SOMMARIO n. 101/102 - Centro Studi Cinematografici

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SOMMARIO n. 101/102 - Centro Studi Cinematografici
SOMMARIO
n. 101/102
Anno XV (nuova serie)
n. 101-102 settembre-dicembre 2009
Abbracci spezzati (Gli) .......................................................................
2
Bimestrale di cultura cinematografica
Alibi perfetto (Un) ...............................................................................
34
Edito
dal Centro Studi Cinematografici
Astroboy ............................................................................................
10
Barbarossa ........................................................................................
38
00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6
tel. (06) 63.82.605
Sito Internet: www.cscinema.org
E-mail: [email protected]
Aut. Tribunale di Roma n. 271/93
Bastardi senza gloria .........................................................................
23
Biancaneve e gli 007 Nani .................................................................
3
Brothers .............................................................................................
26
Cado dalle nubi ..................................................................................
13
Abbonamento annuale:
euro 26,00 (estero $50)
Versamenti sul c.c.p. n. 26862003
intestato a Centro Studi Cinematografici
Capitalism: A Love Story ...................................................................
20
Chrstimas Carol (A) ...........................................................................
42
500 giorni insieme .............................................................................
33
District 9 ............................................................................................
37
Dorian Gray .......................................................................................
17
2012 ...................................................................................................
28
Dura verità (La) ..................................................................................
25
Si collabora solo dietro
invito della redazione
Eva e Adamo .....................................................................................
12
Fà la cosa sbagliata – The Wackness ...............................................
43
Direttore Responsabile: Flavio Vergerio
Direttore Editoriale: Baldo Vallero
Cast e credit a cura di: Simone Emiliani
Segreteria: Cesare Frioni
Funny People .....................................................................................
30
Hachiko – Il mio migliore amico .........................................................
19
Io, loro e Lara .....................................................................................
48
Isola delle coppie (L’) .........................................................................
52
Jennifer’s Body ..................................................................................
22
Julie & Julia ........................................................................................
55
Land of the Lost .................................................................................
7
Mar Nero ............................................................................................
11
Moon ..................................................................................................
49
Natale a Beverly Hills ........................................................................
44
Nemico pubblico ................................................................................
8
Prima linea (La) .................................................................................
50
Principessa e il ranocchio (La) ..........................................................
16
Racconti dell’età dell’oro ....................................................................
57
Spedizione in abb. post.
(comma 20, lettera C,
Legge 23 dicembre 96, N. 662
Filiale di Roma)
Redazione:
Marco Lombardi
Alessandro Paesano
Carlo Tagliabue
Giancarlo Zappoli
Hanno collaborato a questo numero:
Veronica Barteri
Elena Bartoni
Luca Caruso
Gianluigi Ceccarelli
Chiara Cecchini
Marianna Dell’Aquila
Silvio Grasselli
Elena Mandolini
Diego Mondella
Fabrizio Moresco
Danila Petacco
Francesca Piano
Manuela Pinetti
Stampa: Tipostampa s.r.l.
Via dei Tipografi, n. 6
Sangiustino (PG)
Nella seguente filmografia vengono
considerati tutti i film usciti a Roma e
Milano, ad eccezione delle riedizioni.
Le date tra parentesi si riferiscono alle
“prime” nelle città considerate.
Ragazza che giocava con il fuoco (La) ..............................................
5
Ricatto d’amore .................................................................................
47
S.Darko ..............................................................................................
39
Segreti di famiglia ..............................................................................
35
Senza amore .....................................................................................
9
Serious Man (A) ................................................................................
53
Sherlock Holmes ...............................................................................
31
Smile ..................................................................................................
40
Soul Kitchen .....................................................................................
14
Uomo che fissa le capre (L’) ..............................................................
46
Viaggio di Jeanne (Il) .........................................................................
4
Tutto Festival Cannes 2009 ............................................................
59
Tutto Festival Pesaro 2009 ..............................................................
63
Film
Tutti i film della stagione
GLI ABBRACCI SPEZZATI
(Los abrazos rotos)
Spagna, 2009
Regia: Pedro Almodóvar
Produzione: Augustín Almodóvar, Esther García per El Deseo S.A./Universal International Pictures (UI)
Distribuzione: Warner Bros.
Prima: (Roma 13-11-2009; Milano 13-11-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Direttore della fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: José Salcedo
Musiche: Alberto Iglesias
Scenografia: Antxón Gómez
Costumi: Sonia Grande
Produttore esecutivo: Agustín Almodóvar
Direttore di produzione: Sergio Díaz, Toni Novella
Casting: Luis San Narciso
Aiuti regista: Guillermo Escribano, Ferran Rial, Daniel Rivero,
Andrea Vázquez
Operatore: Diego Leco
ateo Blanco era un regista, oggi
si fa chiamare Harry Caine, è uno
scrittore cieco e vive cercando
solo di godersi la vita. È accudito dalla sua
assistente di produzione Judit e da suo figlio
Diego, aspirante sceneggiatore e regista. Un
giorno, Mateo, scosso dalla notizia della
morte dell’imprenditore Ernesto Martel, ripensa al passato e a quando aveva conosciuto
quell’uomo. Madrid 1992. Martel ha una segretaria affascinate, Lena, una ragazza dalla vita difficile. Il padre è molto malato e la
ragazza chiede aiuto a Ernesto per farlo ricoverare. Due anni dopo, nel 1994, Lena è
la nuova compagna di Martel. Il figlio dell’industriale, Ernesto, non vede di buon occhio la relazione. Intanto nel 2008 un aspirante regista Ray X, si presenta alla porta di
M
Art director: Victor Molero
Trucco: Ana Lozano
Acconciature: Massimo Gattabrusi
Suono: Miguel Rejas
Interpreti: Penélope Cruz (Lena), Lluís Homar (Mateo Blanco/
Harry Caine), Blanca Portillo (Judit García), José Luis Gómez
(Ernesto Martel), Rubén Ochandiano (Ray X), Tamar Novas (Diego), Ángela Molina (madre di Lena), Chus Lampreave (portiera), Kiti Manver (Madame Mylene), Lola Dueñas (lettrice di labbra), Mariola Fuentes (Edurne), Carmen Machi (Chon), Kira Miró
(modella), Marta Aledo (Maribel), Rossy de Palma (Julieta), Alejo
Sauras (Álex), Asier Etxeandía (cameriere cieco), Ramón Pons
(padre di Lena), Javier Coll (Luis), Chema Ruiz (dr. Blasco), Fernando Lueches (montatore)
Durata: 129’
Metri: 3550
Mateo e gli propone una sua idea per un film:
la vendetta di un figlio contro suo padre che
gli ha rovinato la vita, un padre omofobo e
violento, che si è sposato due volte. Solo dopo
la morte del padre il giovane può rifarsi una
vita ed è la sua salvezza e la sua rivincita.
Mateo non accetta di fare quel film. Il giovane gli lascia il suo numero di telefono. Diego
rivede quel giovane in una foto di scena di
un film diretto da Mateo nel 1994: Ray X è in
realtà Ernesto, il figlio di Martel. Diego pensa insieme a Mateo la sceneggiatura per un
film, una storia di vampiri. Una sera, in discoteca, Diego mescola per errore due sostanze stupefacenti con l’alcool e finisce all’ospedale. In convalescenza, dopo essere
stato sei ore in coma, è accudito da Mateo
che gli racconta i fatti risalenti al 1994. Men-
2
tre è in procinto di girare il suo nuovo film,
Mateo riceve la visita dell’amante di Martel, Lena, che chiede un provino. Lena viene
scritturata e inizia le riprese del film di cui
Ernesto è produttore. Mateo è stregato da
Lena e ben presto tra i due si accende la passione. Ernesto fa spiare Lena e Mateo dal
figlio che riprende i loro incontri e si fa tradurre i dialoghi da un’esperta di linguaggio
labiale. Martel scopre la relazione e affronta
Lena spingendola giù per le scale di casa.
Tornata dall’ospedale ingessata, Lena chiede a Ernesto di poter finire il film, in cambio
lei promette di restare a vivere con lui. Sul
set, la donna chiede a Mateo di cambiare la
sceneggiatura in funzione del suo handicap
fisico ma di finire il film prima possibile. Terminate le riprese, Lena e Mateo fuggono sull’isola di Lanzarote. Dopo un mese, i due leggono la notizia che c’è stata la prima del film
che Martel ha montato senza il consenso di
Mateo. Il film è un pasticcio privo di senso
che mette in ridicolo il regista e la sua attrice. Una sera, i due in auto vengono travolti
da un’auto pirata: nell’incidente Lena muore e Mateo si salva ma perde la vista. Judit
va a recuperare Mateo sull’isola e si prende
cura di lui. Mateo cambia nome in Harry
Caine e diventa scrittore. Si torna al presente, Diego e Mateo tengono segreto l’incidente del giovane a Judit. La donna racconta la
verità sul film di Mateo. Judit era stata testimone di quello che aveva fatto Martel per
vendicarsi di Mateo: il produttore aveva scelto i peggiori ciak per trasformare il film in
un mostro. Inoltre Martel assunse diversi investigatori per cercare Mateo e Lena e poi
mandò suo figlio a Lanzarote. Ma il figlio
non ebbe nulla a che fare con l’incidente; il
Film
giovane assistette allo schianto da un’altra
auto e fu il primo a correre in aiuto. Il giorno
dopo, Judit rivela a Diego che Mateo è suo
padre. Poi confessa a Mateo di aver conservato tutto il materiale non utilizzato del film.
Recuperate le riprese fatte dal figlio di Ernesto a Lanzarote, Mateo rivede la scena dell’incidente e rivive l’ultimo bacio con Lena.
Quattordici anni dopo, Mateo monta il materiale girato e mostra una scena del suo film
Ragazze e valigie. Poi chiede a Diego e a
Judit se debba continuare a montare e finire
il suo film.
ffetto cinema”. Parafrasando Effetto notte, “il” capolavoro sul
cinema di François Truffaut, si
potrebbe definire così l’ultimo film di Almodóvar. Senza dubbio Gli abbracci spezzati
è più di ogni altra opera del maestro spagnolo, un film sul cinema, anzi, un atto di
incondizionato amore. Più che mai.
Il cinema e chi lo fa, il cinema e chi lo
guarda. Sempre un occhio. L’occhio umano. L’occhio che può e che deve vedere,
ma che vede spesso solo parzialmente. Il
“piacere degli occhi” (rubiamo ancora
l’espressione a Truffaut, usando il titolo di
una sua celebre raccolta di scritti) che può
diventare causa di dolore. Fisico e non. E
può arrecare sofferenza al suo primo creatore, il regista, per il quale può essere
doloroso, ma necessario, portarlo a termine (“I film vanno sempre finiti” afferma nel
finale). L’occhio è in primo piano, fin dalla
prima folgorante scena. Un regista ha perso l’uso degli occhi, è diventato scrittore
(un regista cieco si, come il regista Woody
Allen in Hollywood Ending). Si chiamava
Mateo Blanco (“bianco” come lo schermo
che un regista deve riempire di immagini,
o come il foglio che un scrittore deve riempire di parole) ora si chiama Harry Caine
(che letto tutto di fila suona come Hurricane, uragano). Ma il cinema è troppo importante e bisogna farlo bene anche se
non si può vederlo. E così alla fine il regista cieco si rimette al lavoro e monta di
nuovo il suo film.
Almodóvar riflette sempre di più sul suo
mestiere, ma forse è meglio chiamarla arte,
almeno nel suo caso. E si interroga, anzi
scandaglia l’unità minima del cinema, l’immagine, il singolo fotogramma e su cosa
può dire (la tecnica della lettura del linguaggio labiale). Guarda le immagini e a che
cosa si può arrivare manipolandole. Come
il maestro Antonioni osservava le infinite
possibilità di ingrandire la singola fotografia in Blow-up, così Almodóvar gioca con
l’immagine. All’infinito. Non può ancora una
volta non omaggiare i suoi maestri e qui lo
fa ancora di più, Antonioni (quell’amples-
“E
Tutti i film della stagione
so sotto le lenzuola!), Truffaut, Rossellini,
Hitchcock, Sirk.
Quali sono gli abbracci spezzati? Sono
quelli dei due amanti innanzitutto, spezzati
per sempre in un incidente. Ma non solo,
qui tutto è spezzato. L’amore dei due innamorati, il film (spezzettato e montato male
dal vecchio Martel, poi ricostruito da Mateo), le fotografie degli amanti conservate
in un cassetto dall’ex regista diventato scrittore; e poi la vista e perfino la vita (Harry
Caine, scrittore cieco, vive un legame
‘spezzato’ con il mondo). Tutto è spezzato,
oltre che sdoppiato. Un regista-scrittore
che ha due nomi, un padre e un figlio che
hanno lo stesso nome, una donna che è
segretaria e poi attrice. Doppia è la storia
d’amore, l’uomo d’affari e la sua segretaria, il regista e la ‘sua’ attrice (un’attrice e i
suoi mille bellissimi volti, la scena della
prova di trucchi e parrucche resterà indelebile nella memoria di tutti i cinefili). E poi
doppio è il piano del racconto, quello della
realtà e quello della finzione cinematografica. Realtà e finzione, realtà e immaginazione del cinema. I diversi piani. La realtà,
il film girato, e il ‘making of’ girato dal figlio
del produttore, che consente di scoprire il
tradimento grazie alla lettura del labiale
(che omaggio al cinema!).
Virtuosismi da capogiro.
Legami. Ancora una volta. Mariti, mogli, amanti, madri, un padre e un figlio “legati” indissolubilmente dalla passione-ossessione per il cinema. Amore, passione,
tradimento, colpa, gelosia, morte. Il film è
un almodramma nero. Ma il rosso è ancora una volta ‘il’ colore ‘di’ Almodóvar. Il rosso fiammeggia, s’infiamma e infiamma gli
animi (soprattutto) di chi ama il cinema. Il
rosso del tailleur della protagonista
(Penélope Cruz, sempre più ‘musa’ del
regista mancheco, non è mai stata così
bella) in una delle scene (melo)drammaticamente più forti del film, il rosso dei suoi
tacchi a spillo inquadrati (che feticcio!) in
primo piano, il rosso dell’immancabile
gazpacho preparato dalla protagonista
nella scena del film ricostruito nel finale (e
qui il maestro autocita le sue Donne sull’orlo di una crisi di nervi). Il colore rosso e
il paesaggio nero.
Il paesaggio è ancora una volta funzionale agli stati d’animo. E la fuga sull’isola
di Lanzarote, un luogo non-luogo, paesaggio nero, vulcanico, lunare, straniante, lontano dalla quotidianità di Madrid. Nella sua
asperità e nei suoi scorci selvaggi, può
essere paragonato all’isola deserta di L’avventura o al Deserto rosso di Antonioni.
Gli amanti fuggono lì, in un ultimo e disperato tentativo di vivere il loro amore. E la
scena dei due abbracciati nel cottage davanti al film-omaggio Viaggio in Italia di
Rossellini ne è l’immagine più vividamente potente. Il loro ‘viaggio’ (d’amore) è quasi
alla fine.
Ma, in fondo, il cinema non è poi nient’altro che un viaggio, come la vita? Eccoci al grado zero, il cinema che narra il suo
stesso farsi. Una dichiarazione d’amore
totale al cinema inteso come veicolo di
emozioni. Fonte di dolore e di gioia, come
la vita che va accettata e amata, immancabilmente, fino al “the end”. E quando
questa dichiarazione è fatta con arte magistrale, ma soprattutto con veemente passione, non c’è niente di più bello.
Elena Bartoni
BIANCANEVE E GLI 007 NANI
(Happily N’Ever After 2)
Stati Uniti, 2009
Regia: Steven E. Gordon, Boyd Kirkland
Produzione: Loris Kramer Lunsford, Jason Netter, Susan Norkin per BAF Berlin
Animation Film/ Kickstart Productions
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 2-10-2009; Milano 2-10-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Chris Denk
Musiche: Paul Buckley
Casting: Bernie Van De Yacht
Effetti visivi: Michael Crippin
Voci: David Lodge (Rumpelstiltskin), Helen Niedwick (Biancaneve), Kelly Brewer (Re
Cole), Cindy Robinson (Lady Vanity), Jim Sullivan (Mambo), Kirk Thornton (Munk)
Voci italiane: Antonella Clerici (Biancaneve), Jerry Calà (lo Specchio), Laura Boccanera (Lady Vanity), Fabrizio Pucci (Re Cole), Davide Lepore (Monk), Daniele Giuliani (Mambo)
Durata: 75’
Metri: 1930
3
Film
ue improbabili cantastorie, Mambo e Munk, raccontano e seguono le sorti di una fiaba.
Nella Terra delle Favole vive il Re Cole,
la Regina Grace e la piccola principessa
Biancaneve. Grace, oltre a essere bella, è
anche generosa e altruista e per questo amata
da tutto il popolo. Biancaneve ne segue le
orme, mentre, fra i sudditi c’è una ragazza
brutta che vorrebbe diventare lei stessa regina. Grace si ammala e muore. Biancaneve
cresce senza la sua figura, diventando così
un’adolescente viziata ed egoista che gira
tutta la notte per locali e discoteche assieme
alle fidate amiche. Durante un torneo serale, conosce il bel Peter, buono d’animo e
cresciuto in uno degli orfanotrofi voluti dalla
Regina Grace. I due si piacciono subito, ma
Peter appena comprende il carattere di
Biancaneve l’abbandona in mezzo alla pista da ballo. La principessa ne resta delusa. Dopo l’ennesimo rientro all’alba, Re
Cole capisce che si deve risposare per dare
una guida alla figlia; chiede così aiuto all’agenzia matrimoniale di Fata Madrina. Intanto Mambo ha rotto la bilancia che detiene il bene e il male nelle favole, facendola
pendere dalla parte del male.
Inizia la selezione per la futura regina
che non porta a buoni frutti, finchè non
compare Lady Vanity, praticamente identica alla defunta regina. Lady Vanity, altri
non è che quella ragazza che voleva a tutti
i costi diventare regina e che ha stretto un
patto con lo stregone Rumpy e lo Specchio
Magico, che ha cambiato il suo aspetto.
Contraria alle nozze, Biancaneve si attira le inimicizie della perfida Lady Vanity,
che escogita un piano coi suoi lacchè: far
mangiare alla principessa una mela avvelenata che le faccia dire tutto il male, anche
non pensato, di ogni singolo amico e suddito. Il gossip si diffonde subito. Biancaneve,
non ricordando nulla, si sente ingiustamente
accusata e fugge nella forersta.
Mentre Lady Vanity imperversa e chiede persino due guardie del corpo, fra cui
c’è Peter, Biancaneve conosce i 7 nani, un
tempo fidati amici della madre. Capendo che
Biancaneve non è la principessa che dovrebbe essere, i nani decidono di farle un corso
intensivo di bontà per farla diventare una
vera grande regina. Intanto Mambo e Munk
tentano di fermare inutilmente Lady Vanity.
Peter scopre quanto sia malvagia la futura
regina e corre in cerca di Biancaneve. La
troverà, con sua gioia e sorpresa, visibilmente cambiata: ha persino aperto un centro d’aiuto. I due giungono proprio mentre
Re Cole sta per sposarsi. Lady Vanity tenta
di uccidere Biancaneve, ma sia Peter che
Re Cole la difendono. Lo Specchio Magico
si rompe rivelando le vere sembianze di Lady
D
Tutti i film della stagione
Vanity, che, per volere di Biancaneve, viene
mandata fra i nani quale nuova ragazza da
aiutare. Biancaneve viene accolta nuovamente nel Regno come principessa amata
da tutti, soprattutto da Re Cole e da Peter.
’era una volta una favola, poi arrivò la parodia della favola. Dissacrare le fiabe è una moda degli ultimi anni. Ogni film d’animazione riesce comunque a mantenere all’interno un
messaggio positivo, tipico delle storie della buonanotte. Il capostipite Shrek docet:
bisogna andare oltre l’apparenza.
Con Biancaneve e gli 007 Nani è tutt’altra storia. Senza andare per il sottile: è
un disastro. L’intento dei due registi Steven
E. Gordon e Boyd Kirkland, sarebbe quello
di svecchiare la favola e renderla maggiormente moderna. Il mondo in cui si muove
Biancaneve è qui costituito da locali notturni, pettegolezzi e musica pop: purtroppo non
basta. E neanche introdurre musica pop e
cellulari non è la giusta chiave di lettura.
La storia viene raccontata da due cantastorie che dovrebbero ricoprire il ruolo di
spalle dei protagonisti e costituire la parte
comica del film: siamo lontani anni luce da
personaggi come Dory di Alla ricerca di
Nemo, oppure il granchio Sebastian in La
sirenetta. La sceneggiatura è banale e mancante dei momenti cardine, che fanno risultare il film privo di concatenazione di
eventi logici. I personaggi sembrano unidi-
C
mensionali e noiosi; in primis, la protagonista stessa, così anche i dialoghi che sono
mal scritti. In oltre la qualità dell’animazione è al di sotto della media. La fluidità dei
movimenti è decisamente scarsa e talvolta
persino fastidiosa, nonché gli stessi tratti fisionomici dei personaggi sono realizzati con
troppa semplicità, a differenza di altri lungometraggi d’animazione come la grafica
di Le avventure del Topino Despereaux,
dove ogni singolo segno ha una motivazione simbolica ben precisa.
Purtroppo il doppiaggio italiano non
contribuisce a risollevare le sorti del film.
Antonella Clerici, Biancaneve, non riesce
a trasmettere nessuna emozione e non
apporta alcun cambiamento nel tono di
voce: in sostanza è una voce priva di interpretazione. Jerry Calà utilizza le sue
battute più celebri e le mette in bocca al
povero Specchio Magico: sentirlo pronunciare “libidine e doppia libidine” riferito a
Biancaneve è proprio deprimente.
La morale c’è: il bello di noi non và
costruito guardandosi allo specchio, ma
facendo del bene a chi ha bisogno di appoggio e aiuto. Ma c’è solo questo.
Un film d’animazione che annoia non
solo adulti, che comunque negli ultimi tempi hanno potuto divertirsi anche loro coi
cartoni, ma persino i bambini. Forse sarebbe più adatto ai dvd. Forse.
Elena Mandolini
IL VIAGGIO DI JEANNE
(Les grandes personnes)
Francia/Svezia, 2008
Regia: Anne Novion
Produzione: Christie Molia per Moteur S’il Vous Plaît/dfm Fiktion/ Film i Väst; con la
partecipazione di Centre National de la Cinématographie (CNC)/TPS Star/CinèCinéma; il supporto di Eurimages/Swedish Film Institute e in associazione con La Banque postale Image/Uni Étoile 5
Distribuzione: Bolero Film
Prima: (Roma 20-11-2009; Milano 20-11-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Béatrice Colombier, Anne Novion, Mathieu Robin e la
partecipazione di Xabi Molia
Direttore della fotografia: Pierre Novion
Montaggio: Anne Souriau
Musiche: Pascal Bideau
Scenografia: Gert Wibe
Costumi: Fabio Perone, Sara Pertmann
Co-produttore: Olivier Guerpillon
Direttore di produzione: Martina Eriksdotter, Elisabeth Perez
Casting: Bouchra Fakhri
Aiuti regista: Franck Heslon, Marie Aubert
Art director: Gert Wibe
Trucco: Lucky Nguyen
Interpreti: Jean-Pierre Darroussin (Albert), Anaïs Demoustier (Jeanne), Judith Henry
(Christine), Lia Boysen (Annika), Jakob Eklund (Per), Anastasios Soulis (Magnus),
Björn Gustafsson (Johan)
Durata: 84’
Metri: 2300
4
Film
eanne, una ragazza francese di
17 anni, parte con suo padre Albert per festeggiare il suo compleanno su un’isola svedese. Arrivati a
destinazione, scoprono che, per un disguido, la casa da loro affittata è abitata dalla
proprietaria Annika e dalla sua amica
Christine.
Vista l’alta stagione, le due donne non
sanno dove andare; così Albert, seppur a
malincuore, propone loro di rimanere lì.
Jeanne, affascinata da queste due signore, trascura un po’ il padre, completamente immerso nella ricerca di un fantomatico tesoro vichingo presente, secondo
un vecchio libro, nell’isola.
La ragazza, grazie all’esuberanza di
Annika, inizia a frequentare altri coetanei
e si innamora di un ragazzo del luogo. Per
passare una serata con lui, mente al padre
e trascorre tutta la notte fuori casa.
Purtroppo l’incontro non va come dovrebbe e Jeanne si ritrova ad amoreggiare
con un ragazzo che non le piace. In più al,
suo ritorno, a casa trova un padre furibondo che copre lei e le altre due donne di
insulti.
Il mattino seguente Albert, ancora arrabbiato, parte da solo verso un isolotto
in cui, sempre secondo il libro, si dovrebbero trovare degli indizi sul tesoro, ma ormeggia male la canoa che prende il largo.
L’uomo si ritrova solo e impossibilitato a
comunicare. Passano le ore, arriva la sera
e le tre donne iniziano a preoccuparsi. Viene allertata la polizia e verso l’alba l’uo-
J
Tutti i film della stagione
mo viene ritrovato. Ritornato sull’isola
Albert chiama la figlia e le chiede scusa.
mpossibile non pensare a Monsieur Hulot, mentre si guarda Albert che con uno strano marchingegno cerca un tesoro vichingo davanti a
due signore attonite. E, allo stesso modo, è
difficile concentrarsi sui paesaggi svedesi
senza il richiamo involontario a Bergman.
Ma non è un caso. Basta spulciare
nelle note biografiche della regista Anna
Novion (madre svedese e padre francese) per comprendere la ferma volontà di
unire due scuole di cinema nella sua opera prima Il viaggio di Jeanne.
Senza indugiare troppo sulle eventuali implicazioni personali della regista, la
pellicola racconta il delicato rapporto fra
un padre Albert, bizzarro bibliotecario abbandonato dalla moglie, e sua figlia adolescente, Jeanne, durante un viaggio in
un’isoletta scandinava.
La scelta del luogo di villeggiatura non è
casuale, Albert, infatti, spera di scovare tra i
fiordi un tesoro vichingo di cui ha letto in uno
dei suoi tanti libri. Jeanne è rassegnata,
quasi compatisce quel padre così bislacco;
per questo, quando un inconveniente la costringerà a condividere la casa con due donne troverà, il tutto estremamente eccitante.
Le due signore in questione, all’apparenza disinibite ed emancipate, sembrano aprire le porte di un mondo che per
Jeanne è sconosciuto e, allo stesso tempo, desiderato. Quella femminilità, impri-
I
gionata in un corpo e in un vissuto ancora
acerbi, reclama a gran voce il suo ruolo
nella vita della ragazza. Ogni superficie,
allora, diventa specchio dove scorgere il
cambiamento e ogni impulso amoroso pretesto per sogni innocenti alimentati dalla
solitudine di una cameretta.
Albert, però, imbrigliato nei suoi schemi, nei suoi “piani di viaggio”, non comprende determinate necessità e sentendosi escluso, o forse, semplicemente incapace di rapportarsi con mondo femminile,
inizia ad essere insofferente e scorbutico.
Jean Pierre Darroussin e la giovanissima Anais Demoustier sono i volti di questo conflitto; navigato interprete il primo e
felice scoperta la seconda, che con uno
stile fresco e naturale dà all’innocenza fanciullesca di Jeanne un’impronta di realismo
veramente notevole.
Novion fa il resto, con una regia composta e misurata, che non si preoccupa
della lentezza, anzi, ne fa il suo punto di
forza. I paesaggi grigi, il mare non fanno
da sfondo, ma invitano a essere ammirati
a lungo come in un acquerello di un pittore di strada, dove non c’è perfezione, ma
indubbia passione.
Naturalmente Tati e ancor più Bergman
sono lontani e, forse, nell’idea della regista c’è solo la volontà di evocarli, omaggiarli in qualche modo, in una piccola opera che i cultori del cinema “garbato” non
dovrebbero lasciarsi scappare.
Francesca Piano
LA RAGAZZA CHE GIOCAVA CON IL FUOCO
(Flickan som lekte med elden)
Svezia/Danimarca/Germania, 2009
Suono: Anders Hörling
Interpreti: Michael Nyqvist (Mikael Blomkvist), Noomi Rapace (Lisbeth Salander), Lena Endre (Erika Berger), Georgi
Staykov (Alexander Zalachenko), Per Oscarsson (Holger Palmgren), Sofia Ledarp (Malin Erikson), Peter Andersson (Nils
Bjurman), Annika Hallin (Annika Giannini), Hans Christian
Thulin (Dag Svensson), Magnus Krepper (Hans Faste), Micke Spreitz (Ronald Niedermann), Yasmine Garbi (Miriam Wu),
Ralph Carlsson (Björk), Tanja Lorentzon (Sonja Modig), Michalis Koutsogiannakis (Dragan Armanskij), Alexandra Eisenstein (giornalista), Paolo Roberto (Paolo Roberto), Niklas
Hjulström (Richard Ekström), Anders Ahlbom (dr. Peter Teleborian), Jörgen Berthage (agente di polizia), Jacob Ericksson
(Christer Malm), Ralph Carlsson (Gunnar Björk), Magnus Krepper (Hans Faste), Reuben Sallmander (Enrico), Johan Kylén
(ispettore Jan Bublanski), Donald Högberg (Jerker Holmberg),
Daniel Gustavsson (Niklas Eriksson), Lisbeth Åkerman (se
stessa, reporter tv), Jennie Silfverhjelm (Mia Bergman), Sunil
Munshi (dr. Sivarnandan)
Durata: 129’
Metri: 3550
Regia: Daniel Alfredson
Produzione: Nordisk Film/Sveriges Television (SVT)/Yellow Bird
Films/ZDF Enterprises
Distribuzione: Bim
Prima: (Roma 25-9-2009; Milano 25-9-2009) V.M.: 14
Soggetto: dal romanzo omonimo di Stieg Larsson
Sceneggiatura: Jonas Frykberg
Direttore della fotografia: Peter Mokrosinski
Montaggio: Mattias Morheden
Musiche: Jacob Groth
Scenografia: Jan Olof Ågren, Maria Håård
Costumi: Cilla Rörby
Produttori esecutivi: Lone Korslund, Peter Nadermann
Produttore associato: Jenny Gilbertsson
Direttore di produzione: Tobias Åström
Casting: Tusse Lande
Aiuto regista: Kerstin Sundberg
Operatore steadicam: Knut K. Pedersen
Effetti speciali trucco: Love Larson
Trucco: Jenny Fred
Supervisore effetti speciali: Johan Harnesk
5
Film
isbeth Salander, la ragazza che
odia gli uomini che odiano le
donne, abbandona il suo ricco
paradiso caraibico e torna a Stoccolma
senza rivelare a nessuno la propria presenza. Nel suo anno di esilio volontario,
ha viaggiato in incognito, tenendosi in contatto unicamente con l’uomo mai incontrato di persona che provvede a rifornirla di
denaro e a gestire il suo patrimonio.
Quando scopre che Nils Bjurman, il
tutore che le ha rovinato la vita, vuol farsi
cancellare il tatuaggio infamante che la
stessa Lisbeth gli ha inflitto, va a far visita
all’uomo e lo minaccia con la di lui pistola, aggiungendo che se non continuerà a
scrivere ottimi rapporti su di lei lo ucciderà.
Intanto Mikael Blomkvist è tornato alla
guida di Millennium; la rivista fa un nuovo acquisto, Dag, giovane giornalista investigativo che porta in dote un’inchiesta
scottante su prostituzione e traffiking di
fanciulle dell’est. Grazie alle ricerche per
la tesi di dottorato in Criminologia di Mia,
la sua fidanzata, Dag può fare nomi importanti di imprenditori, politici e poliziotti
corrotti. Mikael accetta la sfida e i pericoli a essa connessi. La sera prima di andare in stampa, Mikael va all’appartamento
di Dag per ritirare un fondamentale cd di
fotografie, ma trova il collega e la sua fidanzata giustiziati a colpi d’arma da fuoco. Anche se sconvolti, Mikael e il resto
della redazione decidono di proseguire con
l’inchiesta e di pubblicarla. Intanto Lisbeth
vive in clandestinità ed entra in contatto
soltanto con Malin Erikson, sua ex amante. La giovane occuperà il suo vecchio appartamento, ritirando la posta di Lisbeth
come se la ragazza risiedesse ancora lì.
Anche Bjurman viene trovato ucciso a
colpi di pistola e le impronte digitali di
Lisbeth spingono la polizia ad accusare la
L
Tutti i film della stagione
giovane di tutti e tre gli omicidi; con i suoi
soliti metodi da hacker, la ragazza comunica a Mikael la sua innocenza, poi scarica dal suo computer tutti i file sull’inchiesta sul traffiking e inizia ad indagare da
sola. Il nome su cui sia lei che Mikael, come
era accaduto anche ai poveri Mia e Dag, è
un certo Zala, pseudonimo che nasconde
un personaggio con un ruolo importante.
Mikael va a parlarne con l’anziano
Holger Palmgren, il vecchio tutore di Lisbeth, ricoverato in un ospizio da tempo.
Mentre lui gli racconta la terribile vicenda personale della giovane, che ama come
una figlia, la ragazza scopre le medesima
verità dai documenti rubati al defunto Bjurman. Quando aveva dodici anni, Lisbeth
tentò di uccidere suo padre dandogli fuoco, perché l’uomo picchiava e violentava
sua madre, che l’aveva avuta in età adolescenziale. Dopo qualche anno in un ospedale psichiatrico, la ragazzina era stata
dichiarata pazza e pericolosa e affidata a
lui fino al giorno del suo ictus. A quel punto era finita nelle mani di Bjurman, che ne
abusò sessualmente finche lei non l’aveva
ripreso di nascosto e aveva iniziato a ricattarlo. Salander, il cognome di Lisbeth,
deriva da quello del padre, Alexander Zalachenko, che altri non è che quel Zala che
ricorre più volte nell’inchiesta.
Intanto una specie di implacabile gigante biondo è sulle tracce della ragazza,
ma al vecchio appartamento trova soltanto Malin, che non sa dove sia l’amica; insieme a Paolo Roberto, un pugile suo amico che ha tentato di liberarla, rischierà la
vita.
Lisbeth scova il vecchio padre in una
villetta apparentemente incustodita. Ma è
una trappola: Zala, aiutato dal muscoloso
biondo – che è fratellastro di Lisbeth – prova a ucciderla, ma il provvidenziale arrivo di Mikael la salva all’ultimo momento.
Il film termina con Lisbeth e suo padre
caricati sulle ambulanze.
opo lo straordinario successo di
Uomini che odiano le donne, anche il fan più sfegatato rimarrà
deluso da questo fiacchissimo sequel. Lento, con un ritmo men che televisivo e lontano dall’adrenalina che sprizzava l’omonimo romanzo da cui è tratto, La ragazza
che giocava con il fuoco è infatti un film
privo di qualunque interesse. Perfino Mikael Blomkvist, sempre interpretato dal solito Michael Nyqvist, è irritante nella sua
camminata eccessivamente meditabonda.
Le scene d’azione sono poco presenti e
mai coinvolgenti, e i tentativi di rivestirle di
qualche barlume ironico cadono pesantemente nel vuoto. L’unico elemento a dare
un senso al tutto è l’immarcescibile Noomi Rapace, implacabile nel suo ruolo da
eroina vendicatrice, con una morale tutta
da scoprire e una missione salvifica nei
confronti del genere femminile che non si
ferma davanti a nulla. In questo “episodio”
- La ragazza che giocava con il fuoco è
dichiaratamente un film di transizione: a
primavera 2010 uscirà La regina dei castelli di carta, il seguito –, il personaggio di
Lisbeth si tinge di atmosfere sempre più
dark, con look e travestimenti che mettono in risalto le trasformazioni che la ragazza ha praticato sul proprio corpo: piercing
sul viso, tatuaggi sul corpo. Una macchina
da guerra che non conosce requie, dall’aspetto apparentemente esile nell’altezza ridotta e le fattezze da bambina.
Non ha lavorato a favore del film, va
detto, il cambio di regia: da Niels Arden
Oplev, che ha diretto il primo cavandosela
senza infamia e senza lode, si è passati a
Daniel Alfredson, che dirigerà, purtroppo
per noi, anche il terzo: “televisivo” è l’aggettivo giusto per definire il suo stile di regia. La sua descrizione di quel campione
di civiltà e urbanità che immaginiamo essere la Svezia ha parecchi punti oscuri e il
vero giallo per lo spettatore è arrovellarsi
su come riescano a convivere gli svedesi
con le temibili e numerose organizzazioni
malavitose, che a quanto pare da lungo
tempo si muovono con disinvoltura nel
cuore più profondo della società. Argomento sulla carta interessante, eppure dimenticato lì senza troppe spiegazioni.
Permane, comunque, sempre il dispiacere per la precoce dipartita di Stieg Larsson, autore dei romanzi da cui sono stati
tratti i lungometraggi: non ci sarebbe dispiaciuto conoscere il suo giudizio sull’intera operazione.
D
Manuela Pinetti
6
Film
Tutti i film della stagione
LAND OF THE LOST
(Land of the Lost)
Stati Uniti, 2009
Regia: Brad Silberling
Produzione: Marty Krofft, Sid Krofft, Jimmy Miller per Universal Pictures/ Relativity Media/ Sid & Marty Krofft Pictures/
Mosaic Media Group
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 11-12-2009; Milano 11-12-2009)
Soggetto: ispirato ai personaggi di Sid Krofft e Marty Krofft
dell’omonima serie TV
Sceneggiatura: Chris Henchy, Dennis McNicholas
Direttore della fotografia: Dion Beebe
Montaggio: Peter Teschner
Musiche: Michael Giacchino
Scenografia: Bo Welch
Costumi: Mark Bridges
Produttori esecutivi: Ryan Kavanaugh, Daniel Lupi, Adam
McKay, Brad Silberling, Julie Wixson Darmody
Produttori associati: Jessica Elbaum, Michele Panelli-Venetis, Will Weiske
Co-produttori: Joshua Church, John Swallow
Direttore di produzione: Daniel Lupi
Casting: Avy Kaufamn
Aiuti regista: David Mendoza, Michele Panelli-Venetis, Taylor
Phillips
Operatori: Sion Michel, Darin Moran
Operatori steadicam: Steven G. Fracol, Mark Meyers
Art director: John Dexter, Maya Shimoguchi
Arredatore: Lauri Gaffin
Effetti speciali trucco: Bart Mixon
Trucco: Simone Almekias-Siegl, Steve Artmont, Ashley Fox,
Acconciature: Nanci Cascio, Bridget Cook
ick Marshall è un paleontologo
che è stato cacciato dal Dipartimento di Scienze Naturali e preso poco sul serio dall’intera comunità
scientifica, a causa delle sue bizzarre teorie su tachioni e sulle distorsioni spaziotemporali. Dopo aver preso a calci in diretta un famoso conduttore di talk show,
colpevole di averlo schernito durante
l’esposizione delle sue bislacche teorie, si
ritrova, suo malgrado, a lavorare come insegnante per bambini in un museo.
Marshall viene spinto a terminare la
sua ricerca dalla collega Holly Cantrell,
una tra le poche che appoggia la sua genialità, che gli mostra un fossile con impressa la forma del suo accendino. L’incredibile scoperta spinge il paleontologo
a ultimare il suo amplificatore di tachioni.
Lo strano apparecchio, come dimostrano
le sue teorie, permette infatti di entrare in
un buco dello spazio-tempo in un universo
parallelo. I due si recano allora nella Caverna del Diavolo, il luogo dove Holly aveva rinvenuto il fossile. Accompagnati da
Will Stanton, un malcapitato istrione che
fa loro da “caronte”, attraverso un buco
R
Supervisore effetti speciali: Michael Lantieri
Supervisori effetti visivi: Thomas Dadras (Hammerhead
Productions), Ben Grossmann (CafeFX), Richard Malzahn,
Min Su Park (Wonderworld Korea), Bill Westenhofer
Coordinatori effetti visivi: Beverly Abbott, Ashwin Agrawal,
Wendy Geary, Harrison Goldstein, Lonnie Iannazzo, Kelly Rae
Kenan (Hammerhead Productions), Kip Lewis, Tracy Park (Animation Picture Company), Kathleen Rodriguez, Aashima Taneja, Sarah Vinson
Supervisori animazione: Sean McComber, Matt Shumway
(Rhythm & Hues), C.J. Sarachene (Rhythm & Hues Studios)
Supervisore effetti digitali: Greg Steele (Rhythm & Hues)
Supervisore costumi: Lynda Foote
Interpreti: Will Ferrell (Dr. Rick Marshall), Anna Friel (Holly
Cantrell), Danny McBride (Will Stanton), Jorma Taccone
(Chaka), John Boylan (Enik), Matt Lauer (se stesso), Brian
Huskey (insegnante), Kevin Buitrago, Noah Crawford, Logan
Manus, Jon Kent Ethridge (teenager), Ben Best (Ernie), Scott
Dorel, Sean Michael Guess (Pakuni più anziani), Dennis McNicholas (gelataio), Chris Henchy (responsabile stage), Ana
Alexander, Moran Atias, Jesse Golden, Eve Mauro, Pollyanna
McIntosh, Ania Spiering (Donne Pakuni), Paul Adelstein (Astronauta, voce), Adam Behr, Daamen J. Krall (Teschi della biblioteca, voci), Ana Alexander, Moran Atias, Jesse Golden, Eve
Mauro, Pollyanna McIntosh, Ania Spiering (donne Pakuni), Paul
Adelstein (voce dell’atronauta), Andreas Anderson, Bobb’e J.
Thompson, Sierra McCormick, Shannon Lemke, Stevie Wash
Jr.
Durata: 102’
Metri: 2770
spazio-temporale finiscono in una terra
nella quale i dinosauri e altre pericolose
creature imperversano senza restrizioni.
Inseguiti da rettili, chiamati Sleestaks,
Marshall, Will e Holly si lasciano guidare
dal loro unico alleato, un primate di nome
Chaka, che li aiuta a muoversi in quella
pericolosa e ibrida dimensione in cui sono
capitati. Rick, grazie a una buona dose di
coraggio, riesce a ritrovare il suo macchinario e, con l’aiuto di un t-rex, sconfigge i
rettili-alieni. Conquista persino il cuore
della bella Holly e, dopo aver lasciato Will
e Chaka nella dimensione che a loro sembra più consona, fa ritorno con successo
nel nostro mondo.
’originale Land of The Lost era una
serie televisiva per famiglie andata
in onda dal 1974 al 1976, diventata
un piccolo ‘cult’ nella storia della tv americana. Raccontava la storia della famiglia
Marshall e di come questi fossero finiti in
una realtà terrestre parallela, nella quale i
dinosauri e altre temibili creature vagavano ancora sul pianeta. Una landa popolata da una tribù di pseudo-primati e da lu-
L
7
certole simili a umani, ma particolarmente
aggressive.
Nonostante il budget da serie tv family,
la creazione degli ambienti alla Jurassik
Park era apprezzabile e quindi il pubblico
come impazziva per Starsky & Hutch, i
Robinson o i Visitors, seguiva con interesse i tentativi dei Marshall di ritornare a casa.
In anni in cui i revival vanno per la
maggiore, era più che probabile che Land
of the Lost arrivasse anche al cinema. E a
portarlo sugli schermi ci hanno pensato
Brad Siberling e il comico Will Ferrell. Tuttavia, nonostante ci fossero le basi per il
successo, vedi un regista con esperienza
e un comico abituato a fare incassi, il film
è risultato davvero un flop. Mantenendo le
stesse premesse della serie, Siberling
porta a spasso nel tempo tre personaggi,
mantenendone i nomi ma cambiando i ruoli, in un mondo popolato di bizzarri alieni e
creature preistoriche. Rispetto all’originale l’obiettivo è, prima di tutto, il volerne fare
una parodia; secondo poi l’esigenza di rivolgersi a un target che non è proprio da
“famiglia felice” (si parla con la massima
facilità di sesso e droghe).
Film
Il problema fondamentale è che la pellicola sembra girare interamente intorno
agli effetti speciali, peraltro scarsi e per
nulla avanzati, non offrendo nessun tipo
di ispirazione. La sceneggiatura è esile e
poco coerente, così come i dialoghi e gli
Tutti i film della stagione
stessi personaggi, totalmente privi di profondità. Il regista si muove fra scenografie
artefatte e piatte che richiamano espressamente la staticità dei teatri di posa adoperati negli anni Settanta per ricreare la
preistoria all’interno degli studi, ma non
riesce a ritrovare quel tocco registico che
gli ha permesso di filmare due delicati
movie per famiglie come Casper o Lemony
Snicket -Una Serie di Sfortunati Eventi.
Veronica Barteri
NEMICO PUBBLICO – PUBLIC ENEMIES
(Public Enemies)
Stati Uniti, 2009
Coordinatori effetti speciali: Don Parsons, Bruno Van Zeebroeck
Supervisori effetti visivi: Dick Edwards (Invisible Effects),
Fortunato Frattasio (Wildfire VFX), Ben Grossmann (CafeFX),
Don Lee (Pixel Playgroung), Robert Stadd
Coordinatori effetti visivi: Collin Fowler
Supervisori costumi: Cheryl Beasley Blackwell, Jennifer Jobst
Supervisori musiche: Bob Badami, Kathy Nelson, Nicholas
Johnson (Wildfire VFX), Ben Marks, Andy Schwab
Interpreti: Johnny Depp (John Dillinger), Christian Bale (Melvin Purvis), Marion Cotillard (Billie Frechette), Billy Crudup (J.
Edgar Hoover), Stephen Dorff (Homer Van Meter), Stephen
Lang (Charles Winstead), Channing Tatum (giovane Floyd),
Leelee Sobieski (Polly Hamilton), Emilie de Ravin (Anna Patzke), David Wenham (Pete Pierpont), Giovanni Ribisi (Alvin
Karpis), Rory Cochrane (W. Carter Baum), Stephen Graham
(‘Baby Face’ Nelson), Lili Taylor (sceriffo Lillian Holley), John
Ortiz (Phil D’Andrea), Carey Mulligan (Carole), Shawn Hatosy (John Madala), James Russo (Walter Dietrich), Matt Craven (Gerry Campbell), Branka Katic (Anna Sage), Peter Gerety (Louis Piquett), John Michael Bolger (Martin Zarkovich),
Michael Bentt (Herbert Youngblood), Richard Short (Sam Cowley ), Alan Wilder ( Robert Estill ), Adam Mucci ( Harold
Reinecke),Bill Camp (Frank Nitti), Spencer Garrett (Tommy
Carroll), Jason Clarke (John ‘Red’ Hamilton), Christian Stolte
(Charles Makley), Michael Vieau (Ed Shouse), John Kishline
(guardiano Dainard), Wesley Walker (Jim Leslie), John Scherp
(conte Adam), Elena Kenney (Viola Norris), Madison Dirks
(agente Warren Barton), Len Bajenski (capo della Polizia Fulz),
Andrzej Krukowski (Oscar Lieboldt), Casey Siemaszko (Harry Berman), Brian Connelly (Chester Boyard), Ed Bruce (Senatore Kenneth D, McKellar)
Durata: 140’
Metri: 3850
Regia: Michael Mann
Produzione: Michael Mann, Kevin Misher per Universal Pictures/Relativity Media/Forward Pass/Misher Films/Tribeca Productions/Appian Way
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 6-11-2009; Milano 6-11-2009)
Soggetto: dal libro Public Enemies: America’s Greatest Crime
Wave and the Birth of the FBI, 1933-34 di Brian Burrough
Sceneggiatura: Ronan Bennett, Ann Biderman, Michael Mann
Direttore della fotografia: Dante Spinotti
Montaggio: Jeffrey Ford, Paul Rubell
Musiche: Elliot Goldenthal
Scenografia: Nathan Crowley
Costumi: Colleen Atwood
Produttori esecutivi: G. Mac Brown, Robert De Niro, Jane
Rosenthal
Produttore associato: Maria Norman
Co-produttori: Bryan H. Carroll, Gusmano Cesaretti, Kevin
De La Noy
Direttore di produzione: Julie Herrin
Casting: Avy Kaufman, Bonnie Timmermann
Aiuti regista: David Kelley, Allen Kupetsky, Lucillle Ouyang,
Bob Wagner, Michael Waxman
Operatori: Lucas Bielan, Roberto De Angelis, John Grillo, Michael Mann
Operatore steadicam:Roberto De Angelis
Art directors:Patrick Lumb, William Ladd Skinner
Arredatore: Rosemary Brandenburg
Supervisore effetti speciali trucco: Gregory Nicotero
Effetti speciali trucco: Rob Hinderstein
Trucco: Laura Calvo, Deborah K. Dee, Karisa DeLuca, Vicki L.
Fischer, Jane Galli, Chantelle Marie Johnson, Aimee LippertBastien, Karen McDonald, Vicki Vacca, Patty York
Acconciature: Connie Kallos, Emanuel Millar
nni ’30: in un’America sconvolta dalla Grande Depressione, i
fuorilegge spadroneggiano per le
strade di Chicago. Tra questi, il più temuto è John Dillinger, leggendario rapinatore di banche, ma anche ladro gentiluomo
che estingue i debiti dei cittadini impoveriti. Abilissimo col mitra, ironico e disinvolto, costantemente in fuga da banche e
carceri, Dillinger rappresenta l’eroe che
edifica la sua fama in un paese in frantumi
e in balìa della criminalità, che insieme a
due altri ricercati, Baby Face Nelson e
Pretty Boy Floyd, semina il terrore rapinando banche e sfidando apertamente le
autorità. Contro di lui l’appena nata Fbi,
A
guidata dallo spregiudicato direttore Edgar Hoover, con l’aiuto dell’ambizioso
agente Melvin Purvis, scatena una caccia
all’uomo senza precedenti, servendosi di
ogni mezzo a propria disposizione. In una
sala da ballo Dillinger, una sera, incontra
Billie, un’affascinante guardarobiera di cui
si innamora a prima vista. L’uomo non fa
fatica a conquistare la donna e a portarla
via con sé, promettendole un futuro insieme in Brasile. I due vengono sorpresi insieme e il bandito subito arrestato. Tuttavia, nessun uomo e nessuna prigione sembrano poter fermare il criminale, il cui fascino e le cui audaci evasioni dal carcere
in breve conquistano tutta l’opinione pub-
8
blica. Le sue fughe rocambolesche e temerarie gettano infatti imbarazzo e sconforto sulle istituzioni. Dopo l’ennesimo colpo, durante una sparatoria, Dillinger perde quasi tutti i suoi compagni e rimane ferito, ma riesce a ritrovare Billie. La loro
fuga è breve: la ragazza viene presa in un
agguato, sequestrata dagli uomini di Hoover e torturata quasi fino allo stremo.
Dillinger sta preparando il suo ultimo e
definitivo colpo da 300 mila dollari per poi
sparire per sempre. Una delle donne che
sta frequentando, una prostituta di nazionalità rumena, pur di aver aggiornato dalle
autorità il permesso di soggiorno, prende
contatti con l’Fbi. Così, assediato dalla po-
Film
Tutti i film della stagione
lizia, il criminale viene freddato alle spalle all’uscita del cinema, dopo la visione
del film con Gable Manhattan Melodrama. Le sue ultime parole di addio sono in
onore del “suo uccellino”, l’amata Billie.
emico pubblico è un film basato
sulla storia di John Dillinger: professione criminale e rapinatore
di banche, passato alla storia. Guadagnandosi la fama di “Robin Hood” del crimine,
Dillinger al termine di ogni rapina, dava fuoco ai registri su cui erano annotati i debiti
dei clienti, attirando su di sé una notevole
simpatia dell’opinione pubblica. Tratto dal
libro “Public Enemies” di Bryan Burrough,
il film affronta una delle figure chiave della
mitologia yankee, quel “public enemies”
morto nel 1934 all’età di 31 anni, che il cinema hollywoodiano ha più volte messo
in scena, come nel film Lo sterminatore
girato nel 1945. A distanza di oltre sessanta anni, la storia del famoso criminale ci
viene riproposta da Michael Mann che,
andando oltre i generi, intrecciandoli e contaminandoli, dal western al gangster movie, descrive con tinte melodrammatiche
gli ultimi mesi della sua vita. Dal materiale
biografico di partenza, di cui conserva
nomi, date e luoghi, (sembra che la maggior parte delle location, nonché alcuni indumenti siano reali), Mann sceglie i momenti significativi e gli snodi essenziali;
l’evasione dal penitenziario di Stato dell’Indiana, la riunione con la gang, le rapine, gli inseguimenti e le fughe da una parte all’altra degli States, la sfida con Melvin
Purvis, l’incontro con l’amata Billie Frechette, il tradimento di un’amica, l’uccisione a
pochi metri dal cinema “Biograph” di Chicago, dove aveva appena visto Manhattan Melodrama. Un gangster movie che
permette al regista una citazione meta-cinematografica, fino a estrapolare alcune
N
battute di Clark Gable, che finiscono per
diventare il testamento di Dillinger.
Il resto poi alle riprese: inquadrature
strette dei volti da una parte, dall’altra la
presenza quasi costante della macchina
a mano: l’inquadratura oscilla di continuo,
segue i volti, realizzando un connubio tra
classicità e digitale. Un digitale esaltato
dalla fotografia densa e impeccabile di
Dante Spinotti. Mann non nasconde l’ammirazione che prova per il suo eroe; il film
infatti sottolinea la sua galanteria a più riprese, quando mostra la generosità del rapinatore nei confronti degli ostaggi, o la
tenace opposizione ai metodi violenti di
Baby Face Nelson. Tratteggia un personaggio carismatico, simbolo della libertà e ribellione al sistema, di contro all’arroganza del potere assoluto rappresentato dall’Fbi. Ma il culmine della fascinazione lo si
raggiunge grazie all’intreccio amoroso che
il regista approfondisce studiando il modo
in cui Dillinger corteggia, conquista e re-
sta fedele alla sua compagna, la brava e
bella attrice francese Marion Cotillard. Al
romanticismo struggente del personaggio
concorre l’interpretazione magistrale di
Johnny Depp, che si cimenta superbamente ancora una volta in un ruolo di un personaggio realmente esistito. Suo nemico
un rigido e monoespressivo Christian Bale,
che esprime in pieno tutta la violenza e il
cinismo dell’istituzione preposta a sconfiggere l’ondata di crimine del periodo.
Oltre alla cura scrupolosa manniana
per i dettagli, le ombre, i primi piani dei volti
ruvidi e squadrati riempiono lo schermo alternandosi a nitidi campi lunghi. Mirabile
la sequenza, tutta al ralenti, in cui Depp
entra indisturbato nel quartier generale
dell’Fbi che gli sta dando la caccia e osserva, con una tranquillità paradossale, i
ritagli di giornale e le foto che ricostruiscono gli ultimi mitici anni della sua vita.
Veronica Barteri
SENZA AMORE
Italia, 2007
Costumi: Monica Trappolini
Fonico presa diretta: Lello Rotolo
Casting: Francalberto Cucchini
Trucco e acconciature: Nicola Vorelli
Interpreti: Carloalberto Verusio (Luigi piccolo), Lidia Vitale
(Rita), Francesco De Vito (Angelo), Eleonora Neri (Laura),
Fausto Verginelli (Gaetano), Giacomo Furia (Don Oreste),
Marco Cacciapuoti (Luigi), Luca Pizzurro (Marco), Renato
Giordano (Giacomo)
Durata: 105’
Metri: 2900
Regia: Renato Giordano
Produzione: Barcelona Entertainment/Libero Spettacolo. In collaborazione con Rai Cinema e Mediaplex Italia
Distribuzione: Mediaplex
Prima: (Roma 11-12-2009; Milano 11-12-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Renato Giordano
Direttore della fotografia: Felice De Maria
Montaggio: Emanuela di Giunta
Musiche: Cristina Vetrone, Gianni Fiorellino, Pericle Odierna,
Monica Trappolini
Scenografia: Stefania Camilleri
9
Film
uigi è in macchina con Laura e
Giacomo. I due amici rivelano
finalmente la meta del viaggio:
andare a trovare sua madre Rita. Così,
Luigi, nel corso del viaggio, ricorda di
quando era un bambino: il padre in galera, sorelle, fratelli ed una madre che non
riusciva ad arrivare alla fine del mese coi
pochi soldi. La vera disgrazia di Luigi,
però, è quella di essere un bellissimo bambino. Infatti, il vigile Angelo, apparentemente brav’uomo ma in realtà pedofilo, ha
messo gli occhi su di lui. Per avere la complicità di Rita, così da consentire tali incontri, Angelo la paga mensilmente. Il
bambino, ignorando d’esser stato venduto, chiede aiuto alla madre; lei risponde
semplicemente che bisogna esser grati dell’affetto dimostrato a lui e alla sua famiglia. L’unica che sembra realmente capirlo è la sua insegnante di danza classica,
Laura, da cui va per non pensare al suo
incubo. Per meglio star vicino a Luigi,
Angelo decide di battezzarlo diventandone il padrino.
Un giorno, Gaetano, cognato di Luigi,
rientra in casa improvvisamente scoprendo la terribile verità. Da quel momento,
grazie a Gaetano stesso, finiscono gli abusi, ma anche quelle poche attenzioni della
madre verso il figlio. Passano gli anni: ora
Luigi è un ragazzo. Gaetano muore in un
incidente; Luigi, per aiutare la sorella rimasta vedova e il giovane nipotino, accetta di rincontrare Angelo, con la promessa
di avere in cambio dei soldi. Angelo non
ha ormai più nessuna attrattiva nei suoi
confronti; anzi Luigi trova il coraggio di
maltrattarlo verbalmente e di avere un suo
riscatto. Laura decide di portare Luigi con
L
Tutti i film della stagione
sé e il suo ragazzo Marco, a Roma. Luigi
abbandona la madre maledicendola e augurandole una morte fra dolori e rimorsi.
Nella capitale, il ragazzo lavora come barista e gigolò presso un locale notturno. Una
sera, conosce Giacomo che si prende subito a cuore le sorti del ragazzo. Inizia così
una bella amicizia, fra Luigi Laura e Giacomo, che decide anche di ospitarlo a casa
sua col consenso del compagno. Giacomo
riesce anche a fargli ottenere un importante e serio lavoro come ballerino. Luigi sente ormai di aver perdonato la madre: vorrebbe incontrarla di nuovo. Sentendo così
tanto il peso del passato, Luigi tenta il suicidio tagliandosi le vene; Giacomo lo trova
in tempo. Uscito dall’ospedale, Laura e Giacomo decidono di portarlo da sua madre.
Luigi è ora di fronte a lei.
l film si basa su di una storia vera.
Non facile raccontare gli abusi subiti
da un bambino e l’indifferenza della
madre; così anche i difficili tentativi di aiutare un estraneo a trovare la giusta strada
da percorrere. Renato Giordano, qui alla
sua opera prima, tenta di affrontare la vita
di Luigi e le sue vicissitudini con cautela.
Evidente tale intenzione proprio nei momenti di violenza, dove il regista glissa sui
due personaggi, facendo panoramiche
sulla città o sulle campagne. Per il resto,
Giordano si lascia andare, non riuscendo
a essere minimamente obbiettivo nella
narrazione, cadendo in eccessivi sentimentalismi; queste lacune dipendono sia
dal reale coinvolgimento del regista nella
storia sia per la scelta di porsi come attore
all’interno del film. La pellicola ha indubbiamente diverse pecche. In molte sequen-
I
ze la sceneggiatura sembra mancare di diversi passaggi, che portano a non capire
determinate logiche di causa ed effetto; il
film tende a soffermarsi più su momenti
che in realtà non mandano avanti la storia, e tralasciando passaggi cardine. I rapporti fra i personaggi non sono ben analizzati: in primis quello fra Luigi e Laura. Non
si comprende quando la donna abbia capito gli abusi subiti dal bambino, né tantomeno quando abbia deciso di prendersene cura. Il personaggio principale non è
ben delineato. I suoi pensieri, il suo iter psicologico che lo porta a sentire la mancanza della madre restano assolutamente un
mistero; così anche gli abusi subiti diventano non il fulcro della storia, ma un evento del passato. I dialoghi risultano a volte
astrusi, in altre di difficile comprensione.
Viene infilata qualche perla di saggezza,
ma all’interno del caos generale, resta difficile ricordarsene.
I personaggi attorno a Luigi non subiscono il passare del tempo: gli anni procedono, il protagonista cresce ma nessuno
invecchia. Troppo repentino, infine, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.
Lidia Vitale, interprete di Rita, assieme a Francesco De Vito nella parte di Angelo, sono gli unici a essere realmente in
parte. Le sequenze dove i due attori duettano, infatti, sono quelle meglio riuscite.
Purtroppo il giovane Marco Cacciapuoti,
Luigi da grande, non riesce a trasmettere
nessuna emozione.
Peccato. Senza Amore è una storia che
meritava d’esser meglio raccontata e recitata.
Elena Mandolini
ASTRO BOY
(Astro Boy)
Hong Kong/Stati Uniti/Giappone, 2009
Art director: Jake Rowell
Supervisore effetti visivi: Yan Chen
Supervisore immagini digitali: Christopher Dusendschon
(iO FILM)
Supervisore musiche: Todd Homme
Animazione: Randy Link
Voci: Freddie Highmore (Astro Boy), Nicolas Cage (Dottor Tenma), Kristen Bell (Cora), Samuel L. Jackson (Zog), Charlize
Theron (narratrice), Bill Nighy (Dottor Elefun), Donald Sutherland (Generale Stone), Moises Arias (Zane), Eugene Levy
(Orrin), Nathan Lane (Ham Egg), Matt Lucas (Sparx), Madeline Carroll (Widget/Grace), Sterling Beaumon (Sludge), Victor
Bonavida (Sam), Tony Matthews (padre di Cora), Ryan Stiles
(Mr. Pistachio)
Durata: 94’
Metri: 2600
Regia: David Bowers
Produzione: Pilar Flynn, Maryann Garger per Imagi Animation Studios/Imagi Crystal/Tezuka Production Company LTD.
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 18-12-2009; Milano 18-12-2009)
Soggetto: personaggio dell’omonimo manga e della serie TV
animata ideati da Osamu Tezuka
Sceneggiatura: Timothy Harris, David Bowers
Direttore della fotografia: Pepe Valencia
Montaggio: Robert Anich Cole
Musiche: John Ottman
Costumi: Jane Poole
Produttori esecutivi: Francis Kao, Cecil Kramer, Ken Tsumura, Paul Wang
Direttore di produzione: Tony Matthews
Casting: Linda Lamontagne
10
Film
taccatasi dalla Terra, ormai ridotta a un cumulo di rifiuti e macerie,
la metropoli giapponese MetroCity è in orbita nei cieli. Lì il geniale scienziato
Tenma studia gli effetti del Nucleo Blu e del
suo corrispettivo negativo Nucleo Rosso,
equivalenti per potenza all’atomica. Durante un esperimento guidato da Tenma e dal
malvagio presidente Stone, l’amato figlio di
Tenma, Tobio, viene ucciso da un Robot alimentato con Nucleo Rosso. Sconvolta dalla
perdita del figlio, Tenma trasferisce su un robot le sembianze e i ricordi di Tobio, per fare
un sostituto del ragazzo. Ma il robot rivela
inaspettatamente una propria personalità e
viene quindi rifiutato dal suo creatore. Tobio
fugge e scopre la vita sulla Terra, sulla quale spera di vivere come un bambino vero e
incontra per la prima volta degli amici, sia
umani sia robot, che lo ribattezzato Astro.
Ma la sua natura robotica viene scoperta dal
malvagio Hamm Egg, che lo programma
come robot da combattimento per farlo lottare in un arena. Astro viene poi catturato da
Stone, che vorrebbe utilizzare il Nucleo Blu
per dare vita a un robot chiamato il Pacificatore (quello che a suo tempo causò la morte
del vero Tobio), in realtà una letale macchina di distruzione della Terra. Stone ordina a
Tenma di disattivare Astro, ma questi, all’ultimo momento, si pente e lo aiuta a fuggire,
dopo aver finalmente scoperto la lealtà e la
bontà del robot. Astro si scontra contro il Pacificatore e riesce a sconfiggerlo solo sacrificando la propria vita e la propria energia.
Grazie all’intervento dei suoi amici robot,
Astro riacquista le forze e diventa il paladino di MetroCity e della Terra contro l’imminente invasione degli alieni.
S
pparso per la prima volta agli inizi degli anni Cinquanta, il personaggio di Astroboy nasce dall’immaginazione di Osamu Tezuka, il “dio dei
manga”, geniale creatore e ideatore di un
vero e proprio genere fantascientifico nipponico, nel quale si fondono l’onnipresente trauma post-atomico con l’incrollabile
fede nel progresso della scienza e della
robotica. Sorta di Pinocchio moderno,
Astroboy rappresenta infatti l’utopica sintesi tra uomo e macchina votata al bene,
simbolo della rinascita di un paese e del
rinnovamento della sua cultura.
Dopo essere diventato un manga, un
anime (il primo derivato a un fumetto) e aver
avuto ben tre riedizioni più alcuni lungometraggi, era naturale che Tetsuwan Atomu
(“Atom dal pugno di ferro” in originale) suscitasse l’interesse degli americani, sempre
pronti ad appropriarsi del meglio e a trasformarlo secondo le loro esigenze e ideologie.
Visti i recenti fallimenti, anzi veri e propri flop,
A
Tutti i film della stagione
delle riedizioni USA di classici come Dragon
Ball (ma le premesse lo lasciavamo presagire facilmente) e soprattutto Speed Racer
(e lì ci sarebbe potuto invece aspettare di
più e di meglio, invece ne è uscito fuori un
film incomprensibile e fuori da ogni logica), i
timori potevano dirsi più che giustificati.
Astroboy è un film discreto in termini
tecnici (l’animazione nel complesso è abbastanza inferiore ad altri prodotti contemporanei, ma è comunque molto curata), rispettoso dell’originale – una volta tanto! –
ma che ha il difetto di essersi limitato a una
semplice operazione di restyling; insomma
un film del quale forse non si sentiva il bisogno, ma che, dal momento che proprio veniva messo in essere, almeno si tentasse
un qualcosa di creativo e di personale, pur
senza travisare l’originale, senza fermarsi
al semplice omaggio, o alla rivisitazione citazionistica più o meno evidente. Abbondano infatti i rimandi a A.I. Intelligenza artificiale, sia a livello narrativo (l’arena nella
quale si battono Astro e gli altri robot come
la Fiera della carne del film di Spielberg),
sia a livello tematico (l’androide come sostituto impossibile dell’essere umano, il suo
vivere in bilico tra due mondi), a sua volta
presente anche in Blade Runner (entrambi
i film si rifanno a dei racconti di Isaac Asimov), Metropolis per l’avveniristica MetroCity sospesa tra i cieli, un classico della
cultura nipponica come Godzilla mischiato
ai grandi classici come Mazinga, Goldrake
e UfoRobot per la trasformazione gigante-
sca del Pacificatore, guidato con il pensiero da Stone; e ancora Pinocchio, Frankenstein di Mary Shelley per il creatore votato
alla distruzione della propria opera, Freaks,
capolavoro maledetto di Tod Browing, i bimbi sperduti di Peter Pan, lo scenario apocalittico alla Mad Max e Ken il guerriero.
Fermo restando la già citata incapacità (o forse la non volontà) di andare oltre il
semplice omaggio e la riproposizione moderna di un classico (impossibile non chiedersi cosa sarebbe diventato nelle mani
ad esempio di un John Lasseter), Astroboy è comunque un buon film, volto a far
conoscere e apprezzare una storia sempre valida e profonda alle giovani generazioni, probabilmente ignare della sua esistenza e forse poco attirare dalla veste
grafica dell’originale, abituati come sono
alle meraviglie della moderna animazione.
Sulla carta, l’edizione italiana poteva
essere veramente disastrosa per via della
solita, incomprensibile mania di imporre
come doppiatori, per scopi meramente
pubblicitari, dei personaggi famosi del
mondo dello spettacolo ma che nulla
avrebbero a che spartire con l’arte del doppiaggio. Al di là del Trio Medusa, corretti e
simpatici, colpisce invece la prova fornita
da Silvio Muccino e Carolina Crescentini,
entrambi alla prima esperienza con il doppiaggio e straordinariamente adatti e coerenti con i loro personaggi.
Chiara Cecchini
MAR NERO
Italia/Romania/Francia, 2008
Regia: Federico Bondi
Produzione: Francesco Pamphili, Ada Solomon, Giorgia Priolo per Film Kairòs/rai
Cinema/HiFilm/Manigolda Film
Distribuzione: Kairòs Film
Prima: (Roma 30-1-2009; Milano 30-1-2009)
Soggetto: Cosimo Calamini, Federico Bondi
Sceneggiatura: Federico Bondi, Ugo Chiti
Direttore della fotografia: Gigi Martinucci
Montaggio: Ilaria Fraioli
Musiche: Enzo Casucci, Guy Klucevsek
Scenografia: Daniele Spisa, Dan Toader
Costumi: Alessandra Vadalà
Produttore esecutivo: Marina Spada
Direttore di produzione: Paola Piattelli
Aiuti regista: Cristina Iliescu
Trucco: Edi Rossello
Effetti: Francesco Struffi
Suono: Mirko Guerra
Interpreti: Ilaria Occhini (Gemma), Dorothea Petre (Angela), Vlad Ivanov (Adrian),
Maia Morgenstern (Madalina), Corso Salani (Enrico), Vincenzo Versari (Lupi), Giuliana Colzi (Milena), Theodor Danetti (Nicolae), Marius Silagiy (Nelu)
Durata: 95’
Metri: 2665
11
Film
ella borghesissima Firenze del
tempo presente, Gemma, anziana vedova non più in grado di
vivere da sola, si trova costretta dal figlio
Enrico – che abita fuori città con la moglie e
i figli – alla convivenza forzata con una giovane badante rumena. Angela non sa che
poche parole d’italiano; da pochi giorni in
Italia, ha lasciato il suo paese per guadagnare denaro da mandare al marito, rimasto
a lavorare in patria, e poter così finalmente
pensare insieme a un figlio. Gemma è indurita dalla solitudine e dalla vecchiaia: all’inizio maltratta la ragazza, coprendola di rimproveri e insulti senza concedere alcuna confidenza, né, tanto meno, accettare le offerte
di tenerezza. Passano i mesi, arriva l’inverno; tra le due donne si è lentamente instaurato un legame che, giorno dopo giorno, assomiglia sempre più alla relazione tra madre e figlia. Il pranzo natalizio a casa della
famiglia di Enrico è il momento della definiva conferma dell’affetto cresciuto tra Gemma e Angela. La notte di capodanno la ragazza ottiene dalla donna un permesso eccezionale per andare a una festa organizzata da compaesani; alla serata parteciperà di
sicuro anche un compatriota che da tempo
segue la giovane con sguardo appassionato.
Proprio al culmine dei festeggiamenti, Angela riceve una telefonata dalla Romania:
suo marito è scomparso e nessuno sa più
nulla di lui da giorni. La ragazza torna a casa
all’alba, ubriaca e sconvolta, contravvenendo alle precise richieste di Gemma; la donna reagisce con rabbia a quello che vede
come un tradimento della sua fiducia. Angela, dopo averle raccontato la sua storia, chiede a Gemma il permesso di partire per tornare in Romania a cercare il marito. Decisa
a non restare di nuovo sola, Gemma si mette
in viaggio insieme alla ragazza verso la Ro-
N
Tutti i film della stagione
mania. Dopo un lungo tragitto, le due donne
raggiungono il villaggio dove l’anziano padre della giovane le aspetta. Così, mentre
Angela, risolto il mistero, va a riprendersi il
marito perso nel letto dell’amante, il vecchio
genitore e Gemma passano insieme tutto il
giorno, raccontandosi ciascuno i frammenti
della propria lunga esistenza, comprendendosi l’un l’altro oltre ogni distanza linguistica e culturale.
’opera prima di Federico Bondi è
uno dei migliori lungometraggi narrativi nostrani delle ultime stagioni. Realizzato grazie al supporto di istituzioni locali (Mediateca Regionale Toscana),
nazionali (il Ministero per i Beni e le Attività
Culturali che ha riconosciuto al film il contributo concesso alle opere prime) e internazionali (il sempre provvidenziale Programma Media, il Centro Nazionale per la Cine-
L
matografia Rumena e la Televisione Rumena), il film ha ottenuto la distribuzione in sala
dopo esser stato mostrato al Festival di Locarno. Scritto insieme a un altro toscano di
razza, Ugo Chiti, e vegliato da una produttrice esecutiva del tutto eccezionale – Marina
Spada, una delle autrici più solide e importanti nel panorama italiano – Mar nero esibisce e dimostra l’efficienza di un progetto
concreto, essenziale e giusto nello scegliere toni e misure della messa in scena, della
narrazione, dei dialoghi, delle soluzioni visive. Una buona direzione della fotografia
ritrae una coppia di protagoniste ben assortita, solidamente costruita sul volto e
sulla voce d’Ilaria Occhini, professionista
dalla nobile e lunga carriera. Ispirandosi più
al dramma che al film di ritratto sociale,
Bondi decide, superata la metà del racconto, una vivace e inaspettata virata verso il
road movie. La Romania di Bondi è inattesa e complessa tanto quanto la sua Firenze, provinciale e quotidiana. Le ellissi di tempo e di spazio sono suggestive e coerenti
lacune, così come i silenziosi pedinamenti
della macchina che discretamente segue i
malinconici percorsi singolari delle due protagoniste. Lo sguardo vivido ed essenziale
del giovane regista, la sua distanza ed estraneità dalla rappresentazione più vieta e istituzionale dei luoghi e delle situazioni, l’inusuale talento nel dirigere gli interpreti producono un film piccolo e discreto, ma pieno di
cose, dotato di acume e ricco di delicate sfumature. Un prodotto medio capace di evitare il clichè raccontando una vicenda tipica
della contemporaneità senza moralismi o patetismi. Una danza degli affetti, nella quale
gli sguardi e i corpi s’incontrano in un mondo vero e vicino.
Silvio Grasselli
EVA E ADAMO
Italia, 2009
Regia: Vittorio Moroni
Produzione: Stefano Mancini, Vittorio Moroni, Marco Piccarreda per 50Notturno in
collaborazione con Onair
Distribuzione: 50Notturno
Prima: (Roma 25-9-2009; Milano 25-9-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Vittorio Moroni, Marco Piccarreda
Direttori della fotografia: Vittorio Moroni, Marco Piccarreda
Montaggio: Marco Piccarreda
Musiche: Mario Mariani
Operatori: Vittorio Moroni, Marco Piccarreda
Organizzazione: Stefano Mancini
Interpreti: Deborah Colombo, Veronica Viani, Erika Milano
Durata: 77’
Metri: 2120
12
Film
RIKA. Erika è una signora milanese di 76 anni, è ricca, istruita,
poliglotta. Ha un appartamento
a Milano, una villa in Sardegna e ama viaggiare attratta dal fascino dell’esotico. Ha
pubblicato due libri autobiografici. Ha alle
spalle due matrimoni, uno con un architetto giapponese da cui ha avuto due figlie, e
il secondo con un egiziano. Da sempre crede nell’amore e nella passione. Oggi vive
con il suo terzo marito: Moussà, un giovane senegalese di 35 anni, conosciuto durante
una vacanza. Erika e Moussà dicono di non
considerare la loro differenza di età un problema, ma i loro rispettivi bisogni entrano
in contrasto e danno luogo a tensioni. In
cerca di realizzazione, Moussà sente il bisogno di tornare nel suo paese. Il giovane
africano vorrebbe avere un aiuto economico per costruire una casa e avviare un’attività tutta sua in Senegal. Dopo un primo
rifiuto, Erika è tentata di cambiare idea: sta
pensando di vendere la sua casa e ha comprato un biglietto per il Senegal.
DEBORAH. Deborah è una ventenne
con un corpo da pin-up. Orfana di padre, è
scappata di casa a 14 anni per cercare fortuna a Milano. È fidanzata con Filippo che
non ha mai un soldo in tasca e non sembra
affannarsi molto per cercarsi un lavoro.
Dopo aver lavorato come barista, Deborah
comincia a esibirsi dal vivo in spettacoli
porno, trasmissioni con telefonate erotiche
in diretta TV e film hard. Filippo è molto
geloso e, per un po’ di tempo, fa finta di
non sapere del lavoro della fidanzata. I soldi di lei fanno comodo a entrambi, fino a
quando accade un evento che stravolge le
loro vite. Deborah aspetta un bambino.
Dopo il parto, per la giovane è un netto cambio di vita. Lasciato il lavoro di pornostar,
si dedica solo a fare la mamma.
VERONICA. Veronica ha 35 anni, abita in un paese vicino Reggio Emilia ed è sposata con Alberto, affetto da sclerosi multipla. Quando Veronica lo ha conosciuto, l’uomo era già su una sedia a rotelle e la sua
malattia era inesorabilmente destinata a peggiorare. Si sono conosciuti a Lourdes, dove
lei era andata come infermiera. Per Veronica è stato un colpo di fulmine. Prima di Alberto la donna aveva deciso di non frequentare più uomini e di non avere più storie
d’amore, dopo che il suo giovanissimo fidanzato era morto all’improvviso. Da quando
ha sposato Alberto la sua vita è cambiata
completamente. Dopo diversi anni di matrimonio, a sorpresa, rimane incinta. Con la
nascita di due bambini, per Veronica la vita
è diventata ancora più difficile ma anche più
piena. Uno dei giorni più belli della sua vita
è stato quando uno dei suoi piccoli ha pronunciato la sua prima parola: “papà”.
E
A
damo ed Eva. No, Eva e Adamo.
Eva prima di Adamo. La donna e
l’uomo. Nell’Eden biblico, nel pa-
Tutti i film della stagione
radiso perduto, uomini e donne vivono un
“paradigma di pienezza e felicità con cui ogni
donna e ogni uomo occidentale, crescendo,
inconsciamente si confronta, sospirando
Principi Azzurri e attendendo Anime Gemelle” per usare le parole del regista. Ma fra “delusioni, compromessi, fallimenti e sopravvivenze”, si ricorderà che Adamo ed Eva da
quell’Eden furono cacciati per aver mangiato dall’albero della conoscenza e condannati a un’esistenza di dolore e disperazione.
Il regista sintetizza così il suo assunto di
base: “Così ciò che chiamiamo amore forse
non è altro che il riconoscimento di non essere i soli a essere stati gettati nella disperazione di un mondo estraneo e inadeguato”.
Tre racconti, tre donne forti, tre storie
d’amore speciali, “estreme e forse non ancora digerite” come le ha definite Moroni. Tre
‘Eva’ e i loro ‘Adamo’. L’amore che oggi sceglie liberamente (quanto liberamente?),
l’amore emancipato (davvero?) da ogni condizionamento economico, religioso, sociale.
Le tre donne sbriciolano convenzioni ancora dure a morire, o almeno ci provano. Non
senza dolore. Il film prende in prestito la frase di lancio dal titolo di una famosa raccolta
di racconti di Raymod Carver: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”. L’interrogativo è di quelli forti, difficili, eterni.
I tre personaggi femminili appaiono
come tre archetipi, tre figure dalle vite “segnate” (come Eva) ma che affrontano i
momenti difficili con decisione e coraggio.
Le vite private di tre donne sono scandagliate, quasi radiografate, dal loro interno, cercando di andare oltre la facciata, oltre la superficialità di tre coppie che, viste dal di fuori,
si è tentati di definire semplicemente “anomale”. Minimo comune denominatore dell’amore delle tre donne è il sacrificio, talvolta
più manifesto, talaltra più nascosto e ancora
da maturare. Un sacrificio grande, doloroso
ma necessario. E tre finali aperti, aperti su un
interrogativo che riguarda ancora le tre donne: saranno abbastanza coraggiose da far durare quei loro amori così estremi?
Un cinema ‘piccolo’ per narrare ancora un sentimento ‘grande’.
Vittorio Moroni, al suo terzo lungometraggio dopo Tu devi essere il lupo (2004)
e Le ferie di Licu (2006), firma un’opera
vicina al documentario, per meglio dire, al
confine tra documentario e fiction, che procede alternando la formula dell’intervista
alla ricostruzione di scene di vita quotidiana. Una menzione particolare merita l’originale forma di distribuzione. Il film infatti
‘viaggia’ per l’Italia con la sua casa di distribuzione “50Notturno” (dal nome di un
autobus di Roma). Come era già stato fatto con Le ferie di Licu, il film viene portato
in giro su un camper colorato e viene distribuito, per iniziativa degli stessi autoridistributori, nei cinema di diverse città a
rotazione. Con questa singolare promozione, la “50Notturno” riuscì a portare al cinema a vedere Le ferie di Licu più di 65.000
spettatori (una vera cifra record). Questa
volta, neanche a dirlo, “L’Eva e Adamo Tour
09” viaggia su un camper dipinto di rosa.
Curioso il modus operandi della promozione: ogni sera prima del film, incontrando
il pubblico, la banda di autori-distributori-produttori regala a ogni spettatore seduto in sala
un fotogramma di pellicola come souvenir.
Come dire, facciamo a pezzetti una copia
del nostro lavoro, per regalarne una piccola
parte ad ognuno di voi. Eh già, il cinema è di
chi lo fa, ma è anche un po’ di chi lo vede.
Elena Bartoni
CADO DALLE NUBI
Italia, 2009
Regia: Gennaro Nunziante
Produzione: Pietro Valsecchi, Camilla Nesbitt per Taodue Film
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 27-11-2009; Milano 27-11-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Gennaro Nunziante, Checco Zalone, Pietro Valsecchi
Direttore della fotografia: Lorenzo Adorisio
Montaggio: Maria Luisa Montalto
Musiche: Checco Zalone
Scenografia: Sonia Peng
Costumi: Maria Luisa Montalto
Casting: Elisabetta Curcio
Supervisore effetti visivi: Andrea Battistoni
Suono: Massimo Simonetti
Interpreti: Checco Zalone (Checco), Francesca Chillemi (Luisa), Dino Abbrescia
(Alfredo), Giulia Michelini (Marika), Fabio Troiano (Manolo), Raul Cremona (Roberto), Ivano Marescotti (padre di Marika), Luigi Angelillo (zio di Checco), Anna Ferruzzo (madre di Checco), Sereno Bukasa (Nicolas), Ludovica Modugno (zia di Checco), Stefano Chiodaroli (Giulio)
Durata: 99’
Metri: 2720
13
Film
hecco Zalone ha poco più di
trent’anni ed è nato a Polignano
a mare, il paese in provincia di
Bari che ha dato i natali anche al grande
Domenico Modugno. Checco vive con la
mamma vedova, è fidanzato da sei anni con
Angela e sogna il successo nel mondo della musica come cantante neomelodico. Nel
frattempo, lavora part time in una gelateria dove si esibisce al piano bar con un
repertorio di canzoni dedicate alla fidanzata ed è convinto che non sia necessario
ritornare a fare il muratore con lo zio, tanto
il successo prima o poi arriverà. I sogni di
Checco si incrinano quando Angela decide di lasciarlo, perché vuole accanto a sé
un uomo con uno stipendio sicuro, che le
dia una famiglia e dei figli.
Contrariamente a tutti coloro che gli
dicono di abbandonare ogni speranza,
Checco decide di tentare la fortuna a Milano dove sarà ospite di suo cugino Alfredo, un fisioterapista omosessuale che, da
più di dieci anni, è fidanzato con Manolo,
ma non ha il coraggio di confessarlo alla
famiglia.
Dopo un paio di esibizioni fallite (una
in un locale per gay e l’altra davanti a una
platea di seguaci della Lega Nord), Checco conosce Marika, una studentessa figlia
di un leghista convinto, della quale si innamora al primo sguardo. Nonostante i
suoi modi un po’ cafoni e ingenui, riesce a
diventare maestro di musica nella parrocchia in cui Marika fa volontariato. Un bacio sfuggente che i due ragazzi si scambiano alla fine di una festa, in cui lei si è
ubriacata per dimenticare l’uomo che ama,
C
Tutti i film della stagione
spinge Checco a considerarla la sua fidanzata ufficiale. Nonostante questo, è in agguato la seconda delusione d’amore: Marika infatti gli confessa di non essere innamorata di lui e lo invita a non cercarla più.
Proprio quando la vita sembra non
sorridergli più, Checco decide di partecipare alle selezioni del nuovo talent show
“I want you”. Dopo tre giorni di estenuante
attesa, giunge finalmente il momento del
provino, ma, nel tentativo (riuscito) di far
riappacificare Manolo e Alfredo, arriva
tardi e non trova più nessuno. Nonostante
tutto, Checco improvvisa una performance live senza accorgersi che le telecamere
sono accese. Qualcuno però lo nota e lo
manda via.
Per Checco Zalone è la fine di ogni
speranza, ormai non gli resta che tornare
in Puglia e fare il muratore. Ma proprio
quando tutto sembra finito, ecco che improvvisamente si riaprono le porte dell’amore e della televisione. Proclamato
vincitore del concorso televisivo e ormai
sposo della sua amata Marika, a Checco
resta un ultimo problema da risolvere: convincere gli zii ad accettare l’amore tra Alfredo e Manolo.
on si tratta di commedia all’italiana, né tantomeno di commedia
degli equivoci. Quando si guarda un film come Cado dalle nubi bisogna
sempre tener presente che la sua forza
fa leva soprattutto sulla popolarità televisiva di Luca Medici, in arte Checco Zalone, il tamarro barese che da anni cavalca
le scene televisive con l’inno della nazio-
N
nale cantanti di calcio “Siamo una squadra fortissimi” e con le reinterpretazioni
in chiave comica e neomelodica di alcune delle canzoni più famose della musica
italiana.
Se dal punto di vista della struttura
narrativa, il film si presenta come un’opera assolutamente autosufficiente, dichiara
troppo apertamente la volontà di rimanere una pellicola semplice, priva di quella
forza comica che invece avrebbe permesso al film di decollare, soprattutto grazie
alla bravura di alcuni interpreti (come Dino
Abbrescia nel ruolo di Alfredo). E così che
il tema della diversità, declinato non solo
nell’accezione di differenze sociali e culturali tra Nord e Sud, ma anche in quella
di incomunicabilità tra padre e figlio, tra
amanti e tra popoli diversi, resta costantemente come un semplice sfondo a quello
che è il vero protagonista del film: Checco
Zalone con il suo barese italianizzato (o
italiano storpiato).
Nonostante questo, Cado dalle nubi è
un film che può piacere perché fa ridere
anche senza ricorrere a linguaggi volgari,
o a corpi fin troppo esibiti. Anzi, proprio
questi sono elementi del tutto assenti nel
film. Se certamente non verrà ricordato
nella storia della commedia italiana, almeno conferma la bravura di Luca Medici
come attore comico più adatto alla televisione che al grande schermo, e la sua
abilità di prendere un po’ in giro un certo
tipo di musica, usando la parola in chiave
demenziale.
Marianna Dell’Aquila
SOUL KITCHEN
(Soul Kitchen)
Germania, 2009
Aiuti regista:Cecile Heisler
Operatore Steadicam:Donat Schilling
Art director:Seth Turner
Trucco: Nicola Faas, Maike Heinlein
Supervisore musiche:Pia Hoffmann
Interpreti: Adam Bousdoukos (Zino Kazantsakis), Moritz Bleibtreu (Illias Kazantsakis), Anna Bederke (Lucia Faust), Pheline Roggan (Nadine Krüger), Birol Ünel (Shayn), Dorka Gryllus (Anna Mondstein), Wotan Wilke Möhring (Thomas Neumann), Lukas Gregorowicz (Lutz), Demir Gökgöl (Sokrates),
Cem Akin (Milli), Marc Hosemann (Ziege), Catrin Striebeck
(sig.ra Schuster), Ugur Yücel (sig. Jung), Monika Bleibtreu
(nonna di Nadine), Julia Wachsmann (Tanja), Maria Ketikidou
(ispettrice), Jan Fedder (Meyer), Peter Lohmeyer (proprietario del ristorante)
Durata: 99’
Metri: 2740
Regia: Fatih Akin
Produzione: Fatih Akin, Ann-Kristin Homann, Klaus Maeck,
Jeanetter Würl per Corazón International/ Dorje Film/ Norddeutscher Rundfunk (NDR)/ Pyramide Productions
Distribuzione: BIM
Prima: (Roma 8-1-2010; Milano 8-1-2010)
Soggetto e sceneggiatura: Adam Bousdoukos, Fatih
Akin
Direttore della fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Andrew Bird
Scenografia: Tamo Kunz
Costumi: Katrin Aschendorf
Co-produttori: Paolo Colombo, Alberto Fanni, Fabienne Vonier, Flaminio Zadra
Line producer:Christian Springer
Direttore di produzione: Andrea Bockelmann
Casting: Monique Akin
14
Film
mburgo (Germania). L’immigrato di origine greca Zino Kazantsakis gestisce con buoni risultati un piccolo ristorante alla periferia della
città. Il locale è piuttosto spartano, ma
accogliente e la cucina, benché non sia
molto raffinata, viene comunque apprezzata dai clienti.
Il ragazzo viene però improvvisamente travolto da una serie di avvenimenti che
lo costringe a dare una svolta alla sua vita.
Sia lavorativa, che sentimentale. La sua
fidanzata Nadine gli preferisce un interessante posto di lavoro a Shangai e, contemporaneamente, rispunta fuori il fratello
Ilias, il quale appena uscito di galera (è in
semilibertà), lo implora di trovargli un’occupazione.
Come se non bastasse, Zino riceve la
visita di una funzionaria delle imposte perché non ha pagato le tasse. E, in ultimo, si
procura un serio trauma alla schiena. Ma
non può neppure recarsi dal medico in
quanto non possiede l’assicurazione. Non
potendo più cucinare a causa dell’incidente, prova a ingaggiare Shayn, un estroso
chef che si è appena licenziato da un ristorante di lusso della città. I suoi piatti da
gourmet, però, non riscuotono inizialmente il successo sperato presso la grossolana
clientela del “Soul Kitchen”.
Un giorno Zino incontra un suo vecchio compagno di scuola, Thomas Neumann, che vorrebbe acquistare il suo locale. Lui, però, è troppo affezionato per
venderlo. Così l’amico agente immobiliare, determinato a non farsi scappare l’occasione, pensa bene di incastrarlo mandandogli gli ispettori dell’Ufficio d’igiene.
Quando la nuova cucina inizia dare i
primi frutti, Zino (che continua a soffrire
di ernia del disco), decide di affidare la
gestione del ristorante al fratello e trasferirsi dalla fidanzata in Cina. Ma, non fa in
tempo a partire, che la ragazza anticipa il
suo ritorno, con tanto di nuovo compagno
con occhi a mandorla al seguito.
Intanto, per pagare i debiti di gioco contratti con Neumann, Illias è costretto a vendergli la proprietà. Nel tentativo di rubare
l’atto del contratto, l’ex galeotto viene scoperto in flagrante dalla polizia e condotto
di nuovo in carcere. Qui, guarda caso, rincontra il suo “rivale”, accusato di aver frodato il fisco. Zino ha ancora un’ultima chance per riprendersi il “Soul Kitchen”: durante un’asta riesce a vincere la concorrenza di un altro offerente grazie ad un imprevisto che ha dell’incredibile... .
A
«C
Tutti i film della stagione
sta mentre si scatena finalmente sulla pista da ballo dopo lunghi mesi passati in
gattabuia. Senza dubbio, sarebbe un mondo più triste e noioso – diciamo noi.
Ma la domanda che, di rimbalzo, ci poniamo è invece la seguente: che cosa sarebbe Soul Kitchen senza musica? Se quest’ultima è «il cibo dell’anima» – come sostiene uno sconsolato Zino Kazantsakis al
momento del sequestro dello stereo –, per
la proprietà transitiva, possiamo tranquillamente affermare che la musica allora è l’anima di questo splendido film.
Onnipresente e declinata in ogni possibile genere (dal rock al soul, dal funky
fino alla dance), la colonna sonora conferisce all’opera di Akin un ritmo scoppiettante e travolgente. D’altronde non è la
prima volta che il giovane cineasta turco
(ormai naturalizzato tedesco), da grande
appassionato quale è, costruisce le sue
storie come autentiche partiture.
Ricordate, ad esempio, il bellissimo
documentario del 2006 Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul? Un coacervo
di suoni, rumori, melodie e forme musicali
espressioni di diverse culture riempivano
lo schermo di sana allegria e di un’energia contagiosa. Qui l’amore per le sette
note è a tal punto esibito e debordante che
ci scappa perfino un omaggio a La paloma di Natalino Otto, in una doppia versione (la seconda è interpretata da Gabriella
Ferri).
Dimenticatevi quindi il Fatih Akin in
versione cupa e drammatica di La sposa
turca, oppure l’autore “impegnato” a raccontare la difficile strada dell’integrazione,
ai giorni nostri, nel Vecchio Continente, dal
suo personale osservatorio di immigrato
(Ai confini del paradiso).
he cosa sarebbe il mondo
senza musica?» – si chiede
Illias, il fratello del protagoni-
15
In questo suo ultimo lavoro, rimasto per
anni nel cassetto, tutto quel imprescindibile retaggio che si porta dietro si colora,
scena dopo scena, di una comicità irresistibile. Sono davvero tanti gli episodi memorabili: dalla furiosa reazione del cameriere Shayn alla richiesta di un cliente di
un gazpacho caldo, alla festa privata dove,
complice un dolce afrodisiaco, tutti si accoppiano come in preda ad un incontrollabile libido (perfino l’austera esattrice delle
tasse che si concede senza alcun freno
inibitore a Neumann!).
E ancora: dal brutale trattamento
anti-mal di schiena che subisce il povero Zino da parte di un santone-guaritore
turco, al conclusivo coup de théatre, in
cui un ricco e distinto signore (il grande
Udo Kier) viene messo kappaò, prima
ancora che dall’offerta del legittimo proprietario, da un bottone ingoiato al posto di una mentina!
Anche se il connubio “cinema-cibo”
nelle ultime stagioni si sta rivelando una
formula un po’ troppo abusata e forse pure
logora (l’ultimo caso felice in ordine di tempo è Cous Cous di Kechiche), bisogna riconoscere che qui si carica di una nuova
linfa. Non si vedono, infatti, soltanto i piatti
e le gustose pietanze nel momento della
loro preparazione in cucina. Il cibo vuole
dire soprattutto condivisione di sentimenti, di esperienze e, perché no, anche di
sventure. L’arte di arrangiarsi vale nella
cucina come nella vita: a volte, basta semplicemente invertire l’ordine degli ingredienti per avere la “ricetta” giusta.
Il merito è senza dubbio di una sceneggiatura agile, effervescente e senza
alcuna sbavatura, in cui l’umorismo, a volte incontenibile, fa da contraltare a un
Film
amaro e bizzarro incrocio di solitudini, destini, amicizie e amori, sbocciati per caso
(quelli tra Illias e la cameriera Lucia, e tra
Zino e la fisioterapista Anna).
Senza dimenticare, ovviamente, il fondamentale contributo di tutti gli interpreti
(alcuni dei quali già comparsi nelle pellicole precedenti di Akin): da Moritz Bleibtreu a Birol Ünel, da Anna Bederke al
protagonista Adam Bousdoukos, co-auto-
Tutti i film della stagione
re del copione assieme al regista. L’attore
di sangue greco ispira simpatia e divertimento solamente a guardarlo in faccia:
l’espressione di perenne sorpresa che lo
accompagna per tutto il film è da manuale. Quando poi si muove per compiere i
suoi esercizi di fisioterapia, addirittura in
discoteca (!), o cammina quasi come un
robot a causa del dolore, ci fa letteralmente sprofondare nella poltrona dal ridere.
Soul Kitchen, insomma, è una commedia vera, come non se ne vedevano da tanti
anni. Soprattutto nei festival. Ecco perché
il Premio Speciale della Giuria ricevuto alla
66esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non è soltanto
strameritato, ma rappresenta altresì un
caso eccezionale.
Diego Mondella
LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO
(The Princess and the Frog)
Stati Uniti, 2009
Supervisore musiche:Tom MacDougall
Voci originali: Anika Noni Rose (Tiana), Bruno Campos (Principe Naveen), Keith David (Dr. Facilier), Michael-Leon Wooley
(Louis), Jennifer Cody (Charlotte), Jim Cummings (Ray), Peter Bartlett (Lawrence), Jenifer Lewis (Mama Odie), Oprah
Winfrey (Eudora), Terrence Howard (James), John Goodman
(Eli “Gran Papà” La Bouff), Elizabeth M. Dampier (Tiana da
piccola), Breanna Brooks (Charlotte da piccola), Ritchie Montgomery (Reggie), Don Hall (Darnell), Paul Briggs (‘due dita’),
Jerry Kernion (signor Henry Fenner), Corey Burton (signor
Harvey Fenner), Michael Colyard (Buford), Emeril Lagasse
(Marlon The Gator), Kevin Michael Richardson (Ian The Gator), Randy Newman (cugino Randy), Terence Blanchard (suonatore di tromba), Danielle Moné Truitt (Georgia), Kwesi Boakye (il ragazzo del giornale), Jennifer Kilger, Allison Norman,
Lorry Ann Shea, Shanda M. Williamson (ragazze che svengono), Shane R. Williamson, Seth R. Williamson (Principe Ralphie), Jeff Draheim, Rob Edwards, Kelly Hoover, Lynwood
Robinson, Bruce W. Smith, Marlon Wes
Durata: 97’
Metri: 2660
Regia: Ron Clements, John Musker
Produzione: Peter Del Vecho per Walt Disney Animation Studios/Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Prima: (Roma 18-12-2009; Milano 18-12-2009)
Soggetto: ispirato al romanzo The Frog Princess di E.D. Baker
Sceneggiatura: Ron Clements, John Musker, Greg Erb, Rob
Edwards, Jason Oremland
Montaggio: Jeff Draheim
Musiche: Randy Newman
Scenografia: James Aaron Finch
Produttori esecutivi: Aghi D. Koh, John Lasseter
Produttori associati: Paul D. Lanum, Craig Sost
Direttore di produzione: Monica Lago-Kaytis
Casting: Jen Rudin
Art director:Ian Gooding
Supervisori effetti visivi: Kyle Odermatt, Dan Turner (Yowza
Animation)
Coordinatore effetti visivi: Beau Parsons (Yowza Animation)
Supervisore effetti animazione: Marlon West
ew Orleans, anni Venti. Tiana è
una giovane cameriera con il sogno di aprire un ristorante dove
poter far gustare la famosa zuppa di suo
padre. Nonostante le esigue mance e la
derisione dei suoi amici è convinta che un
giorno il suo desiderio potrà avverarsi.
Un giorno, in città arriva il principe
Naveen, un ragazzotto scansafatiche e donnaiolo, diseredato dai suoi genitori, che
risveglia l’interesse di tante signorine della buona società, ma anche di un oscuro
mago, Facilier.
L’uomo, grazie all’aiuto di potenti piriti, riesce a trasformare Naveen in un ranocchio e il suo stolto servitore nel principe. L’idea di Facilier è quella di far accasare l’erede al trono con una facoltosa ragazza del luogo e poi rubarne gli averi.
Il principe, ormai una ranocchio, si
mette a girare per la città alla ricerca, come
da tradizione, di una principessa disposta
a baciarlo per spezzare l’incantesimo. Si
imbatte in Tiana che, in occasione del car-
N
nevale, è vestita proprio da principessa. La
ragazza ci mette un po’ a convincersi, ma
poi lo bacia. Purtroppo l’esito non è quello sperato: anche Tiana si trasforma in una
ranocchia.
I due decidono di andare verso il bosco sperando nell’aiuto di qualcuno. Incontrano una lucciola, Ray, che consiglia
loro di andare da una strega potentissima
che vive su un albero. Siccome i due sono
inesperti l’insetto si offre di accompagnarli. Durante il tragitto incrociano un coccodrillo trombettista, Louis, che si unisce
al gruppo.
Arrivati a destinazione vengono accolti
da una vecchina, quasi bicentenaria, che
tra fuochi d’artificio e serpenti, dà loro
qualche consiglio sibillino. Per togliere il
maleficio è comunque indispensabile una
principessa.
Tiana ricorda che una sua amica, essendo la figlia del Re del Carnevale, è in
qualche modo una principessa e quindi
potrebbe spezzare il sortilegio. Insieme ai
16
suoi compagni di viaggio, allora, decide
di tornare in città e cercare la ragazza. Nel
frattempo, però, tra i due “ranocchi “nasce un sentimento che entrambi cercano di
soffocare; Tiana perché lui è un nobile e
Naveen perché vorrebbe destinare la dote
di una moglie facoltosa proprio alla realizzazione del sogno di Tiana: aprire un
ristorante.
Arrivati in città, trovano subito la ragazza, ma il tempo è tiranno e il bacio famigerato arriva dopo la mezzanotte quando i festeggiamenti del Carnevale, e quindi anche le nomine a re e regina, sono terminati. I quattro amici non si scoraggiano, con un po’ di fortuna riescono a trovare il “finto principe” e rubandogli l’amuleto di Facilier lo fanno ritornare quello
che era.
Il mago è su tutte le furie, il suo piano
non va come dovrebbe e per questo scatena tutta la sua rabbia contro i 4 animaletti. Ray purtroppo perisce, ma gli altri riescono a sconfiggere il perfido fattucchie-
Film
re. Tiana e Naveen, nonostante la vittoria,
sono rassegnati: passeranno la vita da ranocchi.
Questo, però, non vieta loro di sposarsi in una pittoresca cerimonia nel bosco.
Ma arrivato il momento del bacio succede
qualcosa, entrambi ritornano umani. Tiana, infatti, sposando Naveen diventa principessa e quindi capace di sciogliere l’incantesimo. La cerimonia nuziale è ripetuta anche fra gli umani con grande felicità
di tutti. Passa del tempo e Tiana riesce,
con l’aiuto del marito, ad aprire il tanto
desiderato ristorante.
li amanti del cartoon classico
possono tirare un respiro di sollievo. Dopo anni di motion capture, 3D e coputerizzazioni varie la Disney
torna al disegno a mano per il suo nuovo
lungometraggio La principessa e il ranocchio.
Già dal titolo è facile intuire che lo
sguardo al passato non si ferma alla tecnica, ma va ricercato anche nel soggetto,
una fiaba classica dei fratelli Grimm rivisitata, per l’occasione, in chiave jazz.
E naturalmente la location non poteva
che essere una New Orleans colorata,
chiassosa, resa ancora più vivace dal clima carnascialesco. Una New Orleans anni
Venti che considerava “Katrina” un semplice nome femminile, in cui permeavano
G
Tutti i film della stagione
ancori strane magie che potevano sconvolgere la vita delle persone.
Ed è proprio un rituale voodoo che trasforma il principe Naveen in un ranocchio
e lo costringe a cercare, fra la finzione della
maschere, una principessa pronta a baciarlo per spezzare l’inantesimo.
La scelta cade sulla ragazza sbagliata, Tiana, che si ritroverà a sua volta a condividere il destino da anfibio con un principe che di “azzurro” ha ben poco.
Se Tiana, infatti, ha messo da parte le
moine e l’ingenuità che caraterrizzavano
le sue colleghe Disney, anche Naveen non
si è lasciato influenzare dai suoi predecessori, sfoggiando un carattere libertino e
spaccone che poco si addice a un eroe
romantico.
Effettivamente, di romanticismo in La
principessa e il ranocchio c’è né poco. Lei
ossessionata dal successo lavorativo e lui
dal conquistare più donne possibili. Eppure a suo modo è una pellicola estremamente sentimentale. Il romanticismo c’è,
ma è nascosto dalle paure, dalle fragilità
che caratterizzano l’essere umano, la certezza è sostituita dalla speranza che porta a un lieto fine non dovuto, ma conquistato. Il “vissero felici e contenti” non è il
frutto degli eventi che i personaggi subiscono, ma il traguardo raggiunto grazie al
cambiamento, alla consapevolezza dei
propri limiti e, perché no, sbagli.
Ad accompagnarli in questo percorso
due compagni di viaggio di tutto rispetto: il
coccodrillo trombettista Louis e la lucciola
Ray.
Su quest’ultimo personaggio vale la
pena di spendere due parole in più perché con la sua disarmante ingenuità e il
suo amore incondizionato per una lucciola particolare Evangeline (che si scoprirà
essere la luna) colpisce veramente nel
segno. È il tocco in più, il quid che fa la
differenza.
Inevitabilmente la scena del suo funerale, in perfetto stile New Orleans, è una
delle più riuscite e trascinanti del film.
Gli ideatori della pellicola, John Musker
e Ron Clements, possono ritenersi soddisfatti; sono riusciti ad amalgamare diversi
generi in un’opera che ha un gusto squisitamente moderno e attuale e allo stesso
tempo la giusta dose di soluzioni rétro che
vanno ad attenuare quagli eccessi di troppo che avrebbero appesantito il film.
E poi, come non applaudire la scelta
di una bellezza afroamericana per il ruolo di Tiana? Certo forse la Disney ha
aspettato un po’ troppo (è la quarantanovesima pellicola!), ma almeno ha dimostrato una parvenza di conformità ai messaggi che manda da anni sul piccolo e
grande schermo.
Francesca Piano
DORIAN GRAY
(Dorian Gray)
Gran Bretagna, 2009
Arredatore: Niamh Coulter
Trucco: Heather Manson, Paula Price, Lesley Smith
Acconciature: Paul Mooney, Paula Price, Lesley Smith
Supervisore effetti speciali: Mark Holt
Supervisore effetti visivi: Charley Henley
Interpreti: Colin Firth (Lord Henry Wotton), Ben Barnes (Dorian Gray), Rebecca Hall (Emily Wotton), Rachel Hurd-Wood
(Sybil Vane), Emilia Fox (Lady Victoria Wotton), Ben Chaplin
(Basil Hallward), Caroline Goodall (Lady Radly), Fiona Shaw
(Agatha), Daniel Newman (Michael Radly), Maryam d’Abo
(Gladys), Douglas Henshall (Alan Campbell), David Sterne
(direttore del teatro), Johnny Harris (James Vane), Michael
Culkin (Lord Radley), Jo Woodcock (Celia Radley), Pip Torrens (Victor), Hugh Ross (prete), Louise Rose (Angelique),
Tallulah Sheffield (Caroline Bennett), Lily Garrett (Emily Wotton piccola), Lisa Marie Cooke (bella ragazza), Aewia Huillet
(Elisa), Emily Phillips (Alice Radley), Paul Warren (proprietario del carro di thè), Noli McCool (Jj), Guillaume Grange (Ratcatche), George Potts (fotografo), Jeffrey Lipman (Lord Kelso), Robert Johnston (cantante dell’Opera), John Hollingworth (guardia)
Durata: 112’
Metri: 3070
Regia: Oliver Parker
Produzione: Barnaby Thompson per Ealing Studios/ Fragile
Films
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 27-11-2009; Milano 27-11-2009) V.M.: 14
Soggetto: tratto dal romanzo The Picture of Dorian Gray di
Oscar Wilde
Sceneggiatura: Toby Finlay
Direttore della fotografia: Roger Pratt
Montaggio: Guy Bensley
Musiche: Charlie Mole
Scenografia: John Beard
Costumi: Ruth Myers
Produttori esecutivi: Paul Brett, Simon Fawcett, James Hollond, Xavier Marchand, Sophie Meyer, Charles Miller Smith,
Tim Smith, James Spring
Co-produttore: Alexandra Ferguson
Direttore di produzione: Tim Wellspring
Casting: Lucy Bevan
Aiuti regista: Christopher Newman, Samantha Smith, Carly
Taverner
Operatore: Julian Morson
Operatore steadicam: Julian Morson
17
Film
iamo negli ultimi anni dell’800.
Dorian Gray, un bellissimo ragazzo dall’aria ingenua e sognante, giunge nella Londra vittoriana
perché ha ereditato una fortuna dallo zio.
Rimasto orfano fin dalla nascita di madre
e padre, trascorse la sua infanzia nella casa
del rigido zio. Dopo l’iniziale spaesamento, viene subito preso sotto l’ala protettrice di Lord Henry Wotton, incallito fedifrago sposato a Lady Victoria. Nel frattempo,
il pittore omosessuale Basil Hallward, colpito dalla bellezza del giovane, decide di
fargli un ritratto. Alla presentazione del
dipinto i presenti non possono fare a meno
di notarne la somiglianza e la perfezione.
Watton dice a Gray che l’opera di Basil è
anche meglio del vero Dorian, perché esso
non invecchierà, al contrario del giovane
che, inevitabilmente, sarà soggetto ai segni del tempo. Wotton stuzzica semplicemente Gray chiedendogli se sarebbe disposto a vendere l’anima al diavolo pur di rimanere per sempre giovane e Dorian non
si tira indietro. Per una sorta di strano incantesimo imprigiona la sua anima nel dipinto, ottenendone in cambio l’eterna giovinezza. Il ragazzo intanto si innamora
della attrice teatrale Sybil Vane e decide
di sposarla, ma è convinto da Wotton a non
farlo. Da qui il giovane Gray, sempre più
narcisista, diventa un vero seguace delle
idee di Wotton e del suo stile di vita, abbandonandosi a corruzione e lussuria. Inizia a frequentare bordelli, a bere e a far
uso di droghe, abbandonandosi ai piaceri
della carne. Saputa la notizia del tradimento, Sybil si uccide affogandosi in un lago.
Jim, il fratello della giovane attrice, accusa Dorian di averla indotta al suicidio, ma
viene catturato quando sta per soffocarlo.
S
Tutti i film della stagione
Il soggetto rappresentato nel quadro intanto ha perso completamente le sue fattezze,
è invecchiato e ha assunto le terribili sembianze di un essere corrotto e degradato.
L’autore del ritratto chiede a Gray il quadro per esibirlo in una sua personale mostra di opere, ma Dorian lo ha riposto in
soffitta, affinché nessuno possa vederlo.
Pur di sviare Basil dai suoi propositi, gli
si concede sessualmente, ma questo non
basta; a causa delle continue richieste di
Basil, Gray gli mostra il quadro, svelando
la verità. Basil intuisce di essere di fronte
a qualcosa di demoniaco e cerca di far rinsavire Gray, che però perde il senno e uccide il pittore. Gray ormai sta perdendo
completamente il controllo, decide di partire per un lungo viaggio e chiede all’amico Wotton di accompagnarlo, ma questo
però sta per diventare padre e rifiuta. Gray
torna a Londra dopo venticinque anni; egli
dovrebbe avere cinquant’anni, ma è rimasto uguale rispetto alla sua partenza. Tutti
ormai sono anziani, Henry ha settant’anni
, ha perso la moglie e ha una figlia venticinquenne, Emily. Dorian inizia a comprendere la gravità degli atti che ha compiuto
e si reca al cimitero dove è sepolta Sybyl.
Qui incontra Jim, il fratello della ragazza,
che è impazzito in ospedale e cerca di sparare a Dorian per vendicare la morte della sorella. Gray si salva grazie al suo aspetto, ma pochi giorni dopo, durante una sparatoria, Jim verrà investito dalla metropolitana. Emily e Dorian si innamorano l’uno
dell’altra, ma la loro unione è ostacolata
dal padre che, come tutti, è convinto che
Dorian sia vittima di uno strano maleficio. Dorian è preso sinceramente da Emily e decide di cambiare radicalmente, ma
per farlo dovrà fuggire lontano con lei e le
18
propone di andare a New York. Henry inizia a indagare e, osservando le loro foto
passate, si rende conto del fatto che Dorian è effettivamente identico a come era
in gioventù. Intuisce che il quadro è la chiave di tutto e si fa fabbricare una copia delle chiavi della soffitta di Dorian. Così inscena una festa per la partenza di Gray e
la figlia. Durante i festeggiamenti, si precipita a casa di Dorian e, proprio quando
è a un passo dalla verità, arriva il ragazzo. Ne segue un breve scontro, Gray sta
per soffocare Henry, ma questi riesce a liberarsi e a scoprire il quadro, rimanendone scioccato: il ritratto di Dorian è deturpato da anni di lussi e spregiudicatezze e
risulta del tutto irriconoscibile. Henry dà
fuoco al dipinto, imprigionando poi Dorian nella soffitta in mezzo alle fiamme. In
quel momento arriva sua figlia e Henry
cerca di allontanarla; Dorian arriva a confessare addirittura il suo amore per lei, unico e sommo valore attribuito a una vita fino
a quel momento vana e lussuriosa. Dorian
dopo aver allontanato la donna, infilza il
suo dipinto con una spada, morendo mentre si trasforma nel vecchio deforme che
sarebbe dovuto essere. Il film si conclude
con l’ormai vecchio Henry che, avendo
ottenuto la dimora di Dorian dopo la sua
morte, si reca in cantina e osserva il dipinto, ritornato alla sua forma originale,
giovane e perfetto.
on è facile adattare un libro per
lo schermo, rinnovando e prolungando il piacere del testo. Ancora più complesso è realizzare la trascrizione cinematografica di un classico della letteratura come “Il ritratto di Dorian Gray” di
Oscar Wilde. Tenta l’impresa il regista inglese Oliver Parker, che già in passato si
era cimentato a trasferire sullo schermo le
parole di Wilde. Infatti dopo le ben riuscite
trasposizioni di due commedie teatrali del
poeta, Un marito ideale e L’importanza di
chiamarsi Ernest, Parker cerca un confronto diretto con l’eroe decadente di Wilde.
Dorian Gray è un dandy ribelle, a cui manca la tumultuosa vita interiore degli eroi romantici e a cui un contratto demoniaco ha
fissato una maschera immodificabile. Il
regista si è preso varie libertà in questo
adattamento aggiungendo, ad esempio, il
personaggio della figlia di Wotton, Emily,
con cui Dorian Gray sembra avviare una
storia d’amore nella parte finale del film, o
i ricordi d’infanzia del protagonista, usando il testo di Wilde come “canovaccio” per
realizzare un dramma a tinte blandamente horror e, a tratti, piuttosto paradossale.
Parker si guarda bene dal buttarsi in un
corpo a corpo tra letteratura e cinema, la-
N
Film
sciando trasparire l’origine letteraria del
film, ma esibendo, all’interno della dimensione scenografica, una spettacolarizzazione degli effetti speciali. Effetti che illustrano gli incubi nevrotici del protagonista
e rendono visibile la sua mostruosità, la
miscela umana e ripugnante di un dandy
animato dalla vocazione a realizzare una
vita inimitabile, vendendosi banalmente
l’anima al diavolo. Accanto a lui due coscienze: una, Wotton, che incarna il male
e lo trascina in un giro di bordelli e vizi della
società mondana dell’epoca, l’altra, Basil,
che rappresenta la retta via e tenterà di
tenerlo con i piedi per terra per affrontare
una vita tranquilla.
Il film, a differenza del romanzo, è incentrato totalmente sulla figura del protagonista. Apprendiamo diversi aspetti del
suo passato e tangibile è la sua evoluzione: ingenuo ventenne, egli diventa poi
un uomo corrotto dedito al piacere, che
maturerà infine la distinzione tra sensi e
Tutti i film della stagione
felicità. A invecchiare è il suo ritratto, che
riporterà tutti i marchi della sua progressiva depravazione. Il quadro è una presenza oscura, il cui orrore è intuibile per
gran parte del film, per poi essere esplicitato in scene molto efficaci. Molte inquadrature adottano il suo punto di vista
quando è l’anima di Dorian a scrutare
dopo essere indagata. Originale e di forte impatto la scelta di rendere il ritratto
una creatura viva e orripilante, che marcisce ed emette spaventosi suoni. Le scenografie e la fotografia fredda e cupa contribuiscono a rendere più tenebrosa la vicenda narrata. Il tono dark è evidenziato
anche dalla suggestiva colonna sonora,
nonché da un’accurata ambientazione in
stile vittoriano, consolidata dagli bei costumi d’epoca.
Colin Firth, filantropo e tentatore, magnifico e sprezzante nel suo tentativo di
scandalizzare i benpensanti borghesi e di
alterare la frontiera morale del suo giova-
ne protetto, nonostante la barba posticcia,
conferma il suo talento. Non si può dire
altrettanto di Ben Barnes, che poteva funzionare come superbo principe Caspian
nelle Cronache di Narnia, ma non vestire i
panni di Dorian Gray. Il giovane attore, a
parte il non essere biondo e con gli occhi
azzurri come voleva il romanzo, è inespressivo e difficilmente riesce a passare dall’ingenuità iniziale alla perversione che
caratterizza il personaggio faustiano di
Wilde. Al di là del tema dell’immortalità,
sempre attuale e riprodotto nel film come
nel libro (“Sono un dio”, dice Dorian), Dorian Gray è quindi un film che sarà apprezzato da chi non si soffermerà più di tanto
nel paragone con il romanzo. Certamente
non è un film che lascia indifferenti. Del
resto ci ricorda Oscar Wilde: “Vi è solo una
cosa al mondo peggiore del far parlare di
sé, ed è il non far parlare di sé”.
Veronica Barteri
HACHIKO - IL TUO MIGLIORE AMICO
(Hachiko: A Dog’s Story)
Stati Uniti, 2009
Arredatore: Gretchen Schlottman
Trucco: LuAnn Claps, Nichole Pleau
Acconciature: Lyndell Quiyou
Supervisore effetti speciali: John A. McGrath
Coordinatori effetti speciali: John Ruggieri
Supervisore effetti visivi: David Isyomin (& Company)
Supervisore costumi: Sheila Gentile
Supervisore musiche: Liz Gallacher
Interpreti: Richard Gere (Parker Wilson), Sarah Roemer (Andy
Wilson), Cary-Hiroyuki Tagawa (Ken), Joan Allen (Cate Wilson), Jason Alexander (Carl), Erick Avari (Jess), Robert Capron (studente), Davenia McFadden (Mary Anne), Forest (Hachiko), Kevin DeDoste (Ronnie), Tora Hallstrom (Heather),
Robbie Sublett (Michael), Bates Wilder (accalappiacani), Gloria Crist (pendolare), Donna Sorbello (Myra), Donald Warnock
(capotreno), Gary Roscoe (pedone), Vincent J. Earnshaw (pendolare alla stazione), Denece Ryland (Miss Latham), Adam
Masnyk (ragazzo impacciato), Morgan O’Brien (pendolare del
treno), Oscar J. Castillo, Martin Montana (pendolare alla stazioni), Michael Kelly, Roy Souza (pendolari), Thomas Tynell
(nuovo proprietario di casa), Ben Skinner (studente presente
al funerale), Rob Degnan (Teddy Barnes), Rich Tretheway
Durata: 93’
Metri: 2570
Regia: Lasse Hallström
Produzione: Richard Gere, Bill Johnson, Vicki Shigekuni Wong
per Inferno Distribution/Grand Army Entertainment/Opperman
Viner Chrystyn Entertainment/Scion Films/Stage 6 Films
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 30-12-2009; Milano 30-12-2009)
Soggetto: ispirato alla sceneggiatura di Kaneto Shindô del film
Hachiko Monogatari (1987) di Seijirô Kôyama
Sceneggiatura: Stephen P. Lindsey
Direttore della fotografia: Ron Fortunato
Montaggio: Kristina Boden
Musiche: Jan A.P. Kaczmarek
Scenografia: Chad Detweiller
Costumi: Deborah Newhall
Produttori esecutivi: Warren T. Goz, Paul Mason, Stewart
McMichael, Jim Seibel
Co-produttore: Dean Schnider
Line producer:Robert Ortiz
Direttore di produzione: Stephanie Accetta
Casting: Rick Montgomery
Aiuti regista:Cara Giallanza, John Tagamolila
Operatori: Brant S. Fagan, Bruce MacCallum
Operatore steadicam: Brant S. Fagan
Art director: Jordan Jacobs
n classe, Ronnie racconta che il
suo ideale di eroe è Hachiko, il
cane di suo nonno Parker; era “il
cane del mistero” perché nessuno sapeva
da dove fosse venuto. Noi lo vediamo che
viene portato nel bagagliaio di un treno in
una gabbietta che si rompe durante il viaggio. Così il cucciolo è libero e si ritrova
I
nella stazione ferroviaria di una cittadina
nei pressi di New York; incontra per caso
Parker, professore universitario di musica
che rientra a casa la sera. Parker lo accarezza e, poiché forse si è perso (infatti ha
una targhetta spezzata, dove si legge solo
il nome, Hachiko), lo porta con sé a casa.
Ma la moglie non è d’accordo. Il canile
19
cittadino ora non ha posto, quindi Parker
sparge la voce che sta cercando una sistemazione per un cucciolo trovatello. Lo
porta con sé durante le lezioni, lo fa vedere a un collega giapponese il quale lo riconosce come appartenente alla razza Akita, che vive in una zona del Giappone; il
nome vuol dire “8”, numero fortunato con
Film
un significato molto spirituale: “salire in
Cielo e poi scendere in terra”. È una razza nobile, scontrosa, quindi non seguirà se
non Parker, perché “ha già fatto la sua
scelta”. Nel giro di qualche giorno, Haci
conquista tutta la famiglia ed è proprio la
moglie che decide di tenerlo. Con il passare del tempo, Haci cresce ed è protagonista delle più varie scenette in famiglia,
dalla quale esce la figlia per sposarsi e
avere un bambino. Ma per Haci conta davvero solo Parker: si abitua ad accompagnarlo in stazione al mattino, poi si ferma
lì fuori fino a quando egli non ritorna.
Questa cerimonia si ripete ogni giorno, con
ogni tempo e stagione.
Infine, un mattino il professore esce ma
il cane insiste a non seguirlo; appena l’uomo è lontano, il cane prende la palla con
cui gioca con Parker, inseguendola ma non
riportandola, e si precipita alla stazione:
fa in tempo a dare a lui la palla, prima che
salga in treno. In università, l’uomo fa la
sua lezione in aula camminando avanti e
indietro e giocando con la palla, ma a un
tratto crolla a terra. A sera, il cane vede
scendere dal treno tutti ma non il professore. Nei giorni che seguono, se ne rimane
sconsolato nella sua cuccia in giardino.
Dopo il funerale, il cane viene portato in
casa della figlia, dove ci sono anche il
marito e un bambino. Hachi è triste e fugge via, va alla stazione dove trova un angolino in mezzo ai binari; viene ritrovato
ma ben presto fugge di nuovo. È proprio
la vedova che gli dice “se devi andare, va
bene lo stesso”; e così il cane ogni giorno,
in ogni stagione e tempo, per anni passa
la sua giornata al suo solito posto in stazione, venendo accudito da tutta la gente
che lavora lì... diventa persino oggetto di
notizie giornalistiche. Dopo dieci anni, la
Tutti i film della stagione
vedova ritorna in città e al vederlo si commuove ma non lo porta via. A casa, racconta la storia al nipote mentre osservano
le foto. A dicembre, il cane si sistema nella
neve, con il muso sulle zampe e chiude gli
occhi: vediamo che ricorda scene belle e
importanti della sua vita. La macchina da
presa si solleva verso il cielo. Ritorniamo
al bambino a scuola: dice che anche se non
ha mai visto quel cane ha imparato da lui
il valore della fedeltà e perciò “sarà sempre il mio eroe”. Ultime immagini: il padre porta al bambino un cucciolo di razza
Akita.
erché una major non dovrebbe
dedicare un “piccolo” film di 93
minuti a una gentile notizia così?
È una “piccola” operazione commerciale di
successo, per lei e per il pubblico è una
pausa di sollievo, di respiro nel turbine di
film che si affidano sempre più, si può dire
in ogni genere cinematografico, a uno scorrere di scene e di singole inquadrature sempre più veloce. La storia di Hachiko e Parker
ha le carte in regola per attirare l’attenzione del pubblico: è una storia vera, avvenuta all’inizio del Novecento nella stazione Shibuya di Tokio; è una storia già letteraria di
sua natura, quindi occorreva un regista con
una sensibilità e uno stile adeguati: ecco
Lasse Hallstrom, autore di Buon compleanno, Mr. Grape, Le regole della casa del
sidro, Chocolat. Ama film ricavati da testi
letterari e si può definire letterario il suo stile, che disegna ogni scena con la delicatezza di un narratore esterno, il quale è il
primo a lasciarsene affascinare.
In questo film, la storia inizia nella classe dove il piccolo nipote di Parker descrive il suo prototipo di eroe e lì termina; il
ragazzo non rimane voce fuoricampo ma
P
il fatto stesso che la vicenda sia introdotta
così dà verità alla sequenza di episodi.
Mantenerla nel passato era non solo necessario per la sua credibilità ma anche per
renderla meno “ didattica” e più simbolica;
si sottintende un monito per l’anima della
società di oggi ma il monito e la storia non
si danneggiano a vicenda. Il cane è il modello di come sia e si esprima il sentimento
di fedeltà, che nasce da una precisa scelta:
è il cane che sceglie, ma non si mette a
servizio dell’amico. È presentato con una
quantità di carrelli, con molti primi piani e
primissimi piani e dettagli tutti molto belli.
Lo sguardo sulla realtà è il suo: non sono
poche le soggettive del cane, moltissime
delle quali sono in bianco e nero. La fotografia e il colore rendono vivaci gli ambienti
in cui vive un mondo che è quasi un paese
di una volta, dove tutti si conoscono e dove
è persino possibile che il capostazione faccia ritardare di qualche minuto la partenza
del treno mentre il professore cerca di convincere il cane a tornare a casa.
A suggerire gli “stati d’animo” del cane
e le sue decisioni è poi la musica, presente in quasi tutti i momenti, suggestiva nel
senso primo della parola; in essa primeggia il pianoforte ed è giusto, perché è lo
strumento che Parker suona.
Hallström conferma ancora una volta
le sue capacità di narratore elegante di
storie molto umane, che prendono l’attenzione del pubblico in un modo non sdolcinato; senza dubbio non è particolarmente
originale, ma sa usare in modo corretto il
suo strumento e il pubblico può essere
certo che da questo regista avrà sempre
un racconto di forti sentimenti, fatti trapelare con buona misura.
Danila Petacco
CAPITALISM: A LOVE STORY
(Capitalism: A Love Story)
Stati Uniti, 2009
Co-produttori: Carl Deal, Tia Lessin
Line producer: Jennifer Latham
Suono: Francisco La Torre, Mark Roy, Hilary Stewart
Interpreti: Thora Birch, William Black, Elijah Cummings, Baron Hill, Marcy Kaptur, Michael Moore, Wallace Shawn, Elizabeth Warren (se stessi)
Interpreti (filmati di repertorio): Jimmy Carter, John McCain, Sarah Palin, Ronald Reagan, Franklin Delano Roosevelt, Arnold Schwarzenegger, George W. Bush, Nancy Davis,
Martin Luther King, Helmut Kohl, Bela Lugosi, Barack Obama, Robert Powell, Joseph Stalin
Durata: 119’
Metri: 3300
Regia: Michael Moore
Produzione: Anne Moore, Michael Moore per Overture Films/
Paramount Vantage/The Weinstein Company/Dog Eat Dog
Films
Distribuzione: Mikado
Prima: (Roma 30-10-2009; Milano 30-10-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Michael Moore
Direttore della fotografia: Daniel Marracino, Jayme Roy
Montaggio: Conor O’Neill, John Walter, Jessica Brunetto, Alex
Meillier, Tanya Ager Meillier, Pablo Proenza, T. Woody Richman
Musiche: Jeff Gibbs
Produttori esecutivi: Kathleen Glynn, Bob Weinstein
Produttore associato: Eric Weinrib
20
Film
’America di questi ultimissimi
anni, dilaniata dalla crisi economico-finanziaria, assomiglia all’antica Roma imperiale: il potere e l’apparente fasto nascondono i germi della
decadenza e, inoltre, esistono enormi disparità all’interno della società, tra chi ha
di più e chi non ha nulla.
All’inizio la pubblicistica diceva che il
capitalismo era compatibile con le leggi e
gli insegnamenti della Bibbia, mentre adesso viene criticato anche dalla Chiesa. E
non si capisce perché abbia finito per prevalere, quando termini come “libera impresa”, “concorrenza” o “profitto” non
figurano nella Costituzione degli Stati
Uniti. Fino all’elezione di Ronald Reagan
come Presidente, gran parte del popolo
americano conduceva una vita agiata.
Oggi, invece, i lavoratori del ceto medio sono vittime di un sistema economico
predatorio: ogni giorno subiscono infatti
ipoteche, pignoramenti, sfratti sulle proprie abitazioni da parti di agenti immobiliari senza scrupoli. Le banche invitano
soprattutto anziani possessori di una casa
a chiedere prestiti, per poi metterli in ginocchio con tassi d’interesse sempre più
lievitanti.
Le più importanti aziende del Paese,
come la General Motors, registrano licenziamenti a catena perché la Bank of America non è più disposta a fare credito. Oppure speculano sulla morte dei propri dipendenti per incassare ingenti somme di
danaro dalle assicurazioni.
I più importanti istituti bancari, nel
volgere di breve tempo, sono falliti per responsabilità degli stessi uomini del mondo della Borsa (per esempio Goldman Sachs) che lavorano come lobbisti dall’interno del governo sotto le vesti di ministri del
Tesoro (sia sotto l’amministrazione Clinton che sotto quella di Bush Jr.). A sancire
il primato del potere della finanza nella
politica americana è stato l’accordo segreto stipulato al Congresso tra democratici
e repubblicani.
Con l’arrivo di Barack Obama alla
Casa Bianca, le cose iniziano a prendere
una piega diversa: la gente ha il coraggio
di ribellarsi agli espropri forzati e i politici manifestano la loro solidarietà agli scioperanti che protestano nelle fabbriche.
Tutti i film della stagione
L
’avviso iniziale che invita gli spettatori facilmente impressionabili
a lasciare la sala è solo l’ennesima boutade di un artista controcorrente
che, forse, non riuscirà mai a cambiare il
corso delle cose con i suoi film ma, almeno, è capace di fare indignare, riflettere e,
allo stesso tempo, ridere delle storture
L
politiche e sociali del proprio Paese. Come
nessun altro. A proposito di irriverente ironia, si veda in questo ultimo lavoro un
estratto “rivisitato” dal Gesù di Nazareth di
Zeffirelli mentre il Messia predica il liberismo!
Dopo aver svelato le magagne dell’11
settembre e della folle politica estera del
più falco dei falchi G.W. Bush e aver denunciato le iniquità del sistema sanitario
americano (ora parzialmente riformato da
Obama), stavolta Michael Moore prende
di mira un intero sistema «costruito su fondamenta di sabbia», che ha portato prima
l’America e, lentamente l’intero pianeta, al
tracollo. Milioni di posti di lavoro che saltano ogni giorno, altrettante famiglie indebitate fino al collo e costrette a vivere nelle
tende, compagnie assicurative e corporation sull’orlo della bancarotta.
E pensare che i primissimi segnali della
recessione risalgono a ben venti anni fa,
quando il giovane e arrabbiato film-maker
di Flint (Michigan) documentava la crisi di
un gigante dell’industria automobilistica
locale, la General Motors. Ieri come oggi,
l’autore di Roger & Me insiste imperterrito
ad andare sotto gli uffici dell’azienda nel
tentativo di essere ricevuto dai vertici ma,
puntualmente, viene allontanato dagli uomini della sicurezza. Segno, questo ultimo,
che le sue garbate accuse in forma di satira continuano a dare parecchio fastidio.
D’altronde, quando il potere da “controllore” diventa oggetto di controllo, inizia a temere per la propria indennità… .
È a questo punto che possono venire
a galla crepe di dimensioni preoccupanti:
un condono a scopo di lucro in un carcere
minorile della Pennsylvania; piloti che al
posto dello stipendio vengono pagati con
buoni alimentari, oppure sono costretti a
21
donare il proprio plasma per avere denaro
in cambio; coniugi che dopo 18 anni di
servizio alla Wal-Mart fanno i conti con la
piaga delle cosiddette assicurazioni “del
contadino morto” (ovvero contratti stipulati all’insaputa dell’impiegato, in cui il beneficiario è la società stessa).
Ma la realtà più cruda e assurda di
questa America di avvoltoi e squali, che
non sempre arriva nelle sue effettive proporzioni a noi telespettatori d’oltreoceano
attraverso telegiornali e reportage, è quella che riguarda il mercato immobiliare. Un
esercito di potenziali “profughi”, impossibilitati a pagare mutui dalle cifre spropositate, combatte ogni giorno per la difesa
della propria casa. Con l’ulteriore umiliazione: prima di abbandonarla, gli sfrattati
devono addirittura lasciarla linda e profumata per il nuovo proprietario! La Democrazia delle democrazie ridotta a schiava
del più grande “casinò” del globo, Wall
Street... .
Dinnanzi a queste immagini indecenti,
l’intero mondo occidentale, vissuto finora
in una bolla di sapone, è costretto a farsi
un esame di coscienza, a ripensare su
quali regole, non soltanto economiche, intende costruire il proprio futuro. Moore, da
inguaribile ottimista quale è («mi vergogno
di vivere in un paese come questo ma non
me ne vado» – dice nel finale), prova a
suggerire una soluzione che, in verità, viene dal passato: poco prima di morire il Presidente Roosevelt, nel corso di un discorso televisivo, propose infatti alla nazione
una seconda Carta dei Diritti su temi come
la salute ed il lavoro che, però, non fu mai
realizzata.
Penalizzato da una durata eccessiva
(127 minuti per un documentario sono
decisamente troppi!), Capitalism: A Love
Film
Story si riscatta tuttavia grazie a un felice
montaggio, in cui si alternano un ricco
materiale di repertorio, storie di vita quotidiana e simpatiche interviste (come quella al sacerdote che ha celebrato il matrimonio del regista).
Ma anche gag gigionesche, inscenate
ai danni dei principali istituti di credito (vere
e proprie associazioni mafiose – secondo
Tutti i film della stagione
Michael Moore): a bordo del suo furgoncino, attraversa in lungo e largo New York,
prima di appostarsi davanti all’ingresso
delle banche “armato” di sacchetti di plastica per farsi restituire i soldi a nome dei
contribuenti “derubati”! Si spinge addirittura a circondarne una con un nastro giallo su cui c’è scritto: «Qui sono stato compiuti dei crimini».
Non è una novità, visto che perfino
Thomas Jefferson lo diceva («Le imprese
bancarie sono più criminali degli eserciti») ma, forse, sarà bene aprire gli occhi in
tempo se non vogliamo che, dopo averci
lasciato in mutande, ci tolgano anche la
dignità... .
Diego Mondella
JENNIFER’S BODY
(Jennifer’s Body)
Stati Uniti, 2009
Trucco: Monica Huppert
Acconciature: Robert A. Pandini
Coordinatore effetti speciali: Rory Cutler
Supervisori effetti visivi: Phil Jones (Technicolor Beijing),
Erik Nordby
Supervisore musiche: Randall Poster
Interpreti: Megan Fox (Jennifer), Amanda Seyfried (Needy),
Johnny Simmons (Chip), Adam Brody (Nikolai), Sal Cortez
(Chas), Ryan Levine (Mick), Juan Riedinger (Dirk), Chris Pratt
(Roman Duda), Juno Ruddell (Agente Warzak), Kyle Gallner
(Colin Gray), Josh Emerson (Jonas Konelle), J.K. Simmons (Mr.
Wroblewski), Amy Sedaris (madre di Needy), Cynthia Stevenson (madre di Chip), Nicole Leduc (Camille), Aman Johal (Ahmet), Dan Joffre (Raymundo), Candus Churchill (nutrizionista),
Carrie Genzel (madre di Jennifer), Emma Gallello (Jennifer piccola), Megan Charpentier (Needy piccola), Jeremy Schuetze
(Craig), Emily Tennant (ragazza pettegola), Karissa Tynes (altra ragazza), Adrian Hough (padre di Colin), Colin Askey, Valerie Tian, Eve Harlow, Michael Brock, Genevieve Buechner
Durata: 102’
Metri: 2800
Regia: Karyn Kusama
Produzione: Daniel Dubiecki, Mason Novick, Jason Reitman
per Dune Entertainment/Fox Atomic/Hard C
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 11-12-2009; Milano 11-12-2009) V.M.: 18
Soggetto e sceneggiatura: Diablo Cody
Direttore della fotografia: M. David Mullen
Montaggio: Plummy Tucker
Musiche: Stephen Barton, Theodore Shapiro
Scenografia: Arvinder Grewal
Costumi: Katia Stano
Produttore esecutivi: Diablo Cody
Co-produttore: Brad Van Arragon
Direttore di produzione: Michael Williams
Casting: Heike Brandstatter, Mindy Marin, Coreen Mayrs
Aiuti regista: Jason Blumenfeld, Gary Hawes, Gordon Piper,
Tracey Poirier
Operatori: John Clothier, Karl Herrmann, Dale H. Jahraus
Art director: Paolo G. Venturi
Arredatore: Joanne Leblanc
Effetti speciali trucco: Mike Filed
’insicura Anita “Needy” Lesnicki
(Amanda Seyfried) e la popolare e
bella ragazza pon pon del liceo
Jennifer Check sono amiche dall’infanzia,
, nonostante abbiano poco in comune. Una
notte Jennifer porta Needy a un locale in
periferia, dove si esibisce la rock band indipendente dei Low Shoulder. Un incendio
devasta il bar, uccidendo diversi spettatori e, nel trambusto, Jennifer viene portata
via dalla band nonostante i tentativi di
Needy di fermarla. Più tardi, la sera stessa, Jennifer appare nella cucina di Needy,
ricoperta di sangue e con un aspetto agghiacciante. Si dirige verso il frigorifero e
prova a mangiare qualcosa, ma comincia
a vomitare un liquido nero in quantità. Se
ne va di lì a poco, senza parlare.
La mattina dopo, Jennifer è a scuola,
bella, curata e tranquilla come sempre. È
insofferente a Needy e alle sue domande.
Mentre il paese è devastato dall’incidente
della sera prima, costato la vita a decine
di persone, Jennifer seduce il capitano della squadra di football e lo porta nei bo-
L
schi, dove si trasforma in una belva assetata di sangue e lo fa a pezzi.
Mentre il tempo passa e il gruppo dei
Low Shoulder acquista sempre più popolarità in seguito alla loro decisione di devolvere parte dei proventi del loro primo
disco alle vittime della tragedia, Jennifer
diventa sempre più pallida e sciupata. Un
giorno, accetta un invito a uscire di Colin,
ma solo per ucciderlo brutalmente quella
sera stessa. Il delitto avviene mentre Needy
fa sesso per la prima volta col suo ragazzo
Chip e sente che sta accadendo qualcosa di
terribile: scappa via e quasi si scontra con
Jennifer, ricoperta di sangue. Corre a casa
e ritrova la ragazza nella sua camera da
letto. Jennifer la bacia, poi le racconta cosa
è successo la notte dell’incendio: la band
l’ha portata nei boschi, e offerta come vergine in sacrificio a Satana per ottenere
successo nel mondo della musica. Purtroppo, a dispetto di quanto aveva raccontato
loro, non era vergine e, quando il leader
del gruppo Nikolai l’ha assassinata, un
demone si è impossessata di lei.
22
Il giorno dopo a scuola, con il paese
nuovamente sotto shock per la morte di
Colin, Needy va a consultare dei testi di
occultismo nella biblioteca della scuola e
scopre la natura della possessione di Jennifer: deve continuare a nutrirsi di carne
umana per mantenere sempre splendido il
proprio aspetto. Needy racconta a Chip le
proprie scoperte e lo avverte di non andare al ballo della scuola che si terrà a breve. Lui non crede alle sue parole, ma lei fa
sul serio e, per proteggerlo, decide sul
momento che è bene lasciarsi.
Chip va al ballo, sperando di vedere
Needy, ma si imbatte in Jennifer che lo seduce e lo porta a una piscina abbandonata. Needy riesce a trovarli e vede Jennifer
che sta mordendo Chip. Needy prova ad
annegarla, ma la ragazza levita in aria e
passa al contrattacco, mordendola. Chip,
alle sue spalle, riesce a trafiggerla con lo
skimmer della piscina e a metterla in fuga.
Needy vede Chip morirgli dissanguato davanti agli occhi.
Needy si intrufola in camera di Jenni-
Film
fer dalla finestra e la affronta con un taglierino, che riesce a piantarle nel cuore.
In quel mentre, sopraggiunge la madre di
Jennifer, che vede Needy sopra il corpo
privo di vita della figlia.
Needy finisce all’ospedale psichiatrico. L’isolamento, con lei, serve a poco: il
morso di Jennifer le ha trasmesso alcune
sue abilità e poteri, come la forza e la levitazione, grazie alle quali evade con facilità. Arrivata a una strada, fa l’autostop e
ottiene un passaggio per l’hotel dove i Low
Shoulders sono alloggiati per una data del
loro concerto: li ucciderà tutti con le sue
mani, per poi dileguarsi sotto gli occhi
della videocamera di servizio dell’hotel.
J
ennifer’s Body, ovvero un’occasione mancata destinata a lasciare poche tracce di sè. Il tutto no-
Tutti i film della stagione
nostante una Megan Fox sensuale e sulla
cresta dell’onda, vagamente “data in pasto”
allo spettatore voyeur e, nonostante il copione di una Diablo Cody che dopo Juno
sembra assurgere al trono di regina degli
sceneggiatori politicamente scorretti (ammesso che ne esista uno). La natura ibrida
di questo suo nuovo copione vorrebbe essere un punto di forza e un nuovo modo di
fare horror, ma non riesce nell’intento: ci
vuole un bel coraggio a definire “teen-comedy horror” un prodotto talmente indeciso sulla direzione da prendere da scontentare tutti senza affondare il colpo. Di certo
non era un horror convenzionale quello che
la Cody aveva in mente: le ambizioni, come
in Juno, sono alte e appena velate da uno
strato di superficialità (la “voracità” di Jennifer che prova a riempire il suo vuoto interiore, la spregiudicatezza come unica e inu-
tile ribellione alla vita di provincia). Malgrado si evochi senza troppa convinzione Wikipedia e il raggiungimento della fama immediata come difetti congeniti dell’ignorante e
vuota adolescenza odierna, alcune trovate
sono azzeccate e l’umorismo nero fa capolino (il sacrificio di Jennifer, eseguito dai ragazzi del gruppo mentre cantano Jenny I
got your Number dei Tommy Tutone); principale difetto è invece la regia di Karyn Kusama che non riesce a tenere il passo, incapace di trasmettere paura quando dovrebbe, mentre una confezione edulcorata
(fotografia e colonna sonora in primis) rende tutto innocuo impedendo qualunque empatia con i personaggi. Qualcosa di abbastanza grave per un film, che sia teen o horror poco importa.
Gianluigi Ceccarelli
BASTARDI SENZA GLORIA
(Inglourious Basterds)
Stati Uniti/Germania, 2009
Regia: Quentin Tarantino
Produzione: Lawrence Bender per Universal Pictures/The
Weinstein Company/A Band Apart/Zehnte Babelsberg/Visiona Romantica
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 2-10-2009; Milano 2-10-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Quentin Tarantino
Direttore della fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Sally Menke
Scenografia: David Wasco
Costumi: Anna B. Sheppard
Produttori esecutivi: Lloyd Phillips, Erica Steinberg, Bob
Weinstein, Harvey Weinstein
Produttori associati: William Paul Clark, Bruce Moriarty, Pilar
Savone
Co-produttore: Charlie Woebcken
Direttori di produzione: Michael Scheel, Gilles Castera, Philipp Klausing
Casting: Simone Bär, Olivier Carbone, Jenny Jue, Johanna Ray
Aiuti regista: Delphine Bertrand, Jerome Borenstein, William
Paul Clark, Tanja Däberitz, Carlos Fidel, Ariane Lacan, Noura
Leder, Guilhem Malgoire, Jill Moriarty, Miguel Angelo Pate,
Julien Petit, O’Neil Sharma
Operatore: Leah Striker,
Operatore steadicam:Sebastian Meuschel
Art directors: Marco Bittner Rossen, Stephan O. Gessler, Sebastian T. Krawinkel, Andreas Olshausen, David Scheunemann, Steve Summersgill, Bettina von den Steinen
Arredatore: Sandy Reynolds-Wasco
Supervisore effetti speciali trucco: Gregory Nicotero
Coordinatore effetti speciali trucco: Howard Berger
Effetti speciali trucco: Grady Holder, Camille Calvet
apitolo 1. 1941, Francia sotto
l’occupazione nazista. Monsieur
LaPadite abita in una casa isolata in campagna con le figlie. Mentre sta
C
Trucco: Jake Gerber, Pamela Grujic, Heba Thorisdottir
Acconciature: Emmanuel Millar, Fulvio Pozzobon, Pamela
Grujic, Emanuel Millar
Supervisori effetti speciali: Gerd Feuchter, Uli Nefzer
Coordinatori effetti speciali: Gerd Feuchter, Uli Nefzer
Supervisori effetti visivi: Gregory D. Liegey, Viktor Muller
Supervisore effetti digitali: Joe Henke
Supervisore costumi: Daryl Bristow, Brigitte Friedländer-Rodriguez
Supervisore musiche: Mary Ramos
Interpreti: Brad Pitt (Tenente Aldo Raine), Mélanie Laurent
(Shosanna Dreyfus), Christoph Waltz (Colonello Hans Landa), Eli Roth (Sergente Donny Donowitz), Michael Fassbender (Tenente Archie Hicox), Diane Kruger (Bridget von Hammersmark), Daniel Brühl (Frederick Zoller), Til Schweiger
( Sergente Hugo Stiglitz ), Gedeon Burkhard ( Caporale
Wilhelm Wicki), Jacky Ido (Marcel), B.J. Novak (Soldato
Smithson Utivich), Omar Doom (Soldato Omar Ulmer), August Diehl (Maggiore Dieter Hellstrom), Denis Menochet
(Pierrer LaPadite), Sylvester Groth (Joseph Goebbels), Martin
Wuttke (Adolf Hitler), Mike Myers (Generale Ed Fenech), Julie
Dreyfus (Francesca Mondino), Richard Sammel (Sergente
Werner Rachttman), Alexander Fehling (Sergente Maggiore
Wilhelm/Pola Negri), Rod Taylor (Winston Churchill), Soenke Möhring (Butz/Walter Frazer), Samm Levine (Soldato
Gerold Hirschberg), Paul Rust (soldato Andy Kagan), Michael
Bacall (soldato Michael Zimmerman), Petra Hartung (soldato donna tedesco), Volker Michalowski Ken Duken, Arndt
Schweing-Sohnrey (soldati tedeschi), Anne-Sophie Franck
(Mathilda)
Durata: 153’
Metri: 5100
tagliando la legna, riceve la visita del colonnello nazista Hans Landa che scopre
che sotto il pavimento dell’abitazione c’è
nascosta una famiglia ebrea, i Dreyfus. I
23
soldati iniziano a sparare e solo una ragazza, Shosanna, riesce a sfuggire.
Capitolo 2. In Europa, il tenente Aldo
Raine sta formando una squadra speciale
Film
composta da 8 soldati ebrei, noti col nome
di “i Bastardi”. La loro missione è quella
di uccidere ogni soldato tedesco che incrociano sulla loro strada e di prendere il loro
scalpo. Raine ne chiede 100 ad ognuno dei
suoi uomini. Tra di loro c’è Hugo Stiglitz,
che ha un personale conto aperto con i
nazisti e Donny Donowitz, che uccide i tedeschi prigionieri con una mazza da baseball. Una volta viene risparmiata la vita a
un giovane nazista, ma sulla sua fronte gli
viene inciso il marchio nazista in modo che
l’uomo possa andare da Hitler per fargli
vedere di cosa sono capaci ‘i Bastardi’.
Capitolo 3. 1944, Parigi. Shosanna si
è stabilita a Parigi e si è creata un’altra
identità; il suo nuovo nome è Emmanuelle
Mimieux. Inoltre gestisce una sala cinematografica dove è in programma una notte
dedicata al cinema tedesco. Un giovane
soldato nazista, Fredrick Zoller, intanto la
sta corteggiando. Lui è un eroe di guerra,
è stato soprannominato ‘il sergente York’
e alla sua figura è ispirato il film Orgoglio
di una nazione interpretato da lui stesso.
Una mattina lui la fa prelevare e condurre
a un ricevimento dove c’è anche Goebbels.
Lì le viene comunicato che hanno intenzione di organizzare la première di Orgoglio di una nazione proprio nel suo cinema. In questa occasione, poi, resta molto
scossa per il fatto che rivede il colonnello
Landa. Per la ragazza comunque questa è
l’occasione per vendicarsi. Assieme al suo
assistente, un proiezionista di colore, al
quale è molto legata, escogita un piano per
bruciare il cinema quando tutto il quartier
generale nazista è dentro la sala utilizzando come esplosivo le sue 350 pellicole.
Capitolo 4. Il piano di far fuori gli uomini di punta del Terzo Reich è anche la
Tutti i film della stagione
principale mossa strategica dei ‘Bastardi’
. Nel corso della serata che precede la première nazista, si travestono da tenenti nazisti e partecipano ad una festa di alcuni
uomini delle SS in uno scantinato. Con loro
c’è anche l’attrice tedesca Bridget Von
Hammersmak, una spia degli Alleati. Un
ufficiale però dubita di loro e poi scopre
la loro vera identità. Fa così partire una
sparatoria nella quale però resta ucciso.
L’attrice viene ferita e curata da un veterinario.
Capitolo 5. Arriva la sera della prima
di Orgoglio di una nazione. Shosanna/Emmanuelle si trucca, indossa un vestito rosso e infila una pistola nella borsetta. Tra i
vip presenti ci sono pure Emil Jannings e
Bridget Von Hammersmak con una gamba
rotta. Aldo Raine e altri due bastardi non
mancano per l’occasione e si fingono siciliani. Prima dello spettacolo però, Hans
Landa scopre che l’attrice è una spia e la
strangola. Fa poi catturare Raine ma non
i suoi seguaci perché si trovano già in sala.
Lo interroga assieme a un altro ‘bastardo’
e alla fine trova un accordo con loro. I boss
nazisti saranno uccisi quella sera stessa
nel corso della proiezione del film Orgoglio di una nazione. In cambio, Landa gli
chiede una proprietà nell’isola di Nantucket (nel Massachussets), la croce d’oro e
altri riconoscimenti. Il comando sembra
accontentarlo ma la condizione è che lui
si arrenda appena entrato nelle linee americane.
Nel corso della proiezione, Zoller va
in cabina di proiezione e Shosanna gli spara. Il soldato, agonizzante, la colpisce anche lui con un proiettile prima di morire.
Il cinema intanto salta in aria e Hitler e
altri alti funzionari delle SS perdono la vita
24
dopo essere stati colpiti dalle pallottole
delle mitragliatrici e bruciati dalle fiamme. Aldo poi incide sulla fronte di Landa
una svastica affinché non possa cancellare mai il suo passato nazista.
i/scrivere la Storia utilizzando il
cinema come ‘arma letale’. È
questa l’ultima follia di Quentin
Tarantino in Bastardi senza gloria. Nel film
del cineasta statunitense non sembra esserci
più differenza tra le immagini proiettate sullo
schermo della sala parigina e le azioni di tutto
il resto del film. Anzi, potrebbe accadere anche il contrario. Come in Truffaut, anche in
Tarantino cinema e vita diventano inscindibili, quasi un elemento unico. E come l’autore francese, anche lui sembra innamorarsi
ogni volta della sue attrici, che siano Uma
Thurman, Pam Grier, o, in quest’ultimo caso,
Mélanie Laurent, completamente reinventata
e trasformata rispetto le sue altre prove come
Baciate chi vi pare e Il concerto. Stavolta in
Bastardi senza gloria si sdoppia, sembra
quasi morire per poi rinascere, ha due identità (Shosanna prima ed Emmanuelle poi),
come una dark lady e l’immagine della sua
innocenza iniziale viene completamente stravolta e trasformata in quella di una fredda
organizzatrice di un piano omicida. Lo sguardo è lo stesso. Sono le azioni che cambiano.
Come Uma Thurman nel dittico di Kill Bill,
anche lei è in cerca di vendetta. Non ha i
nomi segnati su un foglio di carta ma li ha
stampati nella sua testa: Hitler e Goebbels
soprattutto ma anche il capitano Landa che
ha sterminato la sua famiglia. Quindi da
Jeanne Moreau di La sposa in nero a Uma
Thurman dei due Kill Bill, per finire a Mélanie Laurent di Bastardi senza gloria. Donne
giunte come gli eroi del western a un regolamento di conti. Non hanno quel malinconico romanticismo delle protagoniste del cinema di Besson, tipo Nikita, ma nel loro
sguardo c’è tutto il loro dolore. Basta vedere
la reazione di Shosanna/Emmanuelle quando rivede il colonnello Landa a un ricevimento. Fa fatica a trattenere le proprie emozioni,
ha paura di essere scoperta, ma, al tempo
stesso, la sua ambizione ultima è anche
quella di far fuori quell’uomo. A costo della
morte. Le sue armi non sono le pistole, o
almeno non quelle principali. Le pellicole cinematografiche diventano il primario esplosivo. Lì dentro c’è impresso il cinema di quegli anni e queste sono le citazioni dirette. C’è
una rassegna su Max Linder e sulla ‘notte
del cinema tedesco’, vengono citati Leni Riefenstahl, il ritmo dell’inseguimento di Il monello di Chaplin, si avvertono le ombre di
Clouzot con L’assassino abita al 21 e Il corvo. Con tutto questo materiale a un regista
normale sarebbe bastato per fare almeno
R
Film
due film. Per Tarantino è invece solo una piccolissima parte.
Bastardi senza gloria è un film di una
ricchezza impressionante, capace di rivelare dettagli nuovi a ogni visione e di crescere a dismisura. Il cinema non è soltanto elemento di citazioni. I film ai quali si fa
un riferimento più o meno diretto, diventano (come è avvenuto del passato) i frammenti di una memoria personale, quindi in
un certo modo il suo cinema si può definire autobiografico. Anzi, si può dire che ogni
volta il regista statunitense riparta da un
film. A una prima lettura, Bastardi senza
gloria non è solo un remake (per Tarantino questo termine è sicuramente riduttivo), ma un omaggio entusiasta a Quel
maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari del 1977. Ma questo è solo l’inizio.
Nella sparatoria nella cabina di proiezione tra Shosanna e Stoller sembra di rivedere Duello al sole privato però intenzionalmente della passione melodrammatica.
Tutti i film della stagione
Le azioni dei ‘bastardi’, Brad Pitt, in testa,
hanno nell’anima l’essenza di Aldrich (l’accostamento ovviamente più immediato è
a Quella sporca dozzina), ma dentro ci
sono anche le traiettorie nervose di Peckinpah e quella tensione continua del cinema di Walter Hill. Oltre a questi accostamenti immediati, c’è sicuramente molto di più (in Kill Bill bastava la presenza
della colonna sonora per lasciar riaffiorare squarci del western all’italiana), magari
anche dei B-movie che hanno visto pochi
ragazzacci fanatici come lui.
Quello che sorprende del cinema di
Tarantino è la capacità, ogni volta, di reinventarsi. Il suo stile è sempre riconoscibilissimo, ma non si ripete mai. Non solo.
Bastardi senza gloria, dopo l’intermezzo
di Grindhouse. A prova di morte, rappresenta un’altra consistente frattura rispetto
al suo cinema del passato ed è simile a
quella che aveva segnato il passaggio tra
Pulp Fiction e Jackie Brown. C’è quindi
un’ansia di sperimentazione, un istinto a
giocare con i codici linguistici e con la storia del cinema. Nulla appare organizzato.
Se si va a vedere attentamente, l’azione
di Bastardi senza gloria è ridotta. Gran
parte delle scene si svolgono in interni; si
potrebbero infatti vedere i 5 capitoli del film
come i 5 atti di una tragedia. Eppure il film
non ha nulla di teatrale. L’uso dello spazio
riporta alla mente quelle estensioni di campo di William Wyler. L’uso dell’illuminazione come elemento deformante, soprattutto nel primo capitolo, fa tornare alla mente
la fotografia di Gregg Toland. Inoltre i 5
capitoli del film si diversificano nello stile e
potrebbero essere come 5 film realizzati
da registi diversi. E Bastardi senza gloria
è un altro decisivo passo in più di un cinema sempre più proiettato in avanti. Cinema, quindi, che si alimenta proprio attraverso il cinema e non può vivere d’altro.
Simone Emiliani
LA DURA VERITÀ
(The Ugly Truth)
Stati Uniti, 2009
Coordinatore effetti speciali: Larz Anderson
Supervisori effetti visivi: Vincent Cirelli (Luma Pictures),
James McQuaide, Gabriel Sanchez (LOOK!Effects)
Coordinatori effetti visivi: Kyle Ware (luma Pictures), Ian
T. Barbella, Katie Godwin, James Notari
Supervisore effetti digitali: Justin Johnson
Supervisore animazione:Pimentel A. Raphael
Supervisore costumi:Joyce Kogut
Interpreti: Katherine Heigl (Abby Richter), Gerard Butler (Mike
Chadway), Bree Turner (Joy), Eric Winter (Colin), Nick Searcy
(Stuart), Jesse D. Goins (Cliff), Judy Greer (Julie), Cheryl Hines (Georgia), John Michael Higgins (Larry), Noah Matthews
(Jonah), Bonnie Somerville (Elizabeth), John Sloman (Bob),
Yvette Nicole Brown (Dori), Nathan Corddry (Josh), Allen
Maldonado (Duane), Steve Little (Steve), Dan Callahan
(Rick), Tess Parker (Bambi), Arielle Vandenberg (Candi),
Kevin Connolly (Jim), Rocco DiSpirito (cuoco ospite), Valente Rodriguez (Javier), Tom Virtue (Pilota di mongolfiere),
Adam Harrington (Jack Magnum), J. Claude Deering (Tizio
ubriaco), Alexis Krause (brunetta carina), Craig Ferguson
(se stesso), Jade Marx-Berti (presentatrice), Lenny Schmidt
(cameriere), Kate Mulligan (cameriera), Ryan Surratt (barista), David Lowe (cameraman), Brooke Stone (Karen), Bob
Morrisey (Harold), Holly Weber (cuoco Megan), Jamison Yang,
Blake, Austin Winsberg
Durata: 100’
Metri: 2760
Regia: Robert Luketic
Produzione: Kimberly di Bonaventura, Gary Lucchesi, Deborah Jelin Newmyer, Steven Reuther, Tom Rosenberg, Kirsten
Smith per Lakeshore Entertainment/Relativity Media
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 27-11-2009; Milano 27-11-2009)
Soggetto: Nicole Eastman
Sceneggiatura: Nicole Eastman, Karen McCullah Lutz, Kirsten Smith
Direttore della fotografia: Russel Carpenter
Montaggio: Lisa Zeno Churgin
Musiche: Aaron Zigman
Scenografia: Missy Stewart
Costumi: Betsy Heimann
Produttori esecutivi: Katherine Heigl, Nancy Heigl, Andre
Lamal, Karen McCullah Lutz, Eric Reid
Direttore di produzione: Ted Gidlow
Casting: Deborah Aquila, Jennifer L. Smith, Mary Tricia Wood
Aiuti regista: Jon Mallard, Tyler Romary
Operatori: Will Arnot, Kevin McKnight
Operatore Steadicam:Will Arnot
Art director: William Hawkins
Arredatore: Kathy Lucas
Trucco: Zoe Hay, Corinna Liebel, Tania McComas, Michele Tyminski
Acconciature: Michelle Rene Elam, Sean Flanigan, Vickie Mynes, Christina Raye
bby Richter è una producer di un
talk show mattutino a Sacramento, in California. Di ritorno a
casa dopo un disastroso appuntamento al
buio, le capita di vedere lo spezzone di un
programma trasmesso da un’emittente lo-
A
cale, “La dura verità”, condotto da Mike
Chadway, il cui cinismo e maschilismo nei
confronti dei rapporti di coppia è tale, sfacciato e volgare, da indurla a chiamare in
diretta e litigare con lui. Il giorno dopo,
scopre che il network presso cui lavora sta
25
pensando di cancellare il suo show a causa degli scarsi ascolti e il suo boss ha ingaggiato Mike, che avrà uno spazio tutto
suo nello show mattutino da lei prodotto.
Sulle prime, i due hanno un rapporto
burrascoso: Abby trova Mike semplicemen-
Film
te ripugnante, mentre Mike la ritiene una
maniaca del controllo. Ma quando lei incontra (o almeno pensa) di avere incontrato l’uomo dei suoi sogni, un dottore di
nome Colin che abita a fianco a lei, è proprio Mike, “profondo conoscitore” della
psiche umana, grazie al programma di
dubbio gusto che conduce, a persuaderla
a seguire il suo scopo. Lei accetta i suoi
consigli: fra di loro ha luogo un accordo.
Se lei riuscirà nel suo intento, dimostrando così le sue teorie sui rapporti di coppia, lavorerà felicemente con lui, ma se
Mike farà fiasco, sarà lui ad andarsene.
Mike riesce a far lievitare gli ascolti
del programma, riuscendo addirittura a far
riconciliare in diretta i due coniugi in crisi
che lo conducono e porta con successo
Abby ad essere esattamente quello che
Colin vuole che lei sia. Mike viene invitato
al Late Late Show con Craig Ferguson e
gli viene offerta la chance di condurre un
programma tutto suo in uno canale di primo piano. Abby viene costretta dal suo boss
a cancellare un romantico weekend con
Colin, nel quale aveva progettato di “concedersi” finalmente a lui, per accompagnare Mike all’intervista e approfittarne per
convincerlo a restare con loro. Dopo lo
show, i due vanno a ballare, si confidano,
bevono un po’. Mike confessa di voler restare a Sacramento con la sorella e il nipotino. In albergo, mentre salgono in
Tutti i film della stagione
ascensore, si baciano appassionatamente,
ma poi decidono che è meglio tornare nelle rispettive camere. Mike cambia idea e
la raggiunge, ma trova con lei Colin che si
è fatto vivo per farle una sorpresa. Abby è
pronta a scaricarlo, ma lui si fa da parte e
se ne va senza farle spiegare. Abby, affranta, rompe con Colin: per lui ha fatto finta
di essere quello che non è.
Mike si trasferisce a lavorare presso
un’altra emittente, ma si ritrova a una diretta in esterni nella stessa location dove
anche lo show di Abby viene trasmesso:
un festival di mongolfiere. Abby non resiste, entra in scena e comincia a litigare con
lui in diretta TV, mentre la mongolfiera che
li ospita si libra in alto. In volo, dopo essersene dette di tutti i colori, ammettono
di amarsi.
Mentre sono a letto e lei geme di piacere, Mike accende le luci e le chiede se le
sue grida di autentico piacere fossero reali (lui che con le sue teorie era sempre pronto a smontare queste manifestazioni rassicuranti per l’uomo medio). Lei sorride e
gli dice che non lo saprà mai, se non spegne le luci un’ altra volta.
on potrebbero esserci due personaggi più diversi dalla sofisticata e un po’ oca producer Abby
Richter (Katherine Heigl) e dell’autentico
troglodita Mike Chadway (Gerard Butler);
N
un incontro tra le parti, che probabilmente
potrebbe avere luogo al massimo in una
realtà virtuale; più che scintille genererebbe assoluta quanto reciproca indifferenza.
Nell’ineffabile pellicola di Luketic, che non
esita a ricorrere alle trovate più grevi per
strappare invano l’ombra di una risata, si
mettono insieme e vivono (più che altro,
copulano) felici e contenti. Perché? Presto detto: gli opposti si attraggono e quanto si millanta di conoscere in tema di amore e di sesso, è solo una maschera per
nascondere la propria sensibilità. E chi non
è così?, ammicca insopportabile allo spettatore compiacente una morale di grana
grossa che più non si può.
La scurrilità del plot è la vera cifra stilistica di una pellicola che procede impavida fra inverosimiglianze palesi e gag vecchie come il cucco (quella delle mutande
vibranti telecomandate non le scrive più
neanche Manara). Mentre il sessismo spicciolo – incarnato da un Butler davvero a
corto di vergogna – è quello più diseducativo: populista dietro il politicamente scorretto e ben lieto di smentirsi quando l’Amore fa capolino con la bella di turno. Una
verità, più che dura, penosa al pari di chi
la sostiene. Ma davvero bisogna fare cinema per un pubblico, con cui non vorresti
mai avere a che fare?
Gianluigi Ceccarelli
BROTHERS
(Brothers)
Stati Uniti, 2009
Regia: Jim Sheridan
Produzione: Michael De Luca, Ryan kavanaugh, Sigurjon Sighvatsson per Michael De Luca Productions/Palomar Pictures/Relativity Media
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 23-12-2009; Milano 23-12-2009)
Soggetto: ispirato al film Non desiderare la donna d’altri (2004)
con la sceneggiatura di Susanne Bier e Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura: David Benioff
Direttore della fotografia: Frederick Elmes
Montaggio: Jay Lash Cassidy
Musiche: Thomas Newman
Scenografia: Tony Fanning
Costumi: Durinda Wood
Produttori esecutivi: Scott Fischer, Ryan Kavanaugh, Zach
Schiff-Abrams, Tucker Tooley
Co-produttore: Matt Battaglia, Mark Fischer
Direttore di produzione: Jeremiah Samuels
Casting: Avy Kaufman
Aiuti regista: Steve Battaglia, Joe Camp III
Operatori: Tommy Lohmann, Ralph Watson
Art director: Guy Barnes
Arredatore: Wendy Ozols-Barnes
Trucco: Gretchen Bright, Sian Grigg, Jennifer McDaniel, Michelle
Vittone
Acconciature: Enid Arias, Adruitha Lee, Bunny Parker
Coordinatore effetti speciali: Randy E. Moore
Supervisori effetti visivi: Joseph Conti, Jonah Loop, Scott
Milne
Supervisore costumi: Chris Burrows
Supervisore musiche: Gina Amador
Canzoni/Musiche estratte: “Winter” degli U2
Interpreti: Jake Gyllenhaal (Tommy Cahill), Natalie Portman
(Grace Cahill), Tobey Maguire (Sam Cahill), Clifton Collins Jr.
(Maggiore Cavazos), Bailee Madison (Isabelle Cahill), Sam Shepard (Hank Cahill), Mare Winningham (Elsie Cahill), Taylor Geare (Maggie Cahill), Patrick Flueger (Joe Willis), Jenny Wade
(Tina), Carey Mulligan (Cassie Willis), Omid Abtahi (Yusuf),
Navid Negahban (Murad), Ethan Suplee (Sweeney), Arron
Shiver (A.J.), Ray Prewitt (Owen), Rebekah Wiggins (moglie di
un Marine), Carrie Fleming (moglie di un Marine), Sheila Ivy
Traister (pilota), Chad Brummett (copilota), Jason E. Hill (tenente Sanderson), Kevin Wiggins (cappellano marina), Yousuf
Azami (leader dei Talebani), James D. Dever (Sergente Maggiore Dever), Kevin Adkins (Comandante ammiraglio), Johnnie
Hector, Jeremiah Bitsui, William Lawrence Allen, Benjamin D.
Baldwin (poliziotti), Michael-David Aragon (terrorista)
Durata: 104’
Metri: 2960
26
Film
’ufficiale dei marines Sam Cahill
è prossimo alla partenza per l’Afghanistan. Lascia al superiore una
lettera d’addio per la moglie, nel caso non
dovesse tornare, poi si reca alla vicina
prigione per riportare a casa il fratello
Tommy, che ha appena finito di scontare
la pena per rapina a mano armata nella
banca della città. A casa, durante la cena,
si festeggia il rientro di Tommy e la partenza di Sam. Ci sono i genitori dei due
ragazzi, c’è Grace, moglie di Sam, e le
loro due bambine, Maggie e Isabelle. A
Grace non piace Tommy e lui un po’ se ne
dispiace.
In Afghanistan l’elicottero di Sam precipita sotto il fuoco nemico, e in patria due
uomini in divisa si recano da Grace per
comunicarle la morte del marito. Al funerale l’intera città piange il suo eroe. Il padre, ex marine, beve un po’ troppo all’uscita della chiesa e ha una lite con Tommy,
che dà all’uomo la colpa della morte del
fratello: l’ha spinto fin da piccolo a intraprendere la carriera militare e adesso è
morto. Tommy è anche consapevole che per
il padre ad andarsene è stato il figlio sbagliato e glielo grida in faccia, senza eccessivi rancori.
Grace si fa forza e con le due figlie
prova a dare alla vita una parvenza di
normalità. Tommy è spesso al loro fianco: fa giocare le bambine, e ristruttura
con un paio di amici la cucina di Grace,
facendole una sorpresa per il compleanno. Tra i due giovani nasce un’affettuosa amicizia, che non va oltre un singolo,
innocente bacio che si scambiano una
sera. Lui si sente ora un uomo migliore
e va alla banca per chiedere perdono alla
cassiera che minacciò di morte durante
la rapina.
In Afghanistan, intanto, scopriamo che
Sam e un altro soldato sono sopravvissuti
e sono stati catturati dai talebani, che li
tengono prigionieri e li torturano per avere informazioni sul nemico invasore. Il soldato viene ripreso da una telecamera mentre dichiara, sotto la minaccia delle armi
da fuoco, che gli Stati Uniti commettono
un errore a stare lì. Sam viene costretto,
per avere salva la vita, a uccidere a sprangate il soldato e amico, giudicato un debole dai talebani. L’indomani arrivano i
marines e lo liberano, uccidendo i suoi terribili carcerieri. Sam evidentemente tace
dell’accaduto e torna a casa come un eroe
di guerra.
Tuttavia, i mesi di prigionia e l’omicidio dell’amico lo hanno sconvolto nell’animo e Sam fatica a tornare alla vita
di ogni giorno. Ha poca pazienza con le
L
Tutti i film della stagione
figlie e tratta male la moglie, accusandola di averlo tradito con Tommy; a poco
valgono le rassicurazioni della donna.
Quando ricevono la visita della giovane
vedova del soldato ucciso che chiede a
Sam dettagli sul marito “morto con onore, da eroe, in Afghanistan”, l’uomo tocca il fondo e inizia a non dormire più la
notte, vagando per casa, o rimanendo fuori, anche per tutta la notte. Neanche la
terapia psicologica aiuta Sam e, una notte, minaccia di uccidere con la pistola la
famiglia, poi rivolge l’arma contro se stesso. Soltanto il precipitoso intervento di
Tommy risolve la situazione: il fratello
depone la pistola.
Sam confessa finalmente a Grace quanto accaduto in Afghanistan e un pianto liberatore di entrambi sembra accendere
una luce in fondo al tunnel.
rasposizione stelle e strisce del
film della danese Susanne Bier
Non desiderare la donna d’altri,
Brothers affronta un tema caro agli Stati
Uniti degli ultimi tempi: il rientro in patria di
marines e soldati dall’Afghanistan, con ferite nell’animo e nella psiche ben più profonde di quelle fisiche. Spesso hanno subito, o assistito, a violenze d’ogni tipo –
mutilazioni, omicidi, stupri e stragi – e tornare alla semplice vita quotidiana appare
a molti un ostacolo insormontabile. In troppi
arrivano a riversare la rabbia a lungo repressa su familiari e amici e molti non desiderano altro che tornare nell’inferno dal
quale provengono, pur di non pensare. Il
cinema si interessa sempre di più ai molteplici risvolti di queste situazioni così difficili, e spesso l’intento è quello di mostrare al mondo il male incredibile di cui l’America si fa carico nei confronti dei numerosi
nipoti dello zio Tom.
Lungi dall’essere un film d’azione,
Brothers tenta la commistione tra il crudo
dramma sociale che accomuna i soldati
tornati in patria e il drammone sentimentale che lega i tre protagonisti. L’esito, purtroppo, non accontenta nessuno: la denuncia sociale è diluitissima e il ritratto che
viene fuori di Sam non è certo quello del
duro (non lo vedremo mai compiere azioni di guerra vere e proprie nelle scene in
Afghanistan: al massimo riprende con il
cellulare bambini locali che salutano, oppure dà comunicazioni via radio) mentre
sul fronte romantic l’avvicinamento tra
Tommy e Grace è talmente delicato da
scivolare nell’insulso.
Katherine Bigelow aveva già raccontato, prima e meglio, la durezza del durante e del dopo di un soldato rientrato in
T
27
patria in The Hurt Locker: la soluzione, in
quel caso, era il ritorno alla guerra, e il
film, non certo esente da difetti, aveva sicuramente il pregio di andare diritto al
punto. Qui invece Jim Sheridan carica
l’esile storia di così tante sovrastrutture
da cadere nella ridondanza. Passi per la
polarizzazione dei due fratelli, già presente nel film originale – uno buon padre di
famiglia, ligio al dovere, quadrato e seguace delle orme paterne, l’altro senza
lavoro né posizione sociale, con tendenze all’alcolismo e un passato al di fuori
della legge – ma pretendere di spiegarne
le cause con un dialogo risicato che traspone ogni colpa nel padre è fatica non
richiesta, come pure di grana grossa
sono, nelle scene di prigionia in Afghanistan, le sottolineature caratteriali di Sam,
personaggio che pare esistere solo grazie all’opposizione con un alter accanto
che lo contrasti.
Curiosamente, la scena del film maggiormente riuscita è apparentemente
avulsa dal contesto. È la festa di compleanno della piccola Isabelle, e la famiglia è riunita per cena a casa dei nonni
paterni. Il clima è teso: Sam è insofferente, Grace tenta di dissimulare i contrasti, i padroni di casa abbozzano. Maggie, la sorella maggiore, disturba tutti
perché vuol stare al centro dell’attenzione e Sam si innervosisce sempre più.
Tommy li raggiunge, in ritardo, con una
ragazza appena conosciuta che studia
per diventare infermiera professionista e
che, con le sue parole, rompe il pesante
muro di ipocrisia e convenzioni: dice chiaramente cosa pensa della guerra e afferma che si può addestrare un soldato
a sparare, ma nessun uomo potrà mai
essere addestrato a uccidere un altro
uomo. La frase ha, ovviamente, l’effetto
di una bomba per Sam e il tutto è aggravato dalla bugia di Maggie, che dichiara
che “la mamma e lo zio Tommy fanno
sesso”. Poi, purtroppo, tutto sprofonda
nuovamente nella banalità e così si trascina fino al fiacco finale.
Convincenti, anche se superficiali, le
interpretazioni: Natalie Portman è credibile come mamma di famiglia e sa dare
uno spessore dignitoso al dolore lancinante di Grace; Tobey Maguire è forse
eccessivamente allucinato; Jake Gyllenhaal, fin troppo consapevole delle sfumature del personaggio di Tommy, si affida molto a sguardi languidi e intriganti,
ma, perlomeno evita i clichè del bello e
dannato.
Manuela Pinetti
Film
Tutti i film della stagione
2012
(2012)
Stati Uniti/Canada, 2009
Supervisori effetti visivi: Matthew Collorafice, Volker Engel, Rainer Gombos (Pixomondo), Paul Graff (Crazy Horse
Effects), Ben Grossmann (The Syndicate), John H. Han
(Scanline VFX), Phil Jones (Technicolor Beijing), John Kilshaw,
Mohen Leo (Digital Domain), Matt McDonald (Evil Eye Pictures), Peter Nofz (SPI), Daniel P. Rosen (Evil Eye Pictures),
Colin Strause, Greg Strause, Thomas Tannenberger (Gradient
Effects), Olcun Tan (Gradient Effects), Stephan Trojansky
(Scanline VFX), Marc Weigert, Chris Wells (Hydraulx), Alex
Wuttke (Double Negative)
Coordinatori effetti visivi: Andrea Biklian, E.M. Bowen
(New Deal Studios), Daniel Chavez (Hydraulx), Adam Chazen (Pixomondo), Lisa Hansen (Pixomondo), Alexander Kucera, Lisa Marra, Chris McLeod, Cory L. McNeill, Danielle
Probst, Franzisca Puppe (Pixomondo), Katie Spinelli, Michele Stewart, Kyle Ware
Supervisore effetti digitali: Darren Poe
Supervisori costumi: Dawn Y. Line, James W. Tyson
Interpreti: John Cusack (Jackson Curtis), Amanda Peet (Kate
Curtis), Chiwetel Ejiofor (Adrian Helmsley), Thandie Newton (Laura Wilson), Oliver Platt (Carl Anheuser), Thomas McCarthy (Gordon Silberman), Woody Harrelson (Charlie Frost), Danny Glover
(Presidente Thomas Wilson), Liam James (Noah Curtis), Morgan Lily (Lilly Curtis), Zlatko Buric (Yuri Karpov), Beatrice Rosen
(Tamara), Alexandre Haussmann (Alec), Philippe Haussmann
(Oleg), Johann Urb (Sasha), John Billingsley (Professor West),
Chin Han (Tenzin), Osric Chau (Nima), Chang Tseng (nonno
Sonam), Lisa Lu (nonna Sonam), Blu Mankuma (Harry Helmsley), George Segal (Tony Delgatto), Stephen McHattie (capitano Michaels), Patrick Bauchau (Roland Ricard), Jimi Mistry (dr.
Satnam Tsurutani), Ryan McDonald (Scotty), Merrilyn Gann (cancelliere tedesco), Henry O (Lama Rinpoche)
Durata: 158’
Metri: 4400
Regia: Roland Emmerich
Produzione: Roland Emmerich, Larry J. Franco, Harald Kloser
per Columbia Pictures/Centropolis Entertainment/The Bridge
Studios/Farewell Productions/The Mark Gordon Company
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 13-11-2009: Milano 13-11-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Roland Emmerich, Harald Kloser
Direttore della fotografia: Dean Semler
Montaggio: David Brenner, Peter S. Elliot
Musiche: Harald Kloser, Thomas Wanker
Scenografia: Barry Chusid
Costumi: Shay Cunliffe
Produttori esecutivi: Ute Emmerich, Mark Gordon, Michael
Wimer
Produttore associato: Kirstin Winkler
Co-produttori: Aaron Boyd, Volker Engel, Marc Weigert
Direttori di produzione: Drew Locke, Michael J. Malone,
Eamon O’Farrill
Casting: Susan Taylor Brouse, Scott David, Judy Lee, April Webster
Aiuti regista: David Arnold, James Bitonti, Claudia Costa, Tommy Gormley, Andrew M. Robinson, Ken Shane, Megan M.
Shank, Andrew Ward
Operatore: Norbert Kaluza
Operatore Steadicam: Peter Wilke
Art directors: Ross Dempster, Kendelle Elliott, Dan Hermansen, Don Macaulay
Arredatore: Elizabeth Wilcox
Trucco: Gitte Axen, Beth Boxall, Anita Brabec, Tracy Lai, Thomas Nellen, Connie Parker, Lisa Taylor Roberts
Acconciature: Cara Doell, Lisa Taylor Roberts, Forest Sala
Supervisore effetti speciali: Mike Vézina
Coordinatore effetti speciali: Cam Waldbauer
drian Helmsley, responsabile dei
consiglieri scientifici della Casa
Bianca, durante una visita nelle
viscere di una miniera in India, viene messo in allarme da un collega geologo che
qualcosa di strano sta accadendo: un’attività solare quanto meno diversa dal solito sta provocando un incredibile surriscaldamento del nucleo della Terra, a velocità
sorprendente e con conseguenze devastanti
di proporzioni epiche. L’uomo si precipita
a Washington e mette al corrente il proprio diretto superiore dell’incredibile gravità della situazione; immediatamente
un’oscura macchina organizzativa mondiale si mette in moto.
Jackson Curtis è uno scrittore scarsamente posizionato – autore di un romanzo
che ha venduto sì e no cinquecento copie –
che vive solo a Los Angeles da quando sua
moglie Kate l’ha lasciato, portandosi dietro i figli, per un più solido chirurgo plastico. Proprio nel fine settimana che dovrebbe trascorrere con i suoi bambini, gli
A
si rompe l’auto, ma non si perde d’animo
e li passa a prendere in Limousine, non
proprio la vettura più adatta per un campeggio nel Parco dello Yellowstone.
La bella Laura è la First Daughter del
Presidente degli Stati Uniti Thomas Wilson;
si occupa della cura e del trasferimento di
importanti opere d’arte di tutto il mondo.
Una sera, mentre è al telefono con un collega, ascolta impotente l’incidente mortale
dell’uomo e, nei giorni seguenti, turbata,
andrà a parlarne con l’illustre padre.
Anche se lontane nel tempo come nello
spazio queste singole storie, come molte
altre, sono tutte legate tra loro da un invisibile filo di sotterfugi, privilegi, complotti.
Arrampicandosi sulle colline dello Yellowstone, John e i suoi due figli vengono ostacolati da una rete metallica di stampo militare; John, conoscitore della zona, non se ne
spiega l’improvvisa comparsa e scavalca
insieme ai ragazzi per andare a curiosare.
Al posto del lago trovano una piccola e fumosa pozzanghera, animali morti e, dulcis
28
in fundo, un manipolo di militari che, senza
troppi complimenti, li carica sulle camionette e li porta al campo base, a capo del quale
c’è Adrian Helmsley. Il caso vuole che sia
uno degli sparuti lettori del suo romanzo, così
la questione si risolve con una sommaria
sgridata e qualche pacca sulle spalle. Nel
frattempo, in città, l’ex signora Jackson e il
suo nuovo compagno vivono con terrore il
precipitare di una situazione che persiste da
un po’: l’apertura di continue crepe nel terreno; la donna implora John di riportarle
indietro i bambini. L’uomo fa però in tempo
a conoscere Charlie Frost, apparentemente
uno svitato hippie, che dalla sua radio casereccia trasmette notizie incredibili eppure
precisissime sull’imminente fine del mondo:
il nucleo terrestre sta fondendo, la crosta inizierà a fluttuare e ogni cosa verrà sommersa
in breve tempo dalle acque. Lo diceva un’antica profezia maya e, nel tempo, vari scienziati ne avevano trovato conferma. I governi
di tutto il mondo sono a conoscenza dell’imminente cataclisma, ma mantengono il riser-
Film
bo uccidendo chiunque divulghi la notizia,
in quanto sarà possibile salvare soltanto poche persone, a bordo di enormi arche, costruite in gran segreto per i “pezzi grossi” e
per chi potrà permettersi il costosissimo biglietto. John decide di ignorare le bislacche
informazioni, ma quando, una volta rientrato in città, scopre che il suo ricchissimo capo
– di origine russa – è in partenza per una
località segreta con i due figli, la giovane
amante e troppe valigie con un aereo privato, sa cosa fare. Preleva nell’ultimo momento utile ex moglie, figli e chirurgo dalla casa
che sta crollando e, mentre la città collassa
su se stessa, si alza in volo anche lui, alla
volta del Parco dello Yellowstone. Charlie
Frost ha infatti la mappa di queste arche, ma
ha deciso di morire guardando il suo monte
trasformarsi in un vulcano sotto i suoi occhi.
Prelevata non senza difficoltà la preziosa
mappa, John e famiglia si ricongiunge in un
altro aeroporto con il ricco capo e i suoi, e
insieme, rubando un jumbo, partono alla
volta della Cina: è li che si trovano le arche.
Intanto il mondo come lo conosciamo
sta sparendo: crolla il Vaticano e il Cristo
Redentore di Rio de Janeiro, intere città
sono inghiottite dalla terra, giganteschi
tsunami inghiottono qualunque ostacolo:
navi, coste, continenti interi. Il presidente
statunitense ha deciso di rimanere con il
suo popolo e morire con lui; la figlia, in
salvo insieme ad Adrian, col quale è nata
un’immediata intesa, non si dà pace.
Giunti non senza parecchi intoppi ai
piedi del K2, il magnate russo e i due figli
vengono accolti all’interno dell’hangar
segreto e che gli altri si arrangino: non
hanno il biglietto. Fortuna vuole che nelle
nevi si imbattano nella famiglia di un operaio che ha lavorato alle arche, e che può
far entrare tutti clandestinamente.
Mentre gli eventi precipitano, e una
delle quattro arche si scoperchia sul più
bello, Adrian e i maggiori capi di stato
mondiali decidono di accogliere tutte le
persone rimaste nell’hangar e destinate a
morte certa (pur avendo pagando un milione di euro a testa).
Dopo un ultimo fiato sospeso e qualche inevitabile intoppo che costerà la vita
ad alcuni personaggi secondari – il magnate russo, la sua amante, il chirurgo –,
le tre arche superstiti dimostreranno di
saper reggere all’impatto dell’onda anomale e tutte insieme si metteranno in viaggio verso l’unica terra emersa rimasta, che
è anche il nuovo tetto del mondo: l’Africa.
Tutti i film della stagione
l’anno 2012. Il tempo scorre, la fatidica data
si avvicina, ed eventi allarmanti hanno luogo in varie zone della Terra, provocati, pare,
da un’attività solare quanto meno diversa
dal solito. Millenni di tecnologia ci separano dalla profezia dei Maya, e certamente
sapremo come comportarci, come salvare la Terra e i suoi numerosi abitanti... oppure no?
Per quanti aspettavano, sin dai tempi
di Independence Day, un disaster movie
degno di essere definito tale firmato Roland Emmerich, l’attesa è finita: archiviato
Godzilla e compagnia cantante, 2012 è
destinato a solleticare quei palati che dal
film catastrofico non richiedono altro che
intrattenimento disimpegnato, un buon taglio popolare e zero preoccupazioni. Anche se, in fin dei conti, si parla della fine
del mondo, o giù di lì.
Il nostro eroe risponde al nome di
Adrian Helmsley (Chiwetel Ejiofor, che ha
già lavorato con Spielberg, Allen e Frears),
responsabile dei consiglieri scientifici della Casa Bianca. È lui il primo a lanciare
l’allarme e a far partire un complicato processo che porterà alla costruzione di quattro enormi arche volte a salvare una piccolissima parte di umanità: quella che conta qualcosa, o che ha il denaro necessario per l’acquisto del costosissimo biglietto. Il nostro secondo eroe risponde al nome
di Jackson Curtis (interpretato da John
Cusack), scrittore semifallito – però gira in
Limousine – soppiantato da un altro pure
in famiglia. Per fortuna i rapporti non sono
poi tanto male e, quando Jackson scopre
in modo fortuito che il mondo sta per finire, passa a casa dell’ex moglie e salva tutti. Seguono incredibili fughe in auto – la
Limousine di cui sopra –, poi in aereo e
infine in jumbo, con al seguito lapilli im-
n tempi non sospetti, i Maya l’avevano detto: il mondo, almeno così
come lo conosciamo, è destinato a
finire il giorno del solstizio d’inverno del-
I
29
pazziti, grattacieli che si sbriciolano ed ettari di terreno che collassano vertiginosamente su loro stessi. Le quattro capienti
arche basteranno appena a salvare quattrocentomila esseri umani, qualche coppia tra giraffe, elefanti e altri tipici passeggeri già cari a Noè, un paio di Picasso e
l’immancabile Gioconda.
Incredibili i costi affrontati per garantire un simile spettacolo – tra CGI, oceani
di blue screen e piattaforme semoventi –
in quanto più di metà del film contiene degli effetti visivi, che scatenano i quattro elementi. Ma i mastodontici super effetti speciali non distraggano dal classismo: si salva chi ha potere, soldi o entrambe le cose;
e quanti possono vantare una conoscenza che permetta di imbarcarsi come clandestino. Tutto nella norma, più o meno consueta, della nostra splendida, umanissima
società, se non fosse che Emmerich non
si (ci) risparmia neanche di fare la morale
a tutti, con discorsi su fratellanza, uguaglianza e diritti umani, messi in bocca al
solito miglior presidente che gli Stati Uniti
abbiano mai avuto (interpretato da un Danny Glover con l’espressione perennemente afflitta), alla sua illuminata figlia (la sempre gradevole Thandie Newton) e a quanti
altri tifino fortemente perché “il popolo sia
fatto entrare nell’arca”. Peccato che il popolo in questione sia composto dai ricconi
che, pagato il biglietto da un miliardo di
euro, sono rimasti fuori per un’avaria che
ha riguardato proprio l’arca che spettava
loro. Che il resto dell’umanità finisca pure
sott’acqua, se non può permetterselo: nessuno piangerà per loro.
La caratterizzazione del premier italiano ha potenzialità comiche notevoli.
Manuela Pinetti
Film
Tutti i film della stagione
FUNNY PEOPLE
(Funny People)
Stati Uniti, 2009
Regia: Judd Apatow
Produzione: Judd Apatow, Barry Mendel, Clayton Townsend
per Universal Pictures/ Columbia Pictures/ Relativity Media/
Apatow Productions/ Madison 23
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 16-10-2009; Milano 16-10-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Judd Apatow
Direttore della fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Craig Alpert, Brent White
Musiche: Jason Schwartzman
Scenografia: Jefferson Sage
Costumi: Betsy Heimann, Nancy Steiner
Produttori esecutivi: Jack Giarraputo, Evan Goldberg, Seth
Rogen
Produttore associato: Lisa Yadavaia
Co-produttori: Andrew J. Cohen, Brendan O’Brien
Casting: Allison Jones
Aiuti regista: Matt Rebenkoff, Mark Trapenberg
Operatori: George Billinger III, Mitch Dubin, Peter Hutchison
Operatore Steadicam: George Billinger III
Art director: James F. Truesdale
Arredatore: Leslie A. Pope
Trucco: Anita Brabec, Michelle Garbin, Kimberly Greene, Erin
Wooldridge
eorge Simmons è un comico sulla cresta dell’onda. Ha tutto ciò
che si possa desiderare nella
vita: successo, donne, una villa da favola,
un aereo privato e un posto di riguardo nel
jet set degli Stati Uniti. Il pubblico lo ama
sia come cabarettista che come star cinematografica ed è idolatrato dagli aspiranti attori per i suoi monologhi pungenti e
irriverenti. Tuttavia, la sua vita è vuota;
George è sociofobico ed egoista, non ha
molti interessi, nessun vero amico, un rapporto familiare solo superficiale e vive nel
rimpianto di un amore perduto. A un tratto, la sua vita è scossa dalla diagnosi di
una grave forma di leucemia che gli concede appena sei mesi di vita. La terribile notizia getta l’uomo nello sconforto.
Desideroso di non trascorrere da solo gli
ultimi giorni, si sceglie come assistente
Ira, un aspirante comico che lavora in
un fast food, incontrato per caso in un
locale. Ira è un ragazzo semplice che
convive con altri due attoruncoli della
televisione. È timido e impacciato e ha
poco successo con le donne, ma il suo
sogno è diventare un animale da palcoscenico. George propone a Ira di andare
a vivere con lui e di scrivergli i testi per
quelle che sarebbero state le sue ultime
esibizioni. Ira si rivela presto un buon
talento in scrittura, anche se un po’ carente sul palco. Tra i due nasce una for-
G
Acconciature: Melissa A. Yonkey
Coordinatore effetti speciali: Donald Frazee
Supervisore effetti visivi: Justin Jones
Coordinatore effetti visivi: Paulina Kuszta
Supervisore costumi: Stacy Horn
Supervisore musiche: Jonathan Karp
Interpreti: Adam Sandler (George Simmons), Seth Rogen
(Ira Wright), Leslie Mann (Laura), Eric Bana (Clarke), Jonah
Hill (Leo Koenig), Jason Schwartzman (Mark Taylor Jackson), Aubrey Plaza (Daisy), Maude Apatow (Mable), Iris Apatow (Ingrid), RZA (Chuck), Aziz Ansari (Randy), Torsten Voges (dr. Lars), Allan Wasserman (dr. Stevens), Rod Man (se
stesso), Wayne Federman (direttore del Comedy & Magic),
Mike O’Connell (Escort), James Taylor (se stesso), Nicole
Parker (Dawn), Nydia McFadden (Mandy), Andy Dick, Charles Fleischer (se stessi), Nicol Paone (Lisa, sorella di George), George Coe (padre di George), Budd Friedman, Monty
Hoffman, Carol Leifer, Paul Reiser, Mark Schiff, George
Wallace, Norm MacDonald, Tom Anderson (se stessi), Tonita Castro (Bonita), Jarrett Grode (mago), Qiana Chase (moglie di Chuck)
Durata: 146’
Metri: 4000
te amicizia e confidenza e la cura sperimentale che sta seguendo George sembra avere i primi risultati. Per l’uomo è
tempo di bilanci; si scopre fragile (ha bisogno di qualcuno a fianco per addormentarsi) e si lascia andare a confessioni, contattando le persone con cui è rimasto qualcosa di irrisolto. In lui matura il desiderio di mettere a posto alcuni
tasselli della propria esistenza, a partire
dal rapporto con la sua ex, Laura. Ira è
sempre al suo fianco, pur non condividendo alcune sue scelte. La terapia si dimostra davvero miracolosa e, all’ultimo controllo, l’organismo di George sembra ormai aver reagito ed essere fuori pericolo.
Ora l’obiettivo dell’uomo è solo quello di
riconquistare Laura, che intanto si è sposata e ha avuto due figlie. Nonostante abbiano un approccio che fa ben sperare e
George tiri fuori le sue carte migliori, facendosi perdonare le sue scappatelle passate, Laura sceglie di restare con il marito e le figlie. George amareggiato licenzia anche Ira e lo allontana dalla sua
vita, credendolo in parte responsabile del
suo insuccesso. Ira ritorna al suo vecchio
lavoro, ma continua comunque il suo percorso cabarettistico, entrando sempre più
nelle grazie del pubblico. George capisce
di aver perso l’unico vero amico e torna
sui suoi passi, questa volta proponendo a
Ira di scrivere i testi per lui.
30
J
udd Apatow realizza con due ore
e mezza di film un’indagine intima e refenziale sul mondo dello
spettacolo. Anche per un regista e sceneggiatore come lui, colpito sembra da una
lunga sindrome di “Peter Pan” (40 anni
vergine, Molto incinta), sembra essere arrivato il momento di diventare grande. Con
il sogno, fin da bambino, di fare il comico,
Apatow si impegna in una profonda esplorazione esistenziale attorno alla sua stessa professione. Funny People porta in scena, dagli esordi timorosi sui palchi delle
piccole province, fino ai successi che spalancano le porte al mondo del cinema, una
coppia di protagonisti che compie un
excursus di crescita professionale e personale. L’ingenuità e la sensibilità di Ira
vengono contrapposti al disincanto e al
sarcasmo di George, che incarna in sé tutti
gli stereotipi dell’attore comico di successo: dall’egocentrismo esasperato, all’acida ironia. I personaggi di George e Ira sono
perfettamente delineati, andando a esprimere, l’uno la figura di un uomo che, realizzato il suo sogno, ha perso tutto il suo
entusiasmo e la voglia di vivere e l’altro
l’insoddisfazione di un giovane che sa di
essere talentuoso, ma che non riesce a
farsi avanti in un mondo così competitivo.
Di grande interesse sono le sequenze iniziali del film, in cui un giovane George si
diverte a realizzare scherzi telefonici: sce-
Film
ne che andranno a contrapporsi al suo
modo “adulto” di ispirare comicità. La particolarità di queste scene è che sono assolutamente vere: si tratta infatti di filmati
amatoriali che un giovanissimo Apatow
girò mentre un altrettanto inesperto Sandler si divertiva a importunare i call center
di varie ditte, venti anni fa, quando i due
strinsero amicizia all’università. Altrettanto realistiche sono le performance sul palco dei comici protagonisti della pellicola.
Sono state infatti organizzate per l’occasione delle serate di cabaret, in alcuni dei
più famosi locali americani, dove ognuno
degli interpreti ha avuto la sua mezz’ora
Tutti i film della stagione
sul palco, culminato in una serata di beneficenza, da cui sono poi stati estrapolati i
frammenti da mettere nel film.
Il ritratto di questo mondo, in cui ci si
trova sempre sotto esame, di fronte a un
“people” che a tutti i costi deve essere “funny”, spesso impietoso e che non capisce
quanto sia difficile far ridere, è molto sincero. L’umorismo è spesso brillante e la sua
natura “fallocentrica” e sessuale per fortuna non disturba, in quanto è smorzata nei
toni dal clima pacato e malinconico della
storia.
Adam Sandler è assolutamente perfetto, in quella che è senza dubbio la miglior
interpretazione della sua vita, la prima forse veramente impegnata, in cui riesce a
essere divertente, credibile e misurato.
Oltre a lui nel cast un grande Seth Rogen,
alter ego del regista, giovane star della risata, già apprezzato in diverse pellicole per
il proprio talento, Eric Bana, attore australiano che ben si cala nella parte di Clarke,
il marito di Laura. Molti i cammei e il contributo di alcuni attori nei panni di se stessi, musicisti compresi, Eminem e James
Taylor, che con la sua band ha suonato
per ore sul set.
Veronica Barteri
SHERLOCK HOLMES
(Sherlock Holmes)
Stati Uniti/Germania, 2009
Trucco: Siobhan Harper Ryan, Chloe Meddings, Nikita Rae, Patricia Regan
Acconciature: Carol ‘Ci Ci’ Campbell, Chloe Meddings
Effetti: Mark Holt, Double Negative, BlueBolt, Framestore,
Plowman Craven & Associates, The Visual Effects Company
Supervisore effetti speciali: Mark Holt
Coordinatore effetti speciali: Jeff Brink
Supervisori effetti visivi: Jonathan Fawkner (Framestore), Chas Jarrett, David Vickery (Double Negative)
Coordinatori effetti visivi: Szvák Antal (Cube Effects),
Chloe Harrison (Framestore), Peter Olliff, Rob Shears, Sarah
Louise Smith
Supervisore costumi: Clare Spragge
Interpreti: Robert Downey Jr. (Sherlock Holmes), Jude Law
(dr. John Watson), Rachel McAdams (Irene Adler), Mark
Strong (Lord Blackwood), Eddie Marsan (ispettore Lestrade), Robert Maillet (Dredger), Geraldine James (Mrs. Hudson), Kelly Reilly (Mary Morstan), William Houston (agente
Clark), Hans Matheson (Lord Coward), William Hope (ambasciatore Standish), Clive Russell (Capitano Tanner), Oran
Gurel (Reordan), David Garrick (McMurdo), Kylie Hutchinson (cameriera), Andrew Brooke (capitano delle guardie),
Tom Watt, John Kearney (conducenti di carrozze), Sebastian
Abineri (Capo dei conducenti), Jonathan Gabriel Robbins
(Guardia), James A. Stephens (capitano Philips), Bronagh
Gallagher (indovino), Ed Tolputt (uomo anonimo), Joe Egan
(omone), Jefferson Hall (giovane guardia), Miles Jupp (cameriere), Marn Davies (agente di polizia), Andrew Greenough (guardia della prigione), Michael Jenn (predicatore), Terry Taplin
Durata: 128’
Metri: 3580
Regia: Guy Ritchie
Produzione: Susan Downey, Dan Lin, Joel Silver, Lionel
Wigram per Warner Bros. Pictures/ Silver Pictures/ Lin Pictures in associazione con Village Roadshow Pictures/ Wigram Productions/ Internationale Filmproduktion Blackbird
Dritte
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Prima: (Roma 25-12-2009; Milano 25-12-2009)
Soggetto: tratto dal libro a fumetti di Lionel Wigram (ispirato ai
personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle)
Sceneggiatura: Mike Johnson, Guy Ritchie, Simon Kinberg,
Anthony Peckham
Direttore della fotografia: Philippe Rousselot
Montaggio: James Herbert
Musiche: Hans Zimmer
Scenografia: Sarah Greenwood
Costumi: Jenny Beavan
Produttori esecutivi: Bruce Berman, Dana Goldberg, Michael Tadross
Produttore associato: Peter Eskelsen
Co-produttore: Steve Clark-Hall
Direttori di produzione: Mark Mostyn, Emma Pike
Casting: Reg Poerscout-Edgerton
Aiuti regista: Matthew Baker, Sarah Brand, Tom Browne, Clare Glass, Max Keene, Carley Lane, Andrew Mannion, Danny
McGrath, Lucy Thomas, Adam T. Weisinger
Operatori: Vince McGahon, Des Whelan, Ben Wilson
Operatori steadicam: Vince McGahon, Neal Norton
Art directors: James Foster, Nick Gottschalk, Matthew Gray,
Niall Moroney
Arredatore: Katie Spencer
Effetti speciali trucco: Maria Cork
l geniale investigatore privato Sherlock Holmes e il suo fidato amico,
il Dottor Watson, hanno appena
arrestato lo spietato killer Lord Blackwood. Dedito alle arti oscure, l’assassino
viene condannato a morte; poco prima
dell’esecuzione promette di ritornare
dall’oltretomba per causare altre tre
I
morti, che faranno parte di un piano più
amplio. Quando effettivamente sembra
essere risorto dalla morte, toccherà ancora una volta a Holmes fermare l’assassino. Per complicare ancora di più la vita
dell’investigatore, entra in scena anche
la sua ex fiamma, nonché ladra, Irene
Adler, la quale gli chiede di trovare un
31
certo Reordan. Nel seguirla di nascosto
per caprine le reali intenzioni, Holmes
scopre che è manovrata da un uomo pericoloso e misterioso, di cui l’investigatore
non vede il volto. Chiamati a indagare, i
due amici scoprono che, nella tomba scoperchiata di Blackwood, si trova proprio
il cadavere di Reordan. Con la sagacia
Film
che lo contraddistingue, Holmes trova il
nascondiglio del defunto; assieme a Watson scoprono così che era complice di
Blackwood e che stava lavorando a segreti progetti scientifici. I due vengono
sorpresi da tre tirapiedi, giunti sul posto
per bruciarlo e cancellare ogni indizio.
Watson e Holmes riescono, dopo un rocambolesco combattimento, a fuggire creando non pochi danni a nuove imbarcazioni: finiscono in galera. I due affrontano, sempre con ironia, nei ripetuti tentativi di Holmes di impedire il matrimonio
dell’amico con la bella Mary, che si è
già resosi nemica in una precedente cena.
Watson esce grazie a Mary che ha pagato la cauzione, mentre Holmes viene rilasciato e convocato, dal Gran Maestro
del Tempio dei Quattro Ordini, che si rivela essere il padre di Blackwood. L’anziano lo esorta a catturare il figlio, perché sta acquisendo sempre più poteri;
inoltre gli assicura l’appoggio del Ministro degli Interni, Lord Coward. Holmes
incontra poi Irene in albergo e le intima
di andarsene, perché in pericolo di vita;
per tutta risposta lo droga e lo abbandona nudo nella stanza. Intanto Blackwood uccide suo padre nella vasca da bagno. Chiamato come sempre in aiuto da
Scotland Yard sul luogo del delitto, Holmes trova una stanza segreta da dove trafuga un piccolo libro di magia. Intanto
Lord Coward, indice una riunione dell’Ordine per far eleggere Blackwood
come nuovo Gran Maestro, uccidendo
l’unico componente che si era apposto.
Watson e Holmes grazie a una serie di
indizi trovano un altro laboratorio pres-
Tutti i film della stagione
so un mattatoio, dove Blackwood ha preparato per loro una trappola; oltre a salvare se stessi, i due devono salvare anche Irene che era stata precedentemente
catturata. Nell’inseguire Blackwood,
Watson aziona incidentalmente degli
esplosivi. Il medico resta ferito gravemente e Holmes è costretto a fuggire,
poiché Coward, che comanda la polizia,
ha fatto emettere un mandato di cattura
a suo nome. Irene, scampata al disastro,
tenta la fuga da Londra; la trova l’uomo
misterioso che le ordina di tornare indietro e prendere un importante oggetto
creato da Reordan. Grazie a ulteriori indizi, Holmes, Watson, in via di guarigione e Irene capiscono che l’obbiettivo di
Blackwood, complice Coward, sarà uccidere l’intero Parlamento Britannico. Il
gruppo giunge in tempo, disinnescando
la nuova arma chimica di Reordan. Irene fugge con una parte del macchinario;
nell’inseguirla sul Tower Bridge in costruzione; Holmes si trova contro
Blackwood, il quale ferisce la donna.
Holmes rivela come abbia capito i suoi
trucchi da baraccone, che non hanno nulla a che vedere con la magia. Blackwood, impigliandosi nelle corde, casca dal
ponte impiccandosi da solo. Holmes lascia fuggire Irene che, prima di scappare, gli rivela il nome del pericoloso e
misterioso uomo: Moriarty.
Mary e Watson, ormai sposati, vanno
a trovare Holmes. Vengono raggiunti da
un poliziotto: Moriarty, che ha rubato il
pezzo più importante del macchinario di
Reordan, ha appena iniziato a colpire. Inizia una nuova avventura.
U
n po’ gotico, un po’ horror con
un pizzico d’ironia. Il regista Guy
Ritchie tenta di riportare in auge
uno dei personaggi più classici della letteratura mondiale: Sherlock Holmes. La
giusta chiave di lettura del film, sarebbe
annullare ogni conoscenza regressa sull’investigatore per meglio apprezzarne
ogni sfumatura. Il regista compie un lavoro di svecchiamento così potente, da
togliere a Holmes l’icona stessa del suo
personaggio, ossia il cappello, dandogli
in cambio una scapigliatura degna di un
folle; mentre Watson perde diversi chili
di troppo sostituiti da prestanza fisica e
agilità. In compenso sono state aggiunte scazzottate alla Fight Club, fughe che
ricalcano quelle di Indiana Jones e scene adrenaliniche degne di 007. Interessante come Ritchie abbia cercato di aprire la mente di Holmes per meglio far
comprendere i suoi iter e come usa il suo
intuito. Un Holmes più donnaiolo e, anche se si rinchiude in casa per settimane, comunque meno solitario del personaggio originale creato da Sir Arthur
Conan Doyle. Se Ritchie avesse osato
anche solo un grado in più sarebbe stato veramente eccessivo. Fatto sta che in
questa versione rimodernata, con una
storia completamente inedita, Robert
Downey Jr e Jude Law calzano alla perfezione.
Immancabili i dialoghi siparietto fra i
due protagonisti, che sono il punto di forza comico del film, alternati a maestosi
effetti speciali, compresa una riproduzione dark della Londra ottocentesca; praticamente tutte le sequenze sono girate di
notte, o con un cielo cupo e carico di nuvole nere. In più di due ore di film, che in
alcuni momenti si fanno sentire, tutto scorre come un ingranaggio ben oliato, tranne
alcuni passaggi della sceneggiatura che
risultano decisamente poco chiari. Resta
comunque evidente quanto Ritchie si sia
assolutamente divertito nel girarlo, giocando con panoramiche, dolly e primissimi
piani. Ottime, come sempre del resto, le
musiche di Hans Zimmer che usano violini per le sequenze più drammatiche e composizioni stile western per le sequenze di
lotta; da notare anche i costumi, in special
modo i suntuosi abiti dei personaggi femminili.
Già in questo film, viene dato il là per
il seguito. Forse, l’inizio di una nuova
saga.
Elena Mandolini
32
Film
Tutti i film della stagione
500 GIORNI INSIEME
((500) Days of Summer)
Stati Uniti, 2009
Regia: Marc Webb
Produzione: Mason Novick, Jessica Tuchinsky, Mark Waters,
Steven J. Wolfe per Fox Searchlight Pictures/Watermark/Sneak Preview Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 27-11-2009; Milano 27-11-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Scott Neustadter, Michael H.
Weber
Direttore della fotografia: Eric Steelberg
Montaggio: Alan Edward Bell
Musiche: Mychael Danna, Rob Simonsen
Scenografia: Laura Fox
Costumi: Hope Hanafin
Produttore associato: Veronica Brooks
Co-produttore: Scott Hyman
Direttore di produzione: Jenny Hinkey
Casting: Eyde Belasco
Aiuti regista: Richard Graves, Eric Sherman
Operatori: Jesse Feldman, Matthew Moriarty
Operatore Steadicam: Matthew Moriarty
Art director: Charles Varga
Arredatore: Jennifer Lukehart
Trucco: Jamie Leigh DeVilla, Jorjee Douglas, Silvina Knight,
Vanessa Price
on sbalzi temporali rapidi, ci viene raccontata la storia d’amore
fra Tom e Sole. Lui romantico in
attesa del grande amore, lei che, per paura di soffrire, fugge le storie durature. Si
conoscono nell’ufficio di Tom, aspirante
architetto, che invece lavora per una casa
editrice di biglietti d’auguri; Sole irrompe
nella sua vita quale nuova assistente del
suo capo. Subito se ne invaghisce. Grazie
all’amico e collega, McKenzie, riesce ad
avvicinarla. Sole fa il primo passo concreto: i due iniziano a frequentarsi. Insicuro,
Tom si confida con la sorellina Rachel, che
in molte occasioni si rivela più matura e
saggia del fratello. Fra alti e bassi prosegue la relazione che vede aprirsi Sole per
la prima volta con un uomo, portando Tom
a innamorarsi sempre di più. Purtroppo
Sole continua a ribadire che non cerca una
storia seria; e, se all’inizio, Tom faceva
buon viso a cattivo gioco, durante una
scazzottata in un pub per difenderla decide di parlare chiaro. Sole sembra rifiutarlo, ma alla fine fanno la pace. La rottura
definitiva arriva proprio quando Sole, stanca del rapporto, lo lascia. Depresso per
settimane intere, ubriaco più la mattina
della sera, Tom vede la sua vita andare in
pezzi. Sole, intanto, si è licenziata dalla
casa editrice. Si rincontreranno settimane
dopo in occasione del matrimonio di una
C
Acconciature: Daniel Curet
Coordinatore effetti speciali: Robert Garrigus
Coordinatore effetti visivi: Kellum Lewis
Supervisore costumi: Marcy Lavender
Supervisore musiche: Andrea von Foerster
Interpreti: Joseph Gordon-Levitt (Tom Hansen), Zooey Deschanel (Sole Finn), Geoffrey Arend (McKenzie), Chloe Moretz (Rachel Hansen), Matthew Gray Gubler (Paul), Clark
Gregg (Vance), Patricia Belcher (Millie), Rachel Boston (Alison), Minka Kelly (Autunno), Charles Walker (nuovo marito di
Millie), Ian Reed Kesler (Douce), Darryl Alan Reed (conducente autobus), Valente Rodriguez (impiegato), Yvette Nicole
Brown (nuova segretaria), Nicole Vicius, Natalie Boren (ospiti
della festa), Maile Flanagan (Rhoda), Gregory Thompson (prete), Michael Bodie (uomo), John Mackey (mimo), Jacob Stroop (Cupido), Kevin Michael (cantante di matrimoni), Richard
McGonagle (narratore, voce), Jean-Paul Vignon (Narratore
francese, voce), Bryan Anthony, Sybil Azur, Cheryl Baxter, Gus
Carr (Ballerini), Olivia Howard Bagg (Sole a 12 anni), Adam
Emery (Tom a 12 anni), Taylor Feldman (ragazza francese),
Sid Wilner
Durata: 95’
Metri: 2650
collega. I due sembrano apparentemente
riavvicinarsi, per gioia di Tom, che viene
anche invitato da Sole a una festa la settimana successiva. Purtroppo le aspettative
del ragazzo si rivelano sbagliate: Sole è
fidanzata con un altro. Altro periodo depressivo. In un barlume di raziocinio, Tom,
decide di licenziarsi e provare seriamente
la strada dell’architettura, sua passione e
rimpianto. Con un ultimo saggio consiglio
di Rachel, inizia a rivedere la propria storia anche nei suoi lati negativi e di capire
quali segnali di rottura vi siano stati. Da
qui la risalita. Colloqui su colloqui, Tom
ricomincia sul serio a vivere. Sole si sposa. Un giorno, seduto sulla sua panchina
preferita, incontra Sole. La ragazza, che
adesso crede nell’amore e nel destino, in
risposta alla sua domanda “ perché si è
sposata”, risponde con sincerità che ha
trovato l’uomo che gli ha fatto credere nell’amore e trovare quella sicurezza, che
purtroppo Tom non è riuscito a darle. Infine, gli dice di continuare a credere nell’amore, perché lei semplicemente non era
la donna del suo destino. Tom, in attesa di
un altro colloquio, incontra un’altra aspirante al posto di architetto. La ragazza, che
lo aveva notato in giro per la città, sorride
amorevolmente. Tom, dopo attimi di indecisione, propone un caffè insieme. La ragazza si presenta: si chiama Luna.
33
e si dovesse giudicare 500 giorni insieme solo dalla storia, verrebbe da rispondere che si tratta
di un film banale. Un guizzo rintracciabile
è nell’inversione di ruoli che vede l’uomo
romantico e la donna apparentemente insensibile. Per il resto tutto già visto. La particolarità della pellicola, che la rende decisamente piacevole e spensierata, nonostante anche gli attimi di tristezza, è quella
costante dose di ironia che la pervade.
Persino negli attimi di angoscia ci si ritrova a sorridere; senza contare che il film
inizia con una frase sardonica a tutto
schermo, che è meglio non citare per
esteso, rivolta evidentemente ad una ex
del regista.
Il regista Marc Webb, gioca con abilità
e astuzia con più di un espediente visivo
per accentuare l’aspetto ironico e sarcastico del film; provenendo dal mondo dei
videoclip è pane per i suoi denti. Si inizia
con disegno che funge da calendario con
i giorni che scorrono avanti o indietro, a
seconda del salto temporale effettuato
nella storia, con tanto di brutto o cattivo
tempo in base all’andamento del rapporto
di coppia. Si prosegue con due veri e propri videoclip, che corrispondono al periodo più felice di Tom a quello più struggente. Il primo, è la metafora del “toccare il cielo
con dito” nel periodo iniziale di ogni rap-
S
Film
porto di coppia; Webb lo rende con Tom
che canta e balla accompagnato da stranieri nel parco, una banda sbucata da dietro gli alberi e un uccellino realizzato in
animazione che gli si posa sulla spalla;
assolutamente divertente. Il secondo è una
commistione di scene di film drammatici o
surrealisti, con Tom e Sole come protagonisti in bianco e nero, che omaggiano film
quali Il settimo sigillo. Un’altra squisitezza
è l’idea di suddividere lo schermo in due
parti, in cui il lato sinistro corrisponde alla
romantica fantasia di Tom, mentre quello
destro alla triste realtà.
Tutti i film della stagione
Come se non bastasse, Webb riesce a
scegliere le giuste canzoni che fanno diventare la colonna sonora complice della bella
fotografia: Simon&Garfunkel, Doves, Spoon,
Smith e altri ancora. Impossibile non citare i
due protagonisti freschi, azzeccati non che
perfetti nei loro ruoli: Zooey Deschanel (E
venne il giorno) con gli occhioni da bambola
stralunati è deliziosa; Joseph Gordon-Levitt
(Mysterious skin, The lookout) ammiccante
e coinvolgente. Peccato per la traduzione del
titolo e del nome della protagonista, che sviano il gioco realizzato nella lingua originale:
Sole sarebbe Summer con il relativo titolo di
500 days of summer. Infine, il film propone
una giusta prospettiva dell’amore e dei rapporti di coppia: possiamo fare di tutto per la
persona che amiamo e tentare di farci amare a propria volta, ma se non è la persona
del nostro destino, il rapporto finirà comunque; il tutto snocciolato nell’ultimo dialogo fra
i due protagonisti.
In fondo, è già stato raccontato praticamente tutto; il bello è trovare un modo nuovo di raccontare quelle storie. E 500 giorni
insieme fa proprio questo. Delizioso.
Elena Mandolini
UN ALIBI PERFETTO
(Beyond a Reasonable Doubt)
Stati Uniti, 2009
Art director: Kevin Hardison
Arredatore: Hannah Beachler
Trucco: Jimberly Amacker, Rose Librizzi
Acconciature: K.G. Ramsey, Tony Ward
Coordinatore effetti speciali: Jack Lynch
Supervisore effetti visivi: John Lands
Supervisore costumi: Jacqueline Aronson
Interpreti: Jesse Metcalfe (C.J. Nicholas), Amber Tamblyn
(Ella Crystal), Michael Douglas (Mark Hunter), Joel Moore
(Corey Finley), Orlando Jones (Ben Nickerson), Lawrence P.
Beron (tenente Merchant), Sewell Whitney (Martin Weldon),
David Jensen (Gary Spota), Sharon London (Giudice Sheppard), Krystal Kofie (Taieesha), Randal Reeder (Sopravvissuto), Ryan Glorioso (lavoratore del canile), Jon McCarthy
(Detective Rawley), Grant James (Aaron Wakefield), Eric
Gipson (Allen), Gerry May (anchorman), Carl Savering (ufficiale giudiziario), Kelvin Payton (cameraman), Michelle Williams (Danielle), Arlando Smith (Dell), Dan Harville (deputato), Fred Ellis (esperto forense), Wallace Merck (Gilbert Romans), Michlle White Lafitte (Kelly Gertner), Robert Larrieviere (Kevin Tarlow), Edrick Browne (Manager), Carrie Slaughter (Marsha), Ron Flagge (impiegato proprietà), David Born
(sergente proprietà)
Durata: 106’
Metri: 2900
Regia: Peter Hyams
Produzione: Mark Damn, Limor Diamant, Ted Hartley per Foresight Unlimited/RKO Pictures/Signature Pictures
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 13-11-2009; Milano 13-11-2009)
Soggetto: dalla sceneggiatura di Douglas Morrow del film omonimo di Fritz Lang (1956)
Sceneggiatura: Peter Hyams
Direttore della fotografia: Peter Hyams
Montaggio: Jeff Gullo
Musiche: David Shire
Scenografia: James A. Gelarden
Costumi: Susanna Puisto
Produttori esecutivi: Prince Faisal S. Al-Saud, Stephanie
Caleb, Michael A. Helfant, Laura Ivey, Aaron Ray, Steven Saxton, Courtney Solomon, Allan Zeman
Produttori associati: John Hyams, Olga Tymshan
Co-produttori: Kevin Cornish, Michael P. Flannigan, Jonathan
S. Marshall, James Portolese, Tamara Stuparich de la Barra
Line producer: Joshua Throne
Direttore di produzione: Joshua Throne
Casting: Ryan Glorioso
Aiuti regista: Tom Martin, Franklin A. Vallette
Operatori: Joseph Barto, Andy Colvin, Kenji Luster
Operatore steadicam: Andy Colvin
ark Hunter non è solo un Procuratore Distrettuale ma un
rullo compressore: diciassette
casi di omicidio portati in tribunale, diciassette condanne del colpevole e quindi diciassette vittorie utili per la campagna elettorale che si appresta a condurre di lì a
poco per la poltrona di Governatore della
Louisiana.
Il giovane Nicholas, brillante redattore dalle grandi ambizioni di un network in
difficoltà, cerca il servizio bomba che possa mettere in luce una volta per tutte la
sua carriera giornalistica. La sua prima
inchiesta su una povera ragazza madre di
colore, costretta a lasciare la sua bambina appena nata sui gradini di una chiesa e
M
poi morta di overdose è giudicato molto
toccante ma non adatto per quello scoop
che Nicholas va cercando. Il giovane sposta l’obiettivo, convinto che Hunter sia un
procuratore corrotto che vince i processi
perchè all’ultimo momento inserisce prove false (riguardanti soprattutto esami
DNA) con l’aiuto di un investigatore della
polizia sul suo libro paga. Quindi Nicholas, con l’aiuto del collega Finley, costruisce delle prove a proprio carico in merito
a un delitto appena commesso, una prostitua di colore assassinata per strada, con
lo scopo di sconfessare Hunter e di dimostrare che la sua capacità processuale si
basa su prove costruite ad arte. Tutto questo nonostante le perplessità e le ansie di
34
Ella Crystal, assistente della procura, con
cui il giornalista inizia, contemporaneamente, una storia d’amore.
Da principio le cose sembrano mettersi sulla strada voluta dai due giornalisti,
in quanto Nicholas è effettivamente arrestato dalla polizia per tutti gli indizi disseminati e portato in tribunale; in aula, però,
dove lui avrebbe dovuto ribaltare la situazione con le registrazioni video esibite da
Finley e accusare formalmente il Procuratore, si trova senza sostegno perchè il suo
amico è ucciso dall’agente di Hunter: in
un falso incidente brucia tutto, la macchina, il ragazzo, i dvd. Nicholas è avviato al
braccio della morte dove ben presto avverrà la sua esecuzione.
Film
A questo punto, entra in gioco la Crystal che riesce a supportare Nicholas nell’acquisizione di nuove prove che lo liberano dall’accusa di omicidio e portano
Hunter definitivamente in carcere; anche
grazie al provvidenziale aiuto del poliziotto Ben Nicherson che salva Ella dall’inseguimento del poliziotto corrotto in un garage.
Non è questa, però, la conclusione della storia. Ella infatti si accorge che quella
prostituta uccisa per strada è la stessa ragazza protagonista del vecchio corto girato dal giornalista e presuntamente considerata morta come tossicomane. Quindi è
stato davvero Nicholas a ucciderla, esasperato dal continuo ricatto di lei non più
sostenibile: se lui fosse riuscito ad arrivare a un giudizio definitivo del processo (la
vecchia azione giudiziaria era stata, intanto, annullata), non sarebbe più stato giudicato per un crimine commesso, invece,
sul serio.
Non resta a Ella che chiamare la polizia, farlo arrestare e congedarsi da lui con
un insulto privo di qualsiasi difficoltà interpretativa.
l regista Peter Hyams riprende un
vecchio film del 1956 L’alibi era
perfetto di Fritz Lang, ne utilizza
l’idea centrale, cioé la responsabilità del-
I
Tutti i film della stagione
l’individuo come persona e come uomo
di legge e ne fa un noir moderno, perfettamente corredato degli elementi dell’oggi quali le prove DNA e l’interesse giudiziario delle redazioni televisive. In più ringiovanisce tutti gli interpreti lasciando alla
sua età solo la figura dorsale, quella del
procuratore corrotto: come a simulare che
la vecchia disonestà incancrenita del potere giudiziario è spazzata via dal vento
fresco e giovanilistico di una classe dirigente finalmente attenta a nuovi ideali e
nuovi valori. Sappiamo bene e il regista
con noi che non è così, questo è lo spunto del dramma; è lo stesso Fritz Lang a
insegnarcelo, ossessionato, lui in fuga
dalla Germania hitleriana, dal senso incombente della inarrestabile, ripetitiva e
generale colpevolezza umana, nessuno
escluso.
Peter Hyams, convinto della lezione di
Lang quanto il maestro, punta tutto sul
sottofinale: accelera le numerose scene da
action movie di cui è composto il suo film,
tralascia l’approfondimento di tanti momenti che rimangono in superficie e scioglie,
appunto, la post-fine in una metafisica senza speranza che accomuna sia i persecutori che i perseguitati.
La narrazione spesso intricata, a tratti
precipitosa scelta dal regista ha come conseguenza due aspetti: il primo, con belle
note di lucido sgomento mette in rilievo
quanto sia semplice, oggi, passare dalla
quotidianità al delitto, anzi, considerare
normale proprio la contiguità con il delitto,
considerato come un qualsiasi mezzo di
pratica risoluzione.
Il secondo aspetto è negativo, perchè tutto questo avrebbe bisogno di una
forza interpretativa molto marcata, padrona dei momenti suadenti e speculativi, come di quelli infidi, frenetici, intimamente concitati. Nulla invece: gli interpreti principali sono esili, superficiali, infantili, la stessa Tamblyn, nei panni dell’assistente del procuratore, fa della sua eroina una figura debole che sembra agire
sulle forze, cosi poco incisiva da far risultare incredibile quanto la risoluzione
degli avvenimenti debba a lei gran parte
del merito.
Resta Douglas. Quattro scene, quattro passi, quattro parole, sornione e indifferente, ha sostituito il fascino nervoso di
un tempo con la padronanza di una immoralità assoluta e che sa inestinguibile.
Hanno scritto di lui malissimo, hanno detto che è imbalsamato, quando sempre
uguali e imbalsamati sono invece il vizio e
la corruzione. Proviamo l’immorale desiderio di parteggiare per lui.
Fabrizio Moresco
SEGRETI DI FAMIGLIA
(Tetro)
Stati Uniti/Italia/Spagna/Argentina, 2009
Aiuti regista: Sol Aramburu, Juan Pablo Laplace, Óscar Manero, Mariana Wainstein
Arredatore: Paulina López Meyer
Trucco: Norberto Poli, Beata Wojtowicz
Acconciature: Osvaldo Esperón
Supervisore effetti visivi: Viktor Muller
Coordinatore effetti visivi: Katerina Pokorova
Interpreti: Vincent Gallo (Tetro), Maribel Verdú (Miranda),
Alden Ehrenreich (Bennie), Klaus Maria Brandauer (Carlo),
Carmen Maura (Alone), Rodrigo De la Serna (Jose), Leticia
Brédice (Josefina), Mike Amigorena (Abelardo), Sofía Castiglione (Maria Luisa), Francesca De Sapio (Amalia), Adriana
Mastrángelo (Angela), Silvia Pérez (Silvana), Erica Rivas
(Ana)
Durata: 127’
Metri: 3500
Regia: Francis Ford Coppola
Produzione: Francis Ford Coppola per American Zoetrope/BIM
Bistribuzione/Instituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales/Tornasol Films/Zoetrope
Distribuzione: BIM
Prima: (Roma 20-11-2009; Milano 20-11-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Francis Ford Coppola
Direttore della fotografia: Mihai Malaimare Jr.
Montaggio: Walter Murch
Musiche: Osvaldo Golijov
Scenografia: Sebastián Orgambide
Costumi: Cecilia Monti
Produttori esecutivi: Anahid Nazarian, Fred Roos, Masa
Tsuyuki
Direttore di produzione: Yousaf Bokhari, Adriana Rotaru
Casting: Walter Rippell
iovane e ingenuo, il diciassettenne Bennie arriva a Buenos Aires
alla ricerca del fratello maggiore, che dieci anni prima ha abbandonato la famiglia. Dopo essere emigrata dal-
G
l’Italia in Argentina, la famiglia si era
trasferita a New York per seguire Carlo
Tetrocini, padre crudele e autoritario e
acclamato direttore d’orchestra. Quando Bennie ritrova il fratello, il geniale e
35
tormentato scrittore “Tetro”, non è accolto a braccia aperte. Invece della figura idealizzata della sua infanzia, si
trova di fronte un uomo freddo e autodistruttivo. Tetro cammina con le stampel-
Film
le, dopo un incidente in cui è stato ipnotizzato dai fari di un autobus che arrivava nella direzione contraria. Respinto dal
fratello, Bennie si aggrappa alla fidanzata di Tetro, Miranda, e scopre da lei
che quell’incidente non è stato l’unico.
Ospitato nel loro piccolo appartamento
del quartiere bohemien di La Boca, Bennie trova gli scritti nascosti di Tetro, in
cui il fratello rivela il vero motivo del
suo allontanamento dalla famiglia: il
rapporto soffocante con il padre, feroce
nel frustrare le ambizioni letterarie del
figlio e determinato a essere l’unico genio in famiglia. Quando Miranda, che ha
cominciato ad affezionarsi a Bennie, scopre il giovane con gli scritti di Tetro, lo
mette in guardia: se Tetro venisse a sapere che li ha letti, si infurierebbe. Ma
Bennie non demorde e insiste per scrivere il finale mancante di una delle commedie del fratello. Quando Bennie resta
vittima di un incidente (investito da un
autobus, come il fratello) e viene ricoverato in ospedale, Miranda cede e gli porta, di nascosto, il manoscritto. Tetro trova Bennie che scrive il finale e ne nasce
un litigio violento. Un grande critico teatrale, una donna che si firma come
“Alone”, legge la commedia e la sceglie
come finalista al premio letterario argentino più importante, che sarà consegnato nella sua villa, in Patagonia. Durante
il viaggio attraverso la Patagonia, una
notte, Tetro scompare misteriosamente e
Miranda, preoccupata, lo cerca lungo
l’autostrada. Alla cerimonia di premiazione in Patagonia, Tetro ricompare e i
due fratelli rivivono nella loro commedia la tormentata verità di un comune
Tutti i film della stagione
passato. La rivelazione per Benne è lancinante: Tetro non è suo fratello, ma suo
padre. Quella stessa sera, ricevono anche la notizia che il padre è morto. Tutta
la famiglia si ritrova a Buenos Aires, ai
funerali di stato e, questa volta, è Bennie a scomparire nella notte: sconvolto,
vaga sull’autostrada ipnotizzato dai fari
delle auto che passano veloci. Tetro segue il fratello e lo salva: finalmente ha
capito che sono una famiglia.
gni ritorno alla regia di Francis
Ford Coppola, forse l’ultimo dei
veri “geni” al servizio dell’arte cinematografica, viene salutato sempre con
gioia e una benevolenza talmente sopra
le righe da far suscitare ogni volta sospetti
circa la genuina sincerità di chi spande simili peana a piene mani. Non è un regista
facile, Coppola; in pochi, tra quelli che lo
elogiano a prescindere, quasi fosse il re
del mainstream, ricordano le battaglie personali condotte per portare a termine le
proprie regie più visionarie, la bancarotta
con tanto di gestione controllata a seguito
del flop di una magica follia come Un sogno lungo un giorno, il faticoso ritorno e le
regie “alimentari” per sanare i debiti.
È davvero difficile scindere l’uomo/regista Coppola dal concetto stesso di cinema che egli incarna e di cui vive giorno
per giorno: la grandezza di questo regista
è tutta qui (e non è poco), in una totale
quanto dichiarata simbiosi con ciò che ha
deciso di fare e di essere nella vita. E il
cinema lo ha amato e respinto, ha posseduto ogni singolo membro della sua famiglia (da Talia Shire a Nicolas Cage, fino a
Jason Schwartzman e alla sopravvalutata
O
figlia Sofia), si è lasciato manipolare da lui
in tanti tasselli di un produzione che – nei
casi più felici – sono andati ben oltre quanto
mostravano: echi di tragedia greca nel
Padrino parte 2, riflessioni sullo sguardo
(e sull’udito) nel capolavoro La conversazione, omaggi personali alla realtà artificiale dei musical e dei buddy movies anni
’50 (I ragazzi della 56 strada, il succitato
Sogno lungo un giorno).
Tetro, in Italia distribuito col titolo Segreti di famiglia, non può prescindere da
questa doverosa premessa sul proprio
autore. È curioso immaginare un giovane spettatore, o un neofita dell’opera di
Coppola, avvicinarsi a lui con questo suo
ultimo film; e altrettanto curioso sarebbe
chiedere il suo parere su un film che, con
la sincerità propria del suo autore, si
mostra chiaramente per quello che è:
una summa e, al tempo stesso, una rielaborazione, in età matura, della filmografia di Coppola che abbiamo ammirato negli scorsi anni. Così, ecco il bianco
e nero di Rusty il selvaggio (questa volta la splendida fotografia è curata da
Mihai Malamaire, Jr.) dipingere lo sfondo di una inedita Buenos Aires, dove,
ancora una volta, è un rapporto tra fratelli, un rapporto di sangue, a essere
centrale nella narrazione: non più Matt
Dillon e Mickey Rourke, ma Vincent Gallo e il giovane esordiente Alden Ehrenreich. Fratelli, ma anche padre e figlio,
dualismo congenito di due personaggi
speculari (come speculare, suo malgrado, è la rassomiglianza di Tetro con
l’odiato padre), a cui non si sottrae l’affascinante Maribel Verdù/ Miranda, donna, per sua stessa natura moglie (di Tetro) e madre (di Bennie). La fertilità dei
personaggi è tutta nei loro ruoli, nella loro
predisposizione genetica a dare e a ricevere: l’impossibilità, o la non volontà a
farlo è il centro di un dramma familiare
tutto di testa, dove il settantenne Coppola ricorre a tutte le suggestioni del suo
passato cinematografico, per un riepilogo filmato di un’intera vita di rapporti familiari e di vita vissuta. Non più un cinema proiettato in avanti, ma che si guarda alle spalle riproponendo in chiave più
matura il già visto, con la consapevolezza che non molto è rimasto, davanti, da
esplorare. Ma, nonostante tutto, c’è ancora tanta gioia per gli occhi, nel cinema
dell’anziano Coppola e una liber tà
espressiva e stilistica tra una scena e l’altra che lascia ancora piacevolmente
esterrefatti.
Gianluigi Ceccarelli
36
Film
Tutti i film della stagione
DISTRICT 9
(District 9)
Stati Uniti, 2009
Regia: Neil Blomkamp
Produzione: Carolynne Cunningham, Peter Jackson per TriStar Pictures/ QED International/ WingNut Films/ Key Creatives
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 25-9-2009; Milano 25-9-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell
Direttore della fotografia: Trent Opaloch
Montaggio: Julian Clarke
Musiche: Clinton Shorter
Scenografia: Philip Ivey
Costumi: Dianna Cilliers
Produttori esecutivi: Bill Block, Ken Kamins
Co-produttore: Philippa Boyens
Direttori di produzione: Hannah Slezacek, Steven St. Arnaud
Casting: Denton Douglas
Aiuti regista: De Villiers Fourie, Robyn Grace, Richard Green,
Paul Grinder, Jacques Terblanche
Operatori: Georgia Court, Dean Leslie
Art director: Emilia Roux
Arredatore: Guy Potgieter
Supervisore trucco e acconciature: Leon von Solms
Supervisori effetti speciali: Steve Ingram, Max Poolman
Coordinatore effetti speciali: David Barkes
Supervisori effetti visivi: Matt Aitken (Weta Digital), Keegan
Douglas (Goldtooth Creative), Dan Kaufman (Image Engine)
ud Africa, 1982. Un’enorme nave
spaziale aliena sbarca sulla Terra e va a posizionarsi sui cieli di
Johannesburg, dove rimane per settimane,
immobile, senza dare segni di vita. Stanchi per l’attesa, gli uomini del governo sudafricano incaricano una squadra d’esplorazione di andare a ispezionare il relitto
in cerca di risposte. All’interno della nave
viene rinvenuta una colonia di esseri umanoidi allo sbando, sporchi, spossati e denutriti che vengono condotti in salvo sulla
terraferma. Col passare del tempo la convivenza tra esseri umani e alieni si fa sempre più difficile. Gli alieni, incompresi e
malvisti dalla popolazione locale, vengono isolati in un campo profughi denominato Distretto 9, dove rimarranno segregati in regime di apartheid per i successivi
vent’anni. Gli alieni, denominati “nonumani” (o “Gamberoni”, per via della loro
somiglianza fisica nei confronti dell’omonimo crostaceo), vengono controllati dalla Multi-National United (MNU), una compagnia multinazionale che studia il modo
di sfruttarne l’avanzata tecnologia (soprattutto bellica). Dopo varie contestazioni
degli abitanti di Johannesburg per via dei
continui processi di rivolta da parte degli
esseri alieni che non accettano di essere
S
Coordinatori effetti visivi: Mary Jane Bolton (Zoic Studios), Juliette Davis, Nathaniel Holroyd, Danielle Kinsey (Image Engine), Suzanne MacLennan, Ozen Sayidof (Image Engine), Rachel Scafe (Image Engine), Vera Zivny (Image Engine), David Langtry (Zoic Studios)
Supervisori costumi: Sam Morley, Leonie Roberts
Supervisore musiche: Michelle Belcher
Interpreti: Sharlto Copley (Wikus Van De Merwe), David James (Koobus Venter), Jason Cope (Grey Bradnam), Mandla
Gaduka (Fundiswa Mhlanga), Vanessa Haywood (Tania Van
De Merwe), Marian Hooman (Sandra Van De Merwe), Kenneth Nkosi (Thomas), Louis Minnaar (Piet Smit), William Allen Young (Dirk Michaels), Hlengiwe Madlala (Sangoma), Robert Hobbs (Ross Pienaar), Nathalie Boltt (Sah Livingstone),
Sylvaine Strike (dr.ssa Katrina McKenzie), Elizabeth Mkandawie (intervistata), John Sumner (Les Feldman), Greg Melvill-Smith (intervistatore), Nick Blake (Francois Moraneu),
Morena Busa Sesatsa, Themba Nkosi, Mzwandile Nqoba,
Barry Strydom (intervistati), Jed Brophy (James Hope), Vittorio Leonardi (Michael Bloemstein), Johan van Schoor (Nicolas Van De Merwe), Stella Steenkamp (Phyllis Sinderson),
Mampho Brescia (Reporter), Tim Gordon (Clive Henderson),
Morne Erasmus (Medico), Anthony Bishop (Paramedico),
David Clatworthy, Mike Huff (Dottori), Anthony Fridjohn (Dirigente MNU)
Durata: 112’
Metri: 3100
rinchiusi nello spazio a loro dedicato, il
governo sudafricano decide di sfrattarli in
una zona franca a 240 km dalla metropoli.
Per questo compito viene dichiarato capo
squadra Wikus Van De Merwe, genero del
capo della MNU. Ragazzo “per bene”,
spinto da un forte senso del dovere, Wikus
tenta sin dall’inizio di approcciare gli alieni in modo pacifico, anche se in maniera
piuttosto “rozza” (durante le prime fasi
dell’operazione arriverà a dare alle fiamme con ingenua noncuranza una nursery
aliena piena di uova).
Durante la perquisizione all’interno di
una delle capanne del Distretto 9, Wikus
rinviene un cilindro metallico contenente
un liquido misterioso che accidentalmente
gli schizza negli occhi provocandogli l’insorgere di strani sintomi. Giunto in ospedale per accertamenti, tali sintomi vengono identificati per ciò che sono realmente:
le manifestazioni iniziali di una mutazione
genetica nel DNA dell’uomo. Wikus viene
subito prelevato con la forza e sottoposto
a una serie di esami invasivi da parte degli scienziati dell’MNU. È in programma
una dissezione. Per sfuggire a una morte
certa, l’uomo decide allora di fuggire e di
andare a rifugiarsi all’interno del Distretto 9. Poco a poco, Wikus entra a far parte
37
della comunità aliena conoscendo, nello
specifico, Christopher, alieno padre che
collaborerà con lui alla riconquista del liquido trovato dal protagonista stesso che
gli causò la mutazione parziale iniziata
dall’arto superiore sinistro e che potrebbe
riportalo come l’uomo di un tempo.
Lo sconforto e la disperazione crescono quando Christopher svela le lunghe tempistiche dello studio della cura (3 anni),
tanto da portare Wikus a sabotare i piani
del collaboratore alieno tentando una fuga
che si impedirà pochi istanti dopo con l’impiego dell’esercito. Intanto Wikus continua
la lotta contro gli umani: ad aggiungersi
ci sono i nigeriani che gestiscono il mercato illecito delle armi aliene e non, oltre
al cibo per gatti di cui gli alieni vanno
ghiotti.
La retata dell’esercito nel Distretto 9
comporta la cattura sia di Wikus che di
Christopher, ma, grazie all’intervento del
piccolo genio delle tecnologie Christopher
Junior, soprattutto all’alleanza aliena creatasi nei tre giorni in cui Wikus entra a
farne parte, vengono entrambi liberati con
il solo svantaggio che Wikus non riesce a
ripartire con Christopher che, promette di
tornare con la cura fra tre anni esatti.
Wikus conclude la metamorfosi fisica
Film
in essere alieno senza mai dimenticare
l’unica ragione della sua vita: sua moglie
Tania.
’esordio al lungometraggio del
regista Neill Blomkamp (che
prende spunto dal proprio cortometraggio Alive in Joburg) è a tratti sorprendente. Il succinto plot che lo precedeva (come la presenza di Peter Jackson
nelle vesti di produttore) poteva far pensare a una goliardata volutamente grottesca
e priva di ambizioni; il film, pur restando
fedele alla sua natura di puro prodotto di
intrattenimento, si prende invece sul serio
(il giusto) e fa centro quando inscena una
efficace metafora sull’intolleranza che non
L
Tutti i film della stagione
risparmia nessuno, tanto i bianchi quanto
i neri un tempo ghettizzati del Sudafrica,
ora anche loro pronti a scagliarsi contro
“l’altro da sé”, sintetizzato dalle mostruose forme di alieni chiamati “gamberi” per
le loro indubbie fattezze crostacee. Riuscendo a tratti, grazie a una regia che poco
indugia sul loro aspetto ributtante, a compiere un’operazione di adesione emotiva
con gli umani che ha pochi precedenti nella
storia del cinema sci-fi, forse il genere più
resistente – per forza di cose – al manicheismo. Molto efficace, perché l’operazione funzioni, anche il ricorso a una tecnica
documentaristica che, se alla lunga si rivela pretestuosa fino a essere bruscamente accantonata, sa calare inizialmente lo
spettatore all’interno di un contesto urbano e sociologico fittizio e futuribile quanto
realistico e (come la storia ha insegnato)
verosimile. Al punto da rispettare – nella
versione originale – il multilinguismo del
Sudafrica (dove si parla inglese, afrikaans
e il dialetto nyanja dei Bantu); ognuno, alieni compresi, parla la propria lingua e comprende quella dell’altro, segno di come la
convivenza – forzata o meno – possa abbattere le barriere culturali e semantiche
e rivelarci uguali gli uni con gli altri. Qualcuno lo vada a dire ai leghisti di casa nostra, che sembrano provenire da un’altra
galassia.
Gianluigi Ceccarelli
BARBAROSSA
Italia, 2009
Arredatore: Andreea Popa
Trucco: Gabi Cretan
Acconciature: Elisabeta Dancescu, Doina Popa, Clara Tudose
Effetti: Marcello Buffa, Giuseppe Squillaci, Shuttle, Cane Cane
Supervisore effetti speciali: Lucian Iordache
Supervisori effetti visivi: Stefano Marinoni, Paola Trisoglio
Interpreti: Rutger Hauer (Barbarossa), Raz Degan (Alberto
da Giussano), Fred Murray Abraham (Siniscalco Barozzi),
Hristo Jivkov (Gherardo Negro), Antonio Cupo (Alberto Dell’Orto), Cécile Cassel (Beatrice di Borgogna), Kasia Smutniak (Eleonora), Angela Molina (Ildegard Von Bingen), Elena
Bouryka (Antonia), Hristo Shopov (Rainaldo di Dassel), Federica Martinelli (Tessa), Maurizio Tabani (Giovanni da Giussano), Riccardo Cicogna (Wibaldo), Gian Marco Tavani (Lorenzo della Pigna), Robert Alexander Baer (Alberto ragazzo),
Zoltan Butuc (Otto da Giussano), Karl Baker (Rainero da Giussano), Vlad Radescu (Mastro Guitelmo), Marius Chivu (Guidone), Stefan Adrian (Ottone), Francesca Ruiz (Eugenie), Alin
Olteanu (Enrico il Leone), Stefan Velniciuc (Evandro)
Durata: 139’
Metri: 3800
Regia: Renzo Martinelli
Produzione: Renzo Martinelli, Riccardo Pintus per Martinelli
Film Company International; con la partecipazione di Rai Fiction/Na-Comm, in collaborazione con Rai Cinema e con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 9-1-2009; Milano 9-1-2009)
Soggetto: Giorgio Schottler, Renzo Martinelli
Sceneggiatura: Renzo Martinelli, Anna Samueli, Giorgio
Schottler
Direttore della fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Osvaldo Bargero
Musiche: Pivio, Aldo De Scalzi
Scenografia: Rossella Guarna
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Co-produttore: Vlad Paunescu
Direttori di produzione: Davide Lamberti, Marian Pascale
Casting: Luca Confortini
Aiuti regista: Ana Maria Bulata, Eleonora Martinelli, Maria Nita,
Carlo Paramidani, Ovidiu Paunescu, Jacopo Tabanelli
Art directors: Ioana Corciova, Doina Repanovici
158, campagna milanese: durante una battuta di caccia un ragazzo figlio di un fabbro salva dalla
carica di un cinghiale un aristocratico
guerriero. È l’incontro del destino perchè
il primo è Alberto da Giussano e il secondo è Federico di Hoenstauffen, Imperatore. È l’Italia del XII secolo, divisa tra le
guerre e le alternate supremazie dei comuni, ma certo contraria a una unificazione
generale che avvenga sotto il tacco imperiale. Il sogno di Federico Barbarossa è
invece proprio questo, la riconquista del
centro-sud italiano per ricostituire il grande impero di Carlo Magno.
La divisione egoistica delle città e il
tradimento di alcuni notabili milanesi passati al soldo di Federico come Siniscalco
1
Barozzi, sembrano all’inizio favorire il disegno imperiale: l’incoronazione a Roma,
le spedizioni punitive in tutta la Lombardia, la distruzione di Milano, il nord saldamente in mano tedesca grazie al terrore e
all’oppressione. Eppure non tutto è sotto
controllo perchè il figlio del fabbro è nel
frattempo cresciuto e, dopo un primo periodo di incertezze e difficoltà per le rappresaglie e le persecuzioni di Federico, riesce
a costruire il proprio futuro sia personale
che pubblico: Alberto conquista finalmente
l’amore di Eleonora, ragazza piena di slanci, di passione e di preveggenze (tacciata di
stregoneria rischia di finire al rogo) e forma la Compagnia della Morte.
Sarà questa organizzazione, composta
da ragazzi provenienti da ogni zona del
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contado e affratellati dal desiderio di libertà per la propria gente e per i propri
paesi a formare il nucleo della Lega Lombarda che a Pontida dà il via all’insurrezione. Il risultato finale è la battaglia di
Legnano, dove Alberto guida i comuni del
nord alla vittoria e uccide il traditore Barozzi. Il Barbarossa, disarcionato durante
gli scontri, vaga per tre giorni senza meta
per riapparire a Pavia e riorganizzare il
definitivo abbandono dell’Italia agli Italiani.
l film di Martinelli riesce a racchiudere tutte le numerose variabili
che conducono un’opera al fallimento: la caratterizzata bandiera di nascita; la padronale esibizione dei costi so-
I
Film
stenuti (trenta milioni, compresa una sontuosa iniezione di intervento pubblico); una
pessima sceneggiatura appesantita da dialoghi scritti senza la benchè minima percezione del ridicolo (qualità fondamentale per
chi si occupa, in qualsiasi modo, di spettacolo); la roboante retorica delle musiche e
il saccheggio di effetti speciali impropriamente utilizzati. A questo aggiungiamo lo
scadente contributo degli attori (una Eleonora/Kasia Smutniak che strilla dall’inizio
alla fine e un Alberto/Raz Degan inclassificabile per la sua inespressività), bilanciato
nella media dalla professionalità delle due
star Rutger Hauer e Murray Abraham come
Barbarossa e Barozzi.
La partenza, dicevamo, è avvenuta con
l’handicap. Il film è stato concepito, preparato, prodotto, lavorato e presentato sotto
l’egida della forte volontà leghista (supportata quindi, volendo o non volendo, dalla
maggioranza che sostiene il governo in
carica) di vedere consacrata la celebrazione epica dell’insurrezione delle popolazioni
lombarde contro l’oppressore tedesco; forse a monito di eventuali altri attuali e/o presunti oppressori perchè stiano alla larga
dalla sacra e vitale sete di indipendenza
della gente “lumbard” (traduzione: federalismo).
In fin dei conti niente di strano che una
forza di governo fortemente caratterizzata
come l’attuale voglia lasciare un imprinting
forte utilizzando lo spettacolo a consolidare
le idee e le convinzioni che sono alla base
della sua attività esecutiva. Il problema è
Tutti i film della stagione
quando in tutto questo non crede nessuno, nemmeno il pubblico che dovrebbe
essere considerato “in quota” rispetto a
questo film. Il numero incredibile di sale
(267!) che ha visto la sua oceanica presentazione nel primo week-end (quello che
da sempre dà l’indirizzo della riuscita o
meno di un film) ha registrato una media
di settanta (70!) spettatori a sala, confermando il disinteresse pure nelle zone del
nord-est: venti (20!) presenti in un cinema
del comasco, dove la celebrazione avrebbe dovuto toccare il massimo del consenso. Cosa vuol dire? Vuol dire quello che
vuol dire sempre e cioè che un film, come
una rappresentazione teatrale o qualsiasi
seria operazione di spettacolo paga quando è ben fatto; è forse uno dei pochi settori
dove l’imbroglio, l’incapacità sono subito
scoperti: un forte padrinato politico o relazionale di vario genere può portare sul
palcoscenico o sullo schermo, ma se non
si è capaci, dal palcoscenico come dallo
schermo si va via. Il polpettone da soap
opera di Martinelli, asettico, banale, privo
di passione davvero non interessa nessuno, neppure la scuderia che così strenuamente ne aveva difeso l’allestimento.
Fabrizio Moresco
S. DARKO
(S. Darko)
Stati Uniti, 2009
Regia: Chris Fisher
Produzione: Adam Fields, Ash R. Shah per Silver Nitrate Films/ Newmarket Capital Group/Adam Fields Productions
Distribuzione: Moviemax
Prima: (Roma 21-8-2009; Milano 21-8-2009)
Soggetto:personaggi ideati da Richard Kelly, produttore e regista del film Donnie Darko (2001)
Sceneggiatura: Nathan Atkins
Direttore della fotografia: Marvin V. Rush
Montaggio: Kent Beyda
Musiche: Ed Harcourt
Scenografia: Alfred Sole
Costumi: Amy Jean Roberts
Produttore esecutivo: Sundip R. Shah
Co-produttori: Kent Beyda, Jim Busfield, Jennifer Lane Connolly
Direttore di produzione: Michael C. Cuddy
Casting: Sig De Miguel, Stephen Vincent
Aiuti regista: Donald Hauer, Peter Silberstein
Operatore: Patrick Reddish
Operatore Steadicam:Jesse Evans
Art director: Mark J. Mullins
Arredatore: Suzy Eaton
Supervisore effetti speciali trucco: Chris Hanson
Trucco: Christel Edwards, Robin Glaser
Acconciature: Emma-Lee Hoganson, Rachel Schroeder
Effetti: The Animation Pictures Company
Supervisore effetti visivi: Min Su Park
Coordinatori effetti visivi: Junshik-Raul Yun (Digiart)
Supervisore costumi:Amy Jean Williamson
Supervisori musiche: Gerry Cueller, Greg Danylyshyn
Interpreti: Daveigh Chase (Samantha), Briana Evigan (Corey),
James Lafferty (Iraq Jack), Ed Westwick (Randy), Walter Platz
(Frank), John Hawkes (Phil), Bret Roberts (agente O’Dell), Jackson Rathbone (Jeremy), Elizabeth Berkley (Trudy), Barbara Tarbuck (Agatha), Matthew Davis (Pastore John), Nathan Stevens
(Jeff), Ryan Templeman (Mike), Zulay Henao (Baelyn), JJ Neward
(collega), Bridger El-Bakhi (Billy), Gregory T. Collett (Ted Moncton)
Durata: 103’
Metri: 2840
39
Film
9 giugno 1995. Sette anni dopo
la tragica e misteriosa morte del
fratello Donnie (ucciso durante
il sonno dal motore di un aereo precipitato
sulla sua casa), Samantha è ancora sconvolta dal grave lutto che ha colpito la sua famiglia. La ragazza, che ha perso la capacità di
sognare ed è in preda a tremendi incubi, decide di fuggire di casa. Parte da Middlesex
(Virginia) assieme alla sua amica del cuore
Corey: destinazione California.
Durante il viaggio, però, la loro automobile si ferma nel deserto dello Utah e
vengono soccorse da Randy, un aitante giovane che le accompagna a un motel di
Conejo Springs. Durante la notte, Sam
annuncia a Justin, un ragazzo seduto su di
un mulino a vento lì vicino, che mancano
esattamente 4 giorni, 17 ore, 26 minuti e
31 secondi alla fine del mondo. Pochi istanti dopo la profezia, un meteorite si schianta al suolo scavando un enorme voragine.
Le ragazze apprendono che nella zona
si sono verificati eventi inspiegabili, come
la scomparsa di due bambini, Bill e il fratello di Randy. Pensano che a rapirli sia stato Justin, il nipote della scienziata Roberta
Sparrow (alias “nonna Morte”), autrice del
trattato La filosofia del viaggio nel tempo.
Il giovane reduce dell’Iraq, che girovaga
vestito con mimetica, fazzoletto legato sul
viso e con tanto di fionda al collo, in quanto disadattato e squilibrato, è ritenuto responsabile dell’incendio che ha devastato
la chiesa del paese. Viene quindi arrestato.
Intanto, gli abitanti del posto continuano a percepire terribili sensazioni: il pastore John è convinto che sul luogo operino degli influssi maligni, mentre Jeremy
(colui che ha raccolto il meteorite) dice di
vedere cose che fino a quel momento aveva visto solamente nei propri sogni.
A seguito di un incidente stradale, Samantha viene investita e muore. Per riaverla
accanto a sé, l’amica Corey è disposta a sacrificare la sua vita: guidata dal bambino
Billy (che si scopre essere stato segregato in
una prigione sotterranea), sceglie infatti di
cambiare la direzione del proprio destino. Ma
Sam, nel giorno in cui si festeggia l’indipendenza americana (il 4 luglio), muore ugualmente dopo essere stata colpita da Jeremy.
Questo ultimo, da quando ha toccato il meteorite, ha delle strane piaghe sul corpo e
sembra posseduto da forze oscure... .
2
li spettatori più attenti di Donnie
Darko (2001) ricorderanno certamente il finale di questo piccologrande cult di inizio Terzo Millennio, portato sorprendentemente al successo grazie
al passaparola sulla rete. Le ultime immagini ci mostrano la piccola Samantha in
braccio al padre, mentre guarda allontanarsi la salma del fratello che viene caricata sull’ambulanza.
Di lei, promessa ballerina di 10 anni,
nonché elemento di punta della compagnia
G
Tutti i film della stagione
di danza della scuola, non rimane alcuna
traccia in questo scialbo sequel. Il suo personaggio, che incarnava perfettamente il
Sogno americano, la voglia di sfondare tipica dell’epoca reaganiana, si riduce ad
una sorta di demoniaco clone di Donnie.
Anche lei è sonnambula, completamente persa in un mondo tutto suo e vuole salvare l’umanità dal pericolo di un’imminente
fine. Ed anche qui compare il famoso coniglio gigante di nome Frank con la sua maschera di ferro. Questa volta, però, sotto le
spoglie del matto del villaggio... .
Fin qui tutto sembrerebbe quadrare, o
quasi. Se non fosse che il resto della storia
diretta da Chris Fisher pullula di macroscopiche incongruenze (avvenimenti privi di
senso e personaggi a dir poco sfuggenti).
Qual è, ad esempio, il ruolo della spregiudicata amica Corey? Oppure, ancora, del
nerd mutante Jeremy? Infine, come si spiega l’incidente mortale di cui rimane vittima
Samantha nel bel mezzo del film?
Sono molti i punti oscuri di questa bella e buona trovata di marketing, che nulla
ha a che vedere con l’episodio originale,
congegnato con incredibile padronanza
dal talento visionario di Richard Kelly. In
quel caso, infatti, tutto combaciava con
assoluta simmetria, come all’interno di un
mosaico, e questo grazie a una sceneggiatura compatta e trascinante.
Ciò che era nato un po’ per gioco e, senza neppure troppe pretese, come un semplice prodotto di intrattenimento per gli adolescenti, negli anni si è rivelato invece essere un illuminante racconto di formazione:
sugli adolescenti, sulla perdita della loro innocenza, sulla scoperta della loro identità.
Fragile, insicuro e decisamente problematico, il giovane Donnie sconfiggeva
l’apatia cui erano destinati i suoi coetanei
con l’arma dell’immaginazione: attraverso
affascinanti viaggi nel tempo, gli si spalancavano infatti ignoti universi paralleli, mille
volte più interessanti dell’anonima e deprimente vita di provincia.
Dietro la figura di questo schizofrenico
rivoluzionario dal cuore tenero, in realtà, si
nascondeva una critica feroce all’ipocrita
società del consumo e del business degli
anni Ottanta, con tutti i suoi valori più ostentati: l’edonismo; la morale conservatrice; il
fanatismo religioso. Aspetto, questo ultimo,
che viene ripreso e accentuato oggi, nel film
che vede protagonista la sorella, grazie alla
presenza dell’ambiguo pastore John e di
una sua devotissima seminarista.
L’esistenza di Dio e, quindi, l’idea di un
disegno divino, di un destino scritto, sono
al centro delle domande che la “saga Darko”
solleva e lascia volutamente in sospeso. Di
contro, il libero arbitrio: il potere di cambiare le cose, la volontà di costruire un mondo
migliore. Anche a costo di incendiare case,
chiese e scuole. Perché, se è vero che il
fuoco distrugge, è altrettanto vero che dalle ceneri si può creare il nuovo.
Insomma, Donnie Darko era molto,
molto di più di un teen-movie. Per questo
lo rimpiangiamo e, con esso, rimpiangiamo anche le sue citazioni cinefile e la sua
formidabile colonna sonora (Division Joy,
Duran Duran, Tears for Fears, etc...). Anzi,
dopo aver subito il supplizio di questo inutile sequel, possiamo addirittura confessare di sentirne una tremenda nostalgia.
Diego Mondella
SMILE
Italia/Marocco, 2009
Regia: Francesco Gasperoni
Produzione: Hamid Basket, Livia Benevento, Francesco Gasperoni, Gherardo Pagliei per Cinecittà-Luce/Moviemaker/Marocco Movie Group
Distribuzione: Cinecittà Luce
Prima: (Roma 28-8-2009; Milano 28-8-2009) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Francesco Gasperoni
Direttore della fotografia: Giovanni Battista Marras
Montaggio: Francesco Loffredo, Charles Kaplan, George Folsey Jr.
Musiche: Federico Landini
Costumi: Susanna Ferrando
Produttori esecutivi: Marc Bikindou, Jay Julien, Livio Negri, Michael Tadross Jr.
Produttore associato: Simone Frattari
Supervisori effetti visivi: Andrea Baracca
Suono: Federico Landini
Canzoni/Musiche estratte: “A Long Long Time” è di Francesco Gasperoni e
Federico Landini
Interpreti: Armand Assante (Tollinger), Harriet MacMasters-Green (Clarissa), Antonio Cupo (Tommy), Manuela Zanier (Angelica), Robert Capelli Jr. (Paul), Giorgia
Massetti (Jameela), Tara Lisa Haggiag (Geneva), Mourad Zaoui (Rashid), Rabie
Kati (cacciatore)
Durata: 90’
Metri: 2450
40
Film
n gruppo di ragazzi è in vacanza
in Marocco. Fra loro la bionda
Clarissa, fotografa, segretamente innamorata del ragazzo più anziano,
Paul (ma tutti hanno più o meno avuto o
meditano di avere una relazione tra loro).
A seguito di un incidente, una zingara
ruba la macchina fotografica di Clarissa; fatta sosta nel paese più vicino, i ragazzi decidono di fermarsi e passare la
notte lì. Clarissa, aggirandosi per il mercato del paese, entra in una specie di bazar dove uno sconosciuto, assieme a una
bambina, la accolgono. L’uomo possiede
una macchina fotografica istantanea, una
Polaroid del 1966; gliela vende per due
soldi e la incoraggia a fare molte foto.
Clarissa, appena tornata, inaugura la
macchina fotografando una del gruppo,
Geneva.
Quella sera i ragazzi la passano in discoteca: Tommy e Geneva fanno l’amore,
poi lei decide di lasciare tutti e tornarsene
a casa, insofferente all’idea di campeggio
che si profila. Ma, arrivata alla stazione,
muore infilzata da un dardo lanciato chissà da dove.
Il giorno dopo gli amici, disorientati
dalla scomparsa di Geneva, decidono di
ripartire col loro fuoristrada. Tommy non
smette di chiamare Geneva, ma il cellulare è sempre spento. In breve raggiungono una radura, dalla quale proseguono a piedi. Ci sono ancora delle tensioni, a causa del solito Tommy, testa calda, ulteriormente in crisi da quando non
si sa più niente di Geneva. Uno sparo fa
trasalire il gruppo, che comincia a correre. In breve si ritrovano davanti a un
tuareg che ha sparato a un cervo e che li
diffida dal restare in quei boschi e andarsene quanto prima. Supplicato dal
gruppo, che non sa dove andare, il tuareg accetta di portarli al suo campo, per
una sola notte. La serata sembra procedere tranquilla, con nuovi flirt all’orizzonte (Clarissa e Paul, Jameela e
Rashid) e scherzi di pessimo gusto da
parte di Tommy, che subisce la poco
scherzosa reazione del tuareg.
La notte, mentre gli altri dormono,
Jameela e Rashid escono dalle loro tende e fanno l’amore, non prima di essersi reciprocamente fotografati: la mattina dopo, il tuareg scopre la macchina
fotografica e – d’improvviso ostile –
punta il fucile sui ragazzi, chiedendogli
dove l’hanno presa. Clarissa glielo rivela, ma scopre che il tuareg è a conoscenza di vari dettagli (i leoni d’ottone
U
Tutti i film della stagione
all’ingresso del bazar) e sa che chi viene ripreso da quella camera muore. Neanche a lui va troppo bene: i ragazzi lo
ritrovano morto poco dopo in riva al fiume, seguito da Rashid che finisce fulminato. Comincia a piovere e i cinque superstiti trovano rifugio in un capanno
abbandonato; Angelica, ferita a un piede, viene fatta sdraiare su un giaciglio.
Mentre dentro si prova a cercare di capirci qualcosa (Tommy ammette di aver
scattato una foto al tuareg prima che
morisse) , Jameela esce di casa e finisce infilzata in un albero. Clarissa rivede le foto e capisce che c’è un legame
fra le morti delle persone e il modo in
cui i soggetti vengono fotografati: il
flash “avvolge” Rashid come a bruciarlo, l’albero alle spalle di Jameela, ecc.
Tommy aveva fatto poco prima una foto
ad Angelica, per mostrarne l’innocuità:
è ritratta con una pala. Ed è proprio una
pala, sollevata da una forza misteriosa,
a ucciderla nell’altra stanza senza che i
ragazzi possano intervenire. Tommy impazzisce di paura: lui è stato fotografato, Paul e Clarissa no. Punta su di loro
la camera, nasce una colluttazione, in
seguito alla quale la lampada a olio
cade appiccando il fuoco. Le fiamme si
attaccano ai vestiti di Tommy, che viene
ustionato al corpo e al viso nonostante
l’intervento dei due amici. I tre scappano, mentre il capanno viene invaso dalle fiamme. La mattina dopo, stanno ancora scappando, ma Tommy viene raggiunto da un dardo scagliato al solito
chissà da dove. Paul e Clarissa, unici
superstiti, scappano fino a raggiungere
un cimitero abbandonato. Qui Clarissa
vede la lapide di una bambina, che di
cognome fa Tollinger: è la stessa che era
nel bazar. Poco più in là, un’altra lapide raffigura il tuareg: sia lui che la bambina sono morti nel 1966. Ripartiti col
fuoristrada e riusciti ad accedere a Internet con un portatile, Paul e Clarissa
ricostruiscono la vicenda: il padre della bambina è Edward Tollinger, perito
forense. Nel 1966 venne chiamato a fare
delle foto su una scena del crimine: ma
il cadavere era quello di sua figlia. La
moglie di Tollinger si suicidò dopo l’accaduto, lui si ributtò a capofitto nel lavoro, ma ormai qualcosa nella sua mente
aveva ceduto: aveva visioni mentre scattava le foto e i superiori lo rimossero
dall’incarico. Impazzito e disoccupato,
Tollinger cominciò a fotografare soggetti che poi avrebbe ucciso con quello che
41
compariva nella foto: il primo fu proprio il tuareg. Dopo aver compiuto numerosi delitti, Tollinger si impiccò nella sua casa nel bosco (quella dove i ragazzi si erano rifugiati nella notte) e la
fece finita; ma la sua maledizione continua.
Paul esce dal fuoristrada e prova a
telefonare alla polizia, mentre Clarissa
sul bordo della strada scarica il rullino
della macchina per renderla inoffensiva.
Mentre Clarissa scatta, passa davanti a
loro una macchina: la foto sviluppata
mostra i due riflessi sul vetro della macchina. Che ora punta diritta verso di
loro...
a sinossi del film è sufficientemente esplicativa della propria
pochezza. Pochezza narrativa,
s’intende. Quella stilistica e visiva, altrettanto desolanti:e, lo si può evincere solo
dalla visione. Smile di Francesco Gasperoni, opera prima finanziata con i soldi
dello stato, dovrebbe essere un horror
ma non spaventa, cosa di per sé già abbastanza grave. L’unica cosa davvero
spaventosa sono i luoghi comuni di cui il
film si nutre dal primo all’ultimo minuto e
una sfacciata inverosimiglianza narrativa: esilarante nelle singole scene, estenuante se si prova a tirar le somme della trama (nel caso in questione, una perdita di tempo). La sceneggiatura non
prova a motivare i continui ammazzamenti (tutti fuori campo: niente male per
un horror) e, quando la “maledizione”
della macchina fotografica viene spiegata si rimpiange che il mistero non sia
rimasto tale. Inutile, per lunghi periodi,
anche tentare di capire cosa stiano facendo i personaggi e perché mai non
scappino a gambe levate di fronte a quel
che accade: siamo tutti vittime di Gasperoni, spettatori e personaggi, in attesa
della morte, o quantomeno della fine di
un incubo (nel caso in questione, il film
stesso).
Meglio tacere di recitazione e regia:
non si parla male degli assenti. Ci limiteremo a citare Armand Assante, con codino chilometrico, probabilmente ignaro
della baracconata a cui andava partecipando, e a dimenticarci degli altri per far
loro un favore. Se la rinascita del cinema italiano attraverso il genere deve passare da questo, allora c’è ben poco da
sorridere.
L
Gianluigi Ceccarelli
Film
Tutti i film della stagione
A CHRISTMAS CAROL
Stati Uniti, 2009
Supervisori effetti digitali: Kevin Baillie, Ryan Tudhope
Supervisore costumi: Anthony Almaraz
Voci originali: Jim Carrey (Ebenezer Scrooge/fantasma del
Natale presente, passato e futuro), Gary Oldman (Bob Cratchet/Joseph Marley/ Tiny Tim), Robin Wright Penn (Fan/Belle), Colin Firth (Fred), Bob Hoskins (Mr. Fezziwig/vecchio Joe),
Lesley Manville (Mrs. Cratchit), Molly C. Quinn (Belinda Cratchit), Fionnula Flanagan (Mrs. Dilber), Raymond Ochoa (figlio di Caroline), Callum Blue (marito di Caroline), Steve Valentine (impresario di pompe funebri/Topper), Fay Masterson
(Martha Cratchit/cliente/Caroline), Daryl Sabara (apprendista
pompe funebri/cantante di Natale povero/mendicante/Peter
Cratchin/cantante di Natale vestito di stracci), Sage Ryan (cantante di Natale Povero), Amber Gainey Meade (cantante di
Natale povera/Cantante di Natale vestita con stracci), Ryan
Ochoa (cantante di Natale povera/ mendicante/ ragazzino con
la slitta/Tiny Tim), Bobbi Page, Ron Bottitta (cantanti di Natale
poveri/cantanti di Natale vestiti di stracci), Sammi Hanratty
(mendicante/piccola Cratchit/ragazza bisognosa), Julian Holloway (cuoco grasso/gentiluomo corpulento/uomo d’affari),
Cary Elwes (gentiluomo corpulento/Dick Wilkins/cliente/uomo
d’affari), Jacquie Barnbrook (Mrs. Fezziwig/cognata di Fred/
cantante di Natale vestita di stracci), Leslie Zemeckis (moglie
di Fred), Paul Blackthorne (cliente/ uomo d’affari), Michael
Hyland (cliente), Aaron Rapke (cantante di Natale vestito di
stracci), Sonje Fortag (cantante di natale vestita di stracci/
cameriera di Fred) Kerry Hoyt, Julene Renee, Matthew Henerson
Durata: 98’
Metri: 2470
Regia: Robert Zemeckis
Produzione: Jack Rapke, Steve Starkey, Robert Zemeckis per
Walt Disney Pictures/ImageMovers
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Prima: (Roma 3-12-2009; Milano 3-12-2009)
Soggetto: dal racconto omonimo di Charles Dickens
Sceneggiatura: Robert Zemeckis
Direttore della fotografia: Robert Presley
Montaggio: Jeremiah O’Driscoll
Musiche: Alan Silvestri
Scenografia: Doug Chiang
Produttore esecutivo: Mark L. Rosen
Produttori associati: Katherine C. Concepcion, Heather
Smith
Line producer: Peter M. Tobyansen
Direttori di produzione: Brian Brecht, Kristen D. Chidel, Robert Keyghobad
Casting: Scot Boland, Victoria Burrows, Nina Gold
Aiuti regista: David H. Venghaus Jr., Jeffrey Schwartz
Operatori: Trey Clinesmith, Brian Garbellini, Maurice K. McGuire, Matthew Moriarty, Tony Olivieri, Nick Paige, Christopher
A. Schenck, John Scott
Art directors:Marc Gabbana, Norman Newberry, Mike Stassi
Arredatore: Karen O’Hara
Trucco: Bill Corso, Tegan Taylor
Effetti: Gentle Giant Studios Inc.
Supervisore effetti speciali: Michael Lantieri
Supervisore effetti visivi: George Murphy
Coordinatori effetti visivi: Ben Hadden, Erin King, Zoe
Ainee Zaitzaff, Brandon Foster
l vecchio Ebenezer Scrogge ha seppellito sette anni prima il suo socio
Jacob Marley e ora conduce da solo
la sua ditta di investimenti, nella quale lavora come unico dipendente il mite Bob Cratchitt. Burbero, scontroso e taccagno, Scrooge non ha nessun affetto nella vita e il suo
unico interesse è fare e accumulare quattrini. La notte di Natale Scrooge riceve inaspettatamente la visita del fantasma di Marley,
costretto a portare pesanti catene per l’eternità a causa dei suoi peccati terreni, non
meno gravi di quelli di Scrooge. Il fantasma preannuncia al vecchio l’arrivo per
quella notte di tre spiriti e se Scrooge saprà
ascoltare e capire la loro lezione forse avrà
salva l’anima. Il primo a presentarsi è lo
Spirito dei Natali Passati, che conduce Scrooge prima nei tristi e solitari natali della
propria infanzia, lontano dalla famiglia e
in collegio, e poi in quelli ridenti e gai della
giovinezza, illuminati anche dalla presenza
dell’adorabile Isabel, che però alla fine nulla potrà contro l’insaziabile sete di guadagno di Scrooge. Segue lo Spirito del Natale
Presente che mostra a Scrooge la cena di
Natale del nipote Fred (il quale lo aveva
invano invitato a unirsi a loro) e quello di
I
Cratchitt, afflitto dalla povertà e soprattutto
dalla malattia del suo figlio più piccolo, che
Scrooge capisce destinato a morte certa. Lo
Spirito del Natale Presente però si trasforma in quello dei Natali Futuri, mostrando
la morte ignominiosa e miserabile di Scrooge, senza nessuno che pianga per lui; mentre il Fantasma spinge Scrooge in quella che
sarà la sua tomba, il vecchio si pente e promette di cambiare. La mattina dopo Scrooge si sveglia un altro uomo, desideroso di
fare del bene e di dimostrare il proprio affetto al prossimo, a cominciare dalla famiglia di Cratchitt.
on sarebbe Natale senza il tradizionale appuntamento (televisivo,
teatrale, letterario, cinematografico, a cartoni animati) con il “Canto di Natale” di Dickens e, nell’era delle meraviglie
del cinema in 3D, quale miglior evento natalizio se non riportare sullo schermo Scrooge e i suoi Tre Spiriti, approfittando di tutte
le risorse che il mezzo è in grado di offrire?
A più di vent’anni da quel piccolo gioiello
che è Il Canto di Natale di Topolino (da vedersi rigorosamente nell’edizione italiana
con il primo doppiaggio, difficile ma non im-
N
42
possibile a trovarsi), la Disney affronta il
nuovo millennio e le nuove tecnologie riprendendo la storia dickensiana e affidandosi al Performance Capture, il sistema già
utilizzato da Zemeckis per il – di nuovo –
natalizio Polar Express e più recentemente
per Beowulf. Il laido strozzino Ebenezer
Scrooge ha infatti le sembianze di Jim Carrey, o per meglio dire la sua espressività e
la sua mimica geniale. La sceneggiatura del
film ricalca fedelmente il romanzo dickensiano e Zemeckis ha imposto alla Disney
di evitare qualsiasi tentazione zuccherosa
che ne alterasse il significato originario, in
bilico tra gothic novel e il pamphlet di denuncia sociale (una traccia ben evidente di
ciò è rimasta nel terribile discorso dello
Spirito del Natale Presente poco prima dei
rintocchi della mezzanotte) e ha ottenuto
mano libera per mostrare efficacemente il
disfacimento del fantasma di Jacob Marley
e tutte le brutture e le miserie che compongono la storia. La nuova tecnologia consente a Zemeckis di realizzare delle vedute
spettacolari di Londra a volo d’uccello, con
la macchina da presa che si insinua, quasi
fosse spinta dal vento, tra i fumi dei venditori di caldarroste fin sulla cupola di Saint
Film
Paul. Purtroppo però a volta si ha come l’impressione che Zemeckis si sia lasciato prendere un po’ troppo la mano, ansioso di mostrare le potenzialità del “giocattolo” nuovo.
All’ennesima corsa iperbolica nella quale
Scrooge viene trascinato e sbatacchiato
qua e là dallo Spirito di turno sembra infatti
che la scena sia stata messa lì solo per suscitare lo stupore e la meraviglia del pubblico in sala con i gli occhialetti. Tale impressione viene quasi confermata nel lungo inseguimento che precede il confronto finale
al cimitero tra Scrooge e il Fantasma dei
Natali Futuri. Il ritmo del film tende spesso
a sfilacciarsi, alternando momenti di una
lentezza eccessiva a scene quasi psichedeliche. Dal punto di vista figurativo, il film
raggiunge livelli mirabili, sia nella ricostruzione della Londra vittoriana, sia soprattutto nella trasposizione in immagini di quelle
che sono le illustrazioni più classiche del
racconto di Dickens; non per niente il film si
apre e si chiude – come nella migliore tra-
Tutti i film della stagione
dizione dei grandi classici Disney – con il
libro posato su un telo di velluto alla luce di
una candela tremolante. La colonna sonora è affidata al veterano Alan Menken che
compone bellissimi temi originali, ma soprattutto riadatta per grande orchestra le
maggiori e più famose carols. Pur essendo
una produzione Disney e pure essendo
ampiamente pubblicizzato come “il film di
Natale” insieme a La principessa e il ranocchio, A Christmas Carol è un film adulto e
per adulti, che rimarranno spaventati –
come è giusto che sia, visto il soggetto dell’opera – dai dettagli macabri e orrorifici che
riempiono il film e riusciranno meglio a capire il vero significato della storia.
Chiara Cecchini
FA’ LA COSA SBAGLIATA
(The Wackness)
Stati Uniti, 20088
Regia: Jonathan Levine
Produzione: Keith Calder, Jared Goldman, Felipe Marino, Joe
Neurauter per Occupant Films/ SBK Pictures/ Shapiro Levine
Productions
Distribuzione: Fandango
Prima: (Roma 28-8-2009; Milano 28-8-2009) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Jonathan Levine
Direttore della fotografia: Petra Korner
Montaggio: Josh Noyes
Musiche: David Torn
Scenografia: Annie Spitz
Costumi: Michael Clancy
Co-produttore: Brian Udovich
Direttore di produzione: Jared Goldman
Casting: Joanna Colbert, Richard Mento
Aiuti regista: Paul Epstein, Bruce Hall
Operatore: John Corso
Operatori Steadicam: George Bianchini, Afton Grant, Aaron
Medick
Art director: Beth Kuhn
ew York, 1994. Luke Shapiro, studente poco brillante, è riuscito ad
agguantare il diploma di scuola
superiore e si appresta a vivere in maniera
poco entusiasmante i mesi che precedono
l’ingresso all’università, un mito tutto americano fatto di vacanze e divertimento. La
famiglia è sull’orlo dello sfratto, quindi il
ragazzo ha ben poco da festeggiare; trascorrerà l’estate in città. Luke ha tendenze suicide, ed è dunque in terapia presso il quasi
sessantenne dottor Squires, cui paga l’onorario con dell’ottima marijuana, una debo-
N
Arredatori: Cherish Magennis, Kara Zeigon
Trucco: Linda Grimes, E. Morrow
Acconciature: Daisy Curbeon, Patricia Grande
Supervisore musiche: Jim Black
Interpreti: Ben Kingsley (dr. Jeffrey Squires), Josh Peck (Luke
Shapiro), Famke Janssen (Kristin Squires), Olivia Thirlby (Stephanie), Mary-Kate Olsen (Union), Jane Adams (Eleanor),
Method Man (Percy), Aaron Yoo (Justin), Talia Balsam (Mrs.
Shapiro), David Wohl (Mr. Shapiro), Bob Dishy (nonno Shapiro), Joanna Merlin (nonna Shapiro), Shannon Briggs (Bodyguard), Roy Milton Davis (senzatetto), Alexander Flores (ragazzino nel bar), Ross Levine (ragazzo), Ken Marks (Oliver),
Kiah Fredricks (agente di polizia), Robert Armstrong (Edwards), Flint Beverage (barista), Rudy Costa (agente di correzione), Nick Schutt (Albert), Sam Dishy (musicista della metropolitana), Nicole Berger (coreografa), Dawn Noel Pignuola,
Tyler Gilstrap, Erin Elliott, Natalie R Ridley, Ioana Alfonso (‘Fly
girls’), Douglas J. Aguirre (agente nell’ufficio della prigione)
Durata: 99’
Metri: 2750
lezza dello psicanalista insieme a molte altre sostanze più o meno psicoattive. Per evitare il peggio per sé e per la sua disastrata
famiglia, Luke decide di aumentare il finora ristretto giro di clienti cui spaccia, sì da
guadagnare quel denaro che suo padre proprio non riesce a mettere insieme. L’imprevisto più piacevole che può capitare a Luke
nella calda estate newyorkese è innamorarsi; l’intoppo è che trattasi della spigliata
figlia del dottor Squires, la bella coetanea
Stephanie, anche lei destinata a rimanere
in città per un prestigioso stage. Complice
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l’assenza del fidanzato e la clamorosa mancanza di alternative per entrambi, i due iniziano a frequentarsi, chiaramente di nascosto dal padre di lei. Il quale, non immaginando si tratti della propria congiunta, dispensa consigli più o meno arditi al giovane virgulto, incerto sul da farsi. Luke ha finora vissuto molto isolato, ha pochi amici e
naturalmente non è mai riuscito ad avvicinare una ragazza.
Anche il dottore non se la passa troppo
bene e, tra dipendenze varie e ormai inutili
avances alla bella moglie, non esita a rom-
Film
pere il già fragile muro che lo vincola al
giovane paziente: decide di diventare spacciatore “in seconda” assieme al ragazzo. I
due sono, fra l’altro, accomunati dal desiderio di fare sesso, dunque si aggirano per
la città in luoghi consoni e non, spesso tirandosi dietro il carrettino da innocuo gelataio che nasconde la droga da piazzare.
Tra i clienti più assidui c’è la giovanissima
Union, dolce sciroccata post-hippie dai lunghi capelli rasta che non esita a concedersi
con il dottore una rapida liaison nei bagni
di un pessimo bar, sotto lo sguardo un po’
allibito del candido Luke. La serata non può
che finire con l’insolito duo arrestato, non
per spaccio, bensì per aver scarabocchiato
qualche graffito su un muro “per segnare il
territorio”; a tirarli fuori su cauzione ci
penserà proprio la figliastra di Squires, non
proprio entusiasta della situazione.
Nel frattempo, la storia tra Luke e Stephanie procede e i due trascorrono un romantico fine settimana nella bella tenuta
sul mare di lei, che, sicura, lo inizia ai piaceri del sesso. Lui ora non ha più dubbi,
ama davvero la ragazza e precipitosamente glielo comunica; lei diventa fredda e, una
volta tornati in città, lo evita, non risponde alle sue chiamate. Luke tracolla nella
disperazione più cupa, ma è in buona compagnia: dopo un ultimo momento di felicità coniugale, la bella signora Shapiro abbandona il dottore, che pure avvia le pratiche di autodistruzione nella solita tenuta
al mare. Intanto lo sfratto per la famiglia
di Luke è ormai realtà e a nulla serviranno i soldi accumulati dal ragazzo; il provvisorio rifugio è la casa di alcuni parenti,
purtroppo lontana dagli agi della città.
Luke fa’ però in tempo a salvare dal suicidio marino il folle dottore, che inizierà una
Tutti i film della stagione
nuova avventura sentimentale con un’altra cliente di Luke, fortunatamente più
matura della precedente ragazzina, ma
ugualmente un po’ “fuori”.
pera seconda del giovane regista Jonathan Levine, Fa’ la cosa
sbagliata – The Wackness è una
classica storia di formazione, che affronta
i temi tradizionali dell’incertezza riguardo
il futuro, il rapporto conflittuale con i genitori, il divario generazionale, la prima volta, l’amore, l’amicizia. Nulla di nuovo sotto
il sole, verrebbe da dire e, in effetti, è proprio così. Non basta certo il fatto che i due
protagonisti, il giovane Luke e il maturo –
ma solo all’anagrafe – dottor Squires, siano costantemente sopra le righe - per comportamenti come per scelte personali -, per
imprimere il marchio di originalità alla pellicola. Cosa non strettamente necessaria,
eppure è proprio all’essere differente –
dunque, di tendenza – che punta il regista
e il successo al Sundance Film Festival
2008 (dove ha vinto il premio del pubblico) devono avergli fatto credere di essere
sulla strada giusta.
Il film, questo va riconosciuto, scorre
senza intoppi ed è, senza dubbio, accattivante; la città di New York assurge a personaggio importante, colta in un momento storico come il 1994, che ha visto molti
cambiamenti stravolgere le regole non
scritte della metropoli. È l’epoca del Rudy
Giuliani sindaco controverso, che tenta
metodi poco condivisi per affrontare il problema del crimine e dei senza tetto, mentre la città si agita al ritmo del movimento
hip hop. La libertà finora data per scontata
sta scomparendo in un vortice di anarchia
e i due protagonisti osservano impotenti
O
gli eventi; nel dubbio, compiono scelte controcorrente, dunque sbagliate, eppure il
mondo non crolla.
Un forte lutto ha colpito il mondo della
musica (e non solo): il recente suicidio del
leader dei Nirvana, Kurt Cobain, segnerà
inevitabilmente la fine di una flebile speranza, eppure visto dal futuro appare ridimensionabile, se si pensa che quell’anno
erano ancora vivi Tupac e The Notorious
B.I.G. Una strana energia serpeggia nelle
strade afose della Grande Mela, un’ansia
che Luke vorrebbe risolvere con gli psicofarmaci, esattamente la scelta del dottor
Squires, che però lo ammonisce:“Non cercare la soluzione rapida. L’intera città vuole una soluzione rapida”.
Ma, alla fine, tutta la rabbia, questa grande urgenza di cambiamento, a cosa porta?
Se il dramma del giovane protagonista è il
non vivere più in centro, sprofondando nella stantia routine degli assolati suburbs e
non avere accesso alla vita luccicante e
spensierata dei coetanei altolocati; a quanto pare, si tratta proprio di questo, viene da
chiedersi se l’intero meccanismo messo in
piedi da Levine non sia un po’ troppo furbetto nella sua vacuità, che fin dal titolo, citando in maniera inversa Spike Lee, dovrebbe essere consapevole del fatto che a giocare con il fuoco talvolta si finisce malino.
Quel che nessuno potrà toglierli è una
fotografia indovinata, luminosa e sapientemente sgranata, e un’ottima scelta degli
attori, con (sir) Ben Kingsley in discreta
forma che regge in gran parte sulle proprie spalle la credibilità dell’intero impianto scenico. Colonna sonora d’epoca, che
oscilla tra il classico hip hop e il R &B.
Manuela Pinetti
NATALE A BEVERLY HILLS
Italia, 2009
Regia: Neri Parenti
Produzione: Giuseppe Cioccarelli, nicole Colombie, Aurelio De
Laurentiis, Luigi De Laurentiis Jr. per Filmauro/Fast Lane Productions
Distribuzione: Filmauro
Prima: (Roma 18-12-2009; Milano 18-12-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Neri Parenti, Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni, Alessandro Pondi, Paolo Logli
Direttore della fotografia: Daniele Massaccesi
Montaggio: Luca Montanari
Scenografia: Tracey Gallacher
Costumi: Alfonsina Lettieri, Bonnie Stauch
Produttori esecutivi: Maurizio Amati, Effie Brown
Direttore di produzione: Nicole Colombie
Casting: Matthew Lessall
Aiuti regista: Richard Robinson, Alexa Sheehan
Operatore Steadicam: Michael Alba, Joseph Arena
Art director: Rob Howeth
Arredatore: Lori Mazuer
Trucco: Kimberly Felix, Vincenzo Mastrantonio
Acconciature: Ferdinando Merolla, Jose Zamora
Supervisori effetti visivi: Giuseppe Squillaci
Supervisore costumi: Tara Sanovich
Interpreti: Christian De Sica (Carlo), Massimo Ghini (Aliprando), Sabrina Ferilli (Cristina), Paolo Conticini (Claudio), Vittorio Emanuele Propizio (Lele), Michela Quattrociocche (Susanna), Michelle Hunziker (Serena), Alessandro Gassman (Marcello), Gianmarco Tognazzi (Rocco), Jo Champa (Fiamma),
Rossano Rubicondi (giovanotto)
Durata: 110’
Metri: 2750
44
Film
Beverly Hills viene mostrata di
giorno… Poi di notte, mentre il
traffico è bloccato per via di due
auto ferme, dalle quali Marcello e Serena si baciano, prima di avviarsi alle rispettive feste di addio al celibato e nubilato. Mancano infatti pochi giorni alle
loro nozze. Marcello incontra Rocco, suo
ex compagno del liceo, arricchitosi producendo protesi per la chirurgia estetica. Serena, invece, viene fatta ubriacare
dalle amiche e sale per errore sull’auto
di Rocco, che la conduce in albergo, ove
si addormenta nel letto di lui. La mattina dopo, Serena fugge via, ma Rocco se
n’è perdutamente innamorato. Per terra
rinviene il bigliettino di un lido e vi si
precipita. Lì Serena fa la bagnina, mentre Marcello è proprietario dell’attiguo
ristorante in riva al mare. Serena, che
non ricorda nulla della notte precedente
e teme di aver tradito Marcello, vorrebbe evitare l’incontro con Rocco, che però
immancabilmente avviene. Rocco inizia
una corte serrata e da avvio a una serie
di inganni per far fallire le nozze, instillando in ciascuno dei due il dubbio che
l’altro abbia un amante e non sia convinto di volersi sposare. Così, recapita a
Marcello dei fiori di un’ammiratrice, gli
macchia il colletto della camicia con del
rossetto rosso, ricopre di equivoche impronte il parabrezza dell’auto, fa esplodere in cielo incantevoli fuochi d’artificio con la scritta ‘Marcello ti amo’ dentro a un cuore; infine escogita una trappola e fa sì che Serena sorprenda il fidanzato insieme a due ragazze giapponesi. I due si lasciano, Rocco però fa ingenuamente trapelare i suoi espedienti
così che Serena scopre tutto l’imbroglio.
Corre da Marcello, ma lo trova nella roulotte dell’amica e collega Gioia, con la
quale in realtà la tradiva da quattro anni.
Marcello e Rocco cercano infine di riconquistare Serena, con maldestre acrobazie su acquascooter, finendo per scontrasi tra loro. Oltre a un sorriso, a Serena non resta quindi che inviare un cane
bagnino a recuperarli.
2) Da una enorme limousine scende
Carlo, che si reca in aeroporto insieme
alla moglie Miriam, molto più anziana
di lui. Lì incontra per caso Cristina, abbandonata 16 anni prima, quando era incinta di 7 mesi, che lo aggredisce in bagno e lo informa che ha un figlio di nome
Lele, al quale ha raccontato che il padre
1)
Tutti i film della stagione
è morto. Dei due si è preso cura un marchese, Aliprando, che adesso è il suo
compagno e padre putativo del ragazzo.
Carlo sta per partire, ma Miriam lo pianta, preferendogli un uomo più giovane.
Rimasto senza un soldo, per le vie di
Beverly Hills incontra di nuovo Cristina, con la sua famiglia. A riconoscerlo è
Lele, identificandolo come zio Germano,
fratello di sua madre, per via di una foto
conservata in casa. Cristina ha raccontato che è missionario laico in Angola.
Siccome Carlo-Germano confida di essere stato derubato, Aliprando si sente
in dovere di ospitarlo per i tre giorni
della loro permanenza a Beverly Hills,
nonostante l’ostilità di Cristina. Lele
s’innamora intanto della bella Susanna,
figlia del direttore dell’albergo, Claudio.
Si fa prestare l’auto dal padre e si offre
di accompagnare la ragazza all’università. Cristina, terribilmente preoccupata, teme che il figlio sia scomparso e
obbliga Aliprando e Germano ad andare a cercarlo. I due finiscono però preda
di due avvenenti ragazze al ‘Pink hotel’.
Cristina si affida allora a Claudio e i due
accorrono al ‘Pink hotel’, ritenendo sia
il nido d’amore dei loro figli. I ragazzi,
nel frattempo, li scorgono insieme e li
pedinano, credendo che abbiano una relazione. L’ininterrotta carrellata di equivoci infine si risolve in aeroporto. Lele
finalmente riesce a chiamare Aliprando
‘papà’, dietro consiglio di Carlo-Germano, mentre Cristina ringrazia quest’ultimo per l’aiuto fornito. Carlo dovrebbe
quindi partire per l’Angola, ma sulle scale mobili dell’aeroporto incontra casualmente Fiamma, che lo insegue in bagno
e lo affronta. Lui l’ha abbandonata 18
anni prima, quand’era incinta di Susanna. Per fortuna di loro si è preso cura
Claudio. Così, spacciandosi per fratello
della donna, Carlo si fa ospitare senza
fine in albergo e se la gode a spese di
Claudio.
rionfo di equivoci, film divertente
e ben congegnato, basato sulle
figure stereotipiche della commedia brillante: il 50enne irresponsabile e impenitente, la madre apprensiva, l’aristocratico magnanimo, i giovani innamorati, e poi
i fidanzati sospettosi, con l’amico di lui che
diviene il ‘terzo incomodo’ e trama in ogni
modo per dividerli perché si è innamorato
di lei. 100 minuti di allegria, in cui si assi-
T
45
ste allo sviluppo parallelo di due storie.
Nelle due situazioni che narra, coi loro
molteplici intrecci, (protagonisti De Sica,
Ghini, Ferilli da una parte, Hunziker, Gassman, Tognazzi dall’altra), la pellicola fluisce rapida e ruba ben più di una risata,
anche grazie a qualche riuscito gioco di
parole, un po’ di ambiguità a sfondo sessuale, volgarità frequenti seppure non profuse in abbondanza.
Il film presenta il tema sempre vincente del viaggio, ormai consolidatosi negli
ultimi anni, delle vacanze in mete esclusive, delle spiagge assolate, benché esca
nelle sale in pieno inverno, sotto Natale.
Amori sensuali affrontati con troppa leggerezza (esemplificati nel personaggio
del gigolò Carlo-Germano, che vive con
eleganza di espedienti e la cui storia sembra concludersi, per poi subito ricominciare nuovamente) sono contrapposti ad
altri più maturi e responsabili, che divengono invece relazioni, famiglie e si consolidano (Aliprando-Serena, ClaudioFiamma). Vi sono poi i nascenti amori romantici che non decollano (Lele-Susanna) e quelli che crollano miseramente
(Serena-Marcello), non a causa dell’intromissione dell’amico innamorato e delle
sue diaboliche trame, che vengono infine
superate, ma per un tradimento nascosto
che si protrae invece da anni, con leggerezza, però, come fosse qualcosa d’irrisorio rispetto alla mole dei perfidi intrighi
di Rocco.
Al momento dei saluti in aeroporto,
poi, quando tutto si avvia allo scioglimento, Carlo, che delle debolezze giovanili ha
fatto una forza, capitalizza la sua arte
nella finzione e può rimanere a Beverly
Hills. Il suo sorriso diviene pertanto preludio di nuove avventure che non ci è dato
conoscere, perché la storia sicuramente
continuerà, lo spettacolo però a un certo
punto termina.
Il divertimento del film è leggero, la profondità è pressoché inconsistente, gli episodi appaiono a tratti surreali, ai limiti dell’inverosimile, eppure gesti ed eventi presentati sono sempre riconoscibili. In fondo, è la commedia umana… Dal cine-panettone, infatti, non ci si aspettano grandi
lezioni di vita, moralità, riflessioni esistenziali. Essendone coscienti, Natale a Beverly Hills può perfino risultare una pellicola
alquanto gradevole. E non è poco.
Luca Caruso
Film
Tutti i film della stagione
L’UOMO CHE FISSA LE CAPRE
(The Men Who Stare at Goats)
Stati Uniti/Gran Bretagna, 2009
Regia: Grant Heslov
Produzione: George Clooney, Grant Heslov, Paul Lister per
BBC Films/ Smoke House/ Westgate Film Services/ Winchester Capital Partners
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 6-11-2009; Milano 6-11-2009)
Soggetto: tratto dal romanzo Capre di Guerra di Jon Ronson
Sceneggiatura: Peter Straughan
Direttore della fotografia: Robert Elswit
Montaggio: Tatiana S. Riegel
Musiche: Rolfe Kent
Scenografia: Sharon Seymour
Costumi: Louise Frogley
Produttori esecutivi: Barbara A. Hall, James A. Holt, Alison
Owen, David M. Thompson
Produttore associato: Luillo Ruiz
Direttori di produzione: Ellen Gordon, Barbara A. Hall
Casting: Amanda Mackey Johnson, Cathy Sandrich
Aiuti regista: John R. Saunders, David J. Webb
Operatori: Colin Anderson, Edgar Colón
Operatore Steadicam: Colin Anderson
Art director: Peter Borck
Arredatori: Marcia Calosio, Monica Monserrate
Trucco: Georgia Allen, Ken Diaz, Vanessa Jaramillo, Blair Leonard, Robert Maverick, Jay Wejebe
ob Wilton è un giornalista impacciato e di scarsa personalità;
quando la moglie lo lascia per
unirsi definitivamente a un amante fornito
di protesi meccanica al posto di un braccio, considera colma la misura della sua
vergogna e decide di partire per l’Iraq
come inviato di guerra. Lo scopo di costruire un brillante reportage su un forte
avvenimento per fare colpo sulla moglie
traditrice non è così facile da raggiungere
per la sua incapacità di inserirsi nel gruppo di giornalisti presenti al fronte. Fino al
giorno in cui, casualmente in un bar, Bob
conosce Lyn Cassady, uno strano militare
che sostiene di appartenere alla New Earth
Army: una struttura segreta dell’esercito
americano che addestra soldati forniti di
particolari sensibilità e si prefigge di combattere il nemico sfruttando capacità e superiorità di ordine psicologico. Cassady è
quindi una sorta, a suo dire, di monaco Jedi,
forgiato e allenato per raggiungere una superiorità psichica (comprovata debolmente solo sulle capre), in una unità fondata
dal guerriero hippy Bill Django.
Nonostante la storia abbia, a dir poco,
dell’incredibile, Bob interpreta l’occasione come la svolta della sua vita e decide di
seguire Cassady verso il fronte iracheno.
B
Supervisore effetti speciali: Kevin Harris
Coordinatore effetti speciali: Craig Barnett
Supervisore effetti visivi: Thomas J. Smith (CIS Holliwood)
Supervisore effetti digitali: Joe Henke (CIS Hollywood)
Supervisore costumi: Richard Schoen
Supervisore musiche: Linda Cohen
Interpreti: George Clooney (Lyn Cassady), Ewan McGregor
(Bob Wilton), Jeff Bridges (Bill Django), Kevin Spacey (Larry
Hooper), Stephen Lang (Brigadiere generale Dean Hopgood), Robert Patrick (Todd Nixon), Waleed Zuaiter (Mahmud
Daash), Stephen Rtoot (Gus Lacey), Glenn Morshower (Maggiore Holz), Nick Offerman (Scotty Mercer), Tim Griffin (Tim
Kootz), Rebecca Mader (Debora Wilton), Jacob Browne (tenente Boone), Todd La Tourrette (Dave), Brad Grunberg (Ron),
Elsa Villafane (madre di Gus), Fawad Siddiqui (cameriere del
Kuwait), Samuel Ray Gates, McCaleb Burnett (giornalisti),
Sean Phillips (soldato Vietnamita), Matt Newton (Chris, soldato Vietnam), Robert Curtis Brown (Generale Brown), Hrach
Titizian, Shafik N. Bahou (sequestratori), Christopher Maher
(conducente iracheno), Drew Seltzer (tecnico), Donn Lamkin
(padre di Lyn), Sean Curley (Lyn a dodici anni), Merik Tadros,
Michael-David Aragon (ribelli)
Durata: 94’
Metri: 2500
Già sulla strada gli avvenimenti fanno
capire come sarà lo stralunato svolgimento
della storia: Cassady si distrae dalla guida
nello spiegare a Bob le sue capacità di frantumare le nuvole col pensiero e porta la
macchina a sbattere contro l’unico masso
che ingombra la strada. I due sono subito
fatti prigionieri da guerriglieri islamici, ma
prima di essere giustiziati riescono a fuggire grazie all’aiuto di un prigioniero locale
e raggiungere il gruppo di Bill Django che
sta, nel frattempo, operando, o cerca di operare, al fronte. Bob ne fa parte con entusiasmo, grazie soprattutto a robuste dosi di
LSD e di alcol, ma i fallimenti continui di
Bill, nonostante gli allenamenti sostenuti a
Forte Bragg fanno sì che l’unità sia sciolta
e Bill cacciato per sempre. Bob e Cassady
spariscono in volo con un elicottero senza
che nessuno sappia mai dire in seguito che
fine abbiano fatto.
Bob può finalmente scrivere il suo pezzo: chissà, forse è proprio questa la missione a cui lo ha indirizzato il destino, celebrare la saga dei guerrieri Jedi dell’esercito americano.
P
recedenti illustri non mancano,
da Mash a Comma 22, sulla serissima e comicissima strada di
46
presentare in maniera corrosiva e parodistica una guerra in cui nessuno crede.
La retorica celebrativa e l’esaltazione dell’eroismo spazzati via da cannonate di demenzialità pacifista che scoprono il nervo dell’assurdità: la guerra non serve, mai,
a nessuno, tranne che all’industria pesante e chi ne è a favore, a cominciare dai
grandi burocrati dell’autoritarismo militare, è matto.
Poi, se su tutto questo si vuole fare un
film, la cosa è più difficile.
Grant Heslov, qui regista, mette al
servizio del film l’impegno del suo sguardo lucido, cinico, intellettuale (sua la sceneggiatura di Good night and Good Luck)
e ottiene un telaio impeccabile di humour
e serietà, seguìto, risulta evidente, dai
suoi attori che credono ciecamente in lui
e nelle sue idee. L’alchimia però non riesce e l’eccellenza di tanti elementi come
la professionalità degli interpreti, l’ottima
costruzione del dialogo, il montaggio non
creano davvero quell’esplosione libera e
anarchica, specchio di ogni verità artistica e di ogni comunicazione umana, soprattutto cinematografica. Noi pensiamo
che una grossa defaillance sia data dalla mancata composizione del duo Cassady/Clooney – Wilton/McGregor. Il va-
Film
gare nel deserto della coppia (sulla carta studiata a tavolino nella contrapposizione classica che ha sempre pagato
sullo schermo cioé giovane/timido/pavido/maldestro contro attempato/sfrontato/guascone/disinvolto non suscita un
momento di interesse, il benché minimo
sorriso, nonostante la filiera di battute e
trovate a disposizione su cui Clooney e
McGregor avrebbero dovuto fare scintille, rubandosi scambievolmente la scena. Tra i due, insomma, non ha funzionato (anche se non si può sempre avere
in mente Elliot Gould e Donald Suttherland...) e, quando arrivano a destinazione, lo spettatore è muto e prostrato e ormai è tardi perchè il film possa decollare. Così anche la partecipazione mattatoriale di Jeff Bridges risulta fine a se
stessa e praticamente inutile ai fini dell’economia del film. Naturalmente é meglio che ci sia piuttosto che il contrario:
la figura di Bill Django in uniforme e medaglie, con la treccia bionda d’ordinanza freak è la summa di un istrionismo
Tutti i film della stagione
straordinario, intelligente che deborda
fuori dalla scena e dallo schermo, a occupare compiutamente e finalmente quel
bisogno di energia che distrugge a colpi
di fiori, LSD e sballi vari ogni forma di
militarismo e di bellica epopea.
Fabrizio Moresco
RICATTO D’AMORE
(The Proposal)
Stati Uniti, 2009
Acconciature: Medusah, Elizabeth Cecchini
Coordinatore effetti speciali: Nathanial Brotherhood
Supervisori effetti visivi: Sean Devereaux (Brickyard Filmworks), Geoff McAuliffe
Coordinatore effetti visivi: Chau Tong
Supervisore musiche: Buck Damon
Interpreti: Sandra Bullock (Margaret Tate), Ryan Reynolds
(Andrew Paxton), Mary Steenburgen (Grace Paxton), Craig
T. Nelson (Joe Paxton), Betty White (nonna Annie), Denis
O’Hare (Mr. Gilbertson), Malin Akerman (Gertrude), Oscar
Nuñez (Ramone), Aasif Mandvi (Bob Spaulding), Michael
Nouri (presidente Bergen), Michael Mosley (Chuck), Dale
Place (Jim McKittrick), Alicia Hunt (barista), Alexis Garcia
(impiegato immigrazione), Kortney Adams (receptionist),
Chris Whitney (pilota), Jerrell Lee (Jordan), Phyllis Kay (Mrs.
McKittrick), Kate Lacey (ospite party), Gene Fleming (proprietario negozio), Mary Linda Rapelye (segretaria executive), Anne Fletcher (Jill), B. Johnson (tipo in ufficio), Gregg
Edelman
Durata: 108’
Metri: 2930
Regia: Anne Fletcher
Produzione: David Hoberman, Todd Lieberman, Vitaliy Versace per Touchstone Pictures/Mandeville Films/Kurtzman-Orci
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
Prima: (Roma 3-9-2009; Milano 3-9-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Pete Chiarelli
Direttore della fotografia: Oliver Stapleton
Montaggio: Priscilla Nedd-Friendly
Musiche: Aaron Zigman
Scenografia: Nelson Coates
Costumi: Catherine Marie Thomas
Produttori esecutivi: Sandra Bullock, Alex Kurtzman, Mary
McLaglen, Roberto Orci
Direttore di produzione: Mary McLaglen
Casting: Amanda Mackey Johnson, Cathy Sandrich
Aiuti regista: Rich Sickler, Mollie Stallman, Rosemary C. Cremona, David Mendoza
Operatore: Jim McConkey
Art director: Scott Meehan
Arredatore: Denise Pizzini
Trucco: Ann Masterson
argaret è la miglior editor di
una prestigiosa casa editrice
newyorkese: con il suo piglio e
con il suo rigore tiene sotto scacco l’intero ufficio, soprattutto il suo giovane assistente Andrew. Margaret però è una cittadina canadese in attesa di ottenere la carta verde per diventare cittadina USA a tut-
M
ti gli effetti, il suo visto viene annullato e,
per poter rimanere a New York, conservando il suo lavoro, è costretta a trovare qualcuno che la sposi e le garantisca la cittadinanza. La scelta cade su Andrew, che si
vede obbligato, pena il licenziamento immediato, ad accompagnarla all’ufficio immigrazione fingendo di essere il suo fidan-
47
zato. Le cose si complicano quando Margaret e Andrew partono alla volta dell’Alaska per incontrare i genitori di lui.
Margaret si trova subito bene accolta dalla famiglia di Andrew e, a causa della loro
buona fede e del loro affetto, la donna si
sente ben presto sempre meno sicura di
voler costringere il ragazzo in un matri-
Film
monio truffaldino che non farebbe altro che
gettare poi nella disperazione la famiglia.
Il giorno del matrimonio, Margaret, ormai
innamorata di Andrew, decide di rinunciare all’affare e, dopo averlo lasciato all’altare, torna a New York per sgomberare il
proprio ufficio e ripartire per il Canada.
Aiutato dalla famiglia, Andrew capisce i veri
sentimenti di Margaret e la raggiunge per
chiederle, stavolta davvero, di sposarla.
opo essere stata considerata per
anni, e a torto, una specie di Julia Roberts di serie B (più umana, forse, e priva dell’inconfondibile sorriso smagliante della collega), Sandra Bullock si è invece dimostrata la sua più diretta concorrente, sbaragliando il campo dalle
altre eroine simili, provenienti soprattutto
dal piccolo schermo e che non sono riuscite a fare il grande passo (come Jennifer Aniston e Sarah Jessica Parker). La
nuova regina della commedia romantica
americana si costruisce su misura un film
semplice, ben congegnato e deliziosamente retrò come Ricatto d’amore, diretto con
competenza e sicurezza dalla regista Anne
D
Tutti i film della stagione
Fletcher (Step up e 27 volte in bianco). La
storia infatti sembra uscita da una scewball comedy degli anni ’40, con un personaggio femminile che sarebbe stato perfetto per Katherine Hepburn o Barbara
Stanwyck, un dosaggio sapiente degli ingredienti tra la prima parte newyorkese
ambientata nell’ambiente lavorativo e la seconda “bucolica” della casa di famiglia di
Andrew in Alaska e, soprattutto, una prevedibilità di fondo che anziché nuocere al
film ne rafforza il valore perché rispecchia
pienamente i punti cardini del genere con
brio e onestà. Il film ruota principalmente
intorno alla perfomance della Bullock, bravissima nel lasciare sottintendere le fragilità di Margaret, senza per questo farne la
macchietta della solita donna in carriera
che sembra aver abdicato ai sentimenti e
alla femminilità per un lavoro “maschile” e
appagante. Meno convincente risulta il suo
partner Ryan Reynolds: giovane, bello,
simpatico ma che sembra privo dell’alchimia giusta per suscitare in una donna
come la Bullock un sentimento come quello
che invece ella si ritrova infine a provare.
Un affiatato terzetto di comprimari (la vera
risorsa del cinema americano) compone
la famiglia di Andrew: la deliziosa Mary Steenurger, Craig T. Nelson (di solito specializzato in ruoli sgradevoli, ma qui alla prese con il personaggio complesso del padre di Andrew) e una veterana della serie
tv americane come Betty White (un po’ triste quando si ritrova a scimmiottare i rituali degli indiani d’America, ma spassosa al momento del finto infarto). La Fletcher
si conferma regista sensibile, capace di
infondere un buon ritmo al film. Dispiace
un po’ una certa qual povertà nel disegno
dei due protagonisti. Il personaggio di
Margaret sarebbe risultato sicuramente più
povero se interpretato da un’altra attrice e
l’Andrew di Ryan Reynolds finisce per essere il personaggio più sbiadito. Ha fatto
grande scalpore il primo nudo di Sandra
Bullock, insieme a quello di Reynolds; si
tratta in realtà di una scena sostanzialmente casta e molto poco romantica (considerato anche che il film è prodotto dalla Disney) e perfettamente coerente con la vicenda.
Chiara Cecchini
IO, LORO E LARA
Italia, 2009
Operatore: Roberto Gentili
Fonico di presa diretta: Gaetano Carito
Interpreti: Carlo Verdone (Don Carlo), Laura Chiatti (Lara), Angela Finocchiaro (Elisa Draghi, assistente sociale), Anna Bonaiuto (Beatrice Mascolo, sorella di Carlo), Marco Giallini (Luigi
Mascolo, fratello di Carlo), Sergio Fiorentini (Alberto Mascolo,
padre di Carlo), Olga Balan (Olga), Agnese Claisse (Aida), Tamara di Giulio (Eva), Cristina Odasso (Mirella Agnello), Giorgia
Cardaci (Francesca), Marco Guadagno (Padre Giuliano), Roberto
Sbaratto (Padre Savastano), Loukoula Letizia Sedrick Boupkouele
(Madou), Antoniette Kapinga Mingu (Sofia), Nimata Carla AKakpo
(Hakira), Gianfranco Mazzoni (Signor Gallone), Valeria Ceci (Signora Gallone), Marco Minetti (Venditore Autosalone)
Durata: 115’
Metri: 2740
Regia: Carlo Verdone
Produzione: Warner Bros. Entertainment Italia
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Prima:
Soggetto e sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino
Direttore della fotografia: Danilo Desideri
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musiche: Fabio Liberatori
Scenografia: Luigi Marchione
Costumi: Tatiana Romanoff
Produttore esecutivo: Laura Fattori
Direttore di produzione: Shiv Mandavia, Gabriella Di Santo
Casting: Yozo Tokuda
Aiuti regista: Inti Carboni, Yozo Tokuda
on Carlo Mascolo, sacerdote missionario in Africa, in profonda
crisi spirituale, rientra in Italia
per prendersi un periodo di riflessione
presso la sua famiglia di origine che aveva lasciato anni prima. L’impatto è amaro
e sorprendente: il padre, generale in pensione e vedovo si è sposato con Olga, la
sua badante moldava; il fratello Luigi, cocainomane compulsivo si occupa di finanza più o meno lecita, più o meno allegra;
la sorella Beatrice, divorziata e madre di
una ragazza appartenente a gruppi giova-
D
nili che fanno della tristezza e della depressione il loro credo, cerca di sbarcare il lunario tenendo sedute psicoanalitiche. La
situazione diventa ancora più movimentata quando Olga muore per un infarto e
appare la figlia Lara, beneficiaria dell’eredità della casa (il padre si è trasferito in
campagna) alle prese, a sua volta, con un
grosso problema: l’affidamento di suo figlio, che a breve sarà deciso dall’assistente
sociale. Lara ricatta i tre fratelli dicendosi disposta a lasciare l’appartamento se
l’aiuteranno a fingere una situazione fa48
miliare umana e civile, quando l’asistente
sociale farà loro visita per decidere o meno
l’affidamento del bambino.
La cosa sembrerebbe fattibile se non sorgesse un impedimento nuovo: Don Carlo ha
infatti ritrovato a Roma delle ragazze africane che battono in una delle strade del sesso della capitale. Lui, per salvarle dal marciapiede, le accoglie in casa suscitando l’ira
e la rappresaglia degli sfruttatori che praticamente assalgono l’appartamento a colpi
d’arma da fuoco, compromettendo del tutto
l’esame dell’assistente sociale. Non resta a
Film
Tutti i film della stagione
Don Carlo che recarsi personalmente dalla
donna, tra l’altro invaghita di lui in quanto
somigliante come una goccia d’acqua al
marito defunto, per tentare di ricomporre la
situazione. E così avviene: Don Carlo riesce
a respingere le avances dell’assistente sociale, ormai perduta per lui, e a ottenere l’affidamento del bambino a Lara.
Tutti questi problemi hanno avuto almeno il merito di far svanire la crisi spirituale
del sacerdote: meglio vivere nel suo villaggio africano piuttosto che in una città e in
una società in cui non si riconosce più.
itorna un prete alla fine della lunga processione di caratteri, di
personaggi e di “mostri” regalatici da Verdone in tanti anni, per farci ridere
e piangere insieme nel rivedere allo specchio le nostre debolezze, le nostre bassezze, le deformità dell’essere uomini e donne
oggi. La scelta dell’autore (soggettista, sceneggiatore, regista e attore, non è forse un
po’ troppo, ormai?) è però netta: via il grottesco, via il comico (se non qualche pizzico
di sale qua e là), via l’amarezza, la meschinità, la misogenia, le elucubrazioni, i contorcimenti lunatici a sbattere sullo schermo
una vita che fa ridere, ma più spesso soffrire, per abbracciare e umanamente condurre
una commedia dalla forte centralità morale
e dal lietissimo fine. Il prete di Verdone diventa umano, ordinario, sensibile certo, intelligente e intelligentemente virile, ma comune, irriconoscibile, inconsistente, non ci
si ricorda scena dopo scena cosa abbia
fatto cinque minuti prima.
R
D’altra parte si tratta di una direzione
presa con coscienza, perchè Verdone in
tutte le sue interviste ha più volte ribadito
di avere voluto abbandonare in questo film
la sua galleria di personaggi e storie in
conflitto, per raccontarci qualcosa che
desse speranza a tutti e che ci permettesse (a lui per primo) di respirare con un
po’ di fiducia in una società che calpesta
ogni diritto umano e che non piace a nessuno (e men che meno sicuramente a Verdone).
Tant’è, questo è il risultato: un film troppo lungo (115 minuti !), con tanti momenti
lenti e noiosi che con Verdone non abbiamo mai visto.
Bravi tutti gli attori a seguire il solco tracciato, anche se li preferiamo in certi momenti
da scenetta, quando sembrano sfuggire di
mano al loro regista. E un’altra cosa preferiamo, quella che abbiamo volutamente visto nella scena finale, quando Don Carlo
saluta i suoi dall’Africa tramite computer: la
crisi spirituale dimenticata e polverizzata:
meglio la fame, le malattie e i disastri ciclici
di un villaggio africano che stare vicino alla
propria famiglia, così tanto aiutata, così tanto amata. Chissà, speriamo, lo vogliamo, forse un’unghiata sfuggita all’ultima goccia d’inchiostro dalla penna del suo autore.
Fabrizio Moresco
MOON
(Moon)
Gran Bretagna, 2009
Regia: Duncan Jones
Produzione: Stuart Fenegan, Trudie Styler per Liberty Films
UK/Lunar Industries/Stage 6 Films/Xingu Films
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 4-12-2009; Milano 4-12-2009)
Soggetto: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Direttore della fotografia: Gary Shaw
Montaggio: Nicolas Gaster
Musiche: Clint Mansell
Scenografia: Tony Noble
Costumi: Jane Petrie
Produttori esecutivi: Trevor Beattie, Bil Bungay, Michael Henry, Bill Zysblat
Produttore associato: Justin Lanchbury
Co-produttori: Nicky Bentham, Mark Foligno, Alex Francis,
Steve Milne, Deepak Sikka
Line producer: Julia Valentine
Direttori di produzione: Imogen Bell, Jeremy Burnage
Casting: Manuel Puro, Jeremy Zimmerman
Aiuti regista: Simon Downes, Alex Kaye-Besley, Guy Travers,
Mick Ward
Operatore: Alex Howe
Operatore Steadicam: Leo Bund
Art director: Hideki Arichi
Trucco: Richard Muller
Supervisori effetti visivi: Steve Howarth, Simon Kilroe (Molinare), Gavin Rothery (ThinkTank Studios), Simon StanleyClamp (Cinesite)
Coordinatori effetti visivi: Lee Chidwick (Cinesite)
Supervisore costumi:Lucy Donowho
Interpreti: Sam Rockwell (Sam Bell), Kevin Spacey (voce di
Gerty) Dominique McElligott (Tess Bell), Kaya Scodelario
(Eve), Benedict Wong (Thompson), Matt Berry (Overmeyers),
Malcolm Stewart (tecnico), Rosie Shaw (piccola Eve), Robin
Chalk (clone di Sam Bell), Adrienne Shaw (governante)
Durata: 97’
Metri: 2610
49
Film
n un futuro non troppo lontano,
l’astronauta Sam Bell vive sul
lato oscuro della Luna (sulla base
chiamata Sarang), per portare a termine
un programma sviluppato dalla Lunar Industries per l’estrazione dell’Elio-3, la
principale fonte di energia per il nostro pianeta.
Nei suoi tre lunghi anni di contratto,
conduce un’esistenza durissima, nel più
totale isolamento: il suo unico interlocutore è infatti il computer, Gerty (che non
offre però grandi spunti di conversazione)
e può soltanto inviare e ricevere messaggi
registrati alla sua famiglia, perché il satellite con cui potrebbe comunicare con la
Terra è guasto. Fortunatamente, la sua
missione sta per concludersi e Sam è in
procinto di ritornare presto da sua moglie
Tess e dalla loro figlioletta di tre anni Eve.
Ad appena due settimane dalla partenza, purtroppo, la sua salute subisce un improvviso quanto inspiegabile peggioramento: dolorose cefalee, allucinazioni e
cali d’attenzione provocano un incidente
quasi fatale durante un normale spostamento a bordo di un veicolo lunare. Mentre poi cerca di rientrare alla base, ha un
incontro ravvicinato alquanto curioso: un
clone di se stesso (ma più giovane), il quale rivendica con rabbia lo stesso ruolo di
Sam nel progetto.
In attesa di un “equipaggio di supporto” che dovrebbe rimettere in funzione la
base, l’uomo si trova a vivere un vero e
proprio incubo. Non riesce a capire se è
I
Tutti i film della stagione
lui che sta impazzendo o se, forse, qualcuno dell’azienda per la quale lavora gli ha
tenuto nascosto qualcosa. Ed ha pochissimo tempo a disposizione per scoprire la
verità.
o spazio visto come orizzonte
estremo di vivibilità, come interstizio insondabile della mente.
Come luogo in cui l’uomo misura tutta la
limitatezza del proprio essere, si confronta con l’immagine distorta di sé e riscopre
cosa vuol dire sentirsi in empatia con l’Altro. Per una volta, la fantascienza (o almeno quella che siamo stati abituati a vedere
nelle ultime stagioni cinematografiche) ha
un sapore più profondo, quasi filosofico.
Che cosa succederebbe se l’umanità
colonizzasse il sistema solare? Cosa sarebbe disposta a fare anche la società più
virtuosa e attenta all’ambiente, pur di
estrarre la massima quantità di materie
prime con il minimo costo? A quaranta anni
esatti dall’allunaggio, ci si interroga ancora sulla possibilità di popolare il cosmo, con
delicati risvolti che non possono non tenere conto dell’attuale situazione di crisi.
In un’epoca come questa, in cui i potenti della terra discutono (il più delle volte
con risultati infruttuosi) di come alimentare il nostro pianeta agonizzante, l’idea di
un satellite terrestre come fonte di energia
pulita e rinnovabile acquista un significato
denso di fascino e speranza.
Nell’interessante film d’esordio del figlio di David Bowie, Duncan Jones (pro-
L
dotto da Trudie Styler, moglie di Sting),
non aspettatevi di trovare battaglie intergalattiche, oppure scontri con terrificanti
mostri mangia uomini tipo Alien. Il giovane regista, che si è autodefinito un “fanatico del genere”, preferisce volgere lo
sguardo al passato, piuttosto che omologarsi ai prodotti mainstream di ultima generazione, fatti solo di azione e di effetti
speciali: si è infatti ispirato ai grandi classici, a capolavori ineguagliabili come
2001: Odissea nello spazio, Atmosfera
zero e Blade Runner.
Non è un caso, se il computer di bordo
tuttofare, la stazione lunare, i veicoli e gli
escavatori hanno un aspetto un po’ retrò.
La macchina Gerty (che nella versione
originale ha la voce metallica di Kevin Spacey), ad esempio, assomiglia molto da vicino a H.A.L. 9000. E tutta l’ambientazione scenografica ricostruita meticolosamente in studio, per forme, colori e atmosfere,
ricalca un paesaggio lunare e, più in generale, un’iconografia dello spazio che non
ci appartiene più.
Molto convincente, nel duplice ruolo,
Sam Rockwell, già visto e apprezzato di
recente in Frost/Nixon – Il duello e, prima
ancora, in L’assassinio di Jesse James per
mano del codardo Robert Ford. Girato in
appena 33 giorni e con un budget davvero
risibile (appena 5 milioni di dollari), Moon
rappresenta un piccolo miracolo all’interno del cinema indipendente americano.
Diego Mondella
LA PRIMA LINEA
Italia/Belgio, 2009
Produttore esecutivo: Delphine Tomson
Produttore associato:Stefano Massenzi, Carl Clifton
Direttore di produzione: Michela Rossi
Casting: Francesco Vedovati
Trucco: Franco Corridoni
Supervisori effetti speciali: Paolo Galiano
Suono: Mario Iaquone
Interpreti: Riccardo Scamarcio (Sergio Segio), Giovanna Mezzogiorno (Susanna Ronconi), Daniela Tusa (guardiana di Firenze), Awa Ly (cantante Jazz), Michele Alhaique (Rosario),
Jacopo Maria Bicocchi (Marco Donat-Cattin), Marco Iermanò
(Willy), Francesca Cuttica, Fabrizio Rongione, Anita Kravos,
Lucia Mascino, Maurizio Pompella
Durata: 96’
Metri: 2650
Regia: Renato De Maria
Produzione: Andrea Occhipinti, Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, Arlette Zylberberg perLucky Red/Radio Télévision Belge Francophone (RTBF)/Les Films du Fleuve in collaborazione
con Rai Cinema/Sky Cinema/Medusa Film/Quickfire Films
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 20-11-2009; Milano 20-11-2009)
Soggetto: dal libro La Prima Linea di Sergio Segio
sceneggiatura: renato De Maria, Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorile
Direttore della fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Max Richter
Scenografia: Alessandra Mura, Igor Gabriel
Costumi: Nicoletta Taranta
orino, novembre 1989, dal carcere “Le Nuove” Sergio Segio,
parla di sé, della sua vita e della
sua scelte. Nel 1968 è poco più che un bam-
T
bino, ma intuisce di voler combattere per i
propri ideali. A metà degli anni Settanta,
comincia a maturare l’idea della necessità di passare dalla forza della ragione alla
50
ragione della forza. Nella seconda metà
degli anni Settanta, è tra i fondatori di
“Prima Linea”, formalmente costituita nel
1976, organizzazione di estrema sinistra
Film
che riunisce molti ex militanti di “Lotta
Continua”. Lui e i suoi compagni si sentivano come i guerriglieri per le lotte nel
terzo mondo. Segio esce dal movimento nel
1980, nello stesso anno la sua compagna
Susanna Ronconi, la donna che amava e
con cui aveva condiviso idee e scelte politiche, viene arrestata.
Il 3 gennaio 1982, Sergio è a Venezia,
dove ha messo su un gruppo per far evadere Susanna e altre tre compagne dal carcere di Rovigo. Mentre il gruppo si avvicina al carcere, viaggiando nei territori del
Polesine per mettere in atto il piano di evasione, Sergio ricorda gli inizi della clandestinità, il passaggio alle armi e l’incontro con Susanna. I primi tempi sono spensierati, con Piero, amico di sempre, si maturano le idee e l’unica pistola posseduta
da Sergio è un ferrovecchio. A Napoli, Sergio incontra Susanna, una ragazza di Venezia che vive a Napoli dove è responsabile di “Prima Linea” e che viene a Milano
per le riunioni importanti. E a Milano,
dopo una riunione, Susanna perde il treno
per Napoli e passa la notte con Sergio. Tra
i due si accende una passione fatta di incontri saltuari. Nel 1978 Sergio va a vivere a Napoli con Susanna, cercando maggiori contatti con gli operai di aziende
come l’Alfa o la Italsider. Fingono di essere una coppia regolarmente sposata. È
l’epoca degli attentati ai dirigenti di fabbrica. Dopo il rapimento di Aldo Moro nel
marzo del 1978, “Prima Linea” si dissocia mentre Sergio e Susanna continuano
la loro attività a Napoli. A maggio criticano fortemente la decisione delle BR di uccidere Moro, ma a ottobre anche “Prima
Linea” inizia a uccidere. Sergio non partecipa a molte di quelle azioni, ma gli tocca l’omicidio più atroce, quello del giudice Alessandrini che aveva assunto la direzione dell’antiterrorismo. Prima di quel
fatto, Sergio torna dai genitori per una
notte e, in quell’occasione, rivede il suo
amico di gioventù, Piero. L’amico non approva la loro condotta perché sono un
gruppo armato che semina morte. Gli chiede che razza di guerra stiano combattendo e gli rammenta che sono la prima linea
di un corteo che non c’è. L’amico gli dice
che se non ha ancora ucciso nessuno può
ancora scappare in Svizzera. Ma Sergio sa
che quello non è il suo destino. Il 29 gennaio 1979 a Milano, in pieno giorno Segio
spara mortalmente al giudice Emilio Alessandrini. Il 1979 è l’anno peggiore nella
storia del movimento: alcuni componenti
perdono la vita e le loro azioni si fanno
sempre più sanguinose. Ma è nel gennaio
1980 che toccano il fondo. Un loro collaboratore, William Vaccher, finisce in car-
Tutti i film della stagione
cere e confessa tutto quello che sa. È la
prima volta che uno di loro collabora.
Quando è scarcerato, nel febbraio 1980,
Susanna gli spara sotto casa. Per un po’,
Sergio e Susanna diradano i loro incontri,
di tanto in tanto si vedono in una casa al
mare. Sei mesi dopo l’omicidio di Willy,
alcuni militanti iniziano a parlare. Sergio
confessa a Susanna che sta pensando di
uscire dall’organizzazione, convinto che
hanno perso la loro umanità da quando si
sono armati e ha un duro scontro con la
donna. Il 3 dicembre 1980 a Firenze, Susanna viene arrestata.
Si torna al 1982. Il piano per l’evasione lascia dietro di sé l’omicidio di un anziano passante. Durante la fuga, Sergio
dice a Susanna che ha affittato una casa a
Venezia per poi scappare all’estero, ma
qualche mese dopo Susanna viene nuovamente arrestata. Nel gennaio 1983 anche
Sergio finisce in carcere. Segio sconta 22
anni di reclusione. È l’ultimo dei militanti
di Prima Linea a uscire dal carcere, terminando di scontare la condanna nel 2004.
La Ronconi ha finito di scontare la pena
nel 1998. Entrambi oggi sono impegnati
nel sociale e nel volontariato.
n compito non facile per un italiano. Parlare di terrorismo, della
terribile stagione dello stragismo,
esprimersi su idee, prima di tutto e su fatti,
fatti sanguinosi fino all’aberrazione, dettati da pretesti ideologici, via via degenerati
in delirio armato. “La ragione della forza”
che prende il sopravvento e annulla “la forza della ragione”.
Liberamente ispirato al libro “Miccia
corta” che narra la vita e anche l’amore di
Sergio Segio e Susanna Ronconi, La prima linea segue due piani paralleli di nar-
U
51
razione, quello del lungo flashback degli
anni passati con il racconto della scelta del
terrorismo alternato con il piano del presente che segue, ora per ora, la lunga giornata della (mal)riuscita evasione (ci scappa anche il morto, un pensionato ucciso
accidentalmente) della compagna del protagonista.
Perfettamente consapevole di muoversi su un terreno minato, il produttore Andrea Occhipinti (co-produttori del film, vale
la pena sottolinearlo, sono i fratelli Dardenne) ha tolto di mezzo qualsiasi possibile
imbarazzo rinunciando volontariamente ai
fondi statali. Ma, nonostante ciò, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in
vista delle riprese e di eventuali richieste
di sovvenzione, ha chiesto la verifica della
sceneggiatura e addirittura il vaglio delle
associazioni dei parenti delle vittime del
terrorismo. E così gli sceneggiatori Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo e Fidel Signorile hanno dovuto difendere le loro pagine
di sceneggiatura in un delicato confronto
con i parenti delle vittime. Alla fine gli autori si sono detti soddisfatti per non essere
scesi a compromessi. Meno soddisfatto
Segio, che ha accusato la pellicola di scarso approfondimento ideologico. Il film, “liberamente” ispirato al libro dell’ex terrorista, ne tradirebbe, secondo Segio, la caratteristica fondamentale: quella di riassumere “l’albero genealogico, i riferimenti
ideologici, culturali, le famiglie di provenienza, le motivazioni, le aspirazioni, per quanto infine pervertite dalle pratiche”.
Querelle ideologiche a parte, dalla visione del film, si esce, tutto sommato, non
troppo delusi, anche se si avverte che qualcosa manca. La lacuna più evidente, effettivamente, sembra essere la mancanza
di una opportuna contestualizzazione sto-
Film
rico-ideologica del periodo in cui certe idee
e certe “chiamate alle armi” maturavano.
A detto contesto sono dedicati davvero
pochi cenni. De Maria e gli sceneggiatori
hanno compiuto la scelta precisa di focalizzarsi sull’uomo, Sergio Segio, e sulla
donna, Susanna Ronconi: sulla loro storia
soprattutto umana (certo la storia d’amore è più credibile quando a trasferirla sullo
schermo sono due bei volti come quello di
Scamarcio e quello della Mezzogiorno).
Considerata la particolare ‘angolatura’ con
cui si è deciso di raccontare un pezzo di
dolorosa storia d’Italia, non si può non
apprezzarne il rigore stilistico e formale,
l’onestà e la sobrietà. Fermo restando che
quello che manca è molto, in primis quella
intricata trama di eventi, motivazioni, riflessioni sulla politica e su alcuni ideali, che
solo qualche rara pellicola riesce a dare.
Tutti i film della stagione
Volutamente si sceglie di mostrare solo tre
fatti di sangue, a paradigma di una lunga
raffica di colpi violenti al cuore dello stato:
la gambizzazione del capo reparto di una
fabbrica, l’omicidio del giudice Alessandrini
(felice l’inserimento delle immagini di repertorio dei funerali con lo sdegno dell’intero paese), l’uccisione del ‘traditore’ Vaccher.
Movimento dal nome importante, “Prima Linea”, nome evocativo e significativo
allo stesso tempo: una prima linea si sa,
ne prevede altre più indietro, ma, come
dice l’amico Piero al protagonista, compagno dell’epoca delle ragazzate che rifiutò
di entrare nella clandestinità del movimento e che funge da efficace controcanto ideologico, loro sono la prima linea di un corteo che non c’è. Quando, poco prima dell’omicidio forse più efferato (quello del giu-
dice Alessandrini), l’amico gli prospetta la
possibilità di fuga all’estero dove si sarebbe rifatto una vita con la compagna, il terrorista ribatte che sarebbe stato “come nei
film”, completamente cosciente dell’impossibilità di quella scelta perché la realtà non
è un film. Bel gioco di specchi tra pretesa
illusione di realtà e finzione da grande
schermo.
Una sottile linea (rossa) divide gli ideali dall’azione ma qui questa linea è poco
spiegata o pressoché assente. Troppa
semplificazione? Forse. E quello che paga
è l’approfondimento, necessario soprattutto quando si parla di certi temi, soprattutto
se si vuole alzare lo sguardo e guardare
dietro, al di là di quella fantomatica ‘prima
linea’.
Elena Bartoni
L’ISOLA DELLE COPPIE
(Couples Retreat)
Stati Uniti, 2009
Art directors: Curt Beech, Clint Wallace
Arredatore: Daniel B. Clancy
Trucco: Simone Almekias-Siegl, Steve Artmont, Cheryl Ann Nick
Acconciature: David Danon, Jose Zamora
Coordinatore effetti speciali: Daniel Sudick
Supervisore effetti visivi: Jamie Dixon
Supervisore costumi: Wendy M. Craig
Supervisore musiche: John O’Brien
Interpreti: Vince Vaughn (Dave), Jason Bateman (Jason), Faizon Love (Shane), Jon Favreau (Joey), Malin Akerman (Ronnie), Kristen Bell (Cynthia), Kristin Davis (Lucy), Kali Hawk (Trudy), Tasha Smith (Jennifer), Carlos Ponce (Salvadore), Peter
Serafinowicz (Sctanley), Jean Reno (Marcel), Temuera Morrison (Briggs), Jonna Walsh (Lacey), Gattlin Griffith (Robert), Colin
Baiocchi (Kevin), Vernon Vaughn (nonno Jim Jim), Jersey Jim
(Mago), Paul Boese (venditore di moto), Daniel Cage Theodore, Phillip Jordan (venditori), John Michael Higgins, Ken Jeong,
Charlotte Cornwell, Amy Hill (terapisti), Karen Shenaz David
(addetta alle terme), Alyssa Julya Smith, Alexis Knapp (ballerine), Joy Bisco (Maitre d’), Janna Fassaert (massaggiatrice)
Durata: 113’
Metri: 3100
Regia: Peter Billingsley
Produzione: Scott Stuber, Vince Vaughn per Universal Pictures/ Relativity Media/ Wild West Picture Show Productions/
Stuber Productions
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 4-12-2009; Milano 4-12-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Jon Favreau, Vince Vaughn,
Dana Fox
Direttore della fotografia: Eric Alan Edwards
Montaggio: Dan Lebental
Musiche: A.R. Rahman
Scenografia: Shepherd Frankel
Costumi: Susan Matheson
Produttori esecutivi: Guy Riedel, Victoria Vaughn
Produttori associati: Micah Mason, Udi Nedivi, Sandra J.
Smith
Co-produttore: John Isbell
Direttore di produzione: Udi Nedivi
Casting: Sarah Finn, Randi Hiller
Aiuti regista: Christina Fong, Rip Murray
Operatori: Darin Moran, Peter Rosenfeld
Operatore Steadicam: Peter Rosenfeld
ynthia e Jason sono una giovane
coppia in crisi matrimoniale. Per
tentare di salvare la loro unione,
decidono di andare in un magnifico resort
in Indonesia, dove un famoso guru dovrebbe riuscire nell’intento. Avendo pochi risparmi, possono andarvi solo se aderiscono al Pacchetto Pellicano; in sostanza un
pacchetto per comitive con relativo sconto. I due coinvolgono quindi i loro amici
più cari, a cui promettono solo divertimento e niente terapia di coppia, che dovranno sostenere soltanto loro due. Così Dave
C
e Ronnie, con due figli piccoli, Joey e Lucy,
sposati giovanissimi per l’improvvisa gravidanza e il loro amico Shane, recentemente divorziato e con la ventenne Trudy al
seguito partono assieme a loro.
Arrivati in questo paradiso, scoprono
non solo che nell’Isola attigua c’è un resort
per single, che mette subito in crisi Joey che
vorrebbe darsi alla pazza gioia, ma che
dovranno tutti quanti sostenere la terapia
di coppia. Grazie al buon cibo, il magnifico
mare e alle insistenze di Jason che pretende
il sostegno dei propri amici, decidono tutti
52
di restare. Il gruppo conosce così Marcel, il
guru dai metodi alquanto eccentrici.
Durante la terapia di coppia, ognuna
fatta con un proprio psicoterapeuta, emergono diversi problemi. Dave e Ronnie, apparentemente quelli più felici e che non litigano mai, scoprono che affrontano il matrimonio come un lavoro senza dedicarsi più
l’uno all’altra pur amandosi ancora; Joey
e Lucy, litigano violentemente accusandosi
di trascuratezza reciproca; Cynthia e Jason
capiscono che il continuo provare ad avere
figli, oltre alla compulsiva pignoleria di lui,
Film
ha inciso la passione; infine Shane parla a
vanvera della sua ex moglie di fronte a Trudy, che invece vorrebbe solo ballare e bere.
Le giornate scorrono fra terapia, le sedute
di yoga di un bontempone e i metodi discutibili di Marcel, che servono solo ad acuire
le tensioni fra le coppie. Un pomeriggio,
Trudy sparisce: capiscono che è andata nel
resort dei single. Joey, che in realtà ha ben
altre mire, organizza una spedizione per recuperare la ragazza. Dopo l’ennesimo litigio, Cynthia lascia Jason, portando il gruppo a dividersi fra uomini e donne non appena giunti sull’isola. Le ragazze incontrano
l’insegnante di yoga che subito tenta un approccio con Lucy e fa ubriacare Cynthia,
mentre Ronnie è l’unica che mantiene il
contegno; i ragazzi litigano e si dividono
alla ricerca delle donne. Ognuno ritrova la
propria moglie. Dave e Ronnie capiscono
che dovranno ascoltarsi di più; Cynthia e
Jason ritrovano la passione; Joey e Lucy si
riscoprono gelosi e innamorati e Shane ritrova Jennifer, l’ex moglie giunta sull’isola
per cercarlo e per riconquistarlo.
Il giorno dopo, Marcel, soddisfatto dei
risultati ottenuti dona a ogni coppia un piccolo totem a forma di animale che ne rispecchi l’anima. Per Cynthia e Jason un coniglio, perché ritrovano sempre la propria
tana; Dave e Ronnie un asino, in quanto
sostengono l’uno il peso dell’altra e della
famiglia; Joey e Lucy il lupo, quale sim-
Tutti i film della stagione
bolo della monogamia; infine Shane e Jennifer l’ape, che vola di fiore in fiore, ma
alla fine torna sempre all’alveare. Tutti
restano sull’isola per divertirsi.
n pizzico di buoni propositi, un bel
po’di giovani coppie in crisi, condite con poche battute ironiche.
Questa la ricetta della nuova commedia di
Peter Billingsley. Sarà per l’eccessiva durata, sarà che manca proprio un certo feeling
fra gli attori, ma il piatto risulta decisamente scarso e insipido. La parte iniziale del film
si dilunga per mostrarci quali siano le dinamiche e i problemi dei personaggi; essendo, però, veramente tanti, non si giunge mai
in profondità e nessuno di loro ha un reale
spessore. In questo modo, il film scade in
banalità e ovvietà; a ogni coppia viene affidato un luogo comune sulle difficoltà matrimoniali, ossia crisi sessuale, incomunicabilità e via discorrendo. La storia vorrebbe
avere un punto di svolta con l’entrata in gioco di Jean Reno interprete di Marcel, il terapeuta dell’isola. Le poco convenzionali
sedute psicologiche, in cui i protagonisti si
ritrovano coinvolti inaspettatamente, scadono anch’esse in situazioni già viste. I massaggi, le sedute di yoga con riferimenti sessuali, la pesca con l’improvviso arrivo di
squali passano indenni, con la speranza
che il film regali qualcosa di nuovo che non
arriva mai. Il finale, poi, non lascia per nulla
U
il segno. Tutti i salmi finiscono in gloria, tutte le coppie si abbracciano felici e sorridenti, anche se un attimo prima si sarebbero
scagliati coltelli a vicenda. Se la repentina
riappacificazione fra Dave e Ronnie è più
giustificabile, per via della piccola crisi nata
sull’isola, il ricongiungimento di Joey e Lucy
ed ancor più Shane con Jennifer risulta
poco credibile; troppo grandi i loro problemi per essere risolti con uno schiocco di
dita, o in questo caso, con un cambio di
scena. Ciò a dimostrazione di quanto in realtà la sceneggiatura e il carattere dei personaggi non siano stati ben scritti. La visione del matrimonio, della vita di coppia, i litigi e i ricongiungimenti vengono qui banalizzati e semplificati; magari bastasse una
vacanza in Polinesia per salvare un matrimonio. Anche se L’isola delle coppie rientra
nelle commedie, ciò non giustifica una tale
approssimazione. I dialoghi, forse anche a
causa della traduzione italiana, lasciano in
certi momenti basiti e il presunto moralismo
sbandierato nel finale è realmente fastidioso. Manca, poi, la giusta dose di sarcasmo
e ironia; veramente poche le risate strappate per un film che prometteva ben altro
divertimento. I meravigliosi paesaggi e l’ironia di Jean Reno non possono reggere da
soli l’intero film.
Che noia.
Elena Mandolini
A SERIOUS MAN
(A Serious Man)
Stati Uniti/Gran Bretagna/Francia, 2009
Coordinatori effetti visivi: Katie Godwin, Kyle Ware (Luma
Pictures)
Supervisore costumi:Virginia Burton
Suono: Chris C. Benson, Skip Lievsay
Interpreti: Michael Stuhlbarg (Larry Gopnik), Richard Kind (Zio
Arthur), Fred Melamed (Sy Ableman), Sari Lennick (Judith
Gopnik), Aaron Wolff (Danny Gopnik), Jessica McManus (Sarah Gopnik), Peter Breitmayer (Mr. Brandt), Brent Braunschweig (Mitch Brandt), David Kang (Clive Park), Benjy Portnoe (Buddy), Jack Swiler (ragazzo sull’autobus), Andrew S.
Lentz (Ragazzo sull’autobus), Jon Kaminski Jr. (Mike Fagle),
Ari Hoptman (Arlen Finkle), Alan Mandell (Rabbino Marshak),
Amy Landecker (Mrs. Samsky), George Wyner (rabbino Nachtner), Michael Tezla (Dr. Sussman), Katherine Borowitz
(amica al picnic), Steve Park (padre di Clive), Allen Lewis
Rickman (marito Shtetl), Yelena Shmulenson (moglie Shtetl),
Fyvush Finkel (Dybbuk), Ronald Schultz (insegnante Hebrew),
Raye Birk (Dr. Shapiro), Jane Hammill (Segretaria di Larry),
Claudia Wilkens (segretaria di Marshak), Simon Helberg (rabbino Scott), Adam Arkin (avvocato divorzista), Jim Cada (poliziotto)
Durata: 105’
Metri: 2900
Regia: Joel ed Ethan Coen
Produzione: Ethan Coen, Joel Coen per Mike Zoss Productions/Relativity Media/Studio Canal/Working Title Films
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 4-12-2009; Milano 4-12-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Direttore della fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Ethan Coen (as Roderick Jaynes), Joel Coen (as
Roderick Jaynes)
Musiche: Carter Burwell
Scenografia: Jess Gonchor
Costumi: Mary Zophres
Produttori esecutivi: Tim Bevan, Eric Fellner, Robert Graf
Direttore di produzione: Robert Graf
Casting: Ellen Chenoweth, Rachel Tenner
Aiuti regista: Bac DeLorme, Betsy Magruder
Operatore: Roger Deakins
Art director: Deborah Jensen
Arredatore: Nancy Haigh
Trucco: Jean Ann Black, Maureen Landa, Brenda Torre
Acconciature: Fríða Aradóttir
Coordinatore effetti speciali: Larz Anderson
Supervisore effetti visivi: Vincent Cirelli (Luma Pictures),
53
Film
rologo: nel XIX secolo, in uno
Shtetl (paesino in yiddish) dell’est
europeo, un uomo senza nome
arriva a casa durante una tempesta di neve
e racconta a sua moglie di avere incontrato e invitato a cena un conoscente, Reb
Groshkover. La moglie gli dice che Reb è
morto da un pezzo, dunque deve aver visto
un dybbuk (espressione del folklore yiddish
per definire un non morto). Reb si presenta a cena e ride di queste illazioni, ma la
moglie, per confermare le proprie parole
al marito, lo accoltella. Sanguinante, il
dybbuk si alza e se ne va di casa lasciando
il mistero irrisolto…
Nel 1967 a St. Louis Park, Minneapolis, vive il tranquillo e ordinario Larry
Gopnik. Larry è un professore di fisica in
attesa di una cattedra all’Università del
Midwest. Lo vediamo uscire tranquillo da
una visita medica, ma sta attraversando un
periodo esistenzialmente difficile: la moglie Judith vuole un divorzio rituale per
potersi risposare nella fede con l’amico di
famiglia Sy Ableman (che non manca mai
di sottolineare la propria stima per Larry
quando lo vede) e lo manda a vivere in un
motel assieme al fratello disoccupato Arthur che ormai vive stabilmente sul suo
divano; il figlio Danny fuma gli spinelli
mentre è in procinto di festeggiare il suo
Bar mitzvah e deve 20 dollari al compagno di classe spacciatore che lo perseguita, ma non può ridarglieli perché i soldi
sono nel fodero della radio a transistor
che gli è stata confiscata a scuola; la figlia Sarah invece gli ruba i soldi dal
portafoglio per farsi un intervento di rinoplastica.
A complicargli ancor di più l’esistenza, ci si mette un allievo coreano, Clive,
P
Tutti i film della stagione
che prima tenta di corromperlo e poi minaccia di denunciarlo per diffamazione, a
giudicare dalle lettere giunte al responsabile che deve valutare per la sua cattedra.
Inoltre, la sua affascinante vicina di casa,
lo turba prendendo continuamente il sole
nuda.
Per trovare una stabilità esistenziale
ed emotiva, Larry chiede consiglio a tre
rabbini diversi, tentando di risolvere i suoi
problemi e di diventare un mensch, un
uomo serio. Il primo è un rabbino molto
giovane, che annaspa nei luoghi comuni
sul mantenere prospettive sempre nuove
per vedere Dio. Il secondo gli racconta la
storia di un dentista ebreo che venne a chiedergli un consiglio dopo aver letto la scritta
“aiutami” in ebraico incisa sul retro dei
denti di un ignaro paziente mentre stava
facendogli un calco. La sua ricerca di un
senso alla cosa si tramutò presto in un’ossessione. Quando Larry gli chiede il significato della storia, il rabbino risponde:
“Che importa?”
Il terzo rabbino, Marshak, è molto anziano e da tempo si è ritirato dall’attività
pastorale. Riceve per appuntamento e si
fa vivo solo alle cerimonie dei bar mitzvah.
Dopo numerosi tentativi, Larry viene finalmente ricevuto dalla segretaria, che lo invita a raggiungere il rabbino al termine di
un lungo, buio corridoio.
Sy Ableman muore in seguito a un incidente stadale. Il giorno del Mitzvah,
Danny è fatto di marijuana e termina a
fatica al cerimonia sotto gli occhi della
comunità e dei suoi genitori. Judith si dice
pentita dei recenti conflitti con lui, sottolinea come Sy lo abbia sempre stimato e
abbia addirittura scritto lettere di stima
alla commissione universitaria per inter-
54
cedere all’assegnazione della cattedra.
Dopo la cerimonia, Danny è ricevuto
dal rabbino Marshak, che, citando una
strofa da Somebody To Love dei Jefferson
Airplane, rende al ragazzo la radio a transistor che gli era stata confiscata a scuola. Dentro la fodera ci sono ancora i 20
dollari che deve al compagno spacciatore.
Più tardi, il responsabile della commissione comunica a Larry che la sua cattedra è ormai garantita. Dopo aver ricevuto
il conto, salato, dall’avvocato che ne ha
seguito le peripezie, Larry esita poi decide
di intascare la bustarella offertagli da Clive, ancora lì sulla scrivania. Prende il registro e alza il voto al ragazzo.
Tutto sembra essersi ricomposto. In
quel mentre, suona il telefono: è il dottore
presso il quale Larry si è sottoposto ai raggi X. I risultati sono pronti e il dottore sembra avere una certa urgenza nel chiedergli
di vederlo prima possibile.
Nello stesso tempo, un tornado si avvicina alla scuola di Danny. L’insegnante
cerca di sbloccare l’ingresso del rifugio,
Danny e il compagno spacciatore guardano la nuvola a forma di imbuto che si avvicina mentre il ragazzo medita se rendergli
o no i 20 dollari che gli deve.
e la illogica follia di Non è un paese per vecchi o Burn after Reading aveva saputo scuotervi da
una tradizionale, “tranquilla” percezione del
mondo intorno a noi, consolatevi: con A
Serious Man i Coen tornano per dirci che
il peggio deve ancora venire. Un assunto
beffardo, lapidario e asciutto come un
motto yiddish, che fa di questo film una
dark comedy tremendamente in linea con
la filmografia dei due autori, eterogenea
nello stile quanto coerente per tematiche
e poetica.
Una carriera, quella dei Coen, che procede senza pause da oltre vent’anni e che
ha saputo sdoganarli alle masse quando
il loro innato gusto per la commedia brillante ha saputo tingersi di mainstream al
momento di collaborare con i divi di turno
(da Clooney a Brad Pitt, passando per
Catherine Zeta-Jones e Tom Hanks). L’effetto, a lungo andare, si è rivelato paradossale: se l’attenzione verso i Coen è
cambiata, è altrettanto vero che i Coen
sono rimasti sempre se stessi. E così, dopo
la pioggia di Oscar per Non è un paese
per vecchi e l’umorismo rassicurante e
sopra le righe delle loro parentesi più brillanti, un certo pubblico (come pure una
certa critica) si è trovato spiazzato davanti
un low-budget movie come A Serious Man,
privo di attori di rilievo, ambientato nella
comunità ebraica di Minneapolis nel 1967
S
Film
(c’è aria di autobiografia...), denso di un
black humour tutt’altro che ammiccante; ha
provato a ridere nel timore di rimanere indietro alla provocazione, per poi vedersi
le risate morire in gola a causa di un finale
crudele, aperto e senza appigli di sorta.
Se, da un lato, i Coen sembrano volersi
riappropriare dello spirito “indipendente” ed
elitario delle loro origini, è anche vero che
mai come in questa occasione mettono a
nudo davanti allo spettatore la loro visione
del mondo, con una sincerità inedita nelle
precedenti commedie, dove la forma prevaleva sulla sostanza e con il riconosciuto
Tutti i film della stagione
debito al mondo ebraico cui appartengono, palese corresponsabile della loro forma mentis. Come e più che altrove, la vita
in A Serious Man è un’enigma a cui è impossibile, perlomeno a livello terreno, dare
una risposta; insolubile come il mistero del
dybbuk che il prologo propone senza darvi spiegazione alcuna.
Non c’è risposta ai perché di Larry, né
da parte dei rabbini né dall’alto: la frattura
nella sua vita sembra ricomporsi, per poi
deflagrare nuovamente in qualcosa di peggio. Essere un mensch, una brava persona, retta ed equilibrata, comporta dunque
una subumana accettazione delle cose al
limite del tollerabile; il paradosso dei Coen
è tutto qui, nel prendere coscienza, in una
certa fase della vita, di quanto intollerabile
sia la vita stessa. Il rabbino Marshak, quando rende a Danny la radiolina con tanto di
citazione di Somebody to Love dei Jefferson Airplane, in fondo, non fa che invitarlo
a vivere più che può senza pensare a quelle difficoltà ineluttabili che, inevitabilmente, arriveranno anche per lui. Come il turbine di un uragano all’orizzonte.
Gianluigi Ceccarelli
JULIE & JULIA
Stati Uniti, 2009
Trucco: J. Roy Helland, Sherri Berman Laurence, Kyra Panchenko, Florence Roumieu, James Sarzotti, Amy Spiegel, Jean
Luc Villeneuve
Acconciature: Jerry DeCarlo, J. Roy Helland, Catherine Jabes, Anita Roganovic, Peggy Schierholz
Supervisore effetti speciali: Fred Buchholz,
Supervisori effetti visivi: Glenn Allen, Eric J. Robertson
(Brainstorm Digital)
Supervisore costumi: Kevin Draves
Interpreti: Meryl Steep (Julia Child), Amy Adams (Julie Powell),
Stanley Tucci (Paul Child), Chris Messina (Eric Powell), Linda
Emond (Simone Beck), Helen Carey (Louisette Bertholle),
Mary Lynn Rajskub (Sarah), Jane Lynch (Dorothy McWilliams),
Joan Juliet Buck (Madame Brassart), Crystal Noelle (Ernestine), George Bartenieff (cuoco Max Bugnard), Vanessa Ferlito
(Cassie), Casey Wilson (Regina), Jilliam Bach (Annabelle),
Andrew Garman (John O’Brien), Michael Brian Dunn (Ivan
Cousins), Remak Ramsay (John McWilliams), Diane Kagan
(Phila McWilliams), Pamela Stewart (insegnante al “Le Cordon Bleu”), Jeff Brooks (prete), Frances Sternhagen (Irma
Rombauer), Brooks Ashmanskas (Mr. Misher), Eric Sheffer
Stevens (Tim), Brian Avers (Garth), Kacie Sheik (Annette),
Megan Byrne (donna alla festa), Deborah Rush (Avis De Voto),
Helen Coxe (Dorothy De Santillana), Amanda Hesser (se stessa), Maryann Urbano (ospite a pranzo)
Durata: 123’
Metri: 3400
Regia: Nora Ephron
Produzione: Nora Ephron, Laurence Mark, Amy Robinson, Eric
Steel per Columbia Pictures/Easy There Tiger Productions/
Scott Rudin Productions
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Prima: (Roma 23-10-2009; Milano 23-10-2009)
Soggetto: dai romanzi Julie & Julia di Julie Powell e My life in
France di Julia Child e Alex Prod’homme
Sceneggiatura: Nora Ephron
Direttore della fotografia: Stephen Goldblatt
Montaggio: Richard Marks
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Mark Ricker
Costumi: Ann Roth
Produttori esecutivi: Donald J. Lee Jr., Scott Rudin, Dana
Stevens
Produttore associato: J.J. Sacha
Co-produttore: Dianne Dreyer
Line producer:John Bernard
Direttori di produzione: Gilles Castera, Donald J. Lee Jr.
Casting: Kathy Driscoll, Francine Maisler
Aiuti regista: Jeffrey T. Bernstein, Ali Cherkaoui, Estelle Gérard,
Nancy Herrmann, Ariane Lacan, Guilhem Malgoire
Operatore: Bruce MacCallum
Operatore Steadicam: Jeff Muhlstock
Art director: Ben Barraud
Arredatore: Susan Bode
arigi 1949. La statunitense Julia
Child arriva nella capitale francese insieme al marito Paul, impiegato presso l’ambasciata statunitense. La donna è entusiasta del clima della
città e del bellissimo appartamento dove
vivrà.
New York 2002. Julie Powell e il marito Eric si trasferiscono nel loro nuovo
appartamento nel quartiere di Queens.
La giovane non è soddisfatta della nuova casa e neanche del suo lavoro come
impiegata al call center dell’Ufficio Risarcimenti per le vittime dell’11 settem-
P
bre. Il suo sogno è quello di scrivere. Alla
sera, riesce a trovare un’evasione nella
sua cucina cimentandosi con le ricette
del libro “Imparare l’arte della cucina
francese”, scritto dal suo ‘mito’ Julia
Child, la cui prima edizione risale al
1961. La sua passione per la cucina la
tiene in vita quanto quella per la scrittura tanto che, su suggerimento delle amiche e del marito, decide di scrivere un
blog-sfida: cucinare tutte le 524 ricette
del libro in 365 giorni. Il titolo del blog
è “Progetto Julie/Julia” sottotitolo: “In
campo Julie Powell e la sua folle impre-
55
sa”. A Parigi, Julia decide di seguire la
sua passione per la cucina iscrivendosi
alla prestigiosa scuola “Cordon Bleu”.
Dopo qualche difficoltà iniziale, Julia
riesce presto a eccellere contagiando nel
suo entusiasmo anche il marito. Intanto
a New York anche la passione di Julie
cresce, come il suo blog che ottiene un
numero sempre maggiore di lettori. Sempre Parigi, Julia conosce Simone Beck e
Louisette Bertholle che le propongono di
tenere un corso di cucina francese per
americani nella loro scuola di cucina. A
New York, Julie riceve una telefonata a
Film
sorpresa: Judith Jones, la curatrice del
libro di Julia Child vuole venire a cena
da lei. A Parigi Julia riceve l’incarico
di scrivere una parte del libro di ricette
che Simone e Louisette stanno preparando. Ma il marito, mal visto dal nuovo clima politico instaurato dal senatore McCarthy, rischia di essere trasferito. Julia finisce un capitolo del libro che piace a una casa editrice di Boston. A New
York, Julie è in crisi: non va al lavoro
per dedicarsi alla cena per l’ospite d’eccezione che, però, all’ultimo momento dà
forfait. La sera stessa, litiga con il marito che, esausto dai suoi sbalzi di umore,
se ne va di casa. Intanto Julia e Paul
devono lasciare Parigi. Paul viene convocato a Washington dove è interrogato
da una commissione. Anche Julia incontra delle difficoltà: alla casa editrice il
suo libro viene giudicato troppo lungo.
Ma la donna non si abbatte e pensa di
ricominciare daccapo. Intanto, a New
York, Amanda Hesser, giornalista del
“New York Times” va a cena da Julie. Il
giorno dopo pubblica un articolo su di
lei. In poche ore Julie riceve una montagna di proposte di case editrici interessate a pubblicare un suo libro, ma riceve anche la notizia che la vera Julia Child ce l’ha con lei. Intanto, in Massachusetts, dove si è trasferita con Paul, Julia
viene contattata da un nuovo editore interessato alla sua opera. A New York, per
Julie è l’ultimo giorno della sfida: deve
affrontare la ricetta più difficile, disossare e cucinare un’anatra. La cena è un
trionfo. Il suo progetto si conclude con
successo e la giovane raccoglie le sue
ultime confessioni sul suo blog. Poi si
reca con il marito a visitare la casa-museo di Julia Child: entrando nella sua
famosa cucina, capisce quanto debba a
quella donna.
Julia Child è morta nel 2004. Julie
Powell è diventata una scrittrice famosa.
ei gradi di separazione? Forse
anche molto meno. Cosa avvicina due donne così apparentemente distanti ma dal nome quasi uguale se non fosse per una vocale finale?
Una donna degli anni Cinquanta, sposa
innamorata di un uomo che segue per
motivi di lavoro a Parigi e una trentenne
di oggi che vive nella New York del post
11 settembre 2001, impiegata infelice e
frustrata sposata a un docile giovanotto.
New York contro Parigi. Julie contro Julia. Cucina contro cucina. La cucina di
Julia a Parigi è calda, grande, luminosa,
accogliente, piena di pentole, mestoli e
S
Tutti i film della stagione
ogni sorta suppellettili. La cucina di Julie a New York è piccola e disordinata.
Ma per entrambe le donne la cucina è
un’arma, uno strumento di libertà. Le cucine divengono in entrambi i casi coté
intimi, affettuosi, caldi, dove sfogare le
proprie frustrazioni. Si, proprio la cucina
che per decenni è stata il simbolo della
‘prigionia’ della donna ‘angelo del focolare’. Ma per Julia e Julie no, loro è proprio in cucina che ritrovano libertà e gioia di vivere. E si liberano: una da un ruolo di moglie fedele e perfetta degli anni
Quaranta e Cinquanta, l’altra da una vita
mediocre e da un lavoro poco soddisfacente (“incastrata” in un cubicolo dove
passa otto ore con l’auricolare ad ascoltare gli sfoghi dei parenti delle vittime
dell’11 settembre). Non è un caso che
entrambe si trovino a vivere in anni successivi a due traumatici eventi ‘bellici’:
l’epoca successiva al secondo conflitto
mondiale e gli anni seguenti all’attacco
alle Twin Towers.
È ovvio che qui la cucina diviene anche facile metafora. Per la giovane
newyorchese Julie, la sfida non a caso
dura un anno e le difficoltà di preparare
un aspic o di disossare un’anatra rappresentano i gradi di difficoltà che dobbiamo
affrontare nella vita. Ed ecco che ricetta
dopo ricetta, Julie riesce a salvare se stessa e la sua vita.
La regista sceglie di non far incontrare
mai le due donne sullo schermo. E meno
male per le due attrici, soprattutto per Amy
Adams che, per quanto graziosa, non può
che uscire sconfitta dal confronto col carisma della Streep anche quando si tratta
di fare la ‘guerra della padelle’ (le due hanno già recitato insieme in Il dubbio nel
2008). Le due vite si toccano solo astrattamente e il distacco temporale che separa le due vicende non può portare a nessun contatto concreto, neanche nel finale,
dove per un attimo lo spettatore si aspetta
di assistere all’incontro tra Julie e la novantenne Julia.
Partendo da due romanzi, quello di
Julie Powell che dà il titolo al film e quello
di Julia Child “My Life in France”, più che
girare l’ennesima commedia gastronomica (ce ne sono state fin troppe da far indigestione), Nora Ephron gioca con la moda
delle “esperienze gourmand” raccontandoci di colei che per prima inaugurò un
nuovo modo di stare in cucina. Non è una
novità il vero boom editoriale di libri di ricette (ne siamo pieni ovunque, dalle librerie alle edicole), di programmi TV che
insegnano a cucinare di tutto condotti da
cuochi divenuti star, di corsi di cucina ‘in56
novativa’ (come l’ultimissima “wellness
cooking” cioè l’alta cucina leggera, piatti
perfettamente bilanciati ma raffinati e d’effetto o l’ardita “cucina molecolare”). Per
non parlare della moda dei locali che superano il tradizionale concetto di ristorante (come i nuovi “multistore con cucina”
dove può acquistare di tutto mentre si
mangia). E che dire dei famosi programmi della TV americana come “Iron Chefs”, che mette in gara la competitività più
feroce tra i fornelli o “Everyday Food”
condotto dalla nuova regina del ‘lifestyle’ USA Martha Stewart (una delle tante
nipotine della Child)? Ecco fatto. Tra le
mani esperte della Ephron (regista di
commedie di grandissimo successo),
portare tra i fornelli la commedia sofisticata impreziosita da star (e qui abbiamo nientemeno che la più grande) è
davvero un gioco da ragazza. Salvo inciampare quando si commette l’errore di
procedere per addizione invece che per
sottrazione. Meno male che c’è lei, la sublime Meryl, capace di rendere alla perfezione quel ‘donnone’ di Julia Child, la
prima vera star della cucina in TV tra gli
anni cinquanta e sessanta.
Come il confronto tra le due donne in
gara culinaria pende decisamente da un
lato, così il paragone tra i due mariti è senza storia. E per il versatile Stanley Tucci,
vera presenza forte sullo schermo (come
non ricordarlo alle prese con fornelli e pirofile nei panni di un cuoco italiano al suo
esordio nei doppi panni di regista e attore
nella deliziosa commedia gastronomica
Big Night nel 1996?), vincere il confronto
con lo scialbo Chris Messina è davvero un
gol a porta vuota.
Dopo grandi successi come Insonnia
d’amore e C’è posta per te, la Ephron qui
rischia davvero di fornire un rimedio infallibile per sconfiggere la storica insonnia con un potente colpo di padella in testa allo spettatore. Tra giochi temporali paralleli e equilibrismi in cucina, tra frittate,
montagne di cipolle sminuzzate a tempo
di record, delicatissimi aspic spappolati
in terra, aragoste uccise nell’acqua bollente, anatre capolavoro, si rischia l’indigestione e si esce esausti. La ricetta finale manca di leggerezza e diventa davvero pesante da digerire (sarà forse colpa del burro usato in dosi industriali dalla
divina Julia maestra di cucina francese
per il popolo americano?). Tutto è troppo,
solo lei, Meryl non è mai troppo. E allora,
solo per lei, giù il cappello, per l’ennesima volta.
Elena Bartoni
Film
Tutti i film della stagione
RACCONTI DELL’ETÀ DELL’ORO
(Amintiri din epoca de aur)
Romania/Francia, 2009
Regia: Ioana Uricaru, Hanno Höfer, Razvan Marculescu,
Constantin Popescu, Cristian Mungiu
Produzione: Cristian Mungiu, Oleg Mutu per Mobra Films/Why
Not Productions
Distribuzione: Archibald Enterprise Film
Prima: (Roma 18-9-2009; Milano 18-9-2009)
Soggetto e sceneggiatura: Cristian Mungiu
Direttori della fotografia: Liviu Marghidan, Oleg Mutu,
Alexandru Sterian
Montaggio: Dana Bunescu, Theodora Penciu, Ioana Uricaru
Musiche: Hanno Höfer, Laco Jimi
Scenografia: Cezara Armasu, Dana Istrate, Simona Paduretu, Mihaela Poenaru
Costumi: Brandusa Ioan, Ana Ioneci, Dana Istrate, Luminita
Mihai
Direttori di produzione: Adrian Moroca, Catalin Neagu,
Adrian Smarandache
Q
uattro storie di vita ordinaria in
Romania sotto il regime di Ceausescu.
LA LEGGENDA DELLA VISITA
UFFICIALE. Nel piccolo villaggio di
Vizuresti, il sindaco e il suo assistente si
preparano per una visita ufficiale del partito. Si sistemano le strade e gli alberi, si
cercano colombe bianche. Il quartier generale manda di continuo aggiornamenti.
Il giorno prima della visita, si svolgerà una
prova generale in tutti i villaggi dove passerà il corteo. Dal momento che Vizutesti
è l’ultima cittadina sul percorso, si pensa
che gli ispettori del partito restino a cena.
I funzionari controllano tutto, ordinando
la rimozione della giostra all’entrata del
villaggio. Poi si fermano a cena e l’alcool
scorre a fiumi. La cena viene interrotta da
una telefonata dal quartier generale: il
partito annulla la visita ufficiale. Rilassati, i funzionari decidono di festeggiare con
un giro sulla giostra. Ma alcuni di loro
hanno bevuto troppo e si sentono male, non
c’è nessuno che fermi la giostra perché
sono saliti tutti e si dovrà aspettare che finisca il carburante. La giostra gira fino
all’alba. Un pastore di passaggio nota
come mentre c’è chi lavora, le autorità si
divertono.
LA LEGGENDA DEL CAMMIONISTA DI POLLAME. Per anni Grigore
ha trasportato camion pieni di polli dal
nord della Romania fino a sud, al porto
di Costanza. Il severo regolamento gli
impedisce di aprire il camion, che deve
restare sigillato, e di fare pause. Deve
Aiuti regista: Andra Chiriac, Monica Lazureanu, Ciprian Panaite, Mariuca Petre, Anatol Reghintovschi
Operatore: Mircea Valentin
Trucco: Beti Facaianu, Cristina Ilie, Ruxandra Popa
Acconciature: Lidia Ivanov, Cristina Temelie
Interpreti: Ep. La leggenda della visita ufficiale. Alexandru Potocean (il segretario), Teo Corban (il sindaco), Emanuel Pirvu (l’ispettore di partito). Ep. La leggenda del fotografo di partito. Avram Birau (il fotografo), Paul Dunca (l’assistente del fotografo ), Viorel Comanici ( segretario del
partito). Ep. La leggenda del poliziotto ingordo. Ion Sapdaru
(Alexa, poliziotto), Virginia Mirea ( moglie del poliziotto),
Gabriel Spahiu (vicino del poliziotto). Ep. La leggenda del
camionista di pollame. Vlad Ivanov (Grigore ), Tania Popa
(Camelia ), Liliana Mocanu (Marusia)
Durata: 100’
Metri: 2750
arrivare sempre a destinazione prima che
faccia notte. Un giorno, si ferma a pranzo in una locanda gestita dall’affascinante Camelia. Tornato al parcheggio, l’uomo trova il camion senza due ruote. Costretto a passare la notte nella locanda,
il mattino Grigore apre per la prima volta il camion: i polli hanno fatto l’uovo.
L’uomo porta migliaia di uova a Camelia che pensa di venderle. Grigore riparte, deve raggiungere il porto entro
le 12.00. Il giorno dopo Camelia lo informa che le uova sono andate a ruba.
L’uomo resta di nuovo a dormire. Il mattino dopo, Grigore e Camelia raccolgono le uova, la donna le vende in breve
tempo. Poco dopo, Grigore finisce in
prigione.
LA LEGGENDA DEL FOTOGRAFO DI PARTITO. Il quotidiano del partito, “Scinteia”, era la pubblicazione più
censurata della Romania. Tutte le foto e
gli articoli dovevano seguire le severe direttive del partito prima di essere pubblicati. La visita del presidente Giscard
d’Estaing per incontrare Ceausescu è un
evento importantissimo. Il fotografo Emile
e suo nipote sviluppano le foto dell’evento: il giornale deve arrivare nelle edicole
all’alba in modo che gli operai possano
leggerlo. Un impiegato dell’ufficio censura scopre che in ogni scatto il presidente
francese indossa il cappello mentre Ceausescu tiene il suo in mano. Un funzionario osserva che la classe operaia potrebbe interpretarlo come un gesto di deferenza del partito comunista nei confronti
57
del capitalismo: ciò è inaccettabile. Si
decide che la soluzione più rapida è quella
di mette un cappello anche in testa a Ceausescu. I due fotografi si mettono al lavoro, ma per la fretta viene mandata in
stampa una foto senza le modifiche ultimate. Sul giornale esce una foto in cui il
presidente ha un cappello in testa e uno
in mano. Vene interrotta la stampa ma le
prime copie sono già in circolazione.
Mentre Emile si sente male, un operaio
apre il giornale e scoppia in una sonora
risata.
LA LEGGENDA DEL POLIZIOTTO
INGORDO. È quasi Natale, Danut è figlio di un poliziotto, vive nel piccolo appartamento di un palazzo, in una piccola
città. La tradizione vuole che si mangi
maiale a Natale, ma i negozi sono vuoti.
Quando un parente di campagna decide di
portare del maiale per i festeggiamenti,
sono tutti molto felici. L’unico problema è
che porta l’animale vivo, per dimostrare
che la carne è fresca. Come si macella un
maiale durante la notte senza fare rumore
e quindi farsi notare dai propri vicini affamati, per non parlare della polizia? Danut
trova una soluzione brillante: avvelenare
l’animale con il gas dei fornelli della cucina. Dopo una serie di maldestri tentativi,
riescono a uccidere l’animale. Ma la fiamma ossidrica accesa per bruciare i peli,
provoca una violenta esplosione. La leggenda racconta che, malgrado l’esplosione, la famiglia ha recuperato ciò che restava del maiale e lo ha utilizzato per Natale.
Film
“L
a storia è piena di leader che
manipolano i timori della gente per distrarla, ingannarla e
indebolirne la libertà di scelta”. La frase è
di Rick Stevens, famoso scrittore e conduttore TV americano e certamente la Romania di Ceausescu ne è l’esempio più
lampante nella recente storia dell’est Europa. Una sola efficace immagine, nell’episodio del fotografo ufficiale, vale per tutte:
gli ottusi e occhialuti burocrati al servizio
del partito che sudano freddo e corrono
con veloci e terrorizzati passetti per i corridoi di quei severi edifici, che incombono
con la loro oscura mole ancora oggi come
la pesante eredità architettonica nelle capitali dell’est Europa.
Le quattro leggende che compongono il film, bizzarre, ridicole, a tratti commoventi, sono la prova di come si possa
consegnare ai posteri una lettura ironica
ma non per questo meno efficace, di una
realtà, quella della Romania degli anni
Ottanta, gli ultimi della dittatura di Ceausescu, che certo da ridere non era. Un
paese in ginocchio, ridotto alla miseria,
distrutto dalla fame e dalla mancanza di
libertà.
La struttura divisa in racconti alla maniera della commedia italiana degli anni
del boom, quella firmata da maestri come
Dino Risi e Mario Monicelli, mette insieme quattro registi coordinati da Christian
Tutti i film della stagione
Mungiu (il vincitore della Palma d’oro a
Cannes con Quattro mesi, tre settimane,
due giorni, qui anche produttore e sceneggiatore, all’opera con un esercizio
molto più leggero): Ioana Uricaru, Hanno
Höfer, Razvan Marculescu, Constantin
Popescu.
Il debito particolare allo stile felliniano
si respira in particolare nel primo episodio, quello della visita ufficiale, con quella
enorme giostra posta all’ingresso del paese ‘addobbato’ per la visita del leader, simbolo lirico, sognante, surreale, allegro e
triste allo stesso tempo. Spruzzate di neorealismo qua e là condiscono il piatto, un
neorealismo di cui è debitrice soprattutto
l’immagine che funge da raccordo a tutti
gli episodi: le scale semibuie di un condominio riprese da un’angolatura che suggerisce una prospettiva ‘a vertigine’ su una
realtà ormai lontana ma, di cui oggi non si
finiscono di contare i danni.
L’opera ha diversi meriti, innanzitutto
quello di restituirci, con efficaci tocchi surreali, la capacità del cinema di raccontare
storie senza l’ausilio di tecnologie digitali
(che oggi sembra essere diventato un vizio troppo diffuso) e con l’arma dell’ironia
che ha il merito di frapporre un giusto filtro
per osservare una realtà forse troppo brutta per essere vera. Un esempio per tutti: i
salti mortali di due poveri diavoli di fotografi per ritoccare una foto di Ceausescu
e per mettergli in testa un cappello. Eh già,
tenere un cappello in mano di fronte al presidente francese che aveva indosso il suo,
poteva essere interpretato come un gesto
di deferenza, scoprirsi il capo di fronte al
capitalismo!
E così accade che si debba nascondere un maiale vivo nella propria cucina, tentare di ammazzarlo col gas dei
fornelli e bruciarne i peli con la fiamma
ossidrica, che sia vietato aprire il camion
pieno di polli che si trasportano tutti i giorni per anni perché contenente galline
“dalle uova d’oro” (d’oro come l’epoca
che si faceva credere che si stesse vivendo), che si debbano dipingere di bianco i piccioni per farli sembrare colombe
in vista della visita ufficiale del presidente
in un villaggio, che si debbano ritoccare
le foto di un leader che doveva apparire
più alto, più autoritario, quasi più bello,
di altri capi di stato. Ma davvero bastava
un cappello per mascherare (e coprire)
la realtà o un colpo di vernice bianca per
trasformare volgari piccioni in candide
colombe?
E cosa poteva restare se non salire su
una giostra ubriachi e girare, girare, girare, per ore, per sognare fino a stordirsi e
vedere così i contorni della realtà sempre
più sfumati? E perché scendere?
Elena Bartoni
VALUTAZIONI PASTORALI
Abbracci spezzati (Gli) – complesso /
problematico
Alibi perfetto (Un) – consigliabile / semplice
Astroboy – consigliabile / semplice
Barbarossa – consigliabile / velleitario
Bastardi senza gloria – complesso / violento
Biancaneve e gli 007 Nani – consigliabile / semplice
Brothers – consigliabile-problematico /
dibattiti
Cado dalle nubi – consigliabile / brillante
Capitalism: A Love Story – consigliabile-problematico / dibattiti
Chrstimas Carol (A) – consigliabile /
poetico
500 giorni insieme – consigliabile / semplice
District 9 – consigliabile / velleitario
Dorian Gray – complesso / scabrosità
2012 – consigliabile / semplice
Dura verità (La) – futile / volgarità
Eva e Adamo – complesso-problematico / dibattiti
Fà la cosa sbagliata – The Wackness
– complesso / scabrosità
Funny People – futile / volgarità
Hachiko – Il mio migliore amico – raccomandabile / poetico
Io, loro e Lara – consigliabile / brillante
Isola delle coppie (L’) – futile / grossolanità
Jennifer’s Body – sconsigliato-non utilizzabile / scabrosità
Julie & Julia – consigliabile / brillante
Land of the Lost – futile / grossolanità
Mar Nero – consigliabile-problematico /
dibattiti
Moon – consigliabile / problematico
Natale a Beverly Hills – futile / grossolanità
Nemico pubblico – consigliabile / semplice
58
Prima linea (La) – consigliabile-problematico / dibattiti
Principessa e il ranocchio (La) – consigliabile / brillante
Racconti dell’età dell’oro – n.c.
Ragazza che giocava con il fuoco (La)
– complesso / scabrosità
Ricatto d’amore – n.c.
S.Darko – complesso / problematico
Segreti di famiglia – consigliabile-problematico / dibattiti
Senza amore – n.c.
Serious Man (A) – consigliabile / problematico
Sherlock Holmes – consigliabile / brillante
Smile – consigliabile / semplice
Soul Kitchen – consigliabile / brillante
Uomo che fissa le capre (L’) – consigliabile / brillante
Viaggio di Jeanne (Il) – n.c.
Film
Tutti i film della stagione
TUTTO FESTIVAL
SPECIALE CANNES 2009
62° FESTIVAL DI CANNES. L’ANNO DEL LUNGO LUNGOMETRAGGIO
A cura di Giancarlo Zappoli. Con la collaborazione di Flavio
Vergerio e Veronica Maffizzoli
Ci sono annate della manifestazione che si
svolge sulla Croisette che si distinguono per
le tematiche che, in qualche misura, tracciano un fil rouge tra le varie opere. Anche
quest’anno è accaduto (come si potrà constatare leggendo le recensioni dei film), ma
ciò che ha maggiormente caratterizzato il
Festival si è legato all’elemento durata.
Molte delle opere hanno abbondantemente
superato le due ore, creando qualche problema nella programmazione e, in qualche
occasione, il desiderio negli spettatori di
istituire il Premio Forbice d’Oro da assegnare a opere meritevoli ma bisognose di
più di un taglio in montaggio. Per quanto
riguarda poi il verdetto della giuria, lo si
può ritenere in gran parte equilibrato, se si
escludono i premi assegnati a Thirst, Fish
Tank e (questo è forse l’errore più eclatante, perché consolida l’idea che più si sviluppa una sorta di estetica del rivoltante più
si ha la speranza di essere consacrati a Cannes) Kinatay di Brillante Mendoza. Tutto
ciò conservando quella che sembra essere
una caratteristica della Croisette: invitare
in Concorso registi già premiati in passato
e poi non tenerne, conto anche se, come
Ken Loach quest’anno, hanno realizzato
l’opera forse migliore della loro intera filmografia.
Passiamo ora a prendere in considerazione i
film a partire dai premi assegnati.
Palma d’Oro
DAS WEIßE BAND
Regia: Michael Haneke. Con Susanne Lothar,
Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt. Drammatico, b/n
durata 144 min. – Austria, Francia, Germania 2009. – Distribuzione: Lucky Red
1913-1914. In un villaggio del nord della
Germania, in cui domina il protestantesimo,
la vita scorre come sempre, ritmata dall’alternarsi delle stagioni. Un giorno, però, un
evento inatteso scuote la quiete degli abitanti. Un cavo, tanto invisibile quanto solido, teso sul percorso che il medico locale
compie abitualmente a cavallo lo fa cadere
provocandogli una frattura a una spalla.
Quanto quell’evento si rivelò scatenante ci
viene narrato dalla voce di un anziano che,
all’epoca, aveva il ruolo di istitutore; era
giovane e proveniva da un villaggio poco
distante. Ciò che da quel momento prende
ad accadere si svolge sotto lo sguardo perturbante e attento dei bambini, ognuno dei
quali ha una dimensione familiare non sempre facile da sopportare in un clima sociale
teso e opprimente. Haneke continua nel proprio percorso di analisi delle relazioni tra
gli esseri umani, non dimenticando di definirlo nello speciale contesto di un microcosmo che diviene laboratorio di una minacciosa società futura.
Grand Prix
UN PROPHETE
Un film di Jacques Audiard. Con Tahar
Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda
Kateb, Hichem Yacoubi.
Drammatico, durata 150 min. – Francia, Italia 2009.
Si tratta di un film in cui il genere carcerario
viene riletto con originalità. Audiard si inserisce nei canoni del genere ma li scardina a
partire dal casting. Ripropone qui nel ruolo
del boss corso César Luciano proprio quel
Niels Arestrup a cui aveva affidato il ruolo
del genitore coinvolto in situazioni illegali nel
precedente Tutti i battiti del mio cuore. Il gioco si fa immediatamente scoperto: César si
costituirà come figura paterna per il Malik
59
condannato a sei anni per un reato che non
verrà mai citato nel corso di tutto il film. È
un padre ‘cattivo maestro’, destinato a venire simbolicamente ucciso dal figlio, a cui non
ha risparmiato le più atroci umiliazioni e sevizie ma che ha preparato, a sue spese, ad
affrontare il mondo del crimine organizzato
da leader.
Premio Speciale della Giuria
LES HERBES FOLLES
Un film di Alain Resnais. Con Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric.
Drammatico, durata 96 min. – Francia, Italia
2009.
Il grande Maestro del cinema francese, probabilmente al suo ultimo film, non poteva
restare privo di riconoscimenti. In questo
caso, il premio non va certo al suo film migliore ma sicuramente finisce con il manifestare apprezzamento per l’inesausta libertà creativa dell’autore, capace di rimodellare ogni volta il proprio cinema su tempi narrativi e stile di linguaggio sempre nuovi.
Come accade nella storia di Marguerite, che
esce da un negozio di scarpe e subisce il furto
della borsa. Georges trova il suo portafoglio
per terra, nel parcheggio di un centro commerciale e comincia a fantasticare su di lei,
ancora prima di contattarla, senza conoscerla. Il desiderio di questa donna che fa la dentista e il pilota di aerei leggeri è così forte
che riempie la sua vita di padre di famiglia
e di marito di pensieri e azioni irrazionali.
Marguerite resiste, ma per poco. Resta ogni
tanto il dubbio di stare assistendo al funzionamento di un magnifico orologio, i cui
meccanismi ben oliati sono però volutamente messi a nudo e ci privano di un po’ di
necessaria meraviglia.
Film
Premio al Migliore Attore
CHRISTOPH WALTZ per BASTARDI
SENZA GLORIA di Quentin Tarantino
Primo anno dell’occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello delle SS Hans Landa, dopo
un lungo e mellifluo interrogatorio, decima
l’ultima famiglia ebrea sopravvissuta in una
località di campagna. La giovane Shosanna
riesce però a fuggire. Diventerà proprietaria
di una sala cinematografica in cui confluirà
un doppio tentativo di eliminare tutte le alte
sfere del nazismo, Hitler compreso. Infatti, al
piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza se ne somma uno più complesso. A organizzarlo è un gruppo di ebrei americani guidati dal tenente Aldo Raine, i quali non si fermano dinanzi a niente pur di far pagare ai nazisti le loro colpe. Questa la sinossi in breve
di un film di Tarantino, forse un po’ over size
ma che ha trovato in Waltz una vera scoperta
nei panni del temibilissimo colonnello Landa
dall’astuzia quasi inarrivabile. Quando un regista americano come Tarantino scopre un attore europeo e lo fa conoscere al mondo dimostra una volta di più (se ce ne fosse stato
bisogno) la propria duttilità e il proprio interesse nei confronti del cinema a 360°.
Premio alla Migliore Attrice
CHARLOTTE GAINSBOURG per ANTICHRIST di Lars Von Trier.
Il film più discusso e respinto dell’intero Festival difficilmente avrebbe potuto trovare
uno spazio nel Palmares se non nel premio a
un’attrice che si è letteralmente consegnata
nelle mani del regista più sadico, ma anche
tra i più geniali, che il panorama europeo
odierno ci offre. Charlotte ha del sangue off
limits che le scorre nelle vene e questa volta
ne ha fatto dono a un film certamente squilibrato, ma altrettanto sicuramente capace di
scuotere gli spettatori da qualsiasi possibile
torpore.
Premio della Giuria ex aequo
THIRST
Un film di Chan-wook Park. Con Eriq Ebouaney, Kang-ho Song, Ha-kyun Shin, Dal-su
Oh, Mercedes Cabral.
Titolo originale Bak-Jwi. Thriller, durata 133
min. – Corea del sud 2009
Tutti i film della stagione
Drammatico, durata 123 min. – Gran Bretagna, Paesi Bassi 2009.
Qui nascono i problemi perché Thirst, come
scrive Marianna Cappi “Di orrorifico non
c’è nulla o quasi, di nuovo sui vampiri nemmeno; il film non tratta la paura, ma l’amore
carnale e l’amore tenero, filmando entrambi
senza interruzioni. Ridondante e imperfetto, passa senza posa per situazioni cinematograficamente note e ricorrenti, come un
vampiro che torna in diverse epoche, e talvolta la sensazione che tutto sia già stato
scritto è forte, ma la penna di Park ChanWook ha un inchiostro unico e il suo quadro e il suo lavoro sul sonoro un’espressività senza pari.” Mentre invece Fish Tank,
pur affrontando un tema importante come
quello delle dinamiche sociali nell’ambito
delle periferie delle grandi città, non riesce a distaccarsi da stereotipi ormai invalsi nel cinema. La stessa scelta di vedere
nell’hip hop l’unico vero mezzo di comunicazione e di conferma di sé di Mia, o la
facile simbologia del vecchio cavallo da
liberare, con la relativa attrazione nei confronti di chi ha una vita nomade si configurano come elementi a elevato rischio di
retorica. È però attenta a utilizzare attori,
come la protagonista, capaci di evitare le
secche di una sceneggiatura non innovativa in materia.
Il film dell’anticonformista Lou Ye potrebbe
essere sbrigativamente definito un ‘film da
festival’. Le caratteristiche le ha tutte: coproduzione internazionale, distribuzione indipendente, un regista vittima ad ogni sua opera
della censura di un regime tanto liberista in
economia quanto repressivo sul piano ideologico/morale. Con il suo ritratto di una società cinese che è vittima di un’ubriacatura
di libertà che è tale solo in apparenza e con
l’affrontare il ‘proibito’ tema dell’omosessualità il film non cerca alibi. Anche se ne
trova in una giuria che gli conferisce il riconoscimento per la migliore sceneggiatura
come se non avesse visto Looking for Eric
applaudito in sala da Quentin Tarantino che
ama anche i modi di fare cinema differenti
dai suoi.
Premio per la Regia
KINATAY
Olivier Père, dopo sei anni fertili di direzione artistica, lascia la Quinzaine per andare a dirigere il Festival di Locarno. Certamente il suo lavoro ha arricchito e contribuito a meglio identificare l’offerta dell’
“anti-festival” gestito dalla Societé des
Réalisateurs, che tuttavia intrattiene rapporti di buon vicinato con il Festival ufficiale.
Ne fa fede il premio Caméra d’Or per la
migliore opera prima, cui partecipano film
visti in tutte le sezioni, che ha infatti attribuito il suo premio speciale all’israeliano
Ajami, selezionato appunto alla Quinzaine.
A dire il vero, qualche problema diplomatico sussiste, se paradossalmente il Festival si è lasciato sfuggire un ottimo Coppola, che ha rifiutato di parteciparvi in proiezione speciale. Meglio l’atmosfera informale
e sinceramente cinefila della Quinzaine che
non l’implacabile rituale kitsch della “montée des marches”. Tetro è una summa delle
ossessioni e un ritorno alle origini dell’ultimo patriarca (non riconosciuto a Hollywood) del cinema americano, girato in bianco
e nero, con pochi soldi e un cast povero (fatta
eccezione per Vincent Gallo). L’adolescente Benjamin si reca a Buenos Aires alla ricerca di Angelo, un fratello scrittore scomparso, che si fa simbolicamente chiamare
Tetro. Il loro progressivo riavvicinamento
Un film di Brillante Mendoza. Con Mercedes Cabral, Maria Isabel Lopez, Coco Martin, Lauren Novero, John Regala Drammatico, durata 105 min. – Filippine 2009.
Qui nasce il problema più grosso. Quello cioè
dell’abissale distanza tra giuria e pubblico
(non necessariamente incolto). Perché un
conto è sentire il bisogno che il cinema descriva anche i lati più oscuri e sgradevoli della
società e un altro è il pensare che il compiacimento nel fare ciò si traduca in forma d’arte. Brillante Mendoza ha ormai mostrato più
che a sufficienza il piacere che prova nel
mostrare il degrado umano occultandolo sotto una parvenza di denuncia. È la stessa sua
estetica che ne denuncia i confini di una consapevolezza difficilmente condivisibile e sterilmente estenuante.
Premio per la Sceneggiatura
SPRING FEVER
FISH TANK
Un film di Andrea Arnold. Con Michael Fassbender, Harry Treadaway, Jason Maza, Kierston Wareing, Jack Gordon».
Un film di Ye Lou. Con Qin Hao, Wu Wei
Titolo originale Chun Feng Chen Zui De Ye
Wan. Drammatico, durata 115 min. – Cina
2009.
60
Non resta che riferire di un film a nostro avviso ‘dimenticato’ dalla Giuria (oltre al già
citato Looking for Eric). Primo della lista è
Motel Woodstock di un Ang Lee capace di
tornare alla leggerezza narrativa di Banchetto di nozze senza dimenticare, come sempre,
l’acuta osservazione su una società in mutamento.
ECCENTRICITÀ E RICERCA
ALLA “QUINZAINE”.
Flavio Vergerio
Film
fa riemergere fantasmi di famiglia, gelosie,
tradimenti, morti premature. Diventa quasi obbligatorio ricordarsi di Rusty, il selvaggio, storia della dolorosa presa di coscienza del mondo da parte di un adolescente, e naturalmente della saga del Padrino,
labirinto inestricabile di tragici rapporti
familiari. Anche qui c’è una famiglia di
musicisti, gelosie, una morte oscura, lutti
difficili da elaborare. Fortemente autobiografico, Tetro esprime forza e sincerità nella
ricerca delle ragioni più intime del mondo
espressivo di Coppola.
Anche quest’anno la Quinzaine ha mantenuto fede alla sua vocazione originaria, cercando ai quattro angoli del mondo (dalla provincia francese alla Corea del Sud e alla Malesia…) nuovi talenti, produzioni indipendenti, nuovi modi di narrare e di rappresentare
volti, paesaggi, problemi del nostro mondo.
È sempre sorprendente scoprire a Cannes,
anno dopo anno, anche per merito dalla Quinzaine, come il cinema sia un’arte giovane, ben
lontana dall’aver esaurito la sua funzione creativa ed espressiva.
24 i lungometraggi selezionati, provenienti
da ben 15 Paesi diversi: USA (4 film), Francia (5), Canada (3), e con un film ciascuno
Israele, Messico, Bulgaria, Singapore, Corea
del Sud, Malesia, Belgio, Cile, Portogallo,
Cina, Italia, Argentina. In effetti identificare
questi film dal punto di vista della loro origine produttiva serve a poco, dal momento che
si tratta per lo più di co-produzioni faticose
in cui entrano catene televisive e case di distribuzione le più disparate. Il cinema indipendente fa fatica più di altri a realizzare film,
se si pensa che Coppola, ormai lontano da
più di dieci anni dagli studios hollywoodiani
ha realizzato la sua nuova opera in Argentina, producendo in proprio.
Altrettanto difficile appare identificare i film
in funzione dei generi o dei temi affrontati.
Codici narrativi e ricerca espressiva si mescolano spesso tra loro (non solo nei film
esposti alla Quinzaine, ovviamente). Quanto
ai temi direi che la denuncia e l’analisi socio-politica nei film più riusciti si realizza con
un’attenta e rigorosa costruzione di personaggi, con un’indagine psicologica rigorosa delle loro pulsioni esistenziali all’interno dei
rapporti familiari e affettivi. È finito il tempo
del cinema ideologico a tesi, oggi i registi più
consapevoli lasciano liberi i loro personaggi
di esistere, senza farci la lezione e indicarci
chiavi interpretative. Ma forse questo valeva
anche in passato.
Realtà e finzione, documento e fantasia, tempo della vita e tempo del cinema, gli eterni
binomi del cinema moderno negli autori più
originali e consapevoli sono inestricabili e la
loro con-fusione è la vera ragion d’essere
della loro esistenza.
Tutti i film della stagione
Quello che mi interessa maggiormente in
alcuni film della Quinzaine è la radicalità
del loro sguardo, la progettualità estetica,
la loro fiducia nell’esistenza in uno spettatore non ancora omologato, attento e reattivo.
Così il film che più mi ha colpito è stato Ne
change rien del portoghese Pedro Costa, autore ostico e austero, dedito alla rappresentazione della vita immota degli immigrati
africani emarginati a Lisbona (alcuni ricorderanno Ossos, premiato a Venezia nel ’97).
Qui si tratta di una serie di sedute di prove
di registrazione e di concerti di Jeanne Balibar, attrice affermata del nuovo cinema
francese (ha girato fra gli altri con Ruiz,
Rivette, Assayas, Winterbottom), da qualche tempo cantante di culto, alla maniera
delle grandi soliste francesi (ricorda in qualche modo la musa dell’esistenzialismo Juliette Greco, anche se Jeanne dichiara la sua
ammirazione per Marylin Monroe, Blossom
Dearie, Kurt Weill e le sue cantanti tedesche,
Aretha Franklin, Patti Smith, Blondie, Nico
e Mo Tucker). Costa registra in lunghi piani
fissi la ricerca ossessiva dell’accordo, della
modulazione del ritmo e del giusto rapporto
fa parola e musica, che la Balibar realizza
in un lavoro estenuante di confronto con il
chitarrista e compositore Rudolph Burger.
La Balibar esegue canzoni originali o rivisita motivi famosi quali Johnny Guitar o la
Perichole di Offenbach, in uno stile estenuato e rarefatto. Il regista immerge nell’ombra i corpi dei musicisti e della cantante, illuminati da tagli di luce inquietanti. Il film non comunica altro che il mistero
della creazione artistica, fatto di ricerca
ossessiva di una forma che dia corpo alla
propria inquietudine esistenziale. La cantante dice che, al contrario dell’arte attorale, fondata sul conflitto, nella musica c’è
“unisono”, armonia, la sincope (altra forma
di accordo, di tregua). “Fare musica, per me,
contiene sempre una meravigliosa promessa d’abbandono”.
Straordinario anche il risultato espressivo
della giovane cinese Liu Jia Yin, che in Oxide II mette in scena in soli nove piani fissi
(della durata di complessivi 132 minuti, che
sono una deliziosa sorsata di acqua limpida) una tavola, prima banco di lavoro, poi
desco in cui si prepara e si consuma il cibo,
attorno cui si muovono tre soli personaggi,
il padre, la madre e la stessa regista, un tipetto minuto e allegro. Nella prima parte
assistiamo al lavoro preciso e meticoloso del
padre, artigiano che fabbrica semplici borse
di pelle, nella seconda si prepara il cibo, i
tipici ravioli cinesi, in un rituale antico e
sapiente, nel terzo il gruppo consuma il pasto in un’atmosfera di serenità. Dietro l’apparente banalità quotidianità delle azioni, la
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giusta distanza dai personaggi e la misura
temporale (che sono il vero tema del film)
evidenziano il senso di un’esistenza vissuta
in armonia con il proprio lavoro e con gli
altri. L’artigiano esprime la sua creatività
nella cura estrema dei gesti, che assurgono
quasi a una forma di ritualità religiosa, cura
che egli pone assieme alla moglie nella preparazione dei ravioli, la cui tecnica viene
trasmessa amorosamente alla figlia. Ma dietro questo scenario che potrebbe apparire
idillico incombe la minaccia della “modernità”: l’uomo è preoccupato di non potere
più pagare l’affitto del laboratorio e di dover licenziare i suoi operai. Esprime così
amaramente il suo orgoglio di artigiano-artista e la sua dignità di uomo messi in crisi
da un fuori campo incombente e incontrollabile.
Altro film memorabile mi è apparso Yuki §
Nina dell’attore francese Hippolite Girardot
al suo esordio nella regia e del giapponese
Nobuhiro Suwa, storia di una separazione di
due bambine amiche del cuore, che non vogliono accettare il divorzio dei genitori. La
madre giapponese vorrebbe ritornare in patria con la figlia Yuki, ma nell’imminenza del
viaggio le due bambine si ribellano e fuggono, affrontando un viaggio verso l’ignoto.
Qui, superando il supposto realismo della
prima parte, il film si inoltra in uno scenario
fiabesco, in cui realtà e fantasia (del regista,
della bambina?) si allacciano misteriosamente. La due bambine si inoltrano in una fitta
foresta, Yuki perde la compagna e si ritrova
in una radura magica ai margini di un villaggio giapponese ove incontra una antica compagna di giochi e le sue origini dimenticate.
Il fascino del film consiste nel lasciare incerte e indeterminate le visioni finali, forse proiezioni mentali del desiderio di Yuki, materia
dei suoi sogni, bisogno di armonia e di pacificazione.
Il disagio sociale e i conflitti etnici dello scenario medio-orientale si articolano angosciose storie famigliari in Ajami, matura opera
prima del palestinese Scandar Copti e dell’israeliano Yaron Shani. Ajami è un tumultuoso quartiere di Jaffa ove convivono Ebrei,
Mussulmani e Cristiani. Quattro diverse storie si intrecciano mettendo in rapporto personaggi altrimenti lontani fra loro. Clan famigliari e bande mafiose dedite allo spaccio di droga si contrappongono anche in
modo violento. Significativo il fatto che a
tirare le fila dei rapporti sociali e dei traffici
illeciti sia un boss cristiano autoritario e razzista.
L’intreccio labirintico delle quattro storie (si
pensa ai meccanismi narrativi di Iñarritu, ma
qui la struttura ha una sua intima necessità)
comunica la sensazione che i destini dei personaggi siano intimamente legati, quasi che
Film
la salvezza degli uni dipenda anche e soprattutto dagli altri. La struttura ripetitiva e concentrica funziona anche come occasione di
osservare la realtà da opposti punti di vista,
così che lo schema aggressore-aggredito viene talvolta problematizzato e capovolto.Il
film comunica l’inquietante sensazione di
precarietà delle esistenze e di un groviglio
inestricabile di rapporti sociali fondati sul
pregiudizio e la violenza.
Da segnalare Amreeka (America) di Cherien Dabis, storia di palestinesi emigranti
forzati negli USA. In effetti il film è una
co-produzione americana-canadese-kuwaitiana. Mona, la protagonista è una donna
di mezza età, divorziata e madre di Fadi,
un adolescente. Preoccupata per il futuro,
ma dotata di ottimismo e senso pratico,
abbandona il suo piccolo lavoro in banca e
raggiunge la sorella immigrata nel lontano
Illinois. Ma siamo al tempo della guerra
dichiarata da Bush all’Iraq e tutti gli Arabi
vengono visti con sospetto, come possibili
terroristi. Così Mona e Fadi provano sulla
loro pelle gli aspetti scostanti dell’ospitalità americana.
Mona si rende conto amaramente della propria condizione di rappresentante di una minoranza mal sopportata sia nella propria terra d’origine sia in America. Mona e Fadi troverano però un amico in un altro emarginato,
un anziano professore polacco, a sua volta
divorziato, con cui forse potranno fondare una
nuova famiglia e una nuova comunità. Film
che nella sua linearità ed efficacia narrativa
rappresenta una bella dimostrazione di come
si possa superare la didascalicità per avvicinarci alla verità dell’uomo.
Un buon numero di film erano dedicati alla
condizione giovanile e ai conflitti famigliari. Da segnalare: Le beaux gosses del francese di origini siriane Riad Sattouf, descrizione dell’ossessione sessuale (“la prima
volta”) di una coppia di ragazzini, ove si
mette in scena senza moralismi la pratica
ossessiva della masturbazione; Eastern
Plays del bulgaro Kamen Kalev, vicenda tragica di due fratelli posti di fronte all’insorgere del neo-nazismo xenofobo nel loro paese di frontiera fra mondo mussulmani ed
Europa; La famiglia Wolberg della francese
Axelle Ropert, storia della dissoluzione di
un equilibrio famigliare minato dall’autoritarismo del padre, sindaco iperattivo di un
piccolo centro di provincia; Go Get Some
Rosemary dei giovani registi minimalisti
nuovayorchesi Josh e Benny Safdie, descrizione condita di slap-stick dei difficili 15
giorni in cui un uomo divorziato di mezza
Tutti i film della stagione
età, lavoratore precario in un cinema, deve
accudire due pargoletti, indeciso fra la condizione di padre e di compagno di giochi;
J’ai tué ma mère del giovanissimo canadese
Xavier Dolan, a dispetto del titolo provocatorio una delicata descrizione della vicendevole accettazione di un sedicenne omosessuale e di una madre un poco oppressiva. E infine il grottesco e affettuoso La merditude des
choses dello spiritoso trentenne belga Felix
va Groeningen, ritratto impietoso di un gruppo famigliare proletario dedito al sesso, alla
birra e alla droga, visto con gli occhi di un
tredicenne che, malgrado tutto, riconosce in
esso i valori di una comunità solidale.
UN CERTAIN REGARD 2009
Veronica Maffizzoli
I venti film selezionati per il Regard 2009
hanno contraddistinto una sezione firmata da
Autori già affermati, più che da giovani registi ai loro esordi, con una programmazione
proiettata verso la qualità e la professionalità, pur lasciando spazio anche ad uno squarcio su alcuni temi caldi e possibili scandali
cinematografici.
Mentre sono state appena due le opere prime,
si sono allineati in cartellone, nomi, anche se
non sempre di forte carisma, come Alain Cavalier o Pavel Linguine,certo ormai di fama
collaudata, senza aver bisogno di ulteriori presentazioni come Denis Dercourt, Barman
Ghobadi, Hiro-kazu Kore-Eda, Mia HansenLove, Joao Pedro Rodrigues, Bong Joon-Ho,
Pen-ek Ratanaruang, Corneliu Porumboiu,
Lee Daniels, Nikolay Khomeriki. Con la loro
presenza hanno confermato il valore di una sezione “parallela”, che non ha avuto nulla da
invidiare al concorso ufficiale.
E così il nazional Premio della Giuria di Cannes 2008 Paolo Sorrentino, Presidente della
Giuria, ha dovuto guidare la difficile scelta
dei vincitori tra importanti pellicole provenienti da ben quattro continenti, dall’Oceania alle Americhe, dall’Asia all’Europa dell’Est come dell’Ovest, sia pure con nessuna
presenza italiana, se non quella dell’attrice
Chiara Caselli nel film francese Le père de
mes enfants.
Il Gran Premio “Un Certain Regard” 2009 è
stato assegnato a Kynodontas (Canino) del
greco Yorgos Lanthimos e soltanto il Premio
della Giuria a uno dei film favoriti della vigilia, Politist, Adjectiv (Aggettivo, Poliziotto)
del promettente regista rumeno Corneliu Porumbiou, da quest’anno anche direttore artistico del festival di Karlovy Vary.
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Due invece sono stati gli speciali ex-aequo,
uno all’interessantissimo iraniano Kasi Az
Gorbeaye Irani Khabar Nadareh (No one
Knows about Persian Cats) di Bahman Ghobadi, basato sulla realtà musical-sociale underground di Teheran, e uno all’ applauditissimo Le père de mes enfants di Mia HansenLove.
Yorgos Lanthimos, alla seconda pellicola,
ha strappato alla Giuria un Premio abbastanza discusso, per un film per niente nuovo,
piuttosto lineare e schematico che tende a
giocare sulla provocazione di immagini di
assoluta e gratuita crudeltà. Protagonista una
famiglia patriarcale, (con madre debole, due
figlie e un figlio adolescenti) che vive reclusa dentro la grande villa isolata, dalla
quale solo al padre è permesso uscire. Costruita sul modello della dittatura, la storia
si sviluppa secondo dinamiche di annullamento della persona e assoluto isolamento
dall’esterno, con personaggi le cui età anagrafiche non coincidono con quelle intellettuali e oppressioni tali che solo la morte appare l’unica via di scampo. Peccato, però,
che il messaggio dell’autore risulti fin troppo elementare e chiaro, senza che vi sia un
lavoro più attento nella scrittura e una impronta registica di forte consapevolezza critica.
Politis, Adjectiv, anch’essa opera seconda di
Corneliu Poromboiu, già Camera d’or per A
est di Bucarest nel 2006, è una commedia
sociale politicamente amara. Protagonista è
il poliziotto Cristi, che decide di rifiutare ordini e regole e non arrestare un giovane studente, accusato di uso di hashish, visto che
di lì a pochi giorni la legge statale lascerà
posto alle ben diverse direttive europee. La
sua scelta viene quindi vissuta come gesto
di responsabilità sul futuro dello studente.
Si sviluppa così, tutta una questione di coscienza, la quale è magistralmente affrontata con il comico e pungente confronto del
poliziotto con il suo superiore e un collega, per il quale, vocabolario alla mano, il
termine stesso assume un significato opposto. Giocato sul pedinamento del “sospettato”, il film prende forma attraverso la realistica noia dei procedimenti polizieschi,
dei vuoti silenzi, delle inutili attese, con interventi a pausativi refrain delle incursioni
domestiche di Cristi e fidanzata che, colti in
situazioni ridicolmente surreali, ci introducono a ironici confronti idonei a muovere
una critica reale contro uno Stato europeo,
che non si sente tale, rimasto legato a retaggi storici e psicologici di un passato autoritario.
Film
Tutti i film della stagione
TUTTO FESTIVAL
MOSTRA INTERNAZIONALE
DEL NUOVO CINEMA – PESARO,
21-29 GIUGNO 2009
ISRAELE, LATTUADA E NUOVI AUTORI.
A cura di Flavio Vergerio
Molto significativa l’edizione 2009 della
Mostra di Pesaro, che ha proposto un’imperdibile rassegna del sempre più interessante nuovo cinema israeliano, un’accurata
rivisitazione critica di un autore a torto dimenticato della grande stagione del cinema
italiano, Alberto Lattuada, una retrospettiva del filmaker sperimentale Paolo Gioli.
Malgrado le improduttive nostalgie di vecchi cinefili che rimpiangono le edizioni di
Pesaro degli anni ’60-’70, in cui si teorizzava un cinema che fosse soprattutto testimonianza di impegno e di denuncia politica, la
Mostra di Pesaro continua a essere l’occasione di scoperta e di studio del “nuovo”
cinema più importante nel variegato panorama dei “piccoli” festival, alieno dalla dispersione e dallo spreco (non solo finanziario) di Venezia e Roma.
Quest’anno, oltre alle tre retrospettive monografiche, anche l’offerta di film inediti o
“scoperti ” a Rotterdam o Cannes, è apparsa più stimolante e più coerente con l’antica
anima “non riconciliata” di Pesaro. Certo,
per quanto riguarda il “Concorso” e gli eventi speciali delle proiezioni all’aperto, il direttore Spagnoletti deve fare i conti con le
disattenzioni di una “piazza” disturbata da
luci e rumori, ma è riuscito a conciliare le
esigenze del pubblico estivo con il rigore di
alcuni film impegnativi. Notevole, ad esempio, The Time That Remains del palestinese
Elia Suleiman, amaro ritorno autobiografico nella natia Nazaret del regista, all’interno di una comunità sempre più stanca e disperata sotto l’assedio dello stato israeliano. Suleiman, già adottato dalla critica in
occasione del suo precedente Intervento divino (2002), ha una cifra stilistica molto originale, al tempo stesso grottesca e astratta,
fra Kaurismaki e Tati, che bene illustra la
condizione esistenziale di una famiglia di
“arabi-israeliani” che non hanno abbando-
nato il loro paese e che sembrano solo aspettare la propria dissoluzione.
Notevole l’esordio nella regia dello spagnolo Carlos Serrano Azcona, collaboratore dell’affermato messicano Carlos Reygadas, con
El arbol, storia di solitudine e disperazione
di un uomo abbandonato da moglie e figli.
L’uomo viene pedinato a lungo dalla mdp nel
suo vano vagabondare per le strade di un’anonima cittadina. Ma ciò che sembra un esercizio virtuosistico di vuoto “realismo” nasconde una profonda ricerca spirituale che si rivela nel contatto simbolico con un albero e
forse con la fede, impersonata da un prete e
da un quartetto di ragazze che intonano un
lied di Mozart.
Della retrospettiva dedicata a Lattuada è stato proposto all’aperto Cuore di cane (1978),
uno dei film più ambiziosi del regista milanese. Tratto da un celebre romanzo di Bulgakov, il film narra la vicenda surreale di
uno scienziato che innesta nel corpo di un
cane randagio gli organi vitali di un funzionario, creando un umanoide che assomma
in sé tutti i difetti della borghesia e della
burocrazia comunista nascente (siamo nel
1917).
Oltre al citato film di Suleiman, della retrospettiva dedicata a Israele è stato proposto
l’intenso Tehilim (2007) di Raphael Nadjari, film metaforico sulla crisi di una famiglia (lo stesso Israele) sconvolta dalla misteriosa scomparsa del padre. Senza la presenza unificante dell’uomo, la madre e i figli vivono una drammatica crisi di identità. In particolare il sedicenne Menachem
vive una sorta di misticismo religioso che
sublima le sue pulsioni sessuali. La madre
si chiude sempre più in se stessa. La donna
e i due figli solo dopo un percorso doloroso
accetteranno la propria solitudine in una
nuova dimensione di dignità e consapevolezza.
63
Fra gli altri film del Concorso mi sono apparsi interessanti, più che il premiato La
pivellina di Tizza Covi e Rainer Frimmel,
storia di solidarietà di due circensi emarginati che accolgono una bambina abbandonata, viziato forse da un certo patetismo,
Medicine for Melancholy dell’americano
Barry Jenkins (ritratto amaro di due giovani afroamericani alla ricerca di un’identità
che continua a essere negata alle minoranze etniche negli USA), Fixer: the Taking
of Ajmal Naqshbandi dell’americano Ian
Olds (documentario girato nell’incerta terra di nessuno afgana battuta dai Talebani
al seguito di un reporter americano e del
suo interprete, catturati dalla guerriglia e
accusati di spionaggio), The Day After del
coreano Lee Suk-gyung (lunga confessione terapeutica fra due donne divorziate, con
scambio simbolico delle rispettive personalità).
Bande à part, lo spazio dedicato al cinema
“curioso” di nuove e più radicali forme narrative e espressive, ha offerto l’ennesima conferma della vitalità inesauribile del cinema
“indipendente”. Rachel della franco-marocchina Simone Bitton (già autrice di Mur) ricostruisce in un’agghiacciante inchiesta
“giornalistica” l’assassinio, occultato dai
militari e dai media israeliani, di una giovane americana impegnata in una dimostrazione pacifista nella striscia di Gaza.
Film Ist. A Girl & a Gun. dell’austriaco Gustav Deutsch è un assemblaggio provocatorio di disparate immagini di storia del cinema tese a dimostrare la preminenza della violenza e del sesso nella relazione fra uomini e
donne. Fra la guerra e l’amore visto come
desiderio il regista propone beffardamente il
primato dell’eros.
Bahoz (The Storm) del turco Kazim Õz descrive la caduta agli inferi di un giovane curdo, universitario a Istanbul, irretito dalle uto-
Film
pie rivoluzionarie, militante impegnato in
azioni terroriste, arrestato e torturato. Il protagonista torna infine al suo villaggio natale
fra le montagne, partecipe della vita comunitaria della sua gente.
La video-artista Carola Spadoni con Meeting the SEWA Movement ha condotto un’inchiesta fra le difficoltà di un movimento cooperativistico di contadine indiane che lottano per migliorare le proprie condizioni di
vita. Straordinario il ritratto di una contadina diventata a sua volta filmaker, impegnata a girare documentari sulla vita delle sue
compagne.
E veniamo rapidamente alle retrospettive. Il
cinema israeliano sembra rappresentare la
vera coscienza critica del Paese, unitamente alla schiera dei suoi grandi scrittori. Divisi fra l’ansia di proteggere il proprio spazio vitale e l’apertura verso gli arabi (per
ora) sconfitti, i cineasti israeliani sembrano
far proprio la prospettiva di questi scrittori
che considerano “più facile e meno doloroso rinunciare a pezzi di terra che riflettere
storicamente su noi stessi, riconoscendo che
la nostra fondazione ha portato con sé dolore e catastrofe per un altro popolo”. In effetti il cinema israeliano non si manifesta
solo come riflessione storico-politica, ma
anche come strumento di indagine socioculturale sulla struttura famigliare, la condizione della donna, il rapporto fra integralismo e laicità, le relazioni nel lavoro e negli affetti fra ebrei e palestinesi, uno sguardo poliedrico sulla complessità della inquieta società israeliana.
Spesso i registi sembrano registrare i fatti
senza prendere posizione, ma la loro forza
consiste nello sguardo diretto e impietoso
posato sulla drammaticità delle situazioni,
obbligando lo spettatore a una reazione critica. Spiazzante, ad esempio, 5 Days di Yoav
Shamir che documenta lo sgombero forzato
di ottomila coloni dalla striscia di Gaza e dal
West Bank, voluto dall’ex-premier Sharon.
Il film registra con la tecnica del cinema-verità un coacervo inestricabile di situazioni e
sentimenti contradditori: la disperazione dei
coloni unita alla violenza con cui distruggono le case per non abbandonarle agli Arabi,
le affermazioni con cui l’ultimo occupante
giustifica con una male intesa tradizione religiosa il possesso illegittimo della terra, l’attesa dolorosa dei palestinesi di ricuperare il
loro spazio vitale. Significativa la testimonianza del generale inviato a dirigere lo sgombero, che rivela con imbarazzanti silenzi e
mezze ammissioni il suo dissenso sulla politica del suo governo e sull’ottusa chiusura dei
coloni.
Un metodo di rappresentazione “minimalista” viene utilizzato da Dalia Hager e Vidi
Blu, che in Close to Home descrivono il lavoro di controllo dei cittadini palestinesi (tutti
Tutti i film della stagione
sospettati di possibile terrorismo) in Gerusalemme. Le due protagoniste, ancora adolescenti, prestano il lungo servizio militare obbligatorio con un atteggiamento completamente diverso nei confronti degli arabi, l’una
più ligia al compito, l’altra più critica e alla
fine ribelle.
Slaves of the Lord di Hadar Friedlich appare
una dura contestazione alle tradizioni religiose come somma di riti e cerimonie lontane
da una vera fede. Una adolescente si prepara
alla festa di entrata nella comunità dei fedeli,
il Bar-Mitzvah. Convinta di essere impura si
sottopone a una serie di riti di purificazione,
ma entra nella depressione e finisce col soccombere al senso di colpa.
Accanto ai film sull’infinito conflitto bellico con i palestinesi (in particolare il drammatico Beaufort di Jpsdeph Cedar) vanno
segnalate le opere dedicate alla struttura rigidamente maschilista della famiglia israeliana (I sette giorni di Ronit e Shlomi Elkabetz e Tehilim di Raphael Nadjari), la complessa identità storico-culturale della nazione israeliana (I figli del sole di Yaldeh
Ha’shemesh e Odessa... .Odessa di Michale Boganim). La dramatica condizione della donna viene illustrata dal drmmatico ritratto di una matura prostituta e dal copione
famigliare, una sorta di profezia autoverificantesi, che porterà la figlia a percorrere la
stessa caduta agli inferi della madre (Or di
Keren Yedaya).
A proposito dei pregiudizi ideologici che
hanno impedito alla critica di attribuire il
giusto valore a molti registi italiani che operarono nei primi anni del dopoguerra e poi
del “boom” economico, Sergio Toffetti, nel
saggio d’apertura del bel volume “L’inganno più dolce – Il cinema di Alberto Lattuada” ricorda come lo stesso Roberto Rossellini fosse sottoposto ai sospetti e alla disattenzione della critica dopo la celebrata “trilogia della guerra” quando sembrò “deviare” verso soggetti “spiritualisti”. Sfuggiva
(e sfugge) ai più che la visione del mondo
di un artista si esprime nel come egli rappresenta quel mondo, sulle sue figure ricorrenti, sugli aspetti misteriosi delle relazioni
umane. Ebbene, nel caso di Alberto Lattuada la critica fu spesso prevenuta e anche
negativa nei confronti di dei suoi film giudicati incoerenti e ambigui sul piano “politico”. Se è vero che Lattuada ha affrontato
nella sua lunga carriera, dal 1943 al 1989,
storie e temi apparentemente lontani fra loro,
la sua coerenza d’autore va ricercata nel suo
stile raffinato, nelle sue atmosfere “morbide”, nella fine descrizione di tormentate psicologie femminili, nella drammatica attrazione dei sensi spesso vissuta da uomini
adulti per fanciulle falsamente ingenue. Ma
sarebbe riduttivo imprigionare una personalità complessa, sfuggente e anticonformista
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quale quella di Lattuada in formule forzosamente schematiche. Mi sembra significativo ricordare che Lattuada era un intellettuale milanese di “buona famiglia”, autore
di novelle e poesie apparse su riviste importanti quali “Domus” e “Corrente”. Dopo la
laurea in architettura, collaborò a vario titolo a alcuni cortometraggi e realizzò un notevole album di fotografie. Divenne poi cosceneggiatore e aiuto-regista dei maggiori
esponenti del “calligrafismo”, Mario Soldati
e Fernando Maria Poggioli. Il suo esordio
nel cinema come regista manifesta la grande cura formale della “messa in scena”. Giacomo l’idealista (1943), tratto da un romanzo dello “scapigliato” Emilio De Marchi,
contiene già in nuce la visione pessimistica,
fortemente critica (che diventerà successivamente sarcastica e persino grottesca) delle relazioni fra le classi e fra i sessi. Giacomo, giovane socialista pieno di speranze ama
la servetta Cristina e le giura eterno amore.
Ma questa viene sedotta dal figlio dissoluto
di una famiglia di aristocratici e viene allontanata. Giacomo, vinto e deluso , la abbandona salvo sposarla in punto di morte.
Un certo patetismo romantico nuoce allo sviluppo del racconto, ma è un limite da cui
Lattuada si libererà rapidamente. Anche la
sua opera seconda, completata subito dopo
la Liberazione, il dimenticato La freccia nel
sangue, anticipa uno dei temi che il regista
svilupperà poi nei più noti Guendalina
(1957) e Dolci inganni (1960): la sessualità
adolescenziale. Si tratta qui dell’amore “impossibile” di un ragazzino per una donna più
grande di lui, chiuso dal suicidio di lei. In
altri film, il regista porrà più chiaramente il
problema di una sana e libertaria educazione sessuale, fuori da vieti tabù e ipocrisie.
Ma Lattuada ha vissuto anche una malintesa
stagione “neorealista”. La guerra e il primo
dopoguerra fu da lui descritto non come la
stagione delle speranze resistenziali, ma doloroso itinerario di “spostati” alla ricerca della
pura sopravvivenza (Il bandito, 1946 e Senza pietà, 1948). Lattuada è anche il regista di
uno dei più efficaci e premonitori film sulla
mafia (Mafioso, 1962), in cui Alberto Sordi,
siciliano emigrato a Milano, viene inviato a
New York per uccidere, al tempo stesso vittima e carnefice di un sistema di morte pervasivo.
Bisogna infine ricordare il Lattuada fustigatore sarcastico dei falsi valori borghesi perbenisti (La spiaggia, 1954, storia di una prostituta che si fa accettare nell’ambiente sofisticato di un albergo di lusso solo sposando
un vecchio ricco), Venga a prendere il caffè
da noi (1970, velenosa descrizione dei piccoli vizi di provincia, da un noto romanzo di
Piero Chiara).
Flavio Vergerio