Silvio: ride mezza Ue Giulio: Cina salvaci tu

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Silvio: ride mezza Ue Giulio: Cina salvaci tu
CON LIBRO A FUMETTI + EURO 10
SPED. IN ABB. POST. - 45% ART.2 COMMA 20/
BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158
ANNO XLI . N. 217 . MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
L’ITALIA PUÒ
AFFONDARE L’UE
Joseph Halevi
N
on si può uscire dall’Unione
monetaria europea senza abbandonare l’Unione europea
stessa. Come spiegava Luigi Spaventa, in un articolo sulla Grecia apparso
su La Repubblica nella primavera del
2010, l’Ume non è un accordo con opzioni di entrata ed uscita. I paesi dell’Ue possono non entrare nella zona
dell’euro ma, una volta dentro, la loro
appartenenza all’Ume definisce la loro appartenenza all’Unione europea.
Nessun governo si prenderebbe la
responsabilità di affondare l’Ue uscendo dall’unione monetaria. Ne consegue che un’eventuale morte dell’euro
avverrà perché forze dilanianti avranno assunto una potenza tale da far saltare il sistema. Certo, sarebbe auspicabile un accordo fondato su argomentazioni razionali e non moralistiche,
magari anche un accordo di separazione e di divorzio. Tuttavia l’attuale
conformazione politico-istituzionale
dell’Ue impedisce tale razionalità.
L’Europa di Bruxelles, di Parigi e delle
due istituzioni di Francoforte si basa
su meccanismi cardinalizi, sul non
detto, su tabù, sul non riconoscimento della realtà obiettiva. Basta pensare
a tutti i rifiuti proclamati da Angela
Merkel riguardo il "salvataggio" della
Grecia salvo poi precipitarsi a sostenere i finanziamenti. Sempre tardivamente e male, creando un meccanismo vieppiù tossico. Infatti gli aiuti
del fondo di emergenza europeo vengono addebitati ai paesi che contribuiscono al salvataggio. Gli stessi paesi
vedranno quindi aumentare il proprio rapporto debito-pil.
La Grecia è un piccolo paese. È vero che può mettere in moto una catena di default ma solo perché il salvataggio degli altri non potrà che affondare i paesi virtuosi. Ma quale virtuosità? Nessuno può dichiarare di esserlo.
Se si aggiunge al debito federale tedesco quello di organismi pubblici simili all’Iri (che in Germania ancora esistono) nonché la posizione finanziaria dei diversi lander, si arriverebbe,
per la potente Deutschland, ad un rapporto debito-pil di tutto rispetto, non
lontano dal 100%. Nessuno però è in
grado di farlo pesare sulla Germania.
Contrariamente al pensiero liberaldemocratico che vede nell’Ue solo liberalismo e democrazia, l’Ue è il prodotto di forze economiche oligopolistiche. Unite sul piano della lotta al salario ed unite sulla base della capitalizzazione delle rendite, sia industriali,
come in Germania, sia finanziarie, come in Francia e in Italia, queste forze
oligopolistiche e statuali si stanno lacerando anche al loro interno (le dimissioni del rappresentante tedesco
alla Bce) per via della crisi economica
e della loro incapacità a governarla.
CONTINUA |PAGINA 15
EURO 1,30
Banche rotte
Le banche europee trascinate a fondo dall’esposizione sui debiti sovrani e dalle voci di default della Grecia:
i titoli vanno giù e affondano le borse, in Francia timori per un possibile crac della Sociéte Générale. Sarkozy:
«Prematuro un intervento dello Stato». Trichet promette aiuti «illimitati» agli istituti di credito PAGINE 2,3
UN VIAGGIO A STRASBURGO, UNA VISITA DA PECHINO
NUCLEARE l PAGINA 7
Scoppio in centrale, panico in Francia
Esplosione nell’impianto di trattamento delle scorie a Marcoule, nel sud: un morto e quattro feriti. Le autorità
minimizzano: «Nessuna fuga radioattiva, incidente chiuso». Ma Greenpeace protesta: «Mai fatti stress test»
Silvio: ride mezza Ue
Giulio: Cina salvaci tu
U
na manovra tira l’altra. Domani la
camera approverà il decreto di
agosto con la fiducia ma Bruxelles
ha già fatto i conti: l’Italia dovrà intervenire ancora entro fine anno se i tagli già fatti
non dovessero bastare. In questo clima da
fallimento annunciato il premier va a Strasburgo e getta nell’imbarazzo gli euro-vertici. Per evitare i magistrati napoletani basta una photo-op con Barroso e due minuti con il presidente polacco dell’europarlamento nei sottoscala di palazzo.
Intanto il Financial Times rivela che la
settimana scorsa una delegazione di Pechino ha incontrato Tremonti. In sostanza l’Italia ha chiesto in ginocchio alla Cina
di comprare i derelitti Bot italiani, nel disperato tentativo di venderne senza concedere interessi pesanti. Tremonti, osserva il
Ft, «in passato ha scritto molto della sua
paura di una ’colonizzazione al contrario’
cinese dell’Europa». Ora è proprio lui che
va a tirare la giacca ai ricchi banchieri di
Pechino.
SERVIZI |PAGINA 3
ARGENTINA
Mai più casi Benetton
La terra torna indietro
FILIPPO FIORINI l PAGINA 9
SCUOLA
Ritorno sui banchi,
tra proteste e cliché
SERVIZI l PAGINE 5 e 10/11
SCUOLA | PAGINA 5
LAVORO LETALE | PAGINA 6
LIBIA | PAGINA 8
Flash mob contro i tagli
Suona la campanella
ed è già autunno caldo
Salta in aria la fabbrica
dei fuochi d’artificio
Sei vittime a Frosinone
Ribelli contro ribelli, 12 vittime
Resiste roccaforte di Gheddafi,
fugge in Niger il figlio calciatore
CRISI
Nel pozzo
del nostro debito
Guido Viale
O
ra si comincia a parlare di default (fallimento) come esito o come soluzione - del debito
pubblico italiano. La discussione assume aspetti tecnici, ma il problema è
politico e merita approfondimenti sui
due versanti. Dichiarare fallimento imboscando dei fondi, è truffa. Ma è truffa anche se una condizione insostenibile viene protratta oltre ogni possibilità di recupero; in particolare, per spremere quelli che si riesce a spennare
con la scusa di rimettersi in sesto, prima di dichiarare che «non c’è più niente da fare».
CONTINUA |PAGINA 15
VAURO
I referendum
elettorali,
caricatura
della democrazia
IL COMMENTO
Gianni Ferrara
DOMANI
L’INTERVENTO
Luigi De Magistris
Perché sottoscrivo
l’appello
contro la manovra
per manifestare
il 15 ottobre
pagina 2
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
BANCHE ROTTE
Mercati •
BARACK OBAMA
«Il nuovo piano
di aiuti al lavoro
non crea deficit»
«O
ccorre
rilanciare
l’economia nazionale». Il presidente americano Barack Obama ha sottolinento, nel discorso tenuto ieri alla Casa Bianca, la necessità e l’urgenza, da parte del Congresso,
di approvare il piano da 447 miliardi di dollari (l'American Jobs
Act) che dovrebbe garantire nuovi posti di lavoro e aiutare l’economia in un momento di crisi.
Obama, in calo nei consensi,
prova a indicare una via d’uscita
dal rischio di una nuova recessione attraverso una proposta di legge per sostenere il mercato del lavoro. «È basata su idee democratiche e repubblicane e non ha carattere politico - dice Obama non aggiungerà un centesimo al
deficit. Deve solo essere approvata immediatamente». In un altro
passaggio del suo discorso, il presidente statunitense ha poi specificato come i ricchi e le aziende
debbano pagare ciò che è giusto
con le tasse e come la politica abbia il dovere di agire subito: «Gli
Stati Uniti non possono permettersi il lusso di poter attendere le
prossime elezioni, che sono fra
14 mesi».
In soccorso al presidente sono
arrivate le parole dello speaker
(democratico) della Camera,
John Boehner: «Mi auguro - riferendosi all’ostruzionismo dei repubblicani - che riusciremo a lavorare insieme per unire le migliori idee e rimettere gli americani al lavoro». Il piano sul lavoro osserva ancora Boehner - sarà
sottoposto al Congressional Budget Office (l'organismo indipendente che fornisce analisi economiche agli eletti) per una valutazione sui costi).
Trichet (Bce) promette agli istituti di credito: non vi faremo mancare soldi
La crisi greca scatena il terrore: Milano perde il 3,9%, Parigi il 4,03%
Affondano le banche
Nuovo grosso tonfo per le borse,
cresce lo spread tra Btp e Bund.
Forte aumento dei tassi dei Bot
Galapagos
G
li occhi seguitano a essere puntati sulla Grecia anche se, osservano gli analisti più accorti,
non può essere un piccolo paese a destabilizzare il mercato finanziario globale. Quello che è certo, è che il mese
nero delle borse prosegue imperterrito. Anche ieri le borse europee hanno
chiuso in profondo rosso nonostante
la promessa di Jean-Claude Trichet di
fornire liquidità alle banche. Promessa
che ha consentito ai listini di riprendere un po’ fiato, cioè di ridurre le perdite, ma solo per pochissimi minuti. Poi
gli indici hanno ripreso a scendere. A
Milano l'indice Mib (le maggiori 40 società quotate a Piazza Affari) ha chiuso
al ribasso del 3,89%. Non è andata meglio in Germania: il Dax 30 ha perso il
2,27%, Madrid è andata sotto del
3,41% mentre a Parigi l’indice Cac 40
ha lasciato sul terreno oltre il 4%, dopo
che in giornata il crollo aveva superato
il 5%. Le perdite della borsa francese
sono state spiegate dalle voci sulle difficoltà patrimoniali della So.Gen. (il titolo è sceso del 9,83%, a 15,73 euro, e dall'inizio dell'anno ha ridotto il proprio
valore di oltre il 61%) e dalle indiscrezioni su un possibile declassamento
da parte di Moody's dei principali istituti bancari transalpini molto coinvolti con i crediti alla Grecia. Paricolarmente negativa la performance di Bnp
Paribas che ieri ha perso quasi il 13%.
Sull’altra sponda dell’Atlantico non
sono andate bene neppure le borse sta-
tunitensi: a un paio di ore dalla chiusura il Dow Jones era sotto di oltre l’1%
nonostante la presentazione (al Congresso) del piano di rilancio dell’economia e del lavoro da parte di Obama.
Uno dei titoli in controtendenza era
quello della Bank of America il cui amministratore delegato ha annunciato
30 mila esuberi, il 10% degli occupati
totali. Spietatamente le borse fanno festa quando si riducono i costi, tagliando le teste dei lavoratori.
Sotto tiro non sono solo le banche
francesi, ma un po’ tutti gli istituti di
credito europei giudicati sottocapitalizzati (e pertanto con la necessità di procedere a aumenti di capitale) e eccessivamente esposti ai rischi di insolvenza
di stati nazionali. Ovviamante Grecia
in testa. Anche a Milano le banche ieri
hanno fatto un bel tuffo: il titoli preso
maggiormente di mira è stato quello
di Unicredit che ha perso quasi il 10%
scendendo sotto i 79 centesimi per
azione, un livello che non toccava da
due anni e mezzo. Sotto pressione anche Intesa Sanpaolo, mentre nel settore assicurativo un bel tonfo è stato registrato da FonSai (-7,6%) e fra gli industraili da Telecom Italia (-5,3%).
Ieri è iniziata una settimana di passione per le aste del debito pubblico
italiano. L’asta di ieri è stata giudicata
positiva, considerando il contesto di
mercato. Questo significa che il collocamento è andato bene. Ovviamente i
rendimenti sono saliti, ma la domanda ha tenuto: quasi 19 miliardi a fronte
degli 11 miliardi offerti. Meno bene è
Banche/LA GRAN BRETAGNA PREPARA LA «GRANDE RIFORMA»
Ritorno al passato per separare
attività commerciale e speculazione
Francesco Piccioni
C
ontrordine, banchieri! La crisi ha distrutto molte certezze di stampo liberista. Soprattutto nel
settore finanziario. Ora si cerca di correre ai ripari e si riscoprono ricette non proprio nuovissime; anzi,
almeno ottentenni.
L’Inghilterra è il paese più indebitato d’Europa (sommando debito pubblico e privato) ed ha dovuto elargire uno dei più onerosi interventi di «salvataggio» del
proprio sistema bancario. Si sono chiesti: come facciamo ad evitare che si ripeta, visto che oltretutto non potremmo più permettercelo?
La Indipendent commission banking, presieduta da
sir John Vickers, dopo un lungo lavorio è arrivata a formulare delle «raccomandazioni», che il governo conservatore ha fatto mostra di accogliere con entusiasmo. Bisognerà
ora vedere l’evoluzione del
percorso parlamentare, perché nei mesi scorsi ci sono
stati numerosi interventi –
sponsorizzati apertamente
dalla lobby delle banche – per
far togliere le proposte più radicali e «stataliste».
La misura principale, per esempio, riguarda la separazione netta tra attività bancarie «al dettaglio» (raccolta del risparmio, mutui, finanziamento di piccole e medie imprese) e «investment banking», ovvero speculazione su titoli e azioni, mercato dei «derivati», cds, ecc.
I due rami di attività dovranno avere consigli di amministrazione differenti, ma potranno comunque essere
riunite in una sola società-gruppo. La prima versione
del rapporto, invece, vietava questa commistione a
qualsiasi livello. Una vittoria delle lobby, insomma, ma
non un trionfo.
Fosse passata questa impostazione «radicale» avremmo avuto una riedizione quasi perfetta del Glass-Stea-
gall Act del 1933, in piena crisi del ’29, negli Stati uniti.
Una legge che imprintato il sistema finanziario del dopoguerra e ha tenuto al riparo da rischi sistemici le banche e di fatto impedito la creazione di banche «troppo
grandi per fallire» (ma anche «per essere salvate»). Poi,
negli anni ’90, il lungo pressing delle stesse banche per
abolire questa legge ha trovato infine un Congresso
Usa favorevole, a maggioranza conservatrice, e un presidente – Bill Clinton – contrario ma non troppo.
Qual’è il problema della «commistione» tra i due rami di attività? Che la speculazione diventa il primo business di una banca, perché i guadagni potenziali (e le
perdite) sono molto più grandi e veloci rispetto al «normale tran tran» con i clienti allo sportello. Ma quando
qualcosa va storto – come nel 2007-2009 – tutta la banca rischia il fallimento, blocca
l’emissione di credito, raggeJOHN VICKERS
la l’attività economica e quinDocente a
di deve «esser salvata» dallo
Oxford, ex capo
Stato (magari tagliando la speeconomista della
sa sociale).
Banca d’InghilLe altre misure vanno nella
terra, ha guidato
stessa direzione: i flussi di cala commissione
pitale dei due rami di una
indipendente
banca non possono mischiarsi, i «requisiti di capitale» del
lato retail dovranno prevedere una riserva minima del 10%, ecc. In pratica, si cerca
di mettere al sicuro l’«attività ordinaria» (solo un terzo
dei bilanci attuali) da eventi catastrofici. E potrà comunque esser protetta anche dallo Stato, mentre
l’eventuale default del lato speculativo sarà problema
solo «privato».
Misure sufficienti? No davvero, perché la finanza è
un universo globale, non puramente inglese. Ma anche
se queste «raccomandazioni» venissero trasformate in
legge in pochi mesi (e c’è da dubitarne), viene concesso
un tempo enorme alle banche per «adeguare le proprie
strutture». Da qui al 2019, forse; con comodo. Keynes
aveva già avvertito che «sui tempi lunghi...».
andata sul versante dei rendimenti. Se
nel caso del Bot trimestrale lo scarto di
quasi un punto percentuale rispetto all'ultimo collocamento è comprensibile tenendo conto del carattere erratico
dell'offerta (a marzo l'ultima asta), con
il Bot annuale l'aumento di oltre 1 punto è imputabile solamente al fattore rischio che gravita intorno al debito italiano. In un mese il Bot annuale è passato dal 2,9 al 4,1 per cento ma, già a luglio, le tensioni sul debito avevano fatto schizzare il rendimento annuale al
3,6%. Ora l'attenzione si sposta sull'asta a medio e lungo termine di oggi
dalla quale però non ci si aspettano
grandi novità. Anche in questo caso gli
operatori sottolineano l'attenzione
che il Tesoro ha messo nella scelta dei
titoli da offrire: la prima tranche del
nuovo benchmark quinquennale (che
in genere non trova difficoltà a trovare
spazio nei portafogli degli investitori
internazionali) e ben quattro Btp offthe-run: ovvero titoli che in genere vengono offerti tenendo conto di specifiche esigenze del mercato. In totale,
l'offerta massima sul medio e lungo
termine raggiungerà i 7 miliardi di euro.
L’aumento dei rendimenti pagati
sui nuovi titoli del debito pubblico è la
diretta conseguenza dell’aumento dello spread, cioè il differenziale fra i titoli
italiani e quelli tedeschi a 10 anni. Ieri
è salito fino a 384 punti (3,84%) dopo
aver aperto sopra i 362 punti. Da notare che lo spread tra Btp italiani e Bund
tedeschi supera ampiamente quello
tra Bonos spagnoli e Bund (352 punti).
L’aumento dello spread sembra derivare da una assoluta mancanza di fiducia nella politica economica del governo. E questo nonostante la scorsa
settimana la Banca centrale europea
(come è stato comunicato) abbia seguitato a comprare sul mercato secondario titoli di stato dei paesi dell’area euro. In totale la Bce ne ha comprati per
13,96 miliardi di euro, in lieve rialzo
dai 13,305 della settimana precedente.
Secondo i trader, gli acquisti d'emergenza la scorsa settimana erano concentrati su Italia e Spagna. Intanto l’euro rimane debole, poco sopra quota
1,36 sul dollaro, dopo essere sceso anche a 1,3493, il livello più basso degli ultimi sette mesi.
IERI, ALLA BORSA DI FRANCOFORTE/FOTO REUTERS
FRANCIA · Il governo: «Totalmente prematuro» intervento dello stato
Troppo esposta su Italia e Grecia,
trema la Société Générale
Anna Maria Merlo
PARIGI
L
a confusione sul destino della
Grecia, il cui default non è
più escluso ormai neppure
dalla Germania, ha generato un terremoto sui titoli bancari ieri. In prima fila la Société Générale, che dall’inizio dell’anno ha perso il 60%
della capitalizzazione in Borsa. Moody’s minaccia di degradare il rating delle principali banche francesi (Socgen, Bnp e Crédit Agricole),
perché troppo esposte sul fronte disperato dei debiti sovrani. Le banche sono così in affanno e cercano
disperatamente di correre ai ripari.
La Socgen promette di ridurre l’attività nei settori più a rischio, con
conseguente effetto sul numero dei
dipendenti. Ieri, la banca ha anche
sporto denuncia contro un quotidiano popolare britannico, il Mail
on Sunday, che il 7 agosto scorso
aveva preso per una notizia il contenuto di una finzione pubblicata da
Le Monde sulla «fine dell’euro». La
Socgen, citata nel feuilleton, ne aveva pesantemente risentito in Borsa
e ora chiede al giornale i danni per
un milione di sterline (1,16 milioni
di euro), da devolvere in opere caritative. Nel fine settimana, è bastata
una mail anonima che annunciava
il fallimento della Grecia a far tremare le banche, che hanno poi subito il crollo di ieri.
Tutti questi elementi rivelano
che i mercati sono in preda al panico. Come nel 2008, l’intervento dello stato non è più considerato
un’ipotesi impossibile. Ieri, il ministro dell’industria Eric Besson ha affermato che è «totalmente prematuro» evocare un’eventuale nazionalizzazione delle banche francesi. Il
governatore della Banque de France, Christian Noyer ha garantito
che le «banche francesi possono resistere a un eventuale default della
Grecia». Il ministro delle finanze,
François Baroin, ha ricordato che
«non hanno problemi di solvibilità», come era stato messo in luce
dallo stress test prima dell’estate.
Ma venerdì scorso era stata proprio
la francese Christine Lagarde, direttrice dell’Fmi, a far tremare le banche, affermando che è «urgente»
che gli istituti europei si ricapitalizzino, per scongiurare rischi di liquidità. L’Ocse aveva ripetuto la stessa
cosa. Il presidente della Bce, JeanClaude Trichet è sceso anch’egli in
soccorso, affermando che le banche centrali sono pronte a fornire liquidità agli istituti finanziari europei. Secondo la Bce, le banche europee hanno in deposito 1.800 miliardi presso la Banca centrale, cifra
più che sufficiente per ottenere a loro volta dei prestiti dall’istituto centrale. Il problema è che, dietro la
Grecia, si profilano Spagna e, soprattutto, Italia. Bnp Paribas ha 5
miliardi di euro di debito greco, ma
24 di quello italiano. Il Crédit Agricole rispettivamente 0,65 e 10 miliardi. La Société Générale 2,6 e 3,3.
Complessiavemnte, il sistema bancario europeo (dati Bri) è esposto
per 42,8 miliardi al debito greco,
ma per 233 miliardi a quello italiano. In questo contesto, le banche
tentano disperatamente di rassicurare i mercati sulla loro solidità. Ma
chi resisterà nel caso in cui la Grecia facesse default e il suo debito
perdesse valore?
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
pagina 3
BANCHE ROTTE
Gaffe •
Polemiche e battute da destra a sinistra: Verdi, Ppe e liberali criticano la visita
del premier. E Bruxelles già chiede nuovi tagli in caso di «entrate insufficienti»
BANK OF AMERICA TAGLIA 30 MILA POSTI
Gli effetti di quest’ultima tornata di crisi finanziaria cominciano a vedersi
fuori dalle borse: Bank of America, da settimane al centro di turbolenze di
mercato, ha annunciato la soppressione di 30.000 posti di lavoro, poco più
del 10% del totale. Il Ceo della banca Brian Moynihan ha presentato un
piano di ristrutturazione che si tradurrà in risparmi sui costi di 5 miliardi di
dollari l'anno entro il 2013, circa il 18% delle spese infrastrutturali e legate
alle attività retail. Il piano, chiamato «Project new Bac», si articola in due
fasi: la prima prevede il taglio di 30.000 posti.
PRODUZIONE INDUSTRIALE A LUGLIO - 0,7%
Il dato (destagionalizzato) segnala una diminuzione dell'1,6% su base
annua, considerando il dato corretto per gli effetti di calendario. Si tratta del
primo calo tendenziale dal dicembre del 2009, rileva l'Istat. Su base
mensile, il ribasso di luglio si aggiunge a quelli di maggio e di giugno, quindi
si tratta del terzo calo congiunturale consecutivo. Non stupisce, così, che
nella media del trimestre maggio-luglio l'indice sia sceso dello 0,4% rispetto
al trimestre immediatamente precedente. Le diminuzioni maggiori riguardano
le industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-20,0%).
UE · Il viaggio di Berlusconi diventa una barzelletta. Il presidente Buzek: «Lo vedrò due minuti»
Un clandestino a Strasburgo
Matteo Bartocci
TITOLI DI STATO
I
IL CASO · Bersani va a Berlino e diserta la festa dell’Idv
Sorpresa, anche nell’agenda del segretario del Pd spunta un appuntamento europeo che fa slittare il dibattito a tre con Vendola e Di Pietro previsto venerdì prossimo a Vasto alla festa dell’Idv.
Ieri Bersani ha fatto sapere che quel giorno sarà a Berlino per incontrare il leader della Spd Sigmar Gabriel. Saltano così le prove generali per il nuovo Ulivo. Dal Nazareno spiegano che la data
di venerdì era stata concordata con Di Pietro ma solo «genericamente». Solo all'ultimo momento,
assicurano, Bersani ha capito che ci sarebbe stato anche Vendola e che il leader Idv avrebbe
«venduto» mediaticamente l'evento come il battesimo della nuova coalizione. All’Idv la versione è
diversa: l’evento era stato concordato prima dell’estate sia con Bersani che con Vendola. Bersani
se vuole può venire sabato. Ma invece sarà a Milano e comunque non ci andrà. Risultato: nel
2008 Idv e Pd promettevano di fondersi e oggi non sono nemmeno in grado di partecipare alle
rispettive feste. Spd a parte, Bersani non raccoglie l’invito di Di Pietro perché non può «regalare»
l’Udc al Pdl. Tanto più se si parla di governo di transizione. Nuovi Ulivi e vecchi merletti. m. ba.
l «caso Berlusconi» sbarca a
Strasburgo. Se il premier cercava sostegno internazionale
alla manovra, quel tentativo è finito nel ridicolo. La semplice conferma della visita di oggi nella "capitale" europea ha gettato i vertici
istituzionali in un tale imbarazzo
da non salvare più neanche le apparenze. L’arrivo del Cavaliere nel
giorno del suo previsto interrogatorio di fronte ai giudici italiani ormai è una barzelletta, criticato
non solo dai Verdi europei, ma anche tra i liberali dell’Alde e i popolari del Ppe.
Dopo una serie di interventi tra
il sarcastico e il polemico, il presidente dell’europarlamento, il polacco Jerzey Buzek (Ppe), ha quasi
supplicato di chiudere la questione. «Chiarisco a tutti quanti la questione - dice Buzek all’assemblea
plenaria - non c'è alcuna richiesta
formale ufficiale per una visita del
premier al Parlamento europeo.
Lui sarà presente domani. Se ci sarà, è possibile che sia un incontro
di cortesia di un paio di minuti.
Questo non lo posso escludere.
Ma non c'è alcuna richiesta formale di un incontro ufficiale, ve lo dico chiaramente». «Torno a segnalarvi - ha continuato il presidente
del Parlamento europeo - che domani accoglieremo il presidente
della repubblica polacca. Sarò occupato il pomeriggio nell'ospitarlo. Quindi, in questo momento,
non ho possibilità di inserire nel
mio programma alcuna visita di
lunga durata del premier italiano».
Berlusconi incontrerà i vertici
di tutte le istituzioni europee. Ma
gli appuntamenti sono tanto laschi da far capire che in pratica, il
premier italiano s’è infilato dove
poteva, nei buchi disponibili nelle
agende degli altri leader: alle 11 vedrà per un’oretta Van Rompuy (il
presidente del consiglio europeo
che venerdì scorso, alla festa di
Atreju, aveva definito un «perfetto
sconosciuto per i cittadini»). Alle
16 il tempo di una photo-op con il
presidente della commissione Barroso e alle 17.30, per «due minuti»,
Buzek. Tutti incontri informali, in
cui al momento non sono previste
né domande né conferenze stampa. Fino a ieri pomeriggio infatti
degli incontri del premier italiano
con Barroso e Buzek non c’era alcuna traccia sulle rispettive agen-
L’Italia: Cina salvaci,
compra i nostri Bot
/FOTO REUTERS
de ufficiali. E non è una semplice
dimenticanza, perché il vertice tra
la cancelliera Merkel e il presidente portoghese della Commissione
di ieri era (ovviamente) ben segnalato da giorni.
Ad aggravare l’imbarazzo, i vari
portavoce di Bruxelles precisano
di aver organizzato l’incontro solo
su «espressa richiesta» delle autorità italiane. Una richiesta precisa,
arrivata da Roma probabilmente
mercoledì o giovedì scorso (a ridosso della pubblicazione sul sito
di Repubblica della telefonata con
il latitante Lavitola), come dimo-
Gli incontri europei
del premier fuori
dalle agende ufficiali.
L’Ue avverte: dovrete
fare un’altra manovra
stra un solerte comunicato dell’ufficio stampa di Van Rompuy datato 9 settembre che dava notizia
già allora dell’incontro con il premier italiano.
Intervenendo su Canale5, Berlusconi si difende dicendo che oggi
era l’unica data disponibile per volare in Europa. Una mossa necessaria - giura a Belpietro - «dopo
che la sinistra e i suoi giornali hanno indotto l’Ue a pensare che il governo facesse marcia indietro sulla manovra». La memoria evidentemente fa velo al Cavaliere, visto
che il decreto approvato in senato
è stato commentato e approvato
quasi in diretta dal commissario
agli affari economici Rehn.
Il premier ormai non solo mente abitualmente ma dimostra anche di non curarsi nemmeno delle
conseguenze. A Canale5 assicura
che l’Italia non ha bisogno di nessuna nuova manovra dopo quella
che domani sarà approvata definitivamente dalla camera. Pochi minuti dopo però la Commissione
europea avvisa otto paesi, tra cui
anche l’Italia, di prepararsi a intervenire di nuovo in caso di entrate
calanti a fine anno.
Ormai più che uno scandalo è
una barzelletta. A inizio seduta la
copresidente dei Verdi europei, la
tedesca Rebecca Harms, definisce
«inopportuna» la visita di Berlusconi: «Mi chiedo se non dovrebbero scegliere una data in cui non
deve andare davanti ad un tribunale italiano». «Forse voleva essere il primo a complimentarsi con
Martin Schulz», ha risposto tra le
risate generali dell’aula un altro tedesco, stavolta della Cdu, Werner
Langen. Il ricordo di Berlusconi
che dà del «kapò» al dirigente socialdemocratico che da oggi si candida a sostituire Buzek alla presidenza dell’europarlamento evidentemente è ancora troppo vivo.
Critiche feroci anche dai liberali.
L’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt ha chiesto a Berlusconi
di presentarsi al Parlamento non
nei sottoscala di palazzoma ufficialmente, di fronte alla commissione economica, come ha già fatto il premier greco Papandreou.
«INDIGNATI» · Movimenti e sindacati di base, partiti «extraparlamentari» e associazioni territoriali: la protesta che agisce
Presidio permanente. Le tende si sono spostate a Montecitorio
Ylenia Sina
ROMA
D
opo i due giorni di tendopoli a piazza
Navona davanti al Senato, le proteste
contro la manovra finanziaria sono
sbarcate a Montecitorio dove è in corso la discussione sul testo. Ieri pomeriggio, a partire
dalle 15, sindacati di base (Usb, Cobas), movimenti (Bpm), Roma bene comune, partiti
(Fds, Pcl, Sc) e studenti (Atenei in rivolta) hanno presidiato la Camera per riaffermare, ancora una volta, che «questo debito non deve essere pagato».
Tra i manifestanti la consapevolezza che «il
governo sta approfittando della manovra per
annullare gran parte del diritto del lavoro, a
partire dal contratto nazionale e dallo statuto
dei lavoratori» ha commentato Fabrizio Tomaselli dell’Esecutivo Nazionale Usb che ha criticato «l’apertura della Cgil a Cisl, Uil e Marcegaglia solo a pochi giorni di distanza dallo sciopero generale». Lungo l’elenco dei provvedimenti che più hanno sollevato il malcontento della
piazza: l’art. 8 della manovra che riduce ulteriormente i diritti dei lavoratori, il blocco dei
contratti, l’allungamento dell’età pensionabile, l’aumento dell’Iva, i tagli agli enti locali con
consguente diminuzione dei servizi «a scapito
delle tasche dei cittadini».
Parlando con Sabino Venezia dell’Usb-Sanità emerge come ad essere colpito ulteriormente sarà il diritto alla salute: «la sanità italiana,
già colpita pesantemente dai tagli di rientro
del deficit delle regioni, cercherà progressivamente finanziamenti dalle banche e dalle assicurazioni avvicinando il nostro sistema a quello americano». E così la scuola, che ieri ha preso avvio «tra i tagli della Gelmini, la meritocrazia di Brunetta e la morsa della manovra economica» denuncia Paola Requisini dell’UsbScuola. Intorno alle 17 l’esposizione dello striscione “No alla guerra in Libia Berlusconi e Napolitano imperialisti e assassini” dà avvio a
qualche momento di tensione tra i manifestanti e le forze dell’ordine che, tra i flash dei fotografi, obbligano con la forza a ritirare una scritta considerata vilipendio alla massima carica
dello Stato.
Ma la piazza non si lascia intimidire e continua il presidio improvvisando un’assemblea
pubblica. C’è chi parla di «manovra permanente» come la definisce Piero Bernocchi dei Cobas. Chi, come Fabio Alberti della Federazione
della Sinistra di «manovra costituente» perché
«cancella quei diritti che fino ad adesso hanno
costituito la base della nostra democrazia». Ma
gli occhi non sono puntati solo su Montecitorio.
«Dobbiamo opporci all’Europa delle banche e della finanza e dichiarare con chiarezza
che non siamo in debito» afferma Paolo Di Vetta dei Blocchi precari metropolitani. Di certo,
il commento unanime è che «questa piazza va
allargata perché la manovra tocca tutti». Per
continuare a presidiare la discussione della
manovra, la mobilitazione è stata riconvocata
per oggi pomeriggio, alle 15, a Montecitorio.
Pesante bilancio per l’asta convocata
ieri dal Tesoro per collocare 11,5 miliardi di Bar a tre e dodici mesi.
Un’operazione normale, che ripete con
cadenza quasi mensile, perché si tratta di rimpiazzare titoli in scadenza
(che vanno dunque rimborsati per intero) con altri freschi di stampa. Qualcosa si è rotto nel rapporto tra i banchieri (i veri protagonisti di queste aste) e
il ministero guidato da Giulio Tremonti: ad agosto l’identica operazione era
avvenuta scontando un tasso di interesse del 2,9%, ieri è costata il 4,1%.
Significherà 75 milioni di interessi in
più da pagare.
Tanto più pesante, questo risultato,
perché l’Italia aveva chiesto in ginocchio alla Cina di comprare «quote significative» del nostro debito pubblico, nel disperato tentativo di non concedere interessi così pesanti. Il FINANCIAL TIMES ha rivelato che delegazioni italiane e cinesi si sono incontrate
nelle ultime tre settimane e nell’ultimo incontro, a Roma, il ministro Tremonti ha chiesto a Lou Eiji, amministratore delegato della China Investment Cord., di acquistare BOT e CCT.
«Tremonti a osserva velenoso il quotidiano britannico a ha scritto molto in
passato della sua paura di una colonizzazione a rovesciò cinese dell’Europa». Oggi è lui a tirare la giacca ai
ricchi banchieri di Pechino.
Cina a parte, sembra chiaro che i banchieri hanno scaricato Tremonti. Viene
fatto notare che «il patto» tra loro e il
ministro ha retto per oltre tre anni,
pur sotto una valanga di «incidenti»
politici che avrebbero messo in crisi
un matrimonio d’amore. Ma «è solo
una questione d’affari...». Il patto
avrebbe visto infatti da un lato le banche pronte a comprare BOT e B.T.P. a
interessi bassi, senza problemi; dall’altro il ministro assicurava agevolazioni
fiscali e occhi chiusi quando qualche
banca appioppava ai clienti obbligazioni trash.
Ma quando, in una delle tante «manovre» il Tesoro ha inserito l’aumento
dell'Arpa per banche e assicurazioni,
il clima è cambiato. Del resto è semplice, per gli acquirenti, dare la colpa
allo spread con i bund tedeschi che
sale, alle agenzie di trading che stanno per declassare parecchie banche
importanti francesi e inglesi. Il risultato è che il tasso di credibilità dell’Italia – in mano a questo governo – è in
discesa libera. E quindi le banche non
possono più riempirsi di titoli che «devono» ora esser prezzati in modo corrispondente al «valore» internazionale
(basso) del nostro paese. È un altro
pezzo – forse ancora più decisivo dei
cattolici, almeno sul piano del potere
temporale – di blocco di potere che si
sgancia dalla «maggioranza» di governo. La riprova la si dovrebbe vedere
oggi. Il Tesoro ha convocato un’asta
per collocare tra i 5 e i 7 miliardi di
Btp. Titoli a più lunga scadenza rispetto ai Bot (5 anni e più, nell’occasione), dunque teoricamente un po’ più
rischiosi.
Le previsioni – dopo l’ennesima pessima giornata di ieri – vedono possibile
un tasso di interesse medio oscillante
tra il 5,25 e il 5,35%. Del resto ieri lo
spread tra Btp decennali e Bund tedeschi della stessa durata ha raggiunto i
385 punti: il massimo da quando la
Bce ha preso ad acquistare i Btp italiani (oltre ai Bonos spagnoli) per sostenerne il prezzo. Fr. Pi.
pagina 4
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
POLITICA
Gianpi sentito ieri
per la terza volta.
Potrebbe restare
in carcere finché
non verrà ascoltato
dai magistrati
anche il premier
USTICA
Francesca Pilla
Maxi-risarcimento,
condannati
Difesa e Trasporti
NAPOLI
A
richiedere la riunione con il
presidente della commissione europea José Manuel Barroso a Strasburgo è stato effettivamente il governo italiano, che ha fissato il giorno - oggi, martedì 13 - e
l’ora - le 16 - in un incrocio fatale
che elimina qualsiasi dubbio sulla
possibilità, per Silvio Berlusconi, di
trovarsi nello stesso momento a Palazzo Chigi per incontrare il procuratore capo di Napoli Giandomenico
Lepore e rispondere alle domande
sul caso Tarantini. Ma Alejandro Ulzurrun, il portavoce di Barroso, ha
detto di più, affermando di non conoscere «come e perché» sia stato
stabilito l'appuntamento e di sapere solo che la richiesta è arrivata da
Roma «alla fine della scorsa settimana», quindi dopo che Ghedini aveva
già organizzato l'incontro con i pm
napoletani a Roma.
Queste sono invece le parole dette da Berlusconi alla trasmissione di
Maurizio Belpietro su Canale 5: «Si
è creata molta confusione intorno
alla manovra. Ho cercato quindi di
avere un appuntamento con il presidente del Consiglio dei capi di stato
Van Rumpuy e con quello della
Commissione Barroso», ma è stato
possibile averlo solo per oggi. Il Cavaliere ha quindi detto alla sua tv di
non avere nessun timore di essere
ascoltato come teste, anche perché
ha solo «aiutato una famiglia in difficoltà».
Eppure per ironia del destino finché non verrà sentito Berlusconi
proprio i coniugi Tarantini saranno
costretti a restare agli arresti, Gianpi
detenuto a Poggioreale e Ninni ai
domiciliari ai Parioli. Per Lepore
dunque il tempo stringe, anche perché la deposizione del presidente
del consiglio è determinante per decidere la competenza delle procure
sul prosieguo delle indagini, che potrebbero passare a Roma. «Se gli avvocati di Berlusconi non dovessero
comunicare a breve una data, invieremo noi un calendario di giorni
possibili», ha detto Lepore durante
ROMA
N
IL PREMIER SILVIO BERLUSCONI/FOTO EMBLEMA SOTTO, L’EX CONSIGLIERE DI TREMONTI MARCO MILANESE
CASO TARANTINI · Per evitare l’incontro con i pm, oggi Berlusconi invierà un memoriale
Silvio ritrova la memoria
una cerimonia cittadina.
In mattinata l’avvocato Michele
Cerabona però ha bruciato la procura sul tempo presentando per conto
di Ghedini il documento che contiene le ragioni dell’impedimento del
premier, ma soprattutto «alcune riflessioni» di Berlusconi, che annuncia l’intenzione di stilare già in giornata una memoria per tentare di evitare l’interrogatorio. In procura si
aspetta di leggere i documenti, ma
spetterà poi al pool di Woodcock decidere se ritenere esaustive le dichiarazioni cartacee o sentire in ogni caso il premier. Di sicuro la strategia
dei legali del presidente è quella di
evitare il confronto con i pm, un po’
come è avvenuto nei momenti di difficoltà di Silvio che ha sempre disertato i talk show e le domande dirette per evitare di inciampare in eventuali contraddizioni.
A chi non si risparmiano interrogatori è invece Gianpaolo Trarantini, che nel terzo incontro con i pm,
ieri, ha dovuto chiarire i termini del
suo coinvolgimento con la società
Andromeda e in particolare i rappor-
MONTECITORIO
Milanese atteso in giunta,
lui denuncia Viscione
La giunta per le autorizzazioni della camera
riprenderà oggi l’esame della richiesta di arresto di Marco Milanese, il deputato del Pdl ex
consigliere politico del ministro Giulio Tremonti. Ricevuti dal tribunale di Napoli i nuovi atti
dell’inchiesta, la giunta già oggi potrebbe
ascoltare Milanese per poi votare il parere per
l’aula di Montecitorio - convocata per il 20 - domani o al massimo giovedì.
L’attenzione è puntata in particolare su come si comporterà la Lega, che ha
votato sì all’arresto del deputato pidiellino Alfonso Papa. «Non abbiamo ancora preso alcuna decisione - dice Luca Paolini, esponente del Carroccio in giunta - Finiremo di esaminare tutta la documentazione, sulla quale abbiamo lavorato anche ad agosto, e anche dopo il confronto con i colleghi stabiliremo quale atteggiamento assumere». Il procuratore Vincenzo Piscitelli ha inviato alla
camera sia i documenti chiesti dal relatore del caso, Fabio Gava, sia quelli citati dallo stesso Milanese nella sua memoria difensiva. Nel faldone compare tra
l’altro la lista degli accessi del deputato alla sue cassette di sicurezza: da metà
luglio 2009 a metà dicembre 2010 le avrebbe aperte una quindicina di volte.
Ieri intanto Milanese ha presentato personalmente alla Procura di Roma una
denuncia contro l’imprenditore napoletano Paolo Viscione, che ha accusato
l’ex braccio destro di Tremonti di avere accettato orologi d’oro, danaro ed altri
beni per evitargli controlli da parte della Guardia di finanza.
TORNA BALLARÒ SU RAITRE
MEDIA · Alla festa del «Fatto» tutto esaurito per Santoro e Landini
Floris: «La nostra
è informazione.
Non facciamo
mai spettacolo»
Dalla Versilia con amore
Riccardo Chiari
Stesso lo studio, il Cptv di Roma,
cast pressoché identico, confermata la copertina di Maurizio
Crozza. Riparte stasera su Raitre
alle 21.05 la macchina di «Ballarò», il programma di informazione e approfondimento arrivato
alla sua decima edizione, condotto da Giovanni Floris. Il restyling
è nel nuovo sito internet, nella
sigla «Jeux des enfants» di Duperé reinterpretata da Alessandro
Mannarino, non nell’approccio.
«Perché - spiega il conduttore in
risposta a chi accusa la trasmissione di alzare i toni ed essere
troppo di parte - io penso che
tutto cambi ma che noi come
metodo non siamo cambiati. Noi
individuiamo un problema, chiamiamo persone che pensano di
risolverli in maniera differente e
testiamo le loro teorie facendole
confrontare e facendolo notare».
Molto diplomatico sul caso Santoro: «Mi dispiace sempre se la Rai
perde un prodotto di qualità come Annozero. Ma penso che alla
fine da un processo del genere ci
rafforzeremo un po’ tutti, guadagneremo tutti, dal prodotto televisivo e dal rafforzamento di altri
editori». E nega di ospitare sempre le stesse facce: «Ho una lista
infinita, il problema è che sono
pochi quelli che bucano lo schermo, e solo quelli si ricordano. E
poi noi raccontiamo questo paese, non quello che ci piacerebbe
che esistesse». s.cr.
PIETRASANTA (LU)
A
nche l’estate che non sta finendo ci mette del suo. Comunque, in questo angolo di
Versilia che mette insieme Focette,
Motrone, Tonfano e Fiumetto sotto
i cartelli stradali che indicano «Marina di Pietrasanta», una folla così
non se l’aspettavano neanche i negozianti. «Visto il bel tempo alcuni
hanno riaperto casa - dicono quelli
del bar pizzeria il Nicchio, lungo un
viale Apua trasformato in un lungo,
ordinato parcheggio - ma in tanti
sono venuti anche per la festa alla
Versiliana». La festa del Fatto Quotidiano, dove l’uno-due della domenica, con Maurizio Landini al mattino e Michele Santoro al pomeriggio, manda in tilt la pur organizzata
logistica del giornale. «Già ieri era
abbastanza mostruoso - riepiloga
una ragazza dello staff - oggi è semplicemente disumano». Sembra
stanca. Soprattutto di spiegare a un
centinaio di persone in fila quello
che c’è scritto sul cartello del suo
gazebo: «Tutto esaurito».
Non si entra nell’arena da un migliaio di posti dove si svolgono gli
incontri e gli spettacoli. Ci sono comunque i due maxischermi sotto i
pini marittimi del grande parco, dove altre centinaia di donne e uomini, di ogni età, ascoltano attentamente Michele Santoro. Per scoprire che il nuovo programma si chiamerà Comizi d’amore. E che andrà
in onda sulle tv locali, sul web, e an-
che su canali della piattaforma Sky.
Santoro ci crede: «Sarà una grande
manifestazione televisiva. Se riusciremo a farla vivere sul digitale e sui
canali Sky, e se milioni di persone
saranno lì, allora ci saremo avvicinati alla possibilità di trasformare
la tv italiana». Il pubblico applaude. Anche quando, dopo un grazie
ai cofinanziatori Sandro Parenzo,
Eta Beta e Fatto Quotidiano, la base viene chiamata a dare un piccolo aiuto: «Se date dieci euro all’associazione no profit ‘Servizio pubblico’, i Comizi d’amore saranno la
Il giornalista torna
in autunno con il suo
programma in onda
sulle tv locali, sul web,
e sulla piattaforma Sky
protesta della società italiana verso
lo stato di cose esistenti».
«Comizi d’amore. Come Pasolini». Il sussurro di una ragazza al
suo compagno, subito dopo l’annuncio di Santoro, colpisce. Non solo per l’immediato collegamento al
docufilm sull’amore e la sessualità
nell’Italia degli anni ’60, realizzato
da Pasolini ai tempi del Vangelo secondo Matteo. Aiuta a capire che
nel parco della Versiliana sono arrivate persone molto diverse fra loro.
Ci sono, inconfondibili, i proprietari delle curate case di vacanza estiva, classe media richiamata dal fa-
scino dell’evento mèta-televisivo.
Poi i (tanti) paladini, senza macchie né incertezze, del Fatto. Ancora, ci sono giovani che tengono sulla suoneria del cellulare «Bella
Ciao», e che - sussurro docet - dimostrano di aver studiato la storia
di un paese fatto non solo di miserie ma anche di tanta nobiltà. Insieme a famiglie come quella di Fabio
e Maria Rosa, che hanno portato
anche la piccola Lavinia: «Santoro
lo vediamo sempre in tv, è una sicurezza, era prevedibile che per lui ci
fosse tutta questa gente. Ma avresti
dovuto vedere quanti ce n’erano
stamani per Landini, che è stato
bravissimo. Si vede che piace, poi è
una persona nuova sulla scena.
Speriamo che resti a fare il sindacalista, ce n’è tanto bisogno».
Nel mentre Santoro va avanti, come un carrarmato. Spiega che il
modello per i Comizi d’amore sarà
quello di «Rai per una notte» e «Tuttinpiedi». Azzarda: «Andrò in ginocchio da Sabina Guzzanti, da Adriano Celentano, da Daniele Luttazzi,
a chiedere che ci aiutino a fare una
tv libera da censura».
Riepiloga vecchi e nuovi misfatti
della tv odierna: «Non ho mai parlato di quello che è successo con La7.
Certo sapevo, e lo dicevo ai miei collaboratori, che Telecom è ipersensibile alle politiche del governo. Ma
chiedo a tutti i giornalisti: perché
non si è scritto che all’annuncio della trasmissione il titolo di La7 è cresciuto del 20%, e subito l’amministratore delegato mi ha chiesto di
ti con il penalista calabrese Nino
D’Ascola. L’avvocato che è in stretti
rapporti con Ghedini ha difeso Tarantini sempre nel 2009 insieme a
Nicola Quaranta. L’intento dei magistrati è quello di capire se anche
D’Ascola, come l’avvocato Perroni,
è stato «convocato» direttamente da
Berlusconi.
Ieri è stata sentita anche Debbie
Castaneda, l’ex miss Colombia che
una volta sbarcata in Italia è diventata consulente per Finmeccanica. Pare che la modella avesse un filo diretto con il presidente del consiglio,
ma lei ha sempre affermato di averlo incontrato solo in occasioni ufficiali. La Castaneda, che ha alternato
comparsate televisive con la carriera di esperta in pubbliche relazioni,
è arrivata in procura coperta da un
casco e ha dovuto rispondere sui
suoi rapporti con Finmeccanica. Licenziata dal direttore commerciale
Paolo Pozzessere, Debbie Castaneda avrebbe minacciato di far intervenire direttamente Silvio Berlusconi.
Ma la ex miss smentisce categoricamente.
avere in anticipo la scaletta di ogni
trasmissione, obbligo impossibile
da accettare?». Infine non mancano attacchi al governo e al suo caro
leader: «Quando diremo a Berlusconi che basta, è finita, fuori dalle balle?». Ma ce n’è anche per l’opposizione: «Hanno poca dimestichezza
con il pensiero liberale, anche i meno peggio come Napolitano e Prodi
pensano che l’informazione possa
e debba essere governata».
Alla fine tutti in piedi per salutare anche Marco Travaglio, Vauro &
Co.
All’uscita i vigili urbani, encomiabili, continuano a sorvegliare il trafficatissimo passaggio pedonale che
porta e fa uscire dalla Versiliana.
Uno di loro sembra il fratello di
Giorgio Panariello. Anche questa è
Versilia.
on hanno garantito la sicureza
del volo ma soprattutto hanno
contribuito ad occultare la verità attraverso depistaggi e la distruzione
degli atti. Più che una sentenza è un atto d’accusa pesantissimo quello con
cui il Tribunale civile di Palermo ieri sera ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire con più di
cento milioni di euro i familiari delle
vittime della strage di Ustica. Una sentenza importante non solo per l’entità
della cifra, ma anche perché fa sue le
conclusioni raggiunte a suo tempo dall’ordinanza del giudice Rosario Priore,
secondo il quale il Dc9 dell’Itavia venne abbattuto da un missile dopo essere rimasto coinvolto in un ’azione di
guerra nei cieli del Mediterraneo.
E’ la prima volta che un tribunale
cancella definitivamente sia l’ipotesi di
una bomba collocata a bordo dell’aereo, sia quella del cedimento strutturale. «La sentenza riconosce le responsabilità dei ministeri della Difesa e dei
Trasporti e voglio sperare che adesso il
governo si dia da fare per sapere chi ce
l’ha abbattuto questo aereo», è stato il
commento di Daria Bonfietti, presidente dell’associazione che riunisce i familiari delle 81 vittime della strage.
Su quato accadde la notte del 27 giugno dei 1980 è in corso un’indagine da
parte della procura di Roma, che da
mesi ha avviato una serie di rogatorie
internazionali rimaste però finora senza esito. L’ipotesi è che l’areo, dopo essere decollato da Bologna per Palermo
con quasi due ore di ritardo, si ritrovò
al centro di un’azione di guerra che
aveva come obiettivo Gheddafi, in volo in quelle stesse ore sul Mediterraneo. A voler uccidere il leader libico sarebbe stato il governo francese, come
testimoniato davanti ai giudici di Palermo dall’ex presidente della repubblica
Francesco Cossiga.
Quello emesso ieri dal Tribunale civile di Palermo è solo il giudizio di primo grado, contro il quale è probabile
che l’avvocatura dello stato presenterà
ricorso. «Spero che si abbia la dignità
di impedire che si ostacolino le legittime aspettative risarcitorie dei parenti
delle vittime», è la speranza dell’avvocato Daniele Osnato, uno dei legali
che assistono i familiari. «Il tribunale
ha riconosciuto un risarcimento ancora più alto di quello previsto per la perdita di un parente, - ha proseguito il legale - e questo proprio per il mancato
accertamento della verità da parte dei
due ministeri». Chi non si rassegna è
invece il sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Giovanardi, che
da sempre sostiene la tesi di una bomba collocata a bordo. «La sentenza di
Palermo - ha detto ieri Giovanardi - è
in totale contrasto con la sentenza della Cassazione e con le altre sentenze
del Tribunale civile di Roma».
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
pagina 5
IL PRIMO GIORNO
SU «TUTTO SCUOLA»
LA CONTESTAZIONE DEGLI INSEGNANTI DI GRECO E
LATINO IERI DAVANTI AL MINISTERO DELLA
PUBBLICA ISTRUZIONE/FOTO SIMONA GRANATI
La rete scolastica
secondo Gelmini:
via 5.600 istituti
Roberto Ciccarelli
ROMA
I
l quarto anno della guerra alla
scuola pubblica è stato inaugurato da un rituale, e falsamente cameratesco, «in bocca al lupo» che il
ministro dell’Istruzione Gelmini ha rivolto ieri ai quattro milioni di studenti che hanno riempito le aule di tredici regioni e province autonome. Intervenuta in ben due trasmissioni Mediaset, «Studio Aperto» e «Mattino 5»,
il ministro ha inzuppato il pane duro
dei sacrifici nella colazione dei bambini e degli adolescenti italiani. La fatica – ha ammonito - «è ineliminabile
in un percorso di formazione». E lo
sarà ancora di più in una scuola trasformata in un percorso penitenziale
come hanno ricordato gli studenti e
gli insegnanti che ieri hanno attraversato la Capitale con sit-in e flashmob.
Pochi minuti dopo il suono della
prima campanella sulle scalinate del
ministero in Viale Trastevere abbiamo assistito alla protesta dei docenti
di latino e greco dei licei classici che
si sono costituiti nel coordinamento
A052, la sigla della classe di concorso
di riferimento. Dopo anni di insegnamento non potranno concorrere all’assegnazione delle cattedre disponibili anche perchè sono stati messi in
concorrenza con i colleghi che insegnano italiano e latino. È uno degli effetti dei tagli: chi resta senza cattedra
non potrà insegnare in un altro indirizzo.
Poi sono arrivati gli studenti dell’Uds che hanno improvvisato un «cacerolazo» scandendo lo slogan: «Suoniamogliele, la musica deve cambiare». Di questi flash-mob ieri ne hanno organizzati trenta in tutte le città.
I romani venivano dal Pincio dopo
avere esposto un gigantesco striscione dove hanno elencato alcune delle
insidie preparate dal lupo-Gelmini.
Chi farà 50 assenze quest’anno verrà
bocciato o rischia un 5 in condotta.
La Rete degli studenti medi si è spostata alla stazione Termini dove i
suoi attivisti hanno cambiato i numeri dei binari. La Federazione degli studenti ha distribuito contro-guide dal
titolo: «Don’t Panic». Appuntamento
per il 7 ottobre a Roma dov’è prevista
una manifestazione nazionale.
Anche gli amministratori locali
hanno fatto sentire la loro preoccupazione per i drastici tagli ai comuni
contenuti nella manovra finanziaria.
«I Comuni – ha detto Daniela Ruffino, delegata Anci alla Scuola - stanno
vivendo un periodo particolarmente
faticoso dovuto alla mancanza di risorse e ai continui tagli che impediscono la programmazione». Messaggio poco rassicurante che conferma
la denuncia fatta dall’Inail nel 2010
quando si è registrato un incremento
a due cifre degli infortuni nei laboratori e nelle palestre.
I comuni restano in attesa della seconda tranche del finanziameno di
un miliardo stanziato dal governo nel
2009 per l’edilizia scolastica. Fino ad
oggi, si legge in un dossier diffuso dalla Flc-Cgil, hanno ricevuto 415 milioni. Alla manutenzione ordinaria vengono destinati 11.129 euro per edificio, per quella straordinaria 42.491.
Cifre del tutto insufficienti per riparare i muri delle scuole elementari
Novelli di Pisa che ieri sono state dichiarate inagibili dai vigili del fuoco.
La protesta dei genitori ha spinto l’assessore ai lavori pubblici, Andrea Serfogli, ad ammettere che il comune toscano è in attesa di un finanziamento
di circa 200 mila euro da parte del Cipe.
La giornata di ieri è stata arroventata anche dalla polemica sulle «classi
pollaio». «Non nego che il problema
esista, ma non è enorme e riguarda
solo 2 mila classi su 340 mila» ha affermato Gelmini. Ammesso che siano 2 mila, in Italia esistono allora 60
mila studenti che vivono in classi sovraffollate, senza contare quelle che
ne hanno qualcuno in meno. «Abbiamo prime sovraffollate oltre ogni limite umano fino a 32 ragazzi» conferma
Antonio Panaccione, dirigente del liceo scientifico Talete di Roma. L’allarme suona anche nelle elementari e
nelle medie dove sono partite classi fino a 28 alunni. «È una follia inserire
25 bambini – afferma Rossella Sonnino, dirigente di una scuola media e
di una elementare – con la presenza
di disabili. Sarebbe bastata una classe in più, ma non ce l’hanno data».
Sfogliando il libro degli orrori si ar-
Ro. Ci.
D
SCUOLA · Tornano tra i banchi 4 milioni di studenti in 12 regioni. Allarme dell’Anci sui tagli
Si riparte, senza soldi e docenti
Tra sit in, flash mob e proteste è iniziato il
quarto anno della guerra contro l’istruzione
pubblica. Infuriano le polemiche sui tagli ai
docenti di sostegno e sulle «classi pollaio»
riva a quello sui docenti di sostegno.
A dire del ministro, quest’anno sarebbero 3500 in più. Per le associazioni
che tutelano i diritti dei disabili è vero l’opposto. La Ledha sostiene che
ne mancano più di 3600, a cui si aggiungono i tagli delle province al servizio di trasporto e la carenza delle risorse dei comuni per l’assistenza nelle primarie e nelle medie. «Questi insegnanti sono proprio tutti qualificati
per il sostegno? – domanda Clivia
Zucchetti responsabile di Equality Ita-
lia – Una buona percentuale viene reperita dalle file del precariato classico secondo cui l’incarico fa punteggio e le competenze non contano». Il
direttore dell’ufficio scolastico della
Lombardia Giuseppe Colosio ha rivelato che per affrontare l’emergenza si
procederà all’aumento del 70% delle
deroghe.
Reazioni che confermano, una volta di più, che non ci sono più i polli di
una volta disposti a credere nelle promesse del lupo-Gelmini.
POLEMICHE LOMBARDE
Formigoni: «La scuola
pubblica? Non esiste»
Se qualcuno ha ancora qualche dubbio sul programma di «distruzione di massa» della scuola
pubblica italiana, basta guardare alla querelle
lombarda Formigoni-Pisapia. Il presidente della
regione Lombardia rimprovera il neo sindaco di
Milano per le parole usate nella lettera di inizio anno scolastico. «Le scuole pubbliche e quelle paritarie, dopo il ministro Berlinguer, sono sullo stesso piano», ha
tuonato Formigoni. «Mi meraviglio che qualcuno si meravigli del contenuto della
mia lettera. Ho solo citato gli articoli 33 e 34 della Costituzione della Repubblica
italiana, una citazione che non dovrebbe creare stupore, specie nei rappresentanti
delle istituzioni», si è giustificato Pisapia. «Non mi riferisco a quello – ha precisato
il presidente ciellino – ma all’uso dell’espressione ‘scuola pubblica’, che non a
caso nella Costituzione non esiste». In effetti la Carta usa solo la parola scuola:
quella gratuita fino a otto anni e in cui è garantita la libertà di insegnamento.
opo la Puglia di Vendola,
anche la Regione Toscana
di Enrico Rossi ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale
contro la norma, contenuta nella
manovra finanziaria di luglio, relativa al numero minimo di alunni e
alla creazione di istituti scolastici
comprensivi. Entrambe le regioni
giudicano incostituzionale la riorganizzazione della rete scolastica
predisposta dal ministero guidato
da Mariastella Gelmini. La riforma
è esecutiva da settembre e vuole
aggregare la scuola dell’infanzia alla scuola primaria e a quella secondaria di primo grado. Viene fissata
a mille alunni (500 per le piccole
isole, i comuni montani e minoranze linguistiche) la soglia minima perché si possa riconoscere
l’autonomia alle nuove istituzioni.
Dalle attuali 10.500 si passerà a
5.600, mentre 1.100 saranno soppresse. Record a Bari dove verrà
accorpato il 95% degli istituti del
primo ciclo.
In un dossier pubblicato dalla rivista «Tutto Scuola» è stato calcolato che per il triennio 2012-14 i risparmi saranno di oltre 200 milioni di euro che verranno destinati
al funzionamento dell’Invalsi e
dell’Indire. Deriveranno dal taglio
di 3180 posti di dirigente scolastico (164 milioni di euro), dal taglio
di 1100 assistenti amministrativi
(26 milioni). Salteranno anche
1130 posti da direttore amministrativo. E saranno almeno in 30
mila i dirigenti che dovranno difendere la propria sede e non essere trasferiti d’ufficio. Non è escluso che il ministero non decida di
trattenere una parte di questa cifra per sé. E non sarebbe la prima
volta. Già nel 2008 molte regioni si
erano opposte alla riforma, lamentando l’invasione di competenza
del Miur. La rivoluzione di cui nessuno parla cambierà il riferimento
del dirigente scolastico per 5 milioni di famiglie. Obbligherà i presidi
a dirigere più di una scuola, verranno eletti 5700 nuovi consigli di
istituto e mezzo milione tra docenti e personale Ata verranno chiamanti nel 2012 a rinnovare 14 mila Rsu di istituto. È iniziato l’anno
più caldo per la scuola.
INFANZIA · Anche le paritarie soffrono il dimezzamento dei fondi, ma restano più competitive rispetto alle pubbliche
Messa obbligatoria, rette vantaggiose
Cinzia Gubbini
ROMA
I
soldi non ci sono più per nessuno, nemmeno per le scuole paritarie. Ciò non toglie, però, che
le scuole paritarie, proprio in questo momento di crisi, rappresentano un «competitor» fuori regola per
quelle pubbliche. On-line e non solo, ferve il dibattito sul dimezzamento dei fondi a favore delle scuole pa-
ritarie. L’impensabile è accaduto, visto che da quando è stata approvata la legge sulla parità nel 2000 nessuno ha mai negato quel mezzo miliardo di euro alle scuole che «ampliano» - come si usa dire - il sistema formativo italiano. Quest’anno,
invece, i finanziamenti pubblici sono precipitati a circa 250 milioni di
euro. La crisi tocca davvero tutti.
Ma è proprio così? Che anche le
scuole paritarie siano in crisi è veris-
simo, bisognerebbe aggiungere che
hanno sempre la possibilità di alzare le rette, a differenza delle scuole
statali. Ma la verità è che anche
quei «pochi» finanziamenti che percepiscono, unitariamente alla grande libertà nella contrattualizzazione interna, permettono rette «accessibili» a fronte di una scuola pubblica ridotta alla canna del gas, e che
non riesce più a garantire neanche
il minimo. Non più soltanto nella fascia 0-3 anni, ma anche nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole paritarie, quando l’indirizzo culturale comincia ad essere più «pesante».
Prendiamo una città, Roma, e un
quartiere, San Giovanni. Nelle scuole pubbliche che non riescono a offrire il tempo pieno si offre alle famiglie di poter pagare un dopo scuola.
Ovviamente bisogna poi pagare la
mensa (che a volte è addirittura "autoprodotta" o gestita attraverso un
catering). I costi lievitano, nonostante si sia nell’ambito statale: si
può arrivare a sborsare - a Roma come in altre città - anche oltre 150 euro al mese. E una paritaria, quanto
costa? Racconta Sonia, una mamma che abita appunto nel quartiere
San Giovanni di Roma e manda
quest’anno sua figlia al primo anno
di scuola dell’infanzia: «Una scuola
gestita da suore, ma con personale
laico, considerata anche piuttosto
buona a cui mi sono rivolta chiede
100 euro al mese, più 5 euro a pasto. Se la bambina andasse tutti i
giorni significherebbe una spesa di
circa 180 euro. Per l’inverno, inoltre, chiedono un contributo aggiuntivo. Non so di quanto, ma niente
di rilevante». Servizio garantito fino
alle 16,30 - ma ci sono scuole paritarie che offrono un servizio persino
fino alle 18. Solo che tutte le mattine, in questa scuola, la messa è obbligatoria. Elemento che ha convinto Sonia a ritornare sull’opzione della scuola statale, dove comunque il
dopo scuola sarà gestito da un’associazione per 80 euro al mese, più gli
80 euro della mensa. Servizio garantito solo fino alle 16. Tanto per dire.
Testimonianze simili si trovano anche in internet. Scrive sul sito di
Noimamme.it, in un forum proprio
sui costi dell’asilo, Giulia1970: «Da
noi fino all'anno scorso c'erano
due asili: parrocchiale paritario, retta 130 euro mensili coi pasti compresi, comunale, retta 70 euro men-
sile, pasti esclusi, 3.6 euro a pasto
(sommando il tutto costi equivalenti, anzi più caro il comunale)».
«E oltretutto la scuola statale per
far fronte alle paurose liste di attesa
si sceglie, e noi lo contestiamo, di
sacrificare le 40 ore di tempo pieno
per offrire almeno una sezione in
più, ma solo di antimeridiano», denunciano dalla FlcCgil, che sia sulla
scuola dell’infanzia che su quella
paritaria hanno elaborato un documento per lanciare «Dieci buone
idee» (si possono trovare sul sito
www.flcgil.it). «Le scuole paritarie
non vivono solo di finanziamenti
statali, ma anche di finanziamenti
regionali e a volte pure comunali ricordano ancora dalla FlcCgil - ma
il punto centrale su cui possono fare affidamento è lo scarso rispetto
dei diritti dei lavoratori: ci sono alcune scuole in cui le persone lavorano con contratti infimi solo per guadagnare punteggio. Questa è storia
nota». Deregolamentazione del
mercato del lavoro che difficilmente fa rima con una offerta di qualità
e garantita.
D’altronde, anche nelle scuole
pubbliche si esternalizza per cercare di andare incontro alle esigenze delle famiglie. «Succede di peggio - dicono ancora al sindacato ci chiamano da alcune zone per dire che le scuole si affidano persino
ai volontari, ad esempio ai nonni,
per garantire il tempo di pre e
post scuola».
pagina 6
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
ITALIA
FROSINONE · Esplode la ditta pirotecnica della famiglia Cancelli: perdono la vita i tre proprietari e tre operai. Due dispersi
Sei vittime nella fabbrica dei fuochi
Antonio Sciotto
IL PRECEDENTE/PARENTI NELL’AQUILANO
U
na serie di esplosioni che
non ha lasciato scampo: una
fabbrica e diversi depositi rasi al suolo, almeno sei morti. Ancora
ieri sera si cercavano due persone
che risultavano disperse. Il bilancio,
come di un bombardamento, è quello dello scoppio di un’industria di
fuochi d’artificio ad Arpino, nel frusinate: la «Pirotecnica Arpinate», di
proprietà della famiglia Cancelli, è risultata quasi del tutto cancellata. La
prima deflagrazione è avvenuta alle
14,45 di ieri, poi le altre: vi hanno perso la vita il titolare e i due figli – Claudio Cancelli, di 65 anni, Gianni e Giuseppe, di 42 e 45 – i due operai Enrico Battista e Francesco Lorini, e una
sesta persona che si trovava lì al momento della tragedia – Giulio Campoli, di 41 anni – esterno alla ditta.
Ma non è chiaro – o almeno non
lo era ancora nella serata di ieri – se il
bilancio possa ancora salire: infatti fino a tardi sono continuate le ricerche per trovare due persone che risultavano disperse, un operaio e un
esterno – forse un acquirente che era
entrato nell’area della fabbrica per
caricare i fuochi su un furgone.
Le esplosioni sarebbero state in
tutto quattro, ma la prima sarebbe
avvenuta nel locale adibito al confezionamento dei botti e avrebbe subito investito proprio i tre titolari. La
ditta stava preparando i fuochi per alcune feste padronali nei dintorni. La
fabbrica, per fortuna, è stata costruita su uno spazio di tre ettari, lontano
dalle abitazioni e adiacente a un bosco: l’incendio infatti si è propagato
rapidamente agli alberi vicini, ed è
stato particolarmente difficile per i vigili del fuoco avvicinarsi, sia per le al-
L’azienda non era
nuova nel settore:
operava dal 1812.
Muoiono i titolari,
padre e due figli
te temperature che per il rischio di
nuovi scoppi, molto diffusi in questo
tipo di industrie (in genere i fuochi
già confezionati, o la polvere da sparo, vengono custoditi in casematte distanziate l’una dall’altra: ma a volte
la violenza di un’esplosione o di un
incendio non basta a impedire al propagazione e altre deflagrazioni).
Come spiega il sito della «Pirotecnica Arpinate», la famiglia Cancelli
non era affatto nuova del mestiere,
ma anzi vanta una tradizione avita
nella produzione di giochi pirotecnici: addirittura il primo nucleo della
ditta fu fondato già nel 1812. «Dal
lontano 1812 – dicono gli stessi Cancelli su Internet – l’arte pirotecnica è
stata lo scopo principale della nostra
famiglia. I progenitori degli attuali artigiani dei fuochi artificiali hanno studiato, provato, praticato, modificato
e inventato miscele pirotecniche che
hanno portato alla definizione di
composizioni, di colori ed effetti sonori rilevanti. I Cancelli di oggi non
fanno altro che continuare quello
che la propria famiglia si è tramandato nel corso degli anni ed effettua
spettacoli che ripropongono l’arte di
una tradizione millenaria che ormai
Brucia un’altra Cancelli
nel 1994 altri sei morti
Diciassette anni fa, nel 1994, un’altra
tragedia colpì una ditta pirotecnica «Cancelli»: non era la stessa dell’incidente di
ieri, ma era di proprietà di alcuni familiari delle vittime. Si trattava della «Fratelli
Angelo e Donato Cancelli», industria di
fuochi pirotecnici a Balsorano nella Marsica aquilana. Un errore nella fase di miscelamento dei colori o una scintilla provocata dall’elettricità causarono violente
esplosioni che distrussero la fabbrica.
Le vittime furono anche allora sei: i due
titolari Angelo e Donato Cancelli, Wilma
Di Giandomenico, Gabriele Gismondi,
Gianni Di Passio e Zoran Petrovic. La prima esplosione avvenne a 10 chilometri
di distanza dalla fabbrica principale, poi
una serie di scoppi ravvicinati, in rapida
successione, che interessarono i diversi
depositi dell’industria: scatole piene di
polvere da sparo e di petardi già confezionati per le feste patronali di gran parte del Centro-sud Italia saltarono in aria
una dietro l’altra. Altri quattro operai rimasero feriti, con gravi ustioni su gran
parte del corpo. Le fiamme, come è avvenuto ieri a Arpino, interessarono pure un
piccolo bosco ai margini della fabbrica.
LA ZONA INTORNO ALLA FABBRICA DOPO LO SCOPPIO /YOUREPORTER. A DESTRA, NEL DEPOSITO DELLA DITTA CANCELLI
solo in pochi riescono a svolgere».
Una passione che può costare molto cara. Tra l’altro, sempre sul sito, si
trovano foto tratte dalla festa della
Madonna della Figura, a Sora nel
1933, e dalla Festa di San Rocco, sempre a Sora, nel 1932: nel primo caso
la famiglia Cancelli si esibì con una
«bomba da tiro», mentre l’anno prima il loro pubblico aveva potuto vedere una «girella con trasparenza».
E la famiglia è stata colpita da una
tragedia che sembra quasi identica,
17 anni fa, nel 1994, nell’aquilano:
un altro ramo di parenti perse due
componenti – Donato e Angelo Cancelli – che morirono insieme a altre
quattro persone, a causa di un’analoga serie di esplosioni a catena di fuochi. La fabbrica era situata a Balsorano, nella Marsica abruzzese.
Dal mondo politico sono piovuti
messaggi di cordoglio, a partire da
quello del capo dello Stato, Giorgio
Napolitano. Per Antonio Boccuzzi,
sopravvissuto alla tragedia della
Thyssen nel 2007 e oggi deputato Pd,
la condizione precaria della sicurezza nelle fabbriche «è aggravata dalle
scelte scellerate dell’esecutivo che,
solo nel 2009, ha ridotto le sanzioni
per chi non rispetta le norme». «Questa vicenda – dice Maurizio Zipponi
(Italia dei valori) – dimostra quanto
dolore concreto possa generare la criminale campagna del governo contro i diritti dei lavoratori, a partire dall’articolo 8 della manovra».
L’associazione di giornalisti Articolo 21 chiede che «il giorno dei funerali sia proclamato il lutto nazionale» e
che «l’intera giornata sia dedicata ad
accendere i riflettori della politica e
dell’informazione su un tema che
purtroppo è rientrato nell’oscurità e
riesplode purtroppo solo alla luce di
tragici avvenimenti come questo». Intanto ieri l’Inail ha diffuso i dati sugli
incidenti sul lavoro nel 2010: ben 980
i morti (-6,9% rispetto al 2009) e 775
mila infortuni complessivi (-1,9%).
Campania/ 700 POSTI A RISCHIO NELLA FABBRICA DI BUS
Irisbus (Fiat) alla DR Motor,
il primo sì è dell’Antritrust
L
a DR Motor di Isernia ha avuto un primo via
libera per acquisire la fabbrica di autobus Irisbus, che l’Iveco del gruppo Fiat vuole dismettere entro la fine di ottobre. L’operazione di
cessione all'azienda molisana, assemblatrice di automobili, non modifica le dinamiche concorrenziali del mercato, ha sostenuto ieri l'Antitrust, che ha
dato il via libera all'operazione decidendo di non
avviare alcuna istruttoria. «L'operazione comunicata - spiega l'Autorità - in quanto comporta l'acquisizione del controllo da parte di un'impresa, costituisce una concentrazione» ed «è soggetta all'obbligo
di comunicazione preventiva». L'Antitrust sottolinea che «il mercato
dell'operazione è quello
della produzione e commercializzazione di autobus destinati a uso turistico», mercato in cui «Irisbus detiene una quota
di mercato pari a circa il
7% a livello europeo e al
17,6% a livello nazionale»
e in cui DR Motor «non risulta attivo» e che nello
stesso mercato ci sono «numerosi e qualificati concorrenti. Pertanto, tenuto conto del fatto che l'operazione si sostanzierà nella sostituzione di un operatore con un altro - conclude l'Authority - la medesima non appare idonea a modificare significativamente le dinamiche concorrenziali nel mercato».
Per i circa 700 dipendenti di Irisbus potrebbe essere la salvezza del posto di lavoro, anche se bisognerà vedere prima il piano industriale della DR.
L’azienda molisana fa capo a Massimo Di Risio, imprenditore ed ex pilota, oggi unico costruttore di auto in Italia fuori dall’orbita Fiat. Attualmente, Di Risio assembla auto sulla base di modelli del partner
cinese Chery, comprando motori in Austria e dalla
Fiat. La sua offerta per rilevare anche una parte della fabbrica Fiat di Termini Imerese in Sicilia, benché arrivata fuori tempo massimo, è stata giudicata
congrua dal ministero dello Sviluppo economico.
Dietro i piani di allargamento Di Risio è prevedibile
che ci siano, oltre a un forte interesse per i soldi
pubblici già stanziati per Termini e probabilmente
stanziabili anche per Irisbus, interessi di Chery a
stabilire teste di ponte produttive in Europa tramite partner locale. Per un futuro non così lontano come si potrebbe pensare, sulle orme di quanto fatto
sempre in Europa con tempi e modalità diverse dai
produttori prima giapponesi e poi coreani.
MASSIMO DI RISIO
Per oggi, intanto, il conL’imprenditore molisano
siglio di fabbrica dei deleproprietario della DR
gati Fiat e delle aziende
Motors ha fatto un’offerta
dell'indotto, riunito a Terper rilevare l’azienda
mini Imerese, ha indetto
campana, dopo essersi
un'assemblea-sciopero
aggiudicato quella per la
con sit-in alle 6 davanti ai
fabbrica Fiat di Termini
cancelli dello stabilimento. Fim-Fiom e Uilm, inoltre, hanno proclamato lo
stato di agitazione del personale, preoccupato per
il futuro della fabbrica che Fiat ha deciso di chiudere a fine anno. Quello di oggi è il primo giorno di lavoro alla Fiat dopo un lungo periodo di stop, cominciato il 29 luglio e scandito da fasi di cassa integrazione e giorni di ferie. «Al momento i progetti
del dopo-Fiat - dice il segretario della Fiom di Palermo, Roberto Mastrosimone - non danno garanzie
a tutti i 2.200 operai di Fiat e dell'indotto e il percorso intrapreso è pieno di incertezze, a cominciare
dai lunghi periodi di cassa integrazione che si profilano per centinaia di lavoratori dato che il piano
del gruppo Dr prevede di assorbire 1.312 operai ma
soltanto nel 2016». L'assemblea dei lavoratori si
pronuncerà anche su eventuali iniziative di lotta.
Stefano G. Azzarà
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Un Nietzsche italiano
Tsunami nucleare
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DIECI ANNI DI INCIDENTI
Strage senza fine
muoiono anche
donne e ragazzini
L
e fabbriche di fuochi di artificio
mietono vittime con una frequenza impressionante. Ecco i
principali infortuni negli ultimi dieci
anni, a ritroso dal 2011 al 2001.
2 febbraio 2011: Nell'esplosione di
una fabbrica di fuochi artificiali a San
Giovanni di Ceppaloni muore Ruggero De Blasio, 32 anni, figlio di un cugino di Sandra Lonardo Mastella.
10 gennaio 2011: Esplosione in una
fabbrica di fuochi d’artificio a Santa Venerina, nel catanese. Due persone
muoiono e un’altra resta ferita.
6 febbraio 2008: quattro persone
perdono la vita nell’esplosione nella
fabbrica di fuochi d’artificio di Castiglione in Teverina, in provincia di Viterbo. A perdere la vita nello scoppio
un’intera famiglia: i due fratelli titolari
della ditta e le rispettive mogli.
4 gennaio 2008: nell’esplosione di
una fabbrica clandestina di fuochi a
Giugliano, nel napoletano, restano feriti due minori, uno di 13 e un altro di 14
anni. Uno è il figlio del proprietario,
poi arrestato dalle forze dell'ordine.
11 maggio 2007: un lavoratore muore nell’esplosione che distrugge la fabbrica di fuochi «Pirotecnica Alessi Domenico», alla periferia di Piane di Montegiorgio (Fermo), mentre altri due
operai rimangono feriti.
4 maggio 2007: un operaio campano di 28 anni rimane gravemente ferito per lo scoppio avvenuto in un'azienda di fuochi di Castel D’Aiano, sull’Appennino bolognese, la «Pirotecnica Benassi». Oltre al giovane, che riporta
ustioni sul 40% del corpo, ci sono anche altri due feriti meno gravi, il proprietario dell’azienda e la sorella.
23 aprile 2007: Una fabbrica di fuochi d'artificio esplode a Gragnano, nel
napoletano. Tre le vittime: il titolare
della ditta, Aniello Novellino, il nipote,
Alfonso Novellino, e un operaio, Alberto Tartaglione. Lo scoppio provoca anche il ferimento di tre persone.
24 maggio 2006: A Mercato San Severino, in provincia di Salerno, due operai muoiono nell’esplosione di una fabbrica di giochi pirotecnici.
6 agosto 2005: Tre operaie muoiono
nella deflagrazione di una fabbrica di
fuochi a Ottaviano, nel napoletano.
19 luglio 2005: Nel salernitano, a
Teggiano, salta in aria una fabbrica pirotecnica: due morti e tre feriti.
5 luglio 2004: Cinque vittime nell’esplosione di una fabbrica di fuochi
d'artificio a Giugliano, nel napoletano.
30 agosto 2002: In uno scoppio a Visciano (Napoli), muoiono tre persone
mentre altre tre restano ferite.
2 maggio 2002: A Terzigno, in provincia di Napoli, salta in aria una fabbrica di giochi pirotecnici. Tre i morti.
23 novembre 2001: Quattro persone
rimangono uccise nell'esplosione di
una fabbrica di fuochi d’artificio a Terricciola, in provincia di Pisa.
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
pagina 7
PAURA ATOMICA
FRANCIA · Esplode un forno nell’impianto atomico di Marcoule, a 250 km da Ventimiglia
KENYA FFFF
Fiamme nella centrale
«senza fuga nucleare»
A Nairobi si incendia un
oleodotto: oltre 100 morti
Cristina Cecchi
H
a causato almeno 120 morti ieri lo scoppio e il successivo incendio di un
oleodotto in Kenya. L’esplosione ha avuto luogo nella capitale Nairobi,
nella baraccopoli Sinai, povera e densamente popolata, che si trova nella
zona industriale della città Lunga Lunga sulla strada dal centro città all’aeroporto.
E’ una tragedia già vista in Kenya. La causa dello scoppio non è chiara, ma potrebbe trattarsi di un mozzicone di sigaretta gettato da qualcuno in una fogna
aperta piena di petrolio. Il carburante, secondo gli abitanti della baraccopoli, fuoriusciva da una falla nel vicino deposito di proprietà della Kenya Pipeline Company. Il mozzicone di sigaretta avrebbe innescato l’incendio, che si è trasformato
in tragedia perché nel frattempo una gran folla si era ammassatto intorno all’oleodotto, per cercare di rubare un po’ del prezioso olio nero. Testimoni parlano di
scheletri fumanti, pezzi di corpi sbalzati anche a 300 metri di distanza e cittadini
gravemente ustionati che vagano per il quartiere sconcertati e storditi.
Il bilancio delle vittime non è
ancora ufficiale, le autorità locali riferiscono che faranno il
conto preciso solo dopo aver
domato l’incendio. I pompieri
hanno recintato l’area e spruzzato materiale chimico per contenere le fiamme. La Croce rossa locale parla di almeno 75 corpi ritrovati e la polizia kenyota
fornisce aggiornamenti costanti: «Pensiamo che le vittime possano essere
circa 120 e continuiamo a cercare per recuperare altri corpi».
Altre centinaia di persone sono state gravemente ferite dall’esplosione e sono state portate negli ospedali vicini: l’ospedale nazionale Kenyatta riporta di aver ricoverato 112 persone con ustioni di terzo grado solo durante la mattinata. Il primo ministro Raila Odinga, il vicepresidente Kalonzo Musyoka e il ministro dell’energia Kiraitu Murungi sono subito andati sul luogo dell’incendio e hanno promesso aiuti alle
vittime, mentre il presidente Mwai Kibaki ha visitato gli ustionati gravi nel maggiore
ospedale pubblico del paese. Il vice portavoce della polizia Charles Owino ha dichiarato che «il governo farà tutto il possibile per assicurare ai feriti tutte le cure necessarie e far sì che le famiglie che hanno perso i loro cari siano ricompensate».
Una falla nel deposito del carburante, l’incuria di qualcuno e la disperazione di
molti: la tragedia è fatta. E non è la prima volta. Nel 2009 più di 120 persone sono
morte per l’incendio scoppiato mentre stavano «cannibalizzando» carburante da
un autocisterna rovesciata, nell’ovest del paese. Nella gran povertà, la pratica di rubare qualche tanica di petrolio è diffusa. e spesso finisce in catastrofi come questa, o
come i numerosi casi analoghi registrati in Nigeria.
Una rottura lascia uscire
carburante, la folla si fa
attorno per portar via
qualche tanica. Poi una
sigaretta, e il disastro
Anna Maria Merlo
PARIGI
«L’
incidente è chiuso», hanno comunicato le autorità a metà pomeriggio, qualche ora dopo l’esplosione di un forno di trattamento di scorie metalliche a bassa intensità nucleare, avvenuto alle
12:27 in un impianto della società Socodei, filiale di Edf, che si trova vicino alla centrale nucleare di Marcoule. Un lavoratore è morto nell’esplosione e quattro sono rimasti feriti, uno
molto gravemente ustionato. La causa dell’incidente non era ancora chiara ieri sera, l’edificio non era stato danneggiato. L’Autorità della sicurezza nucleare ha escluso qualsiasi fuga
radioattiva o chimica, i 200 dipendenti di Socodei non sono stati isolati né evacuati.
L’esplosione, anche se la società insiste nel dire che si tratta di un «incidente industriale e
non nucleare», ha riaperto in Francia la polemica sull’eccessiva dipendenza dal nucleare
(l’80% dell’energia elettrica dipende dai 58 reattori esistenti nel paese) e sulla necessità di
una maggiore trasparenza nelle informazioni
alla popolazione. L’impianto della Socodei
sorge infatti nel perimetro della centrale di
Marcoule, luogo emblematico del nucleare
francese: qui il Cea, la struttura statale del nucleare, ha concepito la bomba atomica france-
GENDARMI SUL LUOGO DELL’ESPLOSIONE NEL SITO NUCLERE DI MARCOULE/FOTO REUTERS
se. La centrale sorge nel dipartimento del
Gard, sulle rive del Rodano, a una trentina di
chilometri da Avignone e non lontano da Nïmes. Il confine italiano di Ventimiglia è a 242
chilometri in linea d’aria. Il ministro dell’industria e dell’energia, Eric Besson, ha messo subito le mani avanti: dopo essersi detto «molto
colpito dall’incidente per le sue conseguenze
OLTRE IL CONFINE sioo
Panico in Liguria e Piemonte
Ma poi l’allarme rientra
Alessandra Fava
GENOVA
A
lle prime notizie dell’esplosione nel
sito nucleare francese, a 242 chilometri da Ventimiglia, i cittadini liguri e piemontesi hanno assediato di telefonate gli amministratori locali, assessori e sindaci, che a loro volta chiamavano gli assessori regionali e il presidente della Regione
per avere qualche lume. Dalla Francia, già
a metà pomeriggio, l’Asn, l’autorità per la
sicurezza nucleare francese, negava si fosse verificata alcuna fuga chimica o radioattiva all’esterno dell’impianto. Ma dopo
Fukushima la fiducia in chi minimizza questo tipo di eventi è quasi svanita, e così le telefonate sono continuate sino a sera. Questa volta però l’allarme e le paure sembrano rientrate.
Ieri in serata l’assessore all’ambiente della Regione Liguria, Renata Briano, assicurava: «Per ora in Liguria non abbiamo rilevato nessuna anomalia tuttavia continueremo a fare controlli capillari e daremo comunicazioni trasparenti facendo conoscere tutti i dati. D’altra parte la Francia dice
che non ci sono state fughe, addirittura
hanno sciolto l’unità di crisi». Anche negli
uffici Arpal, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, arrivano rassicurazioni: «Dai dati in nostro possesso le
probabilità di ricadute sul nostro territorio
appaiono estremamente basse e l’attuale
situazione dei venti spingerebbe verso
sud-est e non dovrebbe interessare il territorio ligure». Dopo il disastro giapponese i
controlli sulla radioattività sono aumentati, in Liguria ci sono ad esempio quattro
centraline che monitorano per legge le radiazioni tutti i giorni. Briano spiega che ieri
i controlli sono stati particolarmente serrati e oggi si prevedono ulteriori «sondaggi
approfonditi» nell’imperiese, la prima zona che potrebbe essere colpita da eventuali fughe. Bisogna anche sapere che i dati
sulla radioattività non possono essere diffusi subito, «perché hanno bisogno di una
elaborazione», per cui, escluse comunque
grandi anomalie, i particolari dei rilevamenti fatti ieri saranno conosciuti oggi e
domani.
Liguria e Piemonte hanno finalmente tirato un respiro di sollievo solo al tramonto
finita l’allerta della protezione civile. E
mentre le autorità preposte erano alle prese con la macchina dell’emergenza, i cellulari degli assessori regionali per ore hanno
ricevuto telefonate dei sindaci di comuni a
Levante come a Ponente o da semplici cittadini. Gli amministratori liguri hanno cercato anche di saperne di più dagli omologhi francesi: il presidente regionale Claudio Burlando ha contattato Michel Vauzelle, il presidente della regione francese Provence-Alpes-Cote d’Azur, vicino al luogo
dell’incidente. In concomitanza dal Piemonte il presidente regionale Roberto Cota riferiva che «al momento non ci sono
preoccupazioni per il nostro territorio. Le
nostre verifiche confermano quanto riferito dalla autorità francesi. Nei prossimi giorni continueranno i controlli a garanzia della sicurezza dei piemontesi». Nel frattempo in rete tutti quelli che da tempo sono
convinti che l’energia nucleare sia desueta
e poco sicura esultavano: «Forse da oggi anche i francesi diranno addio al nucleare».
umane», ha pensato bene di twittare che «il
piacere giubilatorio di alcuni» quando c’è una
notizia di incidente in una centrale «è malsano». La Francia, che esporta nucleare, è in difficoltà, soprattutto dopo Fukushima. Il titolo
Edf, in una giornata di burrasca in Borsa, ha
perso immediatamente il 6% appena si è diffusa la notizia dell’incidente. Nel tardo pomeriggio si è recata sul posto la ministra dell’ambiente, Nathalie Kosciusko-Morizet.
Ieri sera, oltre a minimizzare l’accaduto, le
autorità non avevano ancora diffuso informazioni precise sull’incidente. Si sa che il forno,
che è stato subito spento, conteneva 4 tonnellate di scorie metalliche a bassa radioattività
(67mila becquerel), «senza nessun rapporto
con quello che è contenuto in un reattore», ha
precisato la società. Questo sito è un inceneritore di materiali metallici a bassa radioattività
provenienti dagli impianti di Edf e di Areva
ma anche da ospedali. Il prodotto viene poi
stoccato e seppellito. L’incidente ha messo in
luce il solito problema di mancanza di trasparenza. Gli abitanti non sono stati informati né
con tempestività né con precisione. I sindaci
non sapevano se dovevano prendere delle misure protettive per le scuole, per esempio. La
popolazione non ha ricevuto informazioni
precise. I Verdi hanno chiesto «maggiore trasparenza». Yukiya Amano, direttore dell’Aiea,
l’Agenzia internazionale dell’energia atomica,
ha chiesto ufficialmente alla Francia chiarificazioni. «Dobbiamo migliorare la sicurezza»,
ha aggiunto. Greenpeace ricorda che «questo
sito non è stato neppure preso in considerazione dal programma di controllo delle installazioni nucleari francesi chiesto dal governo,
né dalle ultime ispezioni dell’Asn». Per il portavoce di Greenpeace sul nucleare, Yannick
Rousselet, «ciò mostra una volta di più che la
Francia non ha tratto alcuna lezione da Fukushima». Anche per Martine Aubry, candidata
alle primarie socialiste per l’investitura nella
corsa all’Eliseo, «l’incidente pone il problema
assoluto della trasparenza e del controllo». Aubry, che per caso era a una riunione elettorale
dedicata all’energia a Clermont-Ferrand, ha
preso posizione a favore di un «programma di
uscita dal nucleare» da porre progressivamente in opera se il Ps vincerà le presidenziali.
L’ecologista Corinne Legape ha ironizzato sul
modo di comunicare delle autorità francesi
quando si tratta di questioni nucleari: «Per
Edf si tratta di un incidente industriale – ha
detto – Fukushima era un incidente naturale.
Morale: l’incidente nucleare non esiste». Una
sentenza, la scorsa settimana, conferma questo approccio: 25 anni dopo, il tribunale di Parigi ha dato ragione al responsabile della sicurezza nucleare ai tempi di Chernobyl, che aveva sostenuto che la nube si era fermata ai confini della Francia.
SICUREZZA · L’Italia no nuke chiede «massima trasparenza» e accelerazione sugli stess test
«Tranquilli» come a Fukushima?
Eleonora Martini
L
e rassicurazioni che arrivano d’Oltralpe,
riguardo l’esplosione nell’inceneritore
della centrale nucleare francese di Marcoule, sanno troppo di déjà vu per essere completamente tranquillizzanti. Si potrebbe ricordare, tanto per fare un esempio, la famosa frase
di Antonino Zichichi sul Tempo del 13 marzo,
due giorni dopo la catastrofe giapponese, quando la star della fisica sentenziò: «A Fukushima
non è successo niente». E non era il solo, purtroppo. Ovvio perciò che nei paesi confinanti, a
cominciare dall’Italia, cresca la pressione per
conoscere esattamente le modalità e i dati dell’incidente che le autorità francesi si ostinano a
liquidare, con poche parole, come «chiuso».
L’esplosione del forno utilizzato per fondere
e compattare i materiali contaminati (soprattutto metalli) – che secondo alcuni esperti dell’Enea potrebbe essere dovuta a un sovraccarico, con un conseguente picco delle temperature – potrebbe infatti nascondere insidie al momento non rilevate, o forse addirittura non divulgate. Tanto più perché nella centrale di Marcoule, oltre ai tre reattori di prima generazione
non più attivi da anni e all’altiforno Centraco di
Codolet dove si è verificato l’incidente, c’è anche un impianto per la produzione del Mox
(Mixed oxide fuel), con il quale si alimentano i
più moderni impianti nucleari e che è un miscuglio di ossidi di uranio e plutonio ottenuti
dal riciclaggio delle bombe atomiche smantella-
te e delle barre di combustibile esaurito. Anche
questo processo produce una serie di scarti metallici non riutilizzabili che vanno inceneriti negli altiforni per essere poi inviati ai depositi di
stoccaggio. Ecco perché in molti, dal comitato
referendario a tutte le associazioni ambientaliste e antinucleariste passando per i partiti dell’opposizione, Verdi in testa, chiedono dettagli
e soprattutto invitano l’Unione europea a seguire l’esempio italiano bandendo una volta per
tutte il nucleare dall’intero continente.
«Il pericolo c'è. Intervenga l'Unione europea
sulla trasparenza e la gestione della crisi», avverte il professor Sergio Ulgiati, del Comitato scientifico del Wwf Italia, che pone domande precise a cui si vorrebbero risposte altrettanto dettagliate. «Cosa bruciava esattamente dentro il forno quando è accaduto l’incidente? A quale temperatura stava lavorando? Quanto materiale e
vapore sono fuoriusciti? Con quale tasso di radioattività? È stato un errore umano o un difetto intrinseco del processo? Può accadere di
nuovo?». Domande a cui le autorità francesi rispondono negando che ci sia stata «alcuna contaminazione, nemmeno sui quattro feriti», o
che ci sia rischio di fughe future. Anche se, denuncia Greenpeace, la struttura contenente il
forno esploso «non è stata sottoposta agli stress
test e non ha ricevuto alcuna ispezione dall' Autorità per la Sicurezza nucleare europea».
In effetti, però, non è stata evacuata alcuna
zona in prossimità della centrale. E le Alpi,
poi, anche nel caso di una piccola fuga di bassa radioattività, mitigherebbero non poco la
contaminazione, spiegano gli esperti. Non la
pensa così invece il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, che ieri ha commentato l’evento sottolineando che le «centrali intorno ai nostri confini, che sono 19 al di là
delle Alpi, quando dovessero avere dei guasti
non ci risparmierebbero da eventuali conseguenze». Saglia è tornato poi di nuovo sulla
«centralità» dell’Agenzia per la sicurezza nucleare italiana «che è sempre più urgente per noi
mettere a pieno regime in modo da partecipare alla discussione in Europa sulla sicurezza
degli impianti». E per la seconda volta in pochi giorni ha lanciato un velato invito a Umberto Veronesi, che dall’Agenzia se n’è andato
prima ancora di aver ricevuto l’investitura formale alla presidenza perché la considerava un
organismo «nato asfittico».
pagina 8
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
INTERNAZIONALE
LIBIA
Dopo le bombe,
arriva il Fmi
a «ricostruire»
SIRIA
DAMASCO: NIENTE REATTORE,
COLLABOREREMO CON L’AIEA
Il governo siriano ha offerto ieri la sua collaborazione all’Agenzia internazionale per
l’agenzia atomica (Aiea) per un’indagine
sul sospetto sito nucleare di Dair Alzour. Lo
ha riferito il capo dell’agenzia, Yukiya Amano, sperando che Damasco fornisca «tutte
le informazioni» in suo possesso. Il sito,
bombardato da Israele nel 2007, secondo
fonti di intelligence Usa è un reattore nucleare nordcoreano progettato con lo scopo di
produrre armi atomiche. La Siria ha sempre negato. Amano ha proposto l’11 ottobre per un incontro tra le parti che avrà lo
scopo di «far avanzare la missione di accertamento dell’Aiea in Siria».
Manlio Dinucci
A
l termine del G8 di Marsiglia,
la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un
solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale
governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio
staff sul campo, a fornirgli assistenza
tecnica, consiglio politico e sostegno
finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».
Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le
porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore
petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».
Le riserve petrolifere libiche – le
maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già
al centro di un’aspra competizione
tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum
con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale
di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt
si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara
ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di
sfruttamento a condizioni molto più
favorevoli di quelle finora praticate,
che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso
la privatizzazione imposta dal Fmi.
Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che
si estende sotto Libia, Egitto, Sudan
e Ciad.
Quali possibilità di sviluppo essa
offra lo ha dimostrato la Libia, che
ha costruito una rete di acquedotti
lunga 4mila km (costata 25 miliardi
di dollari) per trasportare l’acqua,
estratta in profondità da 1.300 pozzi
nel deserto, fino alle città costiere
(Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre
desertiche. Non a caso, in luglio, la
Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che
produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso
le privatizzazioni promosse dal Fmi
– le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e
altre) che controllano quasi la metà
del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.
A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg
Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per
circa 10 miliardi di dollari.
L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi
sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per
un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export
petrolifero (circa 30 miliardi annui
prima della guerra). Verranno gestiti
dalla nuova «Central Bank of Libya»,
che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New
York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in
tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione
africana – la Banca centrale, la Banca
di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal
nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della
Business School dell’Università di
Washington, di fatto nominato dalla
Casa bianca.
CIVILI IN FUGA DA BANI WALID, IERI/REUTER
LIBIA · Crepe nel Cnt, mentre resiste una roccaforte di Gheddafi e il figlio Saadi fugge in Niger
Ribelli contro ribelli: 12 morti
Stefano Liberti
B
ani Walid non cade. Nonostante
l’avanzata iniziale dei ribelli – e i
raid aerei condotti dalla Nato – la
cittadina a 180 chilometri da Tripoli rimane sotto il controllo dei soldati lealisti. Ieri sono continuati gli attacchi e le ritirate
tattiche (per permettere ai bombardieri
Nato di entrare in azione), ma in serata
la città non era ancora espugnata.
La resistenza di Bani Walid – città strategica perché posta all’incrocio delle strade che da Tripoli e Misurata si dirigono
verso sud – ha preso alla sprovvista i combattenti afferenti al Consiglio nazionale
di transizione (Cnt) che, scaduto l’ultimatum sabato scorso, si erano detti convinti di poterla conquistare in 48 ore. Abitata prevalentemente da membri della tribù warfallah, a lungo alleata del regime,
Bani Walid è probabilmente destinata a
cadere nei prossimi giorni, anche se stupisce una resistenza molto più accanita
di quella che si è registrata nell’attacco alla capitale Tripoli. Probabilmente al suo
interno si sono rifugiati gli ultimi elementi più estremisti del regime, che non hanno voluto capitolare, fra cui Seif el Islam
Gheddafi, il secondogenito del colonello
trasformatosi dopo la rivolta di febbraio
da riformatore a hard-liner.
Nel frattempo continua l’emorragia di
pezzi importanti del gheddafismo. Domenica a Tripoli è stato catturato – o si è
consegnato, la dinamica non è chiara –
Bouzaid Dorda, capo del servizio di intelligence estera nonché ex primo ministro.
Nello stesso tempo un altro figlio di
Gheddafi, Saadi, ha sconfinato in Niger –
circostanza confermata dal governo di
Niamey. Ex calciatore, playboy, poi produttore hollywoodiano, Saadi si era caratterizzato in questi mesi come il figlio
sempre a caccia di negoziati o di compromessi con i ribelli. Andato a Bangasi subito dopo lo scoppio della rivolta di febbraio, aveva cercato di convincere le folle
che il padre era intenzionato a promuovere sviluppo e aperture democratiche,
salvo venire smentito poco dopo dallo
stesso colonnello, che promise in un discorso divenuto celebre una «caccia ai topi casa per casa, strada per strada». Anche dopo la caduta di Tripoli, Saadi aveva contattato il Cnt per offrire un negoziato (questa volta da una posizione assai
più debole), nello stesso momento in cui
il fratello Seif El Islam farneticava di
un’imminente contro-offensiva che
avrebbe riportato al potere il padre.
Per quanto velletario e poco influente
all’interno della sua stessa famiglia e dell’establishment gheddafiano, Saadi ha
cercato in questi mesi di mostrarsi come
il volto accettabile del regime. La sua fuoriuscita dal paese è un’ulteriore dimostrazione che gli elementi più oltranzisti hanno deciso di combattere fino all’ultimo, a
partire dalle roccaforti che ancora controllano – Bani Walid, Sirte e la città sahariana di Sebha. Lo stesso Gheddafi lo ha
ribadito ieri nell’ennesimo messaggio,
consegnato come d’abitudine all’emittente ar-Rai, con sede a Damasco. «Il popolo non ha che una scelta da fare, quella di respingere questo golpe, perché
non possiamo sottometterci alla Francia.
Non possiamo consegnare la Libia ai co-
lonizzatori un’altra volta e non ci resta
che combattere fino alla vittoria e sconfiggere questo complotto», ha detto l’ormai ex rais.
Intanto, nell’attesa di assumere il controllo di tutto il paese, anche il fronte ribelle comincia a mostrare le prime crepe. L’altroieri c’è stato uno scontro tra
gruppi rivali. Secondo quanto riporta il
giornale arabo al-Sharq al-Awsat, due diverse fazioni ribelli si sono affrontate a
colpi d’arma da fuoco sui monti del Nefusa, da dove è partita la conquista di Tripoli per cacciare Gheddafi. Ad affrontarsi
da un lato i ribelli dei villaggi di Gharyan
e Kakla e dall’altro quelli di al-Asabaa.
Negli scontri si sono registrati 12 morti.
Nei giorni scorsi sono arrivati a Tripoli
i membri più eminenti del Cnt, dal premier transitorio Mahmoud Jibril al presidente (anche lui transitorio) Mustafa Abdel Jalil. Jibril ha detto che un nuovo governo sarà annunciato entro i prossimi
dieci giorni e si è sforzato di negare le voci di fratture all’interno della compagine
ribelle – in particolare tra gli ex gheddafiani, di cui lui è parte, e gli islamisti che fanno capo a Abdel Hakim Belhaj, comandante generale militare di Tripoli.
AFGHANISTAN
Hrw denuncia: milizie
sostenute dalla Nato
Secondo i comandi della Nato, sono
essenziali per la sicurezza dell’Afghanistan. Ma secondo Human Rights Watch le milizie irregolari e la cosiddetta
«polizia locale» promossa dalle forze
internazionali a Kabul sono gang fuori
controllo che terrorizzano e derubano la popolazione locale. Da circa un anno i militari Usa addestrano una forza chiamata Afghan
local police (Alp), reclutata a livello di villaggio, già circondata da
polemiche perché vi finiscono spesso ex taleban e semplici criminali. Inoltre nella provincia di Kunduz, nel nord, l’agenzia di intelligence (Nds) del governo afghano ha riattivato e armato milizie irregolari. Ma queste forze irregolari sono fuori controllo, e in un rapporto
diffuso ieri Hrw documenta gravi abusi: omicidi, stupri, detenzioni
arbitrarie, rapimenti, requisizioni forzate di terre e raids illegali da
parte di gruppi armati irregolari nella provincia settentrionale di Kunduz e da parte della "polizia locale afghana" nelle province di Baghlan, Herat e Uruzgan. Il rapporto elenca casi di raid finiti in saccheggi e pestaggi, il caso di un adolescente violentato da un gruppo di
miliziani, casi di omicidio non perseguiti. Secondo Hrw, il governo
afghano e le forze Usa devono mettere sotto controllo queste milizie
e mettere fine all’impunità per queste forze affiliate al governo.
YEMEN
SALEH AUTORIZZA IL VICE HADI
A NEGOZIARE LA TRANSIZIONE
Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh
ha autorizzato «irrevocabilmente» ieri con
decreto il vicepresidente Abbd-Rabbu Mansour Hadi a firmare il piano per la transizione del potere presentato dal Consiglio per
la cooperazione nel Golfo (Gcc), dopo aver
dialogato con l’opposizione. Proprio l’opposizione, il Meeting dei partiti riuniti, però è
scettica, dato che nei mesi precedenti Saleh ha dichiarato 3 volte che avrebbe firmato il piano di transizione ma ha poi sempre
ritrattato. Il piano prevede un passaggio di
poteri da Saleh a Hadi e successive elezioni presidenziali entro 3 mesi. In realtà Saleh ha autorizzato il suo vice solo a negoziare il piano con l’opposizione: i 3 mesi scatterebbero invece solo dopo la firma del
piano del Gcc. La mossa di Saleh non è
chiara e la situazione è complessa: poco
dopo la firma del decreto un uomo mascherato ha sparato, uccidendolo, ad un figlio
del leader del partito islamico Islah in Sanaa Mohammed Ashal.
SUDAFRICA
MALEMA (ANC) CONDANNATO
PER INCITAMENTO ALL’ODIO
Il leader del movimento giovanile dell’African national congress (Anc) Julius Malema
è stato giudicato ieri colpevole di «incitamento all’odio» per aver cantato in pubblico una canzone del periodo dell’apartheid.
È stato condannato a pagare le spese processuali e smettere di cantare la canzone
anche in privato ma non dovrà scontare
una pena in carcere. Malema sta anche
affrontando un procedimento disciplinare
interno al partito che lo accusa di «creare
divisioni interne». Se ritenuto colpevole
potrebbe essere sospeso o espulso dal
partito, garantendo un secondo mandato
all’attuale presidente Jacob Zuma.
Diplomazia/ COMINCIA LA VISITA DI ERDOGAN. CHE RINUNCERÀ A VISITARE GAZA
«Non temete la democrazia». Il messaggio
del premier turco ai dirigenti del Cairo
Michele Giorgio
GERUSALEMME
«N
on abbiate paura della democrazia». Sarà questo il messaggio che il
premier turco Recep Tayyip Erdogan lancerà oggi al Cairo, dove è arrivato ieri in
tarda serata per dare inizio a un viaggio ufficiale
che lo porterà anche in Tunisia e Libia. Ad accompagnarlo ci sono il ministro dell’economia
Zafer Caglayan e ricchi uomini d’affari turchi, oltre al ministro degli esteri Ahmet Davutoglu.
Stando a quanto preannunciava ieri il giornale
turco Milliyet, Erdogan sottolineerà il valore delle
libertà democratiche e sosterrà che la laicità è importante per promuovere quelle libertà. Si rivolgerà al popolo egiziano in quanto leader di un paese musulmano e laico allo stesso tempo. Fonti
del ministero degli esteri turco, citate da Milliyet,
hanno sottolineato che l’obiettivo del viaggio del
premier è la democratizzazione, non mobilitare
un sostegno contro Israele come si è scritto e letto da più parti.
Della crisi nelle relazioni con lo Stato ebraico dovuta alle mancate scuse per il sanguinoso raid
israeliano alla Freedom Flotilla dell’anno scorso
e al blocco di Israele su Gaza –, Erdogan discuterà a lungo con i suoi interlocutori arabi: ma lontano dai riflettori, a porte chiuse. Pare che i generali egiziani e il primo ministro Essam Sharaf abbiano chiesto al leader turco di non alimentare le
tensioni nel loro paese, fortissime dopo l’assalto
all’ambasciata israeliana al Cairo. Ieri la giunta
militare al potere in Egitto ha reagito imponendo
lo stato d’emergenza (mai revocato dopo la caduta dell’ex presidente Mubarak). L’Unione dei Gio-
vani della Rivoluzione ha indetto per questo venerdì una manifestazione per dire «no alla legge
d’emergenza» e per respingere il tentativo dei militari e degli uomini legati a Mubarak di usare gli
incidenti all’ambasciata di Israele per riportare
indietro il paese. I generali egiziani hanno imposto a Erdogan anche di rinunciare alla visita a Gaza che avrebbe rappresentato una sfida diretta al
blocco israeliano.
Così prima di partire per il Cairo, il premier turco ha fatto uso dell’artiglieria pesante per criticare la politica israeliana nella regione. «L’atteggiamento turco nei confronti di Israele è stato chiaro fin dall’inizio: scuse al popolo e al governo turco, indennizzo delle famiglie delle vittime (dell’attacco alla Freedom Flotilla del 31 maggio 2010,
ndr), revoca del blocco illegale imposto a Gaza.
Ma questa posizione non è stata presa sul serio»,
ha detto il premier al quotidiano egiziano Shurouq. «Israele – ha proseguito Erdogan - è abitua-
to a non essere giudicato per i suoi comportamenti e a essere trattato come se fosse al di sopra
della legge». «È diventato come un bambino viziato – ha affermato - e non si accontenta di esercitare il terrorismo di stato contro i palestinesi,
ma agisce senza senso di responsabilità e non
vuol riconoscere che il mondo, quello arabo in
particolare, è cambiato». Al termine degli incontri, Sharaf ed Erdogan dovrebbero annunciare la
creazione di un consiglio strategico di cooperazione e siglare alcuni accordi nel settore economico e degli investimenti. Oggi Erdogan pronuncerà anche un atteso discorso all’Università,
mentre domani si rivolgerà ai ministri della Lega
Araba.
Prova sfruttare a vantaggio palestinese la forte
iniziativa turca il presidente dell’Olp e dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, giunto ieri
al Cairo, certo non per una coincidenza. Nei prossimi tre giorni Abu Mazen avrà incontri con l’alto
rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Catherine Ashton, e, appunto, con Erdogan. Al centro l’intenzione palestinese di presentare domanda di adesione di uno Stato palestinese durante la sessione dell’assemblea generale dell’Onu, prevista la prossima settimana. Ieri
il quotidiano Haaretz ha riportato che, stando ai
risultati di un sondaggio, la maggioranza dei cittadini dei principali paesi europei sostiene la proclamazione unilaterale d’indipendenza palestinese e si augura che venga accolta favorevolmente dall’Onu. Ben diverso è l’atteggiamento di diversi governi dell’Ue. L’esecutivo di Silvio Berlusconi è alla testa di un gruppo di accaniti oppositori dell’iniziativa palestinese composto da Germania, Repubblica Ceca, Olanda e Bulgaria.
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
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ARGENTINA
Filippo Fiorini
BUENOS AIRES
«C
ontadini mandati alla guerra in
frontiera, per dar la terra nuova ai
gringos forestieri; e noi che siam
qui da prima della bandiera, di nutrirci di rape dovremmo anche esser fieri». Lo diceva
più di cent’anni fa il gaucho Martin Fierro, se
si ammette la parafrasi piuttosto libera del poema epico argentino che porta il suo nome,
ma ora il governo di Cristina Kirchner sembra deciso ad ascoltarne la rima: in parlamento c’è una legge che vieta agli stranieri la possibilità di acquistare grandi appezzamenti di
terreno.
Una norma non retroattiva, che permetterà ai grandi gruppi italiani di restare, anche
se per farlo saranno probabilmente obbligati
a riconoscere più diritti ai dipendenti e rispettare le comunità indigene, perchè l’Argentina
del nuovo millennio cammina sola nella crisi
e ha uno scudo ideologico contro parole co-
Benetton nunca mas
È guerra al latifondo
Nuova legge in arrivo:
uno straniero non potrà
avere più di mille ettari.
Cristina Kirchner vuole la
«seconda indipendenza»
me neocolonialismo e imperialismo.
«Lo Stato deve porre un limite alla proprietà estera della terra», ha già detto due volte in
pochi giorni Cristina, esortando i suoi legislatori a darsi una mossa, perché se la borsa delle commodities di Chicago ha fatto alzare il
tetto per fare entrare il grafico della soia, allora bisogna procedere in fretta verso quella
che lei stessa ha chiamato «la seconda indipendenza» e vender caro il proprio tesoro verde: solo il 20% delle terre coltivabili potrà restare in mani non argentine e un unico proprietario non potrà intestarsi più di mille ettari. «Stiamo discutendo alcune modifiche al disegno di legge - hanno detto dal gruppo parlamentare del governo - ma in linea di massima ci siamo», lasciando intendere che di qui
a qualche giorno arriverà l’ok dalle commissioni e poi anche dal Congresso.
Alcuni giuristi ritengono che la norma sia
incostituzionale, poichè va contro il principio secondo cui gli stranieri godono degli
stessi diritti dei cittadini nativi, tuttavia, con
un’opposizione debole e d’accordo con lo spirito della proposta, le uniche attività volte a
rovesciare il pronostico restano in mano alle
BUENOS AIRES, PROTESTA CONTRO I LATIFONDISTI/FOTO FILIPPO FIORINI
lobby agricole, che ultimamente hanno perso il potere di cui godevano in passato.
La realtà delle campagne è molto complessa. Da un lato, i cereali e i legumi si vendono
a peso d’oro: mentre il mondo piange i crolli
azionari e anche il petrolio sente la gravità
della crisi, la soia, che storicamente si muoveva in sintonia con il greggio, sembra ora essersi sganciata dal fratello maggiore e ha fatto
un +11% in agosto, arrivando a 523 dollari la
tonnellata. In coda alla cassa dell’emporio argentino ci sono un miliardo e mezzo di cinesi, che si accaparrano il 50% di tutta l’offerta
nazionale, portando l’agricoltura al 10,23%
del pil.
Poi c’è il braccio di ferro politico che da tre
anni divide la Casa Rosada dai grandi coltivatori. Nel 2008 i sindacati dei latifondisti iniziarono un duro sciopero per contro le tasse sull’esportazione (imposte per obbligarli a vendere alimenti a una nazione in cui era tornata la fame, invece di cederli alla lucrosa borsa
merci internazionale) e solo ora si mostrano
più condiscendenti davanti all’evidente benessere del proprio settore, alla supremazia
elettorale che Cristina Kirchner ha dimostrato alle recenti elezioni primarie (disputate a
un mese e mezzo dalle presidenziali) e anche
davanti a qualche concessione, compresa
questa stessa legge sulle terre.
D’altra parte, invece, ci sono i frutti coltivati nelle regioni nord della limpida Patagonia
o i vigneti ai piedi delle Ande, dove la produzione è quasi completamente bracciantile e,
secondo un recente studio accademico, fino
ai primi anni ’90 la terra era quasi tutta in mano alla piccola proprietà contadina, mentre
negli ultimi due decenni si è «intensificato il
dominio del capitale multinazionale».
Nella frutta e nel vino si concentrano, tra
olandesi, francesi ed americani, anche alcune firme italiane, come per esempio Expofrut, che dal 2007 controlla la locale Moño
Azul, proprietaria di 10mila ettari coltivati a
mele e pere. Oppure come Benetton, che con
un milione di ettari ha adibito un’intero
Abruzzo a pastorizia, allo scopo di produrre
la lana che usa nei suoi vestiti colorati. Qui
l’azienda si trova in causa con una piccola comunità indigena che rivendica il diritto ad
abitare il proprio territorio tradizionale. Lo
studio legale Iturburu Moneff, che difende gli
interessi del gruppo italiano, ci ha spiegato
che una recente sentenza obbliga le famiglie
di etnia mapuche di Santa Rosa Leleque a
sloggiare dai 550 ettari che occupano a Benetton, altrimenti saranno sgomberate, ma queste hanno fatto ricorso e ora bisogna vedere
come andrà.
Riguardo a Moño Azul, in marzo l’agenzia
delle tasse ha scoperto 30 dipendenti ridotti
in condizioni infraumane: ammassati in dormitori piccolissimi, senza acqua, costretti a
usare latrine invece che bagni e vessati da ferite infette che, in un caso, hanno anche portato all’amputazione di un dito. Si tratta dei cosiddetti golondrinas (rondini), indios del
nord argentino che vengono portati sui campi a sud solo per la stagione dei raccolti, quando la richiesta di manodopera triplica all’improvviso.
Guillermo «l’orbo» Saavedra, il capo del
piccolo sindacato di peones rurali Prl che conta tra i suoi affiliati anche molti dipendenti
dell’azienda, ha spiegato al manifesto che
uno dei 300 mila raccoglitori di mele della Pa-
tagonia deve farsi trovare tra i filari alle quattro del mattino, per restarci poi 16 ore, con
una paga compresa tra i 200 e i 300 euro al
mese, ovvero la cifra che l’Istat argentino pone come soglia di povertà.
In merito alle condizioni generali di lavoro,
Guillermo ci presenta Mabel Arriagada, una
ragazza di 27 anni che qualche anno fa camminava con un cesto di vimini da 30 chili sulle spalle, poi è inciampata e si è rotta entrambi i menischi. Oppure il caso di Emilio Bañares, morto mentre cercava di bruciare un
grande alveare con una lanterna: per evitare
le gelate invernali si incendiano tra le piante
da frutto dei fusti pieni di un composto artigianale di combustibile. Se le proporzioni sono errate, la miscela esplode solo avvicinando una fiamma. La lanterna di Bañares è stata trovata divelta, lui ustionato sul 90% del
corpo.
Di storie così ce n’è da farci un’antologia:
le maschere contro il diserbante usate per
mesi dopo la scadenza, scale di legno vecchie
L’oro verde in mano ai big
che brutalizzano i peones
La piantagione «italiana»
con 30 schiavi, il milione
di ettari tolto ai mapuche
di quarant’anni che si spezzano con il contadino sopra, assenza di cure e in molti casi,
ma finora non in quelli di Moño Azul, bambini al lavoro.
Nel corso della storia, La Pampa è stata
chiamata «mia» in molte lingue diverse, sia
da chi la lavorava sia da chi semplicemente ci
si sedeva sopra. Secondo l’esecutivo, la legge
sulle terre non va contro gli stranieri, ma contro le grandi corporazioni che lasciano troppo poco dei loro utili nel paese.
Comunque, le realtà che già esistono potranno restare, ma dovranno probabilmente
cambiare politica coi dipendenti, perchè negli ultimi mesi le autorità hanno iniziato a rispondere alle denunce, intervenendo a tappeto, comminando multe e chiudendo battenti
dove si commettevano illeciti. Anche gli indios poi sono protetti contro sgomberi e interventi di trasformazione del loro territorio dalla legge 26160 del 2006, anche se si tratta di
una delle norme meno applicate dai tribunali. Il gaucho Martin Fierro parlava spesso anche di loro, ma in questo caso il tempo trascorso non è ancora stato sufficiente a dargli
ascolto.
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il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
CULTURA
RAPPORTI DI CLASSE
La scuola raccontata
dai soliti cliché
Nel secolo e mezzo dell’unità d’Italia
sono molti i romanzi che descrivono
la vita nelle aule, ma gli stereotipi
resistono a dispetto dei mutamenti
Marcella Bacigalupi
Piero Fossati
I
libri che hanno lasciato immagine duratura della scuola compaiono tardi
nella letteratura italiana, spia della sufficienza con cui le classi dirigenti consideravano un’istituzione venuta a sconvolgere un fatto tradizionalmente risolto nell’ambito delle mura domestiche, descritto
in autobiografie come I miei ricordi
(1867) di d’Azeglio o Ricordi di gioventù
(1904) di Visconti Venosta. Le «scolette»
dei rudimenti non erano cosa di cui valesse la pena scrivere, se non per mettere in
burla il maestro, considerato mestiere per
chi non sapeva far altro: «Solo persone
che per difetto di animo o di corpo erano
escluse dalle altre professioni ed uffizi sociali si fecero istruttori del popolo» (Descrizione di Genova e del Genovesato, 1846).
Le basi dello stereotipo del maestro eran
gettate: uomo trasandato pieno di manie.
Ne tentò il riscatto De Amicis e il suo «signor Perboni» può essere antipatico, non
caricatura. Sull’onda del successo di Cuore (1886) si moltiplicarono gli imitatori,
con risultati modestissimi e ripetitivi, né
migliore fortuna ebbe Mantegazza con Testa (1887), il più ambizioso tentativo di
«anticuore», nel vagheggiare un anacronistico ritorno all’istruzione familiare con lo
zio ingegnere a far da mentore. Cuore
apre e chiude un’epoca e condanna la
scuola allo stereotipo della maestrina dalla penna rossa, svolazzante e civettuola,
«tormentata continuamente dai più piccoli che le fanno carezze e le chiedon baci».
Prolifici silenzi
Collodi, da parte sua, sembra assai scettico: in Giannettino e nei bozzetti descrive
maestri uggiosi e scolari «birbe». Comprensibile che il burattino le fugga. Pinocchio (1881) si riscatterà col lavoro manuale, non quello corale del paese delle Api industriose ma quello isolato a cui si accompagna uno studio anch’esso solitario:
«Nelle veglie poi della sera, si esercitava a
leggere e a scrivere». Emancipazione che
suona sconfitta della scuola pubblica. E
se nel Giornalino di Gian Burrasca (1907)
la scuola semplicemente non esiste perché l’esperienza del collegio è puro espediente, e i direttori sono caricature grossolane, il Piccolo Alpino (1926) che dalle vette innevate commenta «Se i miei compagni di scuola, sempre pallidi e malaticci,
mi vedessero!» raccoglie l’atavico disprezzo (o paura) delle dittature per la cultura.
Quanto alla scuola fascista, non ebbe un
suo romanzo a meno di non considerar tale quel libro di Stato per la quinta classe,
l’ambizioso Il balilla Vittorio, che ebbe
successo solo a paragone della miseria letteraria degli altri.
Con il secondo dopoguerra, la scuola,
almeno quella raccontata, non c’è più: assorbiti gli sconquassi bellici, operata una
nuova integrazione culturale, si introflette
a riprodursi in silenzio. Silenzio in verità
prolifico, perché occupato dal lavorio degli esperimenti didattici e dai pedagogici
ripensamenti del lavoro del docente; ed è
proprio l’insegnante a prender la penna:
Paesi sbagliati, Pietralate, Barbiane. Stagione di splendida fioritura di progetti e
esperienze venata dal caustico pessimismo di quel maestro di Vigevano (1963)
che irrompe con rabbioso sarcasmo a denunciare i rischi del didattichese, contrappeso alle speranze blandite dalle facili ri-
me delle filastrocche di Rodari e un po’ ingenuamente rivelate da Cipollino (1959)
per il quale nel nuovo paese dei balocchi
«la scuola è il gioco più bello».
Poi gli insegnanti scoprono il gusto di
scriversi addosso e compaiono florilegi
abili nel tradurre in lazzi la fine dell’utopia; le parole d’ordine della contestazione
e dell’antipedagogia sono rovesciate o diventano caricatura e l’indignazione civile
dei bambini di Lucia Tumiati in Una scuola da bruciare (1973) si trasforma in godimento per le sgangherate composizioni
di scolari apprezzate per «l’allegria scanzonata e struggente nel suo candore sottoproletario» in Io speriamo che me la cavo
(1990) di Marcello D’Orta
Una interminabile adolescenza
Alla scuola di Pinocchio come a quella di
Giannino Stoppani sfuggiva il controllo
degli scolari e solo l’eccezionale abilità
nell’abbattere i mosconi in volo garantisce al maestro Mosca l’ammirato rispetto
dell’ammutolita scolaresca (Ricordi di
scuola, 1940). Poi un onnivoro pedagogismo si butta sul problema affinando da
un lato le tecniche di interpretazione e
manipolazione dei comportamenti scolari e moltiplicando dall’altro le figure di
controllo. Il vecchio «maestro» era colpito
a morte: la sua scuola può sopravvivere solo nel mondo di Harry Potter (1997) dove i
molti insegnanti si dividono vizi e virtù e
dove i saperi magici hanno utilità immediatamente evidente.
Comincia il romanzo dell’interminabile adolescenza. In effetti, alla scuola secondaria è mancato un compendio nazionalpopolare come Cuore, romanzo della scuola dove ricchi e poveri avrebbero
dovuto imparare a riconoscersi e a condividere lodevoli sentimenti. L’esperienza
del liceo, scuola secondaria per eccellenza, si riflette nelle pagine di chi l’ha vissuta e si sente élite colta, come momento di
«individuazione», di formazione delle scelte e di un proprio irripetibile destino. Perciò gli alunni della secondaria potevano
tutt’al più ritrovarsi ne L’età preziosa, che
De Marchi scrisse quattro anni dopo il libro di De Amicis per guidare i giovani a diventare padroni della propria riuscita.
L’esercizio della nostalgia
Il tenue filo conduttore è fornito da Arturo Pugliesi, alle soglie del liceo. Assente la
coralità della classe: qualche amico, qualche compagno ma per sottolineare il divergere delle strade in rapporto alla condizione economica delle famiglie: il figlio di
un commerciante in granaglie si dedica
agli studi tecnici, quello a cui muore il padre diventa impiegato, il rampollo di un
«ricco agricoltore», d’ingegno ma di «stoffa grossa», va a finir male tra «giornalacci», politica e miscredenza. Senza avere la
compattezza del Cuore, e appesantito da
un confessionalismo che lo rende meno
generalmente fruibile, anche L’età preziosa è stato a lungo un piccolo classico, capace di ritrasmettere stereotipi che sembrano sfidare il tempo – innanzi tutto la
valutazione dello scarto tra il passato e il
presente: nel ricordo, l’antico è sempre
migliore.
De Marchi non poteva, lui milanese,
rimpiangere troppo l’imperial regio liceo:
ma non manca l’accenno a «questi tempi
facilitoni», in cui si crede di aver imparato
l’arte senza il faticoso esercizio che una
volta si sapeva necessario. Anche quando,
ILLUSTRAZIONE
DI ARNALDO
FERRAGUTI
(1862-1925)
PER «CUORE»
DI EDMONDO
DE AMICIS.
IN BASSO,
SCUOLA
MULTIETNICA
come accade a Saba (Ricordi-Racconti,
1956), la scuola secondaria è stata matrigna al giovane alunno e con un giudizio
tagliente ha rischiato di comprometterne
il futuro, c’è in quella scuola qualcosa che
poi si è perso e su cui la memoria si sofferma con un’ombra di stupito rispetto:
«Dio mio, come tutte le cose venivano, in
quegli anni ed in quella scuola, prese sul
serio!».
E che dire dei professori e del loro sofferto confronto con gli alunni? De Marchi
vedeva il professore ridotto a «funzionario pagato a vendere la merce sua»: «l’uomo mal vestito che siede innanzi a voi, o
giovinetti», se non riesce a godere della stima degli alunni, fa «un mestieraccio»; mal
pagato, se è severo lo si critica perfino sui
giornali, se indulgente scatena negli studenti l’istinto dell’ «orda selvaggia», e gli
scherzi crudeli diventano incontrollabili.
Se però ottiene il rispetto affettuoso degli
alunni l’insegnamento «è una dignità che
nobilita». Scrivendo dei tempi della propria giovinezza, gli scrittori non sono teneri con gli insegnanti. Spesso raccontano
incompetenze, manie, vezzi penosi; ma
accanto agli incapaci e ai falliti quasi sempre c’è un maestro la cui severa e colta
umanità segna il carattere e il futuro dello
studente.
Chi ha frequentato la scuola dei colti è
raro che non cada nella tentazione di vedere aggravati dai segni della decadenza i
topoi intorno a cui gioca l’immagine della
scuola secondaria: la scuola è immancabilmente «più facile» per i nuovi arrivati,
sempre più numerosi e meno selezionati.
Oggi poi si può scaricare l’origine dell’accelerata decadenza su un Sessantotto di
comodo, utile a rimodellare lo stereotipo
del nuovo professore e del nuovo studente. Anche qui sociologismi approssimativi
hanno picchiato duro: se gli studenti di
Porci con le ali (1976) sfiorano la scuola,
assai più preoccupati dei loro rapporti sessuo-politici che del latino, il modello ha
fortuna: d’ora in avanti gli adolescenti saranno individui psicologicamente incerti,
alla spasmodica ricerca di gratificazioni
immediate in primis sentimentali (Notte
prima degli esami, 2006).
Ben più ampio è il quadro costruito pez-
PROSPETTIVE
In viaggio su e giù per l’Italia
tra gli studenti di oggi e di domani
Parlare di scuola senza cadere negli stereotipi e nelle banalità è, a
quanto pare, piuttosto difficile, per lo meno in Italia. Non così, per
esempio, in Francia, dove Daniel Pennac – appassionato insegnante
per quasi trent’anni ma anche, a suo tempo, allievo svogliatissimo e
riottoso – ha saputo descrivere (in «Diario di scuola», Feltrinelli 2010)
la vita in classe, il rapporto tra studenti e insegnanti, il ruolo dei genitori, evitando con cura ogni facile bozzettismo. Anche da noi, comunque, non mancano i tentativi di osservare la vita scolastica in modo meno stantio ma
forse, quanto e più dei romanzi, per rinfrescarsi le idee sulla realtà di una istituzione che direttamente o indirettamente riguarda milioni di persone, è utile sfogliare alcuni testi che cercano di fotografare l’evoluzione della scuola
negli ultimi anni. È questo il caso di «Una scuola da rifare» del maestro e scrittore Giuseppe Caliceti (Feltrinelli
2011, pp. 252, euro 15) che contiene tra l’altro il decalogo di una possibile «scuola che verrà» (e che dovrebbe
essere, innanzi tutto «laica, gratuita, libera, solidale», oltre che accogliente, proiettata verso il futuro e infine – ma
è la cosa più importante – «senza paura di sbagliare e senza fretta»). Ed è la «scuola che verrà», ma anche quella
che già abbiamo sotto gli occhi ma non sempre riusciamo a vedere, la scuola multiculturale descritta da Vinicio
Ongini in «Noi domani», appena uscito da Laterza (pp. 171, euro 15): un viaggio su e giù per l’Italia intessuto di
dialoghi con bambini, ragazzi e insegnanti, capace di farci capire – come scrive Tullio De Mauro nella prefazione –
«quanto la scuola ha fatto, sa fare e fa per l’intero paese».
zetto dopo pezzetto da Domenico Starnone che coglie con bonaria cattiveria i postumi dell’ubriacatura sessantottina e fotografa gli stereotipi della nuova scuola
(Ex cattedra, 1985). Non sono tanto i personaggi, spesso volutamente macchiette,
a innovare la galleria antica dei pupazzi,
quanto lo spostamento di attenzione dalla scuola come istituzione allo studente e
ai rapporti interpersonali. Ciò che una volta era appena accennato ora viene spiattellato e i professori vestono i panni del terapeuta, confessori spirituali di anime scostanti e refrattarie che tuttavia implorano
di essere comprese, rassicurate e, se possibile, convertite alla cultura (La collega Passamaglia, 2001, Fuori classe, 2011)
Scarto di generazioni
Accanto ai ragazzi di Starnone si collocano i velleitari studenti di Figlioli miei,
marxisti immaginari di Vittoria Ronchey
(1975), giudicati con sufficienza dalla scrittrice dall’alto della sua cultura, e gli studenti «bene» del liceo di Paola Mastrocola
che accettano con più o meno gentile condiscendenza l’importuna interruzione della loro vita tutta web e hi-tech, senza soggezione a dichiarare di non aver aperto
un libro (La scuola raccontata al mio cane, 2004; Togliamo il disturbo, 2011). Stereotipi irosi di chi vede nei suoi liceali i traditori di una scuola selezionatrice dei bravi – scuola dove, avendo il buon dio distribuito equamente la bravura, i Gianni potrebbero emanciparsi davvero: ma dimentica che i Gianni a quella scuola non arrivano mai.
Gli alunni delle scuole professionali di
Lodoli (Il rosso e il blu, 2009) sono chiusi
in una lontananza che talvolta appare
inaccessibile: amano la televisione, i telefonini, le scarpe firmate; come può raggiungerli la lezione su Leopardi? Al professore che li invita a rimediare l’insufficienza rispondono, in un italiano-romanesco
sbrigativo, di non poterlo fare, impediti
dal piercing alla lingua oppure perché
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
pagina 11
CULTURA
UN COPYRIGHT LUNGO SETTANT'ANNI
Ieri il Consiglio d’Europa ha deciso che tutti i paesi membri devono allungare, entro due anni, il
copyright a 70 anni. Una direttiva auspicata dalle industrie culturali con le riserve di Belgio, Olanda
e Svezia. Chi parla, invece, di decisione catastrofica sono alcuni dei gruppi di mediattivisti, come
l’Open Rights Groups che la considera un regalo all’industria dell’entertainment.
LA SCOMPARSA DELLO SCRITTORE EGIZIANO KHAIRY SHALABY
Khairy Shalaby, ritenuto uno dei più significati scrittori egiziani, è morto venerdì notte nella sua
casa del Cairo. Autore di una settantina tra romanzi e racconti, che gli hanno valso il Premio
Naguib Mahfouz nel 2003, Shalaby è stato docente di storia del teatro egiziano e ha diretto
per lungo tempo la collana «Biblioteca di studi popolari» per il ministero della Cultura.
SCAFFALE · «Diseguaglianze senza confini», un nuovo saggio dello studioso tedesco Ulrich Beck per Laterza
Le radici mutanti del neoliberismo
Benedetto Vecchi
N
el 2008 la Germania si credeva al riparo dall’onda di piena dei mutui subprime.
Tempo un anno e l’amara scoperta
che molte banche made in Deutschland erano coinvolte nella «crisi del
debito sovrano» rendeva evidente il
fatto che nessuno era al riparo di
quell’onda di piena che stava mettendo in discussione una forma specifica del capitalismo chiamata neoliberista.
Alle prime avvisaglie della crisi,
Ulrich Beck aveva scritto che nella
globalizzazione non c’era nessun
l’ombrello che potesse mettere al riparo dall’onda dei mutui subprime.
La sua posizione era stata però ritenuta prigioniera di un decennio
drammaticamente chiuso con la caduta delle Torri Gemelle. La globalizzazione, questa la tesi dei suoi critici, doveva dunque lasciare la scena
per far posto agli antichi stati nazionali e a un rinnovato sistema di relazioni internazionali incardinato su
di essi.
Ritenute un residuo del passato grazie all’azione
del welfare state e collocate alla periferia
del sistema-mondo, le diseguaglianze sociali
sono tornate al centro della scena con la crisi
del neoliberismo sotto il nome di «nuove povertà»
Oltre il nazionalismo
Beck aveva risposto alle critiche, nel
saggio Potere e contropotere nell’età
globale (Laterza), che la crisi del liberismo mostrava semmai l’irrilevanza teorica di chi ormai guardava alla
Terra come un mondo piatto, cioè
senza conflitti. Ma nulla attestava
l’inizio di una fase di «deglobalizzazione». La soluzione al disordine
mondiale, sosteneva il teorico della
«società del rischio», era inoltre a
portata di mano. Si trattava di rendere operativa una democrazia cosmopolita che facesse tesoro della ridu-
zione della sovranità nazionale, basata però sull’attivismo manifestato
dalla società civile globale e sugli organismi sovranazionali esistenti,
ma profondamente riformati.
È su questo crinale che si snoda il
testo di Beck dedicato alle diseguaglianze sociali tanto all’interno delle
realtà nazionali che a livello sovranazionale (Diseguaglianze senza confini, Laterza, pp.56, euro 9). Come è
sua consuetudine, lo studioso colloca il tema in una prospettiva storica
al fine di sottolineare l’esaurirsi del-
la spinta propulsiva del «nazionalismo metodologico», che, in Europa
e negli Stati Uniti, ha posto le diseguaglianze al di fuori dei confini in
base alla loro irrilevanza politica. Così, mentre lo stato sociale operava a
mitigarle sul piano interno, facendole diventare politicamente irrilevanti, le scienze sociali legittimavano
quelle operanti sul piano globale attraverso attraverso una categoria, la
povertà, che era però prerogativa
del Sud del mondo. Le diseguaglianze erano cioè un residuo irrilevante
sul piano nazionale, mentre la povertà era sempre collocata alla periferia del sistema-mondo.
L’ordine del discorso dominante
era cioè vincolato al precetto di «volgere gli occhi altrove istituzionalizzato». La globalizzazione, tuttavia,
aveva messo in rilievo l’ambiguità e
l’ipocrisia teorica di tale analisi, dato che l’Unione europea è stata costruita, ma questo Beck evita di ricordarlo, proprio su politiche di
esclusione e di «respingimento» dei
migranti che esercitano il loro diritto alla mobilità non solo come fuga
dalla povertà, ma come affermazione della loro indisponibilità a vivere
nel regno della necessità. Ma quello
che lo studioso tedesco invece sottolinea è che le diseguaglianze sono
tornate ad essere politicamente rilevanti tanto in Europa che negli Stati
Uniti.
Il divorzio tra politica e dominio
La novità di questi ultimi anni è che
hanno raggiunto un livello di guardia che mette in discussione la tenuta delle società capitalistiche e mostra come il neoliberismo non sempre sia compatibile con la democrazia. Beck punta l’indice sull’avvenuta separazione tra politica (governo
della cosa pubblica) e dominio (esercitato dalle élite globali), proponendo nuovamente un consolatorio
sguardo cosmopolita come antidoto al populismo nazionalista e ai
cantori del neoliberismo globale,
prospettive politiche l’una complementare all’altra.
Pur nella sua brevità il saggio di
Beck costringe a fare i conti su cosa
sia il neoliberismo, in che rapporto
sono le diseguaglianze con la pover-
SOCIETÀ · Per Liguori uno studio condotto da Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto
Dieci anni dopo il G8 di Genova
l’ombra lunga del trauma
Alberto Burgio
non vogliono «soffrire neppure un minuto». Si potrebbe ricordare che poche generazioni li dividono dai bambini dei suburbi, «apatici a segno che non si cacciavan
neppure le mosche dal naso e dagli occhi», ai quali La maestrina degli operai di
De Amicis tentava inutilmente di «penetrare il cuore». Ora frequentano le tecniche o le professionali. E non è peggio.
Tra piercing e Divina Commedia
Ai mutamenti radicali che la scuola ha subito nel corso di due secoli si contrappone la persistenza degli stereotipi dei suoi
personaggi che nelle pagine dei romanzi
si ripresentano a ogni inizio d’anno con i
loro tic, le loro manie, le loro frustrazioni.
Il vecchio professore trascurato nell’abito
e di raffinata cultura classica, quello che
muoveva a compassione i suoi studenti
ma li sapeva alzare sulle vette della poesia
è da tempo in pensione. Ha lasciato la cattedra a un collega insicuro che si muove
goffamente nell’alone di un ruolo sfocato:
indeciso se entrare in classe coi piercing
al viso o con la Divina Commedia in mano. Né è da tutti l’estro del Robin Williams dell’Attimo fuggente.
Il «nuovo» insegnante sa bene di avere
di fronte un pubblico che lo sopporta ma
non lo «sente» maestro, e soffre nel constatare che non è la scuola a preparare per i
suoi allievi un futuro ritornato nelle mani
del potere familiare. Vorrebbe, a volte, solidarizzare con i suoi studenti se non li ritenesse sostanzialmente disinteressati al
sapere scolastico. In fondo, forse, pesa su
di lui l’antico stereotipo: di essere divenuto istruttore del popolo «per difetto di animo o di corpo».
N
el decennale delle giornate di Genova, culminate nell’assassinio di Carlo
Giuliani e nella mattanza della scuola Diaz e della caserma Nino Bixio a Bolzaneto (tra le 250 e le 280 persone arrestate, oltre
600 feriti di cui tre in condizioni molto gravi
e uno in coma), vede la luce un libro Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico. Dopo il
G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali di Adriano
Zamperini e Marialuisa Menegatto (prefazione di Nando dalla Chiesa, Liguori Editore,
pp. 191, euro 19) che consegna nuovi materiali di studio e importanti strumenti di analisi. Il tema è l’ombra lunga del trauma, che si
proietta nel tempo trasformando, talvolta irreversibilmente, la vita – i pensieri, la sensibilità, l’identità – di chi lo ha vissuto. Ogni trauma è un frammento del passato che non passa, che tende a persistere, informando di sé
il presente e «conficcandosi» nel futuro. Genova, in particolare, ha prodotto un profondo trauma psicopolitico, non soltanto in chi
prese parte alle manifestazioni contro il G8 e
subì le cariche e le torture della polizia, ma
anche nella componente civile della società,
non indifferente al diritto e alle sorti della democrazia italiana.
Il lavoro, svolto sul campo da un’équipe di
psicologi sociali, getta luce sugli effetti durevoli di quella devastante esperienza. Dando
la parola ai testimoni degli eventi (ai manifestanti, non agli agenti, salvo rarissime eccezioni chiusi tuttora in un significativo silenzio), gli autori indagano le ferite aperte dalla
brutale violenza fisica e morale compiuta
dai poliziotti e dalla sconvolgente rottura delle regole poste a presidio dell’«ordine democratico». Ferite lontane dal rimarginarsi a dieci anni di distanza, a dimostrazione del fatto
che il tempo, di per sé, non è una medicina,
che il «pensiero della passività» non è una risorsa per il superamento del dolore, che la ri-
mozione e la tabuizzazione della violenza
non servono alla elaborazione individuale e
collettiva di un lutto.
Leggere questo libro, ascoltare quelle voci
dolenti, è rivivere un incubo. Torna insistente il pensiero che tutti attraversò in quei giorni. L’Italia come l’Argentina di Videla, come
il Cile di Pinochet. O come l’Italia di via Tasso, delle torture e delle deportazioni. E di
piazza Fontana, dello Stato stragista. «Guardando sotto continuiamo a vedere quelli
Quali conseguenze produce
nella vittima il «negazionismo
della sofferenza»? Quali effetti
produce nella collettività
la pretesa di «voltare pagina»?
che sembrano “squadroni della morte”» racconta un testimone. «La battaglia di Genova
è finita. Forse anche la democrazia nel nostro Paese» commenta un altro. Non si tratta
soltanto del ricordo della brutalità e del nonsenso. Emerge soprattutto lo stupore per un
inconcepibile rovesciamento delle parti.
La prima questione che le testimonianze
pongono è precisamente questa: che cosa rivela la mutazione genetica (sempre possibile) di apparati di potere pensati come strutture di protezione e rivelatisi alla prova dei fatti vettori di distruzione e di terrore? L’esperienza del terrorismo di Stato causa un radicale spaesamento e il crollo di aspettative
cruciali. Comporta la scoperta del cuore di
tenebra immanente alla relazione di potere.
O, se si preferisce, la percezione della pervasività della guerra sotto la superficie fragile e
illusoria della relazione civile. Come racconta un altro testimone, a Genova tutto un
mondo si capovolse, lasciando irrompere la
natura ferina (disumana e deumanizzante)
della sovranità.
Disincanto, quindi, ieri. Ma anche silen-
zio, fuga, reticenza e omertà oggi. Faticano
a ricordare e a parlare le vittime della violenza, difendendosi col diniego dal dolore del
ricordo. Rifiutano di parlare gli autori (a vario titolo) delle violenze, difendendo il proprio ruolo con l’omertà e il disimpegno morale. Qui si pone l’altra questione: quali conseguenze provoca nella vittima il «negazionismo della sofferenza» e, soprattutto, quali
effetti produce nella collettività la mancata
assunzione di responsabilità da parte dei
colpevoli, la pretesa di «voltare pagina» imponendo un impossibile o distruttivo black
out della memoria?
La memoria collettiva è un’attività in virtù della quale il passato si trasforma, opera
nel presente, costruisce un futuro condiviso: dà vita a una «comunità di memoria» figlia del mutamento sociale prodotto dal lavoro del ricordo. Quando una società si ritrae, risparmiando a se stessa questa fatica,
la violenza compiuta e subita resta come sospesa, cristallizzata in un presente senza
tempo. E perdura. Chi allora subì torture,
percosse, insulti e umiliazioni inaudite dai
«tutori dell’ordine» reca ancora oggi il peso
di un «ostracismo sociale».
Le testimonianze di chi visse le violenze
cilene di Genova fotografano questa impasse, che impedisce il superamento del trauma, rinnova il dolore, incide linee di frattura
nel corpo della società. Per questo Carlo
Giuliani non è, ancora oggi, «un morto di
tutti». Per questo ancora oggi migliaia di cittadini di questo paese tremano al cospetto
di divise e di anfibi. Per questo consigliamo
la lettura di questo libro a tutti, e soprattutto a quei rappresentanti del popolo sovrano
– deputati del centrodestra e dei partiti di
Mastella e Di Pietro – che nell’ottobre del
2007, Prodi governante, impedirono l’istituzione di una Commissione parlamentare
sui fatti di Genova. Scegliere l’omertà è possibile, pretendere che il silenzio riconcili è
un’illusione, un errore e una colpa.
tà. E, infine, la domanda sempre dirimente: che fare?.
Il neoliberismo, viene sostenuto,
è al suo stadio terminale. Affermazione che difficilmente può essere
contestata, se per neoliberismo si intende solo la dismissione dello stato
nel regolare l’attività economica.
Ma di fronte a tale semplicistica concezione, vanno ricordati i seminari
di Michel Foucault sulla biopolitica
e la Breve storia del neoliberismo di
David Harvey, laddove entrambi gli
studiosi, seppur da prospettive teoriche diverse, convergono nell’illustrare che il neoliberismo, più che un
modello economico è stato ed è
una vera e propria concezione della
natura umana dei rapporti sociali,
all’interno dei quali lo stato ha sempre avuto un ruolo determinante
nel legittimare la figura dell’individualismo proprietario. L’intervento
statale, infatti, si è moltiplicato, arrivando a legiferare su aspetti della vita sociale finora inimmaginabili,
puntando così a definire regole di
comportamenti dalla sessualità alla
famiglia, dal lavoro all’attività di
consumo al fine di legittimare la figura dell’individuo proprietario. Per
questi motivi, nel neoliberismo possono convivere la «versione» californiana, che vede la comunità e la famiglia come un ostacolo, e la sua
versione populista, «comunitaria»,
così in auge nel Tea Party statunitense, nella Lega Nord, nella destra di
Nicolas Sarkozy o che accompagna,
come un fratello gemello, il rigore di
molti tecnocrati europei, tra i quali
Giulio Tremonti.
Cosmopolitismo del capitale
L’elenco potrebbe continuare a lungo. Una riflessione a parte meriterebbero la Cina degli anni Novanta
del Novecento o il recente documento uscito dalle segrete stanze di
Pechino sull’armonia sociale su cui
Angela Pascucci e Michelangelo
Cocco hanno scritto su questo giornale (8 Settembre). Tutto questo per
dire che il neoliberismo più che una
unica release manifesta una capacità mutante di adattamento a dimensioni locali, nazionali, portando a
rinnovato protagonismo proprio
quegli stati-nazione che venivano
dati per spacciati (su questo tema
va segnalato il lungo articolo dell’economista francese Frédéric Lordon pubblicato nella prossima edizione italiana de «Le Monde Diplomatique» in uscita il 15 Settembre).
È dunque prematuro decretarne la
morte. Allo stesso tempo, è all’interno di questa cornice che può essere
letta la dialettica tra diseguaglianza
e povertà. La prima era sì presente
nei paesi capitalistici durante la breve stagione del welfare state, anche
se una delle mission dello stato nazionale era il loro contenimento. La
povertà, invece, evocava situazioni
di indigenza, di abbrutimento superabili appena il capitalismo avrebbe
svelato la sua natura «cosmopolita».
C’è però il fatto che questa differenza tra diseguaglianza e povertà, come attesta la figura del working poor, del lavoratore povero, mettendo
così in discussione l’idea che il lavoro potesse costituire la via maestra
da imboccare per sconfiggere le povertà vecchie e nuove. Sarebbe dunque il caso di parlare di povertà assoluta e di povertà relativa, le due facce di una medaglia che vede le diseguaglianze come fattori costitutivi
del capitalismo contemporaneo.
La terza domanda – che fare? non ha ancora risposte esaustive. È
nell’agire politiche che può prendere forma un altro ordine del discorso. In un libro poco citato -Il lavoro
nell’epoca della fine del lavoro, Einaudi – Beck ha proposto il reddito
di cittadinanza come misura per sottrarre i lavoratori a un destino di precarietà e di povertà. E’ questo un primo tassello per comporre il puzzle
di un «fare» che punti a un superamento tanto delle diseguaglianze
che della povertà.
pagina 12
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
VISIONI
Doc • «Hollywood Talkies» passato a Venezia ricostruisce la storia dimenticata
degli attori spagnoli che l’industria del cinema utilizzò per lavorare nelle «versioni multiple»
UN’IMMAGINE TRATTA DAL DOCUMENTARIO «HOLLYWOOD TALKIES» DI OSCAR PEREZ E MARIA DEL MAR DE RIBOT. SOTTO A DESTRA CLIFF ROBERTSON E JOAN CRAWFORD IN «AUTUMN LEAVES»
nate a immagini a colori della California
di oggi, prima del sogno (mare, natura,
edifici silenti) poi quelle del deserto che
accompagnano la malinconica fine dell’esperimento.
Gli autori dichiarano infatti di aver voluto evocare nello spettatore lo straniamento dell’esperienza di questi attori,
intrappolati in uno spazio sospeso, né a
Hollywood né in patria, fino a scomparire dalle pagine della storia.
Costretti forse a questa scelta estetico-produttiva dai costi e dalle difficoltà
di riproporre delle clip di qualche versione spagnola e dalla superficialità delle
fonti dirette, tra l’aneddoto e la millanteria delle interviste pubblicate all’epoca,
Perez e de Ribot raccontano la versione
Giuliana Muscio
VENEZIA
L
e ricerche per Hollywood Talkies,
il documentario passato in concorso durante le giornate della Mostra nella sezione Orizzonti, hanno impegnato Oscar Perez e Maria del Mar de
Ribot per cinque anni; difficile infatti ricostruire la storia dimenticata degli attori spagnoli che andarono a Hollywood
nei primi anni trenta, quando l’introduzione del sonoro, prima del doppiaggio
e dei sottotitoli, costrinse l’industria del
cinema americano a sperimentazioni
talvolta fantasiose, allo scopo di non perdere i sempre più proficui mercati esteri. Tra questi metodi produttivi sperimentali il più estroso è stato senz’altro
quello delle versione multiple, ovvero la
realizzazione dello stesso film, con la
stessa sceneggiatura, gli stessi set e gli
stessi costumi, con attori possibilmente
somiglianti al cast originale, ma di madrelingua straniera. Di giorno quindi si
girava la versione principale, quella
americana, e poi di sera il set veniva utilizzato per girare la stessa scena, imitando possibilmente anche le inquadrature, con i cast stranieri, magari a turno,
con spagnoli, tedeschi, francesi. Per le
scene in esterni o di massa, ad esempio,
si usava di solito il materiale «americano»: di qui la necessità di usare attori somiglianti a quelli della matrice. Quello
in lingua spagnola era il mercato più
grande e importante per Hollywood,
poiché includeva anche l’America Latina, quindi le versioni in questo idioma
sono le più numerose e quelle che si
continuarono a fare in un arco di tempo
più lungo.
Basandosi su una discreta bibliografia (rispetto a un argomento così poco
frequentato di solito, dalla storia del cinema), e sull’autobiografia di Bunuel,
sulle riviste dell’epoca, che raccoglievano con orgoglio interviste e memoriali
di questi personaggi a Hollywood, e su
alcune registrazioni successive di storia
orale e utilizzando le foto appaiate del
cast americano e di quello della versione spagnola, Hollywood Talkies racconta le vicende di Conchita Montenegro,
Jose Mojica, Lopez Rubio, Julio Pena,
Antonio Cumellas, e altri ancora, che attraversano per un breve periodo la storia di Hollywood, ma senza quasi lasciare traccia, né in America né in patria.
Il metodo produttivo
sperimentale più
estroso era quello
degli adattamenti
dello stesso film
L’esperienza non durò a lungo, non solo perché la tecnica era costosa e laboriosa, mentre nel frattempo era stato
perfezionato un efficiente sistema di
doppiaggio, ma anche perché il pubblico dell’America Latina non gradiva l’accento castigliano, mentre quello spagnolo non sopportava che i cast includessero attori parlanti messicano o argentino. Per risolvere la guerra degli accenti
gli studios arruolano il noto scrittore
Gregorio Martinez Sierra, il quale però
non sapeva l’inglese, quindi si limitò a
supervisionare la conformità dell’accento spagnolo.
Già verso il 1932/1933, la pratica delle
versioni straniere fu dismessa; solo quelle spagnole continuarono fino alla fine
Di copie italiane
ne esistono solo due,
anche perché
Mussolini impose
le leggi sul doppiaggio
Hollywood 1930
il doppio limbo latino
degli anni Trenta. Questi attori, che avevano assaporato le mollezze e l’imperturbabilità del clima californiano, rientrarono quasi tutti in Spagna, ma non divennero grandi star, nonostante potessero vantare questa esperienza, e soprattutto arrivarono nella Spagna sull’orlo
della guerra civile, ben lontana dai sogni del glamour hollywoodiano; alcuni
anzi morirono tragicamente, sia da un
lato che dall’altro. Chiude il film la vicenda di Cumellas, che, tornato in Spagna,
incontra un amico prete quando nella
chiesa arrivano degli uomini armati: l’attore si finge il prete e viene ucciso - la
sua ultima interpretazione, nota Perez.
Hollywood Talkies non propone questa vicenda dimenticata con il prevedibile taglio storico, ma sceglie un approccio «autoriale» (entrambi i co-registi
d’altro canto insegnano documentario
creativo all’università Pompeu Fabra di
Barcellona) ovvero con fotografie in
bianco e nero, sia dei film che della vita
di questa piccola comunità (le feste, le
gite, i bagni nell’oceano) e con una voce
fuori campo dal tono impersonale, alter-
TELEVISIONE
Spartacus ora non lotta più
Scompare a 39 anni Andy Whitfield
Fisico longileo e scolpito, sguardo profondo e fascinoso tanto
da conquistare la platea di milioni di spettatori/spettatrici nel
mondo catturati dalle tredici puntate di «Spartacus - Sangue
e sabbia», in cui ha recitato nel ruolo del del guerriero trace
preso dalle legioni romane e trasformato in gladiatore. Andy
Whitfield, il protagonista, 39 anni, si è spento ieri dopo una battaglia contro un linfoma non Hodgkin
che lo aveva colpito dieci mesi fa, costringendolo a sospendere la lavorazione della seconda serie
della fiction. Whitfield ha debuttato come attore in un episodio della serie «All saints», per poi diventare protagonista del film «Gabriel - la furia degli angeli». Dopo una serie di ruoli in serial a stelle e
strisce, come «The Strip» «Packed to the Rafters» e «Le sorelle McLeod», è Spartacus ha dargli la
popolarità planetaria - la serie è stata infatti distribuita in ottanta paesi, da noi è in esclusiva su
Sky. E proprio il gruppo televisivo di Murdoch sta trasmettendo in queste settimane il prequel «Gods
of the Arena», nato dall’esigenza di dare a Whitfield il tempo di curarsi. Ma l’impossibilità dell’attore
di tornare sul set ha costretto i produttori a mettere in cantiere la seconda serie «Spartacus - la vendetta», mettendo sotto contratto un nuovo attore, Liam McIntyre.
spagnola di una vicenda che ha riguardato un po’ tutti i paesi, incluso il nostro. Di versioni italiane ne esistono due
sole -Luigi la volpe (The Men of the North) e Il grande sentiero (The Big Trail)anche perché Mussolini impose molto
presto la legge sul doppiaggio, ma il silenzio su questa curiosa esperienza non
deriva dalla sua irrilevanza numerica, o,
come per altre cinematografie, dalla pesante ricaduta delle scelte di campo di
questi attori nella guerra civile spagnola
o nel caso francese, tra collaborazionisti
e Vichi. Una storia dimenticata perché
nel caso italiano gli interpreti di queste
versioni non erano attori del teatro o del
cinema italiano, invitati a Hollywood,
ma personaggi come Franco Corsaro o
Frank Puglia, ovvero esponenti di quel
teatro degli emigranti che tuttora la cultura accademica ignora, infastidita dal
loro accento spiccatamente regionale, risentita dalla puzza di aglio e sudore, associata all’emigrazione meridionale;
una parentela –una fratellanza difficile
come ha raccontato Davide Ferrario in
Piazza Garibaldi -di cui ci si vergogna, e
non si vuol parlare, anche perché rivela
il colpevole fallimento delle politiche
del regime.
Stardust/ MORTO A 88 ANNI L’ATTORE AMERICANO SIMBOLO DEL CINEMA COOL
Cliff Robertson, talento e ambiguità del divo
che incarnò la gioventù bella e perduta
Roberto Silvestri
S
enza diventare mai divo di prima
grandezza (come Rock Hudson, Steve
McQueen e Paul Newman), Cliff Robertson, morto il 10 settembre scorso a 88
anni appena compiuti, resta un simbolo
forte (con Jayne Mansfield, Tony Curtis,
John Gavin o Tony Randall), del cosiddetto
«cinema cool», cioè di quelle superproduzioni hollywoodiane di glaciale bellezza e
sontuosità, drammatiche o leggere, in Technicolor e cinemascope, che nel decennio fine 50-fine 60 si caratterizzarono per un manierismo di messa in scena, lussuria emozionale e virtuosismo di performance insuperati.
Con talento e ambiguità, secondo solo a
James Dean e Monty Clift nel recitare «a lato di tutto», Robertson ha incarnato la rabbia delicata di giovani bellissimi e disadattati, affascinanti e senza paura, ma solitari e
schizofrenici, devastati da un oscuro passato, dalle ombre di un male interiore, dalla
«follia» perversa tipica dell’ ufficiale presuntuoso e irresponsabile o del gangster che,
in Underworld Usa’(La vendetta del gangster, 1961) siede ormai nei consigli d’amministrazione senza aver perduto il gusto della belva feroce. Non era così estroverso come Jimmy eppure dominava come lui pudore dei sentimenti, fantasia, purezza morale senza rapporti con la morale corrente
ma più rigorosa, gusto dell’adolescente per
la competizione, ebbrezza, orgoglio di sentirsi fuori dalla società e nello stesso tempo
desiderio di integrarsi nel mondo così come è.
È stato diretto da registi originali e popolari come come Samuel Fuller, Robert Aldri-
ch (che lo rese celebre in un melò quasi horror Foglie d’autunno, 1956, ma se lo vide imporre dai produttori in Non è più tempo di
eroi, 1970), Raoul Walsh, Otto Preminger
(che non amava), Basil Dearden, Frank Perry, Sidney Pollack, John Carpenter, De Palma, Philip Kauffman, Sam Raimi… Robertson ha interpretato centinaia di film di successo, dalla metà degli anni 50 fino ad oggi:
Il nudo e il morto, da Mailer (1958), I caval-
loni (1959), accanto a Sandra Dee, che inaugurò il filone dei surf-movie, Il grande spettacolo (1961), La pelle che scotta (1962), Masquerade (1967), La banda di Jesse James
(1972), I tre giorni del Condor (1975), La battaglia di Midway (1976), Complesso di colpa (1976), Star 80 (1983), Fuga da Los Angeles (1996),… fino a Spiderman (2002). Ha
vinto l’Oscar nel 1968, con I due mondi di
Charly, ma come ripeteva spesso il cinema
va troppo in fretta: «Dodici mesi dopo aver
conquistato la statuetta, mi hanno chiesto:
ti ricordi quale attore ha vinto l’Oscar l’anno scorso?». Dopo una lunga gavetta teatrale era stato un gigante della scena, Joshua
Logan, a lanciarlo nel 1955 in Picnic e per
tutta la carriera Robertson alternerà senza
spocchia cinema e televisione (portò sul
piccolo schermo nel 1958 I giorni del vino e
delle rose quasi contemporaneamente alla
versione cinematografica di Jack Lemmon
e Blake Edwards), dirigendo anche tre film
(sul rodeo e su un pilota d'aeroplani di linea modello che poi si scopre alcolizzato
fradicio). Nel 1989 è stato membro della
giuria di Berlino. Appassionato di volo a vela e collezionista di aeroplani vintage (come il tedesco Messerschmitt ME-108), è tra
le celebrità di Hollywood (come Shirley
McLaine, Ed Asner o Olivia Newton John)
che avrebbero dichiarato – secondo i gossip - di aver visto volare oggetti volanti misteriosi.
Più terrestre una sua celebre causa degli
anni 70 contro la Columbia. Accusò il manager David Begelman di averlo truffato,
sottraendogli soldi e percentuali sugli incassi e firmando assegni col suo nome. Liberal
militante, fu al fianco del candidato democratico del New Hampshire Mo Udall nelle
primarie del ’76, ed era stato scelto personalmente dal presidente John F. Kennedy
per impersonarlo da giovane, nel film biografico e bellico PT 109, posto di combattimento (1963). In L’amaro sapore del potere
(1964) avrebbe scodellato la sua esperienza
politica dando il suo contributo al filone
«elezioni presidenziale», luci e ombre. Classe 1923, generazione segnata o meglio traumatizzata dalla guerra e dal maccartismo,
Clifford Parker Robertson III (il suo vero nome) ha lavorato nel 1962 anche in Love has
many faces, con Lana Turner, tratto da un
copione finalmente firmato da Marguerite
Roberts, «strega comunista» costretta alla
clandestinità e al lavoro nero dal 1952...
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
pagina 13
VISIONI
TONY BENNETT E AMY WINEHOUSE
Lo standard «Body and soul», in duetto con Tony Bennett, è stata anche l’ultima interpretazione
di Amy Winehouse. Il brano verrà trasmesso sulle radio di tutto il mondo il 14 settembre, data
in cui l’artista inglese avrebbe compiuto 28 anni, e contemporaneamente sarà in vendita
digitale su iTunes (i proventi andranno in beneficenza).
LA STRAGE DI VIAREGGIO A DOC CARTOON
Nell’ambito del DocCartoon (Pietrasanta, 24-30 settembre), verrà presentato in una speciale
sezione un fumetto in uscita a metà 2012 che racconterà la strage di Viareggio, non solo dal punto
di vista della cronaca ma anche soffermandosi su aspetti tecnici sottovalutati. L’autore di «29
giugno 2009 (strage di Viareggio)» è Gianfranco Maffei.
TIQUE TACA
Uno stadio magnifico
aiuta il fair play?
Roberto Duiz
C’
CALCIO · Stasera Barcellona-Milan e domani tocca a Napoli e Inter
Mattate da Champions
con le italiane a rischio
Nicola Sellitti
F
ermare Messi per l’assalto alla
vetta anche in Europa. Il Milan
inaugura stasera al Camp Nou
contro il Barcellona l’ultima Champions League con quattro posti disponibili per l’Italia dal mercato low cost
(la ricca Bundesliga ci sfila una poltrona dal 2012/2013), divenute subito tre
dopo il preliminare di metà agosto
con l’Arsenal che eliminava l’Udinese.
Per i rossoneri è il primo esame europeo con lo scudetto sul petto. E Allegri
lo affronta senza Ibrahimovic, infortunatosi all’adduttore destro poco prima
della partenza per la Catalogna. Un’assenza che manda all’aria la rivincita
dello svedese ma decisivo in Coppa e
poco amato - da Guardiola, tifosi e
compagni di squadra - nella sua unica
stagione blaugrana, pure condita da oltre venti gol. E mentre Galliani esorcizza l’incubo Barça elencando i tituli
mondiali vinti dal Diavolo nell’era Berlusconi, il tecnico livornese detta la linea. In campo con coraggio senza ripetere gli errori difensivi dei primi venti
minuti del pareggio casalingo nell’esordio in campionato contro la Lazio. Perché il Barcellona, privo dell’ex udinese
Sanchez per due mesi e che pure viene
da un insolito 2-2 esterno contro la Real Sociedad nel secondo turno di Liga,
distribuisce manite anche alle big d’Europa. Giocano Pato e Cassano (Robinho non è convocato per infortunio)
e rientrano anche i veterani Seedorf e
Zambrotta.
Duro l’impegno anche per il Napoli
mercoledì sera a Manchester contro il
City di Mancini e dello sceicco Al Mubarak, a punteggio pieno in Premier
la radio
Il premier turco Recep
Tayyip Erdogan ha iniziato il suo tour mediorientale, dall'Egitto alla Libia. In molti credono
che non lesinerà parole
di fuoco contro lo stato
ebraico, considerato un
ex amico e un ex alleato dopo l'incidente della Mavi Marmara, in cui
sono morti otto cittadini
turchi. Oggi a Radio3
Mondo, in onda dalle
11.30 alle 12, Roberto
Zichittella ne parlerà
con Marta Ottaviani,
giornalista e scrittrice,
collaboratrice de La
Stampa e di Avvenire
League dopo quattro turni. Gli azzurri
e i settemila tifosi al seguito ritrovano
la Champions dopo ventuno anni. Allora si sollevava ancora la Coppa dei
Campioni e la squadra allenata da Albertino Bigon era eliminata dal gelo
più che dalla forza del Cska Mosca. Fu
l’ultimo cameo europeo di Diego Armando Maradona. Mazzarri invece si
ritrova contro Aguero, il genero de El
Pibe, che assieme al bosniaco Dzeko,
innescati dallo spagnolo Silva, ha messo assieme dodici gol in quattro gare
in Premier League, lasciando le bricole
a Mario Balotelli, in campo solo per
una manciata di minuti. Tra i napoletani rientra dal primo minuto Hamsik,
decisivo nella vittoria di Cesena. Si ricompone con lo slovacco, Lavezzi e Cavani, il tridente da 43 gol che ha portato i partenopei al terzo posto nello
scorso campionato.
I due gol del ritrovato Milito non so-
no bastati all’Inter imbambolata di Palermo. In Sicilia difesa di burro, centrocampo a corto di fiato e confusione in
attacco, per Gasperini il match di domani a San Siro contro i turchi del Trabzonspor arriva al momento opportuno. Tre punti obbligatori anche per
non complicare un girone non impossibile (con Cska e Lille). E per non alimentare le critiche dei tifosi e del presidente Moratti, che non vede di buon
occhio il 3-4-3. Il clima è già incandescente se Zanetti, anima della squadra, non esclude un cambio di modulo se risultati e gioco tardassero ad arrivare. Contro i turchi quindi ancora retroguardia schierata a tre per i nerazzurri – rientra Ranocchia – che dovrebbero ritrovare Sneijder (ancora incerta
la collocazione tattica dell’olandese,
probabile esterno sinistro nel tridente)
mentre una nuova chance dovrebbe
essere concessa all’ex laziale Zarate.
Due notti di calcio internazionale sulle reti Rai con la
Champions League. Stasera, alle 23.15 su Rai3, Andrea
Fusco condurrà la rubrica «90esimo Minuto Champions»
per rivedere tutti i gol della prima giornata della fase a
gironi. Ampio spazio verrà dedicato alla sfida tra
Barcellona e Milan con collegamenti e interviste dallo
stadio Camp Nou. Domani alle 19, su Raisport 1, pre
partita con tutte le ultime sulle gare di Champions in
programma all'interno di Anteprima 90mo Champions.
Dalle 20.35 su Rai1, diretta di Manchester City-Napoli con
telecronaca di Gianni Cerqueti e commento tecnico di
Claudio Ranieri. Al termine della sfida di Manchester,
spazio alle interviste e alle immagini di tutti i gol della
serata su Rai1 alle 22.45 con «90mo Minuto Champions»
condotto da Andrea Fusco. Parte domani alle 23 su Rai
era nell’aria una gran
condo il proprio estro, almeno
voglia di calcio-show,
chi ne ha. Sintomatici, in quedopo la lunga astinensto senso, il pressing mastino
za estiva dilatata dal contenziosui portatori di palla avversari
so fra Associazione Calciatori e
combinato alle artistiche penLega che ha provocato il rinvio
nellate di Pirlo e Del Piero per
dell’inizio del campionato di sespianare il gol ai compagni più
rie A. Il primo turno, spalmato
abili a smarcarsi, che non sono
su tre giorni (da venerdì sera a
necessariamente attaccanti di
domenica notte), è stato dunruolo. Certo, un Parma intimidique accolto come una liberatoto e anche un poco arrendevole
ria abbuffata, anticipata dalha facilitato la buona perforl’inaugurazione dello Juventus
mance juventina e il 4 a 1 finale.
Stadium, enfatizzato come priConte stempera gli ardori ribamo passo verso un adeguamendendo che nel cantiere biancoto del calcio italiano a quello delnero i lavori sono ancora in corl’Europa più evoluta.
so. Ma tra gli attesi al varco deAl collaudo agobuttanti su pannistico, domenica
chine da quartieri
Nella
nuova
con Juventus-Paralti è l’unico a porifondazione
ma, il prato era viter trarre segnali
sibilmente provaconfortanti e tirabianconera
to dai maltrattare un sospiro di
Pirlo e Del Piero sollievo. Juve in
menti subiti nel
corso delle celetesta insieme alle
in
gran
forma
brazioni, ma il colaltre squadre vinpo d’occhio (ancenti: Fiorentina,
che televisivo) proiettava in conUdinese, Napoli e Palermo.
testi finora sconosciuti da noi.
Più complicato si prospetta il
Pubblico ordinatamente assieproseguo dei lavori in altri canpato fino a pochi metri dal camtieri, come quello interista per
po e senza ingombranti (e inGasperini e quello romanista
quietanti) barriere a dividerlo in
per Louis Enrique. Sconfitta a
blocchi distinti, l’un contro l’alPalermo l’Inter e battuta in casa
tro ringhianti. Panchine rialzate
dal Cagliari la Roma. Più che il
fino a lambire gli spalti. Come a
risultato in sé, ciò che in entramdire che sì, forse si può ambire
be sconcerta è l’ineffabilità del
davvero anche ad un passo in
gioco. Soprattutto i nerazzurri
avanti verso il fairplay. E spettasembrano in preda ad un maracolo in campo all’altezza della
sma tattico.
scenografia. Se sia stato solo un
A gettare nello sgomento Enricaso si vedrà, ma la Juve dell’enque, invece, più che i tifosi, conesima rifondazione all’esordio
munque plaudenti a fine partinel suo nuovo habitat ha conforta, ci pensa Federico Buffa, che
tato la tesi di chi sostiene che
nel ruolo di saputello a sua volun bel contesto stimola anche
ta esordiente nel teatrino di Sky
un bel gioco.
Calcio Show gli ha rifilato un’arComunque, anche se non eczigogolata domanda in perfetto
celso, volitivo e arrembante il
spagnolo lunga un’intera corrigioco dei bianconeri guidati da
da. Le sbirciatine sarcastiche
Antonio Conte, al suo esordio
che gli lanciava il compagno di
su una panchina così blasonata
studio Massimo Mauro, prontae già soprannominato La Belva
mente colte dalla regia, fanno
per come ruggisce ai suoi, pur
presagire gustosi siparietti nelle
lasciati liberi di esprimersi sepuntate a venire.
Storia «I bambini e noi» di Luigi Comencini: una serie in 6
puntate in onda sul canale di Rai Educational su Digitale
Terrestre e Tiv— Sat. Un lavoro extra-cinematografico del
1970, realizzato per la Rai, che fotografa la condizione di
vita dei bambini italiani, ma anche quella del Paese a
partire dalla fine degli anni Sessanta. La prima puntata
apre con uno spaccato su Napoli, dove i più piccoli sono
protagonisti e testimoni di una situazione che li vede
costretti a lavorare, invece di studiare ed andare a scuola,
venendo così privati del fondamentale diritto all'istruzione.
Fra le proposte cinematografiche del palinsesto in digitale
ma «in chiaro», Rai 5 propone alle 21.50 «Luther», di Eric
Till. Ricostruzione storica delle vicende legate alla figura di
Martin Luter. Il film, alla cui realizzazione ha contribuito la
stessa comunità luterana, è interpretato da Joseph
Rai1
Rai2
Rai3
Rete4
Canale5
15:15 LA VITA IN DIRETTA
Attualità Conduce Marco
Liorni, Mara Venier
16:50 TG PARLAMENTO - TG1 CHE TEMPO FA Notiziario
18:50 L’EREDITÀ Gioco Conduce
Carlo Conti
20:00 TG1 Notiziario
20:30 SOLITI IGNOTI Gioco
Conduce Fabrizio Frizzi.
17:00 LIFE UNEXPECTED
Telefilm Con Brittany
Robertson, Shiri Appleby
17:50 RAI TG SPORT Notiziario
sportivo
18:15 TG2 Notiziario
18:45 COLD CASE Telefilm Con
Kathryn Morris, John Finn
19:30 SENZA TRACCIA Telefilm
Con Anthony LaPaglia
20:25 ESTRAZIONI DEL LOTTO
Programma generico
20:30 TG2 - 20.30 Notiziario
16:00 COSE DELL’ALTRO GEO
Documentario
17:40 GEO & GEO Documentario
Conduce Sveva Sagramola
18:10 METEO 3 - TG3 Notiziario
19:30 TG REGIONE - METEO
Notiziario
20:00 BLOB Varietà
20:15 SABRINA VITA DA
STREGA Telefilm
20:35 UN POSTO AL SOLE Soap
opera Con Patrizio Rispo
16:45 NESSUNA PIETÀ PER
ULZANA FILM Con Burt
Lancaster, Bruce Davison,
Jorge Luke, Richard Jaeckel,
18:55 TG4 - METEO Notiziario
19:35 TEMPESTA D’AMORE
Soap opera
20:30 WALKER TEXAS RANGER
Telefilm Con Chuck Norris
16:30 POMERIGGIO CINQUE
Attualità Conduce Barbara
D’Urso
18:50 AVANTI UN ALTRO Gioco
Conduce Paolo Bonolis con
Luca Laurenti
20:00 TG5 - METEO 5 Notiziario
20:40 PAPERISSIMA SPRINT
Varietà
21:20 RIASSUNTO: IL
COMMISSARIO ZAGARIA
Programma generico
21:10
LO
SMEMORATO DI
COLLEGNO Fiction Con
Gabriella Pession, Johannes
Brandrup, Lucrezia Lante
della Rovere
23:30 UNA GIORNATA
PARTICOLARE A SPASSO
CON LE MISS Rubrica
23:50 PASSAGGIO A NORD
OVEST Documentario
Conduce Alberto Angela
00:45 TG1 NOTTE - CHE TEMPO
FA Notiziario
01:20 APPUNTAMENTO AL
CINEMA Rubrica
21:05
GLI
INCREDIBILI - UNA
NORMALE FAMIGLIA DI
SUPEREROI FILM Cartoni
animati
23:05 TG2 Notiziario
23:20 FREQUENCY - IL FUTURO
È IN ASCOLTO FILM Con
Dennis Quaid, James
Caviezel, Shawn Doyle,
Elizabeth Mitchell, Andre
Braugher.
01:10 TG PARLAMENTO Attualità
21:05
BALLARÒ
Attualità Conduce Giovanni
Floris
23:10 90° MINUTO
CHAMPIONS Rubrica
sportiva Conduce Andrea
Fusco
23:55 TG REGIONE Notiziario
00:00 TG3 LINEA NOTTE ESTATE
Attualità
00:10 METEO 3 Previsioni del
tempo
00:40 RAI EDUCATIONAL ATTO
UNICO Rubrica
21:10
THE MENTALIST
Telefilm Con Simon Baker,
Robin Tunney, Tim Kang,
Owain Yeoman, Amanda
Righetti, Elizabeth Dennehy
23:15 LAW & ORDER - UNITÀ
SPECIALE Telefilm Con
Christopher Meloni, Mariska
Hargitay, Richard Belzer,
Dann Florek
00:15 CINEMA FESTIVAL
Rubrica
00:20 EVITA FILM Con Madonna,
Antonio Banderas, Jonathan
Pryce, Jimmy Nail, Victoria
Sus, Julian Littmna, Olga
Merediz, Laura Pallas
21:25
IL
COMMISSARIO ZAGARIA
Miniserie Con Lino Banfi,
Rosanna Banfi, Marco
Cocci, Ana Caterina Morariu,
Antonio Stornaiolo, Sandro
Ghiani, Isabelle Adriani
23:45 NONSOLOMODA - 25 E
OLTRE Attualità Conduce
Valeria Bilello
00:30 TG5 NOTTE - METEO 5
NOTTE Notiziario
01:00 PAPERISSIMA SPRINT
Varietà
Fiennes, Bruno Ganz, Alfred Molina, Claire Cox, ed è
l'ultima pellicola in cui compare Peter Ustinov, nel ruolo di
Federico III di Sassonia detto «Il Saggio». Raimovie
propone in «notturna» (0.45) «La sposa turca», orso d’oro
a Berlino nel 2004. Sivel, giovane ragazza di origini turche,
per sfuggire alle regole della famiglia, finge un suicidio ma
la messa in scena non riesce. Si trova così costretta a
inventarsi un matrimonio di convenienza con Cahit, un
quarantenne molto depresso, che in un primo momento
rifiuta ma poi si ritrova a vivere con lei.. A seguire - 2.45 sempre su Raimovie un classico di Ken Loach del 1994
«Ladybird ladybird». Basato su una storia vera, racconta la
vicenda di Maggie, una vita difficile alle spalle, nel corso
della quale ha concepito e messo al mondo tre figli da tre
padri diversi. Con Crissy Rock e Vladimir Vega.
Italia1
17:55 LE AVVENTURE DI LUPIN
III Cartoni animati
18:30 STUDIO APERTO - METEO
Notiziario
19:00 STUDIO SPORT Notiziario
sportivo
19:25 C.S.I. MIAMI Telefilm Con
David Caruso, Emily Procter,
Adam Rodriguez
21:10
YES MAN FILM
Con Jim Carrey, Zooey
Deschanel, Bradley Cooper,
John Michael Higgins, Rhys
Darby, Danny Masterson,
Fionnula Flanagan, Terence
Stamp, Sasha Alexander
23:15 I LOVE YOU, MAN FILM
Con Paul Rudd, Rashida
Jones, Sarah Burns, Jason
Segel, Greg Levine, Jaime
Pressly, Jon Favreau, Jane
Curtin, J.K. Simmons
01:20 POKER1MANIA Rubrica
sportiva
02:10 STUDIO APERTO - LA
GIORNATA Notiziario
Rainews
La7
16:35 AUSTIN STEVENS,
FOTOGRAFO PER NATURA
Documentario
17:30 L’ISPETTORE BARNABY
Telefilm Con John Nettles,
Jane Wymark, Daniel Casey,
Laura Howard
19:30 G’ DAY Varietà Conduce
Geppai Cucciari
20:00 TG LA7 Notiziario
20:30 OTTO E MEZZO Attualità
Conduce Lilli Gruber
21:10
S.O.S. TATA
Real Tv
00:10 TG LA7 Notiziario
00:20 CROSSING JORDAN
Telefilm Con Jill Hennessy,
Miguel Ferrer, Steve
Valentine, Ravi Kapoor,
Kathryn Hahn
01:30 NYPD BLUE Telefilm Con
Dennis Franz, Gordon
Clapp, Bill Brochtrup, James
McDaniel, Kim Delaney
02:40 SUPERCLASICO 2011
Evento sportivo
19:03 IL PUNTO SETTIMANALE
Attualità
19:27 AGRIMETEO Notiziario
19:30 TG3 Notiziario
20:00 IPPOCRATE Rubrica
20:30 TEMPI SUPPLEMENTARI
Rubrica
20:57 METEO Previsioni del
tempo
21:00
NEWS LUNGHE
DA 24 Notiziario
21:27 METEO Previsioni del
tempo
21:30 MERIDIANA - SCIENZA 1
Rubrica
21:57 METEO Previsioni del
tempo
22:00 INCHIESTA 3 Attualità
22:30 NEWS LUNGHE DA 24
Notiziario
22:57 METEO Previsioni del
tempo
23:00 CONSUMI E CONSUMI
Rubrica
23:27 METEO Previsioni del
tempo
OPERA
Fidelio alla Scala
carbura lento
ma poi esplode
Fabio Vittorini
MILANO
S
ul programma dello scambio fra la Wiener Staatsoper
e il Teatro alla Scala di Milano durante la stagione 2010-2011
ha gravato per mesi un alone di incertezza. Inizialmente è stata decisa la rappresentazione in forma
scenica di Arabella di Strauss, sotto la direzione di Franz Welser-Mö
st. Poi un cambio di programma:
niente Arabella, ma Fidelio di Beethoven, stessa orchestra stesso direttore, con esecuzione in forma
di concerto, minacciata dall’annunciato sciopero degli addetti all’accoglienza del pubblico, poi
rientrato. E infine, venerdì 9 settembre, la Scala è stata deliziata
dalle copiose note di Fidelio, che,
sostengono alcuni, non può essere allestito che in forma di concerto, mentre l’impavido Giorgio Pestelli ha riempito due terzi del programma di sala per convincerci
del contrario. In verità Fidelio è un
Singspiel, cioè un’opera in cui dialoghi recitati si alternano a pezzi
musicali chiusi. La partitura è
strutturata come una successione
di tableau, cioè di quadri viventi
in cui si cristallizzano i momenti
culminanti dell’azione, accompagnati da minuziose didascalie che
prescrivono ogni minimo gesto
dei personaggi. Questi quadri, che
ricordano le tele edificanti di
Jean-Baptiste Greuze (contemporaneo di Beethoven), fissano nel
tempo una situazione esemplare
a beneficio morale dello spettatore, mentre la musica gareggia con
la fissità delle arti plastiche. E allora l’esecuzione scaligera è stata a
suo modo ideale: i cantanti immobili davanti ai loro leggii, con appena qualche accenno di sguardo o
gesto a scimmiottare la situazione
drammatica del momento; i dialoghi parlati sono stati quasi totalmente soppressi, salvo pochissime battute, indispensabili alla
comprensione dello sviluppo dell’azione.
Lunghi applausi hanno accolto
l’ingresso dell’Orchestra e di Welser-Möst, ma l’Ouverture non ha
scatenato gli entusiasmi previsti e
il direttore, dopo un paio di secondi di attesa, ha attaccato il numero
di Marzelline (Anita Hartig, dotata
di una voce fresca e penetrante) e
Jaquino (Norbert Ernst, dalla voce
stimbrata e poco udibile), accolto
da deboli battimani. Nessuna reazione del pubblico al famoso quartetto, né all’aria di Rocco (HansPeter König, più adatto ai rocciosi
personaggi wagneriani che non a
un tipo di mediocre statura come
Rocco), né all’aria di Pizarro (Albert Dohmen, che pure del ruolo
è specialista), mentre si è animato
dopo l’Abscheulicher di Leonore
(Nina Stemme, che ha palesato
qualche incertezza). L’aria di Florestan (un Peter Seiffert che spinge fin dalla prima nota, è spesso
calante e dispensa un vibrato a
tratti davvero brutto) ha galvanizzato la platea. E infine, nella più
classica tradizione viennese, inaugurata a suo tempo da Mahler, è
arrivata l’ouverture Leonore n. 3 e
il teatro è venuto giù. Insomma, serata dalla carburazione lenta, ma
conclusasi con un gran trionfo per
tutti e ripetute chiamate per direttore, solisti e maestro del coro.
pagina 14
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
❚
terraterra
Via Campesina
Un appello per Durban
I
l movimento internazionale La Via Campesina e la sua propaggine sudafricana, il Movimento popolare dei senzaterra (Landless
Peoples Movement), stanno affilando i denti in
vista della prossima «Conferenza delle parti»
della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, che si terrà a Durban in Sudafrica fra il 28
novembre e il 9 dicembre prossimi. Si tratta del
vertice che segue quelli di Copenaghen e di
Cancun, «dove i negoziati sul clima sono diventati un gigantesco mercato», dice un appello diffuso da Via Campesina in questi giorni. «I nostri governi hanno condannato l’Africa e l’Asia
del Sud a un virtuale incenerimento, le cui prime vittime sono i contadini». Ecco un ampio
stralcio del documento.
«Il sistema alimentare mondiale produce
quasi il 50% di tutte le emissioni di gas di serra,
a causa dell’uso eccesivo di combustibili fossili
e di sostanze agrochimiche derivate dal petrolio, del trasporto su lunga distanza di alimenti e
materie prime, delle monocolture e della distruzione delle foreste spesso per far posto a piantagioni industriali, il cosiddetto deserto verde. E’
possibile ridurre drasticamente queste emissioni trasformando il sistema agroalimentare nel
senso della sovranità alimentare: produzioni
agroecologiche locali per il consumo locale.
Invece, ai paesi sviluppati e alle grandi imprese è permessa ogni sorta di escamotage per evitare di ridurre le emissioni.
A Durban La Via Campesina denuncerà come false soluzioni al problema climatico tutti i
tentativi di inserire l’agricoltura contadina nei
meccanismi di commercio del carbonio, ampliando questo commercio e i meccanismi per
ridurre le emissioni derivanti da deforestazione
e degrado (cosiddetti Redd) fino a comprendere il carbonio contenuto nei nostri suoli. La
Banca mondiale già spaccia questa ipotesi per
“appoggio ai piccoli produttori agroecologici e
all’agricoltura rispettosa del clima", ma in realtà: il mercato volontario del carbonio del suolo
significherebbe dare altro spazio alla speculazione finanziaria e, mentre i contadini riceverebbero le briciole, il grosso dei reali benefici
andrebbe agli speculatori.
Se noi, in qualità di contadini, firmiamo accordi relativi alla “valorizzazione” del carbonio
dei suoli, perderemo autonomia e controllo sui
nostri sistemi agricoli. Infatti qualunque burocrate dell’altra parte del mondo, senza sapere
nulla del nostro suolo, del regime delle piogge,
dei sistemi alimentari locali, dei paesaggi, dell’economia familiare, potrà decidere quali pratiche agricole dobbiamo seguire.
L’agroecologia reca molti benefici all’ambiente e alla vita dei coltivatori. Se riduciamo il
suo valore a quello del carbonio incorporato
nel suolo, non solo la svalutiamo ma apriremo
la strada a meccanismi che possono creare incentivi malsani tali da alterare le pratiche dell’agroecologia (e aprire la strada anche a tecnologie come la modificazione genetica degli organismi), semplicemente per potenziare al
massimo il carbonio. (...) Ci troveremmo di
fronte a nuove ondate di usurpazione della terra per ottenere crediti di carbonio.
La Via Campesina si impegna invece a rafforzare il movimento dell’agroecologia per renderla ancora più adatta a resistere ai cambiamenti
climatici. A mantenere il carbonio nel suolo e
negli alberi in tutte le aree che sono sotto il nostro controllo, promuovendo la silvicoltura, la
riforestazione, la conservazione dell’energia e
la lotta contro l’esproprio dei terreni per dedicarli alle attività minerarie e alle piantagioni industriali. (...)
Continuare l’impegno per la riforma agraria,
insistere per l’adozione dei Principi di Cochabamba adottati nel 2010 in Bolivia nel corso dell’incontro dei popoli per il clima e Madre Terra.
Lottare per la fine delle sovvenzioni pubbliche,
dirette od occulte, all’agricoltura industriale,(...) per chiedere credito e programmi di formazione in agroecologia, incentivi per i mercati contadini e acquisti pubblici dai contadini».
il manifesto
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EMILIA
Venerdì 16 novembre
PULIAMO IL MONDO Molte le iniziative in
regione: quasi 100 le adesioni tra amministrazioni comunali e Parchi. Piazze e giardini,
strade e canali, centri storici e quartieri di
periferia: dal 16 al 24 settembre nessun rifiuto sfuggirà ai volontari della diciannovesima
edizione di Puliamo il Mondo. Due week end
dedicati al volontariato ambientale per ripulire
e recuperare aree degradate e rendere più
belle e vivibili le nostre città: torna Puliamo il
mondo, la versione italiana dell’internazionale
Clean-up the world, realizzata in Italia da
Legambiente. Puliamo il Mondo è infatti,
un’azione simbolica, ma anche estremamente
concreta, che mira a recuperare numerosi
luoghi al degrado e, allo stesso tempo, a
promuovere il corretto smaltimento dei rifiuti e
l'attenzione al territorio. In prima fila anche le
scuole, la cui adesione alla campagna è in
costante aumento.
■ Luoghi vari, info: Legambiente Emilia Romagna: tel e fax: 051 241324 www.legambiente.emiliaromagna.it
LAZIO
Martedì 13 settembre, ore 17
L’ABITO DEL VOLTO In sala Deluxe proiezione dei «L’abito e il volto. Ritratto di Piero
Tosi» Italia, 2008, e a seguire presentazione
del libro «L’immagine sensibile». Il problema
delle fonti nel cinema risorgimentale di Visconti -Tosi, a cura di Francesca Pipi, Rosanna Ruscio, Vittorio Ugo Vicari (Aracne Editrice, Roma). Con interventi di Licia Michelangeli, Francesca Pipi, Vittorio Ugo Vicari (Accademia di Belle Arti di Palermo), Rosanna
Ruscio (Accademia di Belle Arti di Brera,
Milano), modera Enrico Magrelli (Conservatore Cineteca Nazionale). Sarà presente, Piero
Tosi.
■ Largo Marcello Mastroianni, Roma
Venerdì 16 settembre, ore 21
CULTURA QUEER Happening di cultura
Queer e femminista (16-18 settembre). <Al
centro - spiegano gli organizzatori - l'esplorazione degli immaginari legati ai corpi e alla
sessualità>. Musica, laboratori, performance
e momenti di confronti, spettacoli e mostre
a cui parteciperanno attiviste e artiste italiane e straniere. Info e programma dettagliato:
http://ladyfest-roma.noblogs.org info: [email protected]
■ Csa La Torre via Bertero, 13 Roma
LOMBARDIA
Martedì 13 settembre, ore 18
TSUNAMI NUCLEARE Presentazione del
libro «Tsunami nucleare» scritto dal giornalista/scrittore i Pio d'Emilia. Introducono l’ex
ministro e vicepresidente Csm Virginio Rognoni e Bruno Contigiani.
■ Libreria Feltrinelli, via XX settembre,
21, Pavia
Martedì 13 settembre, ore 18
PASOLINI Giorgio Galli presenta il suo libro
«Pasolini, comunista dissidente - attualità
diun pensiero politico (Kaos Edizioni). Organizza il Circolo Culturale Giordano Bruno.
■ Sala di Via De Amicis 17 Milano
SARDEGNA
Giovedì 15 settembre
ALIENI SUL PALCO Alieni che atterrano
nel centro storico e angeli che riposano in
piazze dimenticate. Fra teatro urbano e danza verticale ritorna Girovagando, il Festival
Internazionale di Arti in Strada. A Sassari la
quattordicesima edizione della manifestazione dal 15 al 18 settembre. Basteranno pochi passi per imbattersi in uno strano gruppo
di alieni..
■ Info: Associazione Girovagando http://www.festivalgirovagando.it email: [email protected] tel: 079 4815550
Inviate a: [email protected]
–
«Gli Stati uniti si sono defilati, non
bombardano più, hanno addirittura
ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito
della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria
volontà (non a caso è Premio Nobel
per la pace), ma se ne fosse subito
tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron.
Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che
hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder,
rappresentante Usa presso la Nato.
Esplicita quindi ciò che già avrebbe
dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27
marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato
comandata dagli Stati uniti. Sono loro,
le lettere
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I valori negati dello sport
Il Giro d’Italia nasce nel 1909. Il vincitore della classifica generale indossa la maglia rosa, lo stesso colore
del quotidiano che organizza la corsa, La Gazzetta dello Sport. Il Giro
della Padania nasce nel 2011. Il
vincitore del giro indossa la maglia
verde. Qualcosa è mutato in questi
anni o è solo una strana evoluzione
della storia sportiva italiana? L’imbarazzo che ha suscitato questa manifestazione è dovuto fondamentalmente alla dimensione politica che la
stessa ha rappresentato: il giro è
partito da Paesana, proprio il comune nel quale la Lega di Bossi celebra ogni anno la “liturgia” del Po;
l’assegnazione della maglia verde,
colore rappresentativo della sua parte politica; in ultimo, l’inaugurazione
del giro ad opera del “trota” figlio
d’arte del ministro leghista. Solo questi pochi segnali possono bastare a
raccontare di un giro ciclistico che,
con lo sport, non ha nulla a che fare. Da Assessora allo Sport regionale
sono abituata a guardare allo sport
come lo strumento che crea condivisione, unità e solidarietà. Lo sport
non può non rappresentare la forma
essenziale della comunità che emancipa dalle difficoltà e dai bisogna,
che rilancia il tema del benessere e
della crescita al vivere civile. Questa
manifestazione rappresenta al contrario la forma più becera di propaganda che utilizza lo sport come mero
strumento politico in un momento
nel quale il Presidente della Repubblica richiama quotidianamente ai
temi dell’unità e della condivisione.
“Un giro che si richiama alla separazione in nome di una superiorità economica e sociale del Nord nei confronti del resto del Paese”, così come affermato da più parti. Un giro
che evoca anche il simbolo del “sole
delle Alpi” in sostituzione del tricolo-
❚
re nazionale. Una corsa ciclistica
che, già nel suo appellativo, richiama ad una entità inesistente “la padania” e che non può non rappresentare uno slogan che evoca l’assurdità e l’eversione dei temi tipici della
Lega: la secessione, la divisione, la
xenofobia e il razzismo. Quanto c’è
di sport in tutto questa propaganda
politica che invece offende il buon
senso dell’Italia intera? Di questa
manifestazione non se ne sentiva
certo la mancanza. Continuiamo a
pensare che lo sport richiami invece
ai valori della solidarietà, della condivisione, ed integrazione della comunità e quindi della libertà e della democrazia e di questo sì che abbiamo
bisogno.
Maria Campese Assessora
Regionale allo Sport Puglia
La "furbata" della Lega
La "lega" ormai sopraffatta dalla perfidia del capo del governo che tutto
sfascia e incapace di rendersi credibile al suo elettorato, cerca attraverso uno degli sport più popolari, un
suo improbabile rilancio propagandando un territorio che non esiste: la
"padania". È chiaro che questa è
una manifestazione sportiva privata
e non pubblica. Ma una manifestazione sportiva privata che occupa
abusivamente centinaia di chilometri
di strade pubbliche potrebbe essere
–
fermata da qualsiasi cittadino che
ne veda ostacolato il suo lavoro,
dovrebbe essere fermata dai sindaci
dei comuni che ne vedano un pericolo per l'incolumità dei passanti e
ostacolo al libero transito. Va bene
che Coni e Fci ne hanno dato l'avvallo ma non basta a leggittimarla perché sarebbe come dichiarare che la
"padania" esiste in contrasto con
quella parte della Costituzione che
definisce (ancora) precisamente quali sono le entità territoriali (regioniprovincie). È dunque politicamente
anticostituzionale e tecnicamente
una furbata della "lega". Fa scalpore
che nell'ambiente ciclistico sia strombazzata come "gara" di preparazione
ai mondiali. Fa scalpore che un commissario tecnico di una nazionale
italiana ne dichiari l'importanza ai
fini della selezione degli atleti che
saranno convocati per i mondiali. I
ciclisti dovrebbero disertarla? Dubito;
troppo interessati al guadagno e alla
notorietà, parenti stretti del faticatore comune, si mettono al servizio
dell'occasionale offerente, senza badare se è ladro o galantuomo. Ma il
ciclismo non ha bisogno di spinte di
nessun "persuasore" occulto, né di
padroni politici per rilanciarsi se
vuol continuare a essere trasversalmente popolare. Oggi più che mai
che non c'è nazione al mondo che
non ne utilizzi le sue potenzialità turi-
VUOTI DI MEMORIA
–
America
Alberto Piccinini
E in tutto questo, spero vi laviate molto le mani e ve ne stiate a casa se non
state bene in modo da evitare il più possibile il contagio dell’influenza quest’inverno. Qualunque cosa facciate voglio che vi ci dedichiate. So che a volte la tv
vi dà l’impressione di poter diventare ricchi e famosi senza dover davvero lavorare, diventando una star del basket o un rapper, o protagonista di un reality. Ma
è poco probabile, la verità è che il successo è duro da conquistare. Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non
tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente
successo al primo tentativo. È giusto così. Alcune tra le persone di maggior
successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry
Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente
pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori
(...). Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. (...) Con la
scuola è lo stesso. (...) La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha
lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci
ha provato di nuovo e con più impegno (...) (Messaggio del presidente Obama
per il primo giorno di scuola; 2009)
L’ARTE DELLA GUERRA
Sia chiaro chi ha il comando
Manlio Dinucci
precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di
sicurezza il mandato e far decidere la
Nato a eseguirlo. Un vero e proprio
record: perché la Nato si decidesse a
intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci
vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena
dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti
che hanno diretto la pianificazione ed
esecuzione della guerra. Sono loro che
all’inizio hanno neutralizzato la difesa
aerea libica e continuato a sopprimere
le difese per tutto il corso del conflitto,
impiegando Predator armati. Sono loro
che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da
colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di
questi elementi, sottolinea Daalder, è
stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire
alcuna perdita. Dall’operazione aerea
in Kosovo, dice, abbiamo imparato
quanto sia importante avere munizioni
a guida di precisione per provocare il
massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a
fornirle in gran parte agli alleati, i quali
dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave
Lapan e il segretario alla difesa Robert
Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre
8mila attacchi aerei, in cui si stima
siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere
stiche ed economiche, oggi che ha
varcato i confini dell'Europa, ci tocca
assistere ad una "corsetta" che lo
fa particolarmente antipatico. Il ciclismo deve farsi forte per la sua genuinità, non essere inscatolato dal "furbone" di turno. Il suo messaggio non
è "padano" ma universale e lo ha
accompagnato fin dalla sua nascita
l'essere autenticamente genuino nel
suo rituale di sudore, di puzza, di
fatica sporca, di sofferenza lurida,
senza padroni.
Antonio Marchi
I privilegi del Vaticano
Sono uno dei 141 mila cittadini che,
tramite la rete, si sta mobilitando
per far emergere e discutere il tema
dei privilegi fiscali della Chiesa. Proprio nei giorni in cui si dibatte una
manovra che tutto taglia e nulla risparmia, reputo ingiustificabile il silenzio (quasi) totale della politica su
questo argomento. Prendiamo, ad
esempio, l’imposta Ici. Grazie ad
una legge di ambigua interpretazione (o facile aggiramento), che riconosce l’esenzione per attività non
«esclusivamente commerciali», strutture turistiche come case per ferie,
alberghi, negozi risultano esentati
dall’imposta per il solo fatto di esser
gestite da enti ecclesiastici. Non è
forse concorrenza sleale? Il mio non
vuole essere un attacco alla Chiesa,
tutt’altro. È la semplice affermazione che privilegi (ingiustificati!) esistono. E che, da cittadini credenti o
non credenti, riteniamo debbano
finire. Per non parlare poi del meccanismo (truffaldino) dell’8xmille, secondo il quale le scelte inespresse
non vengono esautorate dalla ripartizione. Quelle quote, infatti, vengono
comunque ripartite a favore delle
confessioni religiose, seguendo proporzionalmente le scelte espresse.
Con buona pace di quel 60% di contribuenti che non hanno indicato una
scelta e che si vedono - a loro dispetto ripartiti i propri 600 milioni di
euro. Non ci vuole molto a comprendere l’iniquità della disciplina. Sulla
rete abbiamo coinvolto direttamente
i Segretari di partito, affinché dessero conto della loro posizione. Ad eccezione dei Radicali, c’è stato il silenzio. Purtroppo non comprendono la
perdita di un’importante occasione;
quella, cioè, di ritornare a parlare
alla gente e riacquisire la credibilità
che oggi non vediamo.
Alba Manfredi
–
Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei
circa 22mila. Francia e Gran Bretagna,
insieme, ne hanno effettuato un terzo e
attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresente Usa presso la Nato, ma mette in
chiaro che esso è stato reso possibile
dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che
altri potessero seguire e contribuirvi».
Loda quindi gli altri alleati, anche non
appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola
invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio
nazionale dell’Italia. Che il presidente
Napolitano scriva subito al presidente
Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
pagina 15
COMMUNITY
Come far fronte
al default
DALLA PRIMA
Guido Viale
Proprio quello che l’Unione Europea e i suoi governi (e non solo la Bce) stanno chiedendo a
Grecia, Portogallo e Irlanda, ma forse anche all’Italia. C’è chi, senza escludere il
default, vede una soluzione alla crisi del
debito nell’uscita dall’euro. Il problema,
vien detto, non è tanto il debito pubblico quanto il debito estero; in cui si riflette la perdita di competitività del paese,
costretto dalla propria inflazione e dalla
minore “produttività” a finanziarsi all’estero per importare più di quanto
esporta. L’uscita dall’euro consentirebbe un recupero di competitività attraverso la svalutazione - oggi resa impossibile
dalla moneta unica - riequilibrando così,
con maggiori esportazioni, i conti con i
paesi che, come la Germania, possono
evitare di rivalutare la loro moneta e perdere competitività proprio grazie all’appartenenza all’eurozona. L’aumento delle esportazioni produrrebbe, sostiene
per esempio Alberto Bagnai, «risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel
1992. Se non lo fossero - aggiunge - rimarrebbe la possibilità del default … come hanno già fatto tanti paesi che non
sono stati cancellati dalla geografia economica per questo». Ma una svalutazione - posto che l’uscita dall’euro sia praticabile - basterebbe a riequilibrare la bilancia dei pagamenti dell’Italia, o quella
di altri paesi dell’eurozona in difficoltà?
In altre parole, costando il 15 o il 20 per
cento in meno le auto della Fiat prodotte con il metodo Marchionne - a cui forse Bagnai attribuisce eccessiva credibilità - potrebbero ancora sottrarre consistenti quote di mercato alla Volkswagen?
O costando il 15 o il 20 per cento in più
l’Italia cesserebbe di importare turbine
eoliche dalla Danimarca e pannelli fotovoltaici o impianti di cogenerazione dalla Germania, mettendosi finalmente a
produrli in proprio? O ancora, con la lira
l’Italia potrebbe tornare a esportare arance - raccolte con manodopera schiava nei paesi dove l’organizzazione commerciale degli agricoltori spagnoli le ha portato via il mercato? Eccetera.
Non siamo più nel ’92; da allora non è
cambiato solo il secolo, ma tutto il contesto. Forse ora, e in futuro, il problema
non è esportare (o tornare a esportare)
di più, ma importare - per quanto è possibile - di meno: produrre di più in loco
(o il più vicino possibile) quello che si
consuma; e consumare o utilizzare di
più quello che ogni comunità è in grado
di produrre. Non con il protezionismo,
predicato a fasi alterne dalla Lega (e un
tempo anche da Tremonti), ma inattuabile nel contesto odierno; bensì con una
progressiva riterritorializzazione dei processi economici con cui accompagnare
l’inevitabile e non più rimandabile conversione ecologica di produzioni e consumi.
Ma in Italia ogni possibilità di recupero risulta inibita dalla scomparsa del concetto stesso di politica industriale, che altri paesi hanno invece in qualche misura
mantenuto, nonostante che sulle scelte
di fondo la delega ai “mercati”, cioè all’al-
foto
finish
Giochi dopo l’alluvione
THAILANDIA
DUE BAMBINI nuotano
nell’acqua che ha invaso le strade
del distretto di Sena, circa 80 km
a nord di Bangkok, dopo il
passaggio dell’uragano tropicale
Nock-Ten. Il ciclone ha ucciso 82
persone nel nord della Thailandia,
e altre quattro rimangono disperse.
Nei prossimi giorni è atteso un
altro tifone (foto Reuters)
ta finanza, sia per tutti totale. Quello che
ora manca è una politica industriale adeguata ai tempi, cioè a una crisi ambientale planetaria che rende inutile e dannoso rincorrere chi ci ha da tempo superato in settori - come quello dell’auto - destinati a immani crisi di sovrapproduzione. E che impone invece di attrezzarsi
per svolte improcrastinabili con progetti
e produzioni ecologiche dal sicuro avvenire (anche di mercato, se per “mercato”
si intende non lo strapotere del capitale
finanziario, ma uno dei modi per mettere in rapporto produzione e consumo).
In gioco ci sono questioni come efficienza e conversione energetiche; agricoltura e alimentazione a chilometri zero; mobilità sostenibile (proprio mentre
Fiat chiude l’unica fabbrica di autobus
urbani del paese); manutenzione del territorio e del patrimonio edilizio e storico
esistente; gestione accurata di risorse e rifiuti; accoglienza ed educazione per tutti; e una ricerca mirata a tutti questi obiettivi. Se iniziative del genere venissero finanziate invece di dissanguare i lavoratori per pagare gli interessi sul debito, ben
venga il default; costringerebbe i responsabili dell’eurozona a correre ai ripari.
Diversi economisti pensano invece
Ma se non si mette in
chiaro che il debito non
va saldato e che è
inevitabile affrontare il
rischio di un default, si
lascia la palla in mano a
chi sostiene che ai diktat
della finanza «non c’è
alternativa», azzerando
così ogni prospettiva di
riscatto sociale e politico
che il default degli Stati membri si possa
evitare, e non solo procrastinare, se un
organo dell’eurozona rilevasse - magari
“sterilizzandoli” con un rinvio a lungo
termine del loro rinnovo - i debiti degli
Stati membri in difficoltà; o una loro quota consistente. È la proposta degli eurobond; per alcuni sono “la soluzione”;
per altri - come l’agenzia di rating S&P non farebbero che trasferire lo stato comatoso dai paesi beneficiati a tutta l’eurozona. Default per tutti.
Ma gli eurobond difficilmente potrebbero risolvere il problema; nemmeno
nella versione proposta da Prodi e Quadrio Curzio, che ai bond emessi a copertura dei debiti di alcuni Stati ne affianca
altri per finanziare un programma europeo di Grandi opere. Con l’intento di
promuovere quello che l’Italia e altri paesi non riescono a fare da soli: “rilanciare
la crescita” - da tutti considerata la strada maestra per azzerare il deficit e ridurre il debito - avendo però messo “al sicuro” i conti pubblici. Ma quella crescita
non è così facile “rilanciarla”: in Italia
non c’è più da tempo e sta non a caso
svanendo anche in paesi fino a ieri considerati “locomotive” economiche.
Inoltre, la principale iniziativa euro-
pea per produrre crescita si chiama Ten
(Rete transeuropea di trasporto). Anche
se con gli organi di governo che l’Unione si è data non sembra che per ora ci siano molte altre modalità di intervento
praticabili, proposte del genere sono comunque inaccettabili.
È con quella iniziativa, infatti, che oggi si cerca di giustificare lo scempio del
Tav in Valsusa, che persino l’Economist
considera uno spreco. Ma non è di Grandi Opere che c’è bisogno, bensì di tante
“piccole opere” di manutenzione del patrimonio esistente e di conversione ambientale nei settori portanti della vita
economica e sociale. Interventi concepiti, progettati, realizzati e gestiti a livello
quanto più decentrato; e sottoposti a un
controllo dal basso - analogo a quello richiesto per la gestione dei “beni comuni” - imponendo a tutti regole di trasparenza integrale. Esattamente l’opposto
di quel che succede sia in Valsusa che altrove. Il Tav infatti non è un caso isolato;
rappresenta in modo paradigamatico il
modus operandi di un’economia governata dalla grande finanza.
Dove, proprio come in Valsusa, progettazione ed esecuzione di opere gigantesche - costose, inutili, altamente dannose e completamente dissociate dalle esigenze del territorio - vengono realizzate
a spese delle finanze pubbliche mediante una catena senza fine di appalti e subappalti sottratti a qualsiasi controllo; e
devono essere imposte con la forza - o,
in altri casi, fatte svanire con una improvvisa delocalizzazione - tanto che in Valsusa si è arrivati a schierare i carri armati
(sì, i carri armati) e 2000 militari per aprire un cantiere.
Il problema allora non è “costituzionalizzare” il pareggio di bilancio per soddisfare il capitale finanziario che tiene in
pugno le politiche, non solo economiche, degli Stati con il controllo dei debiti
pubblici; né promuovere, con interventi
senza senso e prospettiva - e senza ricadute per lavoro e occupazione - una crescita del Pil evanescente, nel vano tentativo di azzerare il deficit con le imposte
ricavate da un ancor più evanescente aumento dei redditi.
Il problema è invece quello di imporre con lotte e mobilitazioni le misure necessarie per recuperare risorse da chi le
ha e non ha mai pagato. Ma non per buttare il ricavato nel pozzo senza fondo degli interessi sul debito. Quello che occorre è mobilitare le risorse sia finanziare
che umane - le conoscenze e i saperi diffusi; la fiducia reciproca che si crea nella
lotta - necessarie alla riconversione ecologica del tessuto produttivo. Non saranno né questo governo né il prossimo a
promuovere o consentire una svolta del
genere. Ma se non si mette in chiaro che
quel debito non va saldato e che è inevitabile affrontare il rischio di un default,
ancorché selettivo, si lascia la palla in
mano a chi sostiene, e sempre sosterrà,
che ai diktat della finanza “non c’è alternativa”; azzerando così qualsiasi prospettiva di riscatto sociale e politico. Per
questo è bene capire a che cosa si va incontro e come far fronte a un default; e
qui un maggiore impegno degli economisti che condividono queste prospettive sarebbe benvenuto.
La mistificazione
della democrazia
C’
è un falso nell’attività
pubblica che il codice
penale ignora. È il falso
nella comunicazione politica.
Ha da sempre influito sulla vita
politica italiana ma col berlusconismo la ha pervasa. Ora però da
fonte diversa se ne sta praticando uno gravissimo di falsi a danno della fede pubblica, degli elettori, della democrazia italiana. A
commetterlo sono i promotori
dei referendum elettorali che
strombazzano la loro avversione
al porcellum ma mirano a restaurare il fratello gemello: il mattarellum. Sostengono che così, da
una parte, sarà eliminato lo sconcio del “premio di maggioranza”
che, in realtà, è attribuito alla minoranza più consistente trasformandola in maggioranza e, d’altra parte, sarà restituito agli elettori il potere di scegliere i loro
rappresentanti.
Mentono. Innanzitutto perché
quesiti referendari volti a determinare precisamente, chiaramente, nettamente l’eliminazione dei vizi del porcellum c’erano.
Erano stati proposti nel giugno
scorso. Ma furono combattuti
con furioso accanimento e con
sciagurato successo proprio dai
promotori dei referendum “pro
mattarellum” inventati appunto
per ostacolare una campagna referendaria che con quei quesiti,
una volta approvati, avrebbero
capovolto il porcellum da maggioritario in proporzionale. La restaurazione che si tenta col mattarellum è invece diretta proprio
a riaffermare il sistema maggioritario di elezione, a garantirlo,
consolidarlo, perpetuarlo.
Al di là dei moltissimi e fondatissimi dubbi sull’ammissibilità
di tali referendum, alla stregua
della giurisprudenza della Corte
costituzionale in materia, va detto, nel merito, che i promotori
dei referendum “pro mattarellum” mentono quando dicono
di voler eliminare il meccanismo
che trasforma la minoranza in
maggioranza. Mentono perché
mirano a resuscitare un sistema
che, pur attribuendo un quarto
DALLA PRIMA
Joseph Halevi
In tale contesto, il punto debole del sistema che può scatenare processi di lacerazione non mediabili è l’Italia. Il
suo eventuale salvataggio affonderebbe sia la
Francia che la Germania. Di maggiore importanza è però il fatto che l’Italia, pur rimanendo
un grande paese, ha perso il ruolo ammorbidimento dei rapporti (pessimi) tra la Germania e
la Francia, silenziosamente svolto ai tempi del
Mercato comune europeo nel ’57, alla fine dell’era democristiana.
Non molti vedono la profondissima crisi
strutturale ed istituzionale del paese. Per l’Ue
l’Italia rappresenta una grande economia alla
deriva, senza progetti. Il paese non è in grado
di intervenire in Europa con voce in capitolo,
sia nei trattati che nei metodi di contabilità corrente che penalizzano duramente ed ingiustificatamente l’Italia. Manca una visione profonda e differenziata. Pensiamo a Gramsci e a Salvemini.
Gianni Ferrara
dei seggi col metodo proporzionale, per gli altri tre quarti, è maggioritario con collegi uninominali. Questo, tra quelli esistenti, è il
sistema elettorale che determina
il massimo di distorsione degli effetti collegabili alle pronunzie
del corpo elettorale. Eleggendo
un solo parlamentare per collegio, cioè il candidato che abbia
ottenuto un voto in più di ciascuno degli altri, conferisce un premio implicito ma sicuro a tale
candidato, un premio che, paradossalmente, è direttamente proporzionato al numero dei voti ottenuti … dagli altri candidati.
Nullifica così il diritto universale
ad essere rappresentati in Parlamento perché esclude dalla rappresentanza quegli elettori che
non sono stati capaci di … indovinare, collegio per collegio, quale dei candidati avrebbe ottenuto quel voto in più che lo avrebbe fatto eleggere.
Si consideri soprattutto che si
tratta di elettori che non si riconosceranno nel rappresentante
in Parlamento del proprio collegio, per tutta la legislatura, e magari legislatura per legislatura.
Con conseguenze irreparabili sulla consistenza, l’effettività, la credibilità dell’eguaglianza politica,
cioè sul principio fondante della
democrazia. Ma, come ogni sistema elettorale della specie cui appartiene, il mattarellum può produrre addirittura un risultato
complessivo rovesciato rispetto
al voto della maggioranza degli
elettori, il risultato cioè che la
maggioranza dei seggi parlamentari risulti eletta dalla minoranza
degli elettori, stante l’ineguale distribuzione delle scelte politiche
tra le componenti geografiche
del corpo elettorale. In Inghilterra è accaduto più volte. Non è vero, comunque, che il mattarellum, contrariamente al porcellum, esclude premi. È vero che li
occulta. In tutte e tre le elezioni
svoltesi con detto sistema (1994,
1996, 2001) il premio c’è stato ed
è stato sempre superiore al 10
per cento dei seggi.
Non è vero neanche che, come raccontano i promotori del
referendum, col mattarellum è
l’elettore che sceglie l’eletto. A
sceglierlo invece sarà il leader del
partito del candidato che, come
è a tutti noto, provvederà a destinare nei collegi “sicuri” i candidati che vuol fare eleggere. Così come sceglierà quelli della quota
proporzionale collocandoli nei
primi posti della lista bloccata.
Le somiglianze tra mattarellum
e porcellum sono enormi, impressionanti. Non vederle o tacerle provoca domande sconvolgenti.
Una maggioranza parlamentare così fatta quale autonomia potrà mai avere nei confronti di un
tal leader diventato premier? Di
quanto potere disporrà questo
premier? L’esperienza dei governi Berlusconi non ha insegnato
nulla? A quale sistema politico
mirano i referendari-maggioritari? Militano, in gran parte, nel
Partito democratico, e si lasciano
incantare da chi sdottoreggia
che le elezioni servono a scegliere non la rappresentanza parlamentare, non il tramite dei titolari della sovranità e i suoi mandatari in Parlamento, ma chi deve
governare disponendo nelle due
Camere dei propri addetti alla
traduzione in leggi dei suoi comandi. Si associano Idv e Sel miranti solo ad estorcere la leadership al partito maggiore della coalizione cui vogliono partecipare
mediante quella pura mistificazione della democrazia che è la
elezione primaria.
La personalizzazione del potere è diventata quindi l’ideologia
comune al centrodestra e al centrosinistra? Rinnegare la democrazia rappresentativa a favore
dell’assolutismo elettivo è il nuovo credo di questo Paese? Insomma, una volta sconfitto Berlusconi, il berlusconismo trionferà
condiviso?
La prospettiva che si annuncia
è questa. Rivelarla, denunziarla è
doveroso.
pagina 16
il manifesto
MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011
L’ULTIMA
storie
Alla Corte di giustizia si discute se i tribunali italiani
e greci hanno il diritto di chiedere il risarcimento per le
vittime delle stragi e delle deportazioni naziste. Per Angela
Merkel la sovranità viene prima degli orrori. Intervista
all’avvocato Joachim Lau, che difende i deportati
Achtung
SOVRANA IMMUNITÀ
Guido Ambrosino
N
el dicembre 2008 la Germania ha
citato in giudizio l’Italia davanti alla corte internazionale di giustizia
dell’Aia, con la complicità del governo Berlusconi, che dichiarò «utile» un chiarimento giuridico in quella sede. Oggetto del contendere le sentenze italiane che condannano la Germania a risarcire sia i familiari delle vittime delle stragi commesse in Italia da
soldati tedeschi tra il 1943 e il 1945, sia il lavoro coatto estorto ai deportati e agli internati militari, e che inoltre autorizzano le vittime greche della strage di Distomo a rivalersi su beni tedeschi in Italia. Per il governo Merkel queste sentenze violerebbero il
diritto della Germania, come stato sovrano, a non essere giudicata da tribunali stranieri. Per la corte di Cassazione italiana, invece, l’immunità giurisdizionale degli stati
cessa di fronte a gravi crimini di guerra e a
violazioni dei diritti umani. La causa, in cui
anche la Grecia ha chiesto di intervenire, è
cominciata ieri all’Aia. La sentenza è attesa
entro la fine dell’anno. La decisione non riguarderà solo i risarcimenti per le vittime
dei crimini nazisti, ma anche la possibilità
per le vittime delle guerre attuali e future
di citare in giudizio per danni gli stati che
le praticano. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Joachim Lau, giurista tedesco con
studio a Firenze, che difende da anni vittime italiane e greche dei crimini nazisti. È
stato Lau, con le sue battaglie anche in Cassazione, a ottenere le sentenze che fanno
disperare il governo tedesco.
Come si è arrivati al ricorso della Germania alla corte dell’Aia?
Col trattato di Londra nel 1953 sui debiti
pregressi della Germania, la Repubblica federale tedesca aveva promesso di regolare
dopo la riunificazione i danni per i crimini
commessi dal Reich nei paesi occupati durante la guerra. Ottenne così un rinvio. Richieste di cittadini stranieri danneggiati venivano respinte fino al 1990 dai tribunali tedeschi, con riferimento a questi accordi, coMARIA PADISKA,
me «infondate nella situazione attuale».
CHE NELLA
Dopo la riunificazione ci sono stati diversi
STRAGE DEL
tentativi di far riconoscere dai tribunali te1944 A DISTOMO
deschi l’obbligo risarcitorio della BundesrePERSE LA
publik, come responsabile sul piano del diMADRE,
ritto civile. Questi tentativi sono tutti falliti,
FOTOGRAFATA
perché ora si sosteneva – disattendendo
QUATTRO MESI
precise disposizioni – che i diritti al risarciDOPO L'ECCIDIO
mento sarebbero nel frattempo caduti in
PER LIFE DA
prescrizione, o comunque non avrebbero
DMITRI KESSEL
potuto essere fatti valere nei confronti dello stato tedesco, in mancanza di accordi di
reciprocità con gli stati dei querelanti. Perciò le persone danneggiate si sono rivolte a
tribunali greci e italiani, sebbene la Germania si ritenga immune dalla loro giurisdizione. Su questa pretesa immunità dovrà ora
decidere la corte dell’Aia.
Come hanno reagito i tribunali greci e italiani alle obiezioni della Bundesrepublik?
Nel 2000 il supremo tribunale civile greco si occupò delle richieste dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime della strage di
Distomo, un villaggio dove nel giugno 1944
le SS uccisero 218 persone. Quel tribunale
respinse le obiezioni di immunità della Rft,
CRIMINI NAZISTI, ALL’AIA PARTE
IL PROCESSO PER I RISARCIMENTI
sostenendo che lo stato straniero, violando
gravemente i diritti umani, avrebbe tacitamente rinunciato ai propri diritti di immunità sul piano del diritto internazionale. E
dispose un risarcimento di circa 28 milioni
di euro. Tuttavia la sentenza non poté essere eseguita in Grecia, perché il governo di
Atene, sottoposto a pressioni tedesche,
non concesse l’autorizzazione politica richiesta dalla normativa greca. In seguito
una corte speciale, appositamente costituita, ha riistabilito l’immunità della Germania dalla giurisdizione ellenica. Le vittime
greche mi diedero allora mandato di eseguire in Italia la sentenza di Distomo, perché secondo una sentenza della corte costituzionale italiana – si trattava del disastro
provocato da un pilota americano che col
suo aereo aveva tranciato i cavi della funivia del Cermis – richieste di risarcimento
nei confronti di uno stato estero non devono essere autorizzate dal governo italiano.
Quanto alle richieste di risarcimento di
cittadini italiani, nel 2004 anche la corte di
cassazione, decidendo nel caso del mio
mandante Luigi Ferrini deportato al lavoro
coatto in Germania nel 1944, negò il diritto
della Bundesrepublik a valersi dell’immuni-
tà statale. La corte sostenne che, altrimenti, non sarebbe stato possibile garantire sul
piano del diritto internazionale la tutela da
gravi violazioni dei diritti umani. Secondo
la cassazione, tutti i tribunali di ogni stato
sono tenuti a perseguire questi crimini, e
ciò contempla anche la condanna degli stati responsabili a risarcimenti di diritto civile. In seguito il tribunale di Firenze dispose
per Ferrini un risarcimento di 30mila euro.
Quante sentenze sono state nel frattempo pronunciate contro la Germania e quante
sono ancora pendenti?
A sette anni dalla decisione della cassazione che sottopone la Germania alla giurisdizione dei tribunali italiani per i suoi crimini di guerra, credo che pendano più di
200 cause. Finora sono state pronunciate
una decina di sentenze di condanna a risarcimenti, sia per i massacri ai danni della popolazione civile – il primo caso fu la sentenza del 2006 per la strage nazista di Civitella,
con più di 200 vittime – sia per le deportazioni e il lavoro coatto, a cominciare dal caso di Luigi Ferrini. Ma di regola nelle prime
istanze i tribunali italiani tendono a respingerete richieste di risarcimento per la deportazione e il lavoro coatto, considerando-
le prescritte. Il governo tedesco, invece di
rispettare i patti internazionali che lo impegnerebbero a negoziare con i governi greco e italiano il risarcimento di questi danni, ha preferito rivolgersi alla corte dell’Aia.
Certo anche in ragione della sua dominanza economica, ha «convinto» il governo
Berlusconi a dichiararsi d’accordo con la richiesta di un «chiarimento», davanti alla
corte internazionale di giustizia, della questione giuridica dell’immunità della Germania dalla giurisdizione dei tribunali italiani. Senza questo assenso del governo italiano, il procedimento all’Aia non avrebbe
potuto essere aperto, perché sulla questione dei risarcimenti, compresa la competenza della giustizia ordinaria dei singoli paesi, la competenza spetta esclusivamente a
un collegio arbitrale, previsto dall’articolo
28 dell’accordo di Londra sui debiti della
Germania.
Come ha reagito il governo italiano nel vedersi citato in giudizio dalla Germania?
Berlusconi, Frattini e Alfano, con un decreto convertito in legge nel giugno 2010,
hanno sospeso l’esecuzione in Italia di sentenze contro la Germania fino al 31 dicembre 2011, termine entro il quale si aspetta
una decisione della corte dell’Aia. Non è
stato così finora possibile risarcire le vittime di Distomo, che pure avevano già ottenuto l’iscrizione di un’ipoteca giudiziale
sulla sede del centro studi italo-tedesco di
Villa Vigoni, a Menaggio sul lago di Como,
e il pignoramento dei crediti delle ferrovie
tedesche presso Trenitalia, crediti connessi alla vendita i biglietti su tratte internazionali. Questa leggina non ha tuttavia trattenuto i tribunali militari, che giudicano sulle stragi nazifasciste, dal continuare a condannare il governo tedesco, come responsabile sul piano del diritto civile, a risarcimenti per i crimini della Wehrmacht. È avvenuto ancora il 6 luglio scorso al tribunale
militare di Verona, per i massacri commessi dalla divisione Hermann Göring a Monchio, Cervarolo, Vallucciole e in altri paesi
dell’Appennino.
Al di là dei risarcimenti per le vittime del
nazionalsocialismo, che conseguenze potrà
avere il pronunciamento dell’Aia?
La questione dell’immunità degli stati assume un’enorme importanza nella attuale
fase di tensioni economiche e sociali. La
crisi globale del capitalismo è accompagnata in misura crescente, a livello internazionale e anche all’interno di alcuni stati, da
massicci interventi militari, nel cui ambito
si verificano sistematicamente uccisioni,
torture, sequestri di persona, insomma gravi violazioni dei diritti umani, eufemisticamente definite «danni collaterali». La responsabilità penale internazionale degli autori di questi crimini, ora regolamentata
dal diritto internazionale, ha tuttavia solo
una limitata efficacia preventiva. Un forte
potere deterrente potrebbe avere invece
l’attuazione del principio della responsabilità civile degli stati, come previsto dall’articolo 8 della dichiarazione universale dei diritti umani. Ma un ripristino della dottrina
tradizionale dell’immunità degli stati, ora
invocato dalla Germania, vanificherebbe
questo deterrente. Ripristinare l’immunità
degli stati anche in presenza di gravi violazioni dei diritti umani, come vorrebbe il governo Merkel, è il linea di principio un
obiettivo contrario al diritto, anacronistico
e reazionario. Ma le considerazioni che inducono a questa valutazione vengono tenute fuori dall’aula dell’Aia, perché le vittime greche e italiane della seconda guerra
mondiale, così come le vittime delle guerre
attuali, non hanno voce nel procedimento.
Se lei potesse intervenire nel dibattimento all’Aia, cosa direbbe ai giudici?
Gli ricorderei innanzitutto che sin dal
1907, con la convenzione dell’Aia sulle leggi e gli usi della guerra terrestre, gli stati,
Germania compresa, proibirono di «dichiarare abolite, sospese o inammissibili in
una corte di giustizia i diritti e le richieste
di cittadini del partito avverso» (articolo 23
H), nel nostro caso i cittadini dell’Italia e
della Grecia occupate. Ed è proprio questo
che il governo Merkel vorrebbe dalla corte
dell’Aia: tornare indietro di più di cento anni. La Germania e l’Italia, con la convenzione di Ginevra del 1949 per la protezione
delle persone civili in tempo di guerra, hanno espressamente ribadito (articolo 154) la
vigenza della convenzione del 1907 sulla
guerra terrestre, confermando così che pure il suo articolo 23 H, che vieta di impedire l’accesso ai tribunali alle vittime civili
delle guerre, continuava a valere, anche
per il passato. Dunque lo stato tedesco
non può non accettare le sentenze di risarcimento dei tribunali italiani, emesse dopo
che i tribunali tedeschi si erano rifiutati di
discutere le istanze dei ricorrenti. Né la Germania può obiettare che durante la guerra
valevano altre regole. Le cause di risarcimento attualmente in discussione vanno
decise secondo gli standard procedurali attuali. E non è colpa dei ricorrenti se di risarcimenti si discute ancora, a 66 anni dalla fine della guerra.