore in un particolare punto. Inoltre dall’app non si può
esportare alcun dato (anche se
vedremo che un modo comunque c’è). Ma soprattutto a nostro
avviso manca un’interpretazione
dei dati, con qualche informazione in più di accompagnamento.
Le impostazioni sono pochissime e riguardano essenzialmente le unità Non pretendiamo certo un trattadi misura per le varie grandezze e la localizzazione della stazione meto di meteorologia, ma magari un
teo. È possibile scegliere di rendere pubblica la nostra stazione così da glossario, qualche informazione
permettere ad altri utente di vedere i dati meteo nella nostra zona.
sul significato di alcuni parametri
o il perché la “previsione” segna
un certo tempo sarebbero stati
graditi. L’idea dell’app dovrebbe liberare dai vincoli
il monitoraggio in tempo reale della nostra rete di
rigidi del display delle classiche stazioni meteo, e insensori, lo storico delle rilevazioni e la mappa delle
altre stazioni Anywhere Weather condivise in rete
vece qui essenzialmente si è poco più che replicato
dai loro proprietari, con possibilità di leggere i dati
quel modello di visualizzazione dei dati. La funzione
dei relativi sensori. La schermata principale, grafica
più utile è sicuramente quella delle notifiche di “ala parte, non è poi molto diversa da quella di una stalarme” che possono essere impostate per ciascun
parametro. Per temperatura e umidità possiamo fiszione classica di Oregon; qui troviamo infatti essenzialmente i dati dei sensori: temperatura, umidità,
sare liberamente una soglia minima e una massima,
pressione, quantità di pioggia, vento (se presente
mentre nel caso di vento e pioggia l’allarme viene
notificato al superamento di una certa
quantità. I dati della propria stazione
sono accessibili anche via web dalla pagina che essenzialmente è una
replica della schermata live dell’app
per smartphone. Da qui non è possibile impostare le notifiche, mentre
per lo storico dei dati è disponibile
unicamente la vista settimanale. Da
questa pagina è però possibile scaricare in formato CSV lo storico completo delle rilevazioni registrate dalla
stazione meteo nell’ultimo anno. È
possibile selezionare uno qualsiasi
dei sensori installati e un periodo
temporale a piacere, una funzione
questa non disponibile nell’app per
lo smartphone. Per il resto valgono
le stesse considerazioni fatte anche
per l’applicazione mobile: possiamo
leggere i dati della stazione meteo,
A sinistra una delle funzioni più utili, la possibilità di impostare
ma sta poi a noi farne qualcosa, videlle notifiche nel caso di superamento di alcune soglie. A destra
sto che qui non abbiamo nulla di più.
la mappa delle stazioni “pubbliche” di cui possiamo leggere i dati
L’aspetto forse più interessante della
allo stesso modo della nostra. Utile per vedere che tempo fa in
piattaforma di Oregon è quello che
altre località.
riguarda la community degli utenti,
torna al sommario
con la possibilità di accedere in lettura anche alle
stazioni meteo di chi ha deciso di condividere le informazioni, per vedere che tempo fa in altre località.
Le stazioni condivise sono molte e in varie parti del
mondo (soprattutto Europa e Stati Uniti), ma anche in
questo caso nonostante le potenzialità per costruire
qualcosa di più non mancassero, si è scelto di tenere “un basso profilo”: è possibile chiedere l’amicizia
di un altro utente per accedere ai dati privati della
stazione, ma al di là di questo non è possibile altro
tipo di interazione. In definitiva si tratta di una soluzione interessante, più evoluta rispetto ai modelli
classici, ma che avrebbe potuto essere anche molto
di più. Speriamo in una prossima iterazione, anche
perché di spazio sul mercato per idee innovative in
questo settore ancora ce n’è molto.
Il termoigrometro è forse lo strumento più conosciuto di Oregon Scientific essendo da anni utilizzato anche nelle stazioni classiche del produttore.